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Who is who: Georgij Margvelashvili

Nome: Georgij Margvelashvili
Nazionalità: georgiana
Data di nascita: 4 settembre 1969
Chi è: neo-eletto capo di Stato georgiano

Who is who: Georgij Margvelashvili - Geopolitica.info

Alle elezioni presidenziali del 28 ottobre scorso Georgij Margvelashvili, il candidato del “sogno georgiano” ha trionfato con il 62,11% dei suffragi sui suoi diretti concorrenti. Chi è un uomo che ha ispirato fiducia in una così vasta maggioranza della popolazione? Nato nella capitale georgiana il 4 settembre 1969, ha iniziato la sua carriera come guida turistica per un agenzia di viaggi, conseguendo al contempo in ambito accademico un dottorato in filosofia e psicologia all’Università do Tbilisi.  

Forte del titolo, ha continuato negli anni la sua carriera universitaria come docente e ricercatore in varie istituzioni diplomatiche della Georgia, ma anche pubblicando il volume “Manuale di gestione della compagnia elettorale”, una valutazione sull’impiego di innovative tecnologie in ambito elettorale e sulla possibile introduzione delle stesse nella realtà georgiana. A suo tempo sostenitore della “rivoluzione delle rose” e del suo principale esponente politico Mikhail Saakashvili, ne ha tuttavia preso le distanze di fronte all’irrigidimento delle posizioni di quest’ultimo sulle manifestazioni di piazza dell’opposizione nel settembre 2007, nonché a seguito di contrasti sulla gestione della crisi osseta dell’agosto 2008.

Dall’ottobre 2012 ha occupato la carica di Ministro dell’Istruzione nel governo guidato da Bidzina Ivanishvili e sostenuto dalla coalizione “Il sogno georgiano”, vincitrice delle parlamentari del 1 ottobre 2012. Pur a fronte del coinvolgimento diretto nell’esecutivo, Margvelashvili non ha preferito non iscriversi ad alcun partito politico: tale fattore ha rivestito un ruolo cruciale e positivo nella sua campagna elettorale. 
La sua elezione ai vertici dello Stato è stata accolta con favore anche nella vicina Russia che guarda al nuovo Presidente come un possibile interlocutore per la normalizzazione dei rapporti diplomatici compromessi dal conflitto armato di ormai cinque anni fa. Lo stesso Margvelashvili ha di fatti tenuto a specificare che il recupero di relazioni pacifiche con Mosca costituisce una delle priorità del suo programma di governo.

Sul fronte interno il neo-eletto Presidente si sta invece impegnando per proporre un’immagine sobria della sua carica: declinato l’invito a stabilire la propria residenza nella lussuosa abitazione del suo predecessore, avrebbe di fatto deciso di optare per un meno dispendioso appartamento nel palazzo della cancelleria governativa. La concessione della “reggia” di Saakshvili all’Università georgiano-americana del Paese, in via di apertura nel 2014, costituirà uno dei primi atti del suo mandato, che inizierà formalmente il 17 novembre prossimo.

Viktor Orbán: dal libertarianismo alla svolta autoritaria
Nato nel 1963 a Székesfehérvár, l’antica “Città dei Re” tanto cara al Principe Géza, situata ad appena sessanta chilometri ad ovest di Budapest, Viktor Orbán è sicuramente uno dei personaggi politici più interessanti degli ultimi dieci anni e, di fatto, il protagonista indiscusso dell’attuale panorama politico ungherese. 

Viktor Orbán: dal libertarianismo alla svolta autoritaria - Geopolitica.info

Cresciuto fra le fila di Fidesz, l’Unione Civica Ungherese (di stampo liberale e progressista) che tanto successo riscosse in patria durante la tornata elettorale di fine XX secolo e di cui lo stesso Orbán fu tra i fondatori, la carriera politica di “Victator”, come è stato presto ribattezzato, decolla a partire dal 1993 quando, poco prima della sua morte, József Antall, l’indimenticato leader del Forum Democratico Ungherese, lo investì della sua eredità politica, convincendolo ad abbandonare le pose progressiste in favore d’un conservatorismo elettoralmente più appetibile e più vicino alle istanze ideologiche del nascente centro – destra magiaro. Un’intuizione, questa, che non tardò a portare i suoi frutti. 

Passati quattro anni all’opposizione, infatti, nel 1998 Orbán, alleatosi proprio con il Forum Democratico Ungherese e con l’FKGP (Független Kisgazda, Földmunkás és Polgári Párt, il Partito dei Piccoli Proprietari), riuscì a battere sul campo i rivali socialisti e liberaldemocratici, guadagnando, con oltre il 42% dei voti, la possibilità di governare il Paese per il successivo quadriennio. Durante questa fase, Orbán cercò di attuare quelle promesse che lo avevano portato alla guida dell’Assemblea Nazionale, come l’abbattimento della disoccupazione e la stabilizzazione dell’economia ungherese (l’inflazione scese dal 15% al 7.8%) ma, a seguito di vari scandali riguardanti persone a lui vicine (si veda, ad esempio, il caso Lockheed del 1999) e numerose fratture all’interno della coalizione di governo, la realizzazione del programma elettorale rimase in larga parte disattesa.

Le elezioni del 2002, pertanto, videro la vittoria, seppur con un piccolo scarto, della coalizione formata dal Partito Socialista Ungherese e dall’Alleanza dei Liberi Democratici, guidata da Ferenc Gyurcsány. 

È negli otto anni d’opposizione che seguirono a questa sconfittache Orbán mutò drasticamente le sue posizioni, avvicinandosi sempre di più ad una concezione autoritaria della vita politica e attirandosi, allo stesso tempo, le simpatie di molte forze politiche illiberali figlie di quella nostalgia nazionalista che, dalle imprese interbelliche di Miklós Horthy giunge sino alla nascita, nel 1939, del Partito delle Croci Frecciateguidato daFerenc Szálasi, di chiara impostazione filonazista ed antisemita. Abbandonata l’alleanza con il Forum Democratico Ungherese, alle elezioni del 2006Orbán diede vita ad una coalizione con il Partito del Popolo Cristiano Democratico, ottenendo il 42% delle preferenze e ben 164 deputati, ma finendo di nuovo all’opposizione; nonostante tutto, però, è questo il momento che segna la sua rinascita politica. 

Già nelle successive elezioni regionali, infatti, Fidesz riuscì a battere clamorosamente la coalizione di governo, ottenendo la vittoria in diciotto regioni su venti e schiacciando i rivali del Partito Socialista, già lacerato da una forte crisi interna.

Approfittando proprio dell’instabilità mostrata dagli eterni avversari, Orbán riuscì infine ad aggiudicarsi la tornata elettorale del 2010 con un clamoroso successo: il 52,73% degli Ungheresi, infatti, lo scelse come proprio leader politico. Orbán ottenne così i due terzi dell’Assemblea Nazionale (226 seggi su 386) ed avviò quella riforma costituzionale che più volte aveva annunciato negli anni passati. 
La seconda legislatura di Orbán ha inizio il 29 maggio 2010 e da allora la sua azione di governo si è sempre ispirata ad un ideale ben preciso: quello della nazionalità, nella sua più vasta accezione. 
In questo senso, ad esempio, va inquadrata la “Legge sulla Naturalizzazione Semplificata”, che estende la cittadinanza ungherese a tutte le popolazioni di etnia magiara residenti all’estero, con tutte il carico di ripercussioni diplomatiche che ne conseguono (molti Stati caratterizzati da una forte minoranza ungherese, come la Slovacchia, non hanno infatti gradito).
Anche la volontà di “magiarizzare” il capitalismo nazionale si inserisce in questo contesto: come il professor Federigo Argentieri, docente di storia contemporanea alla John Cabot University, ha di recente affermato, «la finanza magiara è in mano ai grandi investitori internazionali e il desiderio del Primo Ministro è quello di riportare nelle mani dei concittadini beni e risorse, così che si crei quella classe borghese ungherese e cristiana – e qui l’accento va più posto sul discorso nazionale che sulla religione – che dovrebbe rappresentare la linfa della “nuova” Ungheria, secondo il progetto di Orbán». Allo stesso tempo, la volontà riformatrice di Orbán, grazie al supporto di cui gode Fidesz in seno all’Assemblea Nazionale, ha portato all’approvazione di una nuova Costituzione, entrata in vigore dal 1 gennaio 2012 e destinata a sostituire la carta costituzionale emanata il 23 ottobre 1989, subito dopo il crollo del regime sovietico; in essa, possono trovarsi tutti i punti guida della nuova azione politica di Orbán: centralità della famiglia e della tradizione ungherese, oltre che dell’etica e della religione cattolica.

Successive modifiche hanno poi introdotto riforme in senso autoritario della vita politica, sociale ed economica ungherese: l’informazione, grazie alla creazione di una Commissione Governativa per il Controllo Televisivo, verrà posta sotto stretto controllo da parte del governo, mentre il numero dei telegiornali è stato ridotto ad uno; il potere della Corte Costituzionale, invece, è stato radicalmente ridotto sulle questioni legislative approvate da almeno due terzi dell’Assemblea Nazionale (essa potrà dunque intervenire solo sul piano procedurale e non su quello relativo al merito); sono inoltre previste pene detentive per i senzatetto e negati i diritti dei conviventi in quanto la nuova legge riconosce come unico legame solo quello costituito tramite matrimonio tra uomo e donna. Due, tuttavia, per gli osservatori europei, sono i punti più controversi di questa nuova Costituzione: il primo, è quello secondo cui la nomina del governatore della Banca Centrale Ungherese spetti unicamente al governo (cosa che ridurrebbe notevolmente l’influenza dell’UE nelle questioni economiche ungheresi); il secondo, vede il vecchio Partito Comunista identificato come una vera e propria “organizzazione criminale”, aprendo scenari di inchieste giudiziarie su coloro che un tempo ne facevano parte (tra cui molti attuali dirigenti del Partito Socialista).

Nonostante da più parti questi provvedimenti siano stati spesso definiti “liberticidi”, “populisti” o “anti – democratici” (persino Thorbjorn Jagland, il segretario generale del Consiglio d’Europa, ha di recente affermato che le modifiche alla costituzione ungherese «sollevano preoccupazioni per quanto riguarda il principio del primato del Diritto»), Orbán ha deciso di ignorare le critiche e di continuare il proprio cammino verso la rinascita di una Ungheria che, nella sua concezione ed in quella dei suoi alleati, possa finalmente dirsi “grande”, capace di camminare da sola, senza bisogno delle stampelle fornitele da Bruxelles. 
Quali conseguenze questa condotta possa produrre in ambito comunitario, è ancora da vedere.

 

 

Who is who: Nicolas Maduro

Nome: Nicolas Maduro
Nazionalità: venezuelana
Data di nascita: 23 novembre 1962
Chi è: neo-eletto presidente venezuelano successore di Chavez

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Nicolas Maduro Moros è stato eletto presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela lo scorso 15 aprile con un margine del 1,73% di voti sullo sfidante Enrique Capriles. Non gli è servito a nulla dunque l’interim presidenziale iniziato il 5 marzo – che aveva notificato ex post una vicepresidenza vicaria che durava invece dall’inizio di dicembre – per consolidare l’investitura di Chavez.  

L’ormai scomparso ex presidente aveva infatti annunciato al popolo l’8 dicembre, oltre al ricovero all’Havana per la recrudescenza del tumore, di fare affidamento su Maduro durante la sua assenza e di votare per lui qualora non fosse stato più in grado di svolgere il mandato presidenziale. In quasi quattro mesi Maduro ha avuto dunque la possibilità di provare le sue doti di “delfino” sia in Venezuela che nel resto dell’America Latina. L’eredità lasciata da Chavez è stata però oltremodo gravosa: continuare a portare avanti il verbo bolivarista nel paese e nel continente Sud Americano. E l’esito delle elezioni ha sancito un dato di fatto: il puro bolivarismo è nato e si è concluso con Chavez, seguendo la stessa parabola del leader carismatico.

A Maduro non è bastato sfruttare l’onda emotiva per la morte di Chavez, e pur conducendo una campagna elettorale di pochi giorni, è riuscito a bruciare quel milione di voti di vantaggio portati dal caudillo nell’ultima tornata elettorale dell’ottobre scorso, vinta proprio contro Capriles. La pesante e farraginosa ridistribuzione dei proventi del petrolio connesso all’abbassamento generale dei prezzi dei combustibili fossili, la mancanza di una libera iniziativa privata, le forti carenze strutturali del mercato interno connesse ad uno sviluppo industriale inadeguato, il pesante welfare, e infine la violenza endemica nelle zone urbane, fanno del Venezuela un paese a forte rischio di disgregazione. La mano forte di Chavez, legata ad una capacità di tenere legate le varie fazioni del Partito Socialista Unito (Psuv) con una attenta distribuzione delle cariche, aveva impedito forti scosse sociali.

La figura di Maduro, ex autista di autobus divenuto nel 2006 ministro degli Esteri, è stata incapace di affascinare come il primo Chavez anche per il peso di una rivoluzione socialista che ormai metà del popolo rifiuta in nome di una politica riformista più moderata e liberale incarnata da Capriles. Eppure Maduro era stato scelto per la sua fedeltà, oltre che a Chavez, alla “rivoluzione” bolivariana e per i suoi ottimi contatti affinati negli anni soprattutto con Cuba, la migliore alleata del Venezuela. Negli ultimi anni però l’afflato del bolivarismo è venuto meno manifestandosi in tutta la sua evidenza nei giorni delle elezioni: Maduro era dato vincente con almeno dieci punti percentuali di vantaggio. Ora con il paese spaccato e la dura repressione nelle piazze dei dissidenti, il mandato di Maduro inizia in salita: ha di fronte due scelte.

Continuare con una politica accentratrice intransigente per avere ancora dalla sua l’apparato militare e non disgregare il partito; oppure iniziare con un’apertura all’opposizione per evitare tensioni sociali tali da sfociare in rivolta. Comunque vada il bolivarismo e le sue emanazione interregionale (Alba) subiranno una battuta d’arresto: l’impossibilità di affermare la via al socialismo del XXI secolo in casa propria rende politicamente improbabile una piena supremazia regionale venezuelana nell’area a nord del Rio delle Amazzoni. 

 
Non solo Grillo “sconquassa” il Parlamento italiano
Siamo sicuri che lo tsunami, l’onda anomala in Parlamento, sia arrivata solo tramite il boom di consensi del Movimento Cinque Stelle che ha saputo interpretare almeno stante la volontà degli elettorali l’idea di svecchiamento e di rinnovamento della cosiddetta “casta” politica? Non tutti se ne sono accorti, ma a metterci del loro sono stati anche i partiti così dire tradizionali e già presenti nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama che anche se in maniera più sottaciuta e non sbandierata nelle piazze hanno dato una “bella smacchiata” ai loro candidati, per dirla con uno dei motti di questa campagna elettorale.

Non solo Grillo “sconquassa” il Parlamento italiano - Geopolitica.info
E’ quanto emerge da un’analisi del Dottorato di ricerca in teoria dello stato e istituzioni politiche comparate: i ricercatori Francesca Ragno, Simone Ferraro, Ilenia Bernardini e Hugo Daniel Rosero hanno messo a confronto la composizione dei gruppi parlamentari della legislatura appena conclusasi, la XVI, con le liste dei candidati dei corrispondenti partiti e che cosa ne è uscito fuori? Che i partiti politici le istanze di rinnovamento le hanno accolte e hanno candidato per lo più “volti nuovi” sparigliando le carte nei gruppi dirigenti.

Basta guardare i due più grandi competitor, il Partito Democratico e il Popolo delle libertà: per il primo, che ha scelto i suoi candidati per il 90% tramite lo strumento delle primarie e per il 10% su scelta del segretario nazionale del partito, i cosiddetti volti nuovi su un totale di 616 candidati raggiungevano l’81%, mentre solamente il 19% dei candidati già era presente in Parlamento, mentre il PDL, vuoi anche l’emorragia verso Fratelli D’Italia, presentava oltre l’83% di volti nuovi tra i suoi candidati e appena il 16% di ricandidature eccellenti.

I partiti più piccoli invece come si sono comportati? La Lega, travolta dagli scandali, ha deciso di presentarsi a queste elezioni con un look totalmente nuovo e ha presentato nelle sue liste appena il 7% di ricandidature rispetto alla legislatura uscente. Un destino simile a quello dell’UDC e a quello di FLI, perché entrambi presentano un rinnovamento pari al 96% per i candidati della Camera e perché entrambi si sono presentati con la lista Monti al Senato, in cui entrambi – ancora una volta – hanno ripresentato 6 candidati (tra cui Casini per l’UDC e Giuseppe Consolo, Benedetto Della Vedova e Giulia Bongiorno per FLI).
Infine l’Italia dei valori che raggiunge il 98%, grazie però alla presentazione delle liste con Rivoluzione Civile che ovviamente fa salire di molto la percentuale, da cui restano fuori gli 8 ricandidati della fila di Centro Democratico.

Cosa ha spinto ad un così forte rinnovo? Il Professor Lanchester dell’Università La Sapienza ha sottolineato come neanche nel 1994 si ebbe un rinnovo così ampio nell’offerta elettorale. Il quid della questione dovrebbe forse rintracciarsi nell’ormai imperante e conclamata crisi della rappresentanza politica, conseguenza di due più profonde crisi: quella partitica e quella crisi parlamentare. Anche se più che un rapporto causa-effetto, la relazione logica che intercorrere tra queste tre fenomeni è lo stesso che si potrebbe rintracciare tra variabili dipendenti, perché ogni crisi influenza l’altra ed insieme hanno come basamento la crisi societaria. 

Iniziamo dalla crisi del Parlamento: sono lontani ormai gli anni della centralità del Parlamento in cui la politica italiana doveva necessariamente passare sugli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama, mentre a Palazzo Chigi sedeva un governo debole e soccombente alla volontà dei delegati investiti dal voto popolare.

Neanche la riforma regolamentare del 1997 e la sua formula del Parlamento decidente del Presidente Violante hanno ridato smalto agli ingranaggi di una macchina ormai farraginosa e superata. Era già iniziato il processo di rafforzamento degli esecutivi: Maastricht appena alle spalle, l’Unione europea appena nata aveva bisogno di Stati membri in cui la parola d’ordine della forma di governo fosse governabilità. Certo nel nostro Paese la governabilità è stata realizzata con riforme zoppe e non organiche attraverso modifiche della legge elettorale a costituzione invariata. Ed oggi? Tamquam non esset. Finito il bipolarismo – o meglio il timido tentativo italiano – che sembrava dover risolvere l’annosa questione delle ripetute crisi di governo, sullo palcoscenico rimane la vera impalcatura di quella che forse prima erano solo quinte: l’estrema frammentazione e disomogeneità sociale che si riversa, com’è naturale che sia, sulla conformazione del sistema partitico italiano.

Un sistema partitico investito in pieno dal secondo tipo di crisi prima abbozzato, quella partitica che, alla luce di una approfondita analisi, sembra affondare le sue radici ben prima della cosiddetta crisi di regime (e che non si parli di II Repubblica come su tutti i giornali!!) del biennio 1992 –1994. Partiti che non sono più, secondo la definizione classica dei manuali di scienza politica, le cinghie di trasmissione tra le istituzioni e la società civile, i sintetizzatori dei bisogni dei rappresentati, ma formazioni – ad oggi ancora tra il novero delle associazioni non riconosciute – sempre più serventi alla conquista della carica di Primo Ministro da parte di un leader (anche se questo schema nelle ultime elezioni politiche è stato in parte scardinato dal Movimento 5 stelle in cui Grillo non era addirittura candidato e il PDL il cui leader Berlusconi non si è presentato agli elettori come candidato Premier). Ed è la figura del leader che galvanizza l’elettorato, molto più spesso nelle agorà televisive che non quelle di quartiere, che promette la realizzazione del programma di partito quasi come fosse un suo preciso impegno personale.

I risultati usciti dalle urne hanno confermato questa particolare forza della figura del “leader”: il PDL è riuscito in quella che sembrava un’impresa impossibile, riagganciare la coalizione avversaria, puntando tutto sulla carismatica e attoriale forza di Silvio Berlusconi confermando ancora una volta che è lui il catalizzatore dell’elettorato del suo partito. Dall’altro lato Beppe Grillo che con il suo modo di presentarsi nelle piazze, quelle vere e non televisive, con rabbia ha saputo dare trasposizione comunicativa al forte sentimento di frustrazione dell’elettorato, colpito come non accadeva dalla Seconda Guerra Mondiale da un crollo vertiginoso dell’occupazione e del potere di acquisto, a cui si aggiunge un PIL in caduta libera. Diversamente la coalizione di centro-sinistra ha voluto quasi offuscare la figura dell’unico leader politico designato da un’investitura popolare attraverso le primarie, Pierluigi Bersani, puntando sull’idea che il Partito Democratico esiste ed esisterà al di là della figura del segretario pro-tempore (basti notare che il nome di Bersani non compariva in nessun simbolo di partito), puntando tutto sull’idea di struttura e di squadra e una campagna elettorale sottotono basata sul fattore credibilità e serietà, che però non ha pagato in termini di voti.

La crisi societaria e la crisi partitica concorrono all’exploit della terza crisi, prospettando addirittura una “Terza repubblica” quella che in qualche modo può considerarsi la risultante delle due: la crisi della rappresentanza politica, falcidiata dal corus dei “grillini” che invocano a gran voce nuove forme di e-democracy, una democrazia liquida per fare eco a una definizione del Partito Pirata tedesco che ha ottenuto ottimi consensi elettorali in Germania e a cui il Movimento 5 stelle si ispira, che scardina la stessa idea di democrazia rappresentativa. Le urne hanno consegnato un Parlamento “nuovo” sotto tanti aspetti ed è per questo che al completamento del quadro degli eletti si prospetta la necessità di analizzare come lo tsunami annunciato già con le novità nelle candidature abbia portato tante facce nuove sia a Montecitorio e a Palazzo Madama mostrando con numeri e dati alla mano quel cambiamento che già dalla prima parte della ricerca dei ricercatori del Dottorato di ricerca in teoria dello stato e istituzioni politiche si prospetta di grossa portata.
 

 

La nuova Knesset: vincitori e vinti delle elezioni israeliane
Le elezioni politiche, svoltesi in Israele il 22 gennaio scorso, hanno segnato uno smacco per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e la sua alleanza elettorale con la destra dell’uscente Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Sebbene l’unione Likud-YisraelBeitanhu abbia ottenuto la maggioranza relativa dei voti (con 31 seggi), tale risultato ha deluso le aspettative del Primo Ministro, che aspirava a superare i 40 seggi. Né si sono avverati i pronostici di chi vedeva una Knessett completamente sbilanciata dal peso dei partiti ultra-nazionalisti e ultra-ortodossi. 

La nuova Knesset: vincitori e vinti delle elezioni israeliane - Geopolitica.info
La vera sorpresa di queste elezioni è costituita dall’expoit elettorale del partito centrista YeshAtid, guidato dal suo seducente leader Yair Lapid. In realtà il personaggio era già conosciuto al pubblico israeliano, essendo Lapid un noto anchor man nonché figlio d’arte (il padre era anch’egli leader politico). YeshAtidé diventato il secondo partito del Parlamento israeliano, la Knessett, rendendo Lapid un interlocutore obbligato per la formazione di qualsiasi governo. Quanto al blocco di centro sinistra, ha ottenuto un risultato soddisfacente, conquistando 59 seggi in totale, contro i 61 della destra.

D’altra parte, non si può certo dire che la destra oltranzista – legata alle colonie – del partito « il Focolare Ebraico » si sia indebolita. Al contrario, grazie al carisma del suo nuovo leader, Naftali Bennett, un giovane e brillante uomo d’affari, ha ottenuto un ottimo risultato conquistando 12 seggi (rispetto ai 5 della passata legislatura) che ne fanno il primo partito a Gerusalemme e un partner certo per una coalizione di destra guidata da Netanyahu.

In questa fase ancora fluida in cui si susseguono negoziati e tentativi di alleanze per definire il prossimo governo, appare chiaro che il ruolo di Benjamin Nethaniau è uscito nettamente indebolito rispetto alle elezioni del 2009. « King Bibi », come veniva sino a ieri soprannominato in patria, è rimasto vittima di un’alleanza infelice con la destra di Lieberman, di un programma elettorale mai presentato e di una campagna tutta incentrata sulla minaccia nucleare iraniana. La sicumera ostentata da Netanyahu durante le settimane precedenti la consultazione elettorale si è rapidamente smontata alla lettura dei primi dati sull’affluenza al voto, costringendolo persino a implorare gli elettori di recarsi ai seggi.

Al di là dei meriti (o dei demeriti) del primo ministro, le ragioni del ridimensionamento dell’alleanza Likud-YisraelBeinatu si possono spiegare attraverso due ordini di motivi. Il primo è costituito dal ricambio generazionale in corso in Israele che ha visto, a livello elettorale, premiare « volti nuovi » a detrimento del « vecchio » establishment. Yair Lapid non ne è il solo esempio. Un successo in gran parte personale è da riconoscere alla leader del partito di sinistra Meretz, ZahavaGal-On, la quale con tre seggi in più rispetto alle precedenti elezioni ha scongiurato il rischio di estinzione politica di un partito dal glorioso passato (appartenevano a Meretz i fautori israeliani dell’Accordo di Oslo).

E’ anche vero che Yachimovic – leader del Labour- rappresenta anch’ella una novità (e nei fatti ha visto ingrossare le fila dei suoi parlamentari di ben 7 seggi) ma il successo è stato relativo; in parte per una fisiologica erosione – forse irreversibile – del consenso del partito laburista e in parte perché lei stessa è percepita come una figura d’apparato, poco carismatica e politicamente inconsistente.

Chi ha decisamente perso è stata l’ex Ministro degli Esteri ZtipiLivni, ex-stella nascente del centrismo israeliano, ex-promessa di queste elezioni. Il suo partito, Hatnuah, ha ottenuto soltanto 6 seggi; certamente meglio di Kadima, da cui è fuoriuscita lo scorso anno e che fino all’ultimo ha rischiato di non raggiungere la soglia minima per entrare in Parlamento (Kadima ha 2 seggi). Il secondo motivo poggia sulle proteste sociali che, nell’estate del 2011, avevano infiammato le strade di tel Aviv e che adesso hanno inciso notevolmente sulle scelte di voto. Con una significativa differenza: le rivendicazioni di maggiori opportunità, di un costo della vita meno alto e di una redistribuzione del benessere più equa, non hanno «premiato» il partito laburista che pure aveva candidato esponenti di punta dei movimenti di protesta, o quei partiti di sinistra tradizionalmente più attenti alle istanze sociali. E’ stato invece il campione della borghesia urbana Yair lapid a catalizzare i voti degli scontenti. La sua piattaforma, che chiedeva in primo luogo la ripartizione degli oneri militari anche tra gli ebrei ortodossi (finora esentati dal servizio militare) e una maggiore attenzione per la classe media (detassazione, incentivi per la casa), ha attratto il voto della classe media urbana che aspira a un maggiore benessere economico e ad una “normalizzazione” nazionale.

Tale “normalizzazione” ha implicato, di contro, un abbandono dei temi cari alla destra “sicuritaria” di Netanhyau, tutta incentrata sulla minaccia iraniana e sui rischi del processo di pace. Questi due temi sono stati opportunamente trascurati da un blocco di centro-sinistra che sapeva di dover puntare sull’economia e che, sulla base di tale strategia, è stato premiato dagli elettori.

Come molti esperti hanno osservato “il dossier iraniano” sembrerebbe depennato dall’agenda politica del prossimo governo israeliano, quale che sia la sua composizione, esattamente come il processo di pace.
Riguardo a quest’ultimo, le linee guida, se di linee guida si può parlare, non dovrebbero mutare sostanzialmente rispetto ai cinque anni passati. Yair Lapid -forse prossimo ministro degli Esteri- ha posto l’accento sulla necessità di riprendere i negoziati, ma la questione non appare centrale né nel suo programma né agli occhi del suo elettorato. D’altro canto, NaftaliBennet, forte del suo successo a destra, ha ribadito di non intendere cedere nulla alle rivendicazioni territoriali dei palestinesi nella West Bank. In questo stallo politico, molto dipenderà dall’amministrazione americana e da quanto il presidente Barack Obama vorrà investire sui negoziati tra israeliani e palestinesi. A leggere i risultati di queste elezioni in Israele, pertanto, per la pace in Medio Oriente, pare purtroppo che neanche questo 2013 sarà l’anno della svolta
Elezioni e politica estera, un tema tabù?
A poco più di un mese dalle elezioni del 24-25 febbraio, è possibile intravedere i possibili scenari di politica interna che si andranno profilando. I capitoli dei programmi elettorali dedicati a fiscalità, sanità, spesa pubblica e mercato del lavoro prendono forma, seppur con formule programmatiche non sempre facili da decifrare oggi e da verificare un domani. Per quanto riguarda la politica estera, invece, regna – manco a dirlo – un atteggiamento piuttosto diplomatico.  

Elezioni e politica estera, un tema tabù? - Geopolitica.info
In passato in campagna elettorale le compagini avversarie non lesinavano attacchi all’operato internazionale del governo precedente, accusandolo a vario titolo di essere stato “negativo e squalificante per l’Italia”. Con ricorrenza bipartisan, i contendenti elettorali annunciavano la revisione dell’atteggiamento nei confronti di Stati Uniti, Israele ed Iran, giudicato generalmente troppo ambiguo (da una parte o dall’altra). Lo sfidante di turno proclamava grandi cambiamenti delle nostre posizioni sul piano internazionale: si preannunciavano spesso la revisione della missione Unifil in Libano e il riposizionamento urgente di fronte alla scomparsa del tradizionale asse franco-tedesco. Si stigmatizzava poi il governo di turno per covare un pindarico interesse in un’Europa polo alternativo agli Usa. Altri richiamavano la necessità di presentarsi come un partner forte e credibile, non suddito di Washington ma suo leale alleato. La rinnovata centralità del Mediterraneo per le sorti degli Stati periferici dell’Eurozona veniva da più parti ricordata come causa ed insieme effetto del riproporsi delle condizioni strategiche affinché l’Italia tornasse protagonista a livello internazionale.

Questa volta, complice forse l’appendice tecnica di questa legislatura, i contendenti elettorali hanno preferito contenere gli attacchi all’operato internazionale del tandem Monti-Terzi, rinunciando con stile a speculazioni elettorali sulle pagine più controverse della più recente politica estera italiana, caso Marò su tutti. Il tradizionale scarso interesse verso l’approfondimento tecnico delle principali questioni di politica estera in periodo elettorale si fa dunque ancora più sparuto, dal momento che anche le occasioni di analisi date dal confronto di slogan elettorali sul tema vengono a mancare. Non è certo solo colpa del sistema politico, la tradizionale allergia della diplomazia al sistema mediatico che mal si coniuga con il riserbo tradizionale di contatti e negoziati oggi è solo in parte messa in discussione dall’utilizzo delle piattaforme social, come blog e twitter, da parte delle feluche più ardite. Inoltre media e giornalisti sono più sensibili ai temi interni che a quelli internazionali e spesso leggono i secondi in funzione dei primi. Come evidenzia l’Istituto Affari Internazionali in un recente policy brief, è più facile che agli stessi corrispondenti esteri sia richiesta la “mediatizzazione dell’effimero”, piuttosto che l’approfondimento sullo stato delle relazioni fra paesi e sui suoi maggiori attori. In mancanza dunque di grandi dichiarazioni e promesse elettorali, possiamo comunque ipotizzare alcuni scenari in base al futuro vincitore.

Pierluigi Bersani, candidato del Centro-Sinistra, da capo dell’opposizione in questi ultimi anni ha partecipato a moltissimi viaggi istituzionali, non ultimo quello in Libia dopo aver passato il traguardo delle primarie di partito. Le dichiarazioni di Bersani si sono limitate ad un generico richiamo alla necessità di una politica estera comune e coesa per i 27(quasi 28) paesi dell’UE, cogliendo l’occasione per riprendere però il leitmotiv di una presenza italiana forte nel Mediterraneo. La campagna elettorale della coalizione cui appartiene il premier in pectore potrebbe però assumere toni più marcatamente filoeuropei come risposta all’euroscetticismo dalle cui sirene il centrodestra è parso spesso tentato. Il centro-sinistra italiano ha tradizionalmente espresso una vicinanza ai cugini poco virtuosi spagnoli, portoghesi e greci, avallando l’idea di un potenziale asse del Sud a guida franco-italiana, grazie alle affinità politiche del Pd e dei suoi alleati con l’esecutivo transalpino e l’inquilino dell’Eliseo. Certo, il centro-sinistra ha anche difeso con fermezza e realismo gli interessi delle grandi aziende italiane impegnate in Medio Oriente e nel Corno d’Africa. Resta da vedere, in funzione dei risultati elettorali delle singole anime della coalizione, quale ruolo potrebbe avere un eventuale rinnovato impulso alla cooperazione allo sviluppo, che ha subito negli ultimi anni ingenti tagli sia in termini di risorse che in termini di autonomia decisionale.

Del profilo internazionale del premier uscente Mario Monti si è discusso in abbondanza. La sua credibilità internazionale ad oggi è inversamente proporzionale all’originalità delle sue posizioni. Di certo l’originalità in politica estera è raramente un merito, ma in fase elettorale può dare qualche brivido. I richiami presenti anche nell’Agenda Monti alla salvaguardia dell’asse atlantico e alla costruzione di un’Europa più simile a quella immaginata da De Gasperi nella sua proposta di art. 38 per la CED (dicembre 1951) paiono argomenti piuttosto usurati. Nel contempo però l’apertura ad una ricerca di una visione comune con l’Europa scandinava in una logica di “scambio culturale” può rivelarsi interessante, per lo meno sulla carta. Resta da capire quanto il sostegno offertogli da ampli settori dell’establishment europeo, ed anche, seppur in modo controverso, dal esponenti di spicco del Partito Popolare Europeo, possa giovare alla “salita in politica” dell’attuale primo ministro, considerato che le istituzioni europee non godono attualmente di grande stima nel nostro Paese. 

Infine la coalizione PDL – Lega Nord guidata da Berlusconi ha fino ad oggi trattato pochissimo l’argomento. Berlusconi ha condotto in passato una politica estera intensa, esponendosi in prima persona con personaggi ambigui come Putin e Gheddafi e sostenendo progetti ambiziosi per le imprese italiane. Il suo modus operandi ha suscitato molte critiche, ma anche molti emuli.

Date alcune recenti dichiarazioni del fondatore del PDL, è più che probabile che in caso di vittoria elettorale il pallino della politica estera del nostro paese sarà affidato ad un premier meno vulcanico e più amichevole con la stampa estera – potente alleato nei tavoli negoziali come sostiene lo studioso Eytan Gilboa –, di cui però ad oggi non è facile indovinare il nome. In ogni caso, a parte alcuni interessanti spunti provenienti dal neo-leader della Lega Nord Maroni sull’Europa delle Regioni e sul suo ruolo come leva anti-crisi, non si riscontrano altre significative dichiarazioni in discontinuità con il tradizionale posizionamento italiano in Europa e nel mondo. Il ritorno in campo del Cavaliere, però, è stato accompagnato da un richiamo dal sapore cripto nazionalista all’acquiescenza montiana rispetto ai desiderata tedeschi, che coincidono, nell’immaginario collettivo, con quelle misure di austerità che, dopo aver stritolato le altre economie dell’Europa mediterranea, rischiano oggi di frenare la ripresa di quella italiana. A ciò si aggiunga che nel Pdl, maggior partito della coalizione, potrebbero prevalere i “falchi”, quei candidati che, mossi in primis dalla volontà di cavalcare il malcontento popolare, intendono addossare in toto al “nemico esterno” le cause scatenanti della recessione. 

Ci sarà un confronto televisivo tra i candidati in cui le tematiche di politica internazionale possano far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra? Difficilmente la politica estera cambia la dinamica di un turno elettorale, a meno che non sia in gioco la sicurezza nazionale o l’onore del Paese.

In conclusione è significativo che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, incontrando a metà dicembre al Quirinale il corpo diplomatico per i consueti auguri di fine anno, abbia ricordato: “Nel naturale succedersi dei parlamenti e dei governi, gli assi portanti delle nostre relazioni internazionali non cambiano, come non cambia il rispetto degli impegni presi. Lo dimostrano tre generazioni di storia repubblicana”.
Who is who: Ali Zeidan

Nome: Ali Zeidan
Nazionalità: libica
Data di nascita: 15 dicembre 1950
Chi è: Primo Ministro della Libia post-ghedaffiana

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Spetta ad Ali Zeidan, eletto lo scorso ottobre dal Congresso Generale Nazionale (CGN) nuovo primo ministro libico, il compito di guidare il paese per un periodo di venti mesi dopo quarantadue anni di regime di Muammar Gheddafi. 
Quanti speravano in una sua nomina per acclamazione sono rimasti delusi dal momento che Zeidan ha ottenuto 93 voti contro gli 85 conquistati dal suo rivale, Mohammed al-Harari, candidato del partito islamista appoggiato dai fratelli musulmani. 

La spaccatura è quindi evidente e la strada che si presenta al nuovo primo ministro non è certo in discesa. L’incarico di formare un nuovo governo è stato assolto e Zeidan dovrà traghettare la Libia in questa complessa fase di transizione politica, economica e sociale dopo il fallimento di Mustafa Abushagur – premier in precedenza designato – nel selezionare i membri del nuovo governo considerati da molti troppo compromessi con il precedente regime, scarsamente rappresentativi e professionalmente inadeguati a ricoprire incarichi di governo.

Il nuovo governo ad interim avrà inoltre il compito di gettare le premesse per l’adozione di un nuovo testo costituzionale e aprire la strada alle libere elezioni parlamentari del 2013. Nato nel 1950, laureato in relazioni internazionali, ex deputato e avvocato attivista in difesa dei diritti umani, Zeidan è stato ambasciatore negli anni ottanta in India durante il regime di Gheddafi per poi andare ad ingrossare le fila dell’opposizione in esilio per trent’anni lontano dal suo paese. A Ginevra principalmente, unendosi al Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia, ma anche nel resto d’Europa collaborando con la Spd tedesca e con il partito socialista italiano.

È stato inoltre membro del Consiglio Nazionale Transitorio, nato nei primi mesi del 2011 in opposizione al regime di Gheddafi. Zeidan non dovrà affrontare soltanto le questioni della mancata unità nazionale e del frazionamento tribale e territoriale del paese ma anche l’urgente problematica della sicurezza creando una forza militare e di polizia in grado di disperdere le milizie ereditate dalla guerra civile e di garantire l’ordine nelle faide tra città, gruppi e tribù diverse. Grossi sforzi si dovranno concentrare in particolare nella zona circostante Bani Walid dove sono stanziati gruppi armati una volta fedeli a Gheddafi e ora avversi alla nuova compagine politica libica.

 
Governo libico: lavori in corso
Il 1 novembre la “nuova Libia” sorta dall’abbattimento del regime di Gheddafi è entrata in una nuova delicata fase politica, con la presentazione del governo di coalizione presieduto da Ali Zeidan: il primo che dal 1969 potrà godere della legittimazione democratica di un Parlamento eletto con libere elezioni.  

Governo libico: lavori in corso - Geopolitica.info
A poco più di un anno dalla caduta di Sirte, ultima tra le roccaforti della Jamahiriya Gheddafiana a deporre le armi, il Paese compie un ulteriore passo nel percorso di transizione istituzionale verso un sistema politico rappresentativo e fondato sullo Stato di diritto. Non si tratta di un successo isolato. In estate segnali positivi erano emersi dal corretto svolgimento di una tornata elettorale che aveva visto 2639 candidati e 374 liste confrontarsi per la composizione della nuova assemblea legislativa, il General National Congress (GNC), 200 seggi di cui 120 sono stati conquistati dai rappresentanti delle istanze tribali e locali, mentre i restanti 80 da esponenti delle forze politiche organizzate (primi embrioni di partiti politici). I dati sulla partecipazione popolare – il 62% degli uomini e delle donne aventi diritto – non avevano che confermato la volontà dei libici di prendere le distanze dal sistema apartitico imposto dal Rais per più di quattro decenni. Al contempo, il sorprendente ritorno dell’industria estrattiva agli standard produttivi ante guerra sta iniziando a creare quelle condizioni economiche e finanziarie fondamentali necessarie per avviare la ricostruzione materiale del Paese. Va sottolineato come questo delicato passaggio verso la normalizzazione e la democratizzazione nazionale metterà alla prova il nuovo esecutivo e la sua abilità nel “valutare e rinnovare” un organigramma tecnico­burocratico fortemente compromesso con il precedente regime.

Se tutto ciò smentisce quanti diffidavano della capacità libica di reagire a una trasformazione sociale e istituzionale tanto repentina quanto violenta, la persistenza di macroscopiche criticità tradisce l’inevitabile incompletezza di un processo di Nation/State building ancora in fieri e dagli esiti incerti.
Le circostanze stesse che hanno portato alla formazione dell’esecutivo di Zeidan, nonché gli antefatti che l’hanno preceduto, sono rivelatrici delle tensioni pericolose e naturali che tutt’ora percorrono la Libia. 
Prima che ad Ali Zeidan, il 12 settembre il Parlamento aveva affidato il compito di formare un nuovo governo a Mustafa Abu Shagur (candidato del partito islamista National Front Party) che non ha potuto portare a termine l’incarico: in ottobre la formazione ministeriale prospettata è stata giudicata troppo debole per competenze e per un’ insufficiente rappresentatività delle differenti anime politiche, territoriali e tribali che compongono il Paese.

Al di là delle problematiche legate al pur presente “clivage” ideologico che separa le formazioni politiche tra islamisti moderati e sostenitori di un approccio più radicale, la sfida che deve affrontare la classe dirigente libica è la costruzione di una geometria governativa capace di concertare le esigenze di realtà locali geograficamente distanti e diverse per storia, sviluppo economico e appartenenza clanica. Differenze chiaramente amplificate dai recenti trascorsi bellici che hanno visto i diversi centri abitati del Paese contrapposti su posizioni favorevoli o contrarie ai moti rivoluzionari scoppiati il 17 febbraio 2011. 
Esemplificativo il caso di Bani Walid. La città, tra le più importanti della Tripolitania e distante meno di duecento chilometri dalla capitale, si identifica sotto un profilo etnico-demografico con la tribù Warfalla, storicamente vicina alla famiglia di Gheddafi e come tale sostenitrice della causa del decaduto dittatore. Benché la guerra sia finita da circa un anno, gli stretti rapporti con autorevoli latitanti del vecchio regime e un forte sentimento di ostilità e rivalsa verso i nuovi vertici politici hanno decretato l’isolamento di Bani Walid dal contesto politico e dal processo di ricostruzione istituzionale e materiale della Libia. La mancata pacificazione ha conseguentemente favorito l’insorgenza della recente crisi armata innescata dal decesso per torture di Orma Chaban, il guerrigliero assurto agli onori della cronaca internazionale per aver individuato l’ultimo rifugio di Muammar Gheddafi nell’ottobre 2011.

L’assassinio di Chaban, sequestrato e torturato a Bani Walid, al pari delle notizie circa la presenza di alcuni elementi di spicco della brigata lealista Khamis – tra cui lo stesso figlio di Gheddafi – hanno costituito il presupposto per un intervento armato da parte delle milizie di Misurata. La rappresaglia è rapidamente sfociata in un assedio sanguinoso e cruento. Allo stesso tempo la vicenda ha lasciato trasparire il tentativo delle forze paramilitari di Misurata di imporsi quale elemento vivo e decisivo dei prossimi equilibri. In altri termini, al netto di motivazioni più o meno pretestuose, quest’azione può essere letta come la rivendicazione di un maggiore ruolo da parte della comunità che ha pagato il prezzo più alto nella rivoluzione. 
È in questo panorama critico che il 14 ottobre il Presidente del GNC Mohammed Magariaf ha affidato un nuovo incarico esplorativo ad Ali Zeidan, avvocato sessantaduenne, ex membro del corpo diplomatico della Jamahiriya e dal 1980 attivista dissidente in Germania, iscritto alla SPD. Vinta la competizione con il candidato della componente parlamentare legata al movimento dei Fratelli Musulmani, Zeidan (nel frattempo dimessosi da parlamentare per accettare l’incarico) ha ereditato il difficile compito di sintetizzare una compagine governativa capace di ricompattare il tessuto sociopolitico della nazione.

Si tratta di un complesso tentativo di concertazione delle diverse e spesso contrastanti istanze del Paese che ha visto Ali Zeidan, forte della sua esperienza politica e di un passato come rappresentante europeo del CNT, imporsi come mediatore super partes. La sua squadra (27 ministri più 5 sottosegretari incaricati) ha ricevuto il 1 novembre una prima fiducia da parte di 106 parlamentari su 132 presenti in una seduta dell’assemblea che ha visto il voto contrario dei Fratelli Mussulmani, l’astensione di una parte dei rappresentanti della tribù Warfalla e la significativa assenza dei rappresentati dell’enclave di Misurata.
Questo primo successo è il risultato un’attenta operazione di “power sharing” (bilanciamento politico delle diverse istanze geografiche, economiche e ideologiche), reso possibile anche dall’allargamento delle posizioni all’interno del gabinetto. Bengasi e la Cirenaica hanno trovato riconoscimento in posizioni di spicco, ottenendo tra l’altro il ministro dell’Interno e quello della Difesa, affidati rispettivamente ad Ashour Shuwail e Mohamed al Bargati. Quest’ultimo, per la sua vicinanza ai Fratelli Musulmani rappresenta anche le istanze dell’ala tradizionalista e confessionale dell’assemblea legislativa.

Nel governo la gestione dei rapporti internazionali vede affiancarsi al Ministero degli Affari Esteri – affidato all’attuale ambasciatore a Washington Ali Aujali – un ministero per la Cooperazione Internazionale al cui vertice è stato indicato Mohammed Abdulaziz, già responsabile del corpo diplomatico durante il precedente governo di transizione. Va inoltre sottolineata, all’interno del governo Ali Zeidan la presenza di un rilevante numero di figure dotate di un alto profilo accademico e internazionale: meritevoli di menzione i due vicepremier Sadiq Abdulranhman e Awad al-Barasi, medico chirurgo il primo e affermato ingegnere il secondo; nonché il ministro della Giustizia Salah Margani, professore di “Filosofia del diritto”. Tutto ciò dimostra che la nuova Libia ha figure di grande spessore disposte ad assumersi la responsabilità della ricostruzione e della riconciliazione. 
Elemento portante del governo in grado di determinare una maggioranza che appare solida è stata comunque una prima concreta risposta da parte di Ali Zeidan alle richieste politiche provenienti dalla Cirenaica. 
Infatti, benché disponga dell’80% delle risorse minerali e degli idrocarburi libici, fin dal 1969 la regione orientale del Paese ha di fatto sofferto gli effetti di una politica centralistica che dirottava su Tripoli e sul clan Gheddafi la quasi totalità delle rendite generate da tali ricchezze. Si tratta di una pratica che non ha trovato immediatamente termine il collasso della Jamahiriya.

Al contrario nel corso del 2012 la mancata erogazione di fondi adeguati da parte delle autorità del CNT ha provocato le dimissioni di ben due sindaci succedutisi alla guida del Capoluogo cirenaico, alimentando le spinte centrifughe di movimenti politici autonomistici, federalisti o finanche indipendentisti che si sono espressi con manifestazioni di piazza, e con scioperi da parte dei quadri e delle maestranze delle due più importanti società coinvolte nel ciclo petrolifero l’Agoco e la Nocs ­ che rivendicavano lo spostamento a Bengasi degli uffici direttivi. L’inclusione nel governo di personalità apertamente legate al contesto bengasino va interpretata come un primo decisivo passo verso un approccio più equo nella “governante” delle risorse, per disinnescare qualsiasi spinta secessionista. Accanto al meritato plauso per il traguardo raggiunto con il compromesso tra le due principali macroaree del Paese va ricordato che l’impegno messo in piedi da Zeidan e dal suo entourage non ha potuto esimersi dal suscitare i malumori di alcuni attori di primo piano. Il riferimento corre in primo luogo agli ambienti politico-militare di Misurata. Se i primi hanno manifestato il proprio dissenso disertando il voto di fiducia sul nuovo governo, i secondi si sono resi protagonisti lo stesso primo novembre di un tentativo di irruzione all’interno del Parlamento.

A ciò vanno aggiunte le critiche di chi si scaglia contro l’eccessiva indulgenza accordata a personalità troppo compromesse con il precedente regime. A riguardo va sottolineato come quattro dei nuovi Ministri, tra cui il titolare dell’Interno, siano già stati raggiunti dal giudizio negativo emesso dalla Commissione d’Integrità del GNC, vero e proprio comitato etico chiamato a valutare l’esistenza o meno di ragioni di incompatibilità per tutti gli incaricati. La circostanza sta imponendo al Primo Ministro un precoce rimpasto della formazione di governo che potrebbe estendersi ad altri membri dell’esecutivo. Dal chiarimento nell’immediato futuro di simili contrasti dipenderà la solidità, o meno, della nuova architettura governativa, entrata ufficialmente in carica il 14 novembre con il giuramento ufficiale di fronte al Parlamento e alle autorità del disciolto CNT.

La stabilizzazione della leadership politica, all’interno come all’esterno delle frontiere, costituisce dunque il principale obiettivo di breve termine. In seguito si renderanno altrettanto necessari interventi volti a inquadrare nelle forze armate regolari gli uomini delle milizie tutt’ora attive sul campo, l’implementazione del dialogo interregionale, nonché l’avvio di una riconversione economica mirante a equilibrare il peso strutturale delle esportazioni energetiche con investimenti consistenti negli altri comparti produttivi: agricoltura, sanità, turismo, pesca e infrastrutture che serviranno inoltre in un ottica di ridistribuzione della ricchezza e del benessere nelle varie aree del Paese.

 

Who is who: Bidzina Ivanishvili
Nome: Bidzina Ivanishvili
Nazionalità: georgiana
Data di nascita: 18 febbraio 1956
Chi è: neo-eletto primo ministro della Georgia

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Nasce nel 1956 a Čiorvila, piccolo villaggio della Georgia occidentale, non lontano dalle contese terre dell’Abkazia e dalla costa del Mar Nero.

Laureato in ingegneria ed in economia nel 1986 completa la sua formazione accademica con un dottorato di ricerca a Mosca, città in cui vive e dove muove i primi passi della sua carriera imprenditoriale nell’ambito dell’informatica e dell’hi tech. Già nel 1994 tuttavia si trasferisce per motivi lavorativi negli Stati Uniti e in Francia. Ritorna in seguito nella Federazione Russa, spostando i suoi interessi nel settore bancario, benché già nei tardi anni Ottanta avesse participato alla fondazione dell’istituto di credito “Rossijskij Kredit”.
Già nel 2004 però fa rientro nel suo villaggio natale in una Georgia che aveva intanto conosciuto le trasformazioni politiche dettate dalla cosiddetta “rivoluzione delle rose”. Personaggio poliedrico, Ivanishvili diversifica i suoi interessi economici tra i comparti bancario, agrario, formaceutico e albergherio, divenendo in pochi anni una delle personalità più facoltose ed in vista del panorama nazionale. 

Nel 2012, entrato in politica alla guida di una coalizione denominata “il Sogno Georgiano”, completa la sua parabola personale battendo il partito di Saakashvili nelle recente tornata elettorale del 1 ottobre e ottenendo il successivo 25 ottobre l’incarico ufficiale di formare di un nuovo governo.
 

Iraq: le incertezze sul futuro politico del post-elezioni

Le ultime elezioni politiche irachene del 7 marzo 2010 hanno testimoniato un leggero mutamento degli schieramenti ed una tendenza a creare fronti che superassero le divisioni etnico-confessionali, nonostante la presenza di partiti legati alla loro appartenenza tribale o religiosa. La frammentazione rimane abbastanza elevata, anche in ragione del sistema elettorale proporzionale, con 86 tra partiti e gruppi in competizione.

Iraq: le incertezze sul futuro politico del post-elezioni - Geopolitica.info

Una delle formazioni che vi hanno partecipato è costituita dalla Coalizione dello Stato di diritto, capeggiata dal primo ministro uscente Nuri al-Maliki, di cui fanno parte il suo partito Dawa, il Fronte Nazionale di Salvezza Anbar, di orientamento sunnita, guidato da Sheikh Ali Hatem al-Suleiman, capo del gruppo tribale Dulaim, stanziato nella provincia occidentale di Anbar, e dal Movimento Arabo Indipendente, anch’esso di orientamento sunnita, guidato da Abd Mutlaq al-Jabbouri (al-Ä&2;abburi), esponente del nazionalismo arabo, e oppositore delle rivendicazioni curde su Kirkuk. Nonostante Nuri al-Maliki provenga da un ambiente sciita, alle elezioni si è proposto come portatore di valori secolari e sostenitore del nazionalismo iracheno, puntando alla creazione di un governo centrale forte e al miglioramento delle condizioni di sicurezza nel Paese. Si presenta come un leader arabo non ideologico e relativamente indipendente dall’Iran. L’idea di al-Maliki è, perciò, quella di costruire una coalizione ampia grazie al sostegno di alcuni alleati sunniti, contro le rivendicazioni curde di maggiore autonomia e i tentativi sciiti di indebolire il governo centrale. Diretto concorrente di al-Maliki è la Coalizione Al-Iraqiyya, guidata dall’ex primo ministro ad interim Iyad Allawi, sciita di orientamento secolare, a capo dell’Accordo Nazionale Iracheno, il quale si pone anch’esso in una prospettiva nazionalistica e non settaria. Il suo alleato più stretto è Saleh al-Mutlaq, leader del Fronte Iracheno per il Dialogo Nazionale, di confessione sunnita ed ex baathista. Poco prima delle elezioni, la Commissione per la giustizia e la responsabilità, nonostante egli avesse lasciato nel 1977 il partito di Saddam Hussein, lo aveva incluso nella lista dei politici a cui era impedito partecipare alle elezioni. Pur essendo sunnita, Mutlaq avanza una visione nazionalistica e si oppone alle tendenze federaliste suggerite da curdi e sciiti.

L’Alleanza Nazionale Irachena (ANI) è un’altra coalizione che ha partecipato alle elezioni. Precedentemente comprendeva anche il partito dell’attuale primo ministro al-Maliki, ma, in seguito, questi lasciò la piattaforma, determinando una perdita di popolarità dei restanti partiti. È una coalizione che raggruppa partiti e gruppi di orientamento sciita. Tra i suoi aderenti vi sono il Consiglio Supremo Islamico in Iraq (ISCI), il Movimento Sadrista, il Movimento di Riforma Nazionale, guidato da Ibrahim al-Jaafari, e il Congresso Nazionale Iracheno, il cui leader è Ahmed Chalabi. Tale formazione si presenta come quella più legata agli interessi iraniani, e suscettibile di subire l’influenza di Teheran. Molti sciiti pro-iraniani cercano di indebolire il potere centrale, mostrandosi favorevoli alla creazione di una regione autonoma sciita nel sud del Paese. Questa coalizione ha tentato di fare maggiormente leva sui sentimenti settari, insistendo ad esempio sul processo di de-baathificazione del sistema politico. Il Consiglio Supremo Islamico dell’Iraq ha sofferto, lo scorso agosto, della scomparsa del suo leader Abdul Aziz al-Hakim, sostituito dal figlio di questi, Ammar al-Hakim. Il partito ha adottato di recente una posizione più condiscendente verso la politica di al-Maliki, in termini di riforme e di formazione di un governo centrale forte e non settario. Sembra, tuttavia, uscito indebolito dalla tornata elettorale, lasciando un posto rilevante al movimento di al-Sadr all’interno della coalizione, il quale da solo ha ottenuto 40 seggi. 
I curdi si sono presentati alle elezioni con un fronte unito, comprendente il Partito Democratico Curdo (PDC) , di Masoud Barzani, e l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK), guidato da Jalal Talabani, l’attuale Presidente dell’Iraq. Questa formazione ha ottenuto 43 seggi alle elezioni. Il PDC ha assunto di recente un ruolo dominante nella coalizione, ridimensionando il peso dell’UPK, impegnato, dall’inizio dello scorso anno, in una scissione interna, che ha visto il sorgere del Gorran, che significa “cambiamento”, guidato da Nusherwan Mustafa , il quale accusava l’UPK di corruzione e di immobilismo in merito alle riforme. Quest’ultimo partito ha conquistato da solo 8 seggi. Naturalmente sulle questioni curde rilevanti, le tre formazioni sono unite. Il loro obiettivo si concentra sullo status di Kirkuk e sulla divisione dei redditi petroliferi.

Stando ai risultati elettorali, diffusi il 26 marzo, Iyad Allawi avrebbe vinto le elezioni, aggiudicandosi 91 seggi. Il numero di seggi necessari per la formazione del governo è di 163, sui 325 seggi della Camera dei Rappresentanti. Per questo egli si è messo immediatamente alla ricerca di possibili alleati. Tuttavia, divisioni settarie e influenze esterne potrebbero allungare di parecchio i tempi per la formazione del nuovo governo.
A rallentare questo processo vi è anche la confusione sulle prescrizioni costituzionali a riguardo. Un problema di interpretazione riguardava l’art. 73 della Costituzione irachena in quanto prevedeva genericamente che il leader del partito rientrante nel blocco più grande sia scelto dal presidente iracheno per formare un governo. Restava da vedere, a questo punto, se il termine “blocco” si riferisse ai partiti al momento delle elezioni o piuttosto alla coalizione che si forma una volta che i partiti entrano in parlamento dopo le elezioni. In un caso il mandato sarebbe andato direttamente ad Allawi, in quanto capolista vincitore delle elezioni, nell’altro caso, dopo aver trovato il consenso parlamentare per un governo, il leader del blocco parlamentare così costituito avrebbe ottenuto il mandato per la formazione dell’esecutivo. La Corte Suprema ha deciso di interpretare la norma costituzionale in senso ampio, con la conseguenza che il presidente nomina il leader del maggior raggruppamento parlamentare formatosi in seguito alle elezioni. Ciò ha dato il via alle negoziazioni, che potrebbero alterare, dal punto di vista percettivo, il risultato elettorale, conferendo l’incarico di governo al partito che non è uscito vincitore dalle urne. 
Una opzione possibile per Allawi potrebbe essere la formazione di un governo di unità nazionale con il sostegno di al-Maliki, che di seggi ne ha conquistati 89. Tale ipotesi sembra però improbabile, almeno per il momento, anche in considerazione del fatto che il primo ministro uscente non ha riconosciuto il risultato elettorale, avanzando accuse di brogli e chiedendo il riconteggio delle schede. La sconfitta, seppur di misura, potrebbe indurre al-Maliki a ricercare un accordo con l’ANI, la formazione di cui prima faceva parte, determinando una deviazione verso un governo con forti elementi filo-iraniani e anti-americani. Avendo l’ANI ottenuto 71 seggi, tale alleanza consegnerebbe ad al-Maliki 160 seggi, vicinissimo al traguardo, che a quel punto sarebbe facilmente raggiungibile con il sostegno di qualche gruppo minore.

Un’eventuale alleanza di Allawi con i curdi o con altre forze laiche non sarebbe sufficiente alla formazione di un governo, e dovrebbe inevitabilmente passare per la discussione di questioni delicate quali le rivendicazioni curde e la rappresentatività all’interno del governo nazionale. Il quadro è quindi incerto, e si può notare come il ruolo di ago della bilancia, in precedenza giocato dalla formazione curda, è ora assunto in misura maggiore dal movimento di al-Sadr, il quale, assumendo una posizione preminente all’interno della sua coalizione, può determinarne la scelta di campo. Al momento al-Sadr – trasferitosi da un paio di anni a Qom con l’obiettivo di terminare gli studi necessari per diventare Ayatollah – ha dichiarato che non appoggerà un governo del quale non faccia parte la formazione risultata vincitrice delle elezioni; tuttavia non è escluso un ripensamento, soprattutto se ciò si tradurrà nella possibilità di entrare nel governo del Paese. Allawi sembra propenso ad un accordo di questo tipo. Ciononostante, egli dovrebbe tenere in debito conto le possibili incompatibilità che potrebbero emergere, ed il rischio di porre un’ipoteca sul carattere laico e nazionalista della sua formazione.

Il risultato delle negoziazioni sarà determinante per il destino politico dell’Iraq. Da esso può dipendere anche il ritiro statunitense delle forze di combattimento previsto per l’estate di quest’anno, nonché il ritiro completo delle truppe statunitensi dal Paese entro il 2011, come previsto dall’Accordo sullo Stato delle Forze tra Usa e Iraq. Il nuovo governo dovrà, inoltre, impostare i propri rapporti sia con gli Stati Uniti, sia in relazione alla questione iraniana. Washington e Baghdad hanno stipulato un Accordo Quadro Strategico che prevede la cooperazione tra i due Paesi in svariati settori, tra i quali l’istruzione, gli investimenti e il trasferimento tecnologico. L’amministrazione Usa vedrebbe con favore un Iraq stabile, con un’impronta nazionale e resistente alle influenze iraniane. Ciò gli consentirebbe di dirottare le proprie energie nel vicino Afghanistan.
I Paesi arabi, in primis l’Arabia Saudita, sono soddisfatti di questo voto, ritenendolo, nell’ottica di un confronto regionale tra mondo sciita a guida iraniana e paesi arabi a maggioranza sunnita, come una diminuzione dell’influenza di Teheran in Iraq. Un governo dipendente dall’Iran è considerata una minaccia potenziale per i Paesi arabi. L’ipotesi di un governo nazionalista, non settario e non influenzato dall’Iran è auspicata anche dalla Turchia, in quanto i turchi preferiscono mantenere l’integrità dell’Iraq per timore che un’eventuale indipendenza curda possa incidere negativamente sulla loro integrità nazionale. 
L’Iran, d’altro canto, ha profuso molte energie al fine di espandere la propria influenza in territorio iracheno e di mantenere il potere di destabilizzare il Paese, mirando oltremodo a sfruttare la comune appartenenza religiosa – nonostante le differenze dottrinali interne allo sciismo – di una buona parte della popolazione irachena. Chiaramente ciò può anche essere considerato un obiettivo intermedio, da sfruttare in vista di un confronto con gli Stati Uniti sul programma nucleare. Teheran ha offerto aiuti finanziari al governo iracheno e rifornisce l’Iraq di elettricità e petrolio. L’interscambio tra Iran e Iraq arriva a 4 miliardi di dollari, e vi sono prospettive per un suo aumento. I due Paesi hanno sviluppato anche una zona di libero scambio nei pressi di Basra, la quale si approvvigiona di elettricità dall’Iran.

Attualmente, la situazione politica risulta instabile ed il futuro dell’Iraq resta incerto. Alcuni attentati avvenuti nel periodo post-elettorale dimostrano che la tensione all’interno del Paese potrebbe nuovamente salire. Vi sono stati, inoltre, una serie di attacchi terroristici di matrice qaedista, che contribuiscono alla sua destabilizzazione. Tutto ciò avviene mentre le varie formazioni sono impegnate in visite all’estero in cerca di un supporto da spendere a proprio vantaggio nelle negoziazioni interne.