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Le elezioni in Russia: i risultati

Ieri si sono svolte le elezioni in Russia e, come avevamo già anticipato nella nostra analisi, che potete trovare qui, Vladimir Putin si è riconfermato Presidente, per il suo quarto e, probabilmente, ultimo mandato, con il 76.65% dei voti.

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Lo segue, a grande distanza Pavel Grudinin, con l’11.86%, dato più basso mai registrato dal Partito Comunista dal 2000 ad oggi. Gli altri candidati non sono, invece, riusciti a superare il 10%, assestandosi sul 5.68% per Vladimir Zhirinovsky, 1.66% per Ksenia Sobchak e 1.04% per Grigory Yavlinsky.
Il dato, però, fondamentale e su cui avevamo concentrato la nostra attenzione, è quello dell’affluenza. Nonostante la grande percentuale di voto grazie a cui Putin è stato rieletto, infatti, il Cremlino non ha raggiunto quello che era il suo obiettivo (70% affluenza, 70% pro-Putin). L’affluenza registrata ieri nella Federazione si è fermata, infatti, al 67.5%, evidenziando un calo rispetto alle scorse elezioni del 2012.

 

La Russia alla vigilia delle elezioni

Il 18 marzo 2018 il popolo russo è chiamato a eleggere, dopo 6 anni, quello che sarà il suo “nuovo” Presidente e, anche se il risultato è totalmente prevedibile, ci sono numerosi aspetti collegati a queste elezioni che meritano di essere analizzati.

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Il terzo mandato di Putin sta volgendo al termine e nessuno nutre dubbi su quello che sarà l’esito delle votazioni del 18 marzo. Essendo ormai più che un semplice Presidente, una figura storica e simbolica, sarà senza alcun dubbio rieletto e inizierà quello che, nel rispetto della Costituzione, dovrebbe essere il suo ultimo mandato. In questo caso il condizionale è d’obbligo in quanto rimane sempre aperta la possibilità di una modifica costituzionale che potrebbe permettergli di correre nuovamente per la carica.

Essendo l’outcome delle votazioni alquanto scontato, la preoccupazione da parte del Cremlino, alla vigilia delle elezioni, cresce sempre di più in relazione a un altro dato, ossia l’affluenza. Le ultime elezioni che si sono tenute in Russia, nel 2016, hanno infatti mostrato un dato preoccupante: l’affluenza generale si è assestata al di sotto del 50% e, nella capitale, ha votato solo il 28% della popolazione. L’obiettivo che ci si è posti per queste presidenziali sarebbe rappresentato dalla formula 70/70, ossia il 70% di affluenza e il 70% a favore di Putin e, ad oggi, secondo le ultime statistiche, si raggiungerebbe un 65%.


La preoccupazione sul tasso di affluenza fa emergere quello che è un problema fondamentale per il Paese, ossia quello della “Managed Democracy”, per cui, nonostante le elezioni siano formalmente libere, si tengano con regolarità, ci siano diversi partiti in competizione e uno scontro su idee e programmi, esse non sono realmente democratiche. Il sistema partitico russo è privo dell’elemento competitivo, in quanto è assente una opposizione politica organizzata e istituzionalizzata, che rende impossibile l’alternanza del voto. A ciò si aggiunge il fatto che il processo politico è interamente controllato da un sistema forte, autoritario e centralizzato, in cui la necessità di stabilità e ordine è stata raggiunta a spese della competizione politica, al punto che si è arrivati a parlare di “autoritarismo elettorale”. In questo contesto di democrazia non matura, la figura chiave che ormai tutti conoscono è rappresentata dall’attuale Presidente, il quale viene preferito in modo passivo dalla maggioranza dei russi a una situazione incerta che si verrebbe a creare senza di lui.


Il problema attuale è però costituito dal fatto che, come già sottolineato, Putin è ormai sempre più una figura storica, che tende a portare avanti il Paese mantenendo lo status quo e non apportando cambiamenti significativi, in particolare nella sfera domestica, in cui ormai dal 2014, si assiste a un vacuum di potere, in quanto l’attenzione si rivolge unicamente alla politica estera e di sicurezza, tralasciando completamente le tematiche domestiche. A ciò si accompagna il fatto che il regime sta cominciando a modificarsi, al fine di sopravvivere una volta che il Presidente non potrà più ricandidarsi, cercando di rafforzare le proprie istituzioni e rendendo la sua figura sempre meno incisiva. Questo processo ha avuto inizio nel 2014, quando il potere reale ha iniziato a uscire dalle istituzioni formali di governo, concentrandosi nelle mani di figure esterne, tecniche e che agiscono “nell’ombra”. Questo processo ha raggiunto il suo apice dal 2016, quando è avvenuto il più grande cambio di personale politico dei tre mandati di Putin, con l’instaurazione di una nuova classe politica, interamente composta da tecnocrati, giovani e controllabili. Attraverso questa azione Putin ha reso manifesta la volontà di preferire una classe efficiente e facilmente gestibile, che potesse risollevare la Russia a seguito della crisi geopolitica e di governo del 2014, sostituendo molti membri dell’establishment che erano contrari all’incremento della competizione con l’Occidente. Da allora, il regime ha iniziato ad adeguarsi a quella che sarà, o che dovrebbe essere, l’era post-Putin, e, oggi, il presidente inizia a perdere il proprio potere a favore di questa nuova classe emergente che, nel corso degli anni, è divenuta sempre più indipendente ed emancipata.

Segno chiave della de-politicizzazione del sistema e dell’avviamento verso un grado sempre maggiore di tecnicità è, per alcuni, la scelta di Putin di candidarsi come indipendente. Dopo aver dipinto brevemente il quadro in cui si svolgono le elezioni, bisogna andare, però, ad analizzare quale sia, concretamente, lo scenario politico-partitico che si è venuto costruendo negli ultimi mesi, introducendo quello che è uno dei grandi problemi della Russia, cheè già stato accennato, ossia quello della mancanza di una vera, concreta e istituzionalizzata opposizione.

Nel Paese è, infatti, presente quella che viene definita come “Opposizione sistemica”, ossia un’opposizione che è tale solo di facciata ma che, in verità, accetta in modo passivo le politiche del regime senza opporglisi realmente. Fanno parte di questo primo tipo di opposizione tutti quelli che sono considerati, o sono stati considerati, negli ultimi anni, i partiti maggiori a fianco di Russia Unita. Ossia il CPRF (Partito comunista), ispirato dal nazionalismo sovietico unito al patriottismo russo, che negli anni di potere di Putin si è opposto al governo ma senza mai scagliarsi realmente contro la figura del Presidente e, soprattutto, appoggiando gran parte delle leggi proposte dalla maggioranza, e il LDPR, ossia il partito liberale, nazionalista e a tratti populista, che ha sempre votato in linea con il regime. Per il partito comunista appare interessante la figura del candidato Pavel Grudinin, self made-man e proprietario di un’azienda collettiva altamente produttiva e in cui vengono garantiti diritti e alti salari ai lavoratori, che rappresenta una novità in quello che era un partito ormai invecchiato e poco attrattivo. Figura carismatica e famosa su internet, Grudinin, sarà molto utile per aumentare l’affluenza, grazie anche al fatto che viene presentato come l’unico in grado di riportare nel Paese il socialismo, in chiave moderna. Per il secondo partito il candidato alla presidenza è Vladimir Zhirinovsky, candidato nelle presidenziali dal 1991, quando coniò il motto “Vodka gratis per tutti”, figura ultra-nazionalista a favore di un regime di sicurezza militare e di una dura lotta contro la corruzione. A questi due si affianca SR (Russia Giusta), ossia il partito socialdemocratico, che ha provato a stabilizzarsi come rappresentanza del centro sinistra, senza realmente riuscirci, e che candiderà l’ex membro dell’armata rossa Sergey Mironov.  Sempre parte dell’opposizione sistemica, anche se ha più volte smentito le accuse che la vorrebbero come mezzo per attrarre voti, è la candidata più famosa di queste elezioni, Ksenia Sobchak, presentatrice tv e candidata con Iniziativa Civica, partito liberale. Si parla, a tal riguardo, di figura chiave perché, oltre a essere una delle due donne nella storia russa ad essere candidata alle elezioni, è anche uno dei volti più conosciuti in Russia. Figlia dell’ex sindaco di San Pietroburgo, Anatoly Sobchak, mentore politico di Putin, viene accusata da molti di essere parte della strategia del Cremlino per attirare più voti, e di essere, al tempo stesso, un ottimo canale di distrazione per l’elettorato urbano liberale e progressista, nonostante lei continui ad affermare di essere “contro tutti”.

All’opposizione sistemica, si affianca, o perlomeno si dovrebbe affiancare, quella anti-sistemica, ossia quella reale, che però è attualmente caotica e disorganizzata, non essendo riuscita, durante le proteste del 2011 sui presunti brogli per l’elezione della Duma, a darsi un programma comune e, quindi, a istituzionalizzarsi. L’unica vera opposizione rimanente sarebbe, dunque, rappresentata da quello a detta di molti è l’unico politico indipendente esistente in Russia, ossia Navalny, che però, ad oggi, è riuscito a ottenere un seguito rilevante solamente nelle grandi città e non ha ancora sviluppato un programma coerente e realizzabile. E’ stato, inoltre, dichiarato non eleggibile il 17 ottobre 2017, a causa di alcune condanne pendenti, nonostante sia la CEDU nel 2013, sia la Commissione Europea pochi mesi fa, abbiano più volte sottolineato come si tratti di condanne e processi non equi e, probabilmente, politicamente motivati. La strategia del regime nei suoi confronti è stata, infatti, quella di evitare di presentarlo come una vittima del sistema, evitando di perseguitarlo in modo aperto, attraverso un ostruzionismo permanente e ignorandolo pubblicamente. Nonostante ciò, comunque, la sua popolarità in questi mesi è cresciuta, è nata attorno alla sua figura una fitta rete regionale composta da migliaia di volontari e si prepara, a tutti gli effetti, ad essere una figura chiave nei prossimi anni, soprattutto per le elezioni del 2024.

Ora, quindi, non rimane che aspettare i dati che verranno registrati il 18 marzo e vedere, sin dal giorno successivo, quale sarà la direzione che prenderà il regime per prepararsi all’ultimo mandato del grande Leader.

Elezioni italiane: un altro colpo mortale ai vecchi partiti politici

Quella appena conclusa in Italia è stata un’elezione per certi versi atipica. Tutti i partiti avvertivano la sensazione di trovarsi alla vigilia di un altro 1994, all’azzeramento delle categorie tipiche della Seconda Repubblica, prefigurando l’assenza iniziale di un equilibrio stabile.

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tuttavia, intende giustamente affidare un incarico a chiunque sia in grado di avere una maggioranza chiara. Le uniche certezze nel giorno dopo il voto italiano sono, al momento, quelle poche fondate sui numeri nudi e crudi: un italiano su due ha votato per partiti o movimenti di protesta (M5S, Lega, Fratelli d’Italia), assestando un colpo definitivo ai partiti tradizionali.

Il dato cruciale è che nessuna forza politica da sola ha ottenuto la maggioranza assoluta alla Camera o al Senato, le due assemblee parlamentari. Non c’è riuscito il centrodestra, che emerge più forte di cinque anni fa eppure impantanato a una sessantina di seggi dal traguardo, né ce l’hanno fatta i grillini che, nonostante l’impetuosa e storica avanzata, sono ancora più distanti.  Chi vuole governare dovrà presentarsi al capo dello Stato forte di una maggioranza chiara, limpida, precostituita alla luce del sole.

Un ipotetico governo di larghe intese PD-Forza Italia, in stile Gro-Ko tedesco, sarebbe privo dei voti necessari per la fiducia. La chiave per dare un governo al Paese non passa più da loro: così hanno deciso gli elettori. E se il PD è destinato a una resa dei conti interna, avendo ricevuto meno del 20% delle preferenze, nel centrodestra cambiano le gerarchie. Il sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia proietta grandi interrogativi sul futuro: i due partiti resteranno comunque alleati? È altrettato evidente che prescindere dai grillini d’ora in avanti sarà impossibile: se un terzo dell’Italia li ha votati, il capo dello Stato non può che prenderne rispettosamente atto.

