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Libia e Cipro: due crisi legate dalla politica energetica turca

Uno degli obiettivi strategici a medio-lungo termine del “neo-ottomanesimo” di Erdogan è quello di fare della Turchia la potenza egemone del Mediterraneo orientale. L’apertura di basi militari in Sudan e Somalia è funzionale a rafforzare la presenza turca nel crocevia marittimo del Mar Rosso, in una zona massicciamente interessata dal passaggio delle rotte commerciali e petrolifere tra Europa ed Asia; la presenza militare turca in territorio siriano; il ruolo di punta che Ankara sta rivestendo nella crisi libica sia con il sostegno militare ad al-Sarraj che con la guida delle trattative tra i contendenti, per non parlare dell’accordo bilaterale con Tripoli sull’estensione delle rispettive ZEE nel Mediterraneo; questi sono tutti elementi che, se considerati come parte integrante di un unico puzzle geostrategico, fanno azzardare l’ipotesi che gli attuali sviluppi della guerra in Libia e la crisi politico-diplomatica nella ZEE cipriota siano collegate.

Libia e Cipro: due crisi legate dalla politica energetica turca - Geopolitica.info

Dal punto di vista giuridico una ZEE è la zona marina di massima estensione di 200 miglia in cui lo Stato costiero esercita diritti sovrani sulla massa d’acqua per la gestione delle risorse naturali (principalmente di pesca) e per la protezione dell’ambiente marino. Il relativo regime, stabilito dall’Unclos, ha assunto anche un valore consuetudinario. Il limite esterno della ZEE, se non diversamente stabilito, coincide con quello della sottostante piattaforma continentale in cui lo stesso Stato ha il diritto di sfruttare le risorse minerarie quali idrocarburi, noduli polimetallici e terre rare.

Il 4 ottobre scorso la nave di perforazione “Yavuz”, scortata da naviglio della Marina Militare Turca, era entrata nelle acque del “Pozzo di Guzelyurt – 1” considerate da Cipro come parte integrante della propria ZEE, in cui Nicosia aveva concesso una licenza di esplorazione congiunta alla compagnia italiana ENI ed alla francese Total. A fronte delle proteste cipriote, il ministro per l’Energia di Ankara Fatih Donmez aveva dichiarato che l’obiettivo della “Yavuz” era quello di rendere disponibili le risorse energetiche al popolo turco, sottolineando come quelle acque fossero di pertinenza della non riconosciuta Repubblica Turca di Cipro Nord, cioè dell’unica ZEE turca fino a quel momento nota. I francesi per tutta risposta inviarono due fregate a Larnaca – ufficialmente per operazioni congiunte con la Marina cipriota –  mentre l’UE sanzionò Ankara annunciando che le trivellazioni illegali turche avrebbero condizionato negativamente i negoziati sui nuovi insediamenti nell’isola.

Dal punto di vista politico i turchi avevano manifestato insofferenza per la concessione di licenze di sfruttamento esclusive da parte di Cipro. ENI e Total avevano ottenuto licenze per l’esplorazione di 7 dei 13 quadranti in cui è divisa la ZEE cipriota e tra le altre compagnie sono presenti in quelle acque anche le statunitensi Exxon Mobil e Noble Energy, l’israeliana Delek e l’olandese Shell.  A febbraio 2019 la Turchia aveva provato a mostrare i muscoli inviando proprie navi militari a chiudere la rotta della nave di perforazione “Saipem 12000”, noleggiata da ENI, diretta verso il quadrante 7 con licenza di Nicosia. La crisi diplomatica innescatasi con l’Italia ha gettato nuova luce sull’annoso problema giuridico ma ancor prima politico della definizione chiara dei confini delle ZEE che, come spiegato approfonditamente da Fabio Caffio su “Analisi Difesa” (https://www.analisidifesa.it/2019/12/oltre-lintesa-turco-libica-il-problema-delle-zee-nel-mediterraneo/), è parte integrante di quelle norme di diritto internazionale variamente interpretabili in cui sono gli Stati nazionali e non le organizzazioni sovranazionali ad avere l’ultima parola.

A dicembre 2019 Erdogan ed al-Sarraj hanno firmato un memorandum sulle rispettive ZEE: dalla parte libica il tratto di mare considerato è quello compreso tra il confine egiziano e Derna (territori oggi controllati da Haftar) e da quella turca partendo dal tratto di mare alle spalle dell’isola greca di Castellorizo fino alla Penisola di Marmaris. Tali scelte mettono in evidenza da una parte la volontà turca di sfruttare il rispetto formale e sostanziale da parte di Atene della moratoria NATO del 1974 atta ad impedire ai greci di proclamare proprie ZEE oltre i limiti delle acque territoriali, dall’altra la decisione di Erdogan di giocarsi una partita delicata ma fondamentale a Cipro sul fronte energetico.

La nuova ZEE turco-libica spacca in due le rotte mediterranee e potrebbe creare, in caso di inasprimenti delle relazioni con l’UE o con altri Paesi impegnati in Libia o a Cipro, delle ritorsioni da parte di Ankara sulla posa dei gasdotti (questione gasdotto East Med).

Le scelte di Ankara hanno subito innescato la prima reazione: nei giorni scorsi infatti il governo greco, che fino a quel momento si era tenuto lontano dall’intervenire direttamente nella crisi libica, ha incontrato il generale Haftar e la possibilità che si sia parlato anche di stipulare un “contro-memorandum” tra Atene e Tobruk relativo alle rispettive ZEE  è abbastanza concreta. Se infatti nel 1974 la questione relativa alla piattaforma continentale dell’Egeo fu il casus belli del conflitto greco-turco, oggi, con la rottura dello status quo, la Grecia potrebbe sentirsi autorizzata non solo ad estendere le proprie acque territoriali ma anche a proclamare una propria ZEE che, per limiti geografici, andrebbe a confliggere ed a sovrapporsi a quella turca del memorandum Erdogan-Sarraj.

L’intervento militare turco in Libia, modesto nella quantità ma politicamente fondamentale, ha evitato la sconfitta di Tripoli ed ha messo nelle mani di Erdogan un capitale che a tempo debito – non molto lontano – si potrà riscuotere: innanzitutto sulle casse di al-Sarraj grava un prestito da 2,7 miliardi di dollari provenienti da Ankara che sono serviti a continuare la guerra contro Haftar (nelle forze armate tripoline i regolari sono in netta minoranza rispetto ai miliziani, i quali sono fedeli a chi li paga e non a chi ne rappresenta le istanze politiche) e ad evitare rovesci politici; facendo un paragone storico pare che la Turchia abbia utilizzato la stessa strategia della Gran Bretagna e della Francia durante la crisi egiziana del 1875-1882: la Potenza estera che, tramite prestiti, controlla il debito di un Paese, di fatto controlla la politica di quel Paese.

Seguendo tale assioma nulla impedirebbe alla Turchia di “obbligare” la NOC – la compagnia petrolifera statale libica – a ridiscutere le attuali licenze d’esplorazione ed estrazione d’idrocarburi per terra e per mare a tutto vantaggio delle compagnie turche andando ad inficiare la presenza radicata di colossi come ENI e Total. L’estensione della ZEE libica, apparsa come l’azione di uno Stato sovrano ma nei fatti indotta dai turchi – che non a caso hanno allegato al memorandum sulla ZEE il trattato di cooperazione militare che ha poi costituito la base giuridica per il successivo intervento armato a sostegno di al-Sarraj – consentirebbe ad Ankara di estendere la propria “caccia alle licenze” anche ai giacimenti di gas, già scoperti o ancora da scoprire, ad acque che fino a questo momento sono rimaste o nell’orbita greca o in quella cipriota e dunque chiuse a qualunque disegno turco in merito.

La partita che si sta giocando in Libia è complessa anche perché legata a questioni stringenti di politica energetica che coinvolgono le principali Potenze regionali dell’area mediterranea con la Grecia ormai orientata in favore di Haftar e con Italia e Francia incapaci di pensare ad una strategia condivisa che punti a rintuzzare i progetti espansionistici turchi in Libia e nel Mediterraneo orientale

Cosa è successo ieri in Siria

Alta tensione in Siria: nella notte bombardamenti su diversi target nella zona di Latakia. Abbattuto un aereo russo per errore dalla contraerea siriana. Tutto questo dopo che Erdogan e Putin, a Sochi, avevano trovato un accordo per evitare un’offensiva militare su Idlib.

