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Le elezioni Hong Kong e il supporto alle proteste

Dalle urne delle elezioni amministrative di Hong Kong arriva un forte e chiaro segnale di supporto alle proteste. I candidati pro-democrazia vincono ovunque mentre i rappresentanti vicini a Pechino passano da 300 a 58.

Le elezioni Hong Kong e il supporto alle proteste - Geopolitica.info (Galileo Cheng/HKFP)


Le elezioni amministrative di Hong Kong hanno registrato una netta vittoria del fronte pro-democrazia, i candidati che sostengono le ragioni della protesta si sono aggiudicati ben 389 dei 452 dei seggi disponibili mentre i candidati pro-governativi hanno conquistato appena 58 seggi. Una vera e propria disfatta, nelle precedenti elezioni gli alleati di Pechino avevano conquistato 300 seggi. In più della metà dei distretti gli elettori hanno ribaltato le proprie preferenze, rispetto alle precedenti consultazioni, scegliendo amministratori vicini alle richieste dei manifestanti. Le elezioni amministrative di Hong Kong hanno registrato il record assoluto di partecipazione con un’affluenza del 72%, e più di un milione e mezzo di votanti rispetto alle precedenti consultazioni (47%). Le elezioni per i consigli di distretto sono le uniche consultazioni pienamente democratiche previste nell’ex colonia britannica, gli eletti si occupano esclusivamente di questioni amministrative per i singoli territori, dalla viabilità alla concessione di licenze commerciali sino alla gestione delle principali necessità per l’erogazione di servizi. Tuttavia, il radicale cambiamento nella composizione dei distretti comporterà anche un nuovo assetto nel Comitato Elettorale che nel 2020 dovrà scegliere il prossimo leader della città stato. Lo schieramento che ha la maggioranza dei voti nei distretti sarà infatti chiamato a rappresentare i consigli nel Comitato con 117 rappresentanti. Una dinamica che tuttavia non sarà sufficiente a generare un effettivo cambiamento visto che il Comitato Elettorale di Hong Kong è composto da 1.200 persone, perlopiù fedeli al Partito Comunista cinese. Le consultazioni erano solitamente incentrate su questioni locali, ma la recente campagna elettorale è stata interamente focalizzata sulle proteste che ormai da sei mesi hanno catalizzato l’attenzione mondiale su Hong Kong. Ogni candidato ha chiaramente espresso la propria posizione rispetto la propria posizione rispetto alle manifestazioni, le questioni locali hanno lasciato spazio all’appartenenza alla blocco giallo, pro-democrazia, o blu, pro-Pechino.

Molti dei candidati più attivi nel sostenere i manifestanti sono stati eletti nei consigli distrettuali, come Jimmy Sham uno dei promotori delle manifestazioni che hanno portato in piazza milioni di hongkonghesi  e Kelvin Lam, subentrato all’attivista dell’Umbrella Movement  Joshua Wong a cui era stato impedito di correre nelle elezioni. Anche altri candidati eletti come Richard Chan, Roy Kwong, Andrew Chiu e Lam Cheuk Ting hanno partecipato attivamente alle manifestazioni negli scorsi mesi, spesso proprio come promotori di iniziative a sostegno delle proteste. Mentre tutte le personalità più vicine a Pechino che hanno duramente attaccato le ragioni dei manifestanti pro-democrazia sin dall’inizio delle proteste non sono stati eletti nei vari consigli distrettuali. Da Junius Ho, accusato di mantenere rapporti con la triade cinesi protagoniste di molti atti di violenza contro i manifestanti, al noto imprenditore Michael Tien i volti che hanno mostrato supporto alle ragioni dell’amministrazione di Carrie Lam sono stati sconfitti alle urne. Un risultato sorprendente visto che molti dei candidati pro-Pechino hanno potuto usufruire di importanti finanziamenti durante la campagna elettorale e l’amministrazione aveva predisposto azioni di supporto, in particolare organizzando il trasporto degli anziani residenti in Cina nei seggi elettorali.

Un messaggio forte, che mostra come il sostegno popolare nei confronti della protesta sia cresciuto nonostante le violenze e i disagi che la città stato ha dovuto affrontare in questi sei mesi. Sino ad oggi l’amministrazione guidata dalla governatrice Carrie Lam e la stampa cinese avevano sostenuto che le proteste di Hong Kong erano espressione di un limitato gruppo di persone e che la maggioranza silenziosa degli hongkonghesi desiderava esclusivamente tornare alla normalità, lasciandosi alle spalle violenze e devastazioni. Il risultato delle urne ci consegna un risultato molto diverso, con la popolazione nettamente schierata al fianco dei manifestanti. La sfida per Carrie Lam sarà quella di ricomporre la frattura sociale tra gli hongkonghesi e l’amministrazione della città stato, in particolare il rapporto con la polizia locale.

Anche a Pechino si guarda con preoccupazione agli eventi di Hong Kong, nessuno avrebbe immaginato fino a qualche mese fa la pacifica popolazione dell’ex colonia britannica impegnata in un profondo conflitto. Le scene di guerriglia urbana, le devastazioni e le azioni violente tra i due schieramenti contrapposti rimarranno indelebili negli occhi dell’opinione pubblica mondiale. I risultati delle urne esprimono il totale supporto della popolazione nei confronti dei manifestanti, nonostante le ripercussioni economiche delle proteste. Il patto implicito tra benessere e sviluppo economico in cambio di una scarsa rappresentatività politica e una sostanziale accettazione dei diktat di Pechino sembra essere saltato.

Una dinamica che costituisce un vero e proprio incubo per Pechino, soprattutto alla luce del rallentamento dello sviluppo economico cinese e una sostanziale riduzione dei consumi. Sino a oggi l’opinione pubblica in Cina si è mostrata compatta nel supporto alle reazioni di fronte alle proteste di Hong Kong ma la deriva degli eventi nell’ex colonia britannica costituiscono un pericoloso segnale.

Il nuovo volto peronista dell’Argentina

A pochi giorni dal risultato delle elezioni presidenziali, l’Argentina ha cambiato volto. E torna al comando il peronismo, la celebre ideologia nazionale argentina che deriva dalla “politica giustizialista” di Juan Domingo Perón. Alberto Fernandéz, con il 48,1% dei voti, è il nuovo Presidente dell’Argentina, il nono dell’era democratica iniziata nel 1983.

Il nuovo volto peronista dell’Argentina - Geopolitica.info

 

Laureato in legge alla UBA, avvocato e professore universitario di diritto, Fernandéz è il leader peronista di centro sinistra del Frente de Todos, la coalizione nata il 12 giugno di quest’anno proprio per sostenere la sua candidatura. Con uno scarto di oltre 8 punti percentuali dal secondo classificato, il Presidente uscente Mauricio Macri, Fernandéz vince le presidenziali senza dover ricorrere al ballottaggio. Nel sistema elettorale argentino infatti, le elezioni vengono vinte al primo turno se si raggiunge la soglia del 45% dei voti validi oppure il 40%, ma a condizione che ci siano almeno dieci punti di differenza dal secondo candidato più votato.

Alberto Fernandéz, 60 anni, non è nuovo alla scena politica argentina. Il 25 maggio del 2003 viene nominato Presidente del Gabinetto sotto la presidenza di Nestor Kirchner, posizione che manterrà anche in seguito, durante la presidenza della first lady la senatrice Cristina Fernández de Kirchner, il 10 dicembre 2007. Si dimette dal secondo mandato dopo soli sette mesi, non condividendo le decisioni economiche prese in merito all’introduzione di imposte sull’esportazione di prodotti agricoli che causò uno sciopero contadino di enorme portata nell’agosto del 2008. Soltanto lo scorso anno si è avuto il riavvicinamento tra Fernandéz e la Kirchner, in un momento, fra l’altro, in cui incombeva su di lei un arresto per arricchimento illecito. Il legame si rafforza ulteriormente nel maggio 2019, quando Cristina lo presenta ufficialmente come candidato alla Presidenza, e lei come sua vice.

Il kirchnerismo – l’ideologia che lega il neoeletto Presidente ai Kirchner – è il movimento politico nato durante la presidenza di Nestor Kirchner ed ispirato ai principi del peronismo che si contraddistinse soprattutto per il suo rifiuto delle politiche neoliberali dei Presidenti Menem e de La Rúa, ritenute colpevoli di aver provocato la devastante crisi economica del 2001. Fernandéz ne rappresenta ora il nuovo leader, che si instaurerà alla Casa Rosada il prossimo 10 dicembre.

“Un processo di transizione democratica, che vada a beneficio di tutti gli argentini”: con queste parole il Presidente uscente ha parlato alla folla, dopo gli exit pool. Per Macri, che era stato eletto nel 2015, si tratta di una sconfitta pesante, benché prevista. La corsa al secondo mandato aveva già subito una forte battuta d’arresto durante le primarie dell’11 agosto scorso, quando raggiunse solamente il 32,23% dei consensi, contro il 47,37% di Fernandéz. A poco è servita la campagna elettorale che ha visto l’ex Presidente impegnato nelle diverse province argentine per allargare la massa di elettori dietro lo slogan del “Si, se puede!”, riuscendo a conquistare il consenso soltanto nelle province della Ciudad Autónoma de Buenos Aires, Córdoba, Entre Ríos, Mendoza, San Luis e Santa Fe. Resta a lui il primato di essere stato l’unico leader non peronista giunto fino al termine di un mandato presidenziale.

Il voto in Argentina arriva in un momento difficile. Da agosto il mercato è crollato nuovamente, sprofondando fino al -48%. Le borse hanno risentito della fine dell’epoca della stabilizzazione registrando il crollo più significativo dal 1950. Le politiche liberali di Mauricio Macri avevano riaperto la via al commercio internazionale, abolendo le tasse sulle esportazioni dei prodotti agricoli ma riducendo fortemente le importazioni. Negli ultimi mesi, però, le misure di austerità del governo Macri, dopo la richiesta dell’ultimo prestito di 57 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale, avevano ancora di più esasperato un Paese già allo stremo, che vede il 35% della sua popolazione al di sotto della soglia di povertà. Macri lascia il comando con un bilancio commerciale positivo e un terreno fertile per le attività di export, ma con un forte aumento della disoccupazione giovanile e un’inflazione – giunta ormai al 60% – che sembra non mostrare segni di arresto.

Le sfide che aspettano il nuovo Presidente sono dunque molteplici. A livello internazionale, la vittoria di un candidato di sinistra potrebbe alterare gli equilibri regionali latinoamericani e slittare verso posizioni sempre più autoritarie. La vittoria di Fernandéz è stata già aspramente criticata dal Presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ma potrebbe aprire una nuova via di dialogo con Caracas, sempre più politicamente isolata, e con la Bolivia che, in seguito alla rielezione di Evo Morales non riconosciuta come legittima da Macri, ha visto vacillare le sue relazioni diplomatiche con l’Argentina. Da una prospettiva interna, Fernandéz ha mostrato fin dalla campagna elettorale posizioni meno intransigenti rispetto alla sua vice Cristina, dichiarandosi pronto a rinegoziare le clausole del prestito con il Fondo Monetario per costruire “un’Argentina solidale, egualitaria, che difende l’educazione pubblica, la salute, che privilegia quelli che producono e lavorano”.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

Elezioni europee 2019: i risultati quasi definitivi

🇪🇺 Elezioni europee 2019. In Italia, la Lega di Matteo Salvini è il primo partito con una crescita vertiginosa. Debacle del Movimento 5 Stelle. Il Partito Democratico di Zingaretti è il secondo partito italiano, nonostante un leggero calo rispetto alle elezioni politiche 2018.Elezioni europee 2019.

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Dati: Ministero degli Interni. In aggiornamento.