Sono stati proprio loro a dominare la campagna elettorale: con loro o contro di loro, ma alla fine sono tutti follower dei grillini, movimento dichiaratamente anti-establishment che ha conquistato un dominio schiacciante soprattutto nel Mezzogiorno, la Rust Belt italiana. È facile sparare sull’ambulanza del Movimento 5Stelle, ma è ben più difficile ammettere che si è rotto l’ingranaggio della globalizzazione, che qualcosa è andato storto e andare avanti in questa direzione produce scenari da anni Trenta. Dal clintonismo a oggi la globalizzazione aveva marciato sorretta dall’idea che nessuno sarebbe rimasto indietro. Trent’anni dopo, ci sono legioni di uomini e donne che sono rimasti indietro.

Il vero nocciolo della questione è proprio nelle conseguenze politiche delle difficoltà economiche che caratterizzano la situazione attuale, nella caduta del reddito. Bisogna sempre ricordare che il Movimento 5Stelle ha preceduto un’ondata che sta cambiando lo scenario della politica occidentale: la Brexit del “riprendersi il controllo”, l’isola d’Inghilterra che si “stacca” dal continente europeo; il senza partito Emmanuel Macron che distrugge i socialisti francesi; il lattaio del Wisconsin e l’operaio del Michigan che votano Donald Trump e svelano la fragilità di otto anni di retorica obamiana finita in una crisi d’isteria permanente dei Democratici; l’emersione della destra in Germania, il fatto nuovo in Europa dal dopoguerra a oggi; il crollo generalizzato e inesorabile dei partiti socialdemocratici in Europa; l’emersione di leadership non democratiche ma considerate dal cittadino “efficaci” e dunque oggetto di uno scambio tra libertà ceduta e governo a risposta rapida. E sempre in questo solco si può senz’altro inserire la Lista di Marjan Sarec, che al momento guida i sondaggi per le elezioni parlamentari del giugno prossimo.

 Articolo originariamente apparso su https://www.portalplus.si/2617/italijanske-volitve/

 

 

 

 

Elezioni 4 marzo 2018: i risultati.

Due terzi dei seggi tra Camera e Senato saranno assegnati con metodo maggioritario in collegi uninominali per cui sarà eletto chi prenderà anche solo una preferenza più degli avversari. Il resto dei seggi sarà assegnato con il metodo proporzionale in collegi plurinominali. A questi seggi si aggiungeranno quelli assegnati dalla circoscrizione estero.

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Per entrare in Parlamento i partiti dovranno ottenere almeno il 3 per cento dei voti su base nazionale. Se i partiti si presentano alleati in una coalizione, quest’ultima dovrà raggiungere almeno il 10% dei voti su base nazionale.

  • Camera : 232 seggi assegnati dai collegi uninominali con il maggioritario, 386 dai collegi plurinominali con il proporzionale e 12 dalla circoscrizione estero.
  • Senato:116 seggi assegnati con il maggioritario, 194 con il proporzionale, e 6 dalla circoscrizione estero.

I risultati finora:

CAMERA

        LISTE                                      VOTI                            %                        SEGGI
CENTRO DESTRA                    12.147.611                      37.0%                      260
LEGA                                           5.691.921                      17.37%
FORZA ITALIA                             4.590.774                      14.01%
FRATELLI D’ITALIA                     1.426.564                       4.35%
CON GIORGIA MELONI
NOI CON L’ITALIA – UDC             428.298                        1.3%


MOVIMENTO 5 STELLE            10.727.567                  32.68%                        221


CENTRO SINISTRA                     7.502.056                   22.85%                        112

PARTITO DEMOCRATICO           6.134.727                   18.72%
+EUROPA                                     836.837                       2.55%
ITALIA EUROPA INSIEME           196.766                       0.6%
CIVICA POPOLARE LORENZIN  177.825                       0.54%
SVP – PATT                                  134.651                       0.41%


