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Trump vs Clinton: conquistare gli indecisi

Chi si aspettava che il primo faccia-a-faccia televisivo tra il candidato repubblicano Donald Trump e la candidata democratica Hillary Clinton segnasse una drastica inversione di tendenza rispetto agli schemi narrativi della campagna elettorale USA2016 è rimasto certamente deluso, così come chi pensava invece che non ci sarebbe stato alcun elemento di novità rispetto al “già visto e sentito” negli ultimi mesi. Il dibattito televisivo di questa notte rientra infatti in quel percorso di “fisiologica evoluzione” che contraddistingue ogni campagna presidenziale statunitense nel momento in cui essa raggiunge la propria “fase calda”: nel momento, cioè, in cui i candidati non si rivolgono più soltanto al proprio elettorato consolidato (che, come tale, non ha più bisogno di essere convinto, quanto piuttosto di essere conservato), ma anche – e forse soprattutto – a quell’ampia platea di indecisi (tra i due candidati o, a monte, tra il voto e il non-voto) nelle cui mani, ancora una volta, passano le sorti del 45° Presidente degli Stati Uniti d’America.

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Come facilmente prevedibile, a caratterizzare questo primo faccia-a-faccia è stato dunque il passaggio dalla centralità del consolidare a quella del conquistare, ed è rispetto a questo shift che i due candidati sono stati costretti a intervenire sulla propria strategia comunicativa.

Fin dal giorno della loro “discesa in campo”, tanto Hillary quanto “The Donald” si sono infatti proposti agli elettori con un fisico, un carattere e uno stile ben definiti, che si riassumono perfettamente nei ruoli de “Il Presidente” e “Lo Sfidante”: da una parte, dunque, Hillary, candidato in pectore dei Democratici dal giorno in cui, otto anni fa, invitò un partito diviso a compattarsi attorno al giovane senatore dell’Illinois Barack Obama, che le regole della democrazia avevano indicato come candidato dell’Asinello; dall’altra parte un Trump irriverente, debordante, assolutamente unconventional nel suo essere e nel suo modo di esprimere le idee e i valori del Grand Old Party.

La “fisiologica evoluzione” cui accennavamo poc’anzi è andata a incidere proprio su questi due caratteri all’apparenza così ben definiti, obbligando i due candidati a misurarsi su un terreno per molti versi “inconsueto” rispetto a quanto fin qui fatto.

Sovente accusata di essere espressione dell’establishment politico, Hillary si è infatti presentata davanti alle telecamere continuando sì a incarnare il suo essere “donna delle Istituzioni”, ma da stanotte espressione di un’Istituzione aggressiva e battagliera. Un approccio perfettamente sintetizzato nel tailleur rosso indossato per l’occasione: abito “da lavoro”, rassicurante per il suo elettorato storico – perché il tailleur è l’abito che più connota la Clinton, al punto che lei stessa ironizza sulla cosa nella propria bio su Twitter (“pantsuit aficionado”) –, ma di colore rosso. E il rosso, si sa, è il colore che, da sempre, connota tanto l’Istituzione (perché tradizionalmente simbolo di regalità) quanto i rivoluzionari, e nel contempo il colore che, in televisione, arriva quasi ad annullare qualsiasi altro colore, tanta è la sua capacità di attrazione dell’occhio umano.

Per contro Donald Trump, di cui in questi ultimi mesi è stata costantemente messa in discussione la capacità di essere qualcosa di diverso da uno sfidante, ha invece provato ad abbassare i toni della sua campagna, o meglio a passare da un approccio caratterizzato dall’uso ricorrente di slogan a un approccio fondato sul confronto sui contenuti. Anche in questo caso, le scelte di abbigliamento sono tutt’altro che poco significative: se Hillary si appropria infatti del rosso tipico dei Repubblicani, Donald sceglie infatti il blu democratico, che esprime tanto l’esigenza di rassicurare chi ha timore della sua irruenza quanto il desiderio di “fare l’occhiolino” a quell’elettorato democratico che, pur di non votare la Clinton, sta riflettendo sulla possibilità di mandare alla Casa Bianca il vulcanico Trump.