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La giornata di ieri, 17 settembre, era iniziata con una notizia distensiva per la Siria. A Sochi, nella residenza estiva di Putin, il leader russo e il presidente turco Erdogan si sono incontrati per trovare una soluzione per la provincia di Idlib. Durante il trilaterale di Teheran del 7 settembre, che aveva coinvolto Russia, Turchia e Iran, era proprio il presidente turco che più di tutti aveva spinto affinché venisse evitata una campagna militare sulla provincia siriana: Erdogan temeva una nuova ondata di profughi nel proprio paese, che già ospita circa 3 milioni di siriani.
Durante l’incontro di ieri il leader turco è riuscito ad evitare la temuta offensiva militare: Russia e Turchia hanno presentato un piano diplomatico che prevede la creazione di una zona smilitarizzata profonda circa 20 chilometri, che interesserà gran parte della provincia di Idlib. La zona cuscinetto dovrà essere istituita entro il 15 ottobre: porterà al ritiro di tutti i combattenti considerati “radicali” e al “ripiegamento di tutti gli armamenti pesanti nella zona”. La gestione della sicurezza delle operazioni sarà affidata a gruppi mobili di contingenti turchi e alla polizia militare russa.
“Sono convinto che con questo accordo abbiamo evitato una grave crisi umanitaria a Idlib”, ha affermato Erdogan a margine dell’incontro.
Un accordo che soddisfa entrambe le parti: la Russia non si esporrà, nel breve termine, in un conflitto che rischia di attirare le critiche di gran parte della comunità internazionale, dato l’alto numero di civili presenti nell’area; la Turchia scongiura il rischio della nuova ondata di profughi a ridosso dei propri confini. Anche la Siria e l’Iran, spettatori interessati dell’incontro, possono ritenersi soddisfatti: l’alto numero di combattenti sparso nella provincia di Idlib, diviso tra milizie jihadiste e oppositori di Assad, avrebbe potuto tramutare l’offensiva militare in una campagna lunga diverse settimane, e ad alto rischio di perdite. Non a caso il ministro degli esteri iraniano Zarif ha dichiarato di aver accolto con favore l’accordo russo-turco su Idlib.
Al momento Assad dovrà rinunciare a riconquistare la cosiddetta “ultima provincia nemica”: il rapporto tra la Russia e la Turchia, paese Nato che si sta allontanando da Washington, per Putin vale più della provincia siriana.

La distensione del pomeriggio è durata poco: gli eventi mutevoli, a cui lo scenario mediorientale ci ha spesso abituato, hanno preso una piega inaspettata nella notte.
4 F-16 israeliani hanno colpito diversi obiettivi nei pressi di Latakia: il ministero della difesa israeliano ha diramato un comunicato spiegando che gli obiettivi erano strutture dell’esercito siriano nelle quali si confezionavano armi destinate a Hezbollah tramite l’Iran. Durante l’attacco nella notte, il sistema di difesa S-200 siriano ha colpito per errore un aereo da ricognizione russo che si trovava nella zona. Il ministero della difesa russo ha denunciato “l’azione irresponsabile di Israele” come causa della tragedia aerea. Israele ha avvertito dell’attacco con gli F16 contro siti siriani con un solo minuto di anticipo, “non assicurando agli aerei russi il tempo necessario di mettersi in sicurezza”. Sempre secondo il ministero della difesa russo i piloti israeliani avrebbero usato l’aereo russo come copertura, facendolo apparire come target alle forze siriane di difesa aerea. Avendo una sezione radar molto più grande degli F-16 è stato abbattuto da un missile del sistema S-200 siriano. Nella mattinata è stato convocato d’urgenza l’ambasciatore israeliano dal ministero degli esteri russo, per riferire dell’abbattimento dell’aereo e dell’operazione militare di Israele. 
Poche ore dopo è direttamente Putin ad abbassare i toni durante una conferenza stampa, bollando i fatti della notte come “il risultato di una catena di tragici errori”.
Il ministero della difesa israeliano ha nel frattempo diramato un comunicato ufficiale, nel quale mostra cordoglio alle vittime militari russe e accusando Damasco dell’abbattimento.
Una delle possibili azioni che Putin potrebbe intraprendere è quella di aumentare le risorse militare nelle basi nei pressi di Latakia: al momento non si hanno conferme, bisognerà attendere i prossimi giorni.
Sempre nella notte fonti russe hanno registrato il lancio di cruise dalla fregata francese “Auvergne”: Parigi nega ogni coinvolgimento.
La partita siriana è ancora aperta.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib?

A Teheran si è appena concluso il vertice trilaterale tra Putin, Erdogan e Rouhani, attori protagonisti della vicenda siriana. Il futuro del paese e della provincia di Idlib passa dalle mani dei tre laeader.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib? - Geopolitica.info

Un vertice molto atteso, alla vigilia dell’offensiva di Damasco, con il supporto di Russia e Iran, sulla provincia di Idlib, ultima significativa porzione di terreno che non è sotto il controllo dell’esercito siriano. La delicata situazione dei civili, quasi 3 milioni, la vicinanza ai confini turchi, la presenza di milizie jihadiste che combattono sia l’esercito di Damasco sia il Fronte di Liberazione Nazionale appoggiato dalla Turchia, il monito delle Nazioni Unite: una mix di fattori che ha costretto le tre principali potenze protagoniste nello scenario siriano ad incontrarsi per trovare una soluzione.
Nei giorni precedenti i partecipanti al vertice avevano espresso grande fiducia, e sottolineato la volontà dei tre paesi di evitare catastrofi umanitarie. Posizioni sintetizzate da Hussein Gabri, assistente del Ministro degli Esteri iraniano: “Idlib è un dilemma perché da un lato deve essere liberato dalle mani dei terroristi, ma contemporaneamente la sicurezza di milioni di civili deve essere protetta”.

Il vertice si è concluso intorno alle 14.30 ora italiana, ed è stato seguito da una conferenza stampa e da una dichiarazione comune.
Rouhani, leader iraniano, ha sottolineato l’importanza del garantire la sicurezza dei civili, ed ha attaccato l’atteggiamento statunitense nella regione, che dal suo punto di vista non faciliterebbe una soluzione pacifica. Ha inoltre dichiarato che, chiuso il capitolo Idlib, il nuovo teatro operativo sarà nei territori ad est dell’Eufrate, dove sono ancora presenti “illegalmente” le forze degli Usa, che “devono ritirarsi”.
Erdogan è il leader che più di tutti esprime timore per l’offensiva militare, consapevole che un eventuale ondata di profughi in fuga dalla provincia cercherebbe rifugio proprio in Turchia. Per questo ha dichiarato che la soluzione militare a Idlib “porrebbe fine alla soluzione politica per la Siria”, e che “fornirebbe una scusa a tutte le organizzazioni terroristiche per continuare a combattere”.
Anche Putin, attore che più di tutti può incidere sulla vicenda siriana, ha espresso preoccupazione per la situazione dei civili, chiedendo “l’evacuazione sicura dei civili” tramite corridoi umanitari.
In una dichiarazione congiunta, infine, i tre leader hanno confermato che continueranno a cooperare per eliminare tutte le organizzazioni terroristiche presenti nella provincia di Idlib e per creare le condizioni che permettano ai profughi e agli sfollati siriani di poter tornare a vivere nei loro territori d’origine. Inoltre, concentrandosi su un piano maggiormente operativo, si evidenzia l’importanza di separare l’opposizione armata dai gruppi terroristici.

Nonostante i timori di Erdogan, è evidente che l’offensiva su Idlib sia inevitabile: Assad, che oramai è tornato, grazie al supporto russo e iraniano, a governare la maggior parte dei territori persi dopo l’offensiva dello Stato Islamico, vuole riconquistare l’ultima grande zona di opposizione.
Una soluzione, che traspare dalle dichiarazioni a margine del vertice e che potrebbe accontentare Erdogan, è quella che prevede la separazione tra le milizie jihadiste e quelle controllate da Ankara, per far sì che l’offensiva sia circoscritta a obiettivi specifici: evitare un disastro umanitario, infatti, è negli interessi non solo della Turchia, come spiegato in precedenza, ma anche di Iran e Russia, che sono sotto le luci dei riflettori di tutta la stampa internazionale.
Nelle prossime ore andranno analizzati i movimenti nell’area, per capire se il vertice di oggi abbia portato effettivamente a una soluzione condivisa del futuro di Idlib.

Etica ed Estetica al 15 Luglio 2016, e 9 mesi dopo

Dal mattino dello scorso 16 luglio è stato chiaro come il fallito colpo di Stato avrebbe determinato un significativo giro di volta al percorso politico della Turchia contemporanea.

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La forte reazione che il Governo ha adottato nei confronti dei golpisti ha un significato molto diverso da quello della semplice risposta dello Stato diretta ad assicurare i colpevoli alla giustizia e a restaurare l’ordine: nel corrente scenario politico e sociale della Repubblica di Turchia, l’occasione del fallimento del golpe ha costituito un potente strumento per giustificare ed accelerare la realizzazione del maggior obiettivo del Partito di governo AKP, ovvero la riforma costituzionale. Un tassello di particolare importanza nel percorso di conversione della Repubblica turca, che è ben lungi dal doversi ritenere completata anche a seguito del successo referendario del 16 aprile.

Uno dei primi segnali di un cambiamento di qualità nel confronto politico turco è stato l’uso, da parte del Presidente e del sue entourage, sin dalla notte dei fattidi un vocabolario maggiormente aggressivo, apertamente violento nella retorica contro i nemici dello Stato. A questo è seguito un adeguamento da parte delle masse le quali, riversatesi nelle strade sul suggestivo invito degli ezanche li chiamavano dalle moschee, hanno ingaggiato nei confronti dei seguaci della confraternitaHizmetun fortissimo scontro, durato alcuni giorni, del quale l’immagine più potente e famosa è stata l’ostensione in Piazza Taksim di un grande manifesto che rappresentava l’imam F.Gülen, nel quale lo sidefiniva“un cane” e lo si minacciava di impiccagione al suo stesso guinzaglio. Il manifesto era affiancato da due ritratti dell’attuale Presidente turco.

E’ forse utile sottolineare come l’edificio sul quale manifesto e fotografie sono comparse è quello dove normalmente viene esposto il ritratto di MustafaKemalAtatürk, padre laico della Turchia moderna.

L’entusiastica accettazione, da parte dell’elettorato del Partito di governo, di questo nuovo stile comunicativo dimostra il successo della più sofisticata, complessa e durevole strategia comunicativa messa in atto dall’attuale establishment turco negli ultimi dieci anni, volta allo shift ideologico della Nazione.

La Repubblica di Turchia poggia le sue radici ideologiche su una Costituzione di stampo profondamente laico e nazionalista, promulgata a seguito dell’intervento che le Forze Armate hanno perpetrato nel 1980, nella peculiare funzione di profilassi costituzionale che queste hanno rivestito fino al 2010.

Dalla fondazione della Repubblica, ed in particolar modo nel primo quarantennio della sua esistenza, che si concluse con l’esecuzione del Primo Ministro Menderes, il significato stesso del termine “repubblicanesimo” è stato in Turchia diversoda quello corrispondente di matrice europea. Sebbene il processo di smantellamento del modello personalistico e religioso di Stato ottomano e la formazione di un sistema repubblicano e di diritto positivo per la Turchia fossero avvenuti attraversoun percorso di avvicinamento ai modelli europei, che prese piede in modo molto peculiare e progressivogià nell’epoca delle Tanzimat(1837 – 1876)e poi andò evolvendo dalla fine della prima guerra mondiale nell’affanno del millimücadele(1920-1923),la Turchia è sempre stata un Paese distante dai paradigmi politici europei.

Il processo di acculturazione giuridica del sistema turco, che ne ha fatto una Repubblica basata sui principi del kemalismo delle origini, è avvenuto, nella fase post-imperiale,dalla prospettiva civilistica in una dimensione di rigoroso rispetto del modello continentale napoleonico, con la promulgazione di un codice civile edi uno commerciale di sicura ispirazione romanistica: svizzero il primo, francese il secondo.

Il diritto islamico non trovò, come nei Paesi istituiti dalle Potenze europee a seguito della caduta dell’Impero, riconoscimento nella stesura di uno “statuto personale” come avvenuto in Egitto o in ‘Iraq, e non fu inserito nel novero delle fonti del diritto: questo, con l’evidente finalità di voler creare una Turchia nuova, completamente scollegata dai pur fortissimi legami storici e culturali che la legavano all’area sulla quale, fino a pochi anni prima, aveva esercitato la sua sovranità.

In ambito penalistico, veniva adottato il Codice italiano Zanardelli del 1889, che pur con talune varianti, sarebbe rimasto (insieme al modello italiano) in vigore fino alla riforma del 2005, quando sarebbe stato sostituito da un Codice di ispirazione tedesca.

La Costituzione, pur ricalcando anch’ essa il modello europeo continentale, implicava per l’azione di governo l’osservanza di una precisa disciplina e presentava taluni elementi di rigida ortodossia, non permettendo nemmeno per via parlamentare una reale modifica dell’assetto ideologico dello Stato, che si imponeva essere fedele all’ideologia kemalista: questa, come accennato,andava ad identificarsi nel senso stesso del termine “Repubblica”. Questa confusione terminologica si sarebbe realizzata in maniera tanto compiuta da rendere di difficile comprensione ad un turco moderno come, ad esempio, una Repubblica (ovunque essa fosse nel Mondo) potesse riconoscere una religione ufficiale o semplicemente non identificarsi nel laicismo più assoluto. Concetti quali “destra” o “sinistra”, “nazione” o “progresso” assumevano nella vita politica turca significati peculiari. Pur costituendo un calco del vocabolario politico occidentale, a questo non corrispondevano nei contenuti, ma andavano concretizzandosi nell’ideologia dello Stato repubblicano turco secondo il significato che quella cultura politica attribuiva loro. La tutela dell’ortodossiavenne sancita anche dal monopartitismo del Partito Repubblicano, abolito solo un ventennio dopo sotto la presidenza İnönü.

Ciononostante, dalla promulgazione della prima Costituzione repubblicana del 1924 diversi sono stati gli interventi a modifica della stessa, dei quali i più importanti videro la luce a seguito dei colpi di Stato militari del 1960, del 1971 e del 1980, dopo il quale come detto venne promulgata l’attuale Carta, poi oggetto di continue modifiche soprattutto per via referendaria.

Gli sforzi profusi dall’establishment della neonata Repubblica furono volti in massima parte a creare una nuova identità al Paese, attraverso azioni di grande effetto quali la sostituzione dell’alfabeto arabo con quello latino, la riforma dell’istruzione e della giustizia.

E’ da queste premesse che bisogna muovere per comprendere appieno il fenomeno in atto nel Paese e cercare di delinearne le traiettorie future, comprendendo appunto che la dimensione pubblica, politica e sociale della Turchia non è riconducibile né ad una dimensione europea, della quale come detto ha assunto un’identità ad essa solo terminologicamente omogenea, né ad una esclusivamente islamica, e che il senso di quanto sta accadendo è la realizzazione di un percorso di smantellamento delle istituzioni repubblicane.

L’ orientamento ideologico che dall’AKP sarebbe stato incarnato non nasce con il Partito stesso, ma è frutto dell’esperienza di diversi altri Partiti che lo hanno preceduto nel tempo, quali il Partito della Felicità o il Partito del Benessere: legati ad una dimensione religiosa e spesso nazionalista, tipica della cultura dell’Anatolia profonda, avrebbero costituito il fondamento e la “palestra” sulla quale costruire la struttura dell’AKP, il quale sfruttando le pregresse esperienze avrebbe presentato se stesso come un nuovo modello di partito politico (apparentemente non in contrasto con il kemalismo, al fine di evitare interventi di scioglimento da parte della Corte Costituzionale e delle Forze Armate) al fine di poter realizzare nel tempo un’agenda politica propria, da svelarsi in modo graduale. In questo disegno un’opera fondamentale sarebbe stata svolta proprio con l’ausilio del movimento Hizmet, ora in deciso contrasto con l’establishment.

Non è solo una maggiore presenza della religione negli affari dello Stato, come spesso semplicisticamente si ritiene in Europa, a marcare la differenza fra la Turchia kemalista ed il nuovo corso dello Stato che va formandosi: l’argomento religioso non è nemmeno affrontato nell’ultima riforma costituzionale. Tantomeno la questione della trasformazione ideologica dello Stato turco può ridursi al “ritorno” dello stesso al modello ottomano, per quanto questo obiettivo sia stato esplicitato anche da importanti personalità del Partito di governo ed abbia condotto al conio del termine “neo-ottomanesimo”. Come brillantemente proposto da alcuni studiosi, potrebbe invece parlarsi di post-kemalismo, nel quale l’eredità della fase precedente non viene negata tout-courtma tesaurizzata e messa a sistema con elementi nuovi.

