Archivio Tag: Erdogan

L’ingerenza turca nei social media

A seguito di una proposta del partito conservatore Akp del presidente Erdogan, si è votato in Turchia nelle scorse ore una nuova legge che riconosce al governo nuovi strumenti per regolare i contenuti sui social media.

L’ingerenza turca nei social media - Geopolitica.info

Di fatto, dal prossimo primo ottobre, le piattaforme con oltre un milione di utenti al giorno, come Facebook, Twitter e YouTube, dovranno nominare un rappresentante legale turco che registri i dati dei propri utenti, in modo da renderli accessibili alla magistratura qualora ce ne fosse bisogno.

Per molti osservatori questo provvedimento è in linea con la politica autoritaria, sempre più aggressiva, adottata negli ultimi anni dal leader turco Erdogan. Una politica aggressiva che non riguarda però solo gli affari interni ma anche quelli esteri e religiosi.

La scorsa settimana, tra Ankara e Atene, abbiamo assistito ad un’escalation di tensione circa Kastellorizo, una piccola isola greca di neppure 10km quadrati. Abitata da meno di 500 persone e celebre al grande pubblico per essere stata la location del film “Mediterraneo”, Kastellorizo dista circa 80 miglia nautiche da Rodi ma solo 3 dalle coste turche. Uno spazio irrisorio quindi a confronto. Il perché di questa assegnazione è da ricercare nel trattato di Parigi del 1947 che,nella spartizione dei territori, decise di assegnare Kastellorizo ad Atene.

Nessuno in quei tempi avrebbe mai immaginato che una così minima porzione di terra potesse essere oggetto di disputa territoriale. Il motivo principale di questa disputa è però da ricercare nella più ampia partita relativa alla definizione delle zone economiche esclusive per lo sfruttamento delle risorse naturali nel Mediterraneo. Un contenzioso che solo il diritto internazionale e le organizzazioni sovranazionali potranno ora risolvere.

Non è secondario il fatto che tra Ankara e Atene i rapporti non siano stati ottimali negli ultimi decenni. Tutt’altro. Innanzitutto la Grecia non ha mai tollerato la nascita della Repubblica Turca di Cipro del Nord, avvenuta unilateralmente nel 1983 e mai riconosciuta da alcun Paese al mondo, per paura che tale avvenimento potesse poi ripetersi in altre zone del Mediterraneo.


Vuoi approfondire i temi relativi alla teoria delle relazioni internazionali?

Scopri il nostro Corso online “Comprendere le Relazioni internazionali: anarchia, potere, sicurezza”!


Ciò che emerge da questa situazione è la conferma di una sempre più spregiudicata politica del padre/padrone di Ankara
Erdogan. Lo stesso Erdogan che ha suscitato scalpore quando ha comunicato la scelta unilaterale di trasformare Santa Sofia, basilica cristiana ortodossa dal 562, in una moschea. Un segno provocatorio che ha comportato la presa di posizione di Papa Francesco che si è detto dispiaciuto per la scelta. Purtroppo, oltre la timida protesta del Vaticano, la decisone di Erdogan è stata accolta dalla comunità internazionale, come spesso accade, con un silenzio assordante.

Lo stesso silenzio che l’Unione Europea sta praticando in questo momento davanti alle politiche autoritarie turche. Un silenzio che potrebbe con il passare delle ore essere sempre più colpevole se non si avrà il coraggio di prendere una posizione netta di condanna nei confronti di Ankara per le sue intollerabili scelte politiche perpetrate dal sempre più potente Erdogan.

Giangiacomo Calovini,
Geopolitica.info

Il sogno neo-ottomano di Erdogan destinato ad infrangersi a Washington

La strategia degli Stati Uniti nel Grande Medio Oriente è la stessa da decenni, limpida nella sua linearità: impedire che un’unica entità, o una coalizione di Stati, divenga egemone in un’area che va dal Marocco ai confini della Cina. Al momento, solo due potenze regionali sarebbero in grado di raggiungere l’ambito scopo: Turchia e Iran; tuttavia considerando l’isolamento diplomatico e la debolezza economica di Teheran, ancora sotto sanzioni da parte dell’Occidente, non resta che il Paese erede dell’impero ottomano.

Il sogno neo-ottomano di Erdogan destinato ad infrangersi a Washington - Geopolitica.info

La Turchia è una potenza in ascesa: dalle liberalizzazioni economiche degli anni Ottanta ha goduto di una più forte crescita economica e di maggiore stabilità, mentre negli anni Novanta è salita al potere una nuova generazione di politici, il cui esponente di punta è Recep Tayyip Erdogan, alla testa del Paese dal 2003.

Affiliato ai Fratelli Musulmani, autodefinitosi un “democratico conservatore” e considerato inizialmente di orientamento islamico “moderato”, Erdogan guida oggi uno Stato in grado di proiettare influenza geopolitica ben al di fuori di quelli che sono percepiti gli stretti confini nazionali stabiliti nel Trattato di Losanna.

Innanzitutto nel Mediterraneo, dove la Turchia manovra la Tripolitania di Al Serraj, il cui governo è riconosciuto dall’Onu come l’unico legittimo di tutta la Libia; mentre tenta di piegare la Cirenaica di Haftar inviando sul campo truppe ed armamenti, Erdogan ha firmato un’intesa con Tripoli sulla definizione della zona economica esclusiva, per godere dell’utilizzo dei giacimenti di idrocarburi presenti in quelle acque. Intesa che lede gli interessi della Grecia, ma anche dell’Italia che opera attraverso l’Eni al largo di Tripoli; senza dimenticare Cipro (dal 1974 in parte sotto occupazione attraverso la Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta solo da Ankara), i cui giacimenti off shore sono presidiati dalle navi militari turche, in danno ancora una volta della Grecia e dell’Eni.

Inoltre, è da tenere d’occhio l’evoluzione politica della Tunisia, storicamente laica in cui però nella coalizione di governo sono recentemente entrati i Fratelli Musulmani, che ha come principali finanziatori proprio Turchia e Qatar.

Il ruolo della Turchia in Siria dopo lo scoppio della cosiddetta guerra civile del 2011 è apparso ondivago nella tattica ma limpido nei fini: neutralizzare la componente curda presente nel nord della Siria e dell’Iraq annettendo quei territori e spingendosi anche oltre, da Aleppo a Mosul; uno scenario che Russia e Iran vorrebbero non si realizzasse, con gli Stati Uniti che valutano di incrementare il loro supporto alle milizie curde mentre sperano che la Turchia si impantani in questo vero e proprio ginepraio. Alla guerra in Siria è legata anche la questione dei migranti: Ankara accoglie al momento più di tre milioni di profughi che usa come arma di ricatto nei confronti dell’Unione Europea, dalla quale pretende ingenti finanziamenti per trattenerli entro i propri confini e non lasciar invadere il continente attraverso la rotta balcanica. Nella tormentata penisola, il soft power della Turchia fa leva sulla comune identità islamica di Albania e Kosovo, ed in parte di Bosnia-Erzegovina e Macedonia, ma la cooperazione prosegue con tutti gli Stati della regione balcanica anche nei settori industriali e tecnologico senza trascurare gli aspetti militari.

Ankara ha inoltre rafforzato la sua influenza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa, in particolare in Sudan e Somalia: con Khartum sono stati confermati numerosi accordi commerciali da miliardi di dollari l’anno, oltre al completamento di una base militare turca sull’isola di Suakin; per quanto riguarda Mogadiscio, la Turchia è stata tra i primi Stati a ripristinare le relazioni diplomatiche con l’ex colonia italiana, con gli aiuti umanitari che hanno fatto da apripista alle imprese ed alle forze armate di Ankara. Oggi imprese turche controllano non solo l’aeroporto della capitale ma gestiscono anche il principale porto marittimo, ma il vero bottino è costituito dallo sfruttamento delle risorse energetiche al largo della costa somala.

La presenza turca nella regione risponde alla necessità di ridimensionare il ruolo delle petromonarchie del Golfo, su tutte Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che considerano quei territori come una loro propaggine, oltre alla già sottolineata esigenza della Turchia di accrescere il proprio ruolo di potenza energetica. La futura egemonia turca in questo settore è considerata un obiettivo fondamentale da Erdogan, intenzionato a rifornire l’Europa di gas e petrolio, provenienti principalmente da Russia ed Azerbaigian, esclusivamente attraverso il suo Paese.