Who is Who: Bill Weld

Nome: William Weld, detto Bill
Nazionalità: Statunitense
Data di nascita: 31 luglio 1945
Ruolo: Candidato alle primarie del Partito Repubblicano per le elezioni Presidenziali del 2020

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William Weld, detto Bill, politico,  avvocato e procuratore statunitense appartenente al Partito Repubblicano, è nato a Smithtown, piccolo comune situato nella Contea di Suffolk nello stato di New York. Proviene da un’importante famiglia di New York, il padre era banchiere, mentre la madre era discendente di William Floyd, uno dei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776.

Nel 1966 si laurea con lode in studi classici ad Harvard e nel 1970 viene nominato Juris Doctor con lode all’Harvard Law School.

Il primo incarico ricoperto da Weld, allora militante nel Partito Repubblicano, è stato quello di procuratore distrettuale del Massachussetts, nominato dal Presidente Reagan su indicazione del procuratore generale Rudolph Giuliani, futuro sindaco di New York. Come procuratore distrettuale ha ottenuto un grande riconoscimento nazionale nella lotta alla corruzione pubblica, vincendo 109 casi su 111.

Nel 1986 Weld ottiene la promozione ad assistente procuratore generale della Criminal Division del Dipartimento di Giustizia, con la responsabilità di supervisionare tutti i procedimenti federali, compresi quelli dell’FBI e del Drug Enforcement Administration. Due anni dopo si dimette insieme a cinque colleghi per protestare contro la condotta impropria del Procuratore Generale Edwin Meese.

Nel 1990 diventa governatore del Massachussetts dopo aver sconfitto Steven Pierce alle primarie repubblicane e superato anche il Presidente dell’Università di Boston John Silber con il 50,19% dei voti, riportando il seggio ai repubblicani dopo quindici anni. Nel 1994 viene rieletto con il 70,85% dei voti contro Mark Roosevelt.

Nel 1997 si candida al Senato contro il senatore John Kerry, perdendo col 44,7% dei voti. Nello stesso periodo viene scelto dal Presidente Bill Clinton come ambasciatore statunitense in Messico, ma il Presidente della Commissione degli affari esteri del Senato, Jesse Helms, insieme all’ex-procuratore Edwin Meese, decidono di bloccare la sua candidatura. Circa dieci anni dopo si candida come governatore di New York venendo però sconfitto alle primarie da John Faso.

Nel 2016 l’ex-governatore del Nuovo Messico e candidato del Partito Libertariano alle elezioni presidenziali Gary Johnson annuncia di aver scelto Weld come suo candidato vicepresidente. Weld accetta ufficialmente la nomina il 29 maggio dello stesso anno alla convention del partito ad Orlando. La coppia con il 3,28% dei voti ottiene il miglior risultato di sempre del Partito Libertariano.

Weld torna a far parte del Partito Repubblicano nel gennaio 2019. Il 15 aprile 2019 annuncia ufficialmente la sua candidatura alle primarie repubblicane contro il Presidente uscente Donald Trump, per le elezioni presidenziali del 2020. Durante la sua apparizione a Bloomberg News, Weld dichiara di poter battere Trump con l’aiuto dei voti degli indipendenti. Accusa inoltre l’attuale Presidente degli Stati Uniti di aver mostrato disprezzo per il popolo americano durante tutta la sua amministrazione e afferma che sarebbe “una tragedia politica avere altri quattro anni di cose come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi 24 mesi alla Casa Bianca”.

In merito alla sua candidatura si esprime, in una nota, anche il Comitato Nazionale Repubblicano nella quale riporta che “ogni tentativo di sfidare la nomina del Presidente non andrà da nessuna parte”. Ad oggi l’89% dei repubblicani sostiene la nomina di Trump.

 

 

Alcuni interrogativi sulla crisi venezuelana

A pochi giorni dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Nicolás Maduro (2019-2025), l’autoproclamazione di Juan Guaidò rischia di provocare un’escalation della violenza a Caracas. Si tratta di un’azione legittima o di un golpe? Inoltre, il riconoscimento da parte degli Stati si sta lentamente trasformando in ingerenza negli affari venezuelani?

Alcuni interrogativi sulla crisi venezuelana - Geopolitica.info

 

Juan Guaidó, classe 1983, Presidente dell’Assemblea Nazionale e leader dell’opposizione, il 23 gennaio ha giurato sulla Costituzione venezuelana per sostituire Maduro, da lui definito un “usurpatore” illegittimo. Per quest’ultimo e i suoi sostenitori, tra cui i governi di Turchia, Russia, Cina, Cuba e  Bolivia, si tratta di un colpo di Stato e l’ennesimo tentativo, orchestrato degli americani, di interferire nelle vicende di Caracas. Tuttavia, oltre agli Stati Uniti, anche l’Unione europea, il Canada, l’Australia, Israele e il Gruppo di Lima hanno salutato l’evento come “l’inizio di un processo di transizione democratica” per il Paese.

Quello che viene da chiedersi è se sia realmente così e, quindi, se la Costituzione del Venezuela autorizzi il Presidente del Parlamento a destituire e prendere il posto del Presidente della Repubblica.

Guaidó ha giustificato il suo atto con un’interpretazione degli artt. 350 e 333 secondo cui “qualsiasi cittadino o cittadina, investito o meno di autorità”, ha il dovere di collaborare per ristabilire la validità della Costituzione, contro qualsiasi autorità che minacci i valori democratici e i diritti umani. È opinione di diversi giuristi che, a fronte delle violente proteste popolari e dell’accentramento di poteri da parte di Maduro, esista un margine di costituzionalità per l’intervento del leader dell’opposizione. Margine che aumenta se si considera che l’art.233 prevede la fine del mandato presidenziale, oltre che nell’eventualità della morte, rinuncia e incapacità fisica e mentale dell’incaricato, tramite destituzione stabilita da “sentenza del Tribunale Supremo di Giustizia […]così come da revoca popolare”. In una simile circostanza il vertice dell’Assemblea nazionale può ricoprire l’incarico presidenziale fino al regolare svolgimento di un nuovo turno elettorale, entro un termine di trenta giorni.

