Archivio Tag: elezioni

Le scadenze elettorali del 2016: dal Campidoglio alla Casa Bianca (si parva licet…)

l 2015 è stato un anno importante dal punto di vista elettorale. Tra presidenziali, legislative e amministrative, si è votato, per limitarci all’Europa e ai suoi confini immediati, in Portogallo, Croazia, Grecia, Finlandia, Danimarca, Italia, Estonia, Gran Bretagna, Polonia, Svizzera, Turchia, Francia e Spagna. Ne sono derivati, in molti casi, risultati che hanno messo in discussione gli equilibri politici tradizionali e fatto emergere (o consolidato) nuovi attori politici: quei movimenti e partiti definiti convenzionalmente “populisti” che, se da un lato rappresentano ormai il megafono di ogni malessere dei cittadini, dall’altro sono divenuti lo spauracchio, spesso agitato ad arte, di tutti le classi dirigenti europee.

Le scadenze elettorali del 2016: dal Campidoglio alla Casa Bianca (si parva licet…) - Geopolitica.info

Il 2016 avrà minori scadenze alle urne. L’appuntamento elettorale più importante sarà sicuramente rappresentato dalle presidenziali statunitensi, in programma nel mese di novembre. Dopo il primo inquilino di colore, alla Casa Bianca potrebbe insediarsi la prima donna, ancorché rigorosamente WASPs. Oppure, se le cose dovessero andare male, potrebbe averla vinta un pazzo scatenato, ma nella storia di quel Paese questa non sarebbe una novità: secondo complottisti e dietrologi metà dei presidenti americani sono stati affetti da gravi disturbi della personalità. Ma forse conviene prendere questa statistica con le molle.

Il voto americano, in una fase della politica internazionale particolarmente travagliata da guerre e conflitti d’ogni tipo, sarà come sempre importante per i destini dell’umanità: se è esagerato pensare che gli Stati Uniti siano il gendarme del mondo, è sicuramente vero che le decisioni dell’inquilino della Casa Bianca influenzano e condizionano pesantemente quelle di tutti gli altri attori sulla scena globale.

Sul futuro del pianeta per fortuna non influiranno le amministrative in programma in Italia nel giugno del prossimo anno. Il che non vuol dire che questa scadenza sia da sottovalutare o da leggere solo come un fatto interno. Si è appena visto, nel caso della Francia, come delle semplici elezioni cantonali siano state sul punto di trasformarsi, se avesse vinto la Le Pen, in un tornante della storia europea.

Non sono da sottovalutare innanzitutto perché si deciderà la guida politico-amministrativa di alcune delle più importanti città italiane: da Roma a Milano, da Napoli a Bologna, da Torino a Salerno. Si tratta, nei casi appena citati, di veri e propri conglomerati metropolitani, alle prese con problemi assai complicati: dall’inquinamento atmosferico alla congestione del traffico, dal degrado delle periferie urbane alla gestione della sicurezza, dall’aumento della marginalità sociale al declino di interi comparti produttivi. Va da sé che è dal buon governo di queste realtà che dipende in gran parte il buon funzionamento dello Stato centrale.

Ma l’appuntamento italiano del prossimo anno sarà importante soprattutto per capire come i partiti tradizionali, di destra e di sinistra, si attrezzeranno per fare fronte ai cambiamenti strutturali che stanno interessando le democrazie europee (compresa appunto quella italiana). La risposta ai populismi è stata sinora nel segno di una loro crescente demonizzazione e dell’invito a fare muro contro il loro carattere potenzialmente eversivo. Ma è uno schema che – anche se di recente applicato con successo in Francia contro il Front national – alla lunga rischia di non funzionare. Anzi, potrebbe persino favorire tutte quelle forze che tendono a presentarsi agli occhi dei cittadini come alternativa radicale ad un sistema di potere denunciato come intrinsecamente inefficiente e globalmente corrotto.

Quello che invece servirebbe è rimuovere le cause, non banalmente riducibili alla protesta, che spingono pezzi crescenti dell’elettorato, sganciato ormai dalle tradizionali appartenenze, a votare per queste formazioni. Cause che hanno a che fare da un lato con il perdurare della crisi economica (col suo lascito di povertà e insicurezza sociale) e con le cattive ricette messe in campo per combatterla; e dall’altro con l’incapacità dei partiti tradizionali a rinnovarsi, al di là dei buoni propositi, sul piano del linguaggio, del personale politico, delle idee e dei comportamenti.

La lezione delle elezioni europee del 2015 è che è finito il ciclo storico-politico iniziato dopo la Seconda guerra mondiale. La legittimità e il buon funzionamento dello Stato sociale si fondava, in Italia come altrove, sull’espansione indefinita della spesa statale e sulla redistribuzione a pioggia delle risorse pubbliche in cambio del voto ai partiti di governo. Ma la crisi economico-finanziaria partita nel 2008 ha definitivamente inceppato questo meccanismo. Al tempo stesso, le famiglie ideologiche che avevano contribuito a strutturare le democrazie dei grandi Paesi europei, in particolare quella socialista e quella cattolico-popolare, sembrano aver esaurito il loro ciclo vitale, come dimostra il fatto che – oltre ad aver ceduto ad una gestione sin troppo pragmatica e spregiudicata del potere – non riescono più ad intercettare il consenso delle nuove generazioni o a proporre progetti credibili di sviluppo economico o di governo delle società.

Se prese sul serio, le amministrative del prossimo giugno dovrebbero dunque essere l’occasione offerta alle forze politiche che pretendono di opporsi a quelle populiste (in Italia rappresentate in particolare dal M5S) per cercare di ristrutturare, secondo nuove regole e visioni innovative, la loro offerta agli elettori. Per avviare processi di selezione del proprio personale politico, a partire appunto dal livello locale e territoriale, che non siano più basati sulla ricerca del candidato di bella presenza o di provata onestà personale (si è visto quanto questi criteri abbiano contribuito assai poco al rinnovamento della politica). Per mettere infine nero su bianco programmi di governo credibili e realistici, invece di alimentare promesse destinate ad essere inevitabilmente frustrate. Diversamente, saranno l’ennesima occasione persa e si trasformeranno in carburante per i demagoghi d’ogni colore.