Ma la partita più importante riguarda le relazioni con la Cina: Ankara ha bisogno degli investimenti e del supporto cinese per realizzare il sogno neo-ottomano, mentre il Dragone necessita del gigantesco ponte a cavallo tra oriente e occidente rappresentato dalla Turchia. L’ambizioso progetto delle Nuove Vie della Seta vede infatti nella Turchia uno snodo imprescindibile in direzione del continente europeo; attualmente un treno merci cinese impiega solo dodici giorni ad arrivare ad Ankara dalla città di Xi’an attraverso la China Railway Express, dove prosegue per Istanbul e da qui attraverso la linea turca Marmaray sotto lo stretto del Bosforo verso l’Europa. La cooperazione tra Cina e Turchia si basa sul consorzio Heritage Platform, società sino-turca con sede a Hong Kong e nata dalla fusione tra la Heritage Turkey e la Caricom Oil of China.

Erdogan sa bene che non può far crescere la produzione industriale nazionale, in particolare il settore bellico, senza gli investimenti di Pechino, essendo intenzionato a rafforzare l’industria pesante per incrementare l’esportazione di prodotti Made in Turkey verso l’Unione Europea e l’Unione Economica Eurasiatica, riducendo le importazioni di prodotti provenienti dalla Zona Euro.

Oltre agli investimenti infrastrutturali e agli accordi commerciali che spaziano dal turismo all’energia, la Cina ha iniziato a giocare un ruolo determinante in Turchia anche sotto il profilo finanziario: la scorsa estate la Banca centrale cinese ha letteralmente salvato Ankara dal default iniettando fondi nell’economia turca per la cifra complessiva di un miliardo di dollari, per far fronte al crollo della lira turca nei confronti delle principali valute di riserva mondiale, dollaro in testa.

In seguito, Erdogan ha ribadito i suoi propositi amichevoli verso Pechino, dichiarando di essere pronto a commerciare con la Cina attraverso le rispettive valute nazionali e non più in dollari.

La Turchia è un membro della NATO, il secondo dopo gli Stati Uniti per numero di forze armate, ha svolto un ruolo cruciale nel contenimento dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, soprattutto controllando l’accesso al Mediterraneo dal Mar Nero e rimane, nonostante le sue ambiguità e le sue doppiezze, un alleato del mondo occidentale. Washington non ha alcun interesse a rompere con Ankara, avversario strategico di Russia e Iran, ma non c’è dubbio che le velleità imperiali turche collidano con gli interessi americani. L’annessione di parte di Siria e Iraq e persino il controllo della Tripolitania sono tollerate se non incoraggiate per impedire che altri attori, decisamente più ostili e minacciosi, colmino quel vuoto di potere.

Invece una Turchia neo-ottomana, egemone nel Mediterraneo orientale ed in grado di proiettare la sua influenza geopolitica dall’Europa all’Oceano Indiano, ma soprattutto testa di ponte della Cina verso occidente, non sarebbe in alcun modo accettabile da parte degli Stati Uniti. Erdogan è stato avvisato più volte e, nonostante il tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 che lui stesso ha attribuito a Washington, continua ad inseguire i suoi sogni imperiali.

Italia e Turchia. Tra ambiguità e mea culpa

I più recenti eventi che hanno visto la cooperazione italo-turca in Somalia per la liberazione di Silvia Romano hanno risuonato tanto nei media quanto nell’opinione pubblica come un vaso di Pandora scoperchiato all’improvviso. Eppure, le relazioni tra Roma e Ankara sono da tempo connotate da peculiarità che appaiono certamente ambigue – se non divergenti – qualora le si interpreti con la grande lente internazionale. Allo stesso tempo, però, le relazioni bilaterali continuano a mantenere un profilo tutt’altro che conflittuale, lasciando quindi aperti interrogativi più profondi sul loro futuro così come su quello delle calde questioni di mutuo interesse.

Italia e Turchia. Tra ambiguità e mea culpa - Geopolitica.info

Due Paesi due misure

In generale, seguendo il trend degli ultimi anni, non deve del tutto sorprendere che laddove l’Italia giochi il suo classico ruolo di mediatore e subisca la mancanza di un’agenda estera europea, la Turchia abbia gioco facile nel perseguire il proprio obbiettivi strategici. Sarebbe fallace leggere l’ingresso della Turchia in determinate aree di reciproco interesse come un torto all’alleato italiano in una diretta correlazione causa-effetto, poiché significherebbe non considerare le variabili strutturali interne ed esterne che hanno determinato la più recente politica estera dei due Paesi. Da un lato l’Italia ha pagato le discontinuità di governo e l’aver subordinato l’interesse nazionale ad azioni cooperative con alleati incerti o sotto l’egida delle organizzazioni internazionali. Ne è risultato un rischio costante di privarsi di una propria voce e mancare di rapide risposte ai mutamenti globali. Dall’altro, la stabilità al potere dell’AKP di Erdoğan e la crescente instabilità internazionale hanno invece permesso alla Turchia di ricercare un proprio spazio di autonomia fuori dal conservatorismo della “pax americana” e verso nuove aree, ma sempre sfruttando la propria posizione geostrategica all’interno della NATO e senza mai privarsi totalmente di un’utile dimensione europea. 

La Somalia: rischi e opportunità

Di certo, non si può parlare di una “questione somala” tra Roma e Ankara o di una competizione sul campo, quanto piuttosto di un diverso calcolo costo-opportunità maturato nel tempo. L’ex colonia è fuori dalle rotte italiane già dal crollo del regime di Barre nel 1991, cui hanno seguito un’anarchia militare e una missione ONU fallimentare che hanno reso il terreno fertile per la diffusione di gruppi terroristici di matrice islamica e per l’ingresso di nuovi attori. Lo scenario avrebbe pertanto richiesto un impegno meno cooperativo e più assertivo con il quale l’Italia avrebbe arrischiato la propria immagine internazionale già pesante di un passato coloniale. Chi invece ha potuto penetrare più in sordina nel Corno d’Africa è la Turchia. Contrariamente a una lettura del neottomanesimo limitata alla chiave imperialistica, la dottrina estera delineata da Davutoğlu ha dapprima giocato la carta del soft power culturale e della “diplomazia umanitaria” per poi stabilizzare la propria presenza con investimenti economici e militari. Erdoğan ha guadagnato credito a tal punto da “esser stato invitato” a cercare petrolio dal governo di Mogadiscio. È sempre la Turchia che negli ultimi mesi ha portato assistenza nell’affrontare la drammatica invasione di locuste e che ha inviato in Somalia materiale sanitario per far fronte all’emergenza Covid-19. Rimane altresì da comprendere quanto siano realmente calcolati i pericoli di iperestensione nel lontano ginepraio africano per un Paese che, similmente all’Italia, si configura come una media potenza. 

La Libia tra due fuochi 

Lo scenario libico è invece il più preoccupante dal momento che l’Italia fatica a districarsi nel balletto di alleanze tra i suoi alleati nel Vecchio continente e quelli mediterranei, tanto da aver scelto una posizione intermedia tra Al-Sarraj e Haftar che fornisce poche certezze. Roma ha seguito la strada diplomatica dalla Conferenza di Palermo all’ultimo incontro di Berlino, aprendosi alla sponda di Egitto, Russia, Emirati e Francia al fianco di Haftar. Questo però al prezzo di rischiare di perdere la propria credibilità con quello che appare un tacito passo indietro – se non l’ammissione di un fallimento strategico – dall’inziale supporto al presidente Al-Sarraj sostenuto dall’ONU. La Turchia, anche in questo caso, ha approfittato delle reticenze europee (e ancor più degli alleati atlantici) a scendere in campo a fianco del Governo di Accordo Nazionale, inviando armi e trasferendovi le milizie mercenarie già usate in Siria. L’interesse di Ankara nell’evitare il collasso del governo di Tripoli non si inserisce tanto nel contesto delle rivalità egemoniche regionali, quanto piuttosto negli appetiti energetici che l’accordo con Al-Sarraj potrebbe saziare al termine del conflitto. 

