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L’Europa accelerata, tra lo scontro USA-Cina e le volontà nazionali

Tutto il continente europeo è stato gravemente colpito dal virus e Paesi come l’Italia, la Spagna, il Regno Unito e la Francia hanno registrato centinaia di migliaia di contagi e decine di migliaia di morti, come ormai sappiamo dai costanti bollettini che hanno riempito in maniera spasmodica i mass media. Abbiamo però potuto ascoltare e leggere da molti osservatori come il risultato principale derivato dall’emergenza del Covid-19 sia stato quello di accelerare in maniera impetuosa le dinamiche nazionali e internazionali, già in atto prima dello scoppio della pandemia. Ciò è verificabile sia per lo scontro USA-Cina sia per quanto riguarda le dinamiche intra europee.

L’Europa accelerata, tra lo scontro USA-Cina e le volontà nazionali - Geopolitica.info

Il Vecchio continente, con l’Italia in primis, si è trovato ad essere il campo di battaglia dove le due grandi potenze mondiali, USA e Cina, duellano a colpi di promesse economiche e aiuti sanitari. L’obiettivo cinese, più o meno dichiarato, è quello di sfilare pezzo dopo pezzo i Paesi europei dal controllo che Washington ha avuto negli ultimi decenni. È evidente che per il valore prima culturale e poi economico avuto nel corso della storia, chi detiene un’influenza maggiore sull’Europa avrà la forza di ergersi come prima potenza mondiale.

Pechino, pur con palesi errori e omissioni nella gestione del coronavirus, sembra aver raggiunto già diversi risultati positivi, basti vedere i risultati dei diversi sondaggi fatti in Italia sulla percezione che la popolazione italiana ha delle alleanze internazionali del Paese. Washington si è trovata nella posizione di dover rincorrere la Cina sul piano degli aiuti, forte però di una posizione di partenza nettamente favorevole. Senza contare che al momento gli Stati Uniti sono il Paese con più contagi e vittime accertate, quindi non facili problematiche interne da dover gestire.

Come se non bastasse questa macro contesa, si può dire che il virus ha di fatto scoperchiato il desiderio e la ricerca, volente o nolente, di un ruolo maggiore degli stati nazionali, a discapito ovviamente delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo. L’Unione Europea si sta trovando innegabilmente in difficoltà nel definire delle risposte economiche univoche da dare in particolar modo alle regioni più colpite. Anche nella gestione e convivenza del virus ogni Paese ha di fatto agito autonomamente, ognuno con misure e tempistiche diverse. 

Gli aiuti sanitari tra i diversi Stati europei ci sono stati, magari non immediati, ma molto più di quanto si pensi o sia comparso sulle prime pagine dei giornali o nei programmi televisivi in prima serata. Nelle ultime settimane sono stati numerosi, infatti, i casi di pazienti ospitati in strutture ospedaliere straniere, le tonnellate di materiale sanitario spedite, o equipe mediche ‘prestate’ ai Paesi confinanti. Tutti questi esempi sono però avvenuti senza sbandieramenti o propagande fumose, come quelle cinesi o russe. 

Ma nel momento di crisi, e quindi del bisogno, (ri)affiorano infatti i singoli interessi nazionali che mettono a dura prova una condotta unitaria. Di fatto l’Unione è divisa tra il blocco dei Paesi del Nord (Olanda, Austra, Danimarca, Svezia tra tutti) e quello dei Paesi del Sud (come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia), mentre giocano quasi una partita a sè i Paesi del gruppo di Visegrad con posizioni e allineamenti controversi. La mediazione è affidata inevitabilmente all’asse franco-tedesco, visto il ruolo di potenze continentali, il loro particolare legame, e la capacità di Parigi e Berlino di farsi interpreti meno radicali dei due ‘schieramenti’. Una menzione va fatta per il Regno Unito, ormai non più coinvolto nelle decisioni comunitarie anche se le trattative per la definizione della Brexit sono ancora (stentatamente) in piedi. Londra, colpita duramente dal Covid-19, è impegnata anch’essa nella contesa tra Cina e USA, in particolar modo sul tema del 5G.

Come detto in precedenza queste divisioni esistevano ben prima dello scatenarsi del virus, ma la pandemia ha fatto sì che le tensioni più o meno sopite si palesassero. Analizzando il caso italiano, anche se la situazione è abbastanza simile in altri Paesi, si sono ancora di più polarizzate le contrapposte visioni di chi pensa ci sia bisogno di un’Unione Europea più vicina, stabile e attiva, poichè reputa necessaria una risposta multilaterale alle sfide attuali globali (vedasi Covid-19), e chi invece pensa che l’UE abbia fallito ed è pronto ad andare oltre facendo affidamento sulle forze del proprio Paese. L’antieuropeismo spesso è derivato dai risentimenti verso singoli Paesi ‘colpevoli’ di sfruttare una posizione di vantaggio, economico e non, ai danni dell’Italia, soprattutto nelle questioni che hanno tenuto banco in questi anni nell’agenda europea: la crisi finanziaria e i flussi migratori. Una posizione cresciuta esponenzialmente soprattutto negli ultimi mesi.

Nel futuro prossimo, visto il sempre più probabile protrarsi del virus nei mesi a venire, queste dinamiche evolveranno nel nostro Paese ed in tutto il continente europeo. Lungi dal voler indicare la correttezza di una delle due visioni, poiché sarebbe impossibile motivarla in poche righe; quello che per chi scrive appare necessario è il superamento di sterili ‘arroccamenti’ su proprie posizioni, ostinatamente presenti in entrambi gli schieramenti, senza tentare di operare una sintesi capace di racchiudere al proprio interno la vera volontà del Paese. 

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

La scacchiera geopolitica dell’asse Usa, Europa, Cina: i Balcani

Quando negli anni precedenti alla crisi del 2008 l’Europa politica si rifiutò di accogliere la sfida lanciata da Pechino per cercare di attuare una progressiva de-dollarizzazione dei mercati internazionali, certamente non immaginava che da lì a poco sarebbe andata incontro a una crisi di secondo livello capace di portare i debiti sovrani a toccare quote vertiginose. Mal digerito il rifiuto di Bruxelles, Pechino fu costretta a dirigere i propri commerci oltreoceano, aiutando indirettamente Washington a uscire dalla regressione e a imboccare la via dell’espansione. In poco tempo la crescita americana toccò quota 4% facendo registrare un importane aumento sotto il profilo occupazionale. L’Europa, invece, intraprese una lungo e tortuoso periodo di crisi che acutizzò le differenze economiche tra i Paesi membri. 

La scacchiera geopolitica dell’asse Usa, Europa, Cina: i Balcani - Geopolitica.info

Pechino scruta l’Europa 

Rispetto a quindici anni fa, quando le grandi potenze asiatiche si affrettavano a comprare euro per vendere dollari, oggi l’Europa appare tutt’altro che monolitica. Le spaccature interne, dettare da misure economiche che hanno indebolito i Paesi del Mediterraneo a scapito dei Paesi del Nord (pensiamo ad esempio al cosiddetto terzo shock europeo con l’allargamento dei mercati ad Est), hanno portato i vicini asiatici ad affacciarsi nuovamente sul Vecchio Continente, sondando il terreno per comprendere la profondità delle crepe. Nello specifico, la Cina, dopo aver sperimentato la pratica del soft power in Australia e in molti Stati africani, ha deciso di investire con maggiore insistenza nel quadrante dei Balcani Occidentali, ovvero quello che da molti viene considerato il “cortile di casa” dell’Unione Europea. Il destino dei Paesi dell’ex Jugoslavia sembra da sempre legato a doppio filo con quello dell’Europa Centrale, tornando a ricoprire ciclicamente ruoli più o meno principali per il futuro dell’intero continente.

Oggi, nei Balcani, si sta giocando una nuova partita tra l’espansionismo cinese e quello europeo. Le ragioni interne alla Unione, però, hanno creato una ragnatela di trame specifiche che spesso si scontrano e si sovrappongono a seconda dei casi. Con la pandemia provocata dal Covid-19, molti di questi interessi sono diventati maggiormente visibili, costringendo le parti ad intervenire in maniera più o meno diretta. In questi ultimi giorni sono stati almeno tre gli avvenimenti cruciali che hanno interessato la geopolitica balcanica. 

La Serbia e il Montenegro non sono Stati democratici

In primo luogo, il rapporto del think-tank americano Freedom House ha recentemente retrocesso la Serbia e il Montenegro da “democrazie” a “regimi ibridi”. Infatti, secondo il parere della più antica organizzazione americana per il supporto e alla difesa della democrazia in tutto il mondo, la Serbia negli ultimi 5 anni avrebbe perso molti punti nella graduatoria Nations in Transit, raggiungendo così il Montenegro, che già dal passato anno era stato classificato come Stato non democratico. Nello specifico, le accuse mosse a Belgrado ruoterebbero intorno alla trasparenza di alcuni procedimenti legislativi. Infatti, come emerge dal rapporto: “In Serbia, l’opposizione non ritiene di poter difendere efficacemente i cambiamenti politici perché il partito al potere ha lavorato per negargli l’opportunità di farlo, e dubita che potrà mai conquistare il potere attraverso le elezioni. Pertanto, ha scelto di boicottare il Parlamento nelle prossime elezioni del 2020. […] Il Partito di Vučić abusa della sua maggioranza in Parlamento, confondendo le attività del partito con quelle dello Stato, facendo pressione sugli elettori e utilizzando misure sociali per comprare consenso.”

A muovere dei dubbi, però, non è tanto la risoluzione nello specifico, ma più la tempistica di tale dichiarazione. Infatti, in questi ultimi mesi di crisi sanitaria, il governo di Pechino e quello di Belgrado si sono cercati con ancor più insistenza. Gli investimenti del gigante asiatico nell’ex capitale Jugoslava sono di vecchia data: l’allocazione di circa 10 miliardi per l’acquisizione cinese dell’impianto dismesso di Smederevo ( trasformato in seguito in uno maggiori snodi dell’economia interna, nonché fiore all’occhiello nel campo dell’export), e il finanziamento per l’ammodernamento della linea ferroviaria Budapest-Belgrado ( il cui costo di circa 1,7 miliardi è stato erogato dalla Exim Bank of China per l’85%), testimoniano come l’interesse cinese si muova verso gli Stati adiacenti all’Unione Europea. Inoltre, nel momento del bisogno, il presidente serbo Aleksandar Vučić si è rivolto direttamente a Pechino per chiedere aiuti e dispositivi di sicurezza per fronteggiare la virulenza del Coronavirus. Quanto domandato è stato immediatamente corrisposto, a costi di favore e in misura superiore per quantità. In quest’ottica, le recenti dichiarazioni di Vučić, secondo cui “l’unico Paese che può aiutarci è la Cina”, hanno tutto il sapore di un proclamo anti-Occidentale tramite il quale la Serbia cerca il suo agognato riscatto. 

Il vertice di Zagabria

Tanto negli States quanto in Europa, gli annunci di Belgrado hanno risuonato come un vero e proprio campanello d’allarme, sollecitando azioni immediate. Infatti, altrettanto poco casuale appare il recente vertice di Zagabria tra Ue e Balcani Occidentali. Al termine dell’incontro è stato erogato un pacchetto di circa 3,3 miliardi d’euro che andrà a finanziare il settore sanitario della Regione, attraverso la fornitura di beni essenziali. Altri 750 milioni di euro saranno destinati alla microfinanza, mentre quasi 2 miliardi andranno a coprire il settore degli investimenti. Allo stesso tempo, però, l’Europa si congeda senza alcun tipo di pianificazione o programmazione economica futura, e senza nessuna nuova spinta coesiva tra le diverse etnie presenti nel territorio.

 Nelle sei pagine del documento finale emergono solamente raccomandazioni e consigli, spesso, però, verosimilmente irrealizzabili per la realtà infrastrutturale di alcuni Paesi. “Gli investimenti – sostiene la relazione finale – sono di fondamentale importanza per stimolare la ripresa della Regione sul lungo termine e sostenere le riforme necessarie per continuare ad avanzare sul percorso europeo e colmare le disparità. I Balcani Occidentali dovrebbero trasformarsi in economie di mercato funzionanti, in grado di connettersi pienamente al mercato unico dell’UE. Creare posti di lavoro e opportunità imprenditoriali, migliorando il clima degli investimenti e promuovendo lo Stato di diritto…”. 

La teoria, però, è quanto mai distante dalla pratica. Pensiamo a realtà come la Bosnia ed Erzegovina o il Kosovo, dove le reti ferroviarie sono ancora in larga parte inutilizzabili, e nel sottosuolo sono presenti più di un milione di mine inesplose. La tipologia di investimenti esteri di cui parla Unione Europea diventa impraticabile senza prima cospicui finanziamenti a fondo perduto, volti all’ammodernamento delle più basilari infrastrutture. Dall’altra parte, a inizio di quest’anno, proprio l’Unione Europea aveva trovato delle spiegazioni per motivare il suo impegno superficiale nel quadrante balcanico. Secondo quanto emerge dal rapporto The power of perspective: Why EU membership still matters in the Western Balkans, una parte sostanziale delle colpe è ascrivibile agli Stati balcanici, che osteggiano le politiche comunitarie. “Parte del motivo – scrive l’European Council on Foreign Relations – per cui l’UE non è stata in grado di affrontare il lungo stallo istituzionale della Bosnia-Erzegovina è da ricondurre al debole interesse delle élite politiche bosniache a aderire all’UE. Ciò li ha resi solo raramente disposti a soddisfare le richieste dell’UE…”

E in questa infinita serie di dualismi, il ruolo della Cina è diventato sempre più gradito ai Paesi balcanici. Senza porre alcun veto sulle politiche sociali interne o sul rispetto delle minoranze etniche e dei diritti umani, Pechino ha messo sul piatto più di 10 miliardi nella sola Serbia in 10 anni, ha acquistato il 67% del porto del Pireo e ha ristrutturato completamente l’autostrada Salisburgo-Salonicco. Logicamente, l’indifferenza cinese per la sfera sociale, ha fatto sì che i soldi degli investimenti finissero nelle mani di pochi, lasciando i Balcani in preda a una forte corruzione, una preoccupante disoccupazione e al ritorno di partiti fortemente nazionalisti. 

La Cina e l’Italia

Il terzo evento da analizzare riguarda da vicino l’Italia. Come ormai è noto a tutti, immediatamente dopo l’iniziale smarrimento europeo dinnanzi al Coronavirus, tra le prime nazioni accorse in soccorso dell’Italia troviamo proprio la Cina. Per tutto il periodo della pandemica Cina e Italia, ma anche Spagna e Grecia, hanno intensificato le relazioni diplomatiche, utilizzando l’interscambio sanitario come possibile prova generale per futuri scambi economici. Il recentissimo investimento dell’azienda statale Faw nel campo della costruzione e produzione di vetture elettriche e plug-in, ha portato nelle casse dell’Emilia-Romagna circa un miliardo d’euro, aumentando la presenza dell’industria cinese nel Bel Paese. A differenza di quanto operato negli altri Stati, la Cina sperimenterà in Italia una sorta di Soft Power occidentalizzato. Verrà, dunque, utilizzata la forza lavoro locale, permettendo allo Stivale di godere direttamente dell’incremento occupazionale, e non verrà richiesto l’inserimento obbligatorio dello studio della lingua cinese nelle scuole. In cambio, Pechino godrà di nuove importanti fette di mercato estero, incentivando la produzione asiatica nel cuore della Comunità.

Tramite un sempre maggiore numero d’investimenti nei Balcani Occidentali, Xi Jinping spera di arrivare in poco tempo a penetrare nel cuore del commercio europeo. Contemporaneamente, però, cerca di esacerbare le fratture interne dell’Unione Europea per far orbitare intorno a sé i Paesi del Mediterraneo. Per questioni logistiche, realtà come Italia e Spagna, trarrebbero cospicui vantaggi se una parte del commercio europeo provenisse dal blocco balcanico, potendo mettere per prime le mani sui prodotti extraeuropei. Bruxelles, sembrerebbe essersi resa conto dall’insidia, e dunque, avrebbe agito con urgenza finanziando i circa sei miliardi nel vertice di Zagabria. Dall’altra parte, la bocciatura democratica proveniente dall’America, sembrerebbe innalzare Belgrado a moderna cortina di ferro, delimitando la zona d’influenza Occidentale da quella cinese. 

Quali prospettive? 

A pagarne le peggiori conseguenze, però, potrebbe essere la popolazione balcanica, che dagli investimenti asiatici ed europei trae un esiguo giovamento. Infatti, in ambedue i casi i finanziamenti sono rivolti a specifici progetti, che spesso transitano dai grandi centri urbani nazionali. Nessun piano di riqualificazione culturale, scolastica, sanitaria, occupazionale e infrastrutturale, sembra definirsi nell’immediato futuro della Regione. Al contrario, il fatto che le ingenti somme di denaro finiscano spesso nelle tasche di persone relativamente vicine a partiti politici, potrebbe far sì che i mai sopiti spiriti nazionalisti tornino ad ardere in maniera più vigorosa, trascinando i Balcani in nuovi scontri fratricidi. Così come accadde a ridosso del 1914, alle porte d’Europa si stanno sovrapponendo vari interessi finanziari distanti e contrari, che potrebbero far diventare nuovamente i Balcani una polveriera pronta ad esplodere.  

Alla luce di tutto ciò, tornano in mente le parole dell’ex Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan, che in merito alle guerre jugoslave di fine secolo disse: “In Bosnia-Erzegovina viene condotta una guerra mondiale nascosta, poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali e sulla Bosnia- Erzegovina si spezzano tutte le essenziali contraddizioni di questo e dell’inizio del terzo millennio”

#Covid19 – L’Unione Europea e il virus

Era il 5 Marzo scorso, quando la fragilità del progetto politico europeo, davanti all’emergenza legata al Covid-19, mostrava in modo inequivocabile le proprie profonde crepe.

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A margine di un Consiglio straordinario convocato per i Ministri della Salute dei 27 Paesi dell’Unione si è stabilito, su iniziata franco tedesca, che la commercializzazione delle “introvabili” mascherine tanto utili oggi alle nostre strutture ospedaliere fosse su base nazionale. Un’egoistica decisione, nei giorni seguenti poi abrogata, che di fatto ha vietato la fornitura di materiale sanitario da un Paese ad un altro in barba allo spirito comunitario tanto decantato a Parigi e a Berlino. Ma non è tutto.