 

Il Burkina Faso verso la rinascita politica

Lo scorso 29 novembre il Burkina Faso ha deciso le sue sorti presidenziali, dopo un trentennio dittatoriale e otto colpi di stato. Tra questi, uno poco più di 27 anni fa, che ha condotto alla morte Thomas Sankara e al potere l’ex dittatore Blaise Compaoré; l’ultimo, fallito, lo scorso 17 Settembre 2015, con l’irruzione della guardia presidenziale (RSP) nella calma apparente di un governo di transizione stabilito il 30 ottobre 2014. Una data storica quest’ultima, che ha segnato la fine dell’era Compaoré e l’inizio di uno spiraglio di democrazia per i cittadini del quinto paese più povero al mondo.   

Il Burkina Faso verso la rinascita politica - Geopolitica.info Elettori in attesa di votare, Ouagadougou 2015 (cr: Wouter Elsen/EPA)

Dopo una breve parentesi golpista il Burkina Faso torna a sognare la democrazia, e lo fa con Roch Marc Christian Kaboré. Eletto presidente con il 53,49 per cento dei voti, guiderà il paese a capo dell’MPP (Mouvement du People pour le Progrès). Una vittoria per molti scontata se si tiene in considerazione il suo antico legame con il partito Congrés pour la Democratie et le Progrés (CDP),  che ha visto per 27 anni a capo un solo uomo, Blaise Compaoré.

Da sempre sostenitore accanito dell’associazionismo di sinistra, Kanoré dopo una laurea in gestione e amministrazione delle imprese all’università di Digione entra alla Banca Internazionale del Volta di cui ricoprirà la carica di direttore generale nel 1984. A seguito dell’assassinio di Thomas Sankara si intensifica la sua attività di appoggio a Blaise Compaoré: diverrà primo ministro nel 1994 , coiinsigliere speciale del presidente del Burkina Faso, e segretario esecutivo del CDP (Congrés pour la democratie et le progrés), di cui poi diverrà presidente dal 2003 al 2012.

Il rapporto idilliaco con Compaoré inizia ad incriccarsi nel 2012, quando Kaboré inizia a sostenere la causa della non modifica dell’articolo 37 della Costituzione (che prevede un numero massimo di mandati presidenziali, e che Compaoré è riuscito a raggirare per trent’anni). Con questa sua militanza a favore dell’alternanza politica Kaboré tocca corde delicate, inimicandosi la maggioranza degli uomini di fiducia di Blaise. Inizia quindi una sempre più palese esclusione dal CDP, che lo conduce a fondare nel 2014 l’MPP, di cui è eletto presidente il 25 gennaio.

Ma in cosa Kaboré ha colpito i cittadini burkinabè al punto da convincerli a crocettare cosi marcatamente le schede elettorali? Il suo programma presidenziale non spicca per previsioni particolarmente innovative e distinte da quelle degli altri 13 avversari. In particolare, esso pone l’accento sul decentramento e potenziamento della governance locale, un massimo di due mandati presidenziali e una corposa limitazione dei poteri del presidente. Per quanto riguarda i settori dell’economia, punta sul rilancio delle potenzialità della produzione agricola: modernizzazione e rilancio di cooperative agricole e società rurali di produzione agricola, creazione di partenariati con le industrie straniere per la fornitura agricola; promozione dell’industria agro alimentare, privilegiando piccole imprese rurali e agricoltura biologica. Niente di non già sentito, quindi.

Secondo il rapporto preliminare della Missione di Osservazione Elettorale dell’Unione Europea, la libertà di espressione, d’assemblea e di libera circolazione sono state rispettate durante la campagna elettorale (iniziata solo lo scorso 8 Novembre 2015, ad appena due settimane dalle votazioni), ma quest’ultima ha rivelato una concreta e persistente disparità in termini di visibilità dei candidati. Kaboré e Zephirin Diabré (secondo classificato alle presidenziali), hanno beneficiato di una maggiore attenzione pubblica, aumentata dal fatto che gli altri partiti non hanno avuto che un minimo accesso a finanziamenti pubblici. L’assenza di una regolamentazione effettiva delle elezioni, cosi come la non previsione di pubblicazione dei rapporti finanziari dei partiti, ha inficia nel concreto il principio di equità dei mezzi finanziari. Kaboré è inoltre stato notevolmente più attivo sul piano dell’organizzazione della campagna elettorale del suo partito, non conformandosi alle indicazioni previste dal Consiglio Superiore della Comunicazione (CSC), che vieta la pubblicità elettorale. Il MOE UE attesta infatti un frequente utilizzo di messaggi pubblicitari dei candidati, in particolare per il 58% da parte di Kaboré nell’ambito della stampa e dell’audiovisivo.

Dal punto di vista della partecipazione della società civile, il codice elettorale prevede una partecipazione fra i candidati, di almeno un candidato di sesso femminile, pena la nullità.  Sulle liste nazionali ci sono stati 1312 candidati di cui 410 donne, mentre sulle liste provinciali ci sono stato 5724 candidati, di cui 1731 donne. Solo due candidate alle presidenziali. La mobilizzazione cittadina ha avuto un incremento del 5,2% rispetto alle presidenziali del 2010.

Le sorti del paese ora sono in mano ad un uomo che sembra aver davvero cambiato rotta. Nelle piccole cittadine della regione del Sud-Ouest i manifesti elettorali ritraggono per la maggiore il suo viso. Alcune donne nei villaggi sostengono che Roch dovrà mantenere le promesse fatte, perché in caso contrario sarà semplicemente cacciato. Il senso civico è davvero molto diffuso anche nelle realtà rurali, segno che il periodo di transizione dello scorso hanno ha davvero alimentato una sete di cambiamento.

Ora Kaboré dovrà giocare d’astuzia, creare una legittimazione governativa attraverso l’assidua ricerca di grandi e piccole alleanze: in particolare con il CDP e l’UPC (Union pour le Progrés et le Changement), piazzatosi al secondo posto. Se questo non sarà possibile, per ottenere la maggioranza dei 64 deputati dovrà indirizzarsi ai mini partiti che hanno ottenuto meno di cinque seggi. Tra questi, il partito Sankarista, con il quale non sarà facile giungere a compromessi. Roch ha comunque dichiarato che la priorità è di rimettere “al lavoro” il paese.