La strada è in salita perché la partita è militare. Contrariamente alle illusioni iniziali, purtroppo, il disegno di Haftar esclude disarmo e pace. Nonostante un costo in vite umane inqualificabile, in realtà, il conflitto libico è poco nelle mani dei libici e molto dipendente dalla forza del sostegno degli attori esterni. Le ultime sconfitte subite dal generale sembrano aver portato Egitto, Russia e Francia a rimodellare il loro coinvolgimento, mentre la presenza turca ostacola le forniture dagli Emirati. Con questo nuovo equilibrio a favore del fuoco di Al-Sarraj, l’Italia ha la possibilità reinserirsi nello scacchiere. Per farlo è prima necessario un riavvicinamento deciso al Governo di Unità Nazionale e un’eventuale rinegoziazione del Memorandum of Understanding sarebbe una prima via per chiarire le opzioni anche nell’ottica di tavoli futuri. In tal senso, l’azione turca e italiana rimarrebbero antitetiche nelle modalità d’azione – l’una militare e l’altra negoziale– ma avrebbero in Al-Sarraj una pedina comune sul campo da muovere verso i propri scopi ultimi. Parallelamente, il tenore del contributo alla nuova operazione navale europea EUNAVFOR MED “Irini” sarà l’altro strumento da maneggiare con cura per provare a tener vivo un minimo indirizzo comunitario votato al bene comune: la stabilità. 

Le burrasche del Mediterraneo Orientale

Sul versante levantino del Mediterraneo, oltre alla annosa questione cipriota, il nodo è la spartizione delle Zone Economiche Esclusive per lo sfruttamento di risorse energetiche. Il sopracitato accordo di massima con al-Sarraj ha certamente dimostrato l’intenzione della Turchia nel proseguire con esplorazioni extraterritoriali in netto contrasto con gli interessi di diversi attori, tra cui l’Italia stessa. I toni si sono inaspriti a tal punto che Grecia, Cipro, Egitto, Francia e Emirati Arabi Uniti hanno adottato un comunicato che condanna le “attività illegali turche”. Ciononostante, la tradizionale prudenza potrebbe paradossalmente favorire Roma in questa fase polarizzante della questione. “Sostenere a oltranza, più della stessa Unione Europea, le mire di Grecia e Cipro non ci avvantaggia”, sottolinea l’ufficiale Fabio Caffio. Così come prendere una posizione meno equilibrata potrebbe avere un alto prezzo strategico visto che, a differenza degli altri Stati dell’asse anti-Erdoğan, l’Italia non sostiene ufficialmente Haftar e possiede una serie di dossier comuni con Ankara. In sostanza, gli interessi geopolitici italiani ruotano attorno alla prospettiva di una Libia unificata e pacificata. Nel frattempo, un riavvicinamento alla Turchia va comunque valutato positivamente nella misura in cui l’Italia sappia da sola far valere la superiorità del proprio peso specifico nella questione energetica. Tra consensi interni altalenanti e un’economia in bilico, Erdoğan necessita di azioni repentine e grandi compromessi col rischio di errori di calcolo. L’italiana ENI è invece un consolidato protagonista che necessita unicamente di tornare ad esser caricata del suo naturale significato strategico. Magari partendo da un impulso al progetto Eastmed e da una valorizzazione del TAP, fuori dai connotati politici ma dentro l’idea di affidarsi ad armi negoziali meglio delineate. 

Non solo Alleanza Atlantica

Le relazioni bilaterali, non va dimenticato, hanno numeri importanti e necessitano di rimanere vive anche per il quadro economico ora più che mai necessario per l’export italiano e l’internazionalizzazione delle aziende strategiche. L’Italia è il quinto partner commerciale della Turchia, con 20 miliardi di interscambio totale e 1.418 realtà italiane presenti sul territorio – tra cui FCA, Leonardo, Pirelli, Ferrero, Salini Impregilo. La voce più consistente è rappresentata dall’industria automobilistica, seguita dalla metallurgia e dal tessile e dal settore agroalimentare. Se è vero in generale che l’Italia fatichi a far la voce grossa, sarebbe un errore farlo tout court nei confronti della Turchia e privarsi di un partner con cui è più conveniente continuare dialogare anziché rompere il canale privilegiato e rischiare pesanti ripercussioni di lungo termine. Mantener saldo lo strumento economico è sempre utile nell’ottica di dispute più ampie.

In conclusione, la politica estera italiana va come sempre esaminata con la giusta dose di pragmatismo. È quindi lecito e corretto il dibattito su un eventuale debito verso Erdoğan dopo la liberazione di Silvia Romano, ma il giudizio non può prescindere da un mea culpa più profondo: la Turchia rappresenta solo uno dei tanti speculatori su un debito che la politica estera italiana nutre in primis verso se stessa e le vicende in Somalia altro non sono che una cartina tornasole di problematiche strutturali mai realmente affrontate.

Nel quadro mediterraneo in costante evoluzione, mantenere la “barra al centro” con il vicinato è ora l’unico imperativo realistico per l’Italia, quantomeno per continuare a difendere un profilo internazionale di moderazione e affidabilità. Certo, farlo con paesi sfuggenti come la Turchia richiede la stesura a monte di un’agenda estera con precise priorità e la definizione di propri asset strategici per materializzarla. Solo in tal caso, forte di espedienti concreti su cui far leva, sarebbe possibile per l’Italia tornare ad avere un Mare Nostrum e ridefinire la propria postura, anche verso l’incauto alleato turco. Il fatalismo non deve prevalere e un più alto livello di minacce non deve tradursi in disinteresse né tantomeno in rottura, ma nell’elaborazione di un’interdipendenza che disincentivi la non-cooperazione. 

Libia e Cipro: due crisi legate dalla politica energetica turca

Uno degli obiettivi strategici a medio-lungo termine del “neo-ottomanesimo” di Erdogan è quello di fare della Turchia la potenza egemone del Mediterraneo orientale. L’apertura di basi militari in Sudan e Somalia è funzionale a rafforzare la presenza turca nel crocevia marittimo del Mar Rosso, in una zona massicciamente interessata dal passaggio delle rotte commerciali e petrolifere tra Europa ed Asia; la presenza militare turca in territorio siriano; il ruolo di punta che Ankara sta rivestendo nella crisi libica sia con il sostegno militare ad al-Sarraj che con la guida delle trattative tra i contendenti, per non parlare dell’accordo bilaterale con Tripoli sull’estensione delle rispettive ZEE nel Mediterraneo; questi sono tutti elementi che, se considerati come parte integrante di un unico puzzle geostrategico, fanno azzardare l’ipotesi che gli attuali sviluppi della guerra in Libia e la crisi politico-diplomatica nella ZEE cipriota siano collegate.

Libia e Cipro: due crisi legate dalla politica energetica turca - Geopolitica.info

Dal punto di vista giuridico una ZEE è la zona marina di massima estensione di 200 miglia in cui lo Stato costiero esercita diritti sovrani sulla massa d’acqua per la gestione delle risorse naturali (principalmente di pesca) e per la protezione dell’ambiente marino. Il relativo regime, stabilito dall’Unclos, ha assunto anche un valore consuetudinario. Il limite esterno della ZEE, se non diversamente stabilito, coincide con quello della sottostante piattaforma continentale in cui lo stesso Stato ha il diritto di sfruttare le risorse minerarie quali idrocarburi, noduli polimetallici e terre rare.

Il 4 ottobre scorso la nave di perforazione “Yavuz”, scortata da naviglio della Marina Militare Turca, era entrata nelle acque del “Pozzo di Guzelyurt – 1” considerate da Cipro come parte integrante della propria ZEE, in cui Nicosia aveva concesso una licenza di esplorazione congiunta alla compagnia italiana ENI ed alla francese Total. A fronte delle proteste cipriote, il ministro per l’Energia di Ankara Fatih Donmez aveva dichiarato che l’obiettivo della “Yavuz” era quello di rendere disponibili le risorse energetiche al popolo turco, sottolineando come quelle acque fossero di pertinenza della non riconosciuta Repubblica Turca di Cipro Nord, cioè dell’unica ZEE turca fino a quel momento nota. I francesi per tutta risposta inviarono due fregate a Larnaca – ufficialmente per operazioni congiunte con la Marina cipriota –  mentre l’UE sanzionò Ankara annunciando che le trivellazioni illegali turche avrebbero condizionato negativamente i negoziati sui nuovi insediamenti nell’isola.