Questa spiegazione, però, non convince tutti. Come riporta Bloomberg, rivista statunitense, l’ultimo articolo non contempla la possibilità per il Parlamento di rimuovere il Presidente in carica, ma afferma semplicemente che il leader dell’Assemblea Nazionale possa ricoprire l’incarico per un mese, se il Presidente della Repubblica non fosse nelle condizioni di servire, in modo permanente, il Paese. Questa condizione al momento non sussiste, fa notare l’avvocata costituzionalista Olga Alvarez, che aggiunge che “nella Carta Magna non è contemplato un vuoto di potere né un Presidente ad interim”. Secondo lei, se si considerano gli accordi stretti con Trump e le ripetute minacce di quest’ultimo di ingerenza militare, l’azione di Guaidó presenta un’aperta violazione dell’art. 128 del Codice Penale. Tale articolo prevede che “Chiunque cospiri, in accordo con una Nazione straniera o nemici esterni, contro l’integrità del territorio della patria o le sue istituzioni repubblicane […], sarà punito con l’incarcerazione da venti a trent’anni”. Infine, continua la donna, è un atto illecito perché contrario alla volontà popolare che ha scelto Nicolás Maduro nelle elezioni di maggio de 2018 e perché Guaidó fa parte di un organo i cui poteri sono stati annullati da una sentenza del Tribunal Supremo de Justicia emessa nel 2016.

Il punto, però, è che l’opposizione contesta la validità stessa dell’esito elettorale in quanto si sarebbero verificati brogli e una gestione scorretta dell’elaborazione dei voti elettronici da parte di Smartmatic, multinazionale venezuelana con sede nel Regno Unito. La stessa società, obiettano i sostenitori di Maduro, che aveva già gestito le elezioni legislative del 2015 culminate nella vittoria del partito di opposizione Mesa de la Unidad Democratica (MUD).

Secondo gli esperti per risolvere lo stallo politico che vede, al momento, il Paese retto da due Presidenti della Repubblica e due Assemblee nazionali, sono necessarie nuove elezioni, libere e trasparenti. Come ha dichiarato Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea, se non si prenderanno misure in tal senso “l’Ue intraprenderà ulteriori azioni, anche sulla questione del riconoscimento della leadership del Paese”. La proposta è sembrata una sorta di ultimatum, al quale ha risposto il cancelliere venezuelano Jorge Arreaza, davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu: “Pensate ai vostri problemi. Noi non ci intromettiamo nelle vostre questioni. Rispettate, in accordo con la Carta delle Nazioni Unite, l’autodeterminazione dei popoli” [..] Questo ultimatum è assurdo. Perché otto giorni? Perché non sette o trenta? Da dove viene questa cifra magica di otto giorni?”.

Per concludere, come fa notare Miguel Tinker Salas, storico venezuelano e professore in California, sulla questione venezuelana c’è un’accesa e vasta “polarizzazione” di opinioni all’interno e al di fuori del Paese.

Al momento, però, il principale focus dei media è diventata la pressione internazionale verso Maduro e le proteste popolari, al punto da convincere, erroneamente, l’opinione pubblica che il supporto della comunità internazionale ad un Governo parallelo, dia a quest’ultimo un potere effettivo all’interno del Venezuela. Questo, considerando la grave situazione economica di Caracas e le forti tensioni sociali, fa sì che ci sia un forte rischio di strumentalizzazione politica da parte degli attori internazionali in gioco, in primis Stati Uniti, Russia e Cina, che potrebbero essere tentati di giocare la loro partita senza valutare le conseguenze per la popolazione venezuelana.

Who is Who: Annegret Kramp-Karrenbauer

Nome: Annegret Kramp-Karrenbauer
Nazionalità: tedesca
Data di nascita: 9 agosto 1962
Ruolo: Presidente dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania

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L’uscita della Merkel
La leader (in)discussa del Cdu, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania, Angela Merkel, dopo aver annunciato le sue dimissioni lo scorso 29 ottobre, lascia, dopo 18 anni, la carica di Presidente del partito. La decisione è stata presa in seguito al pessimo risultato ottenuto alle elezioni in Assia: Cdu 27% (-11,3%) Spd 19,8% (-10,9%), Die Grünen 19,8% (+8,7%) e Afd 13,1% (+9%). Il declino dell’ex Cancelliera è iniziato nel 2015, quando prese la decisione di aprire le frontiere con l’Austria, favorendo l’ingresso di circa 1 milione di migranti, nel corso di soli due anni.

La Merkel, nonostante le dimissioni, sostiene che resterà in carica come Cancelliera, fino alla fine del suo mandato, che terminerà con le elezioni federali del 2021.

Il Congresso della Cdu e i candidati

La nuova leader

Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, cattolica, madre di tre figli, è figlia di un pastore luterano dell’ex Gemania dell’Est, ma, a differenza della Merkel, lei è nata nella Germania Ovest. E’ stata nominata, il 26 febbraio di quest’anno, su iniziativa proprio della Merkel, Segretario generale del partito, ottenendo il 98% dei consensi tra i delegati. La sua carriera politica, però, iniziata a 20 anni, si è sviluppata ed ha ottenuto visibilità a livello locale, quando è diventata Presidente del Land della Saarland nel 2011. In seguito, nel 2017, è stata l’unica leader proveniente dal Cdu, ad aver vinto le elezioni regionali con una soglia superiore al 40%, in controtendenza rispetto al resto del Paese.