LIBERI E UGUALI                      1.113.969                   3.39%                           14


SENATO

       LISTE                                      VOTI                            %                        SEGGI
CENTRO DESTRA                    11.324.375                   37.49%                        135
LEGA                                           5.317.803                   17.62%
FORZA ITALIA                             4.353.100                   14.42%
FRATELLI D’ITALIA                     1.286.705                    4.26%
CON GIORGIA MELONI
NOI CON L’ITALIA –UDC               361.805                    1.19%


MOVIMENTO 5 STELLE            9.730.670                      32.22%                        112


CENTRO SINISTRA                  6.944.359                       22.99%                         57
Partito Democratico                   5.769.955                       19.12%                         43
+EUROPA                                  713.195                           2.36%
ITALIA EUROPA INSIEME        163.075                           0.54%
CIVICA POPOLARE                  157.230                           0.52%
LORENZIN
SVP – PATT                               128.282                           0.42%                           1


LIBERI E UGUALI                     990.627                           3.28%                           4


Aggiornato 06/03/2018  7:00

Il Messico verso le elezioni: MORENA e i rischi di un nuovo modello economico

L’ondata populista di MORENA propone un nuovo modello economico che sembra andare in direzione opposta alla politica economica messicana degli ultimi decenni.

Il Messico verso le elezioni: MORENA e i rischi di un nuovo modello economico - Geopolitica.info

Le elezioni presidenziali messicane del 1 luglio rappresentano un crocevia di fondamentale importanza sia per il paese che per l’intero emisfero americano. Il Messico, infatti, svolge un ruolo di prim’ordine nella regione, membro del G20 e dell’OCSE, e si è attestato ormai da tempo come la seconda economia dell’America Latina, la cui stabilità ha favorito ingenti flussi di investimenti provenienti dai paesi più industrializzati.

Il favorito secondo i sondaggi risulta essere Andrés Manuel López Obrador, detto AMLO, ex esponente del PRD (partito socialdemocratico messicano) il quale dopo le sconfitte elettorali conseguite nel 2006 e 2012, ha fondato un partito proprio, Movimento Regeneración Nacional (MORENA), insieme ad una corrente di fuoriusciti del PRD. Tema centrale della campagna elettorale è stata la lotta alla corruzione, tuttavia fin dall’assemblea costitutiva, MORENA ha assunto i caratteri tipici dei movimenti populisti e sovranisti che in America Latina hanno regolarmente preso il potere fin dalla metà dello scorso secolo ma che in Messico non avevano mai attecchito.

Questa tendenza si riscontra soprattutto nelle proposte in materia economica che il partito promuove. Nel settimo punto del suo programma, ALMO sottolinea il fallimento dell’economia neoliberale in Messico, caduta sotto le imposizioni degli organismi finanziari internazionali, e propone la creazione di un nuovo modello economico al fine di recuperare la sovranità perduta del paese. Questo netto contrasto con la politica aperta e multilaterale che aveva caratterizzato il paese negli ultimi decenni pone grandi interrogativi sul futuro e sul ruolo che il paese assumerà nel continente.

Il Messico ha attualmente in vigore oltre 40 trattati di libero scambio, i più rilevanti dei quali con gli stati del continente. In particolare il paese ha beneficiato del NAFTA, che ha reso il Canada e gli Stati Uniti i suoi principali partner commerciali: le esportazioni messicane verso il Paese confinante sono cresciute a tal punto da superare un valore complessivo di 300 miliardi di dollari l’anno nel 2016. Il conseguente afflusso di capitale consente al Messico di riequilibrare la propria bilancia commerciale. Il presidente americano, Donald Trump, il quale aveva, a sua volta, avversato il trattato durante la campagna elettorale, adesso attende i risultati di questa elezione per rinegoziare i termini dell’accordo e senza dubbio provare a trarne i maggiori benefici per il suo paese.

Il nuovo modello economico rappresenterebbe una minaccia anche per i paesi latinoamericani che nel 2012 avevano dato vita, insieme al Messico, alla “Alianza del Pacífico”. L’organizzazione ha avuto il merito di creare la più grande area di libero scambio dell’America Latina ed i risultati non si sono fatti attendere. I quattro paesi (Cile, Colombia, Messico e Perù) sono cresciuti a ritmi superiori rispetto ai loro vicini nella regione. Una partnership fondamentale che potrebbe aprire a nuove prospettive oltreoceano, non è un caso che tutti i membri abbiano preso parte ai negoziati sul TPP.