Dal punto di vista politico i turchi avevano manifestato insofferenza per la concessione di licenze di sfruttamento esclusive da parte di Cipro. ENI e Total avevano ottenuto licenze per l’esplorazione di 7 dei 13 quadranti in cui è divisa la ZEE cipriota e tra le altre compagnie sono presenti in quelle acque anche le statunitensi Exxon Mobil e Noble Energy, l’israeliana Delek e l’olandese Shell.  A febbraio 2019 la Turchia aveva provato a mostrare i muscoli inviando proprie navi militari a chiudere la rotta della nave di perforazione “Saipem 12000”, noleggiata da ENI, diretta verso il quadrante 7 con licenza di Nicosia. La crisi diplomatica innescatasi con l’Italia ha gettato nuova luce sull’annoso problema giuridico ma ancor prima politico della definizione chiara dei confini delle ZEE che, come spiegato approfonditamente da Fabio Caffio su “Analisi Difesa” (https://www.analisidifesa.it/2019/12/oltre-lintesa-turco-libica-il-problema-delle-zee-nel-mediterraneo/), è parte integrante di quelle norme di diritto internazionale variamente interpretabili in cui sono gli Stati nazionali e non le organizzazioni sovranazionali ad avere l’ultima parola.

A dicembre 2019 Erdogan ed al-Sarraj hanno firmato un memorandum sulle rispettive ZEE: dalla parte libica il tratto di mare considerato è quello compreso tra il confine egiziano e Derna (territori oggi controllati da Haftar) e da quella turca partendo dal tratto di mare alle spalle dell’isola greca di Castellorizo fino alla Penisola di Marmaris. Tali scelte mettono in evidenza da una parte la volontà turca di sfruttare il rispetto formale e sostanziale da parte di Atene della moratoria NATO del 1974 atta ad impedire ai greci di proclamare proprie ZEE oltre i limiti delle acque territoriali, dall’altra la decisione di Erdogan di giocarsi una partita delicata ma fondamentale a Cipro sul fronte energetico.

La nuova ZEE turco-libica spacca in due le rotte mediterranee e potrebbe creare, in caso di inasprimenti delle relazioni con l’UE o con altri Paesi impegnati in Libia o a Cipro, delle ritorsioni da parte di Ankara sulla posa dei gasdotti (questione gasdotto East Med).

Le scelte di Ankara hanno subito innescato la prima reazione: nei giorni scorsi infatti il governo greco, che fino a quel momento si era tenuto lontano dall’intervenire direttamente nella crisi libica, ha incontrato il generale Haftar e la possibilità che si sia parlato anche di stipulare un “contro-memorandum” tra Atene e Tobruk relativo alle rispettive ZEE  è abbastanza concreta. Se infatti nel 1974 la questione relativa alla piattaforma continentale dell’Egeo fu il casus belli del conflitto greco-turco, oggi, con la rottura dello status quo, la Grecia potrebbe sentirsi autorizzata non solo ad estendere le proprie acque territoriali ma anche a proclamare una propria ZEE che, per limiti geografici, andrebbe a confliggere ed a sovrapporsi a quella turca del memorandum Erdogan-Sarraj.

L’intervento militare turco in Libia, modesto nella quantità ma politicamente fondamentale, ha evitato la sconfitta di Tripoli ed ha messo nelle mani di Erdogan un capitale che a tempo debito – non molto lontano – si potrà riscuotere: innanzitutto sulle casse di al-Sarraj grava un prestito da 2,7 miliardi di dollari provenienti da Ankara che sono serviti a continuare la guerra contro Haftar (nelle forze armate tripoline i regolari sono in netta minoranza rispetto ai miliziani, i quali sono fedeli a chi li paga e non a chi ne rappresenta le istanze politiche) e ad evitare rovesci politici; facendo un paragone storico pare che la Turchia abbia utilizzato la stessa strategia della Gran Bretagna e della Francia durante la crisi egiziana del 1875-1882: la Potenza estera che, tramite prestiti, controlla il debito di un Paese, di fatto controlla la politica di quel Paese.

Seguendo tale assioma nulla impedirebbe alla Turchia di “obbligare” la NOC – la compagnia petrolifera statale libica – a ridiscutere le attuali licenze d’esplorazione ed estrazione d’idrocarburi per terra e per mare a tutto vantaggio delle compagnie turche andando ad inficiare la presenza radicata di colossi come ENI e Total. L’estensione della ZEE libica, apparsa come l’azione di uno Stato sovrano ma nei fatti indotta dai turchi – che non a caso hanno allegato al memorandum sulla ZEE il trattato di cooperazione militare che ha poi costituito la base giuridica per il successivo intervento armato a sostegno di al-Sarraj – consentirebbe ad Ankara di estendere la propria “caccia alle licenze” anche ai giacimenti di gas, già scoperti o ancora da scoprire, ad acque che fino a questo momento sono rimaste o nell’orbita greca o in quella cipriota e dunque chiuse a qualunque disegno turco in merito.

La partita che si sta giocando in Libia è complessa anche perché legata a questioni stringenti di politica energetica che coinvolgono le principali Potenze regionali dell’area mediterranea con la Grecia ormai orientata in favore di Haftar e con Italia e Francia incapaci di pensare ad una strategia condivisa che punti a rintuzzare i progetti espansionistici turchi in Libia e nel Mediterraneo orientale

Cosa è successo ieri in Siria

Alta tensione in Siria: nella notte bombardamenti su diversi target nella zona di Latakia. Abbattuto un aereo russo per errore dalla contraerea siriana. Tutto questo dopo che Erdogan e Putin, a Sochi, avevano trovato un accordo per evitare un’offensiva militare su Idlib.

Cosa è successo ieri in Siria - Geopolitica.info

La giornata di ieri, 17 settembre, era iniziata con una notizia distensiva per la Siria. A Sochi, nella residenza estiva di Putin, il leader russo e il presidente turco Erdogan si sono incontrati per trovare una soluzione per la provincia di Idlib. Durante il trilaterale di Teheran del 7 settembre, che aveva coinvolto Russia, Turchia e Iran, era proprio il presidente turco che più di tutti aveva spinto affinché venisse evitata una campagna militare sulla provincia siriana: Erdogan temeva una nuova ondata di profughi nel proprio paese, che già ospita circa 3 milioni di siriani.
Durante l’incontro di ieri il leader turco è riuscito ad evitare la temuta offensiva militare: Russia e Turchia hanno presentato un piano diplomatico che prevede la creazione di una zona smilitarizzata profonda circa 20 chilometri, che interesserà gran parte della provincia di Idlib. La zona cuscinetto dovrà essere istituita entro il 15 ottobre: porterà al ritiro di tutti i combattenti considerati “radicali” e al “ripiegamento di tutti gli armamenti pesanti nella zona”. La gestione della sicurezza delle operazioni sarà affidata a gruppi mobili di contingenti turchi e alla polizia militare russa.
“Sono convinto che con questo accordo abbiamo evitato una grave crisi umanitaria a Idlib”, ha affermato Erdogan a margine dell’incontro.
Un accordo che soddisfa entrambe le parti: la Russia non si esporrà, nel breve termine, in un conflitto che rischia di attirare le critiche di gran parte della comunità internazionale, dato l’alto numero di civili presenti nell’area; la Turchia scongiura il rischio della nuova ondata di profughi a ridosso dei propri confini. Anche la Siria e l’Iran, spettatori interessati dell’incontro, possono ritenersi soddisfatti: l’alto numero di combattenti sparso nella provincia di Idlib, diviso tra milizie jihadiste e oppositori di Assad, avrebbe potuto tramutare l’offensiva militare in una campagna lunga diverse settimane, e ad alto rischio di perdite. Non a caso il ministro degli esteri iraniano Zarif ha dichiarato di aver accolto con favore l’accordo russo-turco su Idlib.
Al momento Assad dovrà rinunciare a riconquistare la cosiddetta “ultima provincia nemica”: il rapporto tra la Russia e la Turchia, paese Nato che si sta allontanando da Washington, per Putin vale più della provincia siriana.

La distensione del pomeriggio è durata poco: gli eventi mutevoli, a cui lo scenario mediorientale ci ha spesso abituato, hanno preso una piega inaspettata nella notte.
4 F-16 israeliani hanno colpito diversi obiettivi nei pressi di Latakia: il ministero della difesa israeliano ha diramato un comunicato spiegando che gli obiettivi erano strutture dell’esercito siriano nelle quali si confezionavano armi destinate a Hezbollah tramite l’Iran. Durante l’attacco nella notte, il sistema di difesa S-200 siriano ha colpito per errore un aereo da ricognizione russo che si trovava nella zona. Il ministero della difesa russo ha denunciato “l’azione irresponsabile di Israele” come causa della tragedia aerea. Israele ha avvertito dell’attacco con gli F16 contro siti siriani con un solo minuto di anticipo, “non assicurando agli aerei russi il tempo necessario di mettersi in sicurezza”. Sempre secondo il ministero della difesa russo i piloti israeliani avrebbero usato l’aereo russo come copertura, facendolo apparire come target alle forze siriane di difesa aerea. Avendo una sezione radar molto più grande degli F-16 è stato abbattuto da un missile del sistema S-200 siriano. Nella mattinata è stato convocato d’urgenza l’ambasciatore israeliano dal ministero degli esteri russo, per riferire dell’abbattimento dell’aereo e dell’operazione militare di Israele. 
Poche ore dopo è direttamente Putin ad abbassare i toni durante una conferenza stampa, bollando i fatti della notte come “il risultato di una catena di tragici errori”.
Il ministero della difesa israeliano ha nel frattempo diramato un comunicato ufficiale, nel quale mostra cordoglio alle vittime militari russe e accusando Damasco dell’abbattimento.
Una delle possibili azioni che Putin potrebbe intraprendere è quella di aumentare le risorse militare nelle basi nei pressi di Latakia: al momento non si hanno conferme, bisognerà attendere i prossimi giorni.
Sempre nella notte fonti russe hanno registrato il lancio di cruise dalla fregata francese “Auvergne”: Parigi nega ogni coinvolgimento.
La partita siriana è ancora aperta.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib?

A Teheran si è appena concluso il vertice trilaterale tra Putin, Erdogan e Rouhani, attori protagonisti della vicenda siriana. Il futuro del paese e della provincia di Idlib passa dalle mani dei tre laeader.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib? - Geopolitica.info

Un vertice molto atteso, alla vigilia dell’offensiva di Damasco, con il supporto di Russia e Iran, sulla provincia di Idlib, ultima significativa porzione di terreno che non è sotto il controllo dell’esercito siriano. La delicata situazione dei civili, quasi 3 milioni, la vicinanza ai confini turchi, la presenza di milizie jihadiste che combattono sia l’esercito di Damasco sia il Fronte di Liberazione Nazionale appoggiato dalla Turchia, il monito delle Nazioni Unite: una mix di fattori che ha costretto le tre principali potenze protagoniste nello scenario siriano ad incontrarsi per trovare una soluzione.
Nei giorni precedenti i partecipanti al vertice avevano espresso grande fiducia, e sottolineato la volontà dei tre paesi di evitare catastrofi umanitarie. Posizioni sintetizzate da Hussein Gabri, assistente del Ministro degli Esteri iraniano: “Idlib è un dilemma perché da un lato deve essere liberato dalle mani dei terroristi, ma contemporaneamente la sicurezza di milioni di civili deve essere protetta”.

Il vertice si è concluso intorno alle 14.30 ora italiana, ed è stato seguito da una conferenza stampa e da una dichiarazione comune.
Rouhani, leader iraniano, ha sottolineato l’importanza del garantire la sicurezza dei civili, ed ha attaccato l’atteggiamento statunitense nella regione, che dal suo punto di vista non faciliterebbe una soluzione pacifica. Ha inoltre dichiarato che, chiuso il capitolo Idlib, il nuovo teatro operativo sarà nei territori ad est dell’Eufrate, dove sono ancora presenti “illegalmente” le forze degli Usa, che “devono ritirarsi”.
Erdogan è il leader che più di tutti esprime timore per l’offensiva militare, consapevole che un eventuale ondata di profughi in fuga dalla provincia cercherebbe rifugio proprio in Turchia. Per questo ha dichiarato che la soluzione militare a Idlib “porrebbe fine alla soluzione politica per la Siria”, e che “fornirebbe una scusa a tutte le organizzazioni terroristiche per continuare a combattere”.
Anche Putin, attore che più di tutti può incidere sulla vicenda siriana, ha espresso preoccupazione per la situazione dei civili, chiedendo “l’evacuazione sicura dei civili” tramite corridoi umanitari.
In una dichiarazione congiunta, infine, i tre leader hanno confermato che continueranno a cooperare per eliminare tutte le organizzazioni terroristiche presenti nella provincia di Idlib e per creare le condizioni che permettano ai profughi e agli sfollati siriani di poter tornare a vivere nei loro territori d’origine. Inoltre, concentrandosi su un piano maggiormente operativo, si evidenzia l’importanza di separare l’opposizione armata dai gruppi terroristici.

Nonostante i timori di Erdogan, è evidente che l’offensiva su Idlib sia inevitabile: Assad, che oramai è tornato, grazie al supporto russo e iraniano, a governare la maggior parte dei territori persi dopo l’offensiva dello Stato Islamico, vuole riconquistare l’ultima grande zona di opposizione.
Una soluzione, che traspare dalle dichiarazioni a margine del vertice e che potrebbe accontentare Erdogan, è quella che prevede la separazione tra le milizie jihadiste e quelle controllate da Ankara, per far sì che l’offensiva sia circoscritta a obiettivi specifici: evitare un disastro umanitario, infatti, è negli interessi non solo della Turchia, come spiegato in precedenza, ma anche di Iran e Russia, che sono sotto le luci dei riflettori di tutta la stampa internazionale.
Nelle prossime ore andranno analizzati i movimenti nell’area, per capire se il vertice di oggi abbia portato effettivamente a una soluzione condivisa del futuro di Idlib.

Etica ed Estetica al 15 Luglio 2016, e 9 mesi dopo

Dal mattino dello scorso 16 luglio è stato chiaro come il fallito colpo di Stato avrebbe determinato un significativo giro di volta al percorso politico della Turchia contemporanea.

Etica ed Estetica al 15 Luglio 2016, e 9 mesi dopo - Geopolitica.info

La forte reazione che il Governo ha adottato nei confronti dei golpisti ha un significato molto diverso da quello della semplice risposta dello Stato diretta ad assicurare i colpevoli alla giustizia e a restaurare l’ordine: nel corrente scenario politico e sociale della Repubblica di Turchia, l’occasione del fallimento del golpe ha costituito un potente strumento per giustificare ed accelerare la realizzazione del maggior obiettivo del Partito di governo AKP, ovvero la riforma costituzionale. Un tassello di particolare importanza nel percorso di conversione della Repubblica turca, che è ben lungi dal doversi ritenere completata anche a seguito del successo referendario del 16 aprile.

Uno dei primi segnali di un cambiamento di qualità nel confronto politico turco è stato l’uso, da parte del Presidente e del sue entourage, sin dalla notte dei fattidi un vocabolario maggiormente aggressivo, apertamente violento nella retorica contro i nemici dello Stato. A questo è seguito un adeguamento da parte delle masse le quali, riversatesi nelle strade sul suggestivo invito degli ezanche li chiamavano dalle moschee, hanno ingaggiato nei confronti dei seguaci della confraternitaHizmetun fortissimo scontro, durato alcuni giorni, del quale l’immagine più potente e famosa è stata l’ostensione in Piazza Taksim di un grande manifesto che rappresentava l’imam F.Gülen, nel quale lo sidefiniva“un cane” e lo si minacciava di impiccagione al suo stesso guinzaglio. Il manifesto era affiancato da due ritratti dell’attuale Presidente turco.

E’ forse utile sottolineare come l’edificio sul quale manifesto e fotografie sono comparse è quello dove normalmente viene esposto il ritratto di MustafaKemalAtatürk, padre laico della Turchia moderna.

L’entusiastica accettazione, da parte dell’elettorato del Partito di governo, di questo nuovo stile comunicativo dimostra il successo della più sofisticata, complessa e durevole strategia comunicativa messa in atto dall’attuale establishment turco negli ultimi dieci anni, volta allo shift ideologico della Nazione.

La Repubblica di Turchia poggia le sue radici ideologiche su una Costituzione di stampo profondamente laico e nazionalista, promulgata a seguito dell’intervento che le Forze Armate hanno perpetrato nel 1980, nella peculiare funzione di profilassi costituzionale che queste hanno rivestito fino al 2010.

