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“Mi chiede come superare questi egoismi ed avere una vera integrazione europea? C’è bisogno di una rivoluzione culturale, in Italia come in Europa”. L’intervista a Della Valle (M5S).

Il tempo per i dibattiti è ormai agli sgoccioli: si conclude oggi la campagna elettorale per le prossime elezioni europee. Domenica il voto. Dopo avervi presentato le interviste fatte a  Giuliano Pisapia (PD), Vincenzo Sofo (Lega) e Aldo Patriciello (Forza Italia), vi proponiamo ora l’ultima intervista al candidato Danilo della Valle del Movimento 5 Stelle.

“Mi chiede come superare questi egoismi ed avere una vera integrazione europea? C’è bisogno di una rivoluzione culturale, in Italia come in Europa”. L’intervista a Della Valle (M5S). - Geopolitica.info

I partiti populisti risultano essere al centro del dibattito europeo. Anche i mass media, inoltre, sembrano continuare a polarizzare lo scontro tra populisti ed europeisti in seno alle prossime elezioni. Ma tutti i partititi definiti populisti sono euroscettici? Ed in quale misura?

A me lo scontro proposto dai giornali tra “europeisti” e “sovranisti” non appassiona. Mi spiego: per me ciò che conta sono i fatti e i fatti ci dicono che sia gli alleati sedicenti europeisti del PD che i cosiddetti sovranisti alleati di Salvini proteggono un sistema economico neoliberista che basa tutto sulla stabilizzazione dei prezzi e austerità, senza mai tener conto dei bisogni delle persone e dei diritti sociali. Il M5S vuole scardinare in Europa questo finto scontro per portare al centro del progetto dell’Unione le persone. Noi saremo dunque la “terza via” rispetto a questo teatrino che vede contrapposte due forza che sono fatti della stessa sostanza, anche se indossano maschere diverse.

Per quanto riguarda il termine “euroscettico”, bisogna definirlo bene. Se vuol dire mettere in discussione l’Unione Europea così com’è e volerla cambiare, allora possiamo definirci euroscettici. Ma il M5S non vuole assolutamente distruggere o cancellare ciò che c’è di buono fatto fin qui. Riteniamo invece che se non si cambi la base economica su cui si fonda l’Unione, mettendo al centro i diritti sociali ed economici, questa potrebbe implodere. E non sarà di certo colpa dei partiti euroscettici, semmai questi ne saranno la conseguenza.

La questione della gestione dei flussi migratori è tra i cavalli di battaglia del Governo Lega-5 Stelle. Nel corso degli ultimi anni si è cercato di trovare diverse soluzioni a livello europeo. Quale sarà la strategia che l’Italia potrà mettere in atto per un maggior controllo sull’immigrazione irregolare, alla luce dei vincoli internazionali ed europei sugli sbarchi?

Il M5S lo ha detto e lo ha ripetuto, così come ha fatto il Presidente Conte a Bruxelles: i confini dell’Italia devono essere i confini dell’Europa. Non è possibile avere un’Europa che c’è solo quando si parla di vincoli di bilancio o di tagli ai servizi dedicati ai cittadini. Se un’Europa esiste, deve essere basata sulla solidarietà, ed è quindi giusto che anche per quanto riguarda il problema migratorio si agisca insieme. Voglio però precisare che la ripartizione dei migranti e la lotta all’immigrazione clandestina può essere una risposta solo a breve termine. Nel lungo periodo bisogna stipulare accordi, anche di cooperazione internazionale, con i Paesi da cui provengono queste persone. Bisogna innanzitutto che alcuni Paesi europei, e tra questi non vi è l’Italia, la smettano di sfruttare i Paesi africani, altrimenti parliamo del nulla. In più, bisogna pensare, come Unione Europea, ad un piano unico di supporto allo sviluppo per l’Africa. L’immigrazione è un problema sistemico e chi pensa di risolverlo bloccando semplicemente gli sbarchi dice ovviamente il falso.

Sempre rispetto alla questione della gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo, già con il Governo Renzi e poi con quello Gentiloni si è cercato di stabile rapporti bilaterali con gli Stati di provenienza dei migranti. Per questo risulta tutt’oggi fondamentale una stabilizzazione della Libia ai fini di un maggior controllo sulle frontiere per i flussi provenienti dall’Africa centrale. Qual è la posizione del Movimento 5 Stelle? Quali soluzioni verranno presentate a Bruxelles?

Come le anticipavo prima, sebbene la diplomazia bilaterale sia estremamente importante, è ora che l’UE si assuma le proprie responsabilità anche in questo senso e metta in atto finalmente quel multilateralismo su cui si basa il progetto europeo. Per risolvere un problema che, come dicevo poc’anzi, è sistemico qual è l’immigrazione, c’è bisogno di coesione e di agire come Unione Europea in ogni singolo Paese africano per lavorare insieme alla stabilizzazione politica e sociale in quei paesi e ovviamente anche allo sviluppo economico degli stessi. Se le due cose non vanno di pari passo, non ci potrà essere un reale obiettivo. Forse vi stupirò, ma gli unici veri europeisti siamo noi del M5S e non persone come Macron che si dice europeista e poi si comporta in maniera più sovranista dei “sovranisti”. In più, non è un mistero che Paesi come la Francia continuino ancora oggi ad avere atteggiamenti neocoloniali verso molti paesi in via di sviluppo dell’Africa. Questo sicuramente non aiuta.

Il cambiamento climatico è tra i temi più sensibili e sentiti di queste elezioni. In seguito all’uscita degli Stati Uniti dal Trattato di Parigi, i trattati internazionali sull’ambiente sembrano perdere forza e credibilità. Quali strade seguirà il Movimento 5 Stelle a Bruxelles?

Come ben sa il M5S considera la tutela dell’Ambiente uno dei punti più importanti per poter realmente cambiare il nostro Paese ed il nostro Pianeta. Questa sfida però, più di quelle precedenti, richiede coesione e purtroppo non basta neanche solo a livello europeo. L’Europa pertanto non solo deve essere coesa al suo interno acché si rispettino gli Accordi di Parigi (e che anzi si vada oltre), ma deve necessariamente anche fare da traino nel Mondo intero, convincendo le due superpotenze USA e Cina ad intraprendere una strada più netta e decisa in questo senso. Perché quando sarà troppo tardi, non si potrà risolvere il problema mettendo un dazio sul CO2.

Si è parlato spesso negli ultimi anni di deficit democratico a livello di istituzioni europee. Considerato il potere di Consiglio e Commissione, qual è il ruolo che secondo lei il Parlamento europeo, unica istituzione democraticamente eletta, dovrebbe svolgere?

A mio avviso il Parlamento Europeo dovrebbe avere più poteri, essendo l’unica istituzione democraticamente eletta. Lei sa quanto sia importante per noi la partecipazione e la democrazia, non a caso puntiamo a creare un gruppo europeo che sia a favore della democrazia diretta e dal basso. Chiaramente per dare più poteri al Parlamento Europeo, c’è bisogno che tutti i paesi siano d’accordo. E la storia ci dice che non è stata l’Italia a non volerlo questo, ma altri paesi che sono sempre stati nazionalisti, anche se si definiscono “europeisti”. Del resto, oggi esistono i sovranisti a parole, ma i sovranisti veri sono sempre esistiti da De Gaulle ad oggi.

L’Unione Europea mira ad avere un rapporto coordinato con la Cina rispetto ai rapporti commerciali e alle prospettive delle Nuova Via della Seta con gli Stati europei. L’Italia ha scelto però di muoversi isolatamente rispetto ai principali Stati membri, allineandosi con i paesi del centro-est Europa. Quali saranno le mosse future con Pechino?