Macri presidente: un liberale alla guida dell’Argentina

Il neopresidente argentino è deciso ad accendere l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulle violazioni dei diritti civili in Venezuela. Il fronte del socialismo nella regione viene attaccato in maniera diretta per la prima volta.

Macri presidente: un liberale alla guida dell’Argentina - Geopolitica.info Mauricio Macri, Buenos Aires, 28 ottobre 2015. (cr: REUTERS/Marcos Brindicci)

 

L’elezione di Mauricio Macri in Argentina segna un importante punto di svolta per gli equilibri della regione. La sconfitta di Scioli, il candidato appoggiato dal presidente uscente Cristina Fernández de Kirchner, mostra un segnale di volontà di cambiamento dopo un decennio di dominio politico della sinistra. Il modello socialista che ha orientato in maniera decisa l’America latina nel XXI secolo è fortemente ridimensionato, la libertà politica nel Venezuela post-Chavez ha destato allarme in tutto il mondo e i problemi del paese caraibico, dalla scarsità di prodotti alla violenza endemica sembrano insormontabili.

Il Brasile dopo i mondiali di calcio ha mostrato la debolezza strutturale di un sistema sociale basato su una eccessiva disparità della redistribuzione economica e i numerosi casi di corruzione hanno minimizzato l’immagine del miracolo economico brasiliano creata nell’ultimo decennio. Il consenso di Enrique Peña Nieto in Messico è sceso a livelli bassissimi dopo la fuga del narcotrafficante Joaquín “El Chapo” Guzmán, i continui episodi di corruzione e soprattutto con la strage di 43 studenti a Ayotzinapa, nello stato di Guerrero. L’immagine del Partito Rivoluzionario Istituzionale è notevolmente peggiorata, e con tutta probabilità le prossime elezioni apriranno le porte a nuove forza politiche. Il governo della Bachelet in Cile è sempre più vicino ad un orientamento centrista, con il coinvolgimento delle opposizioni nelle principali scelte politiche per contrastare le contestazioni provenienti dalla sinistra radicale in tema di educazione, sanità e lavoro.

La Bolivia di Morales sembra cercare una stabilità interna e gli interessi del presidente sono tutti volti ad una concertazione nazionale, per tentare l’ambiziosa modifica della costituzione che gli consentirebbe di celebrare nel 2025 i 200 anni di indipendenza del paese. L’interesso geopolitico mondiale è ormai diviso tra la definitiva affermazione economica del continente asiatico e i mille problemi che affliggono il Vicino Oriente, l’America latina è sempre più relegata in una periferia statica, anche se alcuni paesi come Cile, Colombia e Perù, ma anche Bolivia e Ecuador hanno mostrato una capacità di confrontarsi con le sfide economiche del futuro. Il brusco arresto del miracolo brasiliano ha determinato un passo indietro delle ambizioni di Brasilia, che non ha più la capacità e la volontà di aspirare ad un ruolo di primo piano nello scacchiere della politica internazionale.Il disinteresse degli Stati Uniti nei confronti del continente ha toccato sotto l’amministrazione Obama un picco inedito, l’America latina non tornerà più ad essere il cortile di casa e l’attenzione di Washington è limitata alle dinamiche di politica interna, ossia al confine messicano.

Il socialismo in America latina nasce dai movimenti che hanno attraversato il continente dagli anni 60 sino allo scorso decennio, i governi di sinistra che hanno governato la maggior parte dei paesi nella regione sono il prodotto di mezzo secolo di lotte e rivendicazioni. L’elezione di Hugo Chavez nel 1998 ha aperto la strada ad una vera e propria rivoluzione legata agli ideali del socialismo, spesso interpretato e rivisto in chiave populista. Nel 2009 tutti i governi della regione, con l’eccezione della Colombia, erano schierati a sinistra. Il cambiamento del colore politico dei paesi dell’America latina ha un significato diverso proprio per la peculiarità del socialismo nella regione. Tutti i leader che hanno governato nello scorso decennio venivano da decennio di lotte e condividevano un passato di antagonismo, frequentemente caratterizzato da un sentimento ostile a Washington, e di scelte radicali.

La svolta a sinistra del continente è stata frequentemente valutata in maniera positiva, o comunque con benevolenza, dall’Occidente. Il cambiamento politico è stato analizzato come la reazione alle ingerenze degli Stati Uniti nella regione e le valutazioni rispetto alle frequenti violazioni dei diritti umani e agli endemici casi di corruzione sono state spesso minimizzate.La repressione politica nei confronti dell’opposizione interna adottata da Chavez in Venezuela ed esacerbata da Maduro, raramente ha catturato l’attenzione dell’opinione pubblica ma anche la recente durissima campagna contro la stampa di Correa in Ecuador o il dubbio coinvolgimento dei servizi segreti argentini nel depistamento delle indagini sull’attentato alla sinagoga di Buenos Aires hanno destato eccessivi allarmi al di fuori dei confini nazionali. La “judgment-free zone” in America latina, secondo una recente definizione di Foreign Policy, può essere incrinata dall’azione di Macri, il conflitto è apparso evidente sin dalla campagna elettorale.

Lilian Tintori, la moglie del prigioniero politico venezuelano Leopoldo López, ha appoggiato la campagna di Macri comparendo spesso al suo fianco, mentre Correa ha più volte espresso il suo sostegno all’avversario Scioli. Da tempo le sfide elettorali nel continente non si occupavano di temi di politica estera, nessun esponente liberale aveva osato aprire un dibattito sulle violazioni dei diritti civili del socialismo latino americano.La strada intrapresa da Macri non è affatto facile, l’estraneità alla categoria del peronismo che ha dominato la politica argentina negli ultimi cinquanta anni costituirà una problematica soprattutto per la gestione della piazza e delle organizzazioni sindacali. La vittoria di Macri è innanzitutto la sconfitta del Kirchnerismo e del populismo argentino, le speranza del neoeletto presidente sono riposte proprio in questa interpretazione del voto popolare. Ben pochi avrebbero predetto la vittoria di un candidato che si rifà direttamente a Sarmiento e Roca, i due presidenti liberali dell’Argentina dell’800. Una campagna elettorale senza nessun riferimento diretto a Peron o al peronismo sarebbe stata giudicata perdente a priori da tutti gli analisti politici del paese, così come i riferimenti a Roca, il colonizzatore della Patagonia, stridono fortemente rispetto all’impronta legata alla cultura degli indios che la Kirchner ha imposto nella cultura argentina. La situazione economica del paese appare disastrosa e questa sarà la priorità principale del governo Macri.