Dalla fondazione della Repubblica, ed in particolar modo nel primo quarantennio della sua esistenza, che si concluse con l’esecuzione del Primo Ministro Menderes, il significato stesso del termine “repubblicanesimo” è stato in Turchia diversoda quello corrispondente di matrice europea. Sebbene il processo di smantellamento del modello personalistico e religioso di Stato ottomano e la formazione di un sistema repubblicano e di diritto positivo per la Turchia fossero avvenuti attraversoun percorso di avvicinamento ai modelli europei, che prese piede in modo molto peculiare e progressivogià nell’epoca delle Tanzimat(1837 – 1876)e poi andò evolvendo dalla fine della prima guerra mondiale nell’affanno del millimücadele(1920-1923),la Turchia è sempre stata un Paese distante dai paradigmi politici europei.

Il processo di acculturazione giuridica del sistema turco, che ne ha fatto una Repubblica basata sui principi del kemalismo delle origini, è avvenuto, nella fase post-imperiale,dalla prospettiva civilistica in una dimensione di rigoroso rispetto del modello continentale napoleonico, con la promulgazione di un codice civile edi uno commerciale di sicura ispirazione romanistica: svizzero il primo, francese il secondo.

Il diritto islamico non trovò, come nei Paesi istituiti dalle Potenze europee a seguito della caduta dell’Impero, riconoscimento nella stesura di uno “statuto personale” come avvenuto in Egitto o in ‘Iraq, e non fu inserito nel novero delle fonti del diritto: questo, con l’evidente finalità di voler creare una Turchia nuova, completamente scollegata dai pur fortissimi legami storici e culturali che la legavano all’area sulla quale, fino a pochi anni prima, aveva esercitato la sua sovranità.

In ambito penalistico, veniva adottato il Codice italiano Zanardelli del 1889, che pur con talune varianti, sarebbe rimasto (insieme al modello italiano) in vigore fino alla riforma del 2005, quando sarebbe stato sostituito da un Codice di ispirazione tedesca.

La Costituzione, pur ricalcando anch’ essa il modello europeo continentale, implicava per l’azione di governo l’osservanza di una precisa disciplina e presentava taluni elementi di rigida ortodossia, non permettendo nemmeno per via parlamentare una reale modifica dell’assetto ideologico dello Stato, che si imponeva essere fedele all’ideologia kemalista: questa, come accennato,andava ad identificarsi nel senso stesso del termine “Repubblica”. Questa confusione terminologica si sarebbe realizzata in maniera tanto compiuta da rendere di difficile comprensione ad un turco moderno come, ad esempio, una Repubblica (ovunque essa fosse nel Mondo) potesse riconoscere una religione ufficiale o semplicemente non identificarsi nel laicismo più assoluto. Concetti quali “destra” o “sinistra”, “nazione” o “progresso” assumevano nella vita politica turca significati peculiari. Pur costituendo un calco del vocabolario politico occidentale, a questo non corrispondevano nei contenuti, ma andavano concretizzandosi nell’ideologia dello Stato repubblicano turco secondo il significato che quella cultura politica attribuiva loro. La tutela dell’ortodossiavenne sancita anche dal monopartitismo del Partito Repubblicano, abolito solo un ventennio dopo sotto la presidenza İnönü.

Ciononostante, dalla promulgazione della prima Costituzione repubblicana del 1924 diversi sono stati gli interventi a modifica della stessa, dei quali i più importanti videro la luce a seguito dei colpi di Stato militari del 1960, del 1971 e del 1980, dopo il quale come detto venne promulgata l’attuale Carta, poi oggetto di continue modifiche soprattutto per via referendaria.

Gli sforzi profusi dall’establishment della neonata Repubblica furono volti in massima parte a creare una nuova identità al Paese, attraverso azioni di grande effetto quali la sostituzione dell’alfabeto arabo con quello latino, la riforma dell’istruzione e della giustizia.

E’ da queste premesse che bisogna muovere per comprendere appieno il fenomeno in atto nel Paese e cercare di delinearne le traiettorie future, comprendendo appunto che la dimensione pubblica, politica e sociale della Turchia non è riconducibile né ad una dimensione europea, della quale come detto ha assunto un’identità ad essa solo terminologicamente omogenea, né ad una esclusivamente islamica, e che il senso di quanto sta accadendo è la realizzazione di un percorso di smantellamento delle istituzioni repubblicane.

L’ orientamento ideologico che dall’AKP sarebbe stato incarnato non nasce con il Partito stesso, ma è frutto dell’esperienza di diversi altri Partiti che lo hanno preceduto nel tempo, quali il Partito della Felicità o il Partito del Benessere: legati ad una dimensione religiosa e spesso nazionalista, tipica della cultura dell’Anatolia profonda, avrebbero costituito il fondamento e la “palestra” sulla quale costruire la struttura dell’AKP, il quale sfruttando le pregresse esperienze avrebbe presentato se stesso come un nuovo modello di partito politico (apparentemente non in contrasto con il kemalismo, al fine di evitare interventi di scioglimento da parte della Corte Costituzionale e delle Forze Armate) al fine di poter realizzare nel tempo un’agenda politica propria, da svelarsi in modo graduale. In questo disegno un’opera fondamentale sarebbe stata svolta proprio con l’ausilio del movimento Hizmet, ora in deciso contrasto con l’establishment.

Non è solo una maggiore presenza della religione negli affari dello Stato, come spesso semplicisticamente si ritiene in Europa, a marcare la differenza fra la Turchia kemalista ed il nuovo corso dello Stato che va formandosi: l’argomento religioso non è nemmeno affrontato nell’ultima riforma costituzionale. Tantomeno la questione della trasformazione ideologica dello Stato turco può ridursi al “ritorno” dello stesso al modello ottomano, per quanto questo obiettivo sia stato esplicitato anche da importanti personalità del Partito di governo ed abbia condotto al conio del termine “neo-ottomanesimo”. Come brillantemente proposto da alcuni studiosi, potrebbe invece parlarsi di post-kemalismo, nel quale l’eredità della fase precedente non viene negata tout-courtma tesaurizzata e messa a sistema con elementi nuovi.

Durante il periodo di governo dell’AKP si è assistito ad almeno tre momenti di forte shift culturale. Ognuno di essi è stato legato ad un’importante riforma di carattere costituzionale o ad un evento di analoga portata:

  • Nel 2007, l’elezione di Abdullah Gül alla Presidenza della Repubblica. Dato il già esplicitato significato del termine “Repubblica” nel contesto kemalista e la funzione di rappresentanza della Nazione che il ruolo della Presidenza incarna, è evidente il senso rivoluzionario di eleggere un Presidente apertamente religioso accompagnato da una Prima Dama velata. Questo evento corrisponde al superamento dello “scandalo”, inteso come l’accettazione della presenza dell’elemento religioso nel massimo organo dello Stato. Ad esso vanno direttamente collegati l’ammissibilità del velo islamico nei luoghi pubblici e l’elezione della prima donna velata in Parlamento,

 

  • Nel 2010, la vittoria al referendum costituzionale che, fra diversi quesiti, ha riguardato la riforma degli articoli 145, 156, 157 sui poteri del Consiglio di sicurezza nazionale,ovvero dello strumento delle Forze Armate per influire nella politica del Paese, e la Corte costituzionale. Questa è passata da 11 a 17 membri, dei quali 14 nominati dal capo dello Stato (ovvero, da Abdullah Gül) e 3 dal Parlamento. La riforma ha anche reso imputabili gli alti gradi militari ed ha determinato una riduzione delle competenze dei tribunali militai, a vantaggio di quelli civili. A questa fase è corrisposto un più palese antagonismo verso la laicità dello Stato, che l’establishment ha percepito di potersi permettere dato l’annullamento della funzione politica dei militari,

 

  • L’elezione di RecepTayyıpErdoğan alla Presidenza della Repubblica: per quanto già superato lo “scandalo” del Presidente religioso, l’elevazione dell’ex Premier alla massima carica dello Stato ha il senso di introdurre il concetto di presidenzialismo “forte”, o “alla Turca”, che sarebbe poi stato oggetto di referendum solo lo scorso 16 aprile. Ha, quindi, il senso di introdurre nel contesto politico turco la concreta possibilità di modificare l’assetto costituzionale dello Stato.Erdoğan ha comunque, pur mantenendo formalmente attiva la carca di Primo Ministro (che da A.Davutoğlu sarebbe stata passata a B. Yildirim) ha sin da subito cominciato a convocare il Consiglio dei Ministri presso la Presidenza della Repubblica, esercitando di fatto e senza nessuna legittimazione costituzionale una funzione corrispondente a quella di capo del potere esecutivo.

 

Sin dalla campagna elettorale per la Presidenza, nel 2014 (la prima nella quale si è addivenuti ad elezione diretta del Presidente da parte del popolo), l’AKP ha sviluppato una narrativa ed una dialettica nuovi rispetto al passato, inaugurando uno stile comunicativo quasi millenaristico ed adottando un approccio mistico alla funzione del Partito di governo e della persona del suo Presidente.

Un esempio in questo può essere la campagna elettorale presidenziale del 2014, scandita dallo slogan delle “3 date”: il 2023, il 2053 ed il 2071.

 

  • Il 2023 segnerà il centenario della Repubblica di Turchia. La data è sempre stata accompagnata dallo slogan “hedefimiz” (il nostro obiettivo). Evidente il significato di arrivare a quel momento avendo cambiato le caratteristiche della Repubblica, trasformandola dalla peculiare forma kemalista ad una nuova, presidenziale ed islamica. A questo periodo corrisponde il conio dell’espressione “nuova Turchia”, in opposizione alla “vecchia” di Atatü Comincia lo smantellamento dei simboli repubblicani: la scritta “Repubblica di Turchia”, che precede per legge nell’ acronimo “T.C.” il nome di ogni istituzione bancaria, assicurativa o d’istruzione, viene rimossa in numerosi luoghi, non si sostituiscono le statue di Atatürk danneggiate, l’uso della bandiera (che è la medesima dell’Impero ottomano) viene esaltato in modo che esso non venga percepito come simbolo repubblicano ma identitario della Nazione, svincolato dal suo senso kemalista e risalente ai tempi imperiali. Spesso, durante comizi e raduni del Partito di governo, viene dal pubblico esposto insieme all’antica bandiera califfale verde con tre crescenti. E’ forse il fenomeno che testimonia il maggior cambiamento nella storia politica turca contemporanea.

 

  • Il 2053 rappresenta invece il seicentesimo anniversario della presa di Costantinopoli da parte degli Ottomani. Nella mentalità e nella visione nazionalista tipica della cultura turca (anche dei Turchi più laici), la data del 1453 ha un’importanza enorme perché, insieme alla battaglia di Manzicerta, costituisce la tappa principale del percorso di affermazione del predominio turco sull’Anatolia e la propria concretizzazione quale potenza egemone nel Mediterraneo orientale. A quel momento corrisponde l’identificazione dell’Impero ottomano quale erede di quello romano-orientale (con legittimazione religiosa di Maometto II in qualità di conquistatore della “Seconda Roma”, in conformità a quanto si vuole stabilito dallo stesso Profeta) e la contrapposizione fra un Oriente mediterraneo turco e islamico ed un Occidente mediterraneo europeo e cristiano, che il kemalismo aveva cercato di distruggere e che ora si presenta con forza sempre maggiore come paradigma della differenza, ontologica ed irriducibile, fra “noi” e “loro”.

 

  • Nel 2071 si celebrerà invece il millesimo anniversario della battaglia di Manzicerta, che come accennato ha aperto le porte dell’Anatolia alla dinastia turca precedente quella ottomana, ovvero i Selgiuchidi, consolidando la presenza turca. La vittoria, conseguita dal Sovrano Alp Arslan, di enorme importanza nel patrimonio culturale della Destra turca, riveste anche ora un formidabile appeal non solo per i conservatori o i religiosi, ma anche per gli osservanti la disciplina di Atatürk: se. Infatti, la presa dell’Anatolia ha comportato un formidabile successo per la Nazione turca, di questo si compiacciono anche i nazionalisti laici. Il fervore nazionalista del pubblico laico e repubblicano della Turchia ha costituito un punto di unione fra politiche dell’AKP e la sensibilità di un pubblico profondamente nazionalista, una seduzione importante che ha comportato conseguenze non di poco conto nell’affermazione del Partito di Governo.

 

In effetti, la traiettoria ideologica dell’AKP ha sempre avuto due direzioni fisse, quella della confusione di ogni ruolo istituzionale nel Partito-Nazione(esattamente come il Partito Repubblicano aveva fatto ai primordi della Repubblica) e dello sdoganamento della laicità.Questi obiettivi erano chiaramente percettibili anche quando, ai primordi dei successi del Partito e comunque prima dell’elezione di Gül alla Presidenza, questo proponeva di sé un’immagine maggiormente pluralista ed aperta.

A partire dal 2014, l’AKP ha sviluppato un’identità sempre maggiormente nazionalista, perfettamente in linea con la tradizione della Destra estrema turca rappresentata in Parlamento dal Partito del movimento nazionalista. Con questo Partito, l’AKP ha ingaggiato una serie di rapporti che hanno visto momenti di forte contrapposizione, ai quali è invece seguita nell’anno in corso l’alleanza funzionale al superamento del referendum sul Presidenzialismo.

E’ comunque probabile che questa fusione d’intenti determini la scomparsa del Partito nazionalista: con l’assunzione da parte dell’AKP di caratteristiche proprie di quest’ultimo e con la fine del dialogo con i Kurdi, che sono stati di fatto estromessi dalla dialettica politica turca dopo le prime elezioni del 2014 nonostante la riaperture del dialogo qualche anno fa, l’AKP ha cominciato ad assumere tratti estremamente simili a quelli del Partito di estrema destra, e questo potrebbe finire per fagocitarlo.

In definitiva, a seguito del successo referendario del 16 aprile scorso, sembra evidente come l’orientamento del Paese sia rivolto verso un punto di non ritorno: cosa peraltro già definita da circa un decennio, ma ora resa ufficiale dal voto popolare nonostante il vantaggio ottenutodall’ AKP sia stato nettamente inferiore alle aspettative.

Con una percentuale di “sì” inferiore al 52% (ottenuta peraltro con l’ausilio di un’altra Forza politica, ed inferiore al 50% nelle maggiori aree urbane ed industriali), il Presidente è conscio di non poggiare i piedi su un terreno solidissimo. Allo stesso tempo, ha a disposizione più di un anno per riformare il suo Partito (le riforme entreranno in vigore con le elezioni del 2019), intendere dove siano i maggiori franchi tiratori, terminare il processo di fusione con (o annientamento de) il Movimento nazionalista ed eliminare ogni residua traccia del dialogo con i Kurdi e di seria opposizione. La nuova simbologia del Partito, la mano aperta col pollice rivolto verso il palmo, già propria della Fratellanza, associata al motto “una Nazione, un Paese, una bandiera, una lingua” sintetizza efficacemente l’orientamento della nuova Turchia. Come detto all’inizio, il processo di conversione dello Stato non è che ad uno stadio intermedio di realizzazione e molto resta da fare. Se la Presidenza dovesse credere, nell’anno in corso, di avere via libera, è possibile che si tenga un ulteriore referendum (oltre a quello sull’adesione alla UE e sulla pena di morte) per rendere immediatamente efficaci le riforme appena votate, senza attendere la nuova legislatura.

In politica estera, Erdoğan crede di avere grandi spazi di manovra con l’Europa per via della sua capacità di gestire i flussi migratori. E’ davvero presto per dire come il successo della riforma costituzionale influirà nei rapporti con gli alleati e con gli antagonisti regionali nello scacchiere siriano, data l’estrema volatilità della situazione ed il fatto che ci troviamo in un contesto internazionale di enorme fluidità, con paradigmi davvero diversi rispetto al passato. Sarà probabilmente necessario osservare i primi mesi di relazioni con la NATO e l’EU per intendere davvero come andranno le cose. Sembra comunque evidente che le sponde del Mediterraneo tenderanno ad allontanarsi. Con gli Stati Uniti promotori di una visione del mondo costituita da rapporti bilaterali e tesi alla distruzione delle alleanza regionali, in un’ottica di opportunistico mantenimento delle relazioni con il su ex mastino, potrebbero vedere nella nuova Turchia un alleato affidabile nella sua ormai certissima stabilità politica. In questo, potrebbero essere spalleggiati dagli alleati regionali della Turchia e da un Regno Unito ormai completamente svincolato dall’ Europa, che torna sul suo asse anglo-sassone e forse disponibile a concedere l’ingresso per affari senza visto ai cittadini turchi.