Durante il periodo di governo dell’AKP si è assistito ad almeno tre momenti di forte shift culturale. Ognuno di essi è stato legato ad un’importante riforma di carattere costituzionale o ad un evento di analoga portata:

  • Nel 2007, l’elezione di Abdullah Gül alla Presidenza della Repubblica. Dato il già esplicitato significato del termine “Repubblica” nel contesto kemalista e la funzione di rappresentanza della Nazione che il ruolo della Presidenza incarna, è evidente il senso rivoluzionario di eleggere un Presidente apertamente religioso accompagnato da una Prima Dama velata. Questo evento corrisponde al superamento dello “scandalo”, inteso come l’accettazione della presenza dell’elemento religioso nel massimo organo dello Stato. Ad esso vanno direttamente collegati l’ammissibilità del velo islamico nei luoghi pubblici e l’elezione della prima donna velata in Parlamento,

 

  • Nel 2010, la vittoria al referendum costituzionale che, fra diversi quesiti, ha riguardato la riforma degli articoli 145, 156, 157 sui poteri del Consiglio di sicurezza nazionale,ovvero dello strumento delle Forze Armate per influire nella politica del Paese, e la Corte costituzionale. Questa è passata da 11 a 17 membri, dei quali 14 nominati dal capo dello Stato (ovvero, da Abdullah Gül) e 3 dal Parlamento. La riforma ha anche reso imputabili gli alti gradi militari ed ha determinato una riduzione delle competenze dei tribunali militai, a vantaggio di quelli civili. A questa fase è corrisposto un più palese antagonismo verso la laicità dello Stato, che l’establishment ha percepito di potersi permettere dato l’annullamento della funzione politica dei militari,

 

  • L’elezione di RecepTayyıpErdoğan alla Presidenza della Repubblica: per quanto già superato lo “scandalo” del Presidente religioso, l’elevazione dell’ex Premier alla massima carica dello Stato ha il senso di introdurre il concetto di presidenzialismo “forte”, o “alla Turca”, che sarebbe poi stato oggetto di referendum solo lo scorso 16 aprile. Ha, quindi, il senso di introdurre nel contesto politico turco la concreta possibilità di modificare l’assetto costituzionale dello Stato.Erdoğan ha comunque, pur mantenendo formalmente attiva la carca di Primo Ministro (che da A.Davutoğlu sarebbe stata passata a B. Yildirim) ha sin da subito cominciato a convocare il Consiglio dei Ministri presso la Presidenza della Repubblica, esercitando di fatto e senza nessuna legittimazione costituzionale una funzione corrispondente a quella di capo del potere esecutivo.

 

Sin dalla campagna elettorale per la Presidenza, nel 2014 (la prima nella quale si è addivenuti ad elezione diretta del Presidente da parte del popolo), l’AKP ha sviluppato una narrativa ed una dialettica nuovi rispetto al passato, inaugurando uno stile comunicativo quasi millenaristico ed adottando un approccio mistico alla funzione del Partito di governo e della persona del suo Presidente.

Un esempio in questo può essere la campagna elettorale presidenziale del 2014, scandita dallo slogan delle “3 date”: il 2023, il 2053 ed il 2071.

 

  • Il 2023 segnerà il centenario della Repubblica di Turchia. La data è sempre stata accompagnata dallo slogan “hedefimiz” (il nostro obiettivo). Evidente il significato di arrivare a quel momento avendo cambiato le caratteristiche della Repubblica, trasformandola dalla peculiare forma kemalista ad una nuova, presidenziale ed islamica. A questo periodo corrisponde il conio dell’espressione “nuova Turchia”, in opposizione alla “vecchia” di Atatü Comincia lo smantellamento dei simboli repubblicani: la scritta “Repubblica di Turchia”, che precede per legge nell’ acronimo “T.C.” il nome di ogni istituzione bancaria, assicurativa o d’istruzione, viene rimossa in numerosi luoghi, non si sostituiscono le statue di Atatürk danneggiate, l’uso della bandiera (che è la medesima dell’Impero ottomano) viene esaltato in modo che esso non venga percepito come simbolo repubblicano ma identitario della Nazione, svincolato dal suo senso kemalista e risalente ai tempi imperiali. Spesso, durante comizi e raduni del Partito di governo, viene dal pubblico esposto insieme all’antica bandiera califfale verde con tre crescenti. E’ forse il fenomeno che testimonia il maggior cambiamento nella storia politica turca contemporanea.

 

  • Il 2053 rappresenta invece il seicentesimo anniversario della presa di Costantinopoli da parte degli Ottomani. Nella mentalità e nella visione nazionalista tipica della cultura turca (anche dei Turchi più laici), la data del 1453 ha un’importanza enorme perché, insieme alla battaglia di Manzicerta, costituisce la tappa principale del percorso di affermazione del predominio turco sull’Anatolia e la propria concretizzazione quale potenza egemone nel Mediterraneo orientale. A quel momento corrisponde l’identificazione dell’Impero ottomano quale erede di quello romano-orientale (con legittimazione religiosa di Maometto II in qualità di conquistatore della “Seconda Roma”, in conformità a quanto si vuole stabilito dallo stesso Profeta) e la contrapposizione fra un Oriente mediterraneo turco e islamico ed un Occidente mediterraneo europeo e cristiano, che il kemalismo aveva cercato di distruggere e che ora si presenta con forza sempre maggiore come paradigma della differenza, ontologica ed irriducibile, fra “noi” e “loro”.

 

  • Nel 2071 si celebrerà invece il millesimo anniversario della battaglia di Manzicerta, che come accennato ha aperto le porte dell’Anatolia alla dinastia turca precedente quella ottomana, ovvero i Selgiuchidi, consolidando la presenza turca. La vittoria, conseguita dal Sovrano Alp Arslan, di enorme importanza nel patrimonio culturale della Destra turca, riveste anche ora un formidabile appeal non solo per i conservatori o i religiosi, ma anche per gli osservanti la disciplina di Atatürk: se. Infatti, la presa dell’Anatolia ha comportato un formidabile successo per la Nazione turca, di questo si compiacciono anche i nazionalisti laici. Il fervore nazionalista del pubblico laico e repubblicano della Turchia ha costituito un punto di unione fra politiche dell’AKP e la sensibilità di un pubblico profondamente nazionalista, una seduzione importante che ha comportato conseguenze non di poco conto nell’affermazione del Partito di Governo.

 

In effetti, la traiettoria ideologica dell’AKP ha sempre avuto due direzioni fisse, quella della confusione di ogni ruolo istituzionale nel Partito-Nazione(esattamente come il Partito Repubblicano aveva fatto ai primordi della Repubblica) e dello sdoganamento della laicità.Questi obiettivi erano chiaramente percettibili anche quando, ai primordi dei successi del Partito e comunque prima dell’elezione di Gül alla Presidenza, questo proponeva di sé un’immagine maggiormente pluralista ed aperta.

A partire dal 2014, l’AKP ha sviluppato un’identità sempre maggiormente nazionalista, perfettamente in linea con la tradizione della Destra estrema turca rappresentata in Parlamento dal Partito del movimento nazionalista. Con questo Partito, l’AKP ha ingaggiato una serie di rapporti che hanno visto momenti di forte contrapposizione, ai quali è invece seguita nell’anno in corso l’alleanza funzionale al superamento del referendum sul Presidenzialismo.

E’ comunque probabile che questa fusione d’intenti determini la scomparsa del Partito nazionalista: con l’assunzione da parte dell’AKP di caratteristiche proprie di quest’ultimo e con la fine del dialogo con i Kurdi, che sono stati di fatto estromessi dalla dialettica politica turca dopo le prime elezioni del 2014 nonostante la riaperture del dialogo qualche anno fa, l’AKP ha cominciato ad assumere tratti estremamente simili a quelli del Partito di estrema destra, e questo potrebbe finire per fagocitarlo.

In definitiva, a seguito del successo referendario del 16 aprile scorso, sembra evidente come l’orientamento del Paese sia rivolto verso un punto di non ritorno: cosa peraltro già definita da circa un decennio, ma ora resa ufficiale dal voto popolare nonostante il vantaggio ottenutodall’ AKP sia stato nettamente inferiore alle aspettative.

Con una percentuale di “sì” inferiore al 52% (ottenuta peraltro con l’ausilio di un’altra Forza politica, ed inferiore al 50% nelle maggiori aree urbane ed industriali), il Presidente è conscio di non poggiare i piedi su un terreno solidissimo. Allo stesso tempo, ha a disposizione più di un anno per riformare il suo Partito (le riforme entreranno in vigore con le elezioni del 2019), intendere dove siano i maggiori franchi tiratori, terminare il processo di fusione con (o annientamento de) il Movimento nazionalista ed eliminare ogni residua traccia del dialogo con i Kurdi e di seria opposizione. La nuova simbologia del Partito, la mano aperta col pollice rivolto verso il palmo, già propria della Fratellanza, associata al motto “una Nazione, un Paese, una bandiera, una lingua” sintetizza efficacemente l’orientamento della nuova Turchia. Come detto all’inizio, il processo di conversione dello Stato non è che ad uno stadio intermedio di realizzazione e molto resta da fare. Se la Presidenza dovesse credere, nell’anno in corso, di avere via libera, è possibile che si tenga un ulteriore referendum (oltre a quello sull’adesione alla UE e sulla pena di morte) per rendere immediatamente efficaci le riforme appena votate, senza attendere la nuova legislatura.

