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Joe Biden non smette di stupire

Biden batte Sanders e lo fa ancora una volta in maniera netta. Martedì 17 marzo l’ex vicepresidente ha vinto in Arizona (67 delegati), Florida (219) e Illinois (155). Si sarebbe dovuto votare anche in Ohio ma a causa dell’emergenza coronavirus il voto è stato rimandato. Intanto, Tulsi Gabbard – l’ultima candidata rimasta in corsa oltre a Sanders e Biden – ha deciso, nella giornata di oggi, di ritirarsi e di dare il suo endorsement a Biden.

Joe Biden non smette di stupire - Geopolitica.info

Tre su tre per Joe Biden: l’ex vicepresidente ha vinto in maniera netta in Arizona, Florida e Illinois. Il risultato più sorprendente è sicuramente quello della Florida – Stato con una forte presenza di ispanici, minoranza che da sempre sostiene il senatore del Vermont – dove Biden ha ottenuto circa il 40% in più del suo avversario. Proprio qui il 77enne democratico ha ritrovato quella coalizione trasversale che lo aveva portato alla vittoria nelle primarie precedenti: afro-americani, donne, moderati e indecisi. Ancora una volta si è votato per il candidato che, secondo gli elettori, ha più possibilità di battere Trump a novembre. Tra le altre cose, in Florida l’affluenza al voto è stata superiore rispetto al 2016 nonostante l’emergenza coronavirus. Con la vittoria in Illinois continuano gli ottimi risultati nel Midwest, dopo quelli del Minnesota e del Michigan. È importante sottolineare il fatto che l’Illinois abbia un profilo politico più giovane e progressista della Florida, fondamentale quindi che si sia riuscito ad affermare anche qui, riuscendo ad intercettare voti che sarebbero dovuti andare a Sanders. 

Il voto in Ohio è stato rinviato. Decisione presa dal governatore Mike DeWine sulla base dell’emergenza nazionale causata dal Covid-19, dichiarata dal presidente Trump e che era stata già preceduta dai rinvii in Georgia, Lousiana, Kentucky e Maryland. Tutto rimandato a giugno, coronavirus permettendo.

Nel discorso post-vittoria, tenuto nella sua casa nello Stato del Delaware, Biden ha detto: “Il mio obiettivo è quello di unire il partito democratico e di unire il nostro Paese in questo momento difficile”, parole che sembrano quasi un appello agli elettori di Sanders. “Quello che serve ora è speranza contro la paura, unità contro le divisioni, verità contro le menzogne e scienza contro la finzione”, ha aggiunto l’ex vicepresidente. Si è poi rivolto anche ai giovani, parte fondamentale dell’elettorato di Sanders: “Vi ascolto, so cosa è in gioco e so cosa dobbiamo fare”. 

Altra notizia importante è che l’ultima candidata rimasta in corsa oltre a Sanders e Biden, Tulsi Gabbard, ha deciso di ritirarsi e di dare il suo endorsement a Biden. La deputata delle Hawaii ha annunciato il suo ritiro dalle primarie democratiche su twitter. In tutte le precedenti primarie non aveva mai superato l’1 o il 2% e non ha mai neanche ottenuto dei delegati, tranne che in occasione dei caucus delle American Samoa dove ha ottenuto i suoi unici due delegati. Nel 2016 Gabbard aveva dato il suo endorsement a Sanders ma ora ha deciso di non ripetersi appoggiando, appunto, l’ex vicepresidente. 

È interessante sottolineare anche ciò che è avvenuto durante l’ultimo dibattito televisivo tra Biden e Sanders tenutosi a Washington D.C. Durante la diretta, il 77enne democratico ha annunciato la volontà di nominare un vicepresidente donna e riempire le caselle del governo con persone appartenenti alle minoranze. Al contrario, invece, l’amministrazione Trump conta solo tre donne, di cui una asiatica; un solo afro-americano mentre gli altri posti sono occupati da uomini bianchi. Circolano da giorni vari nomi, ma i più caldi sembrerebbero quelli di Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts; Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota; Kamala Harris, senatrice della California e Stacey Abrams, che aveva corso alle elezioni per diventare governatore della Georgia che, però, sembrerebbe più indietro rispetto alle altre. Attenzione anche al nome di Michelle Obama. 

