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L’Albania al voto

Il 25 giugno si sono tenute le elezioni politiche in Albania. Sin dagli anni ‘90 due partiti monopolizzano il panorama politico nazionale, il Partito Democratico (PD di centro – destra) e il Partito Socialista (PS di centro – sinistra), alternandosi al governo ogni 4 o 8 anni.

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In base ai dati della Commissione Elettorale Centrale (CEC), l’affluenza al voto è stata inferiore a quella degli anni passati fermandosi al 46,7%, e registrando un calo di quasi 7 punti rispetto al 2013. Dei 3,4 milioni di aventi diritto, cifra che comunque va sfoltita del 30% a causa dei cittadini albanesi emigrati che non hanno diritto al voto all’estero, sono andati alle urne solo 1.57 milioni di cittadini. Si tratta di 160 mila voti in meno rispetto all’ultima tornata elettorale, benché gli aventi diritto quest’anno fossero stati aumentati di 180 mila unità.

Gli osservatori esterni non hanno riscontrato particolari irregolarità certificando la correttezza del voto.

Il PS del Primo Ministro Edi Rama ha conquistato il 48,3% dei voti mentre il PD guidato da Luzmin Basha si è fermato al 28,8%. Rispetto alle elezioni del 2009, dove i due partiti si assestavano ambedue attorno al 40%, il PS ha registrato una graduale crescita che gli ha permesso di aggiudicarsi, in questa tornata, una maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (74 su 140) mentre il PD ha subito un vero e proprio tracollo confermando la propria traiettoria discendente (43 deputati, sette in meno rispetto al precedente mandato).

Da febbraio a fine maggio Lulzim Basha aveva cercato di frenare l’emorragia di voti inscenando uno sciopero della fame e una protesta chiamata “çadra e lirisë”, tenda della libertà dal nome del tendone installato davanti alla Presidenza del Consiglio, ponendo delle condizioni al capo del PS Edi Rama che, qualora non fossero state accettate, avrebbero portato alla non partecipazione del PD alle elezioni del 25 giugno.

Missione riuscita, quantomeno nel breve termine, essendo riuscito Lulzim Basha a ottenere la formazione di un Governo tecnico con varie posizioni ministeriali fino alle elezioni appena celebrate.

Durante il periodo della “Tenda della Libertà” venne anche eletto Presidente della Repubblica albanese Ilir Meta, il capo del Movimento Socialista per l’Integrazione (LSI).

Terza forza politica del Paese l’LSI ha registrato un trend crescente alle ultime tre elezioni ottenendo in queste ultime il 14,4% dei consensi. Nato circa 13 anni fa, il LSI ha storicamente giocato il ruolo di ago della bilancia propendendo quasi sempre in direzione del PS.

Pur aumentando il numero dei seggi (19) e voti rispetto alle precedenti elezioni, LSI sarà ora in opposizione in quanto, per la prima volta dal 1992, un partito in Albania ha ottenuto la maggioranza per governare da sola.

La riconferma del PS è per un secondo mandato consecutivo è stata trainata da una giusta gestione dei fondamentali economici albanesi. Nel 2013 l’economia del Paese delle Aquile registrava una misera crescita del PIL del’1%, un debito pubblico in crescita, una disoccupazione al 17,9% e un sistema bancario in difficoltà.

A quattro anni di distanza, complice anche le riforme puntellate dal Fondo Monetario Internazionale l’economia cresce del 3,7% annuo (si prevede il 4,1% nel prossimo triennio), il bilancio pubblico è tornato in avanzo primario e la disoccupazione è scesa al 15,6%.

Al contempo, in campagna elettorale, Edi Rama aveva promesso un riordino della giustizia finalizzato a contrastare le piaghe albanesi della corruzione e della criminalità organizzata, e migliorare lo stato della fiducia del mondo produttivo e finanziario internazionale nei confronti del Paese.

Lo sviluppo ha inciso anche sulla mobilità con la creazione e l’ampliamento della rete viaria e infrastrutturale, permettendo maggiore facilità nel movimento delle merci e delle persone.