In politica estera, Erdoğan crede di avere grandi spazi di manovra con l’Europa per via della sua capacità di gestire i flussi migratori. E’ davvero presto per dire come il successo della riforma costituzionale influirà nei rapporti con gli alleati e con gli antagonisti regionali nello scacchiere siriano, data l’estrema volatilità della situazione ed il fatto che ci troviamo in un contesto internazionale di enorme fluidità, con paradigmi davvero diversi rispetto al passato. Sarà probabilmente necessario osservare i primi mesi di relazioni con la NATO e l’EU per intendere davvero come andranno le cose. Sembra comunque evidente che le sponde del Mediterraneo tenderanno ad allontanarsi. Con gli Stati Uniti promotori di una visione del mondo costituita da rapporti bilaterali e tesi alla distruzione delle alleanza regionali, in un’ottica di opportunistico mantenimento delle relazioni con il su ex mastino, potrebbero vedere nella nuova Turchia un alleato affidabile nella sua ormai certissima stabilità politica. In questo, potrebbero essere spalleggiati dagli alleati regionali della Turchia e da un Regno Unito ormai completamente svincolato dall’ Europa, che torna sul suo asse anglo-sassone e forse disponibile a concedere l’ingresso per affari senza visto ai cittadini turchi.

Tutto, naturalmente, nella possibilità che le decisioni d’oltreoceano cambino con la velocità con la quale cambiano i venti sull’Egeo.

La scommessa referendaria di Erdogan

Il prossimo 16 aprile, in Turchia si terrà un referendum costituzionale per l’approvazione definitiva della riforma in senso presidenziale voluta dal partito AKP, di cui fino al 2014 è stato leader il Presidente Recep Tayyip Erdogan. Attualmente, la Turchia è una Repubblica parlamentare, in cui il capo dello stato è eletto dalla Grande Assemblea Nazionale, unica camera del Parlamento di Ankara.

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In molti in Occidente vedono la riforma turca come un tentativo di accentramento del potere politico nelle mani del presidente, a discapito della struttura democratica del paese. Non è un segreto, infatti, che il capo dello stato punti ad una svolta in senso presidenziale dell’assetto istituzionale di Ankara, già orfano del ruolo di garante affidato alle forze armate dalla costituzione del 1982, che creava così una sorta di democrazia tutelata: dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016 e i successivi arresti, le forze armate di Ankara non avrebbero la capacità di assolvere a tale compito.

Il 21 gennaio scorso, il Parlamento di Ankara ha approvato il testo di riforma costituzionale con la richiesta maggioranza qualificata dei tre quinti dei votanti, grazie all’appoggio fondamentale fornito dal partito di estrema destra MHP. Più nel dettaglio, la riforma costituzionale ridisegna il sistema istituzionale in senso presidenziale, con la scomparsa della figura del primo ministro e l’elezione diretta del capo dello stato che rappresenterebbe, a quel punto, anche il capo del governo, con la possibilità di nominare e destituire i ministri dell’organo esecutivo, ma anche di rimanere leader della formazione partitica di cui è espressione. Nel caso in oggetto, Erdogan potrebbe tornare a ricoprire anche la carica di capo dell’AKP. A tutto questo c’è da aggiungere un’ulteriore critica avanzata dai detrattori della riforma. Quest’ultima, infatti, se da una parte lascia invariati durata e numero dei mandati presidenziali, rispettivamente pari a cinque anni e due mandati, risulta essere piuttosto vaga circa l’applicabilità di tale norma. In altri termini, i critici della riforma si domandano se, una volta approvati gli emendamenti alla costituzione con il referendum di aprile, il conteggio del numero dei mandati di Erdogan, eletto alla presidenza della repubblica per la prima volta nel 2014, debba essere azzerato. In questo caso, una sua eventuale vittoria alle ipotetiche elezioni presidenziali del 2019 rappresenterebbe l’inizio del suo primo mandato ai sensi del nuovo testo costituzionale. Tali considerazioni, unitamente alla gestione quasi personale del potere da parte di Erdogan, hanno fatto sorgere dubbi sulla reale tenuta delle istituzioni democratiche del paese. Un esempio può essere offerto dalla destituzione dell’allora Primo Ministro Ahmet Davutoglu, ex Ministro degli Esteri di Ankara e principale sostenitore del pensiero neo-ottomano. Le dimissioni di Davutoglu, nel maggio 2016, avevano tra le proprie cause anche le divergenze tra l’ex Premier ed Erdogan tanto in riferimento agli arresti compiuti contro giornalisti e accademici, quanto sulla riforma costituzionale medesima, a cui Davutoglu non sembrava voler dare la priorità voluta dal capo dello stato. Essendo compito del primo ministro presentare il disegno di riforma al Parlamento, diviene chiaro come tale divergenza fosse sostanziale.

Il referendum del prossimo aprile si inserisce in un contesto internazionale particolarmente fluido. Se da una parte l’attività dell’ISIS in Siria e Iraq si è notevolmente ridotta in termini di capacità militari e di proiezione della forza jihadista, dall’altra ha mantenuto un’elevata intensità per quanto concerne l’organizzazione e l’attuazione di attentati terroristici, soprattutto nella penisola anatolica. A ciò è necessario aggiungere le difficili relazioni con la minoranza curda nel paese e con i gruppi armati curdi in Siria, rapporti che si sono gravemente deteriorati in concomitanza ai risultati ottenuti da tali milizie nel nord del paese di Bashar Al Assad. Le autorità turche, infatti, temono che un’eventuale autonomia regionale curda in Siria possa portare a simili richieste da parte della medesima minoranza presente entro i confini di Ankara. Per questo motivo, per evitare la possibilità di una contiguità territoriale curda nel nord della Siria, il cosiddetto Rojava, forze turche sono entrate nella regione per impedire alle milizie peshmerga di proseguire ad ovest dell’Eufrate.

Tuttavia, la questione referendaria è entrata prepotentemente anche nel dibattito europeo, dopo che il Governo olandese ha rifiutato, per ragioni di sicurezza, l’autorizzazione all’atterraggio al Ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, che avrebbe dovuto tenere un comizio elettorale di fronte ai cittadini turchi residenti nel paese nordeuropeo. Il diniego olandese ha aperto una grave crisi diplomatica tra i due paesi, con le autorità di Ankara che accusano apertamente L’Aia di neonazismo. Ma al di là degli eccessi verbali, ciò che più preoccupa le cancellerie europee è la minaccia, avanzata dal Ministro per gli Affari Europei Oma Celik, di voler rivedere gli accordi presi con l’UE relativamente all’ingresso nel Vecchio Continente di migranti irregolari attraverso il territorio anatolico. Tale accordo prevede che, da una parte, i migranti entrati illegalmente in Grecia vengano ricondotti in Turchia, mentre dall’altra afferma il principio conosciuto come “uno per uno”, in base al quale per ciascun migrante ricondotto entro i confini di Ankara, un altro sia accolto in uno dei paesi europei. Questo accordo, sebbene criticato da organizzazioni non governative e dallo stesso Alto Rappresentante ONU per i Rifugiati (UNHCR), ha ridotto drasticamente gli ingressi irregolari in Europa lungo la cosiddetta rotta balcanica. Quindi, la minaccia avanzata dal Ministro Cavusoglu, se fosse portata alle sue estreme conseguenze, potrebbe riaprire tale tratta, creando ulteriore tensione all’interno dell’UE, proprio nell’anno di importanti tornate elettorali, fondamentali per capire quale futuro abbia davanti a sé l’Unione.

L’approvazione del testo di riforma costituzionale da parte del Parlamento di Ankara rappresenta una repentina accelerazione verso la tornata referendaria poi fissata per il 16 aprile. Ma se tale rapidità, dietro cui si nasconde la volontà del capo dello stato, rischia di essere incomprensibile alla luce dei recenti rilevamenti demoscopici che fotografano una profonda incertezza sul possibile esito, può essere spiegata tramite alcuni elementi caratterizzanti l’attuale scenario politico turco. Da una parte la situazione economica impone rapidità alle decisioni di Erdogan a causa della svalutazione della lira che ha perso molto del proprio valore nei confronti dell’Euro e del Dollaro, ma anche a causa del crollo degli investimenti diretti esteri. Un altro elemento è la minaccia terroristica, sempre presente in Turchia e che può minare la fiducia dell’elettorato nella leadership del capo dello stato. Infine, la questione curda: il partito di estrema destra MHP ha condizionato il proprio sostegno alla riforma con il rifiuto di concedere alla minoranza etnica le richieste avanzate nel corso degli anni. La retorica nazionalista che finora ha caratterizzato il processo di riforma rischia di esacerbarsi durante la campagna referendaria, soprattutto se il PKK, braccio armato curdo, dovesse portare avanti attacchi contro Ankara. Per questi motivi, il presidente Erdogan non sembra voler perdere tempo e, anzi, ha finora mostrato la volontà di chiudere rapidamente la propria scommessa referendaria trasformando l’assetto istituzionale turco e assicurandosi quella legittimità nella gestione del potere politico che egli stesso ha avocato a sé dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016. Se il voto di aprile darà a Erdogan la vittoria che cerca, nuovi scenari potranno aprirsi in Turchia e nel resto del Medio Oriente.