Nei giorni successivi, mentre i vertici delle istituzioni europee sembravano brancolare nel buio, ogni Paese ha adottato le più diverse strategie per prevenire il Coronavirus sul proprio territorio lasciando l’Italia più sola che mai. Dopo aver da subito vietato i collegamenti aerei tra Roma e Vienna e aver bloccato i treni al Brennero, l’Austria ha nelle scorse ore chiuso i confini creando code infinite sui valichi per i mezzi privati e commerciali. La Slovenia ha bloccato i passaggi minori con l’Italia mentre lungo i varchi di primaria importanza sono comparse unità mediche che chiedevano agli stranieri vaghi certificati medici (compilati da non si sa chi) che potessero attestare la buona salute del passeggero. In caso contrario ingresso negato.

Se Bruxelles ha mostrato la propria inconsistenza sulla gestione dei confini legata alla convenzione di Schengen, il peggio è però arrivato lo scorso giovedì pomeriggio quando, con una surreale affermazione, il numero uno della Banca Centrale Europea Christine Lagarde ha comunicato che “non è compito della BCE controllare gli spread dei singoli Paesi”. L’infausta dichiarazione, che di fatto scaricava su ogni Paese le proprie difficoltà, ha contribuito in maniera determinante a far battere ogni record negativo alla Borsa di Milano capace di registrare un non invidiabile -16,92%.

Facciamo ora però un po’ di chiarezza. I trattati europei poco regolamentano l’ambito sanitario seguendo la logica, non priva di fondamento, che le istituzioni del singolo Paese siano in grado di ottemperare al meglio le esigenze della popolazione. È altrettanto doveroso ricordare che l’accordo di Schengen, il celebre trattato firmato nel 1985 che di fatto abolisce le frontiere tra i Paesi aderenti permettendo la libera circolazione delle persone, è possibile sospenderlo, previa comunicazione a Bruxelles, su richiesta del singolo Paese per esigenze particolari. Non vi è nulla di sbagliato quindi nelle decisioni politiche adottate da alcuni Paesi nei giorni scorsi per far fronte all’emergenza, così come non vi è nulla di scandaloso se una serie di Paesi, tra cui la Germania, hanno deciso di ricorrere alla chiusura della frontiere.

Ciò che ad oggi è inaccettabile è che ogni decisione adottata dal singolo Paese sia stata presa in modo del tutto autonomo senza alcuna cooperazione comunitaria. Anzi l’opposto: la decisione di vietare inizialmente la vendita delle mascherine dalla Germania all’Italia è stata “partorita” in seno ad una riunione del Consiglio, mentre la decisione di venir meno a tale provvedimenti è venuta dopo una telefonata bilaterale intercorsa tra il Presidente italiano Mattarella e quello tedesco Steinmeier. Così è stato per la gestione delle frontiere e così, purtroppo, sarà nelle prossime settimane quando l’emergenza oltre che sanitaria sarà anche economica.

L’emergenza Coronavirus, che sta causando la morte di migliaia di persone in tutta Europa, si dice colpisca principalmente tutti coloro che hanno pregresse patologie e che non godono di buona salute. L’Unione Europea, ed il suo spirito comunitario, è ormai appurato da anni che non goda di certo di buona salute e che gli acciacchi siano molteplici. Conviene allora che Bruxelles si attivi quanto prima a porre rimedio; la possibilità che il Covid-19 faccia una nuova, illustre, vittima non è del tutto remota.

Coronavirus e momento epocale: scenari globali e crisi

Siamo in un momento che appare epocale. Non solo per l’Italia ma, astraendoci dal nostro contesto nazionale, per l’intero assetto mondiale. 

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Stiamo probabilmente assistendo a uno scardinamento degli assetti della globalizzazione, che sull’apertura pressoché totale delle frontiere aveva basato la propria esistenza e che oggi si ritrova a fare molti passi indietro proprio nella gestione dei confini. Si torna, almeno nella fase più critica, a una chiusura che risulta in alcuni casi parossistica, per evitare che il virus dilaghi divenendo incontrollato col rischio di mandare in tilt il sistema sanitario di intere nazioni, come appare evidente nel caso italiano.

Proviamo a ragionare sui principali scenari mondiali, per comprendere la natura globale dell’attuale fase critica e momento di svolta. 

1) Revisione dell’assetto europeo – Fino ad oggi, la voce dell’Unione Europea non appare inconsistente, come è stato per molti altre situazioni critiche, ma molto di più: inesistente. Non una voce per sconfiggere il virus, in Italia o altrove, si è levata da parte dell’UE o per fronteggiare la relativa crisi sanitaria ed economica. La domanda sorge dunque immediata: siamo sicuri che l’Unione Europea rimarrà, dopo la crisi, la medesima che abbiamo conosciuto fino ad oggi? Qui le ipotesi sono molteplici e tutto dipenderà dal dilagare o meno del virus. Nel caso in cui la situazione italiana si presenti anche per gli altri Stati, come sembra stia avvenendo, è verosimile che le critiche già in precedenza mosse alla maglia economica europea e al suo assetto politico si faranno assai più vibranti, arrivando probabilmente a una ridefinizione strutturale: in termini politici, istituzionali ed economici.  

Nel caso in cui, invece, la diffusione sarà contenuta e la situazione critica riguarderà pressoché unicamente l’Italia, si potrebbe assistere a due diverse strade: da una parte potrebbe intensificarsi la “pressione” europea sul nostro paese, con misure probabilmente impopolari e con una scarsa possibilità di manovra che verosimilmente ci porterà a una condizione economica ancora più critica, soprattutto se da parte del governo si manterrà una posizione “morbida” nelle richieste di aiuti economici all’UE. Dall’altra, con una scelta politica forte, non dettata dall’Unione, si potrebbe superare la fase più critica. In entrambi i casi, si potrebbe assistere a un moto di protesta veemente, col risultato di un rinvigorimento ulteriore delle posizioni antieuropeiste. Tale opzione potrebbe essere attenuata solo nell’ipotesi di un consistente aiuto da parte europea che però, al momento, appare davvero poco verosimile.

2) La crisi economica – Le borse hanno aperto con una calo drastico, nel caso italiano pari al 10%, quando da diversi parti se ne invocava la chiusura, al fine di evitare speculazioni e operazioni di sciacallaggio finanziario ai danni delle aziende nazionali. Quel che appare certo è che il sistema nazionale, con il blocco parziale delle attività commerciali e produttive per almeno un mese, subirà un decremento drammatico che necessiterà di misure urgenti e straordinarie. Soprattutto nel caso in cui il virus dovesse estendersi anche agli altri paesi si metterà probabilmente in crisi l’impianto europeo. Chi deciderà le misure per contenere la pressoché inevitabile crisi? L’Unione Europea è pronta a fornire supporto e allargare le maglie finanziarie? La domanda sembra retorica, soprattutto considerando le mancate risposte da Bruxelles in queste fasi così critiche. La questione si farà ancora più urgente nel momento in cui anche gli altri paesi si troveranno nella medesima condizione italiana: come gestire una crisi non solo nazionale ma anche continentale? Varranno ancora le regole imposte dall’Unione agli Stati membri? Quel che sembra oggi, tenendo in considerazione le parole di Ursula von der Leyen arrivate solo ieri, è che ci si muoverà in maniera forte solo con il coinvolgimento di Francia e Germania

3) Frontiera Turchia-Grecia – Alla crisi del coronavirus, sanitaria ed economica, si aggiunge quella riguardante il confine greco-turco, che dallo scorso 27 febbraio ha visto l’apertura dei confini da parte turca, come forma di ricatto proprio nei confronti di un’Unione Europea, dopo l’uccisione di 36 soldati turchi a Idlib, la zona siriana ancora in mano ai ribelli. L’UE già in passato aveva fatto larghe concessioni a Erdogan perché fermasse l’afflusso indiscriminato di migranti: nel 2016 fu infatti pattuito l’accordo per un totale di 6 miliardi di euro destinati a questo scopo. L’accordo non era esente da forti contraddizioni europee proprio in merito alla gestione del fenomeno migratorio: da bloccare se proveniente dalla Turchia, anche con ingenti somme di denaro, da tollerare per gli stessi paesi europei e con aiuti per la gestione del fenomeno che sono stati lenti e insufficienti, lasciando sulle spalle dei singoli paesi la responsabilità degli arrivi.

4) La gestione dei migranti – Qui si arriva al terzo punto, legato a entrambi i precedenti: cosa ne è, in un paese con una zona rossa estesa all’intero territorio nazionale, dei migranti in arrivo clandestinamente nelle nostre zone? Non è una questione secondaria, ma è una situazione che pone molteplici interrogativi: saranno posti sotto sorveglianza? Verranno messi in quarantena? Si respingeranno? C’è un ulteriore aspetto: cosa ne sarà dei migranti italiani all’estero, molti dei quali ad oggi vengono respinti o mantenuti in patria? Anche in questo caso, l’Italia e l’Unione Europea saranno chiamate a dare risposte concrete nello specifico di tali questioni e, più in generale, delle contraddizioni profondissime che stanno mostrando. 

5) La globalizzazione – Cosa ne sarà dei confini aperti, di Schengen, della mobilità senza vincoli o con restrizioni molto limitate, della globalizzazione che ritenevamo una sorta di realtà immutabile, data per acquisita? Dopo la crisi del coronavirus, dettata anche dal mancato controllo in ingresso e della quarantena di chi, al di là dell’appartenenza nazionale, proveniva dalla Cina, probabilmente si rivedrà la flessibilità che ha caratterizzato molte delle politiche europee e occidentali più in generale, si rivedrà l’assetto stesso della globalizzazione, tornando a dare un ruolo a quei confini che negli ultimi decenni sono stati profondamente rivisitati in funzione del totem di quella globalizzazione senza controlli che ritenevamo un dato scontato.

6) Il ruolo della Cina nel mondo e gli assetti mondiali – L’Italia negli ultimi mesi ha stretto accordi economici con la Cina, spostando di fatto in parte la storica alleanza strategica dall’Atlantico verso l’Asia, sull’onda del grande progetto di Nuova Via della Seta che coinvolgerebbe snodi commerciali strategici dell’intero continente europeo. Il mondo intero sembrava stesse mutando il proprio baricentro, secondo la prospettiva di molti, dagli Usa verso la Cina. La crisi dettata dal virus ci impone però alcuni interrogativi sostanziali: il mondo è davvero pronto al “secolo cinese”, a dare un ruolo di leadership – o di contesa agli Usa nella leadership mondiale – a quella Cina in cui vige un regime totalitario (è questo un aspetto utile da ripetere, tenendo conto che molti media nazionali sembrano spesso dimenticarsene)? 

Si tratta della stessa Cina in cui il virus è nato e dal quale è partito, anche in virtù di un regime che ha gestito in maniera centralizzata le informazioni in merito ad esso, anche se la stessa centralizzazione ha poi contribuito alla successiva gestione del virus. La strada intrapresa dal nostro paese e da altri europei rimarrà davvero quella di una relazione sempre più stretta col colosso asiatico?

Conclusioni – Questi sono gli scenari che si pongono davanti ai nostri occhi, allargando lo sguardo analitico alla scala globale. Questa è l’unica in grado di darci l’approccio utile a fronteggiare il momento critico, anche a livello nazionale, per contenerlo, e che fornirà gli strumenti utili a comprendere le trasformazioni in atto che, al momento, appaiono di enorme portata.

Le “contro-misure” Europee per contenere l’espansionismo del Dragone

Negli ultimi anni le imprese europee sono state coinvolte in numerose operazioni di fusione e acquisizione da parte di operatori cinesi, in particolare di origine statale, le State Owned Enterprises (SOEs), che agiscono come longa manus del Partito Comunista Cinese (PCC) in virtù del binomio inscindibile tra politica ed economia. La graduale allocazione di ampie quote di mercato da parte delle società cinesi, nonché le implicazioni che ciò comporta a livello di concorrenza nel mercato unico, hanno fatto sorgere degli allarmismi in capo alla Commissione Europea che ha reagito introducendo alcune misure a tutela dell’interesse europeo.

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La cooperazione tra l’Unione Europea e la Cina ha senz’altro subito un notevole impulso in concomitanza con la diffusione dell’iniziativa delle “Nuove Vie della Seta”, più comunemente conosciuta come “Belt and Road Initiative”, che ha favorito non solo la collaborazione economica tra le due parti, ma ha comportato anche la necessità di valutare i potenziali rischi della presenza di numerosi operatori cinesi all’interno del mercato unico.

A tal riguardo, nell’ottica di definire un quadro comune di cooperazione è stata elaborata la EU-China 2020 Strategic Agenda for Cooperation, un documento programmatico che individua dieci iniziative di natura strategica da perseguire mediante il partenariato strategico Cina-UE e volto a garantire il mutuo beneficio tra le parti, sintetizzabile nell’espressione coniata dal Presidente Xi Jinping della “win win cooperation”.