C’è da chiedersi, ovviamente, chi dei due candidati abbia saputo meglio interpretare questo fisiologico cambiamento. Su questo punto, analisti e sondaggisti non sembrano avere dubbi: a prevalere è stata Hillary, che dopo una prima fase di sostanziale equilibrio, ha ingranato la marcia staccando il proprio avversario. Ben più interessante, tuttavia, è chiedersi dove Hillary abbia costruito la propria vittoria, e qui le opinioni tendono a diversificarsi. Personalmente, ritengo che la chiave di volta del dibattito sia stata nel momento in cui ciascuno dei due candidati ha puntato il dito contro ciò che connota maggiormente il proprio avversario. “Perché non lo hai fatto durante i trent’anni che sei stata al governo?”, ha infatti più volte domandato Trump alla Clinton, puntando il dito sul suo essere espressione del “vecchio”, laddove egli incarna invece il “nuovo”: accuse che, tuttavia, a Hillary hanno servito su un piatto d’argento la possibilità di ribadire la propria competenza rispetto a un “neofita” della politica quale Trump non ha mai rinnegato di essere. Per contro, Trump non ha potuto controbattere efficacemente alle accuse della Clinton in merito alla sua scelta di non divulgare le proprie dichiarazioni dei redditi, e questo non per demerito suo, quanto per merito della sua avversaria, che non ne ha fatto soltanto una questione di mancato pagamento delle tasse, quanto piuttosto un problema di credibilità. Agli americani importa poco, infatti, se si è partiti dal mitico cent di zio Paperone o dai 500mila dollari del primo investimento di Donald: essi sono, da sempre, incredibilmente sensibili all’immagine dell’uomo che ha saputo far fruttare il proprio talento iniziale, e Hillary – con le sue accuse – ha minato proprio questa immagine di Trump, un uomo che non vuole dichiarare i propri redditi non perché ha dei conti in sospeso con il fisco, quanto piuttosto perché i suoi successi professionali sono assai più modesti di quanto egli abbia fatto credere.

E gli americani – posto che, pur affascinati dagli sfidanti, alla Casa Bianca pretendono un presidente – normalmente scelgono un presidente che, prima di tutto, ispiri loro fiducia: una fiducia che ieri sera l’“aggressiva Hillary” è riuscita a trasmettere molto più di quanto non abbia saputo fare il “moderato Donald”.

Elezioni legislative in Russia: il partito di Putin vince con il 54%, ma l’astensione tocca un nuovo record.

Domenica scorsa si sono svolte le elezioni dei deputati per la Duma, la camera bassa del parlamento russo, con una vittoria schiacciante del partito del presidente Vladimir Putin. La nuova Duma sarà costituita dagli stessi quatto partiti presenti nella scorsa legislatura: Russia Unita (ER – Edinaja Rossija), il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF – Kommunistìčeskaja Pàrtija Rossìjskoj Federàcii), il Partito Liberal-Democratico (LDPR – Liberal’no-Demokratičeskaja Partija Rossii) e il partito social-democratico Russia Giusta (RG – Spravedlivaja Rossija).

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Il partito di Vladimir Putin, ER, ha ottenuto più della metà dei voti con la percentuale del 54,21% vincendo sia nella quota proporzionale che in quella uninominale del sistema elettorale in vigore dal 2015; un sistema elettorale misto che prevede l’assegnazione di metà dei seggi della Duma (255 seggi) sulla base di un sistema proporzionale e l’altra metà sulla base di collegi uninominali. La quota maggioritaria, inserita nella legge elettorale anche per tentare di frenare la disaffezione dei cittadini russi nei confronti della classe dirigente, potrebbe aver favorito ulteriormente il partito di Putin e i partiti con maggior seguito elettorale, data la quasi assente dimestichezza degli elettori russi con i collegi uninominali e la maggior visibilità dei candidati dei partiti maggiori.