Anche il processo di adesione dell’Albania alla Unione Europea potrebbe dare ulteriore impulso all’economia, nel 2014 l’UE ha accettato la proposta di preadesione di Tirana e a novembre 2016 la Commissione Europea ha suggerito l’apertura dei negoziati di adesione entro l’anno.

In conclusione, dopo 27 anni di democrazia sulla carta, l’Albania ha mostrato di aver bisogno di cambiare veramente, di desiderare un futuro migliore per tutti gli albanesi, e, soprattutto di voler migliorare i propri parametri economici e sociali per poter entrare nella grande famiglia dell’Unione Europea, un passo importante per Tirana.

E’ verosimile che per cambiare una nazione come l’Albania, ogni governo necessiti di molto tempo a propria disposizione. Il 25 giugno gli albanesi hanno evitato di volteggiare un ulteriore “giro di valzer” preferendo dare fiducia al vecchio governo e permettendo a Edi Rama di guidare da solo il Paese delle Aquile.

 

Elezioni in Gran Bretagna: a bad bet, Mrs May.

Dalla maggioranza al governo di minoranza: non proprio quello che il primo ministro inglese, Theresa May, aveva in mente il 18 aprile scorso, mentre annunciava di voler riportare la Gran Bretagna al voto. Se, infatti, pochi mesi fa i media e commentatori inglesi avevano previsto una “landslide victory”, ossia una vittoria a mani basse, della May, nelle ultime settimane la distanza tra i due principali competitor (tories e labour) si è via via assottigliata, fino a far considerare sempre più probabile l’ipotesi di un “hung parliament”, ossia un parlamento senza una chiara maggioranza politica. E così è stato: nessun partito è riuscito a raggiungere la soglia dei 326 seggi, ossia la maggioranza parlamentare. E mentre il dibattito tra i conservatori si infiamma, mentre i laburisti esultano, mentre gli indipendentisti scozzesi si leccano le ferite, e i liberaldemocratici  e gli unionisti irlandesi si sfregano le mani, si moltiplicano gli interrogativi sulle implicazioni politiche di questo voto, soprattutto guardando alle difficili trattative con l’Unione Europea sulla Brexit.

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I NUMERI*
I conservative, con il 42,4% dei voti e 316 seggi, rimangono il primo partito inglese, ma non potranno formare un governo che dalle nostre parti chiameremmo “monocolore”. I tories, pur guadagnando il 5% dei voti rispetto alle precedenti elezioni, hanno perso 12 parlamentari e questo costringerà il partito conservatore a cercare degli alleati di governo. Al momento, gli alleati più probabili sembrano essere i liberaldemocratici (7.3% dei voti, 13 seggi) e gli unionisti nordirlandesi del DUP (0.9% dei voti, 10 seggi).

Dall’altro lato, il Labour guadagna terreno. Nonostante la scarsa fiducia nelle capacità del leader laburista, Jeremy Corbyn, e i persistenti malumori tra le correnti centriste e quelle di sinistra del partito, i laburisti sono riusciti ad aumentare i voti attestandosi sul 40,1% (ossia +9.5%) e, soprattutto, i seggi in parlamento ben più di quanto sondaggi e commentatori avevano previsto precedentemente. Corbyn infatti potrà contare su 261 parlamentari (ossia 31 parlamentari in più rispetto alle elezioni del 2015).

Tornando al panorama generale, le novità non si fermano qui. I liberaldemocratici, seppur perdendo qualche decimale nella conta dei voti (7.3% dei voti, ossia lo -0.5% in meno), guadagnano alcuni seggi rispetto al 2015 (da 8 a 12 parlamentari), raggiungendo, come precedentemente sottolineato, un numero di parlamentari utili per entrare nel prossimo probabile governo a guida conservatrice. Lo Scottish National Party, che nelle precedenti elezioni aveva vinto in quasi tutti i seggi scozzesi (56 su 59), conquista 35 seggi, perdendo 19 parlamentari e l’1,7% dei voti su base nazionale (dal 4.8% al 3,1% dei voti). Mentre, com’era prevedibile, scompare dalla scena parlamentare il partito indipendentista UKIP: essendosi realizzato il proprio obiettivo politico (ossia la Brexit), gli indipendentisti hanno perso, di conseguenza, più del 10% dei voti (dal 12,7% all’1,9%) e l’unico parlamentare della scorsa legislatura. A questi risultati, per ragioni di completezza, bisogna aggiungere: i 10 seggi (+2 rispetto al 2015) andati agli unionisti nordirlandesi del DUP; i 7 seggi (+3) andati ai repubblicani irlandesi dello Sinn Fein; i 4 seggi (+1) dei gallesi del Plaid Cymru; e l’unico seggio andato ai verdi.