Inoltre, stanno proseguendo le negoziazioni per l’elaborazione di un Accordo Bilaterale sugli Investimenti, EU-China Comprehensive Agreement on Investments, volto a fornire un framework comune ed organico, che possa sostituire i ventisei accordi bilaterali (Bilateral Investment Agreements) attualmente in vigore e sottoscritti tra i singoli Paesi membri e la Cina. Il presente accordo sarà volto (i) a favorire la liberalizzazione degli investimenti tra le parti contribuendo a creare nuove opportunità economiche; (ii) a definire un quadro economico aperto, equo (il cosiddetto common level playing field), a condizioni trasparenti e a tutela della libera concorrenza, in linea con la prassi del commercio internazionale; (iii) ad assicurare un adeguato livello di tutela e di protezione per le imprese europee nella fase di accesso al mercato cinese.

Nonostante nell’ultimo anno si è assistito ad una notevole riduzione degli investimenti esteri diretti (IED) provenienti dalla Cina – pari a circa il 40% – rispetto ai risultati registrati negli anni precedenti, gli IED hanno continuato ad essere finalizzati soprattutto all’acquisizione di imprese europee operanti in settori strategici dell’economia (ad esempio, nel settore delle infrastrutture, dell’energia, dei trasporti) ovvero all’acquisto di quote di partecipazioni rilevanti nelle compagini societarie europee.

La progressiva affermazione cinese nei mercati globali corroborata da una strategia predatoria, che da alcuni è stata definita come una forma di “neocolonialismo”, ha portato alcuni Stati membri ad adottare un meccanismo di controllo nazionale degli investimenti o ad implementare le misure già esistenti rendendole più restrittive al fine di tutelare gli interessi nazionali (attualmente gli Stati che hanno un proprio meccanismo di scrutinio sono quattordici). A titolo esemplificativo, si consideri il sistema di scrutinio introdotto in Francia che ha sancito l’obbligo del rilascio di un’autorizzazione preventiva da parte del Ministro dell’Economia (tipologia di controllo ex ante) come condizione sospensiva per il completamento dell’operazione di investimento, nonché il riconoscimento in capo al medesimo del potere di opporsi all’operazione – laddove fossero integrati determinati presupposti – o di stabilire delle soglie massime per la titolarità da parte di uno straniero di quote societarie in assets francesi strategici.

Pertanto, la necessità di rispondere alle nuove sfide nel panorama del commercio internazionale e la duplice esigenza di tutelare gli interessi essenziali dell’Unione e dei singoli Paesi membri, hanno trovato una sintesi nell’adozione, nel marzo scorso, del Regolamento (UE) n. 452/2019 che ha istituito un quadro comune per il controllo degli investimenti esteri nell’Unione provenienti da Paesi Terzi, il cosiddetto EU FDI Screening Mechanism, la cui entrata in vigore è prevista a partire dal prossimo ottobre.

Tale meccanismo permetterà (i) di istituire una procedura di scrutinio per gli IED trasparente e non discriminatoria; (ii) di introdurre un meccanismo di dialogo e di coordinamento tra gli Stati membri e la Commissione Europea; (iii) di armonizzare le singole discipline nazionali in tema di procedure di controllo.

Con riferimento alla modalità in cui si articola la procedura di scrutinio, la Commissione – al fine di valutare se l’investimento sia, o meno, lesivo dell’interesse comunitario – dovrà valutare se il medesimo (i) possa costituire una minaccia per la sicurezza pubblica o ci sia un fondato motivo di ordine pubblico tale da proibire l’investimento; (ii) sia destinato in quei settori previsti dall’articolo 4, paragrafo 1 del regolamento in oggetto che vengono definiti “sensibili” (come poc’anzi detto, si fa riferimento al settore delle infrastrutture critiche, delle telecomunicazioni, dell’energia, della difesa, dello spazio, dell’intelligenza artificiale); (iii) derivi da un operatore economico che sia direttamente controllato dagli apparati statali del Paese da cui proviene. Con riferimento a quest’ultimo punto occorre ricordare che le SOEs sono strettamente dipendenti dalle logiche partitiche e, di conseguenza, devono perseguire le direttive e gli obiettivi individuati dagli organi politici all’interno del “Piano Quinquennale sullo Sviluppo Economico e Sociale Nazionale della Repubblica Popolare Cinese”, il Five-Year Plan, documento programmatico di carattere politico-economico.

Pertanto, il meccanismo di dialogo tra gli Stati membri e la Commissione può essere riassunto nel modo che segue: da un lato, il singolo Stato oggetto della potenziale operazione di investimento dovrà darne preventivamente comunicazione alla Commissione, indicando la natura dell’assetto proprietario dell’investitore estero e il settore target in cui l’investimento sarà destinato; dall’altro lato, la Commissione dovrà valutare, alla stregua dei criteri sopra menzionati (i – iii), se l’investimento possa incidere sulla sicurezza nazionale e, in caso affermativo, dovrà emettere un parere (atto non giuridicamente vincolante) indirizzato allo Stato interessato dall’investimento.

L’approdo a tale meccanismo ha manifestato la necessità di prevedere alcuni interventi di riforma alla politica economica europea in vista delle nuove sfide che le imprese europee si troveranno ad affrontare nel mercato globale. Se in un primo momento il partenariato con la Cina sembrava configurarsi in una collaborazione a lungo termine, recentemente, la neo eletta Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha manifestato la necessità di ridefinire la relazione con la Cina “define (the EU’s) relations with a more self-assertive China”, manifestando, di converso, la volontà di rafforzare il legame con gli Stati Uniti.

Identificando la Cina in questi termini, lo spirito riformatore perseguito dalla Commissione è sintetizzabile nella “Nuova Politica Industriale Europea” (ex art. 173 TFUE) che raccoglie delle strategie – da realizzarsi nell’arco del quinquennio – per favorire la crescita industriale e, inter alia, le concentrazioni tra le grandi imprese europee, le European Champions, rafforzandone la posizione nel contesto multilaterale e rendendole in grado di concorrere con i grandi colossi mondiali. Pertanto, sarà di fondamentale importanza che l’Unione Europea adotti opportune misure per affermarsi nella scacchiera delle dinamiche globali.