Tutto, naturalmente, nella possibilità che le decisioni d’oltreoceano cambino con la velocità con la quale cambiano i venti sull’Egeo.

La scommessa referendaria di Erdogan

Il prossimo 16 aprile, in Turchia si terrà un referendum costituzionale per l’approvazione definitiva della riforma in senso presidenziale voluta dal partito AKP, di cui fino al 2014 è stato leader il Presidente Recep Tayyip Erdogan. Attualmente, la Turchia è una Repubblica parlamentare, in cui il capo dello stato è eletto dalla Grande Assemblea Nazionale, unica camera del Parlamento di Ankara.

La scommessa referendaria di Erdogan - Geopolitica.info

In molti in Occidente vedono la riforma turca come un tentativo di accentramento del potere politico nelle mani del presidente, a discapito della struttura democratica del paese. Non è un segreto, infatti, che il capo dello stato punti ad una svolta in senso presidenziale dell’assetto istituzionale di Ankara, già orfano del ruolo di garante affidato alle forze armate dalla costituzione del 1982, che creava così una sorta di democrazia tutelata: dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016 e i successivi arresti, le forze armate di Ankara non avrebbero la capacità di assolvere a tale compito.

Il 21 gennaio scorso, il Parlamento di Ankara ha approvato il testo di riforma costituzionale con la richiesta maggioranza qualificata dei tre quinti dei votanti, grazie all’appoggio fondamentale fornito dal partito di estrema destra MHP. Più nel dettaglio, la riforma costituzionale ridisegna il sistema istituzionale in senso presidenziale, con la scomparsa della figura del primo ministro e l’elezione diretta del capo dello stato che rappresenterebbe, a quel punto, anche il capo del governo, con la possibilità di nominare e destituire i ministri dell’organo esecutivo, ma anche di rimanere leader della formazione partitica di cui è espressione. Nel caso in oggetto, Erdogan potrebbe tornare a ricoprire anche la carica di capo dell’AKP. A tutto questo c’è da aggiungere un’ulteriore critica avanzata dai detrattori della riforma. Quest’ultima, infatti, se da una parte lascia invariati durata e numero dei mandati presidenziali, rispettivamente pari a cinque anni e due mandati, risulta essere piuttosto vaga circa l’applicabilità di tale norma. In altri termini, i critici della riforma si domandano se, una volta approvati gli emendamenti alla costituzione con il referendum di aprile, il conteggio del numero dei mandati di Erdogan, eletto alla presidenza della repubblica per la prima volta nel 2014, debba essere azzerato. In questo caso, una sua eventuale vittoria alle ipotetiche elezioni presidenziali del 2019 rappresenterebbe l’inizio del suo primo mandato ai sensi del nuovo testo costituzionale. Tali considerazioni, unitamente alla gestione quasi personale del potere da parte di Erdogan, hanno fatto sorgere dubbi sulla reale tenuta delle istituzioni democratiche del paese. Un esempio può essere offerto dalla destituzione dell’allora Primo Ministro Ahmet Davutoglu, ex Ministro degli Esteri di Ankara e principale sostenitore del pensiero neo-ottomano. Le dimissioni di Davutoglu, nel maggio 2016, avevano tra le proprie cause anche le divergenze tra l’ex Premier ed Erdogan tanto in riferimento agli arresti compiuti contro giornalisti e accademici, quanto sulla riforma costituzionale medesima, a cui Davutoglu non sembrava voler dare la priorità voluta dal capo dello stato. Essendo compito del primo ministro presentare il disegno di riforma al Parlamento, diviene chiaro come tale divergenza fosse sostanziale.

Il referendum del prossimo aprile si inserisce in un contesto internazionale particolarmente fluido. Se da una parte l’attività dell’ISIS in Siria e Iraq si è notevolmente ridotta in termini di capacità militari e di proiezione della forza jihadista, dall’altra ha mantenuto un’elevata intensità per quanto concerne l’organizzazione e l’attuazione di attentati terroristici, soprattutto nella penisola anatolica. A ciò è necessario aggiungere le difficili relazioni con la minoranza curda nel paese e con i gruppi armati curdi in Siria, rapporti che si sono gravemente deteriorati in concomitanza ai risultati ottenuti da tali milizie nel nord del paese di Bashar Al Assad. Le autorità turche, infatti, temono che un’eventuale autonomia regionale curda in Siria possa portare a simili richieste da parte della medesima minoranza presente entro i confini di Ankara. Per questo motivo, per evitare la possibilità di una contiguità territoriale curda nel nord della Siria, il cosiddetto Rojava, forze turche sono entrate nella regione per impedire alle milizie peshmerga di proseguire ad ovest dell’Eufrate.

Tuttavia, la questione referendaria è entrata prepotentemente anche nel dibattito europeo, dopo che il Governo olandese ha rifiutato, per ragioni di sicurezza, l’autorizzazione all’atterraggio al Ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, che avrebbe dovuto tenere un comizio elettorale di fronte ai cittadini turchi residenti nel paese nordeuropeo. Il diniego olandese ha aperto una grave crisi diplomatica tra i due paesi, con le autorità di Ankara che accusano apertamente L’Aia di neonazismo. Ma al di là degli eccessi verbali, ciò che più preoccupa le cancellerie europee è la minaccia, avanzata dal Ministro per gli Affari Europei Oma Celik, di voler rivedere gli accordi presi con l’UE relativamente all’ingresso nel Vecchio Continente di migranti irregolari attraverso il territorio anatolico. Tale accordo prevede che, da una parte, i migranti entrati illegalmente in Grecia vengano ricondotti in Turchia, mentre dall’altra afferma il principio conosciuto come “uno per uno”, in base al quale per ciascun migrante ricondotto entro i confini di Ankara, un altro sia accolto in uno dei paesi europei. Questo accordo, sebbene criticato da organizzazioni non governative e dallo stesso Alto Rappresentante ONU per i Rifugiati (UNHCR), ha ridotto drasticamente gli ingressi irregolari in Europa lungo la cosiddetta rotta balcanica. Quindi, la minaccia avanzata dal Ministro Cavusoglu, se fosse portata alle sue estreme conseguenze, potrebbe riaprire tale tratta, creando ulteriore tensione all’interno dell’UE, proprio nell’anno di importanti tornate elettorali, fondamentali per capire quale futuro abbia davanti a sé l’Unione.

L’approvazione del testo di riforma costituzionale da parte del Parlamento di Ankara rappresenta una repentina accelerazione verso la tornata referendaria poi fissata per il 16 aprile. Ma se tale rapidità, dietro cui si nasconde la volontà del capo dello stato, rischia di essere incomprensibile alla luce dei recenti rilevamenti demoscopici che fotografano una profonda incertezza sul possibile esito, può essere spiegata tramite alcuni elementi caratterizzanti l’attuale scenario politico turco. Da una parte la situazione economica impone rapidità alle decisioni di Erdogan a causa della svalutazione della lira che ha perso molto del proprio valore nei confronti dell’Euro e del Dollaro, ma anche a causa del crollo degli investimenti diretti esteri. Un altro elemento è la minaccia terroristica, sempre presente in Turchia e che può minare la fiducia dell’elettorato nella leadership del capo dello stato. Infine, la questione curda: il partito di estrema destra MHP ha condizionato il proprio sostegno alla riforma con il rifiuto di concedere alla minoranza etnica le richieste avanzate nel corso degli anni. La retorica nazionalista che finora ha caratterizzato il processo di riforma rischia di esacerbarsi durante la campagna referendaria, soprattutto se il PKK, braccio armato curdo, dovesse portare avanti attacchi contro Ankara. Per questi motivi, il presidente Erdogan non sembra voler perdere tempo e, anzi, ha finora mostrato la volontà di chiudere rapidamente la propria scommessa referendaria trasformando l’assetto istituzionale turco e assicurandosi quella legittimità nella gestione del potere politico che egli stesso ha avocato a sé dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016. Se il voto di aprile darà a Erdogan la vittoria che cerca, nuovi scenari potranno aprirsi in Turchia e nel resto del Medio Oriente.

  • Pagina 1 di 3
  • 1
  • 2
  • 3
  • >