Non si tratta di allineamento, è una questione di opportunità. La Nuova Via della Seta è un progetto ambizioso che può dare tanto alle nostre imprese. La Cina è un grande mercato oggi e sarebbe miope far finta che questa non esista o peggio ancora considerarla a prescindere in maniera negativa. L’Italia si trova in una posizione strategica dal punto di vista geografico ed è dunque ovvio che i cinesi siano interessati acché l’Italia faccia parte di questo ambizioso progetto. Il Memorandum sottoscritto dal governo italiano, oltre a non essere vincolante, non ha ancora in sé i dettagli di questo accordo, dunque tutti gli allarmi ascoltati dalle opposizioni in questi mesi sono insensati. Il M5S e il governo pensano al benessere degli italiani, delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Se ci sono delle nuove opportunità, perché non sfruttarle? Mi sembra che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso…

Spesso il principio di solidarietà a livello europeo viene considerato come un principio morale invece che come un principio vincolante inserito nei trattati. Perché secondo lei la solidarietà europea è venuta a mancare, si pensi al tema dell’immigrazione? E come questo principio che ha contraddistinto l’integrazione europea nella sua evoluzione storica può essere ristabilito?

Io non credo che sia “venuto a mancare”, credo che quel Principio sia da sempre rimasto solo sulla carta. Vede, spesso nei trattati internazionali (così come nelle leggi nazionali) bellissime norme di principio scritte in maniera vaga risultano essere in concreto assolutamente inutili. Il principio di solidarietà viene ahimè sbandierato da tutti, ma attuato da pochi. Mi chiede come superare questi egoismi ed avere una vera integrazione europea? C’è bisogno di una rivoluzione culturale, in Italia come in Europa. Lei mi dirà che “non sarà facile”. Infatti, il M5S non ha mai detto che lo è, eppure è l’unico modo che abbiamo per cambiare davvero. Senza una vera rivoluzione culturale, non ci sarà mai cambiamento a livello politico. E questo vale anche in Europa.

 

 

 

 

 

 

“È anacronistico pensare che ad avere l’ultima parola sia il Consiglio – e dunque gli Stati – e non il Parlamento, vale a dire i cittadini europei”. Parla Patriciello (FI).

Questa domenica i cittadini europei sono chiamati ad esprimere il proprio voto e noi di Geopolitica.info continuiamo a proporvi le interviste di alcuni candidati dei maggiori partiti. Oggi presentiamo il punto di vista dell’Onorevole Aldo Patriciello, eurodeputato di Forza Italia.

“È anacronistico pensare che ad avere l’ultima parola sia il Consiglio – e dunque gli Stati – e non il Parlamento, vale a dire i cittadini europei”. Parla Patriciello (FI). - Geopolitica.info

L’onorevole Patriciello è al suo terzo mandato come europarlamentare forzista, ed è stato, nel corso della sua carriera a Bruxelles, membro di importanti commissioni per l’industria, la sanità e l’ambiente.

Si è parlato spesso negli ultimi anni di deficit democratico a livello di istituzioni europee. Considerando il potere di Consiglio e Commissione, qual è il ruolo che secondo lei il Parlamento europeo, unica istituzione democraticamente eletta, dovrebbe svolgere?

Quello di motore politico dell’Europa. Io credo che il tempo dell’equilibrismo e dei tatticismi sia finito. Un’Unione ostaggio dei veti degli Stati membri non fa bene a nessuno. Il potere co-legislativo con il Consiglio va rivisto in modo consistente: è anacronistico pensare che ad avere l’ultima parola sia il Consiglio – e dunque gli Stati – e non il Parlamento, vale a dire i cittadini europei. L’architettura istituzionale dei padri fondatori aveva una sua ratio: tocca a noi ora ridisegnare l’Europa di modo da renderla pronta ad affrontare le sfide dei nostri tempi.

In merito alla gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo, già con il Governo Renzi e poi con quello Gentiloni si è cercato di stabilire rapporti bilaterali con gli Stati di provenienza dei migranti. Per questo risulta tutt’oggi fondamentale una stabilizzazione della Libia ai fini di un maggior controllo sulle frontiere per i flussi provenienti dall’Africa centrale. Qual è la posizione di Forza Italia? Quali soluzioni verranno presentate a Bruxelles?

La posizione di Forza Italia è quella portata avanti dal Partito Popolare Europeo, di cui costituiamo una parte fondamentale. La cooperazione con l’altra sponda del Mediterraneo è non solo strategica ma anche imprescindibile. Purtroppo gli errori dei governi precedenti pesano in maniera decisiva sugli sviluppi politici di quell’area. Noi crediamo che la soluzione vada trovata a Bruxelles, così come chiesto con forza in questi anni. Non possiamo trattare il fenomeno migratorio come un mero problema di sicurezza. È un atteggiamento miope e poco rispettoso della realtà. Allo stesso tempo chiediamo che ogni Stato faccia la sua parte e applichi quella solidarietà che è uno dei pilastri su cui si fonda l’intera costruzione comunitaria.

Il cambiamento climatico è tra i temi più sensibili e sentiti di queste elezioni. In seguito all’uscita degli Stati Uniti dal Trattato di Parigi, i trattati internazionali sull’ambiente sembrano perdere forza e credibilità. Quali strade seguirà Forza Italia a Bruxelles?

Quando abbiamo sottoscritto l’accordo di Parigi nel corso della plenaria di Strasburgo sapevamo che la strada sarebbe stata lunga e piena di ostacoli. La presidenza Usa ha deciso di non proseguire ma per l’Europa la sostanza non cambia, fortunatamente. Non possiamo lasciare ai nostri figli un mondo sull’orlo del collasso. È l’unico pianeta in cui possiamo vivere, non ne abbiamo un altro. In commissione ambiente, in questi anni, abbiamo spinto molto affinché ogni Stato facesse la sua parte per raggiungere standard di efficienza e di risparmio energetico accettabili. Abbiamo investito e continueremo ad investire somme ingenti per incentivare lo sviluppo di fonti di energia diverse dal carbone e rinnovabili. Sono battaglie su cui sono convinto faremo enormi progressi nei prossimi anni.

L’Unione Europea mira ad avere un rapporto coordinato con la Cina rispetto ai rapporti commerciali e alle prospettive della Nuova Via della Seta con gli Stati europei. L’Italia ha scelto però di muoversi isolatamente rispetto agli altri paesi del G7, allineandosi con i paesi del centro-est Europa. Quali saranno le mosse future con Pechino?

Pensare di competere e trattare con la Cina in maniera isolata è semplicemente impensabile. Io credo invece che mai come nel rapporto con i cinesi occorra un’Europa che parli con una voce sola e che sappia far valere il nostro punto di vista. Competere nel mercato globale significa accettarne e rispettarne le regole. Noi vogliamo che ciò significhi dare le stesse opportunità alle imprese, ma anche garantire gli stessi diritti a tutti i lavoratori e soprattutto difendere le imprese dalla concorrenza sleale. Da questo punto di visa, ancora una volta, il ruolo dell’Ue risulta essere decisivo e fondamentale.

 

 

 

 

“In Europa vogliamo portare concretezza d’agire”. Il punto di vista di Giuliano Pisapia, candidato alle europee del Partito Democratico

A pochi giorni dalle elezioni del Parlamento europeo, abbiamo intervistato Giuliano Pisapia, candidato capolista per la lista PD-Siamo Europei per il Nord-Ovest, che ci ha spiegato il suo punto di vista su alcune questioni chiave del dibattito italiano ed europeo.

“In Europa vogliamo portare concretezza d’agire”. Il punto di vista di Giuliano Pisapia, candidato alle europee del Partito Democratico - Geopolitica.info Fonte: Vita.it

Secondo le ultime proiezioni del Parlamento Europeo, popolari e socialisti sarebbero in calo mentre crescono i dati per l’ondata populista. Nel caso in cui non si riuscisse a creare una maggioranza unendo i seggi di popolari e socialisti, che risultato e che Unione europea si prospettano?

Le forze euroscettiche e anti-immigrazione non sfonderanno. La maggioranza dei cittadini europei non è sovranista ed è convinta che l’appartenenza all’Unione abbia giovato i propri Paesi. Questa convinzione si tradurrà in un voto che premierà una maggioranza europeista al Parlamento Europeo.

Mancando una maggioranza assoluta, al Parlamento Europeo le coalizioni di voto sono sempre a geometria variabile. Quello che conta, insomma, non è tanto il colore politico di una proposta ma i contenuti. Una differenza sostanziale rispetto al Parlamento italiano  che rende l’Euro-camera un organo realmente deliberativo che di volta in volta considera i progetti legislativi nel merito a prescindere da chi li propone. A Bruxelles, la dinamica sminuente dei decreti di governo è materia sconosciuta. Parimenti, i parlamentari europei rifuggono dalla violenta dialettica governo-opposizione favorendo appunto i contenuti.

Insomma, in Europa si predilige il fare rispetto al dire. Non mi riferisco ai compromessi bassi, fatti in nome di poltrone e potere inteso come fine e non come mezzo, ma alle mediazioni alte, che riflettono la concretezza dell’agire.

Il PD, il PSE e Siamo Europei guarderanno ai Verdi, a Sinistra, e al gruppo che riunirà liberali e En Marche al centro. Mi aspetto che i liberali, dopo essersi appiattiti sulle posizioni ultra-liberiste delle delegazioni nordiche e orientali, si riposizioneranno verso la sinistra dell’emiciclo per effetto delle nuove leve francesi, più attente alle ingiustizie sociali e agli effetti collaterali della globalizzazione.

Il PSE nella prossima legislatura sarà determinante per l’approvazione di qualsiasi testo. Il PPE, infatti, non potrà più contare sulla stampella dei conservatori. I tory, a causa della Brexit, avranno un ruolo marginale lasciando il gruppo conservatore in balia dell’ultra-destra polacca, incompatibile con i valori di un centro-destra popolare ed europeista.

Noi ci presentiamo con un’identità e dei valori chiari. In parlamento cercheremo di trovare mediazioni alte, mantenendo il dialogo con le altre forze europeiste e progressiste. Sulla scia di quanto ho fatto a Milano quando ero Sindaco, son certo che troveremo di volta in volta le soluzioni comuni migliori per tutelare il bene comune, accelerare il processo di integrazione e rafforzare il principio di equità.

Mi riferisco in particolare a un’alleanza programmatica sui temi che stanno più a cuore agli elettori: lavoro, giustizia fiscale, sociale e ambientale, e integrazione. Elaborare una piattaforma su questi temi non svilisce i nostri principi ma al contrario li rinforza proiettandoli nella legislazione europea.

Spesso il principio di solidarietà a livello europeo viene considerato come un principio morale invece che come un principio vincolante inserito nei trattati. Perché secondo lei la solidarietà europea è venuta a mancare, si pensi al tema dell’immigrazione? E come questo principio che ha contraddistinto l’integrazione europea nella sua evoluzione storica può essere ristabilito?

Il principio di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità è sancito dall’Articolo 80 del Trattato sul Funzionamento dell’UE (TFUE). Altrimenti conosciuto come il Trattato di Lisbona, esso costituisce la legge suprema dell’Ue. Mi risulta, quindi, impossibile non considerare uno dei suoi principi fondamentali, la solidarietà, come vincolante. Il problema è alla radice. La solidarietà prevale come principio morale non vincolante sui temi ove la competenza europea è limitata. L’Unione Europea perde quando prevalgono le egoistiche dinamiche inter-governative del Consiglio sull’interesse comune che anima trattati e Parlamento.

Nel lungo periodo, si dovrà quindi riconoscere nei fatti la legittimità di cui il Parlamento, in quanto organo rappresentativo di 500 milioni di cittadini europei, già oggi gode. Non solo, sarà fondamentale superare il principio di unanimità che vige per le decisioni nel Consiglio UE, ove i rappresentanti di un solo Stato, piccolo o grande che sia, possono bloccare riforme volute dal resto dei 27 Stati membri. Infine, la costituente europea.

Ma dobbiamo stare molto attenti. E’ giusto sognare ma per farlo dobbiamo tenere i piedi ben saldi a terra. Dobbiamo, quindi, sfruttare tutti gli spazi previsti dai trattati per procedere sulla strada dell’integrazione sapendo che una modifica degli stessi è un traguardo quanto mai ambizioso.

Per farlo, dobbiamo accettare l’idea di un’Europa a più velocità che esiste già nei fatti. I Paesi che vogliono maggiore integrazione devono poter procedere e, una volta fatto, potranno essere seguiti da tutti gli altri. Lo dimostra l’Euro, inizialmente introdotto in undici Paesi, oggi diventati diciotto e con la maggioranza degli altri con valute nazionali legate alla moneta comune per evitare inflazione ed eccessive fluttuazioni.

Da dove partire? Sicuramente dal superamento del Trattato di Dublino che tramite il principio del Paese di primo approdo affida la gestione esclusiva dei flussi migratori ai Paesi che confinano con il Mediteranno, confini non più nazionali ma europei.

Per riformare Dublino dovremo isolare gli egoismi nazionalisti degli alleati di Salvini, Kurz, Orban in primis. Deve essere chiaro che per godere dei benefici di una comunità, come i fondi europei che hanno promosso la rinascita dell’economia ungherese dopo la caduta del muro, se ne devono accettare i valori, la solidarietà in primis, e condividerne le difficoltà. Il testo votato a grande maggioranza dal Parlamento, nonostante il no di Lega e M5S è un’ottima base di partenza per rilanciare i negoziati con i Paesi membri.

I nazionalisti sono contrari perché privare l’Unione dei mezzi necessari a rispondere alle grandi crisi di questo secolo gli fa gioco. Addossare le colpe all’Europa, magari non partecipando nemmeno alle riunioni sul Trattato di Dublino, crea consenso elettorale a un costo altissimo: l’implosione interna del progetto comunitario.

Si è parlato spesso negli ultimi anni di deficit democratico a livello di istituzioni europee. Considerato il potere di Consiglio e Commissione, qual è il ruolo che secondo lei il Parlamento europeo, unica istituzione democraticamente eletta, dovrebbe svolgere?

E’ necessario aumentare le competenze del Parlamento europeo.

Il Parlamento è formalmente co-legislatore sin dal Trattato di Lisbona, eppure nei fatti molte competenze rimangono ben salde nelle mani del Consiglio, ove all’interesse comune europeo spesso prevalgono gli egoismi nazionali.

Ciò che ne consegue è l’immagine di un’Europa incapace di agire per il bene dei propri cittadini, quando di fatto sono i singoli Governi a tradire il processo di integrazione europea.

È ora di passare ai fatti: superiamo l’unanimità del Consiglio e rendiamo il Parlamento reale co-legislatore, riconoscendogli la legittimità che gli spetta.

Parlare di deficit democratico è tuttavia esagerato. E’ vero, il Parlamento è l’unica istituzione europea eletta direttamente ma la Commissione deve riceverne la fiducia, come accade in Italia per il governo, e in Consiglio siedono i governi democraticamente eletti negli Stati membri, responsabili di fronte ai loro parlamenti nazionali. E’ comodo parlare di deficit democratico per addossare ad altri le scelte che i governi nazionali prendono in sede europea. “E’ colpa dell’Europa” ci sentiamo sempre ripetere. Bene, è una notizia falsa: le decisioni prese in Europa, una volta approvate dal Parlamento Europeo, devono legalmente essere avvallate anche dagli stessi governi che ne scaricano la responsabilità su Bruxelles. Il deficit democratico risiede nelle pratiche che sviliscono i parlamenti nazionali che, a colpi di decreti legge, hanno visto il loro ruolo sminuito e nei governi che, completamente deresponsabilizzati, non riferiscono in aula sulle scelte assunte a Bruxelles.

Forse per la prima volta il dibattito interno italiano in vista delle elezioni vede confrontarsi due diverse visioni dell’Unione europea. Secondo la sua visione, tra Brexit, asse franco-tedesco, l’Europa francese di Macron e la Spagna socialista di Sanchez, che ruolo dovrebbe ritagliarsi l’Italia nelle dinamiche decisionali dell’UE?

Grazie agli attacchi ai nostri alleati storici, all’assenza completa alle riunioni in cui vengono prese decisioni vitali per il nostro Paese, e ai messaggi contradditori inviati ai nostri diplomatici dalle due diverse anime del governo, l’Italia è completamente assente in Europa. I nostri interessi non vengono tutelati. I negoziati sono sempre stati difficili ma l’Italia, al momento, è completamente esclusa dai giochi.

Per usare una similitudine calcistica, una volta confrontandoci con Germania, Francia, e Spagna giocavamo in serie A. Ora siamo rilegati alla lega amatori con compagni di squadra del calibro dell’Ungheria di Orban.

Il nostro primo obiettivo è quindi tornare a contare. Essere partecipi e uniti nel rappresentare l’interesse comune italiano perché, oggi, rimarremmo esclusi da un’Europa a più velocità che persegue il sogno federalista.

Non amo parlare di dinamiche intergovernative, come dell’asse franco-tedesco o del gruppo di Visegrad, perché credo che esse non considerino a sufficienza l’interesse comune. Una volta eletti i parlamentari europei non rappresentano solo gli elettori che li hanno votati, i lombardi, i piemontesi, gli italiani o gli iscritti a un particolare partito ma tutti i 500 milioni di cittadini europei.

Per concludere, il nostro obiettivo è tornare in Europa con fermezza, identità, e competenza laddove l’assenza del nostro Paese ha spinto gli altri a prendere decisioni a nome nostro. Insomma, dobbiamo tornare a contare.

Con la vittoria di Zingaretti il Partito Democratico sembra aver preso una “nuova” direzione. Quanto e in cosa questo PD sarà diverso dal PD renziano a livello europeo? E come il nuovo PD potrà contribuire al rafforzamento di un’Europa sociale che possa contrastare i populismi?

Bisogna guardare al presente e al futuro, non al passato. Nicola Zingaretti ha dimostrato di voler guidare un Partito Democratico più inclusivo, fortemente aperto al dialogo con la società civile e con personalità esterne al partito. Penso al medico di Lampedusa Pietro Bartolo o all’ex Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti.

Nel PD guidato da Zingaretti vedo la meravigliosa esperienza di Milano durante i miei anni da sindaco, anni in cui siamo riusciti a coinvolgere attivamente le diverse anime della città per costruire assieme una Milano più bella, più competitiva e più europea. In Europa vogliamo portare concretezza d’agire e quello spirito laborioso e unitario che, tramite mediazioni alte, è riuscito a rilanciare Milano.

Per rilanciare il ruolo italiano in Europa dovremo privilegiare il fare lavorando congiuntamente a tutti i livelli istituzionali mettendo da parte la dialettica politica e favorendo l’unità. Solo coordinandoci riusciremo insieme a raggiungere l’obiettivo che ci siamo preposti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

#VersoleelezioniUE – The future of the European Commission

The German term Spitzenkandidat (i.e. Lead candidate) was first used in 2014 European elections. What does it mean? Who will be the future president of the Commission?

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The Spitzenkadidat process, its strengths and weaknesses

Through years, the European Parliament (EP) has used all possible means to increase its influence in the European structure. Starting from a consultative body, it later gained an important role in the institutional framework. Initially, the choice of the Commission’s Presidency was a unique prerogative of the European Council, or more precisely of a limited number of the most influential prime Ministers or head of states who decide who should be proposed as President of the Commission. However, the EP has always had a procedure to question and to seek commitments. The Spitzenkadidat process came later, in 2014: from that moment, the EP has been elected the President of the Commission on a proposal from the European Council, taking into account the elections and after having held the appropriate consultations. Even if it has some critical weakness, as the linguistic diversity and the poor link between the Lead candidate and the national parties Leader, it surely has strengthened the role of the EP. It has, indeed, created new channels of communication between voters and candidates, reduced the influence of national parties, and succeeded in delivering a candidate to the Commission presidency that otherwise might not have been chosen.

The Candidates

In the previous articles, we have already analysed the Candidates of the Party of European Socialist and European People’s Party, we will now focus on the others.

The Alliance of Conservative and Reformists (ACRE) has nominated as Leading candidate Jan Zahradil, Czech MEP and President of ACRE. As representative of ACRE, he supports a multi-speed EU in charge of the protection of external borders, single market, common commercial policies and energy security. However, according to him, subjects as migration, taxes and currency should remain under the competence of Member States. If he is elected, he would become the first President from Eastern and Central Europe.

The Alliance of Liberals and Democrats in Europe (ALDE) has presented a team of seven candidates: Guy Verhofstadt (President of the ALDE group, MEP and former Prime Minister of Belgium), Margrethe Vestager (Commissioner for Competition, previous Danish Minister for Economy and Interior), Nicola Beer (national Spitzenkandidat of ALDE party in Germany FDP), Katalin Cseh (national Spitzenkandidat of ALDE party in Hungary Momentum), Luis Garicano (Vice President of the ALDE Party), Emma Bonino (Former European Commissioner for Health and Consumer Protection, former Italian Minister of Foreign Affairs), Violeta Bulc (Commissioner for Transport, former Deputy Prime Minister of Slovenia). The main focus of the ALDE Party is to build a federal Europe based on the defence of fundamental rights and liberal democracy, in order to renew the European identity.

The European Green Party (EGP) will be represented by Ska Keller and Bas Eickhout. Ska Keller is the Co-President of the Greens/EFA Group in the European Parliament in which she was elected as a Member in 2009. She also was the Lead candidate in the 2014 European elections. Her focus lies on migration and refugee rights, International Trade and the EU’s relationship with Turkey. Bas Eickhout is a member of the Committee on the Environment, Public Health and Food Safety. During his career, he was a co-author of the UN’s Intergovernmental Panel Climate Change report on climate change, which received the 2007 Nobel Peace Prize.

The European Left (EL) had chosen in January 2019 its Candidate: Nico Cuè and Violeta Tomic, whom both have a path linked to Labour Rights. Due to their history, indeed, the main focuses of the two candidates will be on climate change, social issues and redistribution of wealth.

The Europe for Freedom and Direct Democracy (EFDD) and the Movement for a European of Nations and Freedom (MENF) have not presented any Candidate for the Presidency.

Who will sit on the European throne? Elections are here.

 

 

 

 

Per superare la crisi in Libia: una forza europea di interposizione e ristabilimento della pace

La contrapposizione fra le milizie di Haftar e quelle di Al Serraj si intensifica ogni giorno di più: a due settimane dall’inizio dell’offensiva, i morti hanno superato le 200 unità, i feriti sono circa 1.000 ed ancora di più gli sfollati, oltre 25.000 persone che fuggono dal fuoco delle milizie contrapposte.

Per superare la crisi in Libia: una forza europea di interposizione e ristabilimento della pace - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

Gli sforzi per arrivare ad un cessate il fuoco sono stati finora senza risultato. Le diplomazie sono al lavoro, e quella italiana si sta prodigando più di altre, senza tuttavia registrare disponibilità dalle parti in causa: Haftar, sostenuto da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti da una parte; il governo di Al Serraj, affiancato da Turchia e Qatar, dall’altro. Sullo sfondo, neanche troppo defilate, Russia e Francia sostengono Haftar, la prima interessata ad un porto nel Mediterraneo per le proprie navi; la seconda, che mira ad accrescere la propria influenza economica nel paese.

L’Italia, nella ricerca di un componimento diplomatico fra le parti, mantiene aperto il dialogo con entrambe. Ma senza significativi riconoscimenti. Ecco allora che si pone, urgentemente, l’opportunità o, forse meglio, la necessità di interporre una forza di peace-enforcement che fin da subito, e probabilmente per un tempo abbastanza prolungato, concorra a riportare una tregua e consenta di avviare il processo, appena interrotto, che porti ad elezioni politiche nel paese.

Al Serraj ha paventato la minaccia che fino a 800.000 profughi e rifugiati possano riversarsi in Europa se non si riuscisse a fermare i combattimenti. Probabilmente il numero è volutamente elevato per fare pressione sulla comunità internazionale. Cionondimeno, pur se in dimensioni più contenute, il rischio c’è tutto e va tempestivamente affrontato. Anche per la possibilità che fra migranti e rifugiati possano infiltrarsi jihadisti e attentatori di varia estrazione.

A questo rischio sono esposti i paesi Europei che si affacciano sul Mediterraneo, e in primis l’Italia, per la sua vicinanza geografica alla Libia. Ma, come l’esperienza ha dimostrato, l’Italia è stata spesso un paese di transito e passaggio, per migranti diretti verso altri paesi Europei. È una sfida, quindi, che accomuna l’Europa nel suo insieme su un tema – la pressione dei migranti –che finora non ha trovato una risposta comune. Anzi, ha generato contrasti e divisioni, che si sono recentemente accentuate.

Il numero e il tipo di intervento di questa forza di interposizione andrebbe definito in sede internazionale. Potrebbe ricevere auspicabilmente mandato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, qualora si trovasse il consenso tra membri, anzitutto quelli con il seggio permanente (USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Oppure potrebbe avviarsi su richiesta del governo libico internazionalmente riconosciuto, ovvero quello con sede a Tripoli ed assediato dalle forze di Haftar. La forza dispiegata dovrebbe basarsi su un significativo contributo in termini di truppe da parte dei paesi europei, quelli più interessati al contenimento della pressione migratoria. Certamente quindi una nutrita rappresentanza dei paesi mediterranei più esposti – Italia, Francia, Spagna e Grecia – senza peraltro ignorare il contributo che anche altri paesi come gli Stati Uniti potrebbero dare.

L’obiettivo dovrebbe essere di raggiungere il cessate il fuoco nel più breve tempo possibile, contribuendo ad assistere e curare i feriti negli scontri finora registrati. In questo senso, l’Italia è già presente con il presidio ospedaliero garantito da un nostro contingente militare a Misurata.

In una situazione quantomeno parzialmente stabilizzata grazie alla forza di interposizione, si potrebbe riprendere il percorso già avviato con la conferenza di Palermo ma interrotto dallo scoppio delle ostilità e pianificare in prospettiva la tenuta di elezioni generali.

Contemporaneamente, l’Unione Europea dovrebbe dare concreta attuazione al piano di assistenza e sviluppo ai paesi africani, anche altrimenti definito Piano Marshall per l’Africa, più volte richiamato nelle varie sedi istituzionali europee. Senza un piano di sviluppo, assistenza e cooperazione di lungo periodo, non sarà mai possibile contenere stabilmente i flussi migratori provenienti dal Nord-Africa. Occorre avviare al più presto progetti di collaborazione che spingano imprese europee ad investire in quelle aree attraverso la realizzazione di infrastrutture, materiali ed immateriali, che facilitino la formazione e circolazione di risorse in grado di valorizzare le economie locali.

È un percorso oneroso e impegnativo, con ritorni che possono esprimersi solo nel medio e lungo termine. Se non lo si imbocca con decisione e determinazione, sarà difficile gestire le sfide che si porranno in tema di pressione migratoria dal continente africano. Ad oggi, rimane peraltro irrisolto il nodo di fondo della questione, rappresentato da partner europei che fino ad oggi si sono dimostrati sostanzialmente sordi e estranei di fronte alle sfide poste dall’Africa.

Questo anche per via di una sostanziale inerzia ad agire tramite lo strumento militare in maniera più assertiva (che non significa ben inteso in maniera più aggressiva, ma significa invece muoversi in favore dei più esposti alla violenza). Tra l’altro, il solo annuncio della mobilitazione di una forza di interposizione, oppure il semplice dispiegamento di una flotta multinazionale al largo della Libia, potrebbe fin da subito innescare una disponibilità delle parti a sedere al tavolo del negoziato diplomatico ed interrompere le ostilità.

Sollevare questi temi in sede europea riflette nostri specifici interessi nazionali, la cui tutela si combina con l’interesse a trovare risposte mirate alla crisi in atto in Libia. Farsene interprete può accrescere il peso ed il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale: sostenere l’urgenza di una forza di interposizione fra le parti in conflitto, peraltro, è un complemento abbastanza consequenziale all’impegno già dispiegato in Libia nell’addestramento della Guardia Costiera e nel presidio militare medico di Misurata, nonché un appello affinché l’Europa inizi ad agire in maniera pro-attiva a tutela della propria sicurezza.

Notre Dame, cuore della civiltà religiosa e laica d’Europa

Tra devastazioni e incendi, incoronazioni e rivoluzioni. Grande ribalta della storia occidentale.

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Un “armageddon” per la nostra civiltà. Il crollo della guglia della cattedrale, la flèche “freccia”, ferisce al cuore le comuni radici culturali e ci riporta indietro allo shock visivo dell’11 settembre 2001, seppur con cause diverse, che ha segnato la nostra generazione e la storia contemporanea. Queste le parole, a caldo, con le quali commentavo le terrificanti immagini di Notre Dame avvolta dalle fiamme.

La prima pietra della cattedrale fu posta nel 1163, terminata due secoli dopo nel 1344 è il simbolo più “antico di Parigi”, ha attraversato secoli di devastazioni, monumento sacro dell’umanità tutta e dell’Europa che ha sempre racchiuso nella cattedrale parigina la sua storia e la sua anima di civiltà religiosa e laica.

Molto di ciò che è andato perso nell’ipnotico (televisivo) incendio di lunedì 15 aprile al tramonto era, in parte, frutto del visionario disegno ottocentesco dell’architetto Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc che, in poco meno di un decennio, rivoluzionò Parigi restaurando cattedrali, palazzi e castelli, come quello di Pierrefonds ricostruito da zero e divenuto dimora imperiale di Napoleone III.

La storia di Francia e d’Europa, quindi, s’intreccia in maniera apodittica tra le colonne e le vetrate di vetro, piombo e ferro – disciolte dall’incendio per sempre – testimoni silenziosi dell’annuncio del patriarca di Gerusalemme nel XII secolo dell’imminente Terza crociata; della custodia della corona di spine, reliquia portata da San Luigi re di Francia di ritorno dalla crociata del 1248 per la quale fu costruita la Sainte-Chapelle, gioiello dell’architettura gotica; della prima convocazione degli Stati Generali il 10 aprile 1302 da parte di Filippo il Bello; del processo di riabilitazione di Giovanna d’Arco (1456); delle nozze tra Maria Stuarda, regina di Scozia e Francesco di Valois, delfino di Francia (24 aprile 1558); dell’incoronazione di Napoleone Bonaparte a Imperatore dei Francesi, il 2 dicembre 1804 in presenza di papa Pio VII; del canto del Te Deum il 9 maggio 1945 per la vittoria della Francia durante la seconda guerra mondiale, preceduto, il 26 agosto 1944, dal canto del Magnificat per la Liberazione di Parigi e prima ancora la Rivoluzione.

Una grande ribalta della storia di Francia, un palcoscenico agitato fin dall’inizio dell’Età Moderna, prima cattedrale del Paese il Rinascimento la trascura perché gotica e la rivoluzione francese la ferisce ripetutamente. Viene spogliata delle sue statue, mutilata nell’anima e nei tesori, le statue dei re di Giudea della facciata occidentale sono distrutte come se fossero dei re di Francia. Armageddon settecentesco.

Poi arriva la Repubblica che ne fa deposito di vini e quindi Napoleone che celebra sé stesso riportando in auge la Cattedrale dei francesi, immortalato dalla cronaca pittorica di Jean Louis David mentre si mette la corona da solo lasciando Pio VII solo, sullo sfondo, alla stregua di una semplice comparsa.

Poi c’è l’immagine di Notre Dame ancora più nota e suggestiva, è quella di Quasimodo, campanaro deforme aggrappato ad uno dei numerosi gargoyle tra i protagonisti del romanzo storico Notre-Dame de Paris di Victor Hugo, pubblicato nel 1831. I gargoyle, aggiunti da Viollet-le-Duc, e il restauro ottocentesco furono duramente criticati, sia perché, secondo i romantici, le aggiunte successive alla costruzione della cattedrale andavano mantenute, sia perché l’architetto aveva fatto delle aggiunte alla struttura ritenute arbitrarie.

C’è un nesso forte fra il successo del romanzo e gli inizi del restauro frutto della volontà politica di rifare Notre Dame più bella che nel XIII secolo. Dunque ecco che al posto delle progettate flèche che dovevano culminare sulle torri di facciata si inventa una flèche alla crociera, della quale esisteva solo il basamento, e questa diventa il luogo dove si concentra, come nei doccioni delle torri di facciata, la inventiva di Viollet Le Duc: saranno proprio quei doccioni ad animarsi nel film di Walt Disney Il gobbo di Notre Dame (1996). Come Quasimodo, al tramonto, accovacciato sul gargoyle, con aria ammirata e trasognante, attendiamo la nuova ennesima “nuova vita” della Cattedrale: “La pietra si fa, statua, musica e poesia”.

 

 

#VersoleelezioniUE-Who is Who? Frans Timmermans

Name: Frans Timmermans
Nationality: Dutch
Date of birth: 6 May 1961
Role: First Vice-President of the European Commission, Party of European Socialists’ Spitzenkandidat for the European Commission

#VersoleelezioniUE-Who is Who? Frans Timmermans - Geopolitica.info

Frans Timmermans was born on 6 May 1961 in Maastricht, South Netherlands. After taking a degree in French Language and Literature at Radboud University (Nijmegen, Netherlands) and a postgraduate course in European Law and French Literature the University of Nancy (France), he started to work as civil servant in the Minister of Foreign Affairs in 1987, focusing specifically on European integration. Due to his studies and interests, Timmermans is reported to speak seven different languages: Limburgish, Dutch, English, French, German, Italian, and Russian.
After a short experience as Vice-Secretary in the Dutch Embassy in Moscow, in 1995 he had the chance to work hand in hand with Hans van den Broek, former European commissioner.

He was elected six times as MP for the Partij van de Arbeid (the Labour Dutch Party) from 1998 to 2007. Later on, he was also able to cover important roles in the government: he was Minister of European Affairs from 2007 to 2012, and Minister of Foreign Affairs from 2012 to 2014.

Finally, in 2014 he assumed the office of First Vice-President of the European Commission, in charge of Better Regulation, Inter-Institutional Relations, the Rule of Law and the Charter of Fundamental Rights. Through the years, he was an important figure involved in difficult issues, such as the rule of law dispute with Poland and the migration crisis. Indeed, he was in charge on the controversial refugee agreement between EU and Turkey in 2016. On December 2018, he was appointed as PES’ Lead Candidate for the European Commission.

Junker’s right hand is known as an intelligent politician, a competent civil-servant, and a skilled orator. However, some argue that the enthusiasm around the “rising star” of the Commission (frequently claimed as “Timmermania”) born after his appointment as First Vice-President has vanished. Nevertheless, it is fair to say that he was assigned to some of the most difficult issues facing the Commission. As Timmermans said in an interview: “I don’t always get the easiest jobs, let me put it that way.”

 

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di)

[…] Con specifico riferimento al Mediterraneo, Berlusconi decise di migliorare le relazioni bilaterali con la Libia puntando sulla normaliz­zazione dei rapporti con Muhammar Gheddafi il quale, grazie agli sfor­zi diplomatici del Regno Unito di Tony Blair, da “cane pazzo del Me­dio Oriente”, stava diventando un interlocutore, se non propriamente affidabile, certamente meno minaccioso.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di) - Geopolitica.info

La scelta di normalizzare i rapporti con la Libia, superan­do gli ultimi attriti prodotti dal passato coloniale, veniva collegata con­cettualmente alle garanzie di sicurezza di Israele. Supportare Gheddafi significava da un lato sfruttare la stabilizzazione delle relazioni tra i due paesi come volano per la penetrazione nell’Africa subsahariana, dall’al­tro legittimare uno dei principali avversari della Lega Araba, dell’A­rabia Saudita e del Qatar. Finché il fronte arabo rimaneva spaccato al suo interno, Israele poteva perseguire una diplomazia di cauti accordi bilaterali e assicurare la propria posizione nella regione. […]

Il 10 febbraio 2004, durante un bilaterale a Tripoli, il colonnello confidò a Berlusconi di aver pau­ra di “fare la fine di Saddam Hussein”, catturato dagli americani il 13 dicembre 2003 poco fuori Tikrit. Fu questo evento, oltre alle pressioni provenienti dal secondogenito Saif al-Islam, dal capo del Mukhabarat, Moussa Koussa, e da un certo fermento interno al regime, a convincere il ra’is a rinunciare definitivamente ad ogni velleità nucleare e ad accet­tare la proposta di Blair di smantellare la tecnologia in suo possesso. In cambio, la Libia fu tolta dalla lista nera degli Stati Uniti e le sanzioni economiche revocate. Mentre Gheddafi invitava tecnici americani a su­pervisionare lo smantellamento delle centrifughe nucleari, Saif al-Islam si intratteneva in una serie di colloqui riservati a Londra con l’MI6 bri­tannico e la CIA, fornendo informazioni su al-Qa’eda.

Sebbene il Colonnello avesse optato per una politica di apertura, l’Italia paradossalmente finì per restarne schiacciata. L’anti-italianismo faceva parte dell’arsenale retorico di Gheddafi dal 1969 ma, in un con­testo di isolamento ed embargo, intrattenere rapporti più o meno stret­ti con Roma era necessario a sopravvivere. Tuttavia, venute meno tali condizioni, la retorica anti-italiana poteva essere utilizzata senza il ti­more che questo potesse causare danni all’economia libica in quanto, tra 2003 e 2010, la Libia divenne una sorta di Klondike del Nord Africa. Nonostante l’Italia fosse ancora il primo partner commerciale, il regime libico continuò a giocare una partita fatta non di scambi ma di ricatti. […] Alla richiesta di suggerimenti e indicazio­ni da parte dell’ambasciatore Francesco Paolo Trupiano, Berlusconi ri­spose: “Galleggiare, Ambasciatore. Bisogna galleggiare!”.

Alla erraticità della politica estera italiana, corrispondevano le stra­nezze, le manie e i cambiamenti di umore del Colonnello. Alle proposte negoziali, alle promesse, l’ambiguità degli interlocutori, la loro inaffida­bilità e le continue lotte intestine che coinvolgevano tanto la famiglia del ra’is, con i suoi viziati ed imprevedibili figli, quanto gli uomini del regime come l’ambasciatore Hafed Gaddur, il ministro Shalgam, il capo dei servizi Moussa Koussa e il cognato del Leader, Abdallah Senoussi, quest’ultimo a capo del temutissimo apparato di sicurezza interna.

Durante il Governo Prodi, la Farnesina guidata da Massimo D’A­lema riuscì ad intavolare i principali punti di una trattativa per giunge­re alla firma di un Trattato di Amicizia che permettesse di superare, una volta per sempre, il passato coloniale. Nonostante sostanziali progressi, come sempre rallentati da uno snervante e continuo gioco al rialzo libi­co, il Governo riuscì a malapena ad elaborare una bozza e ad approvare, tramite il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, un accordo per il con­trollo dell’immigrazione nel dicembre 2007.

Per il governo di Tripoli l’u­nica condizione che avrebbe reso possibile l’accettazione delle posizioni italiane era che la controparte tenesse fede ai contenuti della Dichiara­zione Congiunta sottoscritta da Dini nel 1998, la quale collegava la nor­malizzazione delle relazioni tra i due paesi al “Grande Gesto” riparatore. In poche parole, Gheddafi voleva un’autostrada costiera che da Tu­nisi arrivasse fino ai confini con l’Egitto, per collegare le zone più popo­lose della Libia, e voleva che a pagare per quel progetto faraonico fosse, con la scusa del colonialismo, l’Italia.

Quando Berlusconi rientrò a Palazzo Chigi nel 2008, il premier decise di dare nuovo impulso al negoziato spendendosi personalmente nell’assicurare i capricci del Colonnello. Gli incontri, che spesso lascia­rono l’ambasciata a Tripoli se non all’oscuro comunque informata sul fatto compiuto, furono portati avanti in trattative separate alla Farnesi­na durante il mese di agosto dall’ambasciatore Gaddur, dal viceministro per gli affari europei Al-Obeidi, dal viceministro Siala, da un consulen­te giuridico libico, e, per la parte italiana, da Gianni Letta, funzionari della Direzione Generale del Ministero e dal Consigliere di Legazione Luzzi, all’epoca già in servizio a Tripoli.

I negoziati furono conclusi nel giro di poche settimane e la firma del Trattato di Amicizia e Coopera­zione fra Italia e Libia fu fissata al 31 agosto 2008 con la contestuale re­stituzione della Venere di Cirene.  Sebbene i contenuti del Trattato fossero più gravosi per l’Italia che non per la Libia (e Berlusconi dovette assumersi la responsabilità personale di approvare alcune variazioni finanziarie per un capriccio di Gheddafi che rischiava di far saltare la cerimonia della firma), l’accor­do sanciva la parificazione e la normalizzazione definitiva dei rapporti tra i due paesi dopo oltre quarant’anni. Nelle sue memorie, l’ambascia­tore Trupiano ha ricordato che, tra le varie clausole del Trattato, vi era l’obbligo per l’Italia “nel rispetto dei principi della legalità internazio­nale, [a non] usare, né permettere l’uso dei propri territori in qualsia­si atto ostile contro la Libia”. A posteriori potrebbero sembrare parole profetiche ma all’epoca erano la manifestazione della paura ossessiva che Gheddafi aveva dei bombardamenti americani del 1986. […]

Dopo le intese con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e la chiusu­ra del contenzioso per le infermiere bulgare, il Trattato con l’Italia completa il processo di pieno reinserimento della Libia nel contesto internazionale. Dopo esser stato per decenni messo all’indice dalla comunità internazionale, Gheddafi può ora ben dire di aver chiuso i conti con il suo stesso passato.

Paradossalmente, i conti per il Colonnello si sarebbero chiusi in meno di tre anni quando la crisi interna al regime finì per saldarsi con l’onda delle Primavere Arabe. Il tenue riformismo di Saif al-Islam ebbe l’effetto contrario di far credere che le aperture del regime fossero stru­mentali a garantirsi l’appoggio dell’Occidente e dunque a preservare lo status quo, fatto che spinse alla definitiva rottura tra popolo e regime e all’inizio delle rivolte.

Il nuovo corso della politica libica non aveva lasciato certo indiffe­rente neanche la Francia di Nicholas Sarkozy che, dopo la sua elezione all’Eliseo, fin da subito aveva iniziato a intessere strette relazioni con i leader nordafricani. Ma nel febbraio 2011, durante le Rivolte Arabe, il Presidente francese impresse una torsione e, riconoscendo il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) dei ribelli come l’unico governo legit­timo in Libia, chiese le dimissioni del ra’is. Complice il Regno Unito di David Cameron e una inizialmente reticente Hillary Clinton, Sar­kozy si adoperò affinché venisse approvata una risoluzione dell’ONU per imporre una zona di interdizione al volo sulla Libia […].

Lo scopo della risoluzione tuttavia, più che difendere i guerriglieri libici, a cui Parigi già garantiva mezzi, denaro e il supporto delle forze speciali transalpine per tramite di Ab­delfateh Youness, era quello di avere copertura giuridica all’uso della forza nei confronti del Colonnello. Saif al-Islam, probabile successore del padre alla guida del regime insieme al fratello Mohatassim, accusò Sarkozy di voler muovere guerra alla Libia per coprire i finanziamenti illeciti, più di 50 milioni di euro, che il Presidente avrebbe ricevuto dal governo libico per la sua campagna elettorale. Sebbene l’accusa abbia poi avuto una coda giudiziaria anche Oltralpe, non è solo un caso di tan­genti o l’influenza sull’Eliseo di un atipico intellettuale come Bernard Henry-Lévi che possono spiegare una guerra. Le motivazioni, allora, sono da ricercare in un quadro più complesso e meno univoco.

Di fronte all’acuirsi della crisi provocata dalle Primavere Arabe, Parigi si trovò nella scomoda posizione di aver sostenuto, fino a po­chi mesi prima l’inizio delle rivolte, tutti quei regimi che le avevano permesso di tenere un piede nell’Africa Nord-Occidentale. La caduta di Ben Alì in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto colse contropiede buona parte delle cancellerie europee che si trovarono improvvisamen­te ad avere a che fare con interlocutori le cui posizioni erano, per usa­re un eufemismo, assai ambigue. La possibilità che una situazione del genere potesse ripetersi in Libia, dove la crisi del regime fu innescata proprio dalla paura che il riformismo di Saif al-Islam preannunciasse la definitiva accettazione dello status quo da parte degli occidentali, spin­se Sarkozy ad invertire bruscamente la rotta della sua politica africa­na.

Allinearsi con il CNT significava scommettere sulla fine di Ghed­dafi e giocare di anticipo sul recupero della posizione francese in una nuova Libia. Sarkozy cercava così di cogliere da un lato il frutto, an­cora acerbo, di un Nord Africa post-rivolte che guardasse con favore al protettore francese, dall’altro di capitalizzare un successo internaziona­le che potesse rinsaldare la sua credibilità presso l’elettorato di Francia. Ancora una volta, ragioni di politica interna, ad un anno dalle elezioni presidenziali, tenevano il passo a quelle strategiche e regionali, forse addirittura incedendo con veemenza su di esse. Se a queste motivazio­ni di fondo possono esserne aggiunte altre, come le ipotesi avanzate da Sidney Blumenthal, uomo americano a Tripoli, in alcune e-mail con­fidenziali inviate ad Hillary Clinton durante la guerra, esse appaiono più come elementi marginali che possono aver rinforzato decisioni già maturate.

Tra questi elementi secondari vi era certamente il desiderio francese, al fine di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento in Africa nord-occidentale, di ottenere una maggiore quota delle risorse energetiche libiche, incluso l’uranio nella striscia di Aouzou a cavallo tra Ciad e Fezzan, a scapito dell’Italia e dell’ENI, e forse, ma qui si entra nella speculazione e nelle operazioni coperte del DGSE, neutralizzare un possibile tentativo di Gheddafi di sostituire il CFA (Franco Fran­cese Africano), la cui convertibilità è ancora oggi garantita dal Tesoro della Repubblica, con una nuova valuta ancorata al dinaro libico. Mo­tivazioni di circostanza certamente forti, ma non unicamente sufficienti a giustificare un intervento armato, le cui ragioni devono allora essere ricercate nel quadro più complesso sopra delineato.

Sebbene avesse condannato l’uso dell’aviazione da parte di Ghed­dafi, Berlusconi fu contrario all’idea di muovere guerra alla Libia. An­che in questo caso, motivazioni di circostanza, come il timore che la fine del regime avrebbe significato il collasso del paese e la precarizzazione degli interessi economici, energetici e di sicurezza italiani, si sommava­no a ragioni a monte che, nel caso di Berlusconi, rispondevano al con­dizionamento dei suoi rapporti di amicizia con Gheddafi, al rispetto del Trattato di Bengasi del 2008 e ad una sua etica personale che pone al di sopra delle contingenze, per quanto gravi esse possano essere, il princi­pio pacta sunt servanda.