In seguito alla vittoria, divenuta Presidente del Cdu, la nuova leader ha tenuto un discorso all’assemblea dei delegati, in cui ha ripercorso e ribadito la storia e i valori cristiani del partito, prendendo però le distanze dalle posizioni xenofobe di alcuni suoi sfidanti, e sottolineando la responsabilità di quest’ultimo verso il paese: “Per cinquant’anni siamo stati noi cristiano-democratici a presentare il cancelliere in Germania: complessivamente 50 anni di responsabilità di governo. È motivo di umiltà, più che di orgoglio: perché immaginare e gestire la politica vuol dire vedere il mondo anche con gli occhi degli altri. Sapendo che il mondo non è in bianco e nero, ma molteplice e colorato, perché abbiamo sempre creduto nel compromesso, perché non crediamo in risposte semplici”.

Sembra cosi iniziare il nuovo corso di un partito, definito dalla stessa Akk come “l’ultimo grande partito popolare in Europa”, dove, ancora una volta, è una donna a condurre il gioco. Andando però oltre la semplice comunanza, legata al fatto di essere donne e madri, forti di obiettivi raggiunti in un mondo dominato ancora da una componente maschile fortemente maggioritaria, la nuova leader ci tiene a prendere le distanze dall’operato della Merkel. “Non sono una mini-Merkel”, sostiene, conscia anche del fatto che questa vicinanza potrebbe danneggiarla. Annegret Kramp-Karrenbauer ci tiene, infatti, a prendere le distanze, soprattutto sul tema dell’immigrazione, rispetto al quale ribadisce il bisogno di regole più rigide, un “regime di frontiere intelligente”, che abbia un maggior controllo sui flussi. Sostiene, inoltre, che vi sia bisogno di un incremento delle politiche bilaterali con i paesi d’origine, e l’accettazione dei valori tedeschi, da parte di chi otterrà protezione internazionale. Rispetto al fenomeno migratorio, i sostenitori di Akk, si augurano che grazie a lei, la Cdu riuscirà anche a fermare la crescita del partito di estrema destra Afd, tenendolo sotto il 10%.

Le nuove posizioni

Sono note le posizioni tradizionaliste, più conservatrici rispetto alla Merkel, della nuova leader del Cdu; come ,ad esempio, l’opposizione verso le nozze gay, una posizione più intransigente verso temi quali l’aborto, e uno scetticismo di fondo rispetto ai rapporti con la comunità islamica.

D’altra parte, in campo sociale, è una convinta sostenitrice dei diritti degli immigrati, dei lavoratori, seppur sensibile alle posizioni dei grandi dell’industria e del business, e molto attiva a sostegno delle politiche ambientali.

La CDU dopo Angela Merkel

Sulla carta, la competizione per diventare il successore di Angela Merkel alla guida dell’Unione Cristiano Democratica (CDU), e con alta probabilità il prossimo Cancelliere della Germania, avrebbe tutti gli elementi di una grande sfida: personaggi di spessore, antiche rivalità, conti in sospeso e l’ambizione di raggiungere un ruolo dal grande potere. Le aspettative per una competizione di spessore c’erano tutte, ma le cose stanno andando diversamente e l’esito del congresso della CDU sembra già scritto in partenza.

La CDU dopo Angela Merkel - Geopolitica.info Photo credit: jonasschoenfelder on VisualHunt / CC BY

Nel congresso che avrà luogo dal 6 all’8 dicembre l’Unione Cristiano Democratica (CDU) eleggerà il nuovo leader del partito, il successore di Angela Merkel destinato a diventare con altissima probabilità anche il prossimo Cancelliere. La CDU è un partito granitico, in 45 anni ha avuto solo tre leader: dal 1973 a oggi si sono succeduti alla guida del partito più importante della Germania solo tre persone: Helmut Kohl, Wolfgang Schauble (un breve periodo di 15 mesi) e Angela Merkel, ancora in carica fino a al congresso di dicembre dopo la scelta di porre fine alla sua carriera politica dopo 18 anni di leadership. In un sondaggio di Infratest Dimap, mostrato sulla rete pubblica ARD venerdì 16 novembre, è stato rilevato che la maggioranza degli elettori tedeschi desidera che Angela Merkel rimanga in carica fino alla fine della legislatura (quindi fino al 2021), un dato che arriva al 75% tra elettori della CDU ma che supera il 50% anche tra quelli dei Grune (verdi), della Linke (estrema sinistra) e della SPD (socialdemocratici). Ovviamente, tanta approvazione non è riscontrabile tra l’elettorato di AfD (estrema destra). Lo stesso sondaggio ha testato l’opinione pubblica anche in merito alla competizione per la leadership della CDU, riscontrando ancora l’effetto Merkel.

Dalla rilevazione infatti risulta che Annegret Kramp-Karrenbauer ha il consenso del 46% dei sostenitori del partito, seguita da Friedrich Merz al 31% e da Jens Spahn al 12%. Kramp-Karrenbauer è considerata la delfina della Merkel, anche se la Cancelliera non si è spesa direttamente a sostegno della sua candidatura. Dal canto suo, la Kramp-Karrenbauer ha cercato di prendere le distanze dalla Cancelliera soprattutto sul tema dell’immigrazione, contestando la politica delle porte aperte che portò in Germania più di un milione di rifugiati. All’inizio Kramp-Karrenbauer (56 anni) poteva sembrare un personaggio con poco appeal, una “mini-Merkel” che non porta niente di nuovo, una ripetizione della solita ricetta che nel lungo periodo non saprebbe esprimere una leadership nuova. Il suo punto debole però è anche il suo punto di forza: lei rappresenta la continuità di una storia di successo, una leader ben radicata che conosce e sa gestire tutte le complessità di un partito in cui non mancano le conflittualità. Inoltre, con Kramp-Karrenbauer sarebbe molto facile per la CDU formare un’alleanza con i Grüne dopo le prossime elezioni, una prospettiva sempre più realistica secondo i sondaggi.

L’altro candidato di rilievo, Friedrich Merz, è considerato l’uomo in grado di spostare la CDU verso politiche più liberiste, cosa che lo rende un politico attraente per il mondo degli affari e dell’industria tedesca, ma guardato con sospetto da una larga parte del partito. Merz, che ha 63 anni, è stato un pezzo grosso del partito ma negli ultimi 15 anni è stato fuori dalla politica attiva è si è dedicato alla carriera nel mondo degli affari, con grande successi nel ramo tedesco del fondo BlackRock. Sta provando a conquistare il favore dell’opinione pubblica e soprattutto del partito, ma esauritosi l’interesse iniziale non sembra in grado di superare Kramp-Karrenbauer.

Poi c’è Jens Spahn, il candidato più giovane (38 anni), anche lui dalla forte impostazione liberale, europeista e dura sull’immigrazione. Spahn già in partenza non era destinato a vincere, cosa che con la discesa in campo di Merz è diventata impossibile. Molte delle persone che potrebbero sostenere Spahn per le sue idee di politica economica trovano in Merz una figura più esperta e rappresentativa, ma come spesso accade in questo genere di competizioni, si partecipa per misurare il proprio peso nel partito e metterlo sul tavolo nelle future spartizioni di potere. Spahn è il candidato più “trumpiano” dei tre, identitario, una delle sue polemiche più recenti riguarda quello che a suo dire è l’eccessivo uso della lingua inglese nella cosmopolita Berlino.

Ci sarebbero anche altri candidati, alcuni sono nomi pesanti come quello del ministro della Difesa Ursula Von Der Leyen, ma la competizione reale è solo tra questi tre. Un quarto candidato poteva essere Armin Laschet, 57 anni, governatore del Nord-Reno Vestfalia, ma in questa occasione ha deciso di non farsi avanti, anche se in futuro potrebbe puntare direttamente alla cancelleria. Tuttavia, una cosa da tenere a mente è che il nuovo leader della CDU non sarà votato dai simpatizzanti in primarie aperte, né dall’ampia platea degli iscritti al partito. La votazione è riservata esclusivamente ai 1001 delegati al congresso, un elettorato selezionato e ristretto con dinamiche di scelta molto diverse da quelle del grande pubblico, allo stato attuale non è chiaro quanta influenza avrà l’opinione pubblica sulla decisione finale dei delegati al congresso.

Per chi si occupa di geopolitica il tema più importante è la posizione in politica estera dei potenziali leader della Germania. Tutti i candidati sembrano in linea con i pilastri della CDU, ovvero l’impegno a preservare la relazione privilegiata con gli Stati Uniti all’interno del quadro dell’Unione Europea, ma ci sono anche delle differenze, piccole ma potenzialmente sostanziali.

Al di là del sostegno per i pilastri di Atlantismo ed europeismo, Kramp-Karrenbauer si distingue per una diffidenza verso la Russia e un particolare legame con la Francia, legato alla sua esperienza di governo del piccolo stato del Saarland, marca della frontiera franco-tedesca abitata da meno di un milione di abitanti. Kramp-Karrenbauer parla francese e nel 2011 è stata nominata dalla Merkel come rappresentante delle relazioni culturali franco-tedesche. Supporta l’esercito unico proposto da Macron ed è rappresentativa di tutta l’area filo-francese della CDU.

Friedrich Merz è decisamente il più Atlantista, è a capo dell’Atlantik Brüke, network USA-Germania che riunisce imprese e personaggi politici. Attraverso la sua carriera di Avvocato d’impresa Merz è organico ai gruppi di potere che coinvolgono il mondo degli affari tedesco e americano, soprattutto grazie al suo ruolo di presidente del fondo BlackRock in Germania. Nonostante questo però Merz – come tanti altri tedeschi – prova disagio per le politiche e la postura di Donald Trump, ecco perché in questa campagna congressuale si è fatto portatore di una visione più europeista, rafforzata dalla sua vecchia esperienza di parlamentare europeo dal 1989 al 1994. Merz propone una riforma dell’eurozona e più cooperazione comunitaria nella politica estera e nella difesa, una visione sostanzialmente identica a quella di Kramp-Karrenbauer. In un’ottica più ampia però Merz sottolinea l’importanza dell’ordine liberale del mondo, con un allarme particolare nei confronti del modello autoritario della Cina, da contenere. Anche Merz guarda con diffidenza al Cremlino e si è dichiarato a favore delle sanzioni alla Russia.

Jens Spahn è Atlantista e trumpiano, in questa campagna è quello che più di tutti sta sottolineando i problemi dell’immigrazione causati dalla politica di accoglienza della Merkel. La sua simpatia nei confronti dell’amministrazione Trump non è solo verbale, Spahn ha un’amicizia personale con Richard Grenell, l’ambasciatore americano a Berlino ben conosciuto per essere un uomo di Trump. Spahn sottolinea spesso gli interessi comuni di Stati Uniti e Germania ed è a favore di un maggiore impegno tedesco nella NATO, che vuol dire aumentare il budget tedesco per la difesa (cosa già in programma, dal 2020). Per quel che riguarda la politica comunitaria, Spahn pone particolare enfasi all’interesse nazionale. Ovviamente è contrario a qualsiasi tipo di “unione dei trasferimenti” all’interno dell’eurozona, ma la cosa più importante è che considera l’Unione Europea “un gruppo di stati-nazione” piuttosto che la costruzione di uno Stato continentale e federale.

Infine, sullo sfondo resta l’uomo che non corre oggi ma potrebbe ripresentarsi domani, Armin Laschet. L’attuale governatore della Nord-Reno Vestfalia (il più popoloso Land della Germania) ha la forza di chi ha dietro di sé la più forte delle federazioni locali della CDU, da cui provengono i due terzi delle federazioni regionali. Laschet è un centrista molto vicino alla Merkel ma senza essere identificato come subalterno della Cancelliera, da tempo il suo nome è regolarmente nella lista dei potenziali cancellieri. Come Kramp-Karrenbauer, è più europeista che atlantista, ma la cosa che più di tutte segna nettamente una differenza rispetto gli altri candidati è la sua posizione nei confronti della Russia e di Vladimir Putin. Nonostante un sincero atlantismo, Laschet condanna la Russofobia e l’anti-Putinismo dei mass media tedeschi, è ha dichiarato apertamente che Putin sta facendo bene in Siria.

Ricapitolando, tra tutti Laschet è il non-candidato più nettamente europeista e dalla visione multipolare, seguito da Kramp-Karrenbauer, sempre ricordando che nessuno di questi ha la minima intenzione di appoggiare l’unione di trasferimenti necessaria a risolvere le disfunzioni dell’eurozona. Tuttavia, sarebbero sicuramente disponibili a una maggiore condivisione dei rischi. Anche Merz non dovrebbe distanziarsi particolarmente da questa posizione, lasciando a Spahn il ruolo di falco del rigore.

Per adesso la storia sembra già scritta: Kramp-Karrenbauer diventerà leader della CDU e molto probabilmente, visti i sondaggi sulle elezioni politiche, Cancelliera della Germania alla guida di un governo di coalizione composto da Grüne e FDP, forse anche senza i liberali vista la concreta possibilità che CDU/CSU e Grüne continuino a crescere riuscendo a mettere insieme la maggioranza al Bundestag. L’unica incognita a oggi sembra essere la possibilità di vedere Kramp-Karrenbauer alla guida della CDU per un periodo lungo come quello dei suoi predecessori Merkel e Kohl, ma probabilmente anche Angela Merkel quando divenne leader della CDU nel 2000 non sembrava avere il carisma che ha dimostrato nei 18 anni successivi.

Superato il congresso della CDU, Angela Merkel potrà dedicarsi completamente alla conclusione della sua carriera politica, e la Cancelliera sembra avere tutta l’intenzione di volerlo fare portando a compimento qualcosa di storico a livello europeo.


Germania e la fine dell’era Merkel

La decisione di Angela Merkel di abbandonare la leadership della CDU dopo il congresso del 6 dicembre ha riportato la Germania al centro dell’attenzione. Questo significa che la Cancelliera non si ricandiderà alle prossime elezioni e tutto lascia intendere che lascerà la politica, senza neanche candidarsi per un seggio in parlamento (Bundestag). La domanda che tutti si pongono adesso è quali sono le implicazioni di questa scelta su questa legislatura, quanto è alto il rischio di elezioni anticipate e come tutto questo potrebbe ripercuotersi sull’UE e sull’Eurozona.

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Di sicuro, la Germania è entrata in una fase in cui guarderà con più attenzione alla politica interna che a quella comunitaria, in un periodo in cui l’UE deve confrontarsi con la Brexit, la questione italiana e le elezioni per il rinnoveranno del Parlamento Europeo, che si preannunciano incendiarie. Dal punto di vista dell’assetto istituzionale, la rinuncia alla leadership della CDU non mette in discussione la sua posizione di Cancelliere: il  leader della CDU viene eletto dal partito, ma il Cancelliere viene eletto dal Bundestag. La lista dei candidati alla guida della CDU  per adesso sono tre, anche se in ballo ci sono altri nomi e la lista che correrà al congresso di dicembre è ancora da definire. I tre candidati più importanti sono:

  • Annegret Kramp Karrenbauer, la “delfina” di Angela Merkel e attuale segretario generale del partito, rappresenta la continuità. Nonostante non sembri essere un personaggio molto carismatico per via della suo ruolo di ancella della Merkel non va sottovalutata, rappresenta un gruppo di potere ben strutturato e con lei la CDU potrebbe formare in maniera molto agevole un’alleanza con gli ambientalisti Die Grunen.
  • Friedrich Merz, presidente del partito dal 2000 al 2002 con una solida esperienza anche nel settore privato, soprattutto in BlackRock. Piace molto alla confindustria tedesca, sembra essere il candidato più europeista e aperto a una stagione riformista in sede comunitaria, ma bisogna capire quanto il suo riformismo sia genuino e come sarà accolto dai falchi del partito.
  • Jens Spahn, attuale ministro della Sanità, per ora sembra volersi presentare come il candidato più di destra adottando una retorica dura su immigrazione e controllo dei bilanci dei membri dell’Eurozona.

Fondamentalmente sono tutti candidati di centrodestra in linea con la contraddittoria visione del mondo e dell’Europa che la Germania ha avuto negli ultimi 15 anni, la postura tedesca a sostegno di una solida disciplina di bilancio in patria e nei paesi dell’Eurozona non dovrebbe cambiare, senza  intaccare la tradizionale linea rossa invalicabile imposta dai tedeschi nei confronti di qualsiasi riforma della zona euro che includa trasferimenti fiscali verso i paesi della periferia. Friedrich Merz è il candidato che sta suscitando maggiore attenzione, ma anche Annegret Kramp Karrenbauer sta cominciando a dire la sua. Tuttavia, per avere un quadro più completo dei candidati alla guida della CDU bisogna aspettare le prossime settimane e trattare l’argomento con un’analisi specifica in vista del congresso che avrà luogo dal 6 all’8 dicembre.

Per adesso, nonostante contraddizioni e compromessi, la Grosse Koalition (GroKo) è destinata a restare in carica. Le tornate elettorali in Baviera e Assia hanno già sortito i loro effetti e il grande sconfitto, il partito socialdemocratico SPD, non è in grado di abbandonare il governo per lanciarsi in quelle che in questo momento sarebbero elezioni disastrose. Il rischio di una rottura della GroKo tornerà a concretizzarsi dopo le elezioni europee di primavera e dopo quelle per il governo dei Lander dell’ex Germania Est, previste per settembre e ottobre, eventi che metteranno nuovamente alla prova i partiti della GroKo in Lander dove il partito in ascesa è l’estrema destra di AfD e non il rassicurante partito ambientalista Die Grunen.