Lo sfidante principale di Obrador alla presidenza del Palacio Nacional è senza dubbio Ricardo Anaya, esponente del Partido Acciòn Nacional (PAN), di cui è stato presidente fino allo scorso anno, il quale ha consolidato la coalizione con la sinistra socialdemocratica in vista delle elezioni, facendo da contrappeso a MORENA. Più distante rispetto ai primi due sembra essere il Partido Revolucionario Institucional (PRI), il partito che per oltre un secolo ha guidato il paese, logorato dai numerosi scandali di corruzione venuti a galla negli ultimi anni, di cui i populisti si sono nutriti, che hanno esautorato la leadership dell’attuale presidente Enrique Peña Nieto. La scelta del partito di puntare su un candidato non formalmente affiliato ad esso, la dice lunga sulla popolarità di cui il PRI attualmente gode nel paese.

I partiti tradizionali si trovano dunque costretti ad inseguire, ma nessuno dei tre poli sembra capace di prevalere nettamente sugli altri, bisognerà dunque aspettare i primi di luglio per conoscere che direzione prenderà il paese per i prossimi sei anni.

 

 

VIDEO – Il voto in Sicilia, l’opinione di Gerardo Marrone

Gerardo Marrone, cronista de “Il Giornale di Sicilia”, commenta le elezioni siciliane, che hanno visto la vittoria del centro destra unito sul nome di Nello Masumeci. Il fallimento del Partito Democratico, che ha aperto un dibattito sulla figura di Renzi, il problema degli impresentabili a margine dell’arresto dell’appena eletto De Luca e il risultato del Movimento Cinque Stelle gli argomenti principali affrontati da Marrone in questo video.

VIDEO – Il voto in Sicilia, l’opinione di Gerardo Marrone - Geopolitica.info
Elezioni tedesche: le incognite e le conseguenze della prossima coalizione di governo

Oggi la Germania va al voto e Angela Merkel, molto probabilmente, sarà Cancelliere per la quarta volta. Tuttavia, le incognite di questa tornata elettorale sono molte e le conseguenze del voto tutt’altro che scontate. Con chi governerà, Angela Merkel? Ci sarà una nuova große koalition con i socialdemocratici? O sarà costretta a dare vita alla coalizione “Jamaica”, composta da CDU (nero), liberali (giallo) e verdi? E quale sarà il risultato degli estremisti dell’AfD? Riuscirà il partito di estrema destra a ottenere più del 10% dei voti e a conquistare il terzo posto in termini di voti? E quali saranno le conseguenze del voto sul sistema politico e sulle scelte del prossimo governo sul futuro dell’Unione Europea?

Elezioni tedesche: le incognite e le conseguenze della prossima coalizione di governo - Geopolitica.info

Guardando gli ultimi sondaggi elettorali, l’unico aspetto relativamente certo è che a guidare il prossimo governo tedesco sarà ancora Angela Merkel, che potrebbe ottenere il suo quarto mandato dopo 12 anni di governo. L’ultimo sondaggio Infratest Dimap per ARD assegna ai cristiano-democratici della CDU il 37% dei voti, mentre i socialdemocratici dello SPD si posizionerebbero al secondo posto, con il 21%. La partita per il terzo posto appare invece molto più aperta. Il partito di estrema destra AfD dovrebbe ottenere circa l’11% dei voti, seguito dalla lista di sinistra Linke, che dovrebbe conquistare il 10% dei consensi. Infine, i liberali dello FDP dovrebbero ottenere il 9% dei voti, seguiti dai verdi all’8%.

