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Caos Nigeria: elezioni presidenziali rinviate a marzo

Ha vinto la paura. In Nigeria, la scia di sangue e terrore causata da Boko Haram ha costretto le autorità nigeriane a posticipare il voto. La commissione elettorale nigeriana ha deciso di rinviare di sei settimane le elezioni presidenziali fissate per il 14 febbraio. La nuova consultazione che porterà a scegliere il successore dell’attuale presidente Goodluck Jonathan si svolgerà il 28 marzo.

Caos Nigeria: elezioni presidenziali rinviate a marzo - Geopolitica.info

Ma perchè le elezioni sono state rinviate? Da diversi giorni in Nigeria è in atto una potente offensiva delle forze multinazionali (forze della Nigeria, Niger, Ciad e Camerun) contro Boko Haram, il gruppo terroristico che controlla gli stati del Borno, Yola e Yobe del paese. I militari sono impegnati a contrastare i terroristi per riprendere il controllo del nord est del paese e non riuscirebbero ad assicurare la protezione al personale e soprattutto ai cittadini chiamati al voto.

Da qui la decisione per il rinvio. Le elezioni potrebbero essere influenzate dalla paura e in tanti potrebbero non recarsi alle urne. Inoltre a pochi giorni dal voto previsto in origine per il 14 febbraio le schede elettorali non sono state ancora consegnate.

Saranno 68 milioni i nigeriani chiamati alle urne (su una popolazione di 160 milioni) ma, se nel sud ricco e cristiano del presidente uscente Jonathan (favorito per un nuovo mandato) la sicurezza e lo svolgimento delle elezioni non sono messe in discussione, nel nord del paese, povero e di religione musulmana, la tensione e la paura sono alle stelle. Il nord est del paese è in balia di Boko Haram che cerca in ogni modo di ostacolare il voto. Il governo nigeriano non è mai riuscito a contrastare il gruppo terroristico e la forte offensiva delle ultime settimane diretta a riprendere il controllo dei territori controllati da Boko Haram sembra arrivare tardi.

Nel nord est del paese, negli stati del Borno Yola e di Yobe, Boko Haram da mesi attua una feroce strategia per condizionare le elezioni. Il rinvio delle presidenziali è visto da più parti come l’ennesimo successo dei miliziani che in poco più di 5 anni hanno ucciso circa 12 mila persone.

Nelle ultime settimane i terroristi hanno intensificato i loro attacchi per incutere timore e paura alle popolazioni e influenzare il voto ma non solo, hanno superato i confini Nigeriani sconfinando in Niger, Ciad e Camerun. Gli assalti ai villaggi da parte di Boko Haram si sono fatti sempre più crudeli a partire dallo scorso gennaio con oltre 2.000 morti, villaggi incendiati e con l’utilizzo di bambini kamikaze di appena 10 anni.

È del 6 febbraio la notizia dello sconfinamento di Boko Haram in Niger, a Bosso, città al confine con la Nigeria che ha accolto 100 mila profughi in fuga da Boko Haram. Le forze militari nel tentativo di difendere i civili avrebbero ucciso 100 terroristi.

Non solo, lo sconfinamento di Boko Haram è avvenuto anche in Camerun: qui i terroristi avrebbero ucciso circa 80 persone prima di essere respinti dall’esercito camerunense. Non è la prima volta che Boko Haram prova ad entrare in Camerun. Incursioni da parte dei terroristi sono già avvenute a partire da agosto e almeno 80 ragazzi sono stati rapiti nelle prime settimane del 2015.

I vari sconfinamenti da parte di Boko Haram nelle regioni che si affacciano sul lago Ciad avrebbero un obiettivo. Una delle ambizioni del leader di Boko Haram, Shekau è quella di costruire un califfato modello IS nel nord est della Nigeria, califfato che ingloberebbe zone del Niger, Ciad e Camerun (zone intorno al lago Ciad). Davanti a una prospettiva terribile di imitazione del califfato islamico da parte di Shekau, l’Unione Africana ha deciso di impiegare oltre 7.000 soldati con l’appoggio Onu per combattere i terroristi e difendere i civili.

Quella della forza multinazionale è forse l’ultima speranza per poter contrastare e sconfiggere i terroristi. L’esercito nigeriano (minato al suo interno da corruzione e complicità con i terroristi) da solo non è mai riuscito a combattere Boko Haram, nemmeno quando questo era un piccolo gruppo di miliziani. Ora che i terroristi di Shekau hanno mostrato una crudeltà senza precedenti e possono contare su ampie zone di dominio la situazione è gravissima e senza ritorno.

Nelle ultime settimane poi, come già detto, i terroristi stanno portando distruzione e morte oltre i confini nigeriani, con ripetuti sconfinamenti in Niger, Camerun e Ciad. La situazione è ormai senza ritorno e gli 8.000 uomini della forza multinazionale rappresentano l’unico modo per respingere i terroristi e sconfiggerli.

In questo quadro drammatico il rinvio delle elezioni presidenziali è visto dagli osservatori internazionali come l’ennesima sconfitta per il popolo nigeriano e per la democrazia, a vantaggio del terrore e della paura che incutono i terroristi di Boko Haram.

Primavere Elettorali nei Grandi Laghi africani
L’allontanamento a furor di popolo del Presidente Compaorè,orientato a modificare la costituzione per ottenere un ulteriore mandato in Burkina Faso,e la nomina di un Capo dello Stato transitorio fino alle elezioni del novembre prossimo hanno aperto nuovi scenari nei processi di avvicendamento alla guida degli Stati africani.La primavera burkinabè ha inviato un importante segnale ai governanti del continente,in particolare a quelli determinati a restare in carica oltre i termini previsti dalle costituzioni dei loro Paesi. 

Primavere Elettorali nei Grandi Laghi africani - Geopolitica.info
Occorre sperare che dagli eventi in Burkina Faso traggano utile insegnamento anche i leaders della regione dei Grandi Laghi africani,che comprende notamente Burundi,Rwanda,Repubblica Democratica del Congo ed Uganda.Sono i Paesi che dal 1994 in poi hanno animato e condiviso una stagione di conflitti e di instabilità politica.Attualmente la regione appare pacificata,tranne le province orientali congolesi.In esse la sicurezza ed il controllo del territorio da parte del Stato permangono fragili e forse illusori,nella corsa allo sfruttamento illegale delle ingenti ricchezze del sottosuolo,nella quale coesistono e si intrecciano gli obiettivi dei gruppi ribelli, gli interessi di attori nazionali ed internazionali,la fragilità delle strutture statuali congolesi ed il carattere non inclusivo dei governi dell’area.

Ai timidi segnali di stabilità fanno riscontro le sfide all’orizzonte in Burundi,Congo e Rwanda,collegate alle prossime tornate elettorali. In Burundi,dove sono previste nel 2015 elezioni presidenziali e legislative,è in aumento il ricorso all’uso della forza per spianare la strada ad una riconferma del Presidente in carica e del suo partito. Dopo le tornate elettorali del 2006 e del 2011 il Congo da parte sua è tuttora alla ricerca di un miglioramento duraturo dei rapporti con i paesi vicini e delle riforme interne necessarie per affermare la pace e la sicurezza nell’intero territorio e la legittimità e l’efficacia del governo.

Le elezioni del 2006,le prime multipartitiche,libere e regolari dopo l’indipendenza,hanno messo fine alla transizione politica ed a un decennio di conflitti,ribellioni ed instabilità.Quelle del 2011 avrebbero dovuto consolidare un assetto democratico ancor fragile.Esse sono state invece preparate per consolidare il potere della classe dirigente,sollevando forti dubbi sulla regolarità e trasparenza delle procedure e sulla credibilità dell’esito finale.
D’altronde le timide proteste elevate dalla comunità internazionale nei confronti della modifica costituzionale operata alla vigilia del voto per abolire il secondo turno di ballottaggio alle presidenziali del 2011 non prometteva bene per il regolare e pacifico svolgimento della tornata elettorale e per la credibilità del risultato che ha riconfermato il Presidente Kabila.L’abolizione del secondo turno ha consentito al vincitore di essere eletto al primo turno con una maggioranza semplice e di evitare così il ballottaggio con Tshisekedi,oppositore storico di Mobutu,avente un grande ascendente popolare ed in grado di aggregare intorno a sè i milioni di elettori delusi dal regime.
In questi giorni la storia sembra ripetersi e le presidenziali  previste il prossimo anno rischiano di slittare nel tempo se il Parlamento approverà una modifica della legge elettorale,che postula la tenuta di un censimento della popolazione ancor prima di andare al voto.La modifica è aspramente osteggiata dai partiti di opposizione e dalla società civile,che intravedono in essa una mossa di Kabila per restare al potere oltre la scadenza dei due mandati prevista dalla costituzione.Come effetto immediato della proposta sottoposta all’esame del Parlamento la capitale ed il resto del Paese sono divenuti teatro di violenti scontri tra manifestanti e forze di sicurezza e lo scenario burkinabè sembra far capolino anche sulle sponde del fiume Congo.Resta da vedere se il Parlamento congolese approverà o non la modifica della legge elettorale e quali saranno gli ulteriori sviluppi e le risposte delle cancellerie straniere che hanno più a cuore la pace e la stabilità nell’area.
Elezioni presidenziali sono in calendario nel 2016 anche in Rwanda,dove i notevoli traguardi socio-economici raggiunti dopo il genocidio del 1994 sono in parte offuscati dalle restrizioni delle libertà politiche. Gli sforzi vanno reiterati affinchè il ricorso alle urne si svolga in armonia con le regole democratiche e con il rispetto della legalità e delle prerogative del pluralismo partitico e non sia una prova di forza per affermare l’attaccamento al potere dei candidati e delle maggioranze uscenti,grazie all’appoggio determinante degli apparati statali.
Spetta in primo luogo ai leaders di Burundi,Congo,Rwanda ed Uganda,quasi tutti ex guerriglieri passati alla politica,il compito di sostenere i principi della legalità e della democrazia,non soltanto nel momento di ascendere al potere ma anche in quello di lasciarlo. Spetta poi alla comunità internazionale di dar prova di coerenza nella difesa dei principi fondamentali recepiti nella Carta delle Nazioni Unite e di non cedere alle tentazioni del ” fait accompli” e del”business as usual” che hanno arrecato notevoli perdite e sofferenze ai popoli dei Grandi Laghi.Che senso ha peraltro caldeggiare l’esigenza di stabilità nella capitale di un paese quando alcune sue province sono tuttora alla mercè di gruppi armati ed i livelli di sviluppo umano della popolazione sono agli ultimi posti nelle graduatorie mondiali?
Occorre infine un rinnovato impegno a tutti i livelli per estirpare le radici dei conflitti e dei sopprusi e per promuovere l’avvicendamento al potere all’insegna della democrazia,della non violenza e del rispetto dei diritti umani. Altrimenti spetterà ai popoli dei Grandi Laghi prendere in mano i loro destini dopo i lunghi anni di governi autocratici,conflitti,povertà e disordini.

Leonardo Baroncelli,
già Ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo
Turkey presidential elections: the eve of breakthrough?

Turkey is about to face its first direct Presidential elections. This event is far from being a simple change in Turkey’s presidential electoral procedures. The outcome of the consultations that will be held next Sunday may pave the way for a structural breakthrough in the Republic of Turkey as we know it in the next future.

Turkey presidential elections: the eve of breakthrough? - Geopolitica.info

The last eleven years of government, under the ruling Justice and Development Party (AKP), have witnessed the widest changes ever experienced in Turkey’s Constitutional system. Although the fundamental law of Turkey has suffered many amendments since its promulgation in 1982 after a military coup d’ état and even before the rise to power of the ruling party in 2003, no other event has been as effective in affecting the Kemalist asset of the State as the policies run by the AKP in its three mandates.

The current Prime Minister, and AKP candidate to the Presidency Recep Tayyip Erdoğan is running a competition that means much more than the attempt to achieve the highest Office of the Republic in Çankaya Palace.

Erdoğan finds himself in the peculiar position of being the chief of a government which has been in charge for eleven years and, at the same time, a candidate bringing the nation a promise of new political message and of a new Turkey. Somewhat, he finds himself in the apparently contradictory position of being the one in charge from more than a decade and the one promising to cope with the past.

This contradiction is nevertheless just illusory.

After decades spent in a soar confrontation against the laics aimed to alter the current asset of the state and to give the religion a political meaning and an active role in social affairs, the conservative wing of the Turkish electorate seems to be finally able to concentrate in its hands the necessary critical mass to determine a true constitutional reform able to shift Turkey into a new entity: mostly probably a presidential Republic, probably a federal one, where religion and multiculturalism would play a much heavier role than the one they had until now.

In Turkey, issues related to national identity, multi-culturalism and coexistence of different religious denominations and streams have always been, since the creation of the Republic in 1923, very troublesome topics.