Negli ultimi giorni sono arrivati ulteriori rinvii, causati dall’emergenza coronavirus che negli Stati Uniti sta diventando sempre più preoccupante: Connecticut, Indiana e Porto Rico. Il più significativo è quello di Porto Rico, non tanto per il numero di delegati che avrebbe conferito ai candidati, quanto perché sarebbe stato il prossimo appuntamento delle primarie. “Senza dubbio, questo è il momento di misure preventive per fermare la diffusione del virus. Ma anche in questa crisi, sia il parlamento sia il governatore hanno messo in evidenza le libertà e i diritti democratici che ci consentono di essere una società basata sul valore del voto come espressione della volontà della maggioranza del nostro popolo”, ha dichiarato Charles Rodríguez, presidente del Partito Democratico di Porto Rico.

Sul versante del Partito Repubblicano, pur non essendo mai stata sotto attacco, la leadership di Trump si consolida sempre di più, raggiungendo di fatto i delegati necessari per assicurarsi di nuovo la nomination. Più che degli altri candidati, il tycoon si dovrebbe preoccupare dell’emergenza coronavirus che sta colpendo gli Stati Uniti. È altamente probabile che, con una buona gestione della situazione, Trump farà un maggiore passo in avanti verso la riconferma. Sicuramente l’attuale emergenza è un grande banco di prova e Biden è lì dietro l’angolo pronto a sfruttare ogni passo falso del suo avversario. Attualmente, però, l’approvazione di Trump ha ottenuto risultati migliori rispetto alle settimane passate. Nel sondaggio condotto da Ipsos US per ABC News, in questi giorni il 55% degli americani approva la gestione dell’epidemia da parte del presidente. Dato completamente opposto rispetto a qualche settimana fa quando il 54% si dichiarava contrario.  

Il coronavirus rischia di impattare negativamente sulle primarie democratiche e, in un’ottica futura, se la situazione non migliorerà, rischierà di danneggiare anche le presidenziali. Detto ciò, nella notte tra mercoledì e giovedì è giunta l’ufficialità che sono stati riscontrati positivi i primi due membri del Congresso: sono il democratico dello Stato dello Utah Ben McAdams e il membro del Partito Repubblicano per lo Stato della Florida Mario Diaz-Balart, mentre è notizia di oggi la positività al coronavirus di Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky. Si tratta del primo senatore e del terzo membro del Congresso degli Stati Uniti. 

La marcia verso la vittoria, per Biden, è sempre più inarrestabile grazie anche all’incredibile spinta che la sua campagna ha ricevuto dopo la vittoria in South Carolina e i vari endorsement, tra cui quelli di Buttigieg e Klobuchar, inanellando una serie di risultati sorprendenti. A Sanders non resta che appellarsi alla matematica che effettivamente lo tiene ancora vivo e al fatto che devono ancora votare alcuni Stati che assegnano un alto numero di delegati. Al momento Biden, ha circa 300 delegati in più del suo avversario. Il destino delle primarie democratiche si deciderà molto probabilmente, in maniera definitiva, nel mese di aprile quando andranno al voto 9 Stati, coronavirus permettendo, che assegneranno 704 delegati. A meno di un inaspettato ribaltone, lo sfidante di Donald Trump sarà proprio Joe Biden. Il prossimo appuntamento sarebbe dovuto essere il 29 marzo con le primarie a Porto Rico ma visto l’annullamento non ci resta che aspettare il 4 aprile quando voteranno Alaska (15 delegati), Hawaii (24) e Wyoming (14).

USA 2020: tutti i numeri del secondo appuntamento in New Hampshire

Bernie Sanders, di pochissimo, vince le primarie Dem su Pete Buttigieg. La differenza è minima ma definisce comunque i contorni di una vittoria annunciata, già al primo round, Bernie Sanders ha vinto le primarie democratiche del New Hampshire. Il secondo appuntamento del lungo percorso ad ostacoli – che terminerà in agosto con la convention Dem – ha espresso un risultato che conferma, in parte, quanto definito in Iowa.

USA 2020: tutti i numeri del secondo appuntamento in New Hampshire - Geopolitica.info

A differenza del “The Hawkeye State” dove il complesso meccanismo dei caucus e il malfunzionamento di un’app per smartphone hanno rallentato la diffusione dei risultati in New Hampshire si sono svolte delle primarie semi-aperte, nelle quali hanno votato solo gli affiliati al Partito Democratico.

Pochissimi i punti di vantaggio sul giovane ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg, terza Amