Archivio Tag: elezioni

Who is who: Mauricio Macri

Nome: Mauricio Macri
Nazionalità: argentina
Data di nascita: 8 febbraio 1959
Ruolo: 57° Presidente della Repubblica Argentina

Who is who: Mauricio Macri - Geopolitica.info Photo credit: Palácio do Planalto on Visual Hunt / CC BY-NC-SA

Mauricio Macri è nato l’8 febbraio del 1959 a Tandil, una città della Provincia di Buenos Aires. Il padre, Franco Macri, nacque a Roma e vi rimase fino al 1947 quando, a causa delle ingenti ristrettezze economiche in cui versava la famiglia durante la Seconda Guerra Mondiale, si trasferì a Buenos Aires, la cui popolazione all’epoca già doppiava quella di Roma. Qui iniziò a lavorare fin da subito nell’ambito dell’edilizia, costruendo in poco tempo un impero nel settore della realizzazione di opere pubbliche anche al servizio della dittatura militare di Perón.

Macri iniziò i suoi studi alla Columbia University di New York, per poi trasferirsi all’Università della Pennsylvania di Philadelphia. Tornato in Argentina per continuare il percorso accademico alla Universidad del Centro de Estudios Macroeconómicos, si iscrisse alla Universidad Católica Argentina dove si laureò in ingegneria civile negli anni ’80.

Cominciò a lavorare nella società Sideco Americana S.A. per poi collaborare con altre società come Citibank o il Gruppo Macri fondato dal padre. Nel 1991, Mauricio Macri fu vittima di un rapimento a scopo di estorsione: per quattordici giorni venne fatto prigioniero da un gruppo di agenti della polizia federale in un vecchio seminterrato di Avenida Juan Garay di Buenos Aires e venne rilasciato solo in seguito al pagamento di un riscatto.

È stato presidente della squadra di calcio del Boca Juniors dal 1995 al 2007, trasformando l’equipe in una potenza calcistica a livello internazionale. Rivestire quel ruolo lo avvicinò definitivamente alla vita politica. Nel 2001, a causa della grave recessione economica che stava martoriando il paese, instituì la Fundación Creer y Crecer, un centro di ricerca per lo sviluppo di politiche pubbliche atte ad aiutare l’Argentina ad uscire dalla crisi in corso. Nel 2003 fondò il suo primo partito politico, Compromiso por el cambio, che nel 2007 prese il nome di Propuesta Republicana (PRO).

Tra il 2005 e il 2007 Macri ricoprì il ruolo di Diputado Nacional della città di Buenos Aires, di cui divenne sindaco nel 2007, rinnovando il mandato nelle elezioni del 2011. Nel 2015 Macri strinse un’alleanza con la Coalición Cívica ARI e l’Unión Cívica Radical (UCR) per formare una coalizione abbastanza forte da poter competere alle presidenziali. Si presentò alle elezioni come lìder della coalizione Cambiemos, garantendo politiche ben lontane dal nazionalismo e dall’isolazionismo imposto dai suoi predecessori e promuovendo politiche liberali, una maggiore apertura agli investimenti esteri ed un avvicinamento agli Stati Uniti.

Vinse le elezioni al ballottaggio con il 51,4% dei voti contro il 48,6% del peronista Daniel Scioli a capo del Frente para la victoria, diventando il 57° Presidente e succedendo a Cristina Fernández de Kirchner alla Casa Rosada dal 10 dicembre del 2015. Fu una vittoria storica, che sancì di fatto la fine del peronismo in Argentina.

Il 22 ottobre del 2017 la coalizione Cambiemos vinse anche le elezioni legislative con circa il 40% dei voti, affermandosi ancora una volta come l’unica alternativa possibile di fronte ad una opposizione di stampo peronista ormai del tutto atomizzata.

Brasile: cause e conseguenze del voto del 28 ottobre

Con il 55,20% Jair Bolsonaro si è aggiudicato la presidenza del Brasile. Questo il verdetto del ballottaggio dello scorso 28 ottobre. Una vittoria dell’estrema destra del paese che ha però le sue origini nei demeriti dello sconfitto partito socialista. Due estremi a confronto che denotano una pericolosa spaccatura del paese e che confermano definitivamente la sterzata neoliberale della regione latinoamericana.

Brasile: cause e conseguenze del voto del 28 ottobre - Geopolitica.info Photo credit: Comissão de Direitos Humanos e Minorias on Visualhunt.com / CC BY-NC-SA

Il sessantatreenne leader del Partido Social Liberal (PSL), Jair Bolsonaro è riuscito ad imporsi sul cinquantacinquenne candidato del Partido dos Trabalhadores (PT), Fernando Haddad, svelando uno scenario sociale nel paese completamente polarizzato dove da un lato si erge la leadership dell’estrema destra contrapposta ad una sconfitta ma indoma sinistra socialista. Scenario per altro che conferma quanto apparso al primo turno elettorale dove Bolsonaro aveva ottenuto poco più del 46% dei voti contro il poco più 29% di Haddad. Nulla può essere incolpato al candidato del PT, nemmeno l’assenza di carisma o di capacità oratoria durante la campagna elettorale.

La colpa semmai va ricercata nell’approccio dell’intero partito che ha ostinatamente portato avanti sin dal 2016, la candidatura di Luiz Inácio Lula da Silva nonostante fosse in corso l’indagine Lava Jato che lo avrebbe di lì a poco accusato e poi arrestato per lavaggio di danaro e corruzione. Certo il processo è ancora in atto, ma l’azzardo di ostinarsi sulla candidatura improbabile di una persona detenuta è sto controproducente. Infatti a fine agosto il Tribunale Superiore Elettorale ha respinto definitivamente la candidatura di Lula obbligando il PT a ripiegare sul candidato alla vicepresidenza Haddad.

Cosa ha comportato ciò? Oltre a rinunciare al consolidato e riconosciuto carisma del leader del partito quale punto imprescindibile per il ripristino della leadership, ha poi perpetrato nella campagna elettorale a porre Lula quale punto fermo alle spalle di Haddad. Una scelta che voleva magari ottenere l’obiettivo di spostare il favore elettorale nei confronti di Lula in toto sul suo sostituto, ma di fatto non ha fatto altro che ridimensionare le potenzialità di Haddad già in svantaggio per esser stato candidato a poco più di un mese dal voto. Non si tratta quindi di un candidato poco carismatico lanciato allo sbaraglio contro più navigati politici, bensì di una strategia di partito completamente sbagliata. Anzi ad Haddad va dato atto di esser riuscito in un’epica ascesa nel favore elettorale passando da un 4% (agosto) ad un 44,80% del ballottaggio dello scorso 28 ottobre.

Ma se di sconfitta oggi si parla occorre ricercare altre motivazioni a comprovare la fine di una leadership che durava dal 2002 e che solo nel 2016 ha subito un arresto con la destituzione di Dilma Rousseff per impeachment. Proprio il 2016 è stato un anno burrascoso per il PT che nei primissimi mesi vede l’uscita dalla compagina di maggioranza del Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB). Una scissione che rende il governo vulnerabile nell’organo legislativo e al suo stesso interno con la presenza (unica del PMDB) di Michel Temer nella posizione di vicepresidente.

Intanto dal 2014 rimaneva all’ordine del giorno lo scandalo collegato all’azienda a partecipazione pubblica Petrobras. Un’inchiesta giudiziaria che aveva portato dinanzi al banco degli imputati i massimi dirigenti dell’azienda e di derivazione PT con l’accusa di corruzione, ma senza tuttavia andare a coinvolgere le alte sfere politiche del partito stesso. Tuttavia sempre nella prima metà del 2016 si avanza in parlamento l’accusa di falso in bilancio ai danni dell’allora presidente Dilma Rouseff, per gli esercizi 2014 e 2015. Un’accusa per la quale viene avanzata una richiesta di impeachment poi concretizzata con la destituzione della Rousseff dalla carica di presidente (determinante il voto degli ex alleati del PMDB).

Ecco quindi che alla presidenza subentra Temer, unico del PMDB a non aver abbandonato la compagine governativa. Governo, il suo, non immune dagli scandali di corruzione, ma non per questo meno impassibile e determinato a traghettare il paese fino alla fine naturale del mandato presidenziale in essere. Temer che assiste anche alla messa in stato d’accusa del leader massimo del PT ovvero Lula, che come detto viene accusato di riciclaggio di denaro e corruzione nel processo Lava Jato.

Accuse su accuse dunque che vanno a destabilizzare il PT nelle figure più carismatiche della propria struttura e che pone diversi dubbi nell’elettorato sulla buona fede dei propri leader. Si incrina quindi quella fiducia a tratti inossidabile tra elettorato e leader e ciò può valere per spiegare come, rispetto alle elezioni del 2014, l’opposizione al lulismo e al PT sia riuscita a penetrare le regioni storicamente fedeli (parliamo nella fattispecie delle regioni più a nord del paese).

Importante a questo punto però è comprendere anche cosa ha portato il sud, dal 2002 ad oggi, ad abbandonare progressivamente il proprio favore nei confronti del progetto economico, sociale e politico del lulismo socialista. Innanzi tutto i piani assistenzialistici del governo hanno sviluppato nel tempo una nuova classe media che ha manifestato nuove esigenze per le quali le programmazioni politico-economiche del PT non hanno saputo dare una risposta altrettanto rapida. Gli ingenti e continui investimenti da parte del Governo sono stati perpetrati anche durante periodi de recessione dovuta a congiunture esterne al paese (es. crisi petrolifera iniziata nel 2014, ma anche la stagnazione economica dovuta a una nuova classe media assorbita con fatica all’interno del sistema economico attivo del paese) e la deficienza è stata messa in risalto in occasione dei Mondiali di Calcio del 2014, una vetrina internazionale sfruttata con astuzia dall’opposizione del PT. Tuttavia, se nel 2002 anche il sud (motrice economica del paese) era favorevole al lulismo, la progressiva intraprendenza economica della leadership socialista (partecipazione del pubblico nei settori economici strategici tra cui quello energetico) hanno compromesso il connubio tra pubblico e privato riportando le regioni del sud alla più consona e storica dimensione di roccaforti delle correnti politiche neoliberali.

Un mutamento ben visibile con le elezioni del 2014, ma che nel 2018 vede un ulteriore scatto evolutivo: il sud del paese diventa non più il bacino di consensi del centro destra o della destra neoliberale bensì dell’estrema destra. Possiamo trovare le ragioni di questa estremizzazione in una possibile necessità “di cogliere l’opportunità” da un’alleanza con chi stava assorbendo comunque il consenso popolare con l’inizio della campagna elettorale. Spieghiamo: l’elettorato popolare stava comunque dirigendo il proprio consenso verso la parte politica meno intaccata dagli scandali di corruzione. Infatti se il PT aveva palesemente dato segnali di sofferenza in più situazioni, anche il centro e il centro destra chiamati a sostituire il governo destituito si sono dimostrati coinvolti nel vortice dello scandalo. Ne deriva una percezione di sfiducia nei confronti delle classiche formazioni politiche e una ricerca di sicurezza su chi ha espresso maggiormente un senso di giustizia e ripristino della sicurezza sociale nel Paese.

Ecco quindi che l’estrema destra di Bolsonaro occupa quel vuoto generato dalla corruzione degli altri partiti. Bolsonaro che non ha mai per altro nascosto la propria simpatia verso l’esercito (lui stesso è un ex militare) e verso la dittatura del passato. Dichiarazioni pericolose, ma più che altro provocatorie che non hanno inibito l’elettorato dal premiarlo con il voto e nonostante non abbia potuto partecipare al dibattito elettorale per il primo turno elettorale a causa di un attentato che lo ha costretto ad una lunga degenza in ospedale (6 settembre).

Ora il paese si prepara ad una nuova rivoluzione che avrà inizio con il passaggio di consegne da Temer a Bolsonaro il prossimo gennaio. Da quel momento in poi possiamo già attenderci un forte ridimensionamento della presenza dello Stato nella vita economica attiva del paese a partire dalla vendita delle quote statali della Petrobras. L’idea di Bolsonaro infatti è quella di ripianare il debito pubblico brasiliano mediante una drastica riduzione dei ministeri e dei progetti sociali che li hanno generati, un taglio netto alle misure assistenziali e la privatizzazione della gran parte delle aziende a partecipazione pubblica; allo stesso tempo Bolsonaro tenta di attrarre nel paese nuovi e ingenti Investimenti Diretti Esteri oltre a rendere più dinamica l’imprenditoria brasiliana stessa garantendogli maggiore libertà d’azione.

Ecco quindi il motivo per cui la classe medio-alta ha deciso di spostare il proprio asse politico dal centro-destra alla destra estrema: ha semplicemente colto una ghiotta opportunità evitando di rimanerne fuori. Il risultato comunque che ne deriva è una netta e pericolosa spaccatura del paese tra sinistra socialista ed estrema destra con quest’ultima che con ogni probabilità darà filo da torcere ad ogni formazione sindacale e con il PT pronto a scendere in piazza all’emergere della prima occasione utile (si parlerà di Amazzonia come anche di campesinos e indios e movimento sin tierra durante questo governo di Bolsonaro). Lo scontro è certo e con ogni probabilità porterà a momenti di grande tensione sociale.

Dal punto di vista internazionale invece vediamo una pressoché definitiva e deludente archiviazione dell’esperienza socialista latinoamericana di inizio secolo. I propositi e le aspettative sono finite con l’esser deluse o almeno in parte disattese. Dal 2012 in poi progressivamente l’asse ideologico latinoamericano si è riposizionato sul neoliberismo con buona pace delle roccaforti socialiste che ancora resistono ovvero Bolivia, Venezuela, Cuba e Nicaragua. Ma se per la Bolivia occorre aspettare il 2019 ed assistere alle elezioni presidenziali a cui non potrà per legge ricandidarsi Evo Morales, i governi di Nicaragua e Venezuela sembrano in forte difficoltà e privi di una prospettiva di medio-lungo termine mentre Cuba con la crisi venezuelana e il venir meno di un importante investitore come il Brasile, rischi di tornare a soffrire la pressione economico e politica statunitense. Brasilia aveva avviato sull’isola caraibica un importante piano di investimenti per lo sviluppo del porto commerciale di Mariel e con ogni probabilità tutto verrà riscritto se non annullato con la presidenza di Bolsonaro. Lo stesso presidente neoeletto potrebbe spingere verso il baratro anche il governo di Maduro rafforzando la posizione ostile già in essere della gran parte della regione. Argentina, Paraguay, Ecuador, Cile, Perù, Colombia trovano nel Brasile forse quel tassello mancante e imprescindibile per sancire la condanna del governo venezuelano. Brasile protagonista irrinunciabile per lo slittamento regionale verso il neoliberismo dei prossimi anni, un progetto in linea con la vecchia Dottrina Monroe e quello che potrebbe essere il Corollario Trump alla stessa.

Ma si badi, le ragioni di questo fallimento socialista non sono da ricercare solo ed esclusivamente all’esterno e sulla base di ingerenze di politiche ed economiche, ma anche e soprattutto all’interno dove si denota un’incapacità di rispondere ed adattare i progetti politici ed economici alle nuove sfide che si propongono e allo tesso tempo la pericolosa personalizzazione dei progetti politici finendo con la trasfigurazione del progetto socialista in progetto lulista, chavista, kirchnerista a seconda del leader carismatico in cui si imbatte. Si sgretoleranno o verranno completamente rifondati i partenariati in essere come Unasur, Mercosur e Celac e tutto per l’ennesima volta verrà riscritto nella storia del Sud America, ma per fare ciò occorreva attendere le elezioni dello scorso 28 ottobre e l’archiviazione definitiva del lulismo. Da questo momento in poi sarà interessante assistere alla partita politica e ideologica che prenderà vita in seno al BRICS ammesso che Russia e Cina accettino di condivide il tavolo dei dialoghi con Bolsonaro.

Elezioni in Baviera

Dal verdetto delle elezioni regionali bavaresi ci si aspettava un terremoto politico per l’intera Europa e così è stato. O forse no. I risultati d’altro canto non sono che l’esatta fotografia di quanto già da tutti era previsto ma, soprattutto, la fotografia di quanto in molte parti d’Europa è già accaduto da tempo, senza alcuna possibilità di mettere degli argini.

Elezioni in Baviera - Geopolitica.info

I dati, provvisori per la verità ma altamente indicativi, non fanno altro che confermare come l’andamento dei partiti tradizionali sia in totale declino mentre i partiti con una forte connotazione ideologica ed una classe dirigente nuova siano, al contrario, in forte ascesa.

Il movimento conservatore bavarese CSU (gemello della CDU guidato dalla cancelliera Merkel) perde circa il 12% di consensi attestandosi comunque su un plebiscitario 35%, dimostrando come la tradizione di “buon governo” tipica di questo Land funzioni ancora; tra gli sconfitti riesce a fare ancora peggio lo storico movimento socialista tedesco della SPD che perde più del 50% dei consensi passando dal 20% a meno del 10%, confermando come l’emorragia della sinistra Europa sembri inarrestabile.

I vincitori indiscussi non possono quindi essere che i tre partiti “outsider” che diverranno ora determinanti per il futuro di una delle regioni più ricche d’Europa.

Il primo vincitore in assoluto è la compagine dei “Grüne” gli storici Verdi tedeschi che in Baviera, e non solo, hanno ottenuto risultati ragguardevoli; va inoltre detto che tale movimento, oltre ad avere una forte connotazione ambientalista che in questo periodo storico sembri pagare in Europa, ha ottenuto uno straordinario risultato grazie alla giovane leader Katharina Schulze che ha abbandonato le memorabili battaglie sui diritti civili, concentrandosi principalmente su tematiche conservatrici come la sicurezza. Un mix che le ha permesso di spopolare, specie tra i giovani universitari bavaresi che ancora credono nel futuro dell’Europa.

Chi invece da sempre si definisce Euroscettico è il movimento populista AFD che, in linea con gli ultimi risultati nazionali entra di forza nel parlamento bavarese grazie al suo 11%, che equivale a circa 10 seggi. Un risultato per nulla secondario che indica come una buona fetta dell’elettorato bavarese creda molto di più nelle cultura e nella tradizione locale piuttosto che in quella Europea e sovranazionale.

Non troppo diverso è il pensiero del movimento locale “Freie Wähler Bayern” che, pur collocandosi su posizioni molto più morbide e liberali raccoglie quasi il 12% dei consensi, grazie al malcontento tra gli elettori del movimento conservatore bavarese.

I dati, come già ampiamente annunciato, non dovrebbero avere particolari ed immediate conseguenze a Berlino: il crollo dei partiti tradizionali in Europa non è di certo imputabile a Frau Merkel che, di fatto, è stata la più grande statista d’Europa degli ultimi quindici anni. La causa di questo continuo crollo è da ricercare in un’ideologia logora e superata. La svendita dei valori tradizionali europei e della propria cultura in nome di una globalizzazione finanziaria, ha fatto crollare i sogni dei padri fondatori dell’Europa che oggi hanno lasciato i loro posti a freddi e grigi burocrati (per lo più mai votati) che, ogni qualvolta intervengono in pubblico, contribuiscono al crollo della popolarità delle Istituzioni di Bruxelles, ma soprattutto al crollo del sogno europeo.

Il rapporto tra Italia e Libia alla vigilia delle elezioni

A novembre, probabilmente in Sicilia, l’Italia ospiterà un vertice sulla Libia, con la partecipazione di Onu, Stati Uniti, Lega Araba, Cina e Qatar, Unione europea e Unione africana. Lo scopo della conferenza, secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, sarebbe quello di “favorire l’attuazione del piano d’azione Onu e la creazione di condizioni politiche e legislative di sicurezza che permettano lo svolgimento delle elezioni entro la fine dell’anno”.

Il rapporto tra Italia e Libia alla vigilia delle elezioni - Geopolitica.info

In occasione di questa conferenza e delle imminenti elezioni in Libia, previste per dicembre, il ministro degli Esteri si è nuovamente recato a Bengasi per trattare, questa volta con il generale Khalīfa Haftar, i temi già toccati più volte in passato: la stabilizzazione politica del Paese e la gestione delle migrazioni. Anche Haftar, così come il premier riconosciuto dall’Onu Fayez al-Sarraj, si è detto pronto a collaborare con l’Italia, dichiarando inoltre il suo apprezzamento nei confronti delle politiche già intraprese. Moavero Milanesi e Haftar hanno inoltre discusso, secondo quanto riportato dalla Farnesina, delle possibili misure da adottare per intensificare la collaborazione in campo umanitario e contrastare “il terrorismo e i trafficanti di ogni tipo, nonché gli sfruttatori di esseri umani”.

Nel luglio di quest’anno era stato nuovamente discusso il trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia. L’accordo, meglio conosciuto come “Trattato di Bengasi”, firmato nel 2008 dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal colonnello Gheddafi, è stato rilanciato dal ministro degli Esteri italiano, in accordo con la sua controparte libica, Mohammed Taher Siyala e il premier al-Sarraj. Secondo l’accordo originario, l’Italia avrebbe dovuto garantire alla Libia, come risarcimento per l’occupazione militare del suo suolo, cinque miliardi di dollari (250 milioni di dollari l’anno per 20 anni) in infrastrutture, tra le quali un’autostrada litoranea.

La Libia, in cambio, si sarebbe offerta di favorire gli investimenti delle aziende italiane e di prendere provvedimenti per contrastare l’immigrazione clandestina in Italia, anche rimpatriando i richiedenti asilo respinti.

Non è stato specificato se il testo del trattato, decaduto nel febbraio 2011 dopo lo scoppio delle rivolte che avrebbero portato alla caduta e all’uccisione di Gheddafi, sarà modificato. Nell’unico comunicato del Ministero riguardante i colloqui tra Moavero Milanesi e il premier libico al-Sarraj si legge che durante gli incontri è stato rinnovato l’auspicio di un rilancio del partenariato strategico, sulla base dei meccanismi dell’accordo del 2008, sottolineando il potenziale circolo virtuoso tra la ripresa economica del Paese e la sua stabilizzazione politica. Il ministro Moavero Milanesi, inoltre, parlando dell’Italia come di un auspicabile luogo di mediazione tra la Libia e l’Europa, ha sottolineato come le strutture petrolifere e la produzione stessa del petrolio debbano restare sotto il controllo della National Oil Corporation, la compagnia petrolifera nazionale libica.

Per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori è stato ripreso il discorso sull’importanza degli aiuti, anche finanziari, alla Libia per il contrasto del traffico e si è discusso di misure per aiutare i centri di smistamento per i rifugiati e per velocizzare i rimpatri. È stato inoltre riconfermato il sostegno italiano alla guardia costiera libica che, secondo il comunicato, “sta dando ottimi risultati”, ma che è anche oggetto di numerose critiche e contestazioni. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Raad al Hussein, per esempio, ha definito “disumana” la collaborazione tra l’Unione europea e la guardia costiera, la cui condotta è stata spesso giudicata aggressiva e violenta.

Al-Sarraj, durante l’incontro di luglio, ha sollecitato un incremento, da parte dell’Italia, di programmi di assistenza come borse di studio, corsi di formazione, requisiti per il visto meno stringenti e l’impiego di voli di linea italiani per gli spostamenti tra i due Paesi, oltre al ritorno delle aziende italiane in Libia. Le autorità libiche si sono inoltre complimentate con il governo italiano per i numerosi e apprezzati interventi di assistenza umanitaria.

Alle missioni del ministro a Tripoli e a Bengasi sono seguiti dei colloqui telefonici con il Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salameh e, successivamente, con il presidente del Consiglio al-Sarraj, con il vicepresidente del Consiglio Ahmed Maitig e con il ministro degli Esteri Syala.

Nonostante il rinnovamento del trattato non sia stato confermato ufficialmente e nonostante la sempre più difficile situazione a Tripoli, l’atteggiamento del governo italiano nei confronti della Libia sembra decisamente favorevole a una possibile intesa, avvalorata, da una parte, dal clima collaborativo instaurato con il governo di al-Sarraj, ma anche, e soprattutto, dai numerosi incontri e colloqui con le diverse parti in campo, portati avanti nella volontà di mantenere un dialogo “aperto con tutti coloro che hanno a cuore l’evoluzione positiva della situazione in Libia”. Con al-Serraj, dunque, in quanto premier in carica, ma anche con Haftar, nell’eventualità di una sua vittoria alle prossime elezioni, nella speranza che una pacifica e regolare stabilizzazione politica della Libia sia il preludio di una parallela stabilizzazione politica europea.

Elezioni in Svezia: EXIT POLL

A circa due ore dalla chiusura dei seggi in Svezia i Socialdemocratici restano, nonostante tutto, il primo parito del paese mentre i moderati sembrano conquistare il secondo posto, seguiti dagli euroscettici.

Elezioni in Svezia: EXIT POLL - Geopolitica.info

Questi i dati presentati da YouTrend e della Sveriges Television, la compagnia pubblica televisiva di stato svedese.

Socialdemocratici 28,1%
Moderati 19,6%
Democratici Svedesi 17,7%
Centristi 8,7%
Sinistra 8,1%
Cristiano-democratici 6,4%
Liberali 5,5%
Verdi 4,4%

 

Tre incognite internazionali per il Presidente rieletto

Si sono concluse da poche ore le elezioni per il rinnovo del Cremlino, il palazzo presidenziale russo che ormai dal duemila, con la breve parentesi del delfino Dmitrij Medvedev, ha registrato la sola presenza di Vladimir Putin.

Tre incognite internazionali per il Presidente rieletto - Geopolitica.info

Quella del leader russo è più che una longeva carriera politica e le recenti consultazioni non hanno che confermato la popolarità di colui che in occidente viene definito il nuovo Zar. L’obiettivo per il presidente non era di certo vincere poiché l’esito non è mai stato in alcun modo in discussione; la vera partita si basava sulla percentuale di gradimento e sull’affluenza al voto che di fatto avrebbe indicato al resto del mondo, quanti cittadini russi non hanno voluto mancare di idolatrare la propria guida. Certo Putin gode di oggettive difficoltà nelle relazioni estere ma il quadro che si è delineato dentro i propri confini presenta uno scenario diametralmente opposto.

Con una percentuale di elettori che lo hanno indicato vicina al 75% circa ed un’affluenza del 65%, l’ascesa a Mosca del proprio presidente pare inarrestabile nonostante i quasi vent’anni di dominio delle scene. Non solo. Con la riforma costituzionale varata dal parlamento di Mosca le prossime elezioni saranno tra sei anni lasciando spazio ad una possibile nuova riforma costituzionale che potrebbe permettere a Putin di rimuovere il limite dei mandati presidenziali. La vera sfida di Putin quindi non si gioca di certo dentro i confini di casa ma sul fronte estero ed in questo caso i non facili dossier su cui lo zar dovrà dimostrare le sue reali capacità sono almeno tre.

I rapporti con l’Europa sono ai minimi storici dai tempi della caduta del muro e, nonostante le oggettive difficoltà dei leader del vecchio continente, il Cremlino sembra non riuscire ad instaurare rapporti durevoli e di lungo termine. Lo scontro con Londra, per il recente avvelenamento ai danni della ex spia comunista Sergej Skripal, ha avuto il paradossale effetto di compattare l’intero continente in una ferma condanna contro Mosca. Contestualmente nelle relazioni politiche il Cremlino non trova partner autorevoli e dopo aver scommesso sulla carta Le Pen a Parigi questa ha “tradito” la dottrina dell’euro scetticismo per svoltare con forza verso gli eredi di De Gaulle. Anche i rapporti con Roma saranno oggetto di studio ed in questo caso Putin dovrà decidere se provare a scommettere sull’imprevedibile fronte sovranista guidato da Salvini e Di Maio o affidarsi ai più saggi consigli dell’amico Berlusconi.

Il secondo fronte su cui lo zar è atteso da importanti decisioni è quello siriano. Secondo i dati ufficiali il conflitto scoppiato nel 2011 “vanta” record agghiaccianti. Mezzo milione di morti e più di dieci milioni di rifugiati per una guerra civile che pare non voler mai giungere ad una fine. La sua fedele amicizia nei confronti di Assad non può esimerlo dal constatare che il tempo del dittatore siriano sia giunto al termine con la consapevolezza, però, che il ruolo di Mosca dovrà essere fondamentale per evitare che il paese sprofondi nelle mani di gruppi legati a reti terroristiche internazionali.

Infine sarà interessante capire cosa avverrà oltre l’Atlantico. Il “quasi amico” Trump vive momenti non facili e la scelta di rimuovere l’ex segretario di stato Tillerson in favore del conservatore ortodosso Mike Pompeo parrebbe presagire ulteriori difficoltà nei rapporti tra Washington e Mosca. Eppure Trump e Putin hanno bisogno l’uno dell’altro e non possono in alcun modo esasperare quel precario equilibrio che permette ad entrambi di tenere un canale diretto per determinare le mosse sullo scacchiere geopolitico internazionale.

Non sono di certo quindi questioni interne che dovranno provare le capacità di Vladimir Putin di passare alla storia come colui che ha modernizzato la Russia. Mancano tre mesi esatti alla prima partita calcistica della nazionale di Mosca ai campionati organizzati dal Presidente sul proprio territorio e Putin non deve permettersi di guardarla in tribuna d’onore senza avere al fianco i principali leader a politici mondiali. Sarebbe uno smacco per il suo paese e per lui se non riuscisse a dimostrare le proprie capacità politiche.