Turkey chose, then, to set for itself an unprecedented system, initially a single-party one, based on state secularism, nationalism, state-led economy, a pro-western orientation on foreign (and cultural) policy and a complex mix of extremely advanced (i.e., gender equality) and paternalistic social politics. Turkish women, for instance, have been able for decades to freely abort or divorce in historical periods when that was unthinkable, for example, in some southern-Mediterranean European Countries. The first Turkish female Member of Parliament, Hatı Çırpan, was elected in 1935, when the majority of European women neither had the right to vote.

At the same time, uttering a word in an Anatolian language different from Turkish, officially inexixstent, would have meant committing a criminal offence against “Turkishness”.

In a certain sense, the defence of the indivisibility of the Country, its not only territorial but also cultural and ethnic uniqueness have been the undeniable foundations of the Kemalist state.

In Turkish political dictionary words as “left”, “right”, “national unity” and “Republic” have quite a different meaning from their equivalents in European languages.

For many, this sort of exponentiation of the concept of State and national sense to this almost sacred level made of Kemalism a kind of Turkey’s “civil religion”. This is exactly that “past” Erdoğan committed himself to cope with.

This peculiar system has been protected until today by the intervention of the Constitutional Court and of the Armed Forces, whose commitment to the defence of the State, as defined in Turkish constitution, has been of a totally different type and quality than the one existing in Western countries.

This paternalistic politics, which have been ruled for decades by the Republican People’s Party (CHP), a leftist one according to Turkish standards, are by no means able to fulfil Turkey’s current social and economic needs.

Paradoxically enough, the first tools AKP was able to start the overthrow of the secular state in Turkey have been provided by the European Union. Demanding several, deep efforts in order to change many aspects of the status quo between State powers (mainly the military one) and personal freedoms in the Country, Europe started dismantling the apparatus that permitted the progression of the secular state. This process become manifest mainly after the end of the Sezer presidency in 2007, when the Presidency was gained by Abdullah Gül, formerly the minister of Foreign Affairs in Erdoğan’s Cabinet and whose political roots are, as Erdoğan’s ones are, in the Islamic conservative Wellness Party (Refah Partisi, RP).

The AKP has recently brilliantly overcame an electoral test, the municipal one, hushing all doubts on Erdoğan’s ability to keep the Party’s leadership.

These doubts, although mainly nourished by an harsh conflict, all internal to the Party with occurred during last year, were also related to the repression of Gezi Park protests, to bribery and corruption scandals which hit the Prime Minister and his family and to the current economic situation.

Many attempts have been done, expecially by some Cemaat-led elements working in many State apparatuses, to hinder Erdoğan’s run to the Presidency, such as leaking on YouTube part of a secret meeting among some top State officials in which one of them, in charge of the Intelligence, was suggesting a false-flag operation in order to justify a military intervention in Syria.

The result of this and many other similar attempts has been a deep epuration of many elements linked to Gülen’s movement in the judiciary and the police. The last operation, dated at some days ago, against some elements of the so-called “parallel State” has exactly the same political meaning and the same targets.

The (in)dependence from the Government of the main powers of the state, in particular the Judiciary and the Police authorities, will presumably be among the first aspects that will be reformed under the new Presidency if Erdoğan will get it.

Erdoğan seems to be the lone runner in this competition. Independently from the undoubtable endorsement received by the majority of Turkish media, what really makes the difference between his candidature and his opponents’ ones is its final goal: at his last mandate as Prime Minister, his target is being able to reform the State in a Presidential one and keep on ruling the Country as chief of State and Governent. In this sense, he is running for his fourth mandate.

Erdoğan is looking forward to having the necessary numbers in Parliament to get the reform. This will probably happen after the general elections that will be held next year. At that time he will need, anyway, to be at the right place to exert again the executive power: Çankaya Palace.

Differently than his opponents, Erdoğan can use his candidate’s stage rattling off numbers, achievements, projects: those of his government, making of his candidature, at the eyes of the voter, the one of the leader in charge now asking permission to carry on for the sake of the Country.

On the stage, he never spares mentions to the third Istanbul bridge, to the rise of foreign investments in Turkey, to the economic development of the Country and many other aspects.

Neither he spares to ask to his public how “close and dependent” was the old Turkey and how “open and independent” is the new one, under his management.

On that, he is helped by remarkable financial means and the outstanding AKP logistical organization, able to bring dozen of thousands of supporters from their hometown directly at the electoral meeting.

The topics engaged by AKP on the occasion of this elections campaign are a clear sign of the strategies the Party is pursuing: sure of the fidelity of its voters, winking at the supporters of the other main Parties (CHP. MHP) by raising specific points on sense of state and national strength, issues usually of much importance for CHP and MHP, AKP attempts to gain the simple majority needed to win the elections at the first round. The same strategy is played when it comes to the Kurdish issue: Erdoğan loves to be considered the first President who was able to face this issue. Getting more than the 50% of the electorate’s vote would be an extremely meaningful accomplishment, although still quite an assumptive one at the moment.

In his speeches, Erdoğan uses the current Gaza crisis in order to distance himself and Turkey from Israel, which he blames of “genocide”. Expressions of solidarity with the Palestine issue and references to the “brotherhood” among Muslims (an extremely meaningful expression in the Muslim world) are continuous, and seem to be an appeal not only for the most conservative part of his electorate.

In foreign politics, AKP would be more likely to bring Turkey out of the circuits where it entered since the Republic started. Belonging to NATO is still today an useful asset for Turkey, despite it is not hard to forecast a possible strategic shift in the future (Turkey recently bought weapons from China).

The EU access issue is of no importance to AKP.

Religious issues are, for sure, an extremely important part of AKP political message: during his nomination speech as formal candidate for the Presidency, Erdoğan lamented Turkey is distancing itself from “its prophets, its history, its forefathers” since “two hundred years”: the reference is at the Tanzimat, an extremely important period of reformations that started the approach of Turkey to the Western word.

This and many other expression of deep conservatism, uttered in the last days by some high-level AKP officials as well, may be an interesting observation point to what can be a not yet-completely revealed AKP extremely conservative social agenda, particularly on gender issues.

It should be noted that, at AKP meetings, many Saudi Arabian or Ottoman flags are often shown by the public together with the Turkish one.

The two other runners on these elections are the expression of three other Turkish main Parties: the Republican People’s Party (CHP), running together with the Party of the Nationalist Movement (MHP), and the Peace and Democracy Party (BDP).

Selahattin Demirtaş is the candidate for the BDP, a Party whose ideological base is close to Kurdish and minorities’ instances, definitely a leftist one. Young, of Zaza roots, he is a MP since 2011 as representative of the Hakkari Province.

Demirtaş outlook in social issues presents some interesting aspects, especially in gender (complete parity between man and woman) and environmental issues. Progressive and laic, he stands for a “more democratic and peaceful Turkey”. This means an attention to minorities and to the Kurdish question. Hardly he will overcome the results gained by BDP in march elections.

Ekmeleddin Ihsanoğlu is the candidate running for the CHP-MHP alliance. Ihsanoğlu was born in Cairo, Egypt, from a Turkish family.

He may be proud of a diverse and prestigious career both in the Academy, where he taught Chemistry, History and Turkish Literature, and in the Diplomacy: for more than fourty years, Ihsanoğlu represented Turkey in several diplomatic and cultural international functions. During the last four years, he was the Secretary General of the Organisation of the Islamic Conference.

Hardly this brilliant career will help him in this hard competition.

As written above, the charge of current prime minister makes of Erdoğan a candidate of another kind. He is already well-known by a public who just rewarded his Party with more than the 45% of the preferences.

Ihsanoğlu is, from certain perspectives, the image of the crisis of identity the CHP is suffering at he moment. Deprived of the support of the Army, unable to evolve independently and to follow the evolution of the times, CHP is following the clumsy policy of learning by AKP how to communicate with its own people, adjusting electoral slogans taking ideas from the AKP’s ones.

More, his policies on the Palestinian issue aroused enthusiasm among many CHP supporters, so that the Party had to show a certain sympathy for it, despite its traditional support to Israel, another base of Kemalism in foreign policy.

Ihsanoğlu was chosen for his prestige and for his “piousness”. Doing so, CHP sacrifices its main characteristic, laity, in order to present for itself a candidate whose characteristics are not in line with the ones desired by the base of the party. Unwillingly, CHP creates a candidate whose some characteristics imitate, but much more weakly, Erdoğan’s ones.

The alliance CHP-MHP is somewhat another evidence of their weakness.

CHP and MHP, that usually have not so much in common, decided their tactical alliance for simple arithmetical reasons: 28 + 17 (the percentage obtained by the two parties during the last local elections) gives 45, the result obtained AKP alone: better running together than alone.

MHP lost some of its strength, related to its nationalism, as AKP was able to attract the sympathy of many nationalists satisfied with the economic performance of the Country under AKP government.

Ihsanoğlu firstly based his campaign under the slogan “ekmek için Ekmeleddin”, a slogan playing on the assonance between the candidate’s given name and “ekmek”, a word that may mean “bread” or “sowing”, “planting”. The goal was giving the elector a sense of self-assurance and security for the future.

This strategy revealed all its weakness in front of Erdoğan’s definition as “Man of the nation”. Every AKP electoral panel shows Erdoğan’s government achievements.

Ihsanoğlu, so, suddenly become “the pride of the nation”. The style of the writing on the panels was changed, resembling now the style used by a notorious sport apparel producer.

He insists on the fact that the President must be a non-political figure, superior to parties and guarantor of the whole nation. He is surely right, as his vision reflects the current Constitution’s one. The results at the general elections that will be held next year may ratify nevertheless a new course for Turkey in this sense.

Media e auto-rappresentazione di un popolo. Il caso dell’India

Premessa

Media e auto-rappresentazione di un popolo. Il caso dell’India - Geopolitica.info

Il modo in cui una nazione percepisce se stessa gioca un ruolo fondamentale nel modo di condurre le sue relazioni internazionali. Allo stesso tempo però la loro stessa conduzione, le scelte geopolitiche e i successi o meno che questi hanno prodotto, influenzano a loro volta questa auto-rappresentazione.

Da questo punto di vista la coscienza di una nazione si forma e trasforma in modo non molto dissimile da quella del singolo individuo. E qui però ci fermiamo con le analogie, consapevoli che, nonostante la fascinazione che l’apologo di Menenio Agrippa ancora oggi suscita, proseguire su questa strada sarebbe superficiale e riduttivo.

L’auto-percezione di una nazione è un processo lungo, spesso tormentato e soprattutto non lineare. Vi possono essere lunghi momenti di stallo seguiti da improvvise accelerazioni così come momenti di vera e propria decadenza.

Si tratta di un processo nel corso del quale si snodano e intrecciano avvenimenti di politica interna ed internazionale i quali, a seconda della loro rilevanza, incidono più o meno profondamente in questo percorso.

Lungo questo percorso i media accompagnano, rappresentano e rilanciano, tutti questi avvenimenti, contribuendo enormemente al formarsi della coscienza nazionale, dell’idea che un popolo ha di se stesso.

Il caso indiano

Da questo punto di vista l’India rappresenta uno dei casi più interessanti. La lunga dominazione britannica ha prodotto un incontro forzato con la cultura occidentale, creando un mix di valori e di tensioni sociali in costante precario equilibrio.

Certamente non è l’unico caso, basti pensare all’Africa o al Medio Oriente ad esempio, ma a differenza di questi ultimi, l’India è una nazione enorme, con una popolazione di circa 1.2 miliardi, non molto inferiore a quella cinese, tanto da essere spesso definita un subcontinente.

Inoltre, a causa anche della sua estensione, l’India ha una differenziazione interna enorme: oltre 15 lingue principali, centinaia di dialetti, migliaia di tribù, caste e sotto caste, per non parlare delle differenze religiose e delle tensioni esistenti tra indù e musulmani.

Nehru, il primo presidente dell’India post coloniale, è stato anche il primo a credere che tutta questa diversità potesse essere riassunta, nonostante tutto, in un’unica nazione sovrana.

L’auto-percezione dell’India come nazione

La costruzione della nazione indiana è stata, anche in questo caso, causa e conseguenza al tempo stesso della sua storia e delle sue relazioni internazionali.

Quando Nehru iniziò la sua ambiziosa impresa a quali modelli di nazione guardò? Principalmente ai nazionalismi occidentali del Novecento, segnatamente a quello che per lunghissimo tempo aveva visto e sperimentato su se stesso, quello britannico. Con l’enorme differenza però che stavolta l’India avrebbe agito da Stato sovrano. Sarebbero cioè stati gli indiani stessi gli artefici del proprio governo e, sperabilmente, del proprio destino.

Nehru sapeva che la stessa dominazione britannica aveva posto le basi di questa unità. Gli inglesi avevano realizzato la ferrovia per unire il paese utilizzando, come spesso accade in occidente, la tecnologia a supporto di più ampi disegni politici e geopolitici.