Golpe in Turchia: un’ipotesi

Il fallito golpe in Turchia, svoltosi nel corso della “lunga” notte posta a cavallo tra il 15 e il 16 luglio 2016, rappresenta uno di quei momenti della storia che solitamente finiscono con il costituire uno spartiacque fra un “prima” ed un “dopo”. E’ stato scritto e detto moltissimo in questi giorni da parte dei mezzi di informazione in merito a questo singolare avvenimento che nel giro di poche ore ha  trasformato la figura del presidente Erdogan, da politico fallito e lanciato verso una fuga disperata, in apparente vincitore di un confronto in essere ormai da anni tra il “Sultano di Ankara” e ciò che rimane del cosiddetto esercito “kemalista”.

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Ciò che tuttavia non sembrerebbe essere stato pienamente considerato dai più è il contesto nel quale tale tentato golpe ha avuto origine e si è consumato, essendo, ahinoi, fin troppo numerosi i commentatori prigionieri sia delle proprie simpatie politiche che del proprio tornaconto privato, nonché avviluppati dalle più svariate partigianerie internazionali, le quali indubbiamente conferiscono agli occhi dell’ignaro pubblico dei lettori un folkloristico e rassicurante tocco di colore “paesano”, posto a cavallo tra la faziosità di parte ed il mero tifo calcistico, al tumultuoso ed ermetico scenario dell’attuale politica internazionale.

Antefatto

L’accordo tra Usa e Russia per un cessate il fuoco in Siria, imbastito solo pochi mesi fa, ha in un primo tempo generato l’impressione, successivamente rivelatasi erronea, di aver aperto la strada ad un nuovo corso dello scenario diplomatico siriano, il quale avrebbe infine dovuto portare ad un processo di normalizzazione e di graduale ricomposizione delle controversie politico-militari in corso. Moltissimo era stato fatto da parte degli alleati internazionali dei ribelli siriani, tra i quali la Turchia stessa, per indurre gli Stati Uniti, ad un passo da un patto “faustiano” con la Russia, ad utilizzare tutta la propria forza di persuasione geopolitica al fine di costringere sia Mosca che il regime siriano ad addivenire verso più miti consigli e ad evitare il bagno di sangue nella battaglia finale per il controllo della Siria, in particolare attorno ad Aleppo. In realtà, superato l’iniziale ottimismo per un possibile cambiamento di rotta in Medioriente, alla prova dei fatti il cessate il fuoco è via via rapidamente collassato a fronte delle ripetute violazioni intraprese sia da Damasco che dai suoi alleati russo-iraniani, facendo parimenti  fallire gli sforzi diplomatici in corso a  Ginevra e riportando le lancette dell’orologio della guerra civile siriana indietro di molti mesi. A nulla sono valse le continue denunce di violazione della tregua operate da Francia e Regno Unito, nonché la perenne richiesta di apertura di corridoi umanitari e di cessazione degli assedi operati dal regime di Assad contro i centri urbani controllati dai ribelli. In realtà ciò che stava riemergendo, dopo che Damasco ed alleati avevano simulato ogni genere di falsa predisposizione alla pace (a cominciare dal presunto parziale ritiro delle forze russe dalla Siria), non era altro che il più totale disinteresse, mostrato da parte di Assad, Putin ed Iraniani, per una soluzione diplomatica e politica del conflitto, in particolare a fronte del fatto che gli Stati Uniti, contrariamente a quanto veniva dichiarato a livello pubblico, continuavano a tenere in piedi una trattativa sottobanco con la Russia con lo scopo di giungere ad un accordo globale sulla crisi siriana indipendentemente da quelli che potessero essere i desiderata dei principali sostenitori internazionali dei ribelli siriani (una tattica, quella dei colloqui svolti “all’insaputa” degli alleati più riottosi, in realtà già impiegata da Washington in seno alle trattative “segrete” sul nucleare iraniano).

Accordo Usa-Russia sulla Siria e la “chiave di volta” turca

Non siamo certamente in grado di conoscere nel dettaglio  in cosa consista la bozza di accordo Usa-Russia sulla Siria, tutt’ora in fase di definizione, tuttavia si può ben comprendere come esista attualmente un “codominio” di Mosca e Washington sulle milizie curde operanti in Siria. In seno a questo “codominio” si incentrano probabilmente gli ultimi tasselli delle fondamenta di un rapporto di collaborazione, delineatosi negli anni fra Russia ed Usa a cominciare dalla gestione della crisi iraniana, che la Casa Bianca ed il Cremlino considerano ormai maturo per una sua ufficializzazione e formalizzazione, dopo essere stato a lungo curato e limato nelle opache viscere della diplomazia  collocata ben al di fuori dei canali ufficiali. E’ chiaro che un accordo che preveda una risoluzione consensuale della crisi siriana deve includere a priori, quale imprescindibile precondizione alla completa operatività del patto, la certezza, per entrambi i contraenti dell’accordo, di avere nella propria disponibilità le “leve della conflitto”. In quest’ottica la Russia poteva già vantare di possedere vasti mezzi di persuasione nei confronti del regime di Assad mentre gli Stati Uniti apparivano in parte privi di una decisiva capacità di influenza sugli avvenimenti posti in essere in Siria giacché la chiave di volta della rivolta siriana era ed è tuttora saldamente incernierata su un unico Paese che è la Turchia di Erdogan, la quale, oltretutto, vede come fumo negli occhi gli stessi Curdi (e le relative aspirazioni indipendentiste) con cui sia gli Americani che i Russi sono alleati.

“Togliete di mezzo Erdogan!”

Aiuti, rinforzi, rifornimenti, beni di natura militare e civile, ogni genere di assistenza, tutto ciò che occorre per tenere in piedi le numerose milizie che costituiscono il variegato mondo della rivolta anti-Assad viene, in grandissima misura, fornito e veicolato tramite la Turchia la quale si fa collettore di tutto ciò che viene inviato da numerosi sostenitori internazionali a favore della rivolta contro il regime di Damasco. Se si intende pertanto imbrigliare gli eventi in corso in Siria non c’è cosa migliore da farsi che mettere la museruola alla  politica estera ed interna della Turchia. Il passo è breve: dato che il “Sultano” si è posto più e più volte in opposizione ai desiderata americani, perseguendo una politica fortemente autonoma e spregiudicata in Siria ed in Medioriente, un golpe finalizzato ad un ritorno al potere dell’esercito laico, “kemalista” e “pro-Washington” potrebbe costituire la soluzione di tutti i mali. Il momento storico appare favorevole. Il crescente isolamento internazionale della Turchia, la gravissima crisi del turismo e la piaga del terrorismo curdo ed islamista hanno messo seriamente in difficoltà il governo turco sul piano interno, per cui un golpe in questo momento potrebbe ricevere un cospicuo sostegno da quello strato della popolazione che costituisce il bacino elettorale del partito di Erdogan, oltreché un supporto scontato da parte dei suoi naturali oppositori politici.

“Qualcuno però glielo dice…”

L’organizzazione, la rapidità e l’efficacia con la quale i sostenitori di Erdogan sono scesi lungo le strade e le piazze della Turchia, riuscendo così a far fallire il golpe, sono state impressionanti. Lo stesso Erdogan aveva lasciato intendere, nel corso del suo collegamento telefonico “clandestino” organizzato in piena crisi, che se la gente fosse scesa in corteo il golpe sarebbe stato fermato. Si può pertanto supporre che Erdogan fosse stato messo a conoscenza con largo anticipo del piano finalizzato alla sua defenestrazione, complotto ordito in loco probabilmente dai seguaci di Fethullah Gülen ma evidentemente coadiuvato e sponsorizzato in qualche modo da entità governative “a stelle e a strisce”. Ovviamente non è noto chi possa aver compiuto la “soffiata” a favore di Erdogan, ciononostante il governo turco, nelle settimane antecedenti il golpe, ha iniziato a mettere in campo tutta una serie di contromosse tese a fermare il complotto o comunque a mitigarne gli effetti sul piano internazionale e domestico. Non è in tal senso strano che la Turchia abbia intrapreso in rapida successione una sequenza di specifiche iniziative politico-diplomatiche che hanno visto, sul piano interno, le concordate dimissioni di Davutoglu e la pianificata ascesa di Yıldırım e, sul piano estero,  un apparentemente inaspettato e subitaneo riavvicinamento del Paese nei confronti di Israele, Egitto e Russia nonché alcune timide aperture indirizzate verso la Siria. Da questo punto di vista non è forse un caso che Erdogan abbia lanciato un amo a Putin dato che paventare una possibile intesa con Mosca avrebbe sparigliato le carte sul tavolo di Washington, preferendo forse Putin stringere accordi con il “Sultano” Erdogan piuttosto che invischiarsi in qualche genere di intesa con l’ “indecifrabile” e “zoppa” amministrazione Obama. Allo stesso tempo, però, un’alleanza con Israele avrebbe al contrario suggerito una più forte convergenza di interessi di Ankara con Tel Aviv e i Paesi Arabi in funzione anti-iraniana, trasformando l’apertura di Erdogan verso Mosca in un segnale contemporaneamente allettante ed insidioso per il fronte russo-iraniano e finalizzata fondamentalmente più a suscitare le preoccupazioni dei tradizionali alleati della Turchia (e quindi ad indurne l’aiuto) che l’interesse reale del Cremlino e di Teheran. Ad ogni modo Mosca, alla perenne ricerca di una via d’uscita dal suo attuale isolamento politico e “machiavellica” tanto quanto Erdogan in tema di strategie internazionali, ha accettato il gioco del “Sultano turco” al fine di poter ricattare con più efficacia gli Stati Uniti, tramutando pertanto in realtà la nuova intesa “di comodo” tra Ankara e lo “Zar” di “tutte le Russie”.