Tornando ai risultati, i candidati del partito ER hanno vinto nel 90% delle regioni, sia nella quota proporzionale che in quella maggioritaria. I secondi sono arrivati i communisti del KPRF con il 13,35% dei voti, seguiti dai liberaldemocratici del LDPR con 13,16% e dal partito Russia Giusta con RG 6,21%. I partiti della opposizione extraparlamentare non hanno superato la soglia di sbarramento del 5%. Putin ha definito positivo questo risultato: «La gente si fida di noi. Davanti abbiamo le sfide da affrontare per il bene del paese». In totale, Russia Unita ha ottenuto 343 seggi su 450, battendo i risultati precedenti (238 nel 2011 e 315 nel 2007), ottenendo una maggioranza che consentirà al partito di Putin di cambiare le leggi costituzionali senza il consenso di altre forze politiche.

Nonostante il risultato, l’affluenza al voto è stata piuttosto bassa: la nuova Duma infatti è stata eletta dal 47% della degli aventi diritto al voto. Mosca e San Pietroburgo hanno registrato, rispettivamente, soltanto il 35,18% e il 32,47%. E per la prima volta anche la Crimea, annessa nel 2014, ha partecipato al voto. A Kiev si sono tenute manifestazioni di protesta nei pressi dell’ambasciata russa, che hanno portato ad alcuni arresti.

Le elezioni in Spagna: frammentazione, minore instabilità e alcune osservazioni

Le elezioni spagnole di domenica ci hanno riconsegnato un parlamento frammentato, un quadro politico instabile e difficili prospettive per la formazione di un governo. Indette a sei mesi dalle ultime che avevano portato a uno stallo tale da non consentire la formazione di governo, queste ultime consultazioni tuttavia consegnano un quadro sostanzialmente diverso, soprattutto se non ci si ferma al dato numerico e si guarda alle dinamiche nate e che probabilmente nasceranno tra i vari attori politici.

Le elezioni in Spagna: frammentazione, minore instabilità e alcune osservazioni - Geopolitica.info

Per prima cosa, bisogna dire che queste elezioni hanno avuto un vincitore: Mariano Rajoy. Per quanto il suo partito, il PPE, non sia riuscito a raggiungere il numero di seggi necessario per la formazione di un governo monocolore (la maggioranza necessaria è pari a 175 seggi; il PP ne ha ottenuti 137, 14 in più rispetto alle scorse consultazioni), Rajoy è riuscito ad aumentare i consensi del suo partito. Con queste percentuali di voti e seggi, il leader dei popolari è riuscito a raggiungere due obiettivi: rimanere il playmaker della politica spagnola, con cui dovrà fare i conti una qualsiasi coalizione di governo; rimanere a capo di un partito che, in alcune sue parti, aveva cominciato a mostrare dei mal di pancia nei confronti del leader.

Secondo: stavolta abbiamo avuto uno sconfitto, cioè Pablo Iglesias. Podemos, infatti, non è riuscito a sfondare, rimanendo sostanzialmente sulle stesse percentuali delle precedenti consultazioni (21,1% dei voti) e sullo stesso numero di seggi (71 seggi), nonostante questa volta si fosse presentato con la lista Unidos Podemos, alleato con Izquierda Unida. Non è riuscito, soprattutto, ad effettuare l’annunciato sorpasso a danno dei socialisti, il Psoe, che infatti hanno retto (22,7% dei voti validi), perdendo pochi seggi (85, 5 in meno delle scorse elezioni) e rimanendo il secondo partito più votato e principale soggetto utile alla formazione di un governo di larghe intese, una eventualità piuttosto inedita per la democrazia spagnola. Tutto questo, comunque, non è andato a vantaggio della quarta forza degna di nota del panorama spagnolo, i liberali-centristi di Ciudadanos, che sono riusciti a rimanere quarti con una percentuale pari al 13,1%, ottenendo 32 seggi e perdendone così 8 rispetto alla tornata elettorale precedente. Questo ha reso il partito guidato da Albert Rivera, a livello parlamentare, un soggetto periferico rispetto alle manovre per la formazione del governo e non solo: C’s non ha i numeri per poter essere determinante per la formazione di (o per opporsi a) una coalizione di governo. Per fare due esempi, Ciudadanos non potrebbe garantire i numeri per un governo a due con il partito popolare e, dall’altra parte, nel caso i popolari si accordassero i socialisti, la sua partecipazione al governo sarebbe superflua.