GeRussia di Salvatore Santangelo (Castelvecchi) torna in libreria in occasione del trentesimo anniversario della Caduta del Muro di Berlino

Con la caduta del Muro di Berlino, la questione tedesca che per quarant’anni aveva diviso l’Europa e, con essa, il mondo trovava infine soluzione nella riunificazione delle due Germanie e nella successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. A trent’anni dai fatti di quel novembre 1989 si rende necessario riflettere nuovamente sul valore di quegli eventi che, chiudendo il Secolo Breve, aprirono una fase di riesame, forse ancora insoluta, sul significato dell’essere Europa, sui suoi confini e la sua identità.

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Da questi presupposti muove Salvatore Santangelo con il suo “Gerussia, l’orizzonte infranto della geopolitica europea a trenta anni dalla caduta del Muro”, un testo che ritorna in stampa in occasione di uno degli anniversari più significativi della storia recente con l’intento di spiegare le profonde relazioni tra Russia e Germania e, attraverso questa, l’Europa.

Santangelo ripercorre le burrascose vicende che hanno legato Germania e Russia e instaurato tra di esse un rapporto peculiare e senza eguali nel panorama europeo. Dall’unificazione tedesca del 1870 (per la quale la mancata opposizione di San Pietroburgo fu determinante) al ruolo di Berlino nell’ascesa al potere dei bolscevichi, dal riavvicinamento tattico di Rapallo (1922) a quello di più ampio respiro favorito dall’Ostpolitik di Brandt, fino alle nuove intese che, benché con stili diversi, hanno caratterizzato l’approccio di Schroeder e della Merkel verso la Federazione Russa di Putin.

In mezzo, la tragedia incommensurabile dell’Operazione Barbarossa, che nei suoi esiti ha portato alla morte del regime nazista e alla affermazione mondiale di quello sovietico. Cicatrici che non passano ma che, paradossalmente, e in un caso forse unico al mondo, quasi aiutano a rinsaldare i rapporti tra le due nazioni, o se non altro a renderli più profondi e meno scontati.

Tante inoltre le occasioni mancate, che l’autore ha il merito di riportare alla luce a dispetto dell’oblio storiografico in cui sono finite. Parleremmo oggi di un’Europa diversa se il progetto di Hanotaux, ministro degli esteri francese alla fine del XIX secolo, fosse andato in porto: un’alleanza franco-russo-tedesca avrebbe forse scongiurato l’ecatombe novecentesca, e magari rallentato – o quanto meno ritardato – l’inesorabile declino europeo.

Ma Gerussia, ovvero l’asse russo-tedesco nella terminologia coniata dal Centro Studi di Geopolitica della Duma nel 1991 – una nuova traiettoria strategica resa possibile proprio dalla caduta del Muro di Berlino e dai mutati equilibri globali – oggi non vive certo di rimpianti, bensì di opportunità. Nessuno, a Mosca o a Berlino, ne sottovaluta la portata.

Gli scambi commerciali (50 miliardi di dollari annui, con un trend in costante crescita), gli accordi per il gas (con il raddoppio di Nord Stream che avanza a tappe forzate), le politiche di investimento (secondo Keynes, il ruolo storico di Berlino sarebbe stato quello di modernizzare il Paese degli Zar – una funzione che sembrerebbe non essere cessata): tutti fattori che spingono in direzione di una maggiore integrazione tra le due economie.

Gli ostacoli però non mancano.

Più che della generica attenzione della Merkel verso il rispetto dei diritti umani, Gerussia negli ultimi anni ha risentito della questione ucraina (nella quale i tedeschi, egemoni – benché riluttanti – dell’UE, non possono far finta di nulla) e per il nuovo corso intrapreso dalla NATO, un’organizzazione sempre più condizionata dalle paure e dai retaggi dei suoi nuovi membri orientali.

Inutile dirlo, molto dipenderà dalle policies di Trump, ancora non chiaramente impostate nei confronti del Cremlino. Al di là delle intenzioni dei leader, però, è dalla “postura degli apparati” che si possono trarre delle previsioni sul futuro. E se in America questi sono fortemente antirussi, in Germania (anche grazie ai fitti legami industriali) vanno al contrario in continuo pressing per un consolidamento delle relazioni.

Tutto ciò è espresso nelle parole dello stesso Putin, «tra la Russia e gli Stati Uniti c’è un oceano, mentre «tra la Germania e la Russia c’è una grande storia”.

Il quesito fondamentale di Gerussia resta comunque aperto: basterà la convergenza degli interessi geoeconomici a mantenere salda l’intesa?

Lo spettro di una escalation, così come quello di uno sfaldamento dell’Europa, non è poi così lontano. Da Washington a Varsavia circolano piani bellici inquietanti, nei quali la Russia viene vista come una minaccia alla stabilità europea e non come un partner nella lotta alle nuove sfide globali, come il terrorismo e l’integralismo islamico.

La risoluzione della questione tedesca non ha quindi dato una risposta al problema della sicurezza e della stabilità europea che resta, oggi come allora, intimamente legata alla sicurezza e alla stabilità della Russia. Condizionamenti interni ed esterni nel rapporto tra Mosca e Berlino sono evidenti ma è indubbio che la futura stabilità dell’Europa dipenderà, in una misura non piccola, dalla salute di Gerussia.

 

 

 

 

 

 

Lo scacchiere africano: gli interessi italiani e i contendenti internazionali

Le opportunità economiche di una regione in via di sviluppo, la possibilità di acquisire nuove alleanze in considerazione del peso del blocco africano nelle Nazioni Unite e la ricchezza di risorse naturali del continente fanno dell’Africa il nuovo scacchiere della competizione internazionale. Quali sono i competitors nella regione? Da quali interessi sono spinti? E come influenzano la politica estera italiana nell’area?

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Competitori europei: Francia, Germania, Germania, Regno Unito

La strategia francese in Africa si è scontrata con quella italiana, soprattutto in Libia. Dato il suo importante passato coloniale nella regione del Maghreb, quest’area è considerata dalla Francia un punto di interesse nazionale. Anche l’Italia ha in Libia due interessi fondamentali: il petrolio e i flussi migratori. La posizione dell’Italia è stata finora in linea con le Nazioni Unite, riconoscendo il governo di Tripoli e prendendo contatti con il generale Haftar solo occasionalmente. Diversamente, l’atteggiamento della Francia nei confronti delle due principali fazioni all’interno della Libia ha portato ad un’estrema ambiguità. Anche se la Francia sostiene ufficialmente l’autorità sostenuta dall’ONU di Tripoli, il governo ha mantenuto un’efficace linea di comunicazione con il generale Haftar e l’autorità militare di Tobruk. La Francia ha approfittato della mancanza di una linea esecutiva e politica coerente dell’Italia per promuoversi come unico leader della pacificazione libica. Organizzando e promuovendo in maniera autonoma l’incontro delle due più importanti personalità libiche, la Francia ha avanzato il suo ruolo internazionale a scapito di quello italiano. L’Italia, di conseguenza, ha perso influenza in un Paese dove l’ENI è presente in maniera sostanziale.