Ciò nondimeno, il Cavaliere si trovava all’epoca in una posizione negoziale estremamente debole; attaccato dalla magi­stratura per il caso Ruby, separato in casa con il Ministro Tremonti, nel pieno della crisi del debito sovrano, si trovò isolato in una Europa dove Berlino si era ritirata in disparte mentre Londra e Parigi sembravano essere tornate all’entusiasmo della spedizione di Suez. Come se non ba­stasse, in quel frangente Palazzo Chigi e il Quirinale erano più distanti che mai. La sera del 17 marzo, mentre all’ONU si votava la risoluzione contro la Libia, Berlusconi con il resto del governo era all’Opera per le celebrazioni dei 150 anni di Unità Nazionale. Durante una pausa ci fu una riunione nel foyer con Ignazio La Russa, Franco Frattini, in colle­gamento telefonico da New York, Gianni Letta e il Presidente Napoli­tano che, insieme al ministro degli esteri e della difesa, sosteneva la necessità di allinearsi alle posizioni degli alleati in Europa.

“Mi rimetto a lei, Presidente”, disse Berlusconi. La posizione del Capo dello Stato, che in quel momento era sostenuta da vasti set­tori dell’opinione pubblica e delle forze politiche di opposizione, non è ancora stata chiarita ma è possibile ipotizzare che, a fronte di un inde­bolimento conclamato del Governo e del Presidente del Consiglio, e ad una antipatia mai nascosta per il leader libico, il Quirinale temesse che l’isolamento italiano potesse aggravarsi, scalzando definitivamente l’I­talia da un dossier vitale come quello nord-africano. Dando per sconta­to la caduta di Tripoli nelle mani dei ribelli, se l’Italia fosse rimasta dal­la parte di Gheddafi, o comunque defilata come la Germania, avrebbe quasi certamente perduto la possibilità di incidere sul futuro processo di transizione e quindi tutelare i propri interessi. Fino a quel momen­to infatti, l’Italia aveva separato la questione politica, riconoscendo il CNT e legittimando Mustafa Abdel-Jelil quale capo di Stato ad interim, da quella militare.

Al vertice di Parigi del 19 marzo, Berlusconi tentò comunque di ar­ginare la foga di Sarkozy, goccia che fece traboccare l’acqua dal vaso nel rapporto già logoro tra i due politici. Tuttavia, poiché la guerra non si sarebbe potuta fare senza le basi italiane, Berlusconi ottenne, in cam­bio del supporto logistico, che le operazioni fossero gestite dalla NATO così da sottrarne la guida ai Comandi francesi e inglesi. La resisten­za del governo di Parigi fu vinta solo grazie alla mediazione di Hillary Clinton e alle pressioni inglesi: quest’ultimi dimostravano, ancora una volta, quanto fosse importante per loro ancorare interventi di sicurezza alla cornice euroatlantica. Ciò nondimeno, negli stessi giorni circolò la voce che tra i bersagli da colpire fossero stati inseriti anche alcuni ter­minali petroliferi dell’ENI, una circostanza che l’ex Ministro Frattini ha definito: “Non inverosimile”.

[…] L’Italia mise a disposizioni le sue basi e, in una prima fase, gli aerei ricognitori italiani monitorarono unicamente i radar antiaerei libici. In aprile, tuttavia, il Governo decise di autorizzare i bombardamenti e l’A­eronautica iniziò la guerra vera. Da Grosseto decollarono i Tornado che, riforniti in volo sul Golfo della Sirte, utilizzando missili SCALP-EG Storm Shadow, sferrarono attacchi di profondità oltre le linee dell’eser­cito libico. L’Italia si premunì, per evitare vittime civili, ottenendo una sorta di diritto di veto sulle singole sortite e rifiutandosi di illumina­re gli obiettivi qualora il rischio di danni collaterali fosse stato ritenuto troppo alto. […].

Quando la guerra finì e Gheddafi fu esecutato insieme al figlio Mohatassim, Silvio Berlusconi si limitò a commentare “Sic transit gloria mundi”. Un epitaffio involontario anche per la fine, che sarebbe giunta di lì a poche settimane, del suo governo e della sua politica dell’amicizia.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di), con una prefazione di Giulio Sapelli, pp. 456, Idrovolante Edizioni;

Bella e perduta – L’Italia nella politica internazionale

I dubbi dell’accordo italo cinese

L’imponente Boeing 747 di Air China atterrato da Pechino nelle scorse ore con a bordo Xi Jinping e oltre 200 delegati, rappresenta al meglio l’importanza per la Cina di questo incontro bilaterale. Sui giornali molto si è scritto in merito a questo storico evento ma, il tono trionfale che ha caratterizzato i diversi incontri istituzionali e le cene di gala romane, necessitano di alcuni doverosi approfondimenti. Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza. 

I dubbi dell’accordo italo cinese - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

La Cina è senza ombra di dubbio un partner commerciale di primario livello. È la seconda economia mondiale dopo gli USA e ha una forza lavoro di 800 milioni di persone circa; il suo PIL cresce dal 1999 con un tasso mai inferiore al 6% e la disoccupazione media è la metà di quella italiana.

Di fronte ad un Europa debole (con un Italia a rischio stagnazione) intensificare i rapporti commerciali con Pechino è un opportunità a cui oggettivamente non si può rinunciare ma il memorandum sottoscritto tra i due governi nelle scorse, per un valore potenziale di 20 miliardi, rischia di essere un boomerang per il nostro paese.

Ad oggi, secondo i dati ufficiali del Ministero dello sviluppo economico, esportiamo in Cina poco più di 13 miliardi di Euro con addirittura una flessione rispetto all’anno precedente di quasi 3 punti percentuali. Di contro, l’importazione dal paese comunista, è pari a circa 31 miliardi di euro e i dati degli ultimi anni sottolineano una costante ed inarrestabile invasione di prodotti cinesi sul mercato nazionale. Un invasione talvolta dettata da una politica economica aggressiva e da una concorrenza sleale.

Una concorrenza che negli ultimi decenni è stata, in parte, la causa della chiusura di molte medie e piccole aziende italiane, specie lombarde, che non hanno retto la concorrenza asiatica nella produzione artigianale. Il memorandum firmato, è giusto ricordarlo, non ha valore legale ma è un accordo di intenti che prevede una serie di punti per un rafforzamento ed una maggiore partnership tra i due paesi.

Quello che non è chiaro è come l’Italia potrà guadagnare da un accordo di questo tipo visto che ad oggi c’è la certezza che potremo vendere (ed è un bene) le arance siciliane tramite il celebre portale “alibabà” ma di contro avremo ad esempio possibili ingressi azionari cinesi (ed è un male) nei CDA delle principali infrastrutture italiane. Infrastrutture determinanti per importare più beni dal gigante asiatico.

È noto a tutti che è l’esportazione a far crescere l’economia di un paese e la Cina rappresenta per noi il nono mercato per la vendita dei nostri prodotti. Sempre per chiarire la situazione con qualche numero ufficiale, vendiamo più Made in Italiy in Belgio che in Cina considerando però che la popolazione belga rappresenta meno di un centesimo di quella cinese mentre i nostri due principali mercati leader per l’export continuano ad essere la Germania e la Francia a cui vendiamo le nostre merci tra le 4 e le 5 volte rispetto a quanto si vende a Pechino.

Non si comprende allora perché tanto entusiasmo per un Memorandum con il Governo di Pechino e tanta acredine nei confronti di Berlino e Parigi senza cui la nostra economia sarebbe a terra. Certo l’Europa ha le sue colpe e l’ammonimento, più che giustificato, di Bruxelles dinnanzi agli accordi di questi giorni è tardivo e necessiterebbe di qualche esame di coscienza. Come è possibile ad esempio constatare che ogni importante infrastruttura costruita nella zona balcanica sia firmata da un’ azienda cinese e l’Europa non sia stata in grado di aiutare un’area geografica di naturale appartenenza europea?

Infine un ultimo punto, il cui silenzio assordante è stato interrotto dal solo presidente Mattarella, è quello sui diritti umani. Secondo Amnesty International l’85% delle condanne a morte al mondo avvengono in Cina; i principali siti internet quali Google, Facebook o Instagram sono inaccessibili. I processi sono sommari, la corruzione è ancora dilagante ed il presidente Xi Jinping auspica l’annessione del democratico stato di Taiwan senza alcuna remora. Un peccato che nelle sette pagine firmate nella sontuosa villa Madama non vi sia traccia di alcun riferimento a tutto questo.