Secondo la Costituzione tedesca, la sostituzione del Cancelliere o le nuove elezioni possono esserci solo dopo che:

  1. Il Cancelliere si dimette di sua spontanea volontà e resta in carica fino a quando il Bundestag non ne elegge uno nuovo a maggioranza assoluta.
  2. Il Bundestag decide di rimpiazzare il Cancelliere attraverso un voto di sfiducia che in Germania deve per forza essere “costruttiva”, quindi si può togliere la fiducia al Cancelliere solo se si ha un sostituto da votare a maggioranza.
  3. Il Cancelliere non si dimette, ma chiede il voto di fiducia. Se il Bundestag gliela nega, il Cancelliere può chiedere al Presidente della repubblica federale di sciogliere il Bundestag e quindi andare a nuove elezioni.

Nel caso 1. e 2. le elezioni anticipate non sono automatiche e serve una maggioranza assoluta pronta a sostenere un altro Cancelliere al Bundestag, mentre per arrivare a un caso come il 3. servirebbe una crisi totale di governo e di coalizione che non vuole nessuno. In questo momento sul tavolo non c’è nessuna di queste tre opzioni.

Viste le condizioni attuali della politica tedesca, con una crescita di AfD e un generale spostamento di voti all’interno del quadro politico preesistente (in primis il travaso di voti del SPD verso Die Grünen), un compromesso parlamentare senza nuove elezioni sembra piuttosto difficile. In teoria, un’uscita di scena di Angela Merkel renderebbe possibile la coalizione tra CDU/CSU, FDP e Die Grünen (la cosiddetta Jamaika Koalition) naufragata dopo le elezioni proprio per l’indisponibilità del leader del FDP di formare un governo con Angela Merkel come Cancelliera, ma giunti a questo punto non converrebbe a nessuno avventurarsi in un governo debole e breve dando ad AfD la possibilità di scatenarsi per due anni dall’alto del pulpito dell’unico partito di opposizione all’establishment.

Tuttavia, non bisogna dimenticare il ruolo della SPD. Una crisi di governo che porti a elezioni anticipate potrebbe arrivare anche dall’altra metà della GroKo, un partito sempre più debole nel palazzo e tra i gli elettori. Le elezioni in Baviera e Assia hanno confermato i già disastrosi dati rilevati nei sondaggi e messo in evidenza l’alternativa per l’elettorato progressista: gli ambientalisti Die Grünen, una forza che ha dimostrato di saper fare opposizione ma anche di poter governare con la CDU senza snaturarsi come ha fatto la SPD. Per il partito dei socialdemocratici la terza GroKo è stata una scelta sofferta, quasi obbligata, e ora che il prezzo da pagare per aver ricevuto cariche e  ministeri si sta facendo sentire, il partito e la stampa progressista si chiedono quanto sia conveniente continuare a fare lo junior partner fino alla fine dell’ultimo governo Merkel. La leader del partito, Andrea Nahles, ha rimandato la decisione se continuare o meno la coalizione alla “revisione di metà mandato” dello contratto di governo della GroKo, prevista per l’autunno del 2019 (due anni prima della fine naturale della legislatura ad autunno del 2021).

Quello delle elezioni anticipate in Germania quindi rappresenta un scenario possibile, ma non imminente. Il periodo da guardare con più attenzione è il dopo elezioni europee fino all’estate. Inoltre, anche se in Germania Angela Merkel è sul viale del tramonto, a livello europeo resta potente e rispettata, la sua figura sarà importante nei negoziati che seguiranno la formazione della nuova Commissione europea e la distribuzione di tutti gli incarichi ai vari livelli di governance delle istituzioni europee, compresa la possibilità di mettere un tedesco in un ruolo chiave come la presidenza della Commissione o della Bce. Proprio in questi giorni il Partito Popolare Europeo ha confermato che il suo candidato alla presidenza della Commissione europea (lo Spitzenkandidat) sarà Manfred Weber, falco bavarese della CSU e uomo fidato di Angela Merkel nei palazzi di Bruxelles da circa 14 anni.

Molti commentatori considerano la fine dell’era Merkel una sciagura per la Germania e l’inizio di un’era di instabilità, ma c’è anche un’altra chiave di lettura. Il passo indietro della Merkel non è un segno di debolezza ma di forza, forse la politica tedesca sta effettuando la transizione dalla politica bipolare a quella della frammentazione post-ideologica meglio di tanti altri paesi europei. Nonostante il calo dei consensi, la CDU è ancora il partito indispensabile per formare una coalizione di governo, e nonostante la crescita di AfD susciti preoccupazione e il crollo della SPD sembri irreversibile, la crescita esponenziale del partito ambientalista Die Grunen sta mostrando già da adesso i contorni di quello che sarà la Germania dopo le GroKo a guida Merkel.

Le elezioni in Baviera e Assia hanno confermato proprio questo nonostante i risultati completamente diversi: in Baviera la CSU in caduta libera – ma sempre maggioritaria – ha messo insieme un governo con Freie Waehler (una lista civica di “liberi elettori” dal profilo conservatore) senza snaturarsi, mentre in Assia la già collaudata alleanza tra CDU e Die Grünen è pronta governare di nuovo nonostante un forte spostamento dei rapporti di forza a favore di questo astro nascente della politica tedesca. Cosa significherà tutto questo per il futuro dell’Unione Europea e dell’Eurozona è ancora presto per dirlo, ma tra i grandi paesi europei la Germania presenta un quadro politico molto più leggibile, seppur in piena rivoluzione.

Negli ultimi 5 anni la politica europea è cambiata moltissimo, in alcuni paesi sono saltati completamente gli schemi storici. In Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e nel resto d’Europa è molto più difficile immaginare come saranno i profili dei governi delle prossime legislature. La Germania sta affrontando questi stravolgimenti meglio degli altri e sarà al centro dell’agenda europea ancora a lungo, nei prossimi due anni il tema centrale dell’Unione Europea sarà ancora il rapporto della Germania con gli Stati Uniti e il rifiuto di Berlino ad accettare i trasferimenti fiscali all’interno dell’Eurozona, mentre in molti altri paesi saranno alle prese con il tentativo di capire qual è il partito di destra e quale quello di sinistra.