Per tirare le somme, Rajoy sarà di nuovo il giocatore principale del quadro politico spagnolo: è quasi impossibile ipotizzare soluzioni che non prevedano il Ppe al governo e le scelte degli altri partiti saranno inevitabilmente influenzate dalle scelte dei popolari. I socialisti riescono a rimanere a galla, Podemos subisce una prima battuta di arresto e Ciudadanos perde gran parte del suo potenziale parlamentare.

Qualcuno ha tentato di offrire una spiegazione, un “perché”, di questo risultato, ma bisogna essere molto cauti poiché alcune dinamiche sono meno ovvie di quanto i dati possono mostrare ad oggi. In particolare molti si sono esercitati a offrire spiegazioni fondate sull’effetto che il referendum inglese sulla “Brexit” avrebbe potuto avere sulle elezioni spagnole. Ma l’effetto provocato dal voto che ha sancito l’intenzione del popolo britannico di uscire dall’UE non pare così determinante, o almeno ad oggi i dati non consentono molte valutazioni in merito. Di certo non ha favorito o sfavorito i partiti sulla base della frattura europeisti-antieuropeisti: il Ppe e il Psoe (europeisti) resistono, ma C’s (europeista) perde, mentre allo stesso tempo Podemos (anti-europeista) non riesce a crescere, ma non subisce una battuta di arresto così importante. Per cui, è lecito pensare che il referendum inglese si sia sentito in Spagna, ma in che modo e in quale direzione è tutto da verificare. Solo altri dati, che probabilmente vedremo fra qualche mese, consentiranno di spiegare queste elezioni, che ci consegnano in realtà un quadro instabile, in stallo, ma parzialmente meno ingovernabile di sei mesi fa.

Sarà decisivo, infine, valutare un altro dato di queste consultazioni, cioè l’astensione. Capire, soprattutto, se questa ha avuto degli effetti su alcuni o tutti i partiti, se è stata distribuita equamente tra le forze in campo, o se ha favorito/sfavorito alcuni più di altri. Bisognerà, insomma, analizzare se anche in Spagna sta divenendo decisiva una dinamica che per anni è stato il “motore” della Seconda Repubblica, ovvero il cosiddetto “astensionismo asimmetrico”. Se così fosse, la Spagna potrebbe essere entrata in una fase molto complicata e di difficile soluzione. Nel frattempo non si potrà fare altro che assistere alle mosse dei vari attori in questi primi mesi.

Il voto a Roma. Molte novità, qualche certezza, un dubbio.

La tornata elettorale del 5 giugno è densa di notizie interessanti per Roma. La più importante sembra il boom del Movimento 5 stelle e della sua candidata a sindaco Virginia Raggi, che hanno triplicato i voti ottenuti nel 2013. Si tratta di un risultato aspettato, ma non in questi termini di grandezza.

Il voto a Roma. Molte novità, qualche certezza, un dubbio. - Geopolitica.info

Comunque vada il ballottaggio, questi numeri sono destinati a cambiare radicalmente la composizione dell’Assemblea Capitolina rispetto al passato. Una seconda vistosa novità è rappresentata dalla pesante flessione del Partito Democratico, che dal 26,6% del 2013, è passato all’odierno 17,16%. Una percentuale che non risulta compensata dal rafforzamento delle liste civiche collegate a Roberto Giachetti.

Sorpresa negativa anche dal fronte del centro-destra, che, oltre a non portare nessun candidato al secondo turno, sperpera anche il 19,2% ottenuto dal Popolo della Libertà nel 2013. Il 6% guadagnato da Fratelli d’Italia rispetto alla precedente tornata, sommato al 4,21% su cui si è attestata oggi Forza Italia e il 2,71% di Noi con Salvini (tutte formazioni che a diverso titolo posso essersi divise le spoglie del PdL) segnala che almeno un 6% di voti è confluito altrove. E, verosimilmente, verso i grillini.

Tra le certezze abbiamo, anzitutto, l’ormai basso numero di votanti per una tipologia di elezioni che, complice anche lo strumento delle preferenze, in passato faceva registrare ben altre percentuali. Il 57,19% degli aventi diritto si è presentato ai seggi, indicando un modesto aumento rispetto al 52,81% del dato 2013. I numeri ci dicono, inoltre, che il tentativo di sfondare al centro del Partito Democratico non ha funzionato, così come quello di Fassina&soci di impedire al centro-sinistra di arrivare al ballottaggio. Quest’ultimo risultato suona come una campana a morto per la “sinistra-sinistra” su Roma.

Con altrettanta certezza i numeri ci parlano del suicidio del centro-destra, che con un candidato unico sarebbe arrivato comodamente al ballottaggio. Al contrario, le logiche autolesioniste di partito e le dinamiche nazionali hanno condannato quest’area politica alla marginalità in Campidoglio per i prossimi cinque anni. Sempre all’interno di quest’area politica, inoltre, bisogna notare che il progetto di Salvini non ha sfondato. Varcare il Grande raccordo anulare resta ancora difficile per la Lega Nord e le sue propaggini. Infine, un dubbio che nessun sondaggio potrà risolvere fino a domenica 19 giugno.

Quale candidato appoggeranno gli elettori di Giorgia Meloni, Alfio Marchini e Stefano Fassina? Per la prima volta gli endorsement più o meno ufficiali dei partiti potrebbero produrre effetti contrari tra il loro elettorato. E allora, Virginia Raggi o Roberto Giachetti?

 

Trump e Sanders: due candidati “veri”

Il secondo round delle primarie americane ha dunque avuto luogo. Ed il New Hampshire ha risposto in maniera assai netta all’appello dell’opinione pubblica, e alle aspettative di cui i media avevano caricato questo piccolo Stato – appena tre milioni di abitanti !.

Trump e Sanders: due candidati “veri” - Geopolitica.info (Cr: Reuters /Lucas Jackson)

Superata la fase dei sondaggi, che pure è stata larga di emozioni, si è trattato del primo test veramente significativo, molto più di quello dello Iowa,  perché espresso da un voto popolare, e non da un meccanismo arcaico come il caucus, sempre più dominato da attivisti di partito. E si è trattato di un test il cui risultato può essere considerato molto positivo, sotto il punto di vista nello svolgimento della prossima campagna presidenziale appena iniziata.

Positivo comunque lo si voglia valutare: da un punto di vista etico-politico, o anche semplicemente da un punto di vista sportivo o estetico; ma soprattutto ai fini della destino politico dell’America sotto il nuovo presidente che verrà eletto il prossimo novembre.

Le vittorie,  nell’ambito dei rispettivi schieramenti, di Donald Trump e di Bernie Sanders lasciano uno di fronte all’altro due candidati “veri”, non due manichini costruiti da lobbisti, da “uomini di comunicazione” e da spin doctors; due candidati autentici, che rappresentano in maniera nettissima – forse anche eccessivamente enfatizzata – due alternative politiche coerenti con gli attuali problemi della società americana.

Se questo chiarimento non si fosse verificato, le conseguenze sarebbero state indubbiamente negative per lo svolgersi dell’intera campagna elettorale. E anche per gli strascichi che una campagna mal impostata e mal riuscita avrebbe potuto lasciare sulla situazione politica generale dopo l’elezione del nuovo Presidente.

Non si può ovviamente fare la storia con i “se”, ma già prima del voto di del 9Febbraio era evidente che una vittoria, poniamo, di Cruz o, ancora peggio, di Rubio, in campo repubblicano unita ad una vittoria di Hillary in campo democratico avrebbe determinato una campagna presidenziale che sarebbe stata in effetti principalmente uno scontro tra apparati di partito e tra potenti e ben finanziati PACs. Ma si sarebbe trattato di una  battaglia a puri fini di potere, condotta con grande dispendio di promozione pubblicitaria, ma di fatto con una esclusione di ogni dibattito sulle grandi questioni politiche del momento,  cioè delle questioni che oggi in America pongono le classi sociali l’una contro l’altra.