Si va in scena

Siamo così giunti alla sera di venerdì 15 luglio, l’ennesimo giorno di “tregenda” e di caos mediatico dopo il tragico incidente ferroviario in Italia, ripreso dai maggiori media internazionali, ed il nuovo attentato terroristico, rivendicato dall’ISIS, in Francia a Nizza. Kerry e Lavorv sono a Mosca per discutere del famoso accordo di collaborazione tra Usa e Russia sulla Siria. Si tratta sui dettagli ma a grandi linee il “matrimonio” è pronto per essere celebrato. Forse si attendono alcune notizie ed in base a queste l’accordo potrebbe anche subire alcune modifiche. Intanto in Turchia parte la macchina del golpe. Una parte della forze armate assume il controllo dei gangli vitali del Paese ed Erdogan viene costretto alla fuga. L’ultimo atto del “Sultano” è quello di chiamare i suoi “ a coorte” e poi il suo aereo decolla verso l’ignoto. I miliari dichiarano di aver preso il controllo del Paese e di essere pronti a rispettare tutti gli accordi internazionali in essere. I media americani danno già Erdogan in fuga verso la Germania. Accade poi un imprevisto. La Germania nega l’autorizzazione all’atterraggio del suo aereo. Nuova soffiata Usa: Erdogan in fuga verso Londra. Il telefono però “squilla a vuoto”. Erdogan in fuga verso Ciampino: smentito. Erdogan in fuga verso il Qatar: possibile ma a questo punto forse Erdogan in realtà stava già volando “in cerchio” non troppo lontano da Istanbul in attesa che i suoi, riversatisi puntualmente in massa per le strade, facessero il resto. Inizialmente da parte di Kerry e Lavrov solo dichiarazioni di prassi, nessun sostegno per il governo Erdogan. Lo stesso da parte di altri attori internazionali. Tutti in attesa degli eventi. Quando la gente ha iniziato a sfidare l’esercito si è reso evidente il fatto che se il golpe voleva essere coronato dal successo, l’esercito avrebbe dovuto sparare sulla folla. Erdogan lo aveva fatto capire in diretta tv: “se scenderete per le strade il golpe fallirà”. Chissà, forse il “Sultano” conosceva quale fosse stata la “red line” imposta ai “cospiratori”. L’opposizione turca sente puzza di bruciato e si defila. A questo punto arriva la telefonata di Obama a Kerry e poi la dichiarazione fatale per i golpisti: gli Stati Uniti sostengono il governo democraticamente eletto. Segue a ruota la medesima dichiarazione della Merkel. Per i militari è la fine, il sostegno internazionale non c’è stato, Erdogan atterra ad Istanbul ed  il golpe fallisce.

Epilogo

Se Erdogan fosse effettivamente scappato all’estero, il golpe avrebbe avuto sicuramente successo. Sia che Erdogan stesse cercando o meno una via di salvezza alternativa nel caso le cose fossero volte al peggio, la mancata autorizzazione tedesca al sorvolo ha certamente posto un freno alle voci di fuga all’estero che avrebbero potuto inferire un colpo mortale ai sostenitori del presidente turco. Parimenti il silenzio dei principali attori europei forse testimonia il fatto che se da un lato nessuno avrebbe mai versato una lacrima di compassione per Erdogan e i suoi atteggiamenti autoritari, dall’altro alcun governo del “Vecchio Continente” aveva la benché minima intenzione di favorire in qualche modo l’estensione dell’attuale caos mediorientale alla Turchia stessa. In particolare la Germania della signora Merkel ha tutto l’interesse a conservare l’integrità dell’accordo stipulato con Erdogan in tema di gestione del flusso dei migranti. In tal senso se c’è stato qualcuno che ha salvato Erdogan nell’ora fatale della sua presidenza, questo qualcuno, contrariamente alle dichiarazioni ufficiali relative alle preoccupazioni inerenti la conservazione dello stato di diritto nella Turchia del dopo-golpe, è stato l’Europa. Forse non è irrilevante rammentare che il ministro degli esteri turco Çavuşoğlu abbia ringraziato la mattina del  16 luglio il nuovo ministro degli esteri britannico Boris Johnson per il sostegno che il Regno Unito fornisce alla Turchia sia in sede Onu che altrove. Ciò detto appare alquanto oscuro il futuro dello scenario internazionale in Medioriente e non solo. Il declinare della potenza dell’ISIS, testimoniata una volta di più dalla caduta di Fallujah in Iraq, sta in realtà mettendo in primo piano le linee di frattura geopolitiche che sovrastano l’immediata minaccia rappresentata dal radicalismo islamico. La Francia è sconquassata dal terrorismo, dalle relative mancanze di un sistema di sicurezza terribilmente inadeguato rispetto alle minacce in corso e da probabili ricatti di natura internazionale. Lo stesso presidente Hollande si sta avviando verso il termine della suo mandato e la campagna elettorale in Francia si preannuncia rovente e fortemente dominata dalla grave crisi di politica interna in corso nel Paese transalpino. Il Regno Unito, dal canto suo, ha subito un pesante terremoto politico-istituzionale causato dalla Brexit e dalle conseguenti dimissioni del premier Cameron. Il nuovo governo di Theresa May avrà certamente un bel daffare nel gestire una situazione a dir poco caotica.  Boris Johnson, da parte sua, nel corso del suo passato di giornalista e commentatore politico, ha espresso numerose critiche nei confronti della politica estera di David Cameron. Si tratterà pertanto di capire se Boris Johnson sarà effettivamente all’altezza della posta in gioco o se prevarrà la sua natura provocatoria e “fuori dagli schemi” anche se apparentemente le sue prime dichiarazioni come ministro degli esteri appaiono perlomeno incentrate sulla continuità formale delle precedenti dichiarazioni emesse dal ministero degli esteri di Sua Maestà.  La Turchia, lacerata da  marcate faglie interne di natura socio-politica, naviga comprensibilmente a vista ed indubbiamente il fallito golpe si è rivelato essere per Erdogan (il quale aveva nel cassetto una lunghissima lista di proscrizione già pronta da tempo) un’ottima occasione per ripulire l’amministrazione pubblica da tutti i possibili oppositori ad un governo di tendenze palesemente autocratiche. I Paesi arabi dal canto loro tacciono e probabilmente stanno osservando attoniti la situazione. In questo scenario appare in realtà arduo cercare di vedere “il bicchiere mezzo pieno”. Se effettivamente l’ultimo “beau geste” dell’amministrazione Obama è consistito nel organizzare un golpe contro Erdogan, per quanto quest’ultimo possa risultare terribilmente retrogrado ed inviso ai più, ciò rappresenta un segnale molto grave rispetto a quelli che appaiono essere i rapporti di carattere geopolitico che si stanno consumando a livello internazionale. In tal senso va evidenziato che l’attacco verso l’ex-premier Cameron, imbastito in seno allo scandalo dei “Panama Papers”, e le accuse di Johnson contro Obama, formulate in piena campagna referendaria e relative ad un “comprovato”, stando alle parole di Johnson, “odio anti-britannico” del presidente Usa, potrebbero rappresentare l’ennesimo segnale di estrema sofferenza dei rapporti transatlantici in essere. A fronte della situazione di estrema precarietà nella quale versano i sostenitori “più veraci” dei ribelli anti-Assad, la situazione in Siria appare altresì molto grave se non compromessa. La città di Aleppo in mano all’Esercito Libero Siriano (FSA) ed alleati è assediata e le sorti della rivolta anti-regime appese ad un filo. D’altra parte ciò che è mancato ai ribelli siriani nel corso dell’intero conflitto è stato un appoggio militare diretto da parte del riluttante ed “americano-dipendente” gruppo degli “Amici della Siria”, un supporto bellico che nel momento di maggior difficoltà per il regime di Assad né Mosca né Teheran hanno fatto mancare, mutando oltretutto a favore di Damasco le sorti del conflitto. Non ci si può in tal senso stupire se Ankara, alchimie diplomatiche a parte e pur continuando a spalleggiare gli insorti siriani, stia cercando di riallacciare un contatto più diretto con Mosca, nuovo importante alleato dei curdi dell’YPG assieme agli Usa, al fine di scongiurare la creazione di uno stato curdo (possibilità rigettata, fra l’altro, da Assad stesso) la quale potrebbe portare alla frantumazione della medesima Turchia.  In definitiva Damasco, Mosca e Teheran sono pronte a raccogliere i frutti di un lungo rapporto di natura equivoca ed ambivalente intessuto con un’amministrazione Obama che in questi otto anni di presidenza ha sovvertito gran parte delle antiche alleanze e che è intenzionata fino all’ultimo, nonostante le forti resistenze interne agli apparati politico-burocratici degli Stati Uniti stessi, a devastare decenni di consolidati rapporti di amicizia internazionale, regalando, nei fatti, a Putin e ai suoi alleati l’egemonia su un Medioriente e su un Europa messa in ginocchio prima da una crisi economica nata negli Stati Uniti che si è evoluta in crisi politica e poi da stragi senza fine compiute da un terrorismo di natura barbarica, evanescente ed ambigua. Che sia questo l’epilogo storico scaturito dalla maligna azione terroristica promossa da Osama bin Laden l’undici settembre 2001? Le elezioni americane di novembre forse forniranno una risposta in tal senso e ci mostreranno se il prossimo presidente degli Stati Uniti vorrà raccogliere la nefasta eredità politica lasciata come pesante fardello ai posteri da Barack Hussein Obama.