La Germania vorrebbe rilanciarsi nel continente africano, a partire dalle sue vecchie colonie. Il problema del governo tedesco è con la Namibia non è stato mai archiviato: la Germania ha perpetrato un genocidio dell’etnia Herero tra il 1904-1905. Per anni i due paesi sono stati coinvolti nei negoziati, e sembra che le autorità tedesche abbiano infine accettato la definizione di genocidio per i crimi commessi.  Al di là delle difficoltà di ottenere influenza culturale, i tedeschi hanno deciso anche di lanciare un “Piano Marshall” per l’Africa, come lo ha definito il ministro tedesco dello sviluppo Gerd Müller. Il piano di Müller consiste in ambiziose politiche per le nazioni africane, che però sembrano di difficile attuazione senza il coinvolgimento, almeno, dell’UE.

Il Regno Unito dopo il voto a favore di Brexit ha dovuto cercare nuove alternative per incoraggiare il commercio internazionale. Questo atteggiamento ha portato ad un impegno più profondo tra il Regno Unito e la Nigeria. Nel 2017, la moneta nigeriana è stata classificata come “valuta pre-provata”. In questo modo i britannici hanno la possibilità di fornire aiuti direttamente in valuta Naira e la Nigeria ha l’opportunità di dare garanzie utilizzando la valuta locale. Per lo scenario post-uscita dall’UE, il governo britannico sta cercando di promuovere destinazioni alternative per il commercio estero e l’Africa è tra i suoi obiettivi.  L’Africa è il primo beneficiario degli aiuti allo sviluppo del Regno Unito, più di ogni altra regione, e l’ammontare degli aiuti al commercio è aumentato negli ultimi anni dal 28,5% nel 2012 al 37% nel 2014, come analizzato dal Financial Times sui dati OCSE. La strategia del Regno Unito in Africa è attualmente guidata solo dalla necessità di trovare rotte economiche nuove per limitare l’impatto dell’imminente abbandono del mercato interno europeo.

Potenze emergenti: India e Turchia

L’interesse della Turchia per il continente è cresciuto significativamente nell’ultimo decennio: dal 2003 ad oggi, Erdogan ha visitato un totale di 23 paesi per 39 volte con una triplicazione degli scambi bilaterali Turchia-Africa.  Inoltre, la Turchia ha adottato strumenti di soft power come i piani umanitari e allo sviluppo, sempre nell’ intento di rafforzare le relazioni economiche e strategiche con il continente. Tuttavia, la strategia turca è guidata principalmente dalla necessità di materie prime per il proprio settore manifatturiero e industriale.

Anche l’India sta cercando un margine di manovra in Africa, dove sta provando a guadagnare terreno attraverso il soft power.  Si propone, infatti, come un alleato meno “coercitivo” delle superpotenze o ex imperi coloniali. Il partenariato tra India e Africa ha fatto notevoli progressi nell’ultimo decennio, come dimostrano le numerose forme di impegno tra i due paesi in tutti i settori, dall’economia, alla ricerca, al supporto per le azioni dell’ ONU. Un elemento cardine dell’interesse strategico dell’India è la necessità di diversificare il suo profilo energetico, in particolare nel campo del petrolio: l’Africa è quindi un’area chiave (Badrul Alam, 2016).

Super Powers: US, Russia, China

Gli interessi degli Stati Uniti e della Cina nel continente sono molto simili: entrambi aspirano a un accesso sicuro al petrolio, al sostegno politico dal maggior numero possibile di Stati africani e all’aumento delle esportazioni. Anche questi punti sono tipici della strategia italiana, seppur, ovviamente, sono stati perseguiti su scala ridotta e focalizzati su obiettivi strettamente strategici. La Cina è concentrata su percorsi diplomatici per raggiungere i propri obiettivi con particolare interesse all’accettazione della “One China policy” come condizione necessaria agli aiuti, mentre gli Stati Uniti sono principalmente interessati al mantenimento delle basi militari sul suolo africano. I cinesi hanno posto l’Africa al di sopra dell’America Latina e del Medio Oriente nella loro lista di priorità e hanno concentrato i loro sforzi su una strategia a lungo termine. La struttura politica americana, affidando grandi potenze nelle mani dell’esecutivo, che però varia ogni quattro anni, non è riuscita a definire una strategia coerente e a lungo termine per il continente. Dunque, la Cina ha approfittato dell’importanza strategica secondaria dell’Africa per gli Stati Uniti, in modo da trovare un campo in cui espandere la sua influenza internazionale senza entrare in conflitto diretto con gli americani.

Durante la Guerra Fredda, l’influenza e la presenza russa nel continente è stata notevole. Con il crollo dell’Unione Sovietica è crollato anche l’interesse russo per l’Africa. Oggi la Russia sta cercando di riaffermare il suo ruolo primario negli affari globali e il suo status di potenza mondiale. La nuova corsa all’Africa potrebbe sfociare in una via d’uscita all’isolamento russo negli affari internazionali, soprattutto alla luce del sostegno alle azioni sponsorizzate dalla Russia in seno all’ONU. Infatti, le esportazioni dirette in Africa possono essere etichettate come “politiche”: la Russia è, insieme agli Stati Uniti, uno dei principali fornitori di armi sia per i paesi della regione nord che per i paesi subsahariani. Putin ha sostenuto un ruolo attivo della Russia nelle missioni di pace delle Nazioni Unite nel continente, e al giorno d’oggi il personale militare russo impegnato in Africa supera la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti messi insieme. La strategia russa va oltre l’approccio finanziario e militare: sta elaborando una specifica narrazione di “Africa russa” che sottolinea il loro storico sostegno alla liberazione dell’Africa. Mentre gli indicatori economici tra i due sono in aumento e l’interesse economico sta diventando una componente significativa dell’impegno della Russia, è evidente che il vero interesse del Cremlino è quello di acquisire un’influenza politica strategica, soprattutto alla luce della già privilegiata situazione energetica della Russia.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!