L’opera proseguì con la figlia di Nehru, Indira Gandhi, che negli anni Settanta tentò di imporre un modello di governo estremamente centralizzato, forse eccessivamente impositivo verso quella enorme moltitudine di realtà regionali e locali, tanto da scatenare la reazione locale verso il centralismo di New Delhi.

L’India di oggi e il ruolo dei media

Oggi l’India è indubitabilmente una nazione, ma una nazione molto diversa da quella immaginata dai suoi fondatori e dallo stesso Nehru, al quale in ogni caso il paese deve molto.

L’India dei giorni nostri sembra aver trovato un equilibrio maggiore tra le sue aspirazioni nazionali e le istanze locali mai sopite.

Nel raggiungimento di questo nuovo equilibrio hanno giocato un ruolo fondamentale i media e il progresso tecnologico che li ha sostenuti (di nuovo, la téchne al servizio della polis).

La più rapida e massiccia diffusione di informazioni, intrattenimento e contenuti di vario tipo, hanno grandemente contribuito a plasmare un’auto-percezione della popolazione indiana, un qualcosa che in occidente chiamiamo cultura di massa.

Un fenomeno di acculturazione e unificazione che anche in Italia, seppure su scala infinitamente più ridotta, ha esercitato la tv nel dopoguerra.

L’espressione cultura di massa nel caso indiano va in ogni caso usata con cautela, viste le enormi differenze, cleavages, tuttora esistenti in questo paese.

La produzione di contenuti mediali rispecchia però questa differenziazione, e forse proprio questo è uno dei segreti di questa unità nelle differenze.

I tre quarti della popolazione sono serviti dalla telefonia mobile, con tutto ciò che questo significa in termini di accesso a contenuti mobile online.

La tv è letteralmente esplosa, con 170 canali televisivi che trasmettono in una dozzina di lingue.

La proliferazione dei media nazionali è stata accompagnata da quella dei media locali.

L’industria cinematografica, la famosa Bollywood, è uno dei tratti caratteristici della cultura di massa indiana ma, cosa ancor più importante, è un tratto nazionale.

Certamente permangono ancora molte differenze, soprattutto tra città e campagna.

Spesso nei media la campagna è rappresentata come più virtuosa, legata ai valori tradizionali, in contrapposizione alla città. Ma anche qui le cose stanno cambiando, un ceto medio urbano si sta consolidando e sarà interessante vedere anche qui come evolverà lo scenario e come inciderà sulla coscienza nazionale.

Infine i social media, diffusi ovviamente principalmente tra la popolazione più giovane, sono però iniziati ad essere usati massicciamente anche dal Governo, e in generale dalle istituzioni, per dare informazioni di servizio ai cittadini.

Quando parliamo di popolazione giovane, ricordiamo poi che, a differenza dell’occidente, l’età media della popolazione indiana è molto più bassa.

Se guardiamo però alla classe politica la situazione paradossalmente si inverte.

L’Economist ha pubblicato nel 2012 un interessante grafico che riproduce il rapporto tra l’età media della popolazione di alcuni paesi con quella dei loro governanti. L’India registra il distacco più ampio: 29 anni di età media della popolazione, contro i 65 di quella dei governanti.

Il dopo elezioni

Le recenti elezioni del maggio 2014 hanno visto trionfare il candidato della destra Narendra Modi, spodestando l’Indian National Congress delle dinastie politiche Nerhu e Indira Gandhi.

Modi ha intercettato in campagna elettorale il rinnovato desiderio di modernità degli indiani, avviando, già due anni prima delle elezioni, una campagna di comunicazione online come nessun altro politico aveva fatto in questo paese.

Modi ha intuito che i media, vecchi e nuovi, sono in questo momento in India uno dei mezzi più potenti sui quali fare leva per spingere il paese verso la modernità da un lato, e dall’altro conservare l’indispensabile equilibrio tra governo centrale e tensioni centrifughe.

Modi in campagna elettorale ha utilizzato i media anche per personalizzare fortemente la contesa politica. Anche qui rifacendosi ad un modello che in occidente si è affermato ormai da tempo.

Grazie a queste intuizioni, Modi è riuscito a ribaltare la storica e diffusa percezione in India, che vede il partito della destra, il PJB (Bharatiya Janata Party) come il partito delle élite.

Gli indiani affamati di innovazione e modernità si sono affidati al partito conservatore, a quello che tradizionalmente ha sempre fatto appello ai valori tradizionali dell’India.

Il PJB ha saputo rinnovare il proprio vocabolario e convincere strati della popolazione tradizionalmente ostili come quelle delle caste più basse, rurali e delle minoranze etniche e religiose.

Oltre i vantaggi di una maggiore pervasività dei media, non bisogna però mai perderne d’occhio i rischi.

I media sono uno specchio, in parte anche deformante (da qui i principali rischi) nel quale un popolo guarda se stesso, producendo di conseguenza istanze, rivendicazioni, pulsioni, aspettative, gratificazioni o frustrazioni.

La classe politica, e prioritariamente il governo, devono saper governare con equilibrio questo complesso meccanismo senza diventarne schiavi.

Il caso purtroppo non ancora risolto dei due militari italiani detenuti in India, dimostra plasticamente come i media giochino un ruolo fondamentale.

Possiamo azzardare a dirci sicuri che, se il fatto fosse accaduto in un’altra epoca storica, nella quale i media non erano così diffusi e pervasivi, la vicenda si sarebbe risolta rapidamente e con molto meno clamore, attraverso riservate trattative diplomatiche.

La loro esposizione mediatica la rende terribilmente più complicata, e la più volte richiamata esigenza di mantenere un equilibrio tra le diversità in India, la rende ancora meno maneggevole da parte del governo del paese.

Infine, sempre in termini di comunicazione, anche l’insediamento del neo Presidente Modi ha segnato una rottura con il passato.

Alla cerimonia sono stati invitati alcuni dei leader mondiali con i quali Modi sarà chiamato presto a confrontarsi e, visti i nomi, è stata considerata un capolavoro di comunicazione e diplomazia al tempo stesso, con una valenza tanto interna quanto internazionale.

All’insediamento era presente il Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif. Non accadeva dal 1947, tale è la tensione tra i due paesi a causa delle rispettive rivendicazioni sul Kashmir e le infiltrazioni terroristiche.

Assieme a lui Mahinda Rajapaksa, Primo Ministro dello Sri Lanka, con il quale permangono tensioni legate a immigrazione, contrabbando e diritti di pesca e Hamid Karzai, Presidente afghano, con il quale dovrà confrontarsi sulla stabilità della regione post ritiro USA.

Sarà interessante vedere nel prossimo futuro, se il nuovo governo sarà in grado di tenere in equilibrio tutte le diversità dell’enorme nazione indiana, proiettandole al tempo stesso verso la modernità.

Si allenteranno le politiche di austerità dopo le elezioni del Parlamento europeo?

Dal 22 al 25 maggio scorso (a seconda dei paesi) 390 milioni di elettori in 28 stati sono andati alle urne per rinnovare (per l’ottava volta dal 1979) il Parlamento europeo (PE). Alla luce dei risultati elettorali che ne sono scaturiti – e che qui si danno per noti nella loro generalità – chiediamoci se e come le politiche europee, soprattutto quelle che afferiscono alla governance economica dell’Unione, potrebbero esserne modificate rispetto al recente passato.

Si allenteranno le politiche di austerità dopo le elezioni del Parlamento europeo? - Geopolitica.info http://mises.ca/posts/articles/the-three-types-of-austerity/

Va innanzitutto messo in luce un elemento di contesto. Queste elezioni si sono svolte in piena costanza degli effetti della crisi economica globale innescatasi nel 2008, che ha colpito tutti gli stati dell’Unione europea e in particolare quelli del sud. Questi paesi (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, ma anche Irlanda) hanno subito severe misure di austerità finanziaria, varate dal concerto europeo sotto la determinante influenza della Germania, che hanno fiaccato le loro economie e duramente inciso sul loro tessuto sociale. Inevitabilmente, nelle opinioni pubbliche di quei paesi si è manifestata una graduale, ma sempre più esplicita e forte, critica della Ue, della sua moneta unica, delle politiche di austerità che, a torto o a ragione sono state identificate come veri responsabili dei loro problemi e come ostacoli alla loro crescita. Tutto ciò si è accompagnato ad un generale sentimento di insofferenza verso la Germania, vero paese – alfiere delle politiche di rigore finanziario. In alcuni contesti la critica è sfociata nell’esplicito “rigetto” dell’Europa e dei suoi vincoli. Ma anche dove l’Europa e l’euro non sono stati messi in discussione, si è comunque chiesto di invertire la rotta prevalsa negli ultimi anni. Per queste ragioni al voto europeo di quest’anno era stata attribuita la valenza di un giudizio sulle politiche di austerità.

Fermato questo punto, chiediamoci chi abbia vinto e chi abbia perso le elezioni europee e quali dati politicamente rilevanti esse abbiano complessivamente offerto. Successivamente tenteremo qualche previsione sull’impatto che i risultati elettorali potrebbero avere sulla futura governance dell’Unione europea.

I risultati del voto

Chi ha vinto nel voto di maggio? Si può sommariamente rispondere così.

  1. Ci sono stati quattro vincitori: l’Ukip di Nigel Farage, il Front National di Marine Le Pen, il Partito Democratico di Matteo Renzi e la Cdu-Csu di Angela Merkel. I primi due partiti sono all’opposizione nei rispettivi paesi (Regno Unito e Francia) e contestano il progetto europeo. I secondi due sono invece forze di governo e di sostegno al progetto europeo, sebbene con non pochi reciproci “distinguo”.
  2. Le forze europeiste presenti nel PE (in primo luogo Popolari, socialisti e i liberali del gruppo ALDE) sono rimaste maggioritarie nel nuovo Parlamento ma con un minor numero dei seggi. Le perdite sono state soprattutto dei Popolari (-56  seggi) e dell’Alde. Anche arretrando, il Partito popolare si è però confermato la forza politica europea più votata e il gruppo di maggioranza relativa nel PE. Risultato non da poco, se si considera lo “stigma” con il quale esso si era presentato a queste elezioni, dopo tre legislature consecutive: cioè l’essere identificato come il vero “partito di governo” della Ue e il principale artefice  delle politiche di austerità. Considerata la crescente impopolarità di queste politiche, si era diffusa l’aspettativa di una possibile alternanza (a favore dei socialisti) nel primato elettorale e nella guida dell’Unione. Ma questo non è accaduto, almeno sul piano dei voti. Complessivamente il PPE ha aumentato i propri voti in 9 paesi ma è arretrato in altri 16. I paesi in cui è maggiormente cresciuto sono quasi tutti quelli entrati dopo l’allargamento dell’Unione verso est del 2004 (Repubblica ceca, Lettonia, Slovacchia, Croazia, Malta). E’ invece arretrato soprattutto nei paesi dell’Europa occidentale (in modo vistoso in Italia, Spagna, Portogallo). La tedesca Cdu-Csu esprime la maggioranza relativa del gruppo parlamentare (34 seggi e 16% del totale). I rapporti di forza interni diventano più favorevoli ai paesi dell’est, che ora hanno 85 rappresentanti, pari a quasi il 40% del totale del gruppo. L’alleanza dei Socialisti e dei Democratici (S&D) è rimasta stabile al 25% dei voti ed ha incrementano i suoi seggi in misura molto modesta (+7). Ma solo in Italia, Germania, Regno Unito, Romania i partiti dell’alleanza hanno significativamente migliorato la propria quota di voti e di seggi. Negli altri Paesi sono rimasti stabili o sono stati nettamente sconfitti (come in Francia, Spagna, Grecia, Polonia). Il sentimento antieuropeo venuto allo scoperto in queste elezioni ha evidentemente pesato anche sui socialisti, accomunati ai popolari nella percezione di essere una componente significativa dell’establishment europeo. Tuttavia, a causa del decremento in voti e in seggi del PPE, la distanza fra popolari e socialisti europei si è ridotta (da 80 seggi a 23), il che potrebbe far crescere il peso negoziale dei socialisti.
  3. La prevista ondata dei partiti populisti “anti-Ue” c’è stata ma non si è rivelata “catastrofica”. Fra le affermazioni più nette vanno ricordate quelle del Front National (primo partito di Francia con il 25%), dell’UKIP (primo partito del Regno Unito con quasi il 27%), del Partito del Popolo (prima forza politica danese con il 26,6%), dell’FPO austriaco (20%), dello Jobbik (secondo partito in Ungheria con il 15%). Hanno inoltre ottenuto per la prima volta una rappresentanza nel PE la greca Alba Dorata (3 seggi con il 9,38%) e il neo-nazista NPD (1 seggio con l’1%). Tutte queste forze politiche fanno parte dell’estrema destra europea. Ma lo schieramento “euro critico” comprende anche forze della sinistra radicale. Quando si sono affermate, queste ultime lo hanno fatto prevalentemente nel sud dell’Europa (e in Irlanda). A sinistra le affermazioni più nette sono infatti state quelle di Syriza in Grecia (26,5%), di Podemos in Spagna e del M5S in Italia e di comunisti e Verdi in Portogallo.

Nel complesso, le forze politiche di opposizione alla Ue, hanno, sì, avuto una ragguardevole avanzata elettorale (20% dei voti e circa 115 seggi, quasi il doppio di quelli di cui disponevano nel Parlamento  eletto nel 2009), ma coprendo molte distinte posizioni: di destra e di sinistra; di opposizione all’intero progetto europeo o soltanto alla moneta unica ecc. Il fronte “euro critico” ha inoltre due distinte anime: quella prevalente nei Paesi del Nord, esplicitamente ostile alla Ue e preoccupata soprattutto dai problemi dell’immigrazione; e quella più diffusa nel Sud dell’Europa, avversa soprattutto alle politiche di austerità e interessata a una strategia di integrazione solidale. Ci sono differenze importanti anche nei programmi economici. Agli orientamenti neoliberali dell’Ukip, ad esempio, corrisponde una più riconoscibile tendenza al protezionismo del Front national. Pesa anche la differente collocazione regionale. I partiti “anti europei” del nord accusano infatti i paesi del Sud di aver ingiustamente beneficiato di aiuti europei, attingendo alle riserve economiche dei loro stati. Diversamente, gruppi come Fn, M5S e Alba dorata criticano la Germania per aver promosso le politiche di austerità e rigore che hanno pesato in modo decisivo sulle loro economie nazionali. Se già nella passata legislatura si manifestò una modesta attitudine alla cooperazione parlamentare fra le forze euro critiche, non si vedono le premesse perché questo cambi nella legislatura che sta per iniziare. Per tutte queste ragioni, i partiti “euro critici” non sono politicamente sommabili e non confluiranno in un medesimo gruppo parlamentare. Va da sé che, quanto minore sarà la loro unità di intenti, di altrettanto sarà limitata la loro capacità operativa.

  1. Il voto europeo ha avuto notevoli ripercussioni sui sistemi politici interni di alcuni grandi paesi europei. Il tradizionale “bipartitismo” della Francia, della Spagna e del Regno Unito sembra scricchiolare. In Francia il partito socialista è crollato al 14%, un dato che delegittima la presidenza Hollande. In Spagna, i popolari e i socialisti che nel 2009 avevano insieme l’80% dei voti ne hanno ora il 50%. I conservatori diventano il terzo partito del Regno Unito (di cui erano la principale forza politica) col 24%, dietro ai laburisti e all’UKIP. I loro alleati di governo, i liberaldemocratici, ottengono solo il 7%. Si deve considerare che per gli elettori francesi o britannici, che in patria votano con sistemi maggioritari, votare con il sistema proporzionale (come si è fatto alle europee) costituisce sicuramente un cambiamento rilevante che favorisce la crescita elettorale dei partiti minori a danno delle forze tradizionali. Le elezioni nazionali potrebbero pertanto, in futuro, non confermare la crisi del bipartitismo. Ma lo scorso 25 maggio questo dato è emerso nettamente e ne va tenuto conto per le ricadute politiche che potrebbe avere in quei paesi.

Quali prospettive  dopo il voto?

Se i dati emersi dalle elezioni di maggio sono, nel complesso, quelli fin qui esaminati, quali prospettive può riservare il futuro?

La prima conclusione che si impone è che, mancando una forza politica in grado di imporsi da sola su tutte le altre, per dare un “governo” all’Unione sarà necessario formare una grande coalizione fra i partiti principali. Per ottenere la maggioranza parlamentare necessaria (376 voti) il Presidente della Commissione dovrà necessariamente avere il consenso dei gruppi principali (popolari, socialisti, liberaldemocratici). Inoltre, poiché la sua elezione avverrà con voto segreto, un ampio accordo preventivo fra le principali forze politiche sarà quanto mai opportuno per neutralizzare le possibili incursioni dei franchi tiratori.

Ma la formazione di una larga coalizione  potrebbe non bastare ad assicurare una efficace governabilità della Ue. Fra i dati politici emersi nelle recenti elezioni europee ce n’è infatti uno che va dritto al cuore del problema europeo: l’eclatante vittoria del Front national in Francia e la parallela tenuta della Merkel in Germania, comportano la massima divaricazione dell’asse franco – tedesco, che fu il tradizionale motore dell’integrazione europea. Non è tutto. Il grande successo del Front National potrebbe anche porre una seria ipoteca sulle prossime elezioni presidenziali francesi, circoscrivendole al perimetro della destra (fra il F.N. e l’Ump gollista, ma con quest’ultima obbligata ad “inseguire” Le Pen e a farle inevitabili concessioni sul terreno della polemica con la Ue). Se a Parigi  prevalessero, in futuro, indirizzi politici “euro critici” diventerebbe molto difficile modificare l’attuale assetto istituzionale dell’Unione e si complicherebbe anche il quadro dei rapporti intergovernativi, volti a rafforzare il coordinamento fra i paesi.

Problemi di linea potrebbero emergere anche nei principali gruppi del Parlamento europeo. Ad esempio, nel gruppo popolare, la Cdu “peserà” più del centrodestra inglese, italiano e francese, che hanno perso nei rispettivi paesi. Non solo. Nel Ppe, delegazioni importanti come quelle di Forza Italia e dell’ungherese Fidesz (partito del primo ministro Orban) sono considerate con qualche sospetto (e con la conseguente intenzione di limitarne l’influenza) per alcune loro posizioni talvolta convergenti con quelle degli “euro critici”. Analogamente, nel raggruppamento socialista, i laburisti inglesi non intendono apparire troppo integrati in una logica comunitaria. Popolari e socialisti – e per essi Angela Merkel e Matteo Renzi – saranno obbligati a una intesa. Ma entrambi i leader hanno posizioni tutt’altro che coincidenti, in particolare sul cruciale problema delle politiche di austerità. Se la Merkel non intende cedere sul piano delle politiche di rigore, Renzi ritiene invece che esse debbano essere reinterpretate quanto basta per far decollare una nuova fase di sviluppo. Queste posizioni dovranno trovare una sintesi nel quadro di una rinnovata collaborazione fra popolari e socialisti.

La seconda conclusione (che in fondo è un corollario della prima) è che a causa dei rapporti di forza inter-  ed infra – partitici, le scelte del prossimo parlamento europeo si formeranno sulla base di maggioranze a geometria variabile, frutto di accordi e di consensi che è impossibile pronosticare una volta per tutte.

La terza conclusioneè chela virtuale crisi del bipartitismo in alcuni importanti paesi potrebbe avere conseguenze importanti sulle singole policies nazionali. Ad esempio, l’ascesa di partiti antieuropei in Francia, Regno Unito, ma anche altrove, potrebbe indurre i governi nazionali di quei paesi a includere nelle proprie politiche parti dei programmi delle forze euro critiche, allo scopo di contenerne la pressione.  Oltre ad influire sulle scelte nazionali, ciò si riverbererebbe direttamente sulla Ue attraverso le opzioni fatte proprie dal Consiglio, generando un irrigidimento delle politiche europee in materia di immigrazione e allargamento. Questa dinamica si può già intravedere. Ad esempio, le iniziative della Francia e della Danimarca per introdurre forme temporanee di sospensione della libera circolazione hanno portato nel 2013 alla riforma del Trattato di Schengen. E il governo del Regno Unito, per contenere la crescente popolarità dell’Ukip, ha promesso di indire un referendum sulla permanenza inglese nella Ue e chiede (sostenuto dall’Olanda) che una serie di poteri oggi comunitari siano nuovamente devoluti agli stati nazionali.

Quarta conclusione. Se i partiti principali perdono terreno a vantaggio delle forze di contestazione; se queste ultime avranno più forza nei rispettivi contesti nazionali; se l’asse franco – tedesco è dissolto dal collasso delle classi dirigenti francesi post – golliste; se l’Europa funzionerà a geometria variabile, chi e con quali politiche la porterà fuori dalla sua crisi attuale? Il Consiglio Ue avrà maggiori difficoltà, dato il gran numero di governi preoccupati dei loro equilibri interni (in primis quelli francese e britannico). Ciò farà ricadere sulle altre istituzioni comunitarie – in primo luogo sulla Commissione – il peso di adottare le iniziative politiche necessarie a governare la Ue. Ma l’assenza di un vero motore politico apre spazio a compromessi al ribasso. Inoltre, una Unione in cui si rafforzano le differenze nazionali può difficilmente affermarsi come attore rilevante della politica internazionale.

Quinta e finale conclusione. Si è già osservato che nelle sue motivazioni di fondo, la crescita transnazionale del fronte euro critico è stata animata da un denominatore comune: l’insofferenza verso i vincoli europei, verso le politiche di austerità e verso la governance economica dell’eurozona e una parallela, forte, istanza di recupero della sovranità nazionale. Benché questa crescita non sia stata travolgente, tale cioè da sfidare il consolidato primato delle forze europeiste e da portare la crisi della Ue oltre un punto di non ritorno, essa è pur sempre stata netta e riconoscibile e potrebbe avere  un duplice ordine di conseguenze: sulle politiche degli stati nazionali e quindi, indirettamente e nel tempo, sullo stesso Consiglio europeo. Tutto ciò potrebbe gettare il seme di una graduale riforma della Ue, di una sua riprogettazione che la renda più aderente ai desiderata delle opinioni pubbliche europee senza metterne in discussione asset fondamentali, come la moneta unica. Il che significa che potrebbero porsi le premesse per una graduale revisione delle politiche di austerità e di rigore finanziario.

Anche se in alcuni dei paesi che hanno subito più violentemente l’impatto della crisi la situazione appare in via di miglioramento, i costi sociali ed economici imposti sono stati enormi in termini di caduta del reddito e di aumento della disoccupazione. Soprattutto, la crisi economica ha fatto giustizia della teoria della progressiva convergenza che il mercato unico e l’unione monetaria avrebbero dovuto promuovere. Nella stessa Germania, che pure ha beneficiato maggiormente della moneta unica, si comincia a riflettere sul fatto che i rischi di una “crisi finale” dell’euro o anche di una ulteriore accentuazione delle esistenti asimmetrie tra i paesi “virtuosi” e gli altri potrebbero divenire incontrollabili e generare ricadute molto negative anche nei paesi più solidi. Per questa ragione si può ritenere che non subito e non esplicitamente (perché apparirebbe un’abiura delle precedenti politiche d’austerità) tenderà a prevalere un orientamento più pragmatico ed accomodante, che si tradurrà verosimilmente in una  diluizione dai programmi di rientro dei deficit eccessivi e in tassi di cambio dell’euro meno penalizzanti. Resta da vedere se un simile – sia pur graduale – cambio di indirizzo sarà sufficiente a ripristinare un accettabile grado di consenso sul progetto europeo.

Le ragioni di una sconfitta imprevista

Se è lecito fare dei commenti ancora a caldo sull’esito delle elezioni europee, devo subito dire che gli esiti ottenuti dai tre principali contendenti sono stati molto diversi e imprevisti e vanno interpretati. Il PD ha ottenuto un successo storico per ampiezza e estensione sfruttando errori molteplici dei due oppositori, errori che hanno portato molti elettori a votare per esclusione. Forza Italia ha subito un tracollo prevedibile perché è in crisi di identità e di leadership e perché deve rappresentare il doppio e contraddittorio ruolo di un’opposizione che sostiene il governo. Sorprendente invece la sconfitta di Grillo se paragonata ai successi ottenuti nei comizi di piazza. Sulle ragioni di questa sconfitta è bene riflettere perché interessano un po’ tutto il modo di fare politica in Italia in una epoca di transizione. Sono ragioni diverse che si cumulano fra loro. Sono questioni sulle quali avevo già avanzato alcune perplessità a qualche mio studente simpatizzante per il M5S.

Le ragioni di una sconfitta imprevista - Geopolitica.info

In primo luogo il leader del M5S sembrerebbe non aver ben chiari i meccanismi che muovono la scelta politica in un regime di massa. L’Italia è oggi, fra i paesi europei, quello più “massificato”  e lo spirito di massa è caratterizzato da variabilità e vulnerabilità. Non ci sono scelte razionali e convinte ma scelte guidate da sensazioni umorali che possono cambiare di momento in momento. Non c’è cultura politica. Non c’è dialettica seria fondata sui valori e sulle condizioni culturali del paese. Ci si chiede oggi come mai i sondaggi abbiano sbagliato in modo anche più vistoso rispetto al passato. Ma è  proprio questo che serve a dimostrare che la nostra è un cultura del presente e le masse reagiscono agli stimoli più superficiali e soprattutto alla paura. La volatilità è superficialità. Si decide all’ultimo istante sull’onda delle emozioni più recenti. Perciò il livello di volatilità annulla anche le tecniche più raffinate dei sondaggi, che diventano allora solo un gioco, con  scarse probabilità di anticipare i risultati. Alla fine infatti vincono sempre le “maggioranze silenziose”. Su questa base non esiste più carisma, mentre Grillo deve aver pensato invece di poterlo ottenere.

In secondo luogo è mancato al M5S un nucleo di intellettuali di riferimento, una specie di “certificato di garanzia” del valore politico e perciò anche una ideologia in positivo coordinata e coerente. E’ quanto invece ha permesso a Tsipras di superare la soglia del 4% in solo pochi mesi di presenza politica. E non è difficile ipotizzare che i voti che ha avuto Tsipras siano voti che ha perso Grillo. Un movimento dal volto innovatore, per non dire rivoluzionario, ha ancora più bisogno di intellettuali. Tanto la Rivoluzione francese quanto la Rivoluzione russa hanno avuto alle spalle un gruppo di intellettuali. Che cosa pensa Grillo degli intelletuali? Li snobba o li teme? Su quali basi ideologiche pensa di orientare il suo movimento?

Un terzo errore è stato quello di aver agitato fantasmi e paure del secolo scorso. Ha usato i toni del Savonarola,  non le argomentazioni di Machiavelli, dimenticando che le maggioranze sono in gran parte conservatrici e che non amano gli agitatori se non quando sono già vincitori. Bene ha fatto al confronto la Le Pen in Francia a dare nelle ultime giornate il senso della misura e dell’ordine rendendo più accettabile il suo mito-nazione. Grillo ha fatto tutto il contrario, ha eccitato al momento l’entusiasmo delle folle ma ha fatto  fuggire i voti conservatori che voleva invece guadagnare. La media borghesia, per quel che è, già messa in crisi dagli ultimi governi, ha bisogno di rassicurazioni e di potersi fidare, ha bisogno di essere guidata sul terreno della ragione. Con l’effetto Grillo ha invece avuto paura e nel dubbio si è affidata alle presunte certezze del governo, cioè alla stabilità e agli allettamenti e promesse che dovrà ora verificare.

La democrazia, in gran parte formale, che c’è in Italia potrà riprendersi solo se sostenuta da una solida maggioranza di governo, a sua volta accerchiata da una consistente e agguerrita opposizione, che svolge così un ruolo importante per il Paese contrastando le possibili derive autoritarie. Occorre anche però che l’azione del governo segua le vie del pragmatismo, evitando le illusioni, le stupidità e gli errori di percorso. Ora le condizioni ci potrebbero essere. Mancherebbe solo l’intelligenza degli uomini, che non è risorsa da poco in un’Italia sempre sprovvista di veri uomini di Stato.

L’Europa alla prova del voto: intervista a Gianluca Passarelli

Alla vigilia del voto per il rinnovo dell’Europarlamento di Bruxelles Geopolitica.info ha incontrato Gianluca Passarelli, ricercatore di scienza politica presso il dipartimento di scienze politiche de Sapienza Università di Roma. Un’occasione per tirare le somme di una campagna elettorale che, in Italia come nel resto del Continente, ha assunto per la prima volta una dimensione almeno parzialmente transnazionale, nonché un’opportunità di riflessione sul ruolo effettivo e potenziale dell’Unione nella pericolosa quanto vicina crisi ucraina.

L’Europa alla prova del voto: intervista a Gianluca Passarelli - Geopolitica.info

 

Dati dell’Istituto Cattaneo alla mano, l’Italia appare l’unico grande paese europeo in cui uno dei principali partiti di governo potrebbe confermare un significativo consenso elettorale: effetto Renzi?

La presenza di questo tipo di effetti sull’elettorato è stata oggetto di ricerca politologica sin dalla prima elezione diretta del Parlamento Europeo: negli anni Ottanta le consultazione vennero definite di “secondo ordine”, appuntamenti elettorali in cui gli elettori tenderebbero a punire gli incumbent, favorendo i partiti minori o propendendo per la scelta dell’astensionismo. Ma è probabile che oramai non si possa più fare riferimento solo a questo schema: per la prima volta notiamo in seno all’UE una personalizzazione della dinamica di governo con dei candidati alla leadership della Commissione europea e una campagna elettorale sotto molti aspetti già transnazionale.

Effetto Renzi? Non direi. E comunque non solo. Dal punto di vista simbolico, e dal  punto di vista politico, Renzi potrebbe avere tutt’al più contenuto nelle cosiddette regioni rosse del centro Italia l’emorragia di voti democratici verso il Movimento 5 Stelle. Generalmente, ritengo comunque il movimento di Beppe Grillo capace di ottenere dalla tornata elettorale un successo significativo (tra l’altro non vedrei la sorpresa posto che nel 2013 il M5s è arrivato in testa tra le forze politiche italiane, ovvero secondo se consideriamo la circoscrizione estera), soprattutto se si tiene conto della possibile sottorappresentazione dello stesso nei dati dei sondaggi: si tratta di un voto ancora con una relativamente bassa accettabilità sociale, spesso paradossalmente poco palesato e in ciò simile a quello accordato alla Forza Italia dei primi anni Duemila. Una previsione sui risultati che andremmo a scoprire dopo il 26 maggio deve, tuttavia, tenere anche conto di fattori di distorsione quali l’alto livello di astensionismo previsto, un astensionismo divenuto anche critico, ossia in un vero e proprio comportamento di voto consapevole, nonché l’effetto della redistribuzione dei voti del centro-destra. La vera partita si gioca tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, ma è in realtà Berlusconi il convitato di pietra e nessuno può ancora dire con chiarezza dove confluirà la slavina elettorale che potrebbe staccarsi da Forza Italia.

A riguardo va detto che certamente Renzi è riuscito sia ad aprire un canale di credito presso l’elettorato prima radicalmente ostile al centro sinistra, ma non sopravvaluterei troppo le dimensioni dei vasi comunicanti tra l’elettorato democratico e quello berlusconiano. Nel 2013 Berlusconi ha perso il 50%  dei voti: di questi un terzo è confluito nell’astensione e due terzi nel M5S. In questo caso l’effetto Renzi sulla destra sarà abbastanza limitato perché l’elettore fedele difficilmente deciderà di abbandonare il proprio leader storico. In Italia la geografia elettorale si basa storicamente su settori di forte immobilità, i blocchi sociali sono rilevanti e le lunghe tradizioni di comportamento elettorale difficilmente potranno essere scalfite significativamente tra un’elezione e un’altra. Nel 2013 la volatilità elettorale (il cambiamento di voto tra un’elezione e l’altra) è stato pari dal 46%, in magna pars dovuti alla presenza del M5s, mentre i passeggi in campo (da destra a sinistra e viceversa), sono stati statisticamente non significativi.

Quali crede siano in questo momento le argomentazioni capaci di catalizzare l’attenzione del corpo elettorale e quanto incideranno, anche in termini di partecipazione al voto, tematiche quali la governance economica e monetaria dell’Unione?

Noto che per la prima volta si parla direttamente di politiche europee, non come surrogato delle politiche nazionali; questo accade perché c’è una variabile interveniente fondamentale che è la crisi economica e finanziaria. Va sottolineato, però che se la governance economica e monetaria irrompe direttamente nella campagna elettorale, il dibattito sull’aspetto istituzionale appare congelato dai tempi del Trattato di Lisbona. In realtà il riassetto istituzionale sarebbe un punto altrettanto importante, anche per aprire il capitolo della legittimazione e della (in larga parte presunta) delegittimazione degli organi di rappresentanza e di governo europei. Un messaggio che avrebbe potuto avere impatto sull’elettorato del Continente sarebbe stata la proposta di un’elezione diretta del Presidente della Commissione, che avrebbe indotto la maggiore strutturazione di partiti “europei” e di una competizione continentale.

Il tema centrale che sta attraversando l’opinione pubblica è capire qual è la coalizione in grado di affrontare al meglio le criticità economiche, posto che circa tre quarti degli italiani non mette in discussione tout court la costruzione europea, ma esige da Bruxelles delle risposte chiare a problematiche reali.

Sull’argomento ritengo che le politiche rigoriste adottate negli ultimi anni rappresentino un passo necessario per il risanamento finanziario degli Stati membri, e in particolare dell’Italia (il nostro debito è ormai a livelli di guardia), ma auspico che a breve possano essere affrontate con un atteggiamento meno ragionieristico e ben più attento alle fondamentali strategie di rilancio e sviluppo.

 Data la presenza di tendenze euroscettiche sia in Italia che in Europa, secondo lei quali sono i partiti italiani che potrebbero più beneficiare di queste politiche che si riflettono dai partiti europei a quelli italiani?

All’inizio del percorso storico dell’Unione Europea in Italia erano riscontrabili partiti meno favorevoli all’UE e che poi, con il tempo hanno finito per sposare, in misure diverse, la causa europeista. Per contro nell’opinione pubblica appariva evidente la volontà di demandare all’Unione Europea la risoluzione di alcuni problemi strutturali secondo una schema che sottintendeva un’adesione di tipo strumentale all’idea dell’Europa unita:  il cittadino vedeva i benefici di quest’adesione in quanto Bruxelles forniva delle risorse materiali (ad esempio i programmi Urban I e Urban II), senza realtà avere piena coscienza del meccanismo di cofinanziamento tra gli Stati membri e dunque del ruolo politico e finanziario giocato stessa Italia in tali iniziative.

Nel corso degli anni la curva del sentimento europeista degli italiani e la crescente curva di disaffezione per il funzionamento della democrazia sono entrate in contrasto e la seconda ha finito per minare la prima.

Venuta meno la componente utilitaristica dell’adesione è cresciuto quello che sui giornali meno raffinati “euroscetticismo”. Ho, tuttavia, delle riserve su questa espressione: il termine scettico non presuppone automaticamente contrarietà, come invece si vorrebbe far intendere. Bisogna, quindi, analizzare cosa si intenda per euroscetticismo poiché c’è chi critica l’Europa tout court e chi, mettendone in discussione taluni aspetti, auspica una revisione più o meno sostanziale delle strutture politiche e funzionali.

L’unico partito che potrebbe beneficiare del sentimento di disaffezione verso l’Unione Europea è il Movimento 5 Stelle. L’appello di Matteo Salvini e della Lega Nord, per contro, appare un urlo nel deserto dato che lo spazio elettorale che aspira a ricoprire è già stato assorbito in buona misura proprio da Grillo.

Per quanto riguarda la Lega Nord si potrebbe dire che le percentuali alle elezioni, sia nazionali che europee, dipendevano molto dalla presenza di questa all’interno della compagine governativa: nel momento in cui la Lega si tirava fuori dal governo ritornava a un 8-9%, mentre nei momenti di clou della coalizione con il centrodestra berlusconiano si ritraeva. Questa volta questo fenomeno non si è verificato.

Non si è verificato (ma le urna sono ancora mute…) per due ragioni: in primis perché le elezioni europee in passato hanno consentito di giocare su elementi di radicalizzazione, e di conseguenza, l’elettore si sentiva svincolato dal voto di governo: ad esempio nelle elezioni del 1999 Emma Bonino, con una campagna elettorale molto spregiudicata, raccolse il 9% per poi vedere il consenso contratto fino all’1% nel 2001. Una dinamica resa oggi impossibile dalla citata “politicizzazione” del prossimo appuntamento elettorale.

La seconda ragione è l’assenza di una leadership riconosciuta e riconoscibile, e carismatica come in parte era quella di Bossi. Questo potrebbe in parte spiegare la défaillance, legata anche a problemi identitari della Lega Nord. Nell’ ‘87-‘90 e a metà degli anni ‘90  la Lega si proponeva come partito antisistema. Dopo l’esperienza di governo questo messaggio è meno credibile e nei suoi tradizionali bacini elettorali – soprattutto in Veneto – il partito è stato sensibilmente soppiantato dal Movimento 5 Stelle. Questo fenomeno si poteva evincere già all’inizio del 2010 quando una parte dell’elettorale dell’Italia dei Valori venne riassorbito dal M5S a segnalare la ricerca di un (nuovo) partito “anti-sistema” o se preferisce “anti-establishment”. Ripeto, i partiti euroscettici minori della destra o altri ancor più marginali come l’Italia dei Valori difficilmente riusciranno a usare la retorica antieuropea per accrescere le proprie percentuali di consenso.

Va tuttavia sottolineato che probabilmente questo ridimensionamento non sarebbe emerso in uno scenario politico senza il Movimento 5 Stelle e che i partiti della destra nazionalista e della sinistra critica avrebbero probabilmente visto crescere il proprio elettorato. A riguardo, quale potrebbe essere il risultato in Italia della sinistra che si raccoglie dentro la lista Tsipras e della destra di Giorgia Meloni?