 

Solo domani sapremo quale sarà il quadro in cui dovranno destreggiarsi le forze politiche tedesche, ma se i risultati elettorali dovessero ricalcare i sondaggi visti in questi mesi, appare evidente come gli attori in campo saranno costretti a fare i conti con una realtà molto più problematica di quattro anni fa. A cominciare dalla composizione della nuova coalizione di governo.
Lo scenario più probabile sembra essere una riedizione della große koalition che ha governato la Germania nel periodo 2005-2009 e durante gli ultimi quattro anni. Tuttavia, anche questa prospettiva non sarebbe priva di ostacoli. Infatti, i socialdemocratici potrebbero optare per un ritorno all’opposizione, cercando di recuperare un profilo più schiettamente alternativo ai cristiano-democratici – che negli ultimi quattro anni sono stati molto abili nel far proprie alcune tematiche e politiche progressiste, come ad esempio le politiche sui rifugiati.

Un secondo scenario sarebbe la coalizione “Jamaica” – nomignolo derivante dai colori dei partiti che la comporrebbero, ossia nero (CDU), verde (Grüne) e giallo (FDP). Tuttavia, almeno per ora, i liberaldemocratici dell’FDP non sembrano propensi a sostenere un governo del genere, che li costringerebbe a una complicata convivenza con i verdi. Ma allo stesso tempo, se la SPD si tirasse indietro, non è irragionevole supporre che i liberaldemocratici possano scendere a patti con la CDU e i Grüne.
Se ci si fermasse qui il quadro politico tedesco ricalcherebbe, grossomodo, dinamiche ed equilibri visti negli ultimi dodici anni. Se non fosse che per la prima volta, a partire dalle elezioni del 1949, un partito di estrema destra, ossia l’AfD, potrebbe entrare nel Bundestag. E se Alternative für Deutschland dovesse affermarsi come terzo partito, superando quota 10% dei voti, si potrebbe assistere a una seria alterazione delle dinamiche politiche in Germania, che influenzerebbe e potrebbe essere influenzata anche dalle dinamiche sulla formazione del governo, presentate precedentemente.
Se dovesse andare in porto la coalizione CDU-SPD, la Germania avrebbe una larga maggioranza al centro sistema politico, che da una parte – considerando gli ultimi anni di governo – consentirebbe un governo stabile, ma dall’altra precluderebbe alla CDU la possibilità di andare a caccia di voti a destra, lasciando campo libero all’AfD. Inoltre, un governo di larghe intese potrebbe ulteriormente indebolire i socialdemocratici – intesi come forza alternativa al partito di Merkel – spostando sempre più la competizione politica verso un confronto tra forze di sistema (CDU in testa) e forze antisistema (AfD in testa).   

Se invece dovesse andare in porto la coalizione “Jamaica”, il governo potrebbe assumere un profilo ibrido, orientato a seconda del peso dei due alleati, ossia verdi e liberali. In questo scenario, la SPD tornerebbe all’opposizione e avrebbe lo spazio per costruire una proposta alternativa a quella della CDU, ricalibrando la competizione elettorale sull’asse destra-sinistra. Allo stesso tempo, però, il nuovo governo potrebbe incontrare problemi dettati dalla convivenza forzata tra liberali e verdi, e questa conflittualità ricadrebbe sulle capacità di governo e gli spazi di manovra del prossimo governo Merkel, a tutto vantaggio delle forze più estreme.

Per cui, appare chiaro come la scelta degli alleati di governo avrà un impatto decisivo sull’evoluzione del quadro politico tedesco. Ma sarà anche determinante per le scelte di politica estera del prossimo governo, che avranno ricadute importanti sulle sorti dell’Unione Europea, chiamata ad affrontare la Brexit e le sfide provenienti dal contesto extraeuropeo. La natura della prossima coalizione di governo sarà un primo segnale per capire se il Cancelliere tedesco avrà intenzione di promuovere l’integrazione europea – ritenuta oramai improrogabile – seguendo un modello intergovernativo o se scenderà a patti con la prospettiva francese, volta a implementare l’integrazione europea per mezzo di una governance più accentrata. Un governo con i socialdemocratici di Schultz, infatti, potrebbe indicare una maggiore disponibilità della Merkel a scendere a patti con la visione francese, mentre un governo con i liberali dell’FDP potrebbe significare l’intenzione della leadership tedesca di spingere l’integrazione europea seguendo un modello intergovernativo.