Ma il 21 dicembre al summit del Mercosur, davanti ai leader degli altri paesi della regione tutti allineati con il Venezuela con l’eccezione del Paraguay, il neo eletto presidente lancerà con tutta probabilità un attacco diretto a Maduro proprio sulla questione delle libertà civili. A riprova dell’ambizione di Macri di svelare una realtà che tutti conoscono e di cui nessuno, fino ad ora ha voluto parlare apertamente.

La giornata delle elezioni in Myanmar

Grande partecipazione popolare e giudizi positivi da parte degli osservatori internazionali. Nei prossimi giorni i risultati finali definiranno le dimensioni della vittoria della NLD e le capacità di azione di Aung San Suu Kyi nel futuro governo birmano. La giornata delle elezioni in Myanmar si è chiusa con i festeggiamenti, sotto la pioggia, dei sostenitori della National League for Democracy davanti al quartiere generale del principale partito di opposizione.

La giornata delle elezioni in Myanmar - Geopolitica.info "The Lady" (cr. foto di Stefano Pelaggi)

Aung San Suu Kyi non ha parlato alla folla che aspettava un suo discorso sin dalle prime ore del pomeriggio, ma ha lasciato il campo ad U Tin Oo che ha annunciato che il risultato dei primi spogli era buono e ha esortato i sostenitori della NLD a tornare a casa e ad aspettare i dati definitivi con calma e serenità.

Dati che probabilmente non arriveranno prima della prossima settimana, anche se i risultati provvisori che usciranno nei prossimi giorni permetteranno una buona previsione sulla composizione del parlamento birmano.

Le elezioni si sono svolte in un clima di grande organizzazione ed entusiasmo, gli osservatori internazionali erano tantissimi ed erano dislocati non solo nelle principali città ma anche nei centri più remoti. La copertura mediatica da parte della stampa estera è stata estesa e capillare, molti reporter che avevano visitato il paese con visti negli anni passati sono rimasti sorpresi dalla gentilezza di tutte le persone addette alla sicurezza. I festeggiamenti di fronte alla sede della NLD sembravano dovuti anche a questo primo, parziale ma significativo, successo.

Un corretto svolgimento delle consultazioni elettorali era un prerequisito necessario per la continuazione dello straordinario sviluppo economico che il paese ha vissuto negli ultimi tre anni, ma soprattutto è il punto di partenza per un cambiamento e una apertura del Myanmar. Lo spettro delle elezioni del 1990, quando la NLD vinse la stragrande maggioranza dei seggi disponibili ma il risultato fu annullato dalla giunta militare, aleggiava nella città ma l’ottimismo era prevalente. Lo sviluppo economico è anche legato alla fine delle sanzioni e all’afflusso di capitali stranieri iniziato dal 2012, un nuovo colpo di mano dei militari non sarebbe tollerato dalla comunità internazionale. I risultati definitivi ci diranno la misura della vittoria, che appare certa, della NLD.

Per poter ottenere una maggioranza assoluta, sufficiente per eleggere in maniera autonoma il presidente, il partito di Suu Kyi ha bisogno di almeno i due terzi dei seggi disponibili, un risultato molto difficile da ottenere. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi si giocherà la partita definitiva, le trattative per le alleanze e i giochi di potere costituiranno la base della elezione presidenziale. Già dalle scorse settimane in tutte le sue conferenze stampa Aung San Suu Kyi ha fatto più volte riferimento alla necessità di trovare una modalità di convivenza con il passato regime. Dichiarazioni mai esplicite o dirette, visto che si trattava pur sempre di incontri finalizzati ad ottenere un risultato elettorale ma le prese di posizione sui Rohingya e la scelta di non inserire nelle liste del partito nessun candidato di religione islamica sembrano dirette a soddisfare il clero buddista, in particolare la fazione più nazionalista.

Il Ma Ba Tha, il gruppo di nazionalisti buddisti, è stato palesemente appoggiato dalla USDP e i suoi membri hanno fatto campagna attiva per il partito di governo, ma il grande supporto che il gruppo estremista ha guadagnato in varie fasce della popolazione birmana rappresenta un pericolo per il delicato equilibrio del paese, in particolare nel caso di una schiacciante vittoria della NLD.

Le dure dichiarazioni di Suu Kyi sulla vicenda dei Rohinga sono il frutto della necessità di preservare la coesistenza tra le varie anime della società birmana, la scelta che il premio Nobel per la pace sembra preferire al momento è quella di una coesistenza pacifica tra l’apparato che ha governato per gli scorsi decenni e i nuovi quadri della NLD.

La vigilia del voto in Myanmar

Il clima di attesa per le elezioni è palpabile a Yangon, tutte le attività della città sembrano rallentare di fronte ad un evento che costituisce un vero e proprio punto di svolta per il paese. Migliaia di giornalisti sono arrivati in Myanmar, per la prima volta sono stati concessi numerosi visti per la stampa anche per periodi di due mesi.

La vigilia del voto in Myanmar - Geopolitica.info Sostenitori di Aung San Suu Kyi, Yangon, 19 giugno 2014 (cr: Reuters/Soe Zeya Tun)

L’Unione Europea ha inviato osservatori internazionali da tutti i paesi membri e dalla scorsa settimana i giornalisti stanno viaggiando per tutto il paese, anche nelle aree più sensibili e nei campi profughi allestiti per i Rohingya.Le elezioni in Myanmar dell’8 novembre sono un banco di prova cruciale per la stabilità del paese e rappresentano un momento importante per il futuro del continente asiatico. Il paese potrebbe diventare un vero e proprio modello nella transizione democratico e aprire un nuovo scenario per la geopolitica della regione.