 

CHI VINCE E CHI PERDE
Theresa May ha perso la scommessa, e con essa la maggioranza parlamentare conquistata dai conservatori nel 2015. La leader tory si è presentata alle urne chiedendo un mandato chiaro e nitido, soprattutto guardando alla difficile trattativa sulla Brexit. Gli elettori, a quanto pare, gliel’hanno negato. E questo ha aperto dalle prime ore del mattino un convulso dibattito all’interno del partito conservatore, sia sul prossimo governo che sul futuro della leadership di Theresa May: da una parte c’è chi sostiene che debba rimanere per mantenere un minimo di stabilità, dall’altra c’è chi sostiene che non potrà essere lei a guidare il nuovo governo.

Mentre la leader conservatrice traballa, c’è chi si rafforza, ossia Jeremy Corbyn. Come già sottolineato in precedenza, nessuno aveva previsto che il leader laburista potesse guadagnare terreno: troppo debole e troppo di sinistra. E invece Corbyn ce l’ha fatta. I laburisti, naturalmente, rimangono ancora all’opposizione, ma se l’obiettivo del Labour, pochi mesi fa era quello di rimanere a galla, oggi i laburisti possono guardare alle prossime elezioni con qualche speranza in più. C’è ancora molta strada da fare, soprattutto guardando agli equilibri interni al partito: le due ali del Labour, centrista e di sinistra, dovranno trovare un accordo per poter pensare di conquistare la maggioranza dell’elettorato britannico. Ma sicuramente la strada, dopo il voto di ieri, appare meno inclinata di quanto non fosse solamente due mesi fa. E le sorti politiche di Corbyn appaiono sicuramente più longeve di quanto era stato previsto.

 

LE PROSPETTIVE
Con il voto di ieri, quella che nelle previsioni doveva essere una pura formalità, ossia la formazione del governo, si è trasformata in una nuova grana politica per i conservatori e per Theresa May in testa. Oltre a dover affrontare delle trattative non previste, i tories saranno costretti a rivedere i propri piani su svariati fronti, a partire dal modo con cui affrontare le trattative per la Brexit. La May, che almeno per ora dovrebbe rimanere a capo del governo, non potrà contare su una solida maggioranza e, anzi, sarà probabilmente costretta a trovare un accordo con uno dei partiti più europeisti sulla piazza britannica, ossia i liberaldemocratici. Se poi l’alleanza di governo dovesse allargarsi anche agli unionisti nordirlandesi del DUP, la strada verso una “hard Brexit” potrebbe essere ulteriormente ammorbidita, essendo i nordirlandesi particolarmente sensibili alle sorti del confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica irlandese – che, dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, diventerà un confine tra l’Europa Unita e la Gran Bretagna.

Oltre alla questione Brexit, le incertezze sulle prossime mosse del governo britannico investiranno anche altri fronti, come quelli dell’immigrazione e della sicurezza. Theresa May durante la campagna elettorale aveva annunciato di voler diminuire drasticamente (decine di migliaia di ingressi in meno) l’immigrazione sul suolo britannico e pochi giorni fa, a seguito degli attentati di Londra e Manchester, aveva dichiarto di voler rendere più stringenti le azioni contro l’estremismo islamico (ad esempio facilitando le espulsioni di integralisti ed estremisti islamici), anche a costo di rivedere le norme sui diritti umani. È lecito quindi prevedere che anche queste proposte dovranno essere ammorbidite per trovare il consenso dei probabili alleati del prossimo governo conservatore.