Inevitabilmente, in questo caso, la contrapposizione tra l’enorme massa dei perdenti di un trentennio di involuzione economica e sociale e l’un per mille che ne ha astronomicamente profittato si sarebbe trasferito nelle piazze.  Con tutti i rischi, ovviamente, che ciò inevitabilmente implica, cioè con un permanente rischio di ricorso alla violenza. Il rischio che al metodo di decisione consistente nel “contare” le teste subentrasse, o perlomeno si aggiungesse, il metodo consistenze nel “rompere” le teste.  Sarebbe, in altri termini, diventato probabile ciò che alcuni osservatori già da tempo consideravano, e cioè che la campagna presidenziale 2016 degenerasse nella violenza e nel sangue.

Naturalmente, in una situazione di così grave  divaricazione sociale come quella attuale, che si innesta su una preesistente ma altrettanto violenta radicalizzazione delle differenze e delle intolleranze tra “culture”, neanche dopo il voto della New Hampshire, si può escludere che ciò accada. Ma la probabilità è stata fortemente ridotta.

Ma – ci si può chiedere – è davvero quello uscito dal voto del New Hampshire il quadro politico in cui verrà combattuta l’elezione del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti? Si tratterà dunque di un duello tra i due candidati anti-establishment,  Trump e Bernie Sanders?

La risposta non può ancora essere affermativa. Il ritorno in primo piano di qualcuno dei “candidati alla candidatura” sconfitti il 9 febbraio è ancora possibile all’inizio di marzo, quando un importante gruppo di Stati voterà contemporaneamente in quello che viene definito il super Tuesday. Soprattutto in campo repubblicano, c’è chi affida al voto di questi Stati, principalmente del Sud, dove sono molto forti i gruppi evangelici conservatori, la speranza di un rilancio della candidatura di Ted Cruz, e di un capovolgimento della situazione.

A fare immaginare come ancora possibile l’apparizione sulla scena di altri candidati c’è poi un importantissimo precedente storico, quel dal voto del New Hampshire nelle drammatiche primarie del 1968.  Fu, infatti, a quel punto, dopo che i risultati avevano dimostrato che il Presidente uscente, Lyndon Johnson, non era poi così forte come si credeva rispetto allo sfidante Eugene McCarthy,  che le primarie del partito democratico,  e tutto il quadro politico, vennero rivoluzionati dalla decisione di Robert Kennedy di porre la propria candidatura.

Ne seguì non solo una rovente battaglia tra i due sfidanti, diventata tanto più decisiva in quanto– appena due settimane dopo il voto del piccolo stato del nord-est – lo stesso Presidente uscente ritenne più opportuno ritirarsi dalla corsa. E quella rovente battaglia culminò nel mese di luglio con le primarie della California, in cui il secondo dei fratelli Kennedy sconfisse duramente McCarthy. E venne,  nel giorno stesso della vittoria, barbaramente assassinato.

Anche se non c’è, nella politica americana di oggi, nessun uomo politico che possa in qualche modo essere comparato a Bob Kennedy, la discesa in campo di una personalità molto nota e molto popolare non può essere esclusa. Tanto più che nel clima di rivolta contro la classe politica e contro l’establishment che prevale oggi dall’altro lato dell’Atlantico, l’ipotesi di un passaggio alla politica di qualche personaggio della cosiddetta società civile non è in alcun modo da escludere.

Né è purtroppo da escludere anche qualcosa che assomigli alla seconda conseguenza delle tragiche primarie del 1968. Contro una personalità così anomala, così fortemente inquietante agli occhi di molti, senza connessioni, anzi autonoma, indipendente, e fortemente antagonista rispetto alla classe politica come Donald Trump,  non è infatti da escludere che, in mezzo alla folla prudente, si levi anche una mano assassina.