Non conosco molto bene le dinamiche di Tsipras a livello europeo, anche se intuisco che il leader si sia affermato con forza nello scenario ellenico: è riuscito a convogliare molti settori della protesta, è diventato leader del primo partito secondo i più recenti sondaggi e probabilmente potrebbe accedere a cariche di governo in una coalizione con i socialisti.

In Italia è stata fatta un’operazione da “cartello elettorale”: non c’è una vasta base di movimento bensì un’aggregazione di vari pezzi di classe politica dirigente “in cerca d’autore” che ha sposato quest’opportunità, adoperandosi tuttavia in una campagna elettorale non molto incisiva. Non vedo a livello nazionale una collocazione chiara, a parte l’azione di Sel e di Nichi Vendola, per la natura ibrida ed eterogenea dei movimenti che sostengono questo modello.

Non mi aspetto nemmeno una forte affermazione della destra. La costruzione sociale dei partiti dell’area non può essere paragonata a quella ben più solida del Front National di Marine Le Pen, che dal 1979 (con Jean-Marie Le Pen) costruisce la propria identità politica ed elettorale su immigrazione, lavoro e politiche securitarie.

I risultati elettorali potrebbero favorire o rallentare il ripensamento della diplomazia europea. A fronte delle tensioni che hanno circondato il continente in questi ultimi mesi, quali potrebbero essere i passi che l’UE dovrebbe compiere per guadagnare credibilità internazionale?

Catherine Ashton, Commissario europeo agli Esteri, non rappresenta l’Unione Europea intesa quale attore coerente, né un insieme omogeneo di interessi, bensì cerca di trovare una difficile sintesi tra le differenti posizioni dei ventisette capi di Stato e di governo. L’Unione Europea – e gli Stati membri – potranno avere un peso, non solo regionale, una volta conseguita la piena legittimazione dell’Europa come attore in grado di rappresentare un interlocutore percepito come forte in termini di difesa, di produzione industriale e di quota demografica, sia da partner tradizionali (gli Stati Uniti), ma anche da nuove potenze continentali, mondiali e regionali come la Cina, l’India, il Brasile, le ex tigri asiatiche e la Russia.

Rifacendomi alla scala nazionale come proiezione del comportamento elettorale sui temi delle prossime politiche dell’Unione europea, mi chiedo come possano pensare gli elettori euroscettici che l’Europa, con i suoi milioni di abitanti e circa 7% del PIL mondiale, non sia in grado di interagire con le nuove potenze, mentre lo possa essere la “Padania”, i nostalgici dei Borboni e dell’autarchia?

L’Unione europea, quindi, deve rivedere la diplomazia conferendo un mandato deciso a un rappresentante che non costituisca il semplice risultato di una logica di redistribuzione di potere tra i singoli stati o le varie componenti della coalizione di maggioranza, ma sia un interlocutore credibile e legittimato, con esperienze di governo, riconoscibilità internazionale, autorevolezza, “conoscenza della materia”  e capacità di porre sul tavolo della diplomazia questioni importanti.

Sulla recente vicenda della Crimea l’Unione Europea non avrebbe voluto/dovuto giocare un ruolo di presunta mediazione tra gli Stati Uniti e la Russia. Al contrario, avrebbe dovuto essere un attore protagonista, anche attraverso l’utilizzo di vere sanzioni, perché come scrive Garry Kasparov nel libro “Scacco a Putin”, l’unica arma con cui è possibile negoziare con il presidente della Federazione russa è la forza, anche se non necessariamente militare, ma delle (reali) sanzioni economiche al suo entourage. Una scelta simile, tuttavia, può essere compiuta solo da un attore che sia consapevole degli strumenti a sua disposizione e in grado di utilizzarli agendo come un attore unitario.

Con una crisi di tale entità che ha preso forma ai confini dell’Europa questa poteva essere l’occasione giusta per presentare all’interno del dibattito politico la variabile istituzionale. Ma le idee camminano sulle gambe degli uomini e, purtroppo, un po’ meno delle donne. Ci vorrebbe l’ambizione di un François Mitterrand, di un Helmut Kohl, di un Altiero Spinelli, insomma di figure di alto profilo politico, per rilanciare questo progetto. In questa prospettiva reputo debole la proposta politica degli euroscettici, perché noi europei abbiamo bisogno di affrontare il futuro agendo come un attore protagonista nella dimensione globale.

La Cina che Renzi scoprirà

A metà maggio, il sempre assai corposo numero domenicale del Financial Times si è fatto notare per una singolarità: non c’era nessun articolo dedicato alla Cina, ad un’impresa cinese, ad una personalità cinese. La Cina era insomma semplicemente assente dal panorama delle notizie e dei commenti.

La Cina che Renzi scoprirà - Geopolitica.info

Eppure era stato lo stesso quotidiano finanziario, il giornale di più alta qualità al mondo, nonché il più attendibile, a far sapere un paio di settimane prima una notizia-bomba: e cioè che, contrariamente alle previsioni che davano il “sorpasso” prevedibile solo tra qualche anno, già nel 2014 l’economia cinese sarebbe diventata la prima economia mondiale. In valore assoluto, naturalmente, perché – se si guarda agli indicatori pro-capite, gli Stati Uniti – che hanno meno di un quarto della popolazione della Cina, rimangono di gran lunga il paese leader dell’economia mondiale.

E questo per non parlare degli aspetti non economici che concorrono a fare dell’America il cosiddetto “paese egemone” anche in questa prima fase del ventunesimo secolo, cioè alla forza militare e a quella culturale: nel primo di questi campi, la supremazia americana, pur declinando rapidamente (soprattutto per la scarsa voglia degli Americani di combattere nuove guerre) rimane comunque indiscussa, mente nel secondo – il campo del cosiddetto soft power – l’America occupa tutti gli spazi, in maniera addirittura schiacciante.

La più grande economia mondiale

La supremazia militare e culturale degli Stati Uniti non costituisce pero una notizia, così come non è una notizia un cane che morde un uomo. Quel che accade in Cina – almeno in questa fase storica – costituisce invece notizia, proprio come un uomo che morde un cane. Ed è perciò naturale che il lettore della grande stampa internazionale sia rimasto sorpreso di non trovare nessun articolo o informazione relativa alla Cina su quel numero domenicale del FinancialTimes. Così come rimane insoddisfatto quando cerca su Amazon (che sia .uk o .com) nuovi libri dedicati a questo argomento.

Eppure questo strano silenzio non è privo di significati. I nuovi libri scarseggiano rispetto a qualche anno fa perché i tempi della loro produzione e distribuzione sono ormai troppo lenti rispetto ai ritmi ai quali cambia la situazione politico-economica del colosso asiatico.  E comunque perderebbero subito di attualità. Mentre i media che non hanno questi vincoli temporali possono certo darci informazioni a getto continuo, ma sono sempre più in difficoltà quando si tratta di commentare gli avvenimenti e di orientare imprenditori e politici occidentali su come collocarsi rispetto alla concorrenza cinese, e a come essere presenti su quel mercato

Dove vada la Cina, e se – e quanto a lungo – possa continuare nelle sue forme e ai ritmi attuali il suo tumultuoso processo di sviluppo è un interrogativo cui tuttavia non è possibile rinunciare a dare una risposta. Perché altrimenti bisognerebbe rinunciare ad avere un’idea di dove va il mondo, della cui vicenda la Cina è ormai diventata, se non il protagonista, uno degli attori principali. Lo si è ben visto ad un recente dibattito tenuto alla London School of Economics, dove – alla domanda “Will China dominate the XXI century?” – tutti gli intervenuti hanno risposto negativamente, solo per poi addentrarsi in analisi delle possibilità e dei problemi della Cina da cui finiva per risultare chiaramente quanto grande sarebbe stato l’impatto della dinamica interna di quel paese sulla dinamica del sistema globale.

Risultava insomma evidente che, se la Cina nel corso di questo secolo difficilmente potrà assumere il ruolo egemone che hanno avuto gli Stati Uniti nel secolo scorso e la Gran Bretagna in quello ancora precedente, i suoi problemi non potranno che generare problemi, di seno sia eguale che opposto, ma comunque analoghi, in tutto il resto del pianeta, o, se si preferisce, che gli scossoni provocati dal suo ormai compiuto risveglio scuoteranno e faranno tremare il mondo intero.

A dare una risposta all’interrogativo su dove vada la Cina ci ha provato di recente il Fondo Monetario Internazionale, con un documento dal tono pessimistico, pieno di critiche e perplessità sul prossimo futuro di quella che è ormai la principale potenza economica del mondo.

Il governo cinese ha respinto queste conclusioni ed ha criticato la metodologia dello studio. Forse non poteva fare differentemente, per ragioni politiche e di prestigio. Ma anche ad un osservatore esterno e neutrale appare chiaro che una certa dose di prudenza sia necessaria quando si prendono in considerazione i problemi e le difficoltà che la Cina dovrà affrontare nel prossimo futuro. Prevedere l’avvenire della Cina e del suo sistema economico in permanente trasformazione è stato già  più volte tentato negli anni passati da parte di questo o di altri organismi internazionali, ed  è possibile vedere che non sempre queste previsioni negative si sono rivelate esatte.

Da questi tentativi, però, riusciti o meno che essi siano, c’é sempre qualcosa da imparare. E farsi un’idea dell’attuale momento economico in Cina è tanto più importante in quanto, nel prossimo mese di giugno 2014 – in pratica subito dopo le elezioni europee – è previsto un viaggio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, viaggio da cui dovrebbe uscire una strategia di medio periodo nei rapporti del nostro paese con l’economia che più rapidamente è cresciuta negli ultimi tre decenni; strategia che – vale la pena di dirlo – è sempre mancata.

Una caratteristica comune a tutti questi studi – compresi quelli pessimisti – è stato l’orizzonte temporale di riferimento, di solito un paio di decenni, e soprattutto il dare per scontato che le tendenze del passato potessero continuare più o meno indisturbate prima che si manifestassero problemi abbastanza seri da obbligare le autorità cinesi a cambiar strada. Alla luce degli eventi più recenti verificatisi sulla scena mondiale – eventi economici, più che politici e militari – questo assunto, però, non sembra più realistico. L’orizzonte temporale della dinamica economica e politica della Cina, cioé il lasso di tempo che può essere considerato prevedibile è diventato molto più breve.

Molti interrogativi continuano infatti a porsi sulla linea la Cina finirà per seguire sotto il Presidente Xi. Cosicché, per tracciare anche la prima bozza di una “Agenda Renzi per la Cina”, (e quindi per valutare la possibilità che la Cina diventi un partner più importante per il mondo italiano degli affari) bisognerà prendere in considerazione tre questioni cui non è molto semplice dare risposta.

La strategia cinese dopo la crisi del 2008

La prima domanda è se il futuro prevedibile della Cina assomiglierà al suo recente passato. Cioè se è possibile e probabile che i suoi dirigenti perseverino nelle politiche economiche degli ultimi otto anni.

Si tratta di una domanda importante, perché a seconda della risposta che le si darò, positiva o negativa, dipende la conclusione che si potrò trarre ad un altro interrogativo, assolutamente cruciale se di deve tracciare un “piano Renzi”, o meglio un “piano Italia” per i rapporti commerciali con il grande paese asiatico. Dalla politica di sviluppo seguita dalla Cina, e dalla conseguente evoluzione dei rapporti con il resto del mondo, dipenderà infatti la complementarità o meno del sistema produttivo italiano con quello cinese, e i rapporti commerciali saranno più facili o più difficili.

A partire dalla crisi del 2005-2008, lo “sviluppo trascinato dalle esportazioni” ha incontrato, nella Cina comunista, problemi assai seri.  Ciò è stato dovuto al crollo della domanda estera per molti prodotti cinesi, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Europa. E, come reazione alla conseguente chiusura di decine di migliaia di piccole fabbriche, le autorità cinesi – per riassorbire la disoccupazione – hanno dato avvio ad una enorme ed immediata attività di costruzione di opere pubbliche.

Questa politica ha funzionato in maniera eccellente. Da una situazione di paralisi economica nell’ultimo trimestre del 2008, si è avuto nel 2009 un tasso di crescita del 10,7%, con conseguenti rischi di inflazione, e quindi deliberatamente riportato al 7,2 % nel 2013. Il sistema socio-economico cinese ha così dimostrato di consentire alle autorità di ottenere praticamente quello che vogliono in materia di crescita, in particolare tassi di crescita che fanno sognare qualsiasi paese occidentale, Germania compresa.