Tutti gli occhi del mondo sono concentrati sulle prime elezioni libere dal 1990, un corretto svolgimento delle consultazioni è il prerequisito essenziale per avviare un processo di democratizzazione in Myanmar e tutte le parti politiche sono ben coscienti della grande attenzione mediatica e della necessità di garantire la trasparenza delle procedure di voto. Il governo sta apparentemente cercando di garantire la possibilità di svolgimento di regolare elezioni, anche se nelle scorse settimane alcuni episodi hanno creato allarme tra gli osservatori internazionali.

Alcuni attivisti sono stati arrestati per aver diffuso sui social media dei fotomontaggi che ritraggono membri della giunta con vestiti femminili o per aver paragonato la divisa dei militari agli indumenti solitamente indossati da Aung San SuuKyi.

Le organizzazioni che stanno monitorando le elezioni hanno fermamente condannato gli arresti, ma la comunità internazionale è rimasta cauta. Secondo alcuni analisti gli episodi di repressione rappresentano il colpo di coda del regime militare e la volontà di mantenere un controllo in un paese che sembra avviato verso un processo di apertura verso l’esterno.

Il momento del voto costituisce solamente il primo passo del processo di cambiamento in Myanmar, le settimane e i mesi successivi alla consultazione elettorale sveleranno il futuro del paese. I risultati saranno disponibili non prima di due settimane, probabilmente fino alla fine di novembre non si conoscerà il dato definitivo. In questo periodo gli scrutini parziali, che arriveranno innanzitutto dalle città principali che rappresentano il grande serbatoio di voti dell’NLD, potranno generare un clima di indeterminatezza tra le parti politiche.
I mesi che separeranno le consultazioni dalla elezione del presidente costituiscono il principale pericolo per la stabilità del paese, in questo periodo i tentativi di alleanze tra i gruppi politici e le manovre di potere potrebbero generare un clima di insicurezza e di incertezza dannoso per una transizione pacifica.

Vittoria degli ultranazionalisti in Polonia

Dopo la vittoria alle elezioni presidenziali il partito Diritto e Giustizia (PiS) stravince anche le elezioni politiche ottenendo la maggioranza dei seggi, la Polonia ha così completato la virata a destra. Dopo aver perso anche le presidenziali di luglio Piattaforma Civica (PO) cede definitivamente il passo ai conservatori di Diritto e Giustizia. Per la prima volta dal 1989 non sarà presente nessuna forza di sinistra nel Parlamento.

Vittoria degli ultranazionalisti in Polonia - Geopolitica.info Jaroslaw Kaczynski si congratula con Beata Szydlo, Primo Ministro designato (cr: EPA)

Con il 39% delle preferenze Beata Szydlo vince le elezioni politiche tenutesi domenica 26 ottobre, il partito Diritto e Giustizia (PiS) dell’ex Premier Kaczynski ottiene la maggioranza dei seggi e sarà così in grado di governare senza alcuna alleanza.

Domenica si è chiuso definitivamente il ciclo del partito Piattaforma Civica (PO), dopo 8 anni di governo contraddistinti da una crescita economica ininterrotta e dalla costruzione di buone relazioni con l’Unione Europea.

Prima delle elezioni KulturaLiberalna commentava così: “a vincere sarà la forza che saprà cavalcare i simboli, i miti e le paure”.

Diritto e Giustizia (PiS) ha vinto entrambe le elezioni (presidenziali e parlamentari) cavalcando un’ondata di malcontento popolare dovuta ai bassi salari, alla paura di un’ipotetica invasione Russa, ed al problema dell’immigrazione.

Il partito della neopremier Szydlo in campagna elettorale ha promesso ai cittadini un bonus premio di 125 euro per ogni secondogenito. Ha inoltre promesso di abbassare l’età pensionabile dai 67 attuali ai 65 per gli uomini e 60 per le donne, inoltre i pensionati riceveranno medicine gratis.

L’aver prestato poca attenzione alla parte più povera ed in difficoltà del paese, disoccupati, pensionati e giovani in fuga per cercare lavoro, è stato uno degli errori che hanno portato alla sconfitta dei liberali di Piattaforma Civica (PO).

Per coprire le spese di questa politica sociale serviranno 60 miliardi di euro, soldi che il partito conservatore intende recuperare aumentando le tasse alle banche ed alle grosse società che operano in Polonia.

Il partito liberale di EwaKopaczha perso lo scontro con la leader nazionalista sul tema dell’immigrazione. A settembre Piattaforma civica (PO) ha ceduto alle pressioni di Berlino accettando di accogliere a partire dal 2016 diverse migliaia di migranti. La critica che gli è stata mossa dalla rivale Beata Szydlo è stata quella di non aver indicato con precisione quanti migranti la Polonia avrebbe accolto. In campagna elettorale è stata ampiamente criticata la politica di accoglienza proposta dalla cancelliera Angela Merkel ed imposta ai paesi dell’Unione Europea.

L’elettorato di Diritto e giustizia (PiS) vede con scetticismo e paura il flusso di migranti che entra in Europa, ritenendo gli stessi “portatori di malattie e minaccia alla sicurezza del Paese” come dichiarato da JaroslawKaczynski durante un’intervista.

La Polonia è un paese a stragrande maggioranza cattolica e con un esiguo numero di minoranze etniche. I polacchi sono intimoriti dall’idea di dover accogliere un consistente numero di immigrati musulmani, ritenendo che le differenze culturali possano portare ad uno scontro con i valori del 90% della popolazione, minando così la sicurezza all’interno del paese. Di conseguenza Diritto e Giustizia (PiS) ha promesso ai cittadini di resistere alle pressioni dell’Unione Europea per quanto riguarda la distribuzione del numero di migranti. La vittoria degli euro-scettici in Polonia e l’ondata nera che sta avvolgendo l’Europa orientale sono viste con grande preoccupazione da Bruxelles, in quanto rischiano di compromettere gli equilibri europei sulle politiche di accoglienza dei rifugiati.

La vittoria della destra ultranazionalista potrebbe preannunciare un sostanziale cambiamento nella politica estera della Polonia con importanti ripercussioni nelle relazioni con l’Europa.

Il precedente governo di Piattaforma Civica (PO) durante tutto il mandato ha intrapreso una politica estera volta a presentare la Polonia come uno stato affidabile e stabile, accettando in modo positivo e propositivo le politiche imposte dall’Unione Europea.