Turchia: le denunce di violazione dei diritti fondamentali precedenti al golpe

Che la Turchia abbia un ruolo strategico nell’area mediorientale e nella costruzione di un ponte tra Asia ed Europa è evidente, non a caso è membro della NATO dal 1952 e dal 1999 ricopre lo status di paese candidato all’adesione all’UE. Quasi 20 anni di trattative non hanno portato alla sua inclusione europea per ragioni non solo strutturali e finanziarie. Nonostante gli adeguamenti che lo Stato ha portato e cerca di apportare, rimangono molti dubbi che sono accresciuti con la presenza di  Recep Tayyip Erdoğan nelle sue funzioni di Capo del Governo prima e di Presidente della Repubblica poi.

Turchia: le denunce di violazione dei diritti fondamentali precedenti al golpe - Geopolitica.info

Gli stessi dubbi hanno portato gli alti rappresentanti dei vari paesi del mondo a vedere con preoccupazione non solo il golpe avvenuto nella notte a cavallo tra il 15 ed il 16 luglio scorso, ma soprattutto le conseguenze che ne derivano. Innanzitutto le prime dichiarazioni, tra cui quella del presidente Obama, sono arrivate a colpo di stato già sedato. La cancelliera Merkel, Putin, la Commissione europea, il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, hanno dapprima ribadito il loro pieno sostegno al governo democraticamente eletto, per poi sottolineare la speranza del rispetto dei diritti fondamentali dei golpisti e scongiurare una mera vendetta politica da parte del governo turco.

Visti gli sviluppi degli ultimi giorni, le preoccupazioni iniziali si dimostrano sempre più fondate, soprattutto dopo la dichiarazione di Erdoğan di voler ristabilire la pena di morte per i “traditori” dello stato e le fonti che attestano l’arresto, l’interdizione o la rimozione dai pubblici uffici di circa 60.000 persone tra agenti di polizia, soldati, giudici, procuratori, rettori, insegnanti e civili. Addirittura dei video e degli scatti fotografici ritraggono uomini legati, spogliati quasi totalmente ed ammassati tra di loro. Soltanto ora la comunità internazionale inizia a condannare la politica aggressiva del Presidente turco, solo ora la Merkel minaccia di porre il veto per l’adesione della Turchia all’UE se non recede dal voler reintrodurre la pena capitale. Intanto il dialogo tra il Segretario di Stato John Kerry e il Primo Ministro turco Yildirim si acuisce con la richiesta del primo di mantenere e rispettare lo stato di diritto e l’avvertimento del secondo di rivedere i rapporti con la Casa Bianca se Gulen non verrà estradato.

Il golpe fallito ha come risultato quello di far venire al pettine i nodi che da anni vedono coinvolti la Turchia e le sue controparti internazionali.

L’autoritarismo di Erdoğan non aveva certo bisogno di un’ultima dimostrazione per essere preso in considerazione. Tanto meno l’attuale tensione diplomatica tra lo stato turco e altri soggetti internazionali è una novità.

Varie relazioni come il “Turkey 2015 Human Rights Report” del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, o il “Progress Report” presentato dalla Commissione Europea il 10 novembre scorso ovvero il “World Report 2015” dello Human Rights Watch – tanto per citarne alcune – dimostrano che in Turchia la violazione dei diritti umani è presente da anni e tende ad aggravarsi costantemente. Le denunce che ONG, giornalisti e varie istituzioni internazionali presentano da tempo si riferiscono a gravi violazioni di diritti civili, politici e sociali. Tutte evidenziano l’eccessivo ricorso alla forza e alla violenza da parte di agenti di polizia (che spesso trova la sua conclusione in omicidi arbitrari e illegali), l’assenza di investigazioni sulla scomparsa di centinaia di persone (non di rado oppositori politici o contestatori del governo), il ricorso alla tortura e a trattamenti inumani e degradanti, le detenzioni arbitrarie e l’inosservanza del principio di processo equo e giusto, la repressione della libertà di stampa e di parola anche tramite la censura di molti siti internet, la dura repressione di manifestazioni pacifiche, la corruzione e la non trasparenza in molti rami governativi, la discriminazione sulle donne (soprattutto nella zona rurale del sud-est – basti pensare che viene ancora condiviso culturalmente l’omicidio d’onore), i matrimoni forzati e prematuri, la scarsa ed inefficiente assistenza agli immigrati (soprattutto siriani).

Cosa ha fatto fino ad ora la comunità internazionale? Per lo più è intervenuta tramite richiami.

Eppure la protesta del Gezi Park del 2013 ha fatto scalpore. Nonostante fosse iniziata con una cinquantina di ambientalisti, la repressione dura della polizia ha avuto come effetto domino quello di far accrescere esponenzialmente il numero dei manifestanti e di espandere il fenomeno anche in città quali Ankara e Antalya. Non si trattava più di difendere un parco bensì di tutelare i diritti dei cittadini. L’intolleranza di Erdoğan rispetto all’aumento di coloro che erano scesi in piazza è evidente nel suo intervento televisivo in cui ha annunciato “Quando loro riuniscono 20 persone, io ne chiamerò 200.000. Quando loro ne portano 100.000, io ne avrò un milione“.

Minore eco hanno avuto i due Gay Pride del 2016 e del 2015, organizzati entrambi nel periodo coincidente col Ramadan e brutalmente soppressi e la manifestazione per la parità delle donne del marzo scorso.

Le reazioni sproporzionate del governo turco al fallito colpo di stato sono perfettamente in linea con una politica definita e posta in essere da anni.

Se l’ultima dichiarazione del vice premier Numan Kurtulmus alla Cnn Turk riguardo la sospensione della Convenzione Europea dei Diritti Umani per il periodo che ingloba lo stato d’emergenza è ovviamente preoccupante, tuttavia non sembra così imprevedibile. Nonostante Ankara stia seguendo procedimenti legittimi in quanto previsti dalla stessa CEDU, ciò su cui bisognerebbe concentrare l’attenzione sono le ripetute analisi presentate anche all’interno della stessa UE da parte delle commissioni competenti, le quali dimostrano a chiare lettere che la Turchia è ben lungi dal recepire e implementare le norme della Convenzione sovra-citata, condizione necessaria affinché sia accettata la sua domanda di adesione all’Unione Europea.

Erdoğan è ben consapevole dell’importanza strategica del suo paese nello scacchiere internazionale, sia riguardo alla lotta al terrorismo – e quindi nel contesto della NATO – sia per gli accordi con l’UE sulla ripartizione dei migranti.

Per tale ragione non è intimorito nel chiedere agli Stati Uniti il rilascio di Gulen e contemporaneamente considera inappropriate ed ingerenti le richieste delle istituzioni europee su questioni che egli reputa di esclusiva competenza interna.

L’essere utili se non necessari, ha portato la Turchia a trovare delle controparti inermi e silenti.

Ora, a meno che i diritti fondamentali non siano solo parole scritte su Convenzioni ci si aspetta una reazione ferma e risoluta da parte sia degli stati che delle maggiori organizzazioni internazionali, senza fare troppo affidamento su una modifica dell’atteggiamento del presidente turco.

D’altronde a distanza di anni la tracotanza dell’uomo che nel 1998 finì agli arresti per aver citato i versi del poeta Ziya Gökalp “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati” ne è uscita indenne.

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