Questa fase in cui la caduta del mercato internazionale è compensata da consumi interni – a carattere principalmente pubblico – e da fortissimi investimenti di capitale non poteva però durare indefinitamente, anche perché ha portato ad un fortissimo indebitamento delle autorità locali e ad una rapida caduta della produttività del capitale. In altri termini, investire ad ogni costo per fare occupazione, ha portato a sprechi colossali, ad esempio la costruzione di uno stadio per il calcio da 70 mila posti in una città in cui non esiste neanche la squadra. Mentre il fatto che la spesa fosse pubblica ha enormemente favorito la corruzione. Di questo fenomeno negativo, le conseguenze più gravi sono forse quelle che ha subito la rete di treni super-rapidi, una “Cura di Ferro” comparabile a quella con la quale l’Italia, dopo il Risorgimento, venne unificata di fatto. Tracciata sin dal 1925 dallo stesso Chiang Kai-shek, la sua realizzazione ha indubbiamente cambiato la faccia del paese, ma su taluni tratti i treni non possono correre alla massima velocità prevista, per la cattiva qualità di alcuni materiali fraudolentemente usati. Né la successiva destituzione e condanna del Ministro delle Ferrovie ha potuto cambiare la situazione.

Il paese è dunque uscito dalla crisi con una dotazione infrastrutturale enormemente migliorata, il che consentirà nei prossimi anni una più grande produttività nel settore manifatturiero, ed anche una più grande competitività, non tanto come conseguenza della riduzione dei costi interni di trasporto dei beni, quanto per l’apertura di zone del paese difficili da penetrare dal punto di vista commerciale, e le cui risorse umane erano in precedenza difficilmente utilizzabili per la produzione industriale, se non attraverso l’emigrazione interna. Ma la corruzione molto cresciuta in questa fase sopravvive a questa fase, e resta un problema per gli operatori economici esteri. Così come resta, per il settore manifatturiero cinese, il problema della capacità di assorbimento dei suoi prodotti da parte del mercato mondiale, che ha raggiunto limiti oltre i quali sembra sempre più difficile andare, senza che appaiano conseguenze negative per l’ordine internazionale, e possibili reazioni protezionistiche.

La risposta alla prima domanda è sostanzialmente negativa. Un’ulteriore fase di sviluppo fondata sulla spesa pubblica nel settore infrastrutturale, sembra a questo punto poco verosimile, dato che sono emersi i problemi della decrescente produttività del capitale, man mano che si passava da infrastrutture veramente indispensabili ad altre meno essenziali, e in cui è in pieno corso una ondata di lotta alla grande corruzione che aveva accompagnato il primato della spesa pubblica. Resta ovviamente, un’altra possibilità: quella che la spesa pubblica prosegua nel settore militare: settore nel quale le esportazioni italiane no sono assenti. E non è questa una possibilità da escludere a priori, dato il peggioramento assai rapido dei rapporti tra la Cina e i suoi vicini asiatici.

Il consumi interni cinesi

Il secondo interrogativo verte sulla questione se la Cina, non potendo continuare sulla via seguita negli ultimi sei o sette anni. intraprenderà o meno la via dell’incentivazione dei consumi interni. Da ogni parte, specialmente dagli Stati Uniti, spuntano “esperti” apparentemente amici, o almeno disinteressati, che con dito ammonitore esortano le autorità di Pechino a favorire l’aumento dei consumi delle famiglie.

E’ questo un campo in cui l’Italia potrebbe avere uno spazio non trascurabile, essendosi già affermata la nostra immagine nel settore dei prodotti di lusso; immagine che potrebbe rapidamente estendersi anche relativamente a prodotti adatti alla classe media in formazione, in particolare in campo alimentare.

Il governo cinese, però, sembra poco propenso ad egire con efficacia in materia di consumi privati, la cui crescita richiederebbe non solo e non tanto aumenti di salario, quanto la garanzia di servizi previdenziali abbastanza affidabili da indurre i Cinesi a risparmiare meno ferocemente di quanto facciano oggi, per paura degli imprevisti. Analogamente, il Governo ci sente poco sul versante delle richieste di una rivalutazione dello Yuan, che renderebbe più competitivi i prodotti importati e meno competitive le esportazioni, riducendo così i problemi creati dall’enorme surplus commerciale.

A questa seconda domanda, quella relativa ai consumi interni, non si può rispondere se non si fa un’ipotesi su come evolveranno gli investimenti cinesi all’estero. La Cina ha enormi riserve valutarie, e sino ad ora le ha investite principalmente nella produzione in altri paesi delle materie prime di cui non può fare a meno e di cui è strutturalmente importatrice, in molti paesi dell’Africa e dell’America Latina. Oppure per l’acquisizione di imprese in paesi ad alto livello tecnologico, come la Svezia, per ovvi interessi a elevare sempre di più la qualità e il valore delle proprie produzioni. L’Italia non è ben collocata sotto questo profilo. Anzi gli investimenti cinesi in Italia sembrano indirizzarsi a quei settori, come il vino, in cui il nostro paese già esporta verso la Cina, anche se a prezzi bassissimi. L’acquisto da parte di investitori cinesi di aziende produttrici in Italia apre prospettive positive, ma non esaltanti.

La risposta alla seconda domanda è quindi piuttosto negativa. Per intraprendere una politica di crescita trascinata non più dalle esportazioni, com’era prima della crisi, ma dai consumi interni il gruppo dirigente cinese dovrebbe fare scelte politicamente difficili, e dolorose per la verae propria “casta” partitico-burocratica che si è venuta a creare in questa società che Mao aveva tentato di rendere “senza classi”. E in questo il nuovo Presidente cinese Xi ed il nuovo ed il Premier italiano Matteo Renzi si trovano in una posizione comparabile, entrambi confrontati alla sfida di “rottamare” e profondamente rinnovare gran parte della struttura del sistema politico.

Sembra dunque di poter escludere l’ipotesi che la Cina  possa continuare senza vere variazioni con le politiche degli ultimi anni, ma sembra anche assai difficile che possa attuare la vera e propria rivoluzione che sarebbe necessario compiere per seguire la via suggerita dal mondo esterno, quello di favorire una crescita dei consumi da parte delle famiglie cinesi. Non senza qualche fondamento, peraltro, i Cinesi ritengono che questi consigli non siano completamente disinteressati, e ricordano gli effetti catastrofici delle politiche di privatizzazione suggerite da alcuni economisti americani alla Russia al tempo di Yeltzin.

Le sfide di fronte alla Cina

Per farsi un’idea di come probabilmente la Cina si presenterà nel panorama economico mondiale, si dovrà cercare di rispondere alla terza domanda: che cosa è che i dirigenti cinesi non possono assolutamente evitare di fare se non vogliono perdere il potere? Si deve ricorrere ad una analisi delle pressioni cui le sue autorità sono sottoposte all’interno come all’esterno dei confini, e delle fragilità che potrebbero portare ad una rottura col passato.

Cosicché balza subito agli occhi come queste pressioni siamo fortissime, e come esse siano legate ai costi non visibili del rapido sviluppo del passato.  Costi tanto alti da rendere necessaria una vera e propria riconsiderazione dagli indicatori economici in base ai quali è stata sinora valutata la crescita ed quantificato il valore di quanto ottenuto.

E’ chiaro a tutti – basta passare qualche giorno a Pechino per rendersene conto – che uno dei costi non visibili della crescita passata è stato pagato in campo ambientale; campo in cui i problemi sono così drammatici da consentire di dire che nei prossimi anni (ma già nei prossimi mesi) tutta la politica cinese, e in primo luogo la politica economica ne sarà condizionata.

Ogni tentativo di previsione su come sarà e cosa potrà fare la Cina nel prossimo futuro deve necessariamente partire da una analisi della situazione ambientale.

La prima, e la più evidente, crisi ambientale della Cina è quello della pessima qualità dell’aria. Pur nella difficoltà di ottenere dati affidabili, la combinazione delle informazioni ufficiali con le informazioni dei media e soprattutto e con la rilevazioni quotidiane dall’Ambasciata e dai Consolati americani, fanno apparire un quadro spaventoso. E fanno capire perché i depuratori d’aria, spesso di fabbricazione giapponese, siano diventati il più importante elettrodomestico, e perché negli incontri della Pechino-bene quelli che prima confrontavano le performances delle proprie automobili, oggi parlino soprattutto di maschere tipo “Guerre stellari” che proteggono infinitamente meglio delle mascherine di stoffa di cui si debbono accontentare i più poveri, oppure di depuratori d’aria per appartamento, e dei problemi causati dal fatto che quelli spediti da amici o parenti residenti o in viaggio all’estero spesso non risultino a norma rispetto al sistema cinese di distribuzione elettrica.

Quanto all’acqua, secondo i dati ufficiali, di cui è impossibile dire quanto siamo tendenti a sminuire il problema, la qualità di ben il 60% delle risorse idriche del paese – che sono assai scarse già per ragioni naturali – è da qualificarsi “cattiva” o “estremamente cattiva”. E sono numerosissimi i casi come quello di Lanzhou, nella Cina nord-occidentale, dove la autorità hanno di recente dovuto ammettere che sostanze oleose provenienti da un impianto petrolchimico avevano da anni infiltrato la locale sorgente idrica, lasciando tuttavia intatta l’inquietdine dovuta alla soppressione delle informazioni in material di inquinamento, e alla certezza dell’opinione pubblica che infiniti casi come quello di Hanzhou vengano tenuti segreti. E’ pratica comune, in Cina, far bollire l’acqua venti minuti prima di berla, e di andare in giro – o al lavoro – portando con se un thermos o una bottiglia d’acqua “sicura”. Che poi sicura non è, in quanto la bollitura può uccidere i germi e distruggere alcuni degli inquinanti organici, ma non tutte le sostanze chimiche e men che mai i metalli pesanti che sono gli inquinanti più diffusi.

Ancora più allarmante la situazione relativa ai prodotti alimentari. E’ noto anche in Occidente che, negli anni scorsi, ci sono stati in Cina casi di avvelenamento di massa dovuti all’uso – deliberato e finalizzato ad accrescere i profitti da parte dell’industria alimentare – di sostanze pericolose o rivelatesi tossiche. Ciò ha scatenato un panico che non ragione di acquietarsi, con una conseguente la corsa al prodotto estero, da parte di chi può permetterselo, e lo sviluppo del contrabbando da Hong Kong, in particolare degli alimenti per bambini.

Ma neanche maggiori controlli su questo settore possono bastare, perchè molti prodotti alimentari freschi e “naturali” sono di fatto avvelenati a causa della contaminazione del suolo. Sempre secondo i dati ufficiali, un quinto del suolo della Cina è inquinato. Ma la popolazione sospetta che la realtà sia più grave, anche perché  capi e capetti del partito dispongono, come avveniva peraltro in tutti i paesi comunisti, di un sistema riservato di approvvigionamento in prodotti alimentari e di prima necessità.

Tutto ciò non costituisce una novità, e la popolazione lo ha sempre saputo. Ciò che è  nuovo è invece la non-accttazione, ed il fatto che lo stesso miglioramento delle condizioni economiche ha creato degli strati sociali non più disposti ad accettarlo senza almeno tentare di protestare. Le stesse autorità cinesi ammettono infatti che il degrado ambientale è diventato la prima causa di irrequietezza popolare e di dissenso aperto. Le manifestazioni di piazza per queste ragioni sono frequntissime, anche se illecite, E spesso le autorità vi si debbono piegare, anche se ciò significa rivedere progetti di grande importanza stategica, come l’impianto di ricondizionamento dell’Uranio che nel 2013, di fronte alle proteste popolari, rese possibili dall’uso di Internet, ha divuto essere annullato.

Questi fenomeni politici, legati alla crisi ambientale, spiegano in parte perché negli ultimi tempi siano aumentate le restrizioni e i controlli sull’uso della rete, il cui ruolo rimane peraltro importantissimo nelle trasformazioni in atto in Cina, e nel garantire la partecipazione della popolazione alla campagna anti-corrunzione lanciata dalla Presidenza Xi.

Insomma, le conseguenze sociali della crescita verificatasi nell’ultimo trentennio in Cina sono ormai tali da rendere inevitabili riforme politiche importanti, e in una direzione che già si può intravedere. Sono le urgenze politico-sociali, più che la scelta di un modello di sviluppo economico a dare un’indicazione di quale sia la via che la Cina avrebbe interesse a seguire nei prossimi anni: una via assai simile a quella sulla quale Matteo Renzi cerca di avviare anche l’Italia, una via di svecchiamento, di risposta ad esigenze sentite dal pubblico ma ignorate o falsificare dai media, di abbattimento dei privilegi castali che consentono a burocrazie incrostate al potere di appropriarsi di una fetta assurdamente sproporzionata della ricchezza prodotta. E, se interpretata in maniera creative dagli imprenditori, questa somiglianza di frangente politico può essere anche la base di una situazione degli scambi tra Italia e Cina, meno sbilanciata a nostro sfavore di quanto essa oggi non sia.

Quale futuro per l’Egitto?