La Szydlo in campagna elettorale ha duramente criticato la politica estera polacca degli ultimi anni, ritenendo che il paese sia diventato schiavo delle politiche imposte dalla Germania. Il primo obiettivo dei conservatori è quello di riportare gli interessi nazionali al centro del dibattito politico, impegnandosi nel contrastare le politiche europee che minerebbero la sovranità polacca, i valori tradizionali e l’identità religiosa.

Uno dei temi più delicati sarà la crisi in Ucraina, Diritto e Giustizia (PiS) ha aspramente criticato l’atteggiamento moderato tenuto da Piattaforma Civica (PO) nei confronti della Russia. La Polonia chiede a gran voce che le sanzioni imposte dall’Unione Europea vengano confermate ed estese.

Nel 2016 si terrà a Varsavia il vertice NATO in cui il governo polacco chiederà di rafforzare le infrastrutture di difesa del paese, ed una maggiore presenza militare nel paese delle forze alleate, installando nuove basi militari al confine orientale. L’obiettivo è quello di rafforzare la postura della Polonia nei negoziati internazionali per la risoluzione della crisi ucraina, obiettivo che porterebbe il paese a ricoprire il ruolo di leader regionale, un ruolo che è sempre stato promosso dai gemelli Kaczynski con la cosidetta “politica jagellonica”, che prevede la costruzione di una vasta coalizione politica e militare degli stati post-comunisti dell’Europa centro-orientale, volta a contrastare l’espansionismo russo.La neo-premier incrementerà i contatti con l’ungherese Victor Orban per rendere più saldi i rapporti tra i paesi del gruppo Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, tutti antieuropeisti e strenui oppositori della politica di accoglimento della Merkel).

Il nuovo governo oltre i temi di politica estera dovrà affrontare con l’Unione Europea la questione sull’adozione dell’Euro. Piattaforma Civica (PO) prima con Donald Tusk e poi con EwaKopacz, aveva garantito che la Polonia avrebbe mantenuto il suo impegno nel soddisfare i criteri per l’ingresso nell’eurozona introducendo quanto prima la moneta unica, una strategia dei liberali per condurre la Polonia a rivestire un ruolo centrale nelle future decisioni prese dall’UE.

Diritto e Giustizia (PiS) d’altro canto sostiene che il paese non debba adottare l’Euro fino a quando l’economia non si sarà allineata a quella dei grandi paesi dell’Europa, e che comunque ogni decisione finale dovrà essere approvata da un referendum popolare. Il nuovo governo sul tema dell’introduzione della moneta unica è in piena sintonia con l’opinione pubblica, in quanto la maggioranza dei polacchi è contraria all’introduzione dell’Euro.

Con la vittoria degli ultra-nazionalisti anche in Polonia cresce in Europa Orientale il numero dei paesi che si dichiarano anti-europeisti. Dal momento che il paese polacco oltre ad aver firmato il Trattato di Lisbona, dal 2007 al 2020 usufruirà di 180 miliardi di euro di finanziamenti garantiti dall’Europa, sarà interessante vedere quanto le politiche anti-europeiste promesse dal partito dei gemelli Kaczynski saranno mera retorica o saranno messe in pratica.

Elezioni turche: luci e ombre sul ritorno del Sultano

A cinque mesi dalle elezioni che l’avevano visto privato della maggioranza assoluta, l’AKP di Recep Erdogan torna il partito egemone del parlamento turco. I risultati della tornata elettorale appena conclusa consegnano al partito islamico moderato quasi il 50 percento dei suffragi in un voto che ha visto un affluenza elettorale altissima, pari all’87,2 percento dei 54 milioni di turchi aventi diritto.

Elezioni turche: luci e ombre sul ritorno del Sultano - Geopolitica.info

Distanti gli avversari socialdemocratici, con solo il 25,4%  dei voti, ma anche i nazionalisti, fermi al 12%. Non si tratta, però di una vittoria su tutti i fronti: perché la riforma costituzionale presidenzialista voluta dal leader turco possa essere approvata è necessario l’avvallo di almeno due terzi dei parlamentari o, alternativamente 330 voti, quindici in più dei seggi assegnati all’AKP.

Erdogan non è nemmeno riuscito a cancellare dal Meclis i rappresentati del partito curdo HDP che con il 10, 4 percento di voti supera di misura la soglia di sbarramento e conferma lo storico risultato delle precedenti elezioni estive.

Del resto, nodo irrisolto della pacificazione del Kurdistan rimane il principale dossier sul tavolo presidenziale. La ripresa degli scontri con il PKK, la gestione della crisi siriana e della conseguente crisi migratoria, ma anche il rischio di delegittimazione legato al perdurante ricorso all’uso delle forza e all’incapacità di prevenire episodi come il tragico attentato di Ankara testimoniano la permanenza di uno stato di incertezza che difficilmente potrà essere superato dai facili entusiasmi di una pur netta vittoria elettorale.

Vademecum sulle elezioni in Myanmar: dal sistema di voto ai partiti in lizza fino ai possibili scenari

Le elezioni in Myanmar previste per il prossimo 8 novembre 2015 costituiranno un vero e proprio punto di svolta per il paese e per tutta la regione. La campagna elettorale è ufficialmente iniziata l’8 settembre, ma una serie di ricorsi sulla composizione delle liste ancora non ha permesso la pubblicazione dell’elenco definitivo dei candidati. La giunta militare è cosciente della grande attenzione che la stampa dedicherà alle elezioni in Myanmar, il giudizio sulla correttezza delle consultazioni sarà decisivo per il futuro del paese.

Vademecum sulle elezioni in Myanmar: dal sistema di voto ai partiti in lizza fino ai possibili scenari - Geopolitica.info Myanmar, una donna vota nella tornata elettorale del 2012

Il processo di sviluppo economico, sostenuto da importanti finanziamenti dall’estero potrà continuare solo a patto di uno svolgimento trasparente delle consultazioni. Ben 93 partiti concorreranno alla consultazione elettorale, ma solo pochi avranno una presenza su tutto il territorio nazionale. La maggior parte degli altri partiti sono l’espressione di una base etnica e territorialmente circoscritta ma saranno comunque fondamentali nel futuro degli equilibri del paese.

I principali partiti presenti su base nazionale sono il National Develoment Party, la National League for Democracy, il National Unity Party e l’Union Solidarity and Development Party.

Il National Development Party (NDP) è stato fondato da Nay Zin Lat, un consigliere e collaboratore del presidente uscente Thein Sein; i legami tra i due sono molto solidi, Nay Zin Lat si è dimesso dalla carica di consigliere nell’aprile 2015 smentendo qualsiasi voce di disaccordo con il presidente. Negli scorsi mesi molti ministri dell’attuale governo avevano fatto esplicita richiesta di essere ammessi nelle liste elettorali del NDP, le dichiarazioni di Nay Zin Lat al riguardo hanno espresso una sostanziale vicinanza all’establishment attuale ma anche una apparente ricerca di discontinuità.

La National League for Democracy (NLD) è nata nel 1988 con le proteste di piazza contro il governo guidato generale Ne Win. Il partito vinse in maniera decisa, con 392 seggi su 485, le successive elezioni del 1990. Le consultazioni vennero annullate dal regime dei militari e il leader del partito Aung San Suu Kyi fu condotta agli arresti domiciliari, dove restò per i successivi venti anni guidando l’opposizione al governo. La NLD ha partecipato alle elezioni suppletive del 2102 aggiudicandosi ben 43 dei 44 seggi disponibili. La politica birmana è fortemente polarizzata sui leader e sulle persone piuttosto che sulle distinzioni ideologiche o programmatiche, con l’eccezione dei partiti costituiti su base etnica. Nella NLD questa tendenza è ancora più accentuata rispetto alle altre coalizioni, la maggior parte dei sostenitori si riconosce nella figura carismatica di Suu Kyi e ignora le posizioni del partito sui temi cruciali.

La Union Solidarity and Development Party (USDP) fondata nel 2010 in opposizione allo strapotere della giunta militare e conquista più del 75 per cento dei seggi, il presidente in carica Thein Sein è espressione dell’USDP. Alle suppletive del 2012 il partito del presidente ha mostrato un forte calo perdendo in maniera netta nel confronto con la NLD.

Il National Unity Party (NUP) è l’espressione più vicina al gruppo di potere che ha governato il paese negli ultimi venticinque anni. I risultati del partito nelle contestate elezioni 2010 furono discreti, con la conquista di 64 seggi su 995 disponibili, ma l’assenza della NLD e i numerosi dubbi sulla legittimità delle consultazioni influenzarono il risultato finale. Il ruolo del NUP nella politica birmana sembra essere sempre più debole e queste elezioni potrebbero sancire in maniera definitivo l’addio del partito dall’agone politico.

Le votazioni si terranno il giorno 8 novembre dalle 6 alle 16, mentre le operazioni di spoglio avverranno all’interno degli stessi seggi. I risultati verranno conteggiati prima a livello delle singole città, poi per distretti infine a livello dei singoli stati prima di arrivare al dato nazionale. Saranno necessarie dalle due alle tre settimane per arrivare alla proclamazione dei risultati finali. Il presidente, e i due vicepresidenti, verranno eletti dai membri delle due camere con una procedura complessa. Ognuna delle camere nominerà un candidato alla presidenza mentre i membri delle forze armate, a cui la costituzione riserva il 25 per cento della rappresentanza parlamentare, nominerà un altro candidato.  I tre candidati verranno poi votati dai membri delle due camere riunite e il vincitore diverrà presidente mentre gli altri due contendenti verranno nominati vicepresidenti.

Suu Kyi non potrà essere eletta presidente per una norma della costituzione che vieta la massima carica a candidati sposati con cittadini stranieri, ma se la NLD vincesse la maggioranza dei seggi disponibili potrebbe ricoprire la prestigiosa carica di presidente della Camera. Una netta ma non decisiva vittoria della National League for Democracy, ossia sotto la metà dei seggi disponibili, determinerebbe un ruolo di grande importanza per i partiti etnici, che diventerebbero l’ago della bilancia del delicato equilibrio politico in Myanmar.

Se il partito di Suu Kyi conquistasse più dei due terzi dei seggi parlamentari potrebbe decidere in maniera autonoma il prossimo presidente del Myanmar, la scelta potrebbe ricadere su un quadro della NLD. Una modalità che permetterebbe a Aung Sun Suu Kyi di governare il paese e avviare in maniera decisa l’ambizioso programma di riforme presentato in campagna elettorale. L’altra opzione, giudicata possibile da numerosi analisti della regione, consisterebbe nella scelta di Shwe Mann, un generale che si è contraddistinto negli ultimi anni per la continua ricerca di dialogo con la NLD. Shwe Mann è considerato il vero e proprio artefice del processo di riforme avviate nel paese negli scorsi anni. Entrambe le scelte sono suscettibili di generare tensioni e malumori, rispettivamente all’interno dell’apparato statale o nella base storica del partito.

Mentre se la NLD non riuscisse nell’exploit elettorale, l’USDP potrebbe governare con l’appoggio dei militari nel parlamento realizzando una coalizione con i principali partiti etnici. Il giudizio degli osservatori internazionali sulla correttezza delle consultazioni rimane l’obiettivo principale in Myanmar, gli aiuti e i finanziamenti dall’estero sono strettamente legati al riconoscimento del libero esercizio di voto. Un altro fattore fondamentale sarà costituito dal ruolo della tatmadaw e della sangha, le due istituzioni che hanno influenzato in maniera determinante la società birmana negli ultimi cinquant’anni. La sangha è il clero buddista birmano che gode di grande prestigio e rispetto in tutto il paese e può determinare e influenzare le scelte politiche in maniera netta. Con il termine tatmadaw si indicano le forze armate birmana ma soprattutto la struttura burocratica e l’influenza culturale che i generali hanno generato nel paese, il futuro del Myanmar dovrà necessariamente confrontarsi con questa ingombrante eredità.

Il Myanmar verso le elezioni: il percorso del Paese del Sud Est asiatico verso le imminenti consultazioni elettorali

Le elezioni previste in Myanmar per l’otto novembre 2015 rappresentano un importante snodo per il futuro del paese, l’attenzione dei media mondiali è altissima e le consultazioni elettorali sono l’ulteriore tappa del processo di apertura del regime verso una democratizzazione. Un percorso iniziato nel 2010 quando la giunta militare, che controllava la vita politica del paese dal 1962, ha lasciato spazio ad un governo misto composto da esponenti della società civile e politici legati al regime.

Il Myanmar verso le elezioni: il percorso del Paese del Sud Est asiatico verso le imminenti consultazioni elettorali - Geopolitica.info Aung San Suu Kyi nel parlamento birmano, 2015 (cr: CNN)

Il controllo dell’amministrazione dello stato e le decisioni politiche sono rimaste saldamente in mano ai militari, ma sin dai primi mesi del 2011 il Myanmar ha scelto una graduale accettazione delle richieste di democratizzazione. Il rilascio di Aung San Suu Kyi rappresenta il gesto più noto, insieme alle graduali scarcerazioni dei prigionieri politici coinvolti nelle rivolte degli anni precedenti come i monaci protagonisti della cosiddetta “rivoluzione zafferano” del 2007 ma anche i leader della protesta studentesca del 1988. Nelle elezioni dell’aprile 2012, la National League for Democracy (NLD) conquistò ben 43 dei 45 seggi disponibili, eleggendo la stessa Aung San Suu Kyi.

Per la prima volta dal 1990 fu concessa la possibilità alla NLD di partecipare alle elezioni, consultazioni che furono giudicate in maniera positiva da tutti gli osservatori internazionali intervenuti. Nello stesso anno Aung San Suu Kyi riceve in Norvegia il Premio Nobel per la Pace vinto nel 1991 e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama visita il paese. Un evento storico per il Myanmar, Obama è stato il primo presidente statunitense a visitare il paese del Sud Est asiatico, la missione è stata anticipata da un viaggio ufficiale del presidente Thein Sein a Washington e un tour della stessa Aung San Suu Kyi in America del Nord. Anche sul fronte interno la situazione sembra migliorare notevolmente, sempre nel 2012 viene abolito il divieto promulgato dopo le rivolte studentesche del 1988 che vietata gli assembramenti di gruppi superiori alle cinque persone e continuano le concessioni nei confronti dell’opposizione con l’abolizione della restrizione all’ingresso nel paese per 2000 esuli politici. Il presidente Thein Sein sigla numerosi accordi con i principali gruppi etnici che da decenni combattono una strenua lotta contro il regime dei militari.

La tregua con i guerriglieri Karen è ormai in vigore da due anni e nonostante alcuni sporadici scontri verso il confine con la Tailandia, la situazione con i ribelli del principale gruppo etnico birmano sembra essere sotto controllo. Il governo del Myanmar ha aperto un tavolo di trattativa con i ribelli delle etnie Shan e Kachin sin dal 2011 e ha raggiunto un cessate il fuoco con entrambi i gruppi, di fatto ponendo un freno ad una guerra di bassa intensità che ha impegnato il paese nell’ultimo ventennio.La minoranza musulmana del paese invece continua a rappresentare una minaccia agli occhi del regime birmano, la condizione dei Rohingya ha attirato l’attenzione degli osservatori internazionali. Il presidente Thein Sein ha ripetutamente sottolineato la diversità tra la i ribelli etnici e i musulmani nella regione confinante con il Bangladesh.

L’opinione pubblica interna ha dimostrato una scarsa comprensione nei confronti dei Rohingya e la stessa Aung San Suu Kyi ha attirato le critiche di alcune associazioni umanitarie per lo scarso impegno mostrato nel supportare le rivendicazioni della minoranza musulmana nello stato del Rakhine.Il faticoso e lento percorso verso una parziale apertura del paese è stato accompagnato da vari incentivi economici, sia gli Stati Uniti che la Comunità Europea hanno ripreso l’erogazione di fondi strutturali in Myanmar e molte imprese occidentali stanno investendo nel paese dopo la rimozione delle sanzioni e delle restrizioni. Non sono mancate le critiche nei confronti della pretesa democratizzazione del paese, secondo alcuni analisti le aperture sono state esclusivamente delle piccole concessioni ad uso dei media, mentre la repressione politica e la negazione di un confronto democratico continua in maniera evidente e palese in Myanmar.

Le critiche non hanno risparmiato gli Stati Uniti e la Comunità Europea, colpevoli di aver sovrastimato le riforme di Yangon e la stessa Aung San Suu Kyi accusata di aver avallato alcune scelte del regime in cambio di una maggiore libertà di azione in vista delle prossime elezioni e di aver cercato in maniera eccessiva l’approvazione di Pechino, alleato e supporter dell’attuale governo. Il potere, nello scorso quinquennio, è stato fermamente in mano al gruppo di potere che ha amministrato il paese negli ultimi cinquanta anni e il processo di transizione non sarà semplice, né rapido. La tamadaw, un termine che indica le forze armate birmane ma che sottende l’intricato reticolo di potere che i militari hanno creato nei decenni di governo del paese, non intendono lasciare le leve del comando e le forze di opposizione probabilmente non sarebbero in grado di gestire l’apparato amministrativo e burocratico del paese senza una sinergia o una cooperazione con l’esercito.

Gli sforzi dell’attuale presidente sulla strada per la democratizzazione sono apprezzabili e notevoli, considerando il grado di chiusura del paese sin a qualche anno fa. Le elezioni di novembre 2015 rappresentano un importante momento di svolta, ma non potranno generare un immediato cambiamento radicale in Myanamar. Aung San Suu Kyi potrà essere eletta nel parlamento ma la costituzione birmana la esclude dalla presidenza a causa di una legge che impedisce ai cittadini sposati con stranieri di ricoprire la massima carica dello stato.

La NLD sta affrontando anche la difficile gestione della lista dei candidati, nella ricerca di unequilibrio tra le esigenze elettorali e la necessità di rappresentare tutte le forze che in questi anni hanno appoggiato l’opposizione al regime, spesso pagando un prezzo altissimo in termini personali.

La figura di Aung San Suu Kyi ha rappresentato un incredibile catalizzatore per l’opinione pubblica mondiale nell’ultimo ventennio, la capacità di concertare una probabile vittoria elettorale con largo consenso con la necessità di avviare un processo di  pacificazione con il regime che ha esercitato una repressione nei confronti dell’NLD costituirà l’ennesimo banco di prova per la società civile birmana che ha lottato contro un regime dittatoriale e per la leader del principale partito di opposizione.