Tuttavia c’è un fronte sul quale la May e i tories potranno tirare un sospiro di sollievo: il paventato secondo referendum sull’indipendenza della Scozia. Lo Scottish National Party, pur rimanendo il partito scozzese con più seggi e più voti, ha perso ben 21 seggi, di cui 13 nei confronti dei conservatori, 7 nei confronti dei laburisti e 3 nei confronti dei libdem. E questi risultati potrebbero aver messo una pietra tombale sulle prospettive di un nuovo referendum scozzese.

*647 seggi su 650

Macron all’Eliseo, in cerca di un nuovo miracolo elettorale

Ieri, a Parigi, si è insediato il nuovo presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron. Dopo un primo turno giocato sul filo del rasoio, Macron è riuscito ad accedere al ballottaggio con quasi un quarto dei voti dei francesi e a battere agilmente, nel secondo turno, la leader nazionalista Marine Le Pen, chiudendo così la delicata fase politica delle elezioni presidenziali francesi. Si tratta del più giovane leader francese dai tempi di Napoleone, il più giovane capo di Stato, il primo ad essere nato dopo la fondazione della Quinta Repubblica. Leader di una forza politica creata un anno fa, eletto alla sua prima competizione elettorale, Macron è riuscito a infrangere molti primati ancor prima di iniziare la propria attività di governo. Ma saranno ancora molti i primati e, più in generale, le sfide che Macron dovrà affrontare per guidare il Paese verso il nuovo “Rinascimento” a cui ha accennato in questi mesi e che ha ribadito, ieri, nel suo discorso di insediamento.

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La Francia è un paese politicamente frantumato, corroso da una crisi occupazionale grave e da problemi economici decennali (deficit pubblico cronico, tassazione elevata e bassa crescita economica), colpito e minacciato costantemente dal terrorismo internazionale. Macron è riuscito a spuntarla nel primo turno e a imporsi sulla sua rivale al ballottaggio offrendo ai francesi un programma fatto di liberalizzazioni, europeismo e una certa dose di nuovismo. Tuttavia, è difficile dire quale sia stato il reale impatto di queste proposte sulle decisioni di voto dei francesi al secondo turno. È lecito supporre che molti dei voti ricevuti da Macron siano stati il frutto di una semplice scelta strategica, ossia evitare che fosse eletta presidente Marine Le Pen, piuttosto che un endorsement alle proposte del nuovo inquilino dell’Eliseo. Un’analisi che unita allo scenario delle prossime elezioni legislative pone più di qualche incognita sul già di per sé difficile cammino di Macron.

Fra poco meno di un mese, infatti, i francesi saranno nuovamente chiamati alle urne per eleggere, stavolta, i membri dell’Assemblea Nazionale. Tuttavia, le possibilità che il movimento politico di Macron, La République En Marche, possa ottenere la maggioranza parlamentare sono scarse. Il partito del Presidente, in questo caso, sarebbe obbligato a cercare un accordo con un’altra forza politica, se non più d’una. E nel caso peggiore, non così irrealistico, potrebbe essere costretto a inseguire un accordo tra diverse forze politiche, una sorta di Große Koalition in salsa francese. E questo sarebbe un primato nella storia della Quinta Repubblica francese, stavolta non particolarmente favorevole per Macron.

Il nuovo presidente francese avrà bisogno di un altro miracolo elettorale, a breve. Per questo motivo gli occhi della politica e dei commentatori, francesi e internazionali, sono già puntati verso l’11 giugno. Solo a partire da quella data sapremo dire qualcosa di più solido sulle possibili prospettive politiche del giovane rampante della politica francese.

Le elezioni in Iran: 6 candidati e un grande assente

Il 19 maggio l’Iran andrà al voto per eleggere il Presidente della Repubblica. 6 i candidati, compreso l’attuale Presidente Rouhani, e un grande assente: Ahmadinejad, escluso dal Consiglio dei Guardiani.

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Sono sei i candidati selezionati dal Consiglio dei Guardiani, composto per metà da teologi e per metà da giuristi nominati dal parlamento, che si sfideranno nelle elezioni presidenziali del 19 maggio.
Sei candidati scelti tra i 1600 iscritti che dall’11 al 15 aprile si sono registrati per concorrere alla presidenza del paese.  Nei 5 giorni successivi, dal 16 al 20 aprile, il Consiglio ha esaminato le diverse candidature, valutando e selezionando quelle ritenute “congrue” a guidare la Repubblica Islamica.
La lista dei candidati è stata diramata dal Ministero dell’interno il 20 aprile, ed è così composta:

  • Hassan Rouhani: attuale presidente iraniano, ha stravinto le elezioni del 2013, dove ha conquistato 18 milioni di voti al primo turno, tre volte i voti presi da Mohammad Bagher Ghalibat, arrivato secondo. La grande base elettorale da cui Rouhani prese la maggior parte dei voti era rappresentata dai giovani, dagli universitari e dalla classe media delle grandi città, ma raggiunse ottimi risultati anche nei centri religiosi più conservativi;
  • Mohammad Bagher Ghalibat: sindaco di Tehran al secondo mandato, si presenta per la terza volta alle elezioni presidenziali. Nel 2005 arrivò quarto, conquistando il 13% dei voti, nel 2013 migliorò la performance, arrivando secondo totalizzando un 16%, che non servì ad arginare l’exploit di Rouhani. Dal 1981 al 2005 ha servito nelle Forze Armate, prendendo parte al conflitto con l’Iraq e ricoprendo importanti ruoli nell’esercito;
  • Mostafa Mir-Salim: 69 anni, ex Ministro della Cultura sotto la presidenza Rafsanjani, si è distinto durante il mandato per un approccio conservatore. Da sempre critico verso la “cultura occidentale”, grande male che può minare le basi del futuro iraniano, è uno dei candidati maggiormente conservatori;
  • Mostafa Hashemitaba: 70 anni, ex vice presidente dell’Iran dal 1994 al 2001, durante le presidenze Rafsanjani e Khatami. Membro di Kargozaran, partito riformista, si è già presentato nel 2001 alle elezioni presidenziali, prendendo solamente 28 mila voti e posizionandosi al decimo posto;
  • Eshaq Jahangiri: attuale vice presidente dell’Iran, 59 anni, una laurea in fisica e un dottorato in ingegneria industriale. Anche lui membro di Kargozaran, ha alle spalle una lunga carriera politica, iniziata tra le fila dei collettivi rivoluzionari, e proseguita in parlamento, tra il governorato di Isfahan, due ministeri durante la presidenza Khatami e la vice presidenza con Rouhani.
  • Seyyed Ebrahim Raisi: 59 anni, custode del Santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è una delle candidature da tenere maggiormente sotto controllo. Uomo vicino all’ayatollah Khamenei, tanto che era ritenuto il suo futuro successore, è il candidato di punta del mondo religioso iraniano. Ha avuto una carriera giudiziaria importante, contornata però da molte ombre. E’ stato infatti accusato di essere uno dei 4 giudici che hanno comandato le esecuzioni di massa contro i dissidenti e militanti di sinistra nel 1988. E’ il candidato che maggiormente può infastidire la rielezione di Rouhani, ancora considerato il favorito nella rielezione.

Il grande assente delle elezioni è Ahmadinejad, ex presidente iraniano, che aveva annunciato la sua candidatura. Un annuncio che aveva scosso il mondo politico in Iran, perchè in completa antitesi con le raccomandazioni di Khamenei, fortemente contrario alla sua candidatura.
Nonostante ciò, l’ex presidente si è registrato come potenziale candidato, e insieme a lui anche Hamid Baghaei, suo vice storico. Il Consiglio, però, ha preferito rispettare le volontà di Khamenei, invalidando le due candidature.
L’ayatollah infatti ha dichiarato che la figura di Ahmadinejad avrebbe rischiato di polarizzare lo scontro politico nel paese, spaccando l’elettorato. L’Iran, negli ultimi anni, sta sviluppando una dialettica politica che si plasma sulla dicotomia moderati – conservatori. L’estremismo di Ahmadinejad avrebbe rischiato di deviare questa traiettoria politica interna, o quantomeno questo è il timore che ha convinto il Consiglio ad annullare la sua candidatura. La grande frizione con il mondo occidentale dell’ex presidente, dovute alla volontà di perseguire lo sviluppo del nucleare in maniera autonoma e senza contrattazioni con gli Stati Uniti, unite alle dichiarazioni forti su Israele, ha contribuito fortemente all’isolamento che l’Iran ha subito durante la sua presidenza.
Il bacino elettorale di Ahmadinejad si ritrova nelle zone rurali e conservatrici del paese, mentre tra gli universitari e nelle grandi città incontra diffidenze e paure, che nel 2009 si sono tradotte nelle manifestazioni anti-governative. In un paese che conta milioni di studenti universitari e con la maggioranza della popolazione formata da under 35, una nuova elezione di Ahmadinejad avrebbe comportato il rischio di disordini interni, secondo le valutazioni di Khamenei.
Un nuovo fronte interno ingestibile per un paese intenzionato a dialogare con l’Occidente, che deve raccogliere la sfida dell’amministrazione Trump intenzionata a rivedere l’accordo sul nucleare, e che è impegnato da più di 5 anni nella guerra in Siria a fianco di Assad, tassello fondamentale per il progetto egemonico iraniano sul mondo sciita.

Cronologia del processo elettorale iraniano

Il terremoto francese: Macron e Le Pen accedono al secondo turno.

La Francia ha deciso: Emmanuel Macron e Marine Le Pen si sfideranno al secondo turno delle elezioni presidenziali, il 7 maggio. Macron e Le Pen accedono infatti al secondo turno con, il 23,75% (8 433 364 voti) e il 21,53% (7 643 276 voti) dei consensi. Gli altri principali competitor, ossia François Fillon (il candidato dei repubblicani, di centro-destra) e Jean-Luc Mélenchon (di estrema sinistra) hanno ottenuto rispettivamente il 19,91% (7 067 529 voti) e il 19,64% (6 972 531 voti). Fuori dalla partita, come previsto, il candidato socialista Benoit Hamon, che ha ottenuto il 6,35% (2 253 454 voti in termini assoluti).

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Per la prima volta, i francesi eleggeranno il prossimo presidente della repubblica scegliendo tra due opzioni estranee ai partiti che per decenni hanno dominato lo spazio politico francese. Ma le novità non si fermano qui: per la prima volta, infatti, un candidato del Front National è riuscito a superare il 20% dei consensi. Per la prima volta un candidato della sinistra massimalista ha sfiorato di pochi decimi di percentuale la stessa soglia. E sempre per la prima volta il candidato del partito socialista è crollato sotto il 10% dei voti. In altri termini: questo primo turno è stato un terremoto elettorale. Un terremoto previsto dai sondaggi pubblicati prima delle elezioni, ma estremamente difficile da prevedere, visti gli scarti dei voti tra i primi quattro candidati, che sia nei sondaggi che nei risultati hanno ottenuto cifre racchiuse in quattro punti percentuali.

L’astensione non ha subito il crollo che alcuni sospettavano. Infatti, prendendo in considerazioni di tutte le elezioni presidenziali del terzo millennio, i votanti al primo turno sono stati il 78,69% degli aventi diritto, in calo rispetto al 2012, ma con una differenza di meno di un punto percentuale rispetto alle elezioni del 2012 (79,48%). Prendendo in considerazione, tuttavia, le elezioni del 2007, il calo è stato molto significativo, con uno scarto tra le elezioni del 2007 e quelle del 2017 di poco inferiore ai cinque punti percentuali (nel 2007 votò lo 83,77% degli aventi diritto).

La partita si decisiva si giocherà quindi fra due settimane, quando il popolo francese deciderà chi tra i due contendenti sarà il prossimo inquilino dell’Eliseo. Il candidato centrista (o di centro-sinistra), Macron, è dato per vincente, dopo aver incassato, tra l’altro, l’appoggio sia di Fillon che di Hamon. Mélenchon, al contrario, non ha dato il proprio endorsement a nessuno dei due candidati del secondo turno.

Ma la partita politica francese non finirà domenica prossima. Infatti, ad essere altrettanto decisive per lo scenario politico d’oltralpe, saranno le elezioni legislative dell’11 e del 18 giugno. Molti commentatori hanno sottolineato come sarà molto difficile che il candidato vincente possa ottenere una maggioranza parlamentare autonoma: che vinca il favorito Macron o, a maggior ragione, la Le Pen, entrambi dovranno far affidamento ad una maggioranza parlamentare non allineata e, quindi, confrontarsi con un primo ministro espressione di partiti, o alleanze tra partiti, in larga parte diversi dalle formazioni che hanno sostenuto le loro candidature.

Sempre che il terremoto politico francese non prosegua, creando fratture politiche del tutto inaspettate.

Scenari italiani: elezioni anticipate e legge elettorale

Tiene banco, tra l’opinione pubblica, lo scenario che vedrebbe l’Italia andare ad elezioni nel prossimo giugno. Ipotesi più che realizzabile, data l’alleanza d’intenti trasversale di forze diverse all’interno del parlamento italiano. Roberto De Rosa, docente di Scienza Politica presso l’Università della Tuscia, commenta questo scenario, tenendo in considerazione l’attuale legge elettorale.

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Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti

Donald Trump sarà il Presidente degli Stati Uniti d’America. Al contrario di quanto previsto da tutti i media, la Clinton è stata sconfitta con un distacco nettissimo. Ed è chiara una cosa: bisogna ripensare ogni categoria politica con la quale siamo stati accompagnati negli ultimi mesi e anni. La Brexit ci ha già insegnato che le nubi nere prefigurate dallo scenario di uscita della Gran Bretagna dall’euro non sono poi così nere. E forse – e in questo andiamo volutamente controcorrente – il diavolo Trump non sarà così nefasto per gli Stati Uniti.

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Nella scelta democratica dell’elettorato, che ormai non più essere incanalata con fare sprezzante nell’ottica della becera pancia, o almeno non possiamo più limitarci a questa, gli elementi a favore del vincitore e a sfavore della sconfitta sono stati moltissimi, a partire dall’attenzione del primo alle tematiche sulla gestione interna del Paese secondo il motto America First, per finire con gli argomenti di politica estera. In quest’ultimo aspetto, non può non aver inficiato negli scarsi risultati della Clinton il suo passato come Segretario di Stato, i disastri in Libia e in Medio Oriente causati dalla sua gestione, i suoi legami coi poteri forti dell’establishment del Presidente uscente, i chiaroscuri del mailgate, sotterrato negli ultimi giorni di campagna elettorale.

Gli americani hanno preferito eleggere un Presidente che ci è stato dipinto come impresentabile – e per molti versi certamente lo è – ma che adotterà paradossalmente una politica estera probabilmente più cauta della Clinton. Trump forse erigerà il muro anti immigrazione al confine col Messico, e questo è stato un argomento che lo ha favorito enormemente negli Stati coinvolti, ma eviterà i risultati nefasti che ha prodotto la Clinton in termini di Primavera Araba, di caos libico, di espansione del Califfato e di generale incertezza internazionale, come è stato per gli ultimi otto anni con Obama. Trump, invece, oltre ad aver concentrato le sue energie propagandistiche sulle questioni domestica, offrendo la prospettiva di un’America che tornerà a essere grande, ha fornito un diverso sguardo sui rapporti con la Russia di Putin, il quale in Medio Oriente sta svolgendo il ruolo da protagonista.

In questo i media internazionali, che tanto hanno vituperato il prossimo presidente USA, hanno toppato nuovamente, screditando Trump con un argomento presentato in modo infantile: mostrarlo come il burattino di Putin, la pedina in mano al presidente russo è stato un errore doppio. Primo perché si tratta di una visione distorta, che l’elettorato ha evidentemente percepito come tale, falsificata. Secondo perché l’ammirazione di Trump verso Putin non ha fatto che rafforzare la posizione del candidato repubblicano. Gli americani hanno evidentemente preferito la garanzia di rapporti fluidi con una controparte come quella russa, nell’attuale scenario internazionale, piuttosto che frizioni ulteriori, foriere di instabilità politica internazionale dall’eventuale elezione della Clinton. Che in questo è stata già testata.

E ancora una volta i sondaggi hanno mostrato le falle sistemiche che derivano anche da un teatro mediatico impallato e incapace di leggere i fenomeni politici esistenti e in divenire.