Alla fine di marzo è arrivata la comunicazione ufficiale: l’Egitto eleggerà il suo nuovo presidente il 26 e 27 maggio prossimi. Un eventuale secondo turno (se nessuno ottenesse la maggioranza assoluta dei voti nel primo) avrebbe luogo a metà giugno. Ma è opinione comune che basterà il primo turno, quello di maggio,per eleggere alla presidenza il generale Al Sisi, ex ministro della difesa ed artefice del golpe del 3 luglio dell’anno passato, che mise fine alla presidenza di Morsi (durata un solo anno) e al governo dellafratellanza musulmana.

Quale futuro per l’Egitto? - Geopolitica.info

Un Gattopardo al Cairo?

L’elezione di Al Sisi alla presidenza della repubblicasarebbe il sigillo apposto al percorso politico compiuto dall’Egitto dal 25 gennaio 2011 (quando iniziarono le sollevazioni di piazza che condussero, a febbraio, alla deposizione di Mubarak) fino ad oggi. Un percorso “a ritroso”: da un presidente di estrazione militare (Mubarak) a un altro generale – presidente, passando per la breve e tormentata stagione della presidenza Morsi e del governo islamico.

Ha incisivamente scritto Eckart Woertz che se in Egittoqualcuno fosse caduto in coma nel 2011, prima della “rivoluzione”, e si svegliasse oggi, non noterebbe molticambiamenti. Ora come allora il paese è di fattogovernato dai militari; l’opposizione è illegale o sottomessa; l’esercito mantiene una forte presa sullo stato e sull’economia; la nuova costituzione neriafferma il fattuale primato politico; le elezioni sonopoco partecipate ma producono risultati unanimi, come dimostra, da ultimo, il referendum costituzionale dello scorso gennaio (votato dal 39 per cento degli aventi diritto e concluso col 98 per cento di “sì” alla nuovacostituzione). Alla maniera del Gattopardo, insomma, in questi ultimi tre anni molto sarebbe stato cambiato per non cambiare nulla.

E’ proprio così? In gran parte sì, ma non del tutto. E’ vero, infatti, che la ritrovata stabilità politica dell’Egittoha il colore della divisa del suo esercito; ma è anche vero che in questi tre anni la società civile egiziana ha preso coscienza di sé e della propria forza; è diventata politicamente assertiva; si è “vertebrata”, dando un impulso senza precedenti alla nascita di partiti e al fiorire di associazioni e di sindacati; aspiraapertamente ad essere motore e protagonista del cambiamento politico e a rendere irreversibile questosuo nuovo ruolo. Così come è vero che un’onda di violenza senza precedenti scorre nel paese come un fiume carsico. E, su un altro versante, che dopo il golpe anti-Morsi stanno lentamente cambiando i riferimenti internazionali (e i principali finanziatori)dell’Egitto: gli Usa (e il Qatar) sono più distanti; la Russia, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti più vicini. Per tutte queste ragioni la ritrovata “stabilità” delpaese potrebbe rivelarsi solo apparente e lasciare spazio a nuovi eventi.

L’Egitto a poche settimane dalle elezioni

Cosa è accaduto, in quest’ultimo anno, nell’Egitto che si appresta ad eleggere il nuovo presidente dellarepubblica?

Il primo dato da mettere in evidenza è il seguente: la “rivoluzione” del 25 gennaio 2011 ebbe come protagonista l’intellighenzia laica, liberale, urbana che scese in piazza non soltanto contro Mubarak, macontro l’élite militare che, attraverso Mubarak, guidava il  Paese. Il breve governo della fratellanzamusulmana, a causa del profilo tendenzialmente fondamentalista che si era dato, ha riavvicinato questedue componenti della società egiziana, antagoniste di ieri. La repressione manu militari della fratellanza musulmana, seguita al golpe del 3 luglio 2013, è stata infatti apertamente sostenuta ed incoraggiata da ampie componenti dell’eterogeneo universo laico che per primo occupò le piazze del Cairo chiedendo la caduta di Mubarak e la fine del sistema di potere dei militari. In questo modo, almeno per una certa fase, le forze nasseriane, quelle nazionaliste e quelle liberali si sono ritrovate unite in una coalizione secolare e anti islamica, mentre l’islamismo politico egiziano è stato nuovamente relegato alla stessa condizione illegale patita fin dai tempi di Nasser e di Mubarak.

Il golpe anti – Morsi ha aperto la strada ad una nuovacostituzione (abrogata quella varata dagli islamici nel dicembre 2012), che ha sventato il timore di uno stato teocratico e ha riaffermato il primato politico (ed economico) dell’élite militare, vero e proprio verticedell’intero “stato profondo” egiziano. Nello stesso tempo, la nuova costituzione egiziana ha invertito il calendario politico annunciato dal governo dopo il golpe, disponendo che le elezioni presidenziali potessero precedere (come sta accadendo) quelle parlamentari.

Perché è stata compiuta questa scelta? Per il timore che nessuna forza politica laica fosse sufficientemente competitiva per le elezioni parlamentari. Sarebbe dunque stato molto meglio – questo è il calcolo prevalso fra i “nuovi” gruppi dirigenti del paese – trovare un candidato presidenziale “forte”, la cui affermazione fosse successivamente capace di trainare un’alleanza elettorale vincente nelle elezioni parlamentari. La figura più adatta a recitare questo ruolo è stata ritenuta – e pour cause – quella del generale al Sisi, catalizzatore del diffuso sentimento nazionalista e anti islamico oggi prevalente nel Paese.La sua eventuale elezione non solo influenzerebbe la strutturazione del sistema dei partiti, ma avrebbeun’altra naturale conseguenza: quella di riportare nelle mani del presidente della repubblica lo stesso grado di controllo sull’intero apparato istituzionale egiziano che ebbe ai tempi di Mubarak. E l’esercito, con un proprio esponente alla massima carica dello stato, sancirebbeuna volta di più la propria preminenza politica.

Due fatti corroborano questo scenario: il primo è che al Sisi risulta, ad oggi, privo di un vero competitor (solo Hamdeen Sabbahi, politico nasseriano, ha accettato di candidarsi); il secondo è che il prossimo parlamento egiziano, sia per la natura delle forze in campo che per la legge elettorale con la quale sarà eletto, dovrebbe nascere politicamente molto frammentato e rappresentativo di un universo di “notabili” (esponenti della business community, di ambienti legati a famiglie tradizionali o al milieu militare e dei servizi di sicurezza), più che di vere e proprie forze politichenazionali. Non sarebbe dunque in grado di imporsi al vero potere forte del paese: quello del presidente dellarepubblica.

C’è infine da valutare un altro “lascito” dell’ultimoturbolento anno di vita egiziana. Riguarda la fratellanza musulmana, oggetto di una repressione feroce comemai si era visto in passato. Eccone il bilancio sintetico:più di 2500 morti, 17mila feriti, 16mila detenuti, moltimilitanti in esilio volontario dal paese. Una recente sentenza di un tribunale egiziano, che per l’omicidio di un poliziotto durante scontri di piazza ha condannato a morte 529 fratelli musulmani, dà l’icastica rappresentazione di una volontà di distruzione totale di questa organizzazione, messa al bando con l’accusa di terrorismo, privata dei suoi beni materiali, interamente sequestrati, affinché non potesse più alimentare la trama di attività assistenziali e caritatevoli che ne favorirono, negli scorsi decenni, il forte radicamento sociale, nonostante la condizione di illegalità in cuipure formalmente versava. La repressione alla quale la fratellanza musulmana è stata (ed è) sottoposta ne ha reciso in radice ogni possibilità di trasformazione “virtuosa”. Anzi, ha dato impulso al rafforzamento nel suo seno di un’ala estremista e armata, legittimata dalla propria base a condurre un’azione violenta contro l’establishment militare e le altre forze di opposizione.

Dove va l’Egitto?

Dall’analisi fin qui svolta, posto che essa sia corretta, si possono trarre almeno le seguenti conclusioni .

La prima è che in Egitto starebbe preparandosi il ritorno alla presidenza della repubblica di un generale.Sarebbe così ristabilita una tradizione in vigore nel paese dal 1952, dopo la cacciata di re Farouk,interrotta solo dall’elezione di Morsi a giugno del 2012.La speciale sinergia fra presidenza della repubblica ed esercito restituirebbe al futuro presidente il primato su ogni altra istituzione, come fu fino alla caduta di Mubarak. Avere anticipato le elezioni presidenzialirispetto alle parlamentari comporta che il prossimopresidente, almeno per un certo tempo, non sarà“sfidato” dal Parlamento o da alcune sue componenti.Al contrario, egli si troverebbe nella condizione diforgiare un Parlamento “docile”, dominato dalle forze che gli saranno alleate. Il tragitto compiuto dall’Egitto in questi tre anni avrebbe dunque un approdo molto diverso da quello atteso nel giorno della caduta di Mubarak cioè i un esplicito autoritarismo, nel qualequalsiasi aspirazione pluralista e democratica sarebbedi fatto sacrificata.

Ma la restaurazione autoritaria – seconda conclusione – potrebbe far risorgere le antiche divaricazioni fra i militari e i settori liberali e progressisti del Paese,nonostante le convergenze di breve termine che l’anno scorso si realizzarono fra di essi in chiave anti islamica.Non è un caso che dopo l’approvazione, pochi mesi fa,di una proposta di legge molto restrittiva del diritto a manifestare (che ha portato in carcere non solo molti militanti islamici, ma anche numerosi attivisti laici)siano riemerse le prime forti tensioni fra i rivoluzionariliberal e i militari e che i primi si siano poi divisi al loro interno. Se una parte di essi considera i militari unmale, ma anche la più efficace garanzia contro ilregime teocratico agognato dai fratelli musulmani, molti altri, invece, ne rifiutano l’autoritarismo e la tendenza afar rinascere in Egitto un “mubarakismo senza Mubarak”. La stridente contraddizione che innerva oggila politica egiziana sta in ciò: il golpe dell’anno passatoha permesso di riportare un’apparente “normalità” nel paese, fino a un anno fa in preda ai conati di una latente guerra civile che ne alimentava la decrescita economica. Ma la condizione di questa “normalità” è ilpersistente primato politico dell’esercito e dei suoi vertici, cioè dell’assetto di potere contro il quale scoppiò la rivolta del 2011.

Infine, ma non da ultimo, si deve dire che la temuta deriva di una parte dell’Islam politico egiziano verso l’estremismo terrorista è tutt’altro che una ipotesi remota. Si assiste, difatti, ad un vero e proprio salto di qualità del terrorismo islamico che, debordando dalla incontrollata penisola del Sinai, ha iniziato a colpire con uccisioni e attentati dinamitardi nella capitale e nel resto del paese, con uno stillicidio quotidiano di azioniche ricorda molto da vicino le forme di violenza proprie di altri paesi arabi, come l’Iraq o lo Yemen. Le azioni più cruente sono state rivendicate da una organizzazione affiliata ad al Qaeda, venuta in possesso di buona parte degli arsenali di armi uscite dalla Libia del dopo Gheddafi. Il 29 gennaio è stato ucciso in pieno centro al Cairo un generale, stretto collaboratore del ministro dell’interno. Alla fine di marzo, sempre al Cairo, un attentato dinamitardo compiuto nei pressi dell’Università ha ucciso un altro generale. Dopo la caduta di Morsi il terrorismo si è esteso in più di dodici diverse province, prendendo di mira prevalentemente le forze armate egiziane e le varie agenzie di sicurezza da queste controllate. Il progressivo spostamento in atto di molti militanti e quadri di Al Qaeda dal Medio Oriente al nord Africacrea un ambiente sempre più favorevole a questa deriva. Sui canali di comunicazione islamica egiziani si afferma con forza sempre maggiore lo stesso refrain: la democrazia e il secolarismo sono un imbroglio, l’esercito è il nemico e l’insurrezione armata è l’unica strada per ottenere lo stato islamico. Del restio, la vera e propria decapitazione politica della fratellanza operata dall’esercito ne indebolisce ogni coordinamento e controllo interno a tutto vantaggio dell’insurrezionalismo spontaneo dei militanti più radicali, reso tanto più pericoloso dal fatto che il Medio Oriente e il nord Africa sono diventati un’area nella quale il controllo su uomini e armi è sempre più lasco. Tutto ciò fa sì che, dopo otto mesi di enfasi sulla lotta al terrorismo, la violenza sia ormai diventata in Egitto pressoché quotidiana.

Sono allora due le condizioni necessarie perché l’Egitto si stabilizzi davvero. La prima è che il futuro governo riesca a vincere la sfida della crisi economica. Se non vi riuscisse, anche il consenso sciovinistico di cui oggi gode il generale al Sisi sarebbe rapidamente eroso e la conflittualità sociale si accentuerebbe. La seconda è che il Paese e le sue élites  sappiano superare la fase delle contrapposizioni radicali e riescano a costruire un nuovo ordine politico basato su processi inclusivi. Ciò che, fino ad oggi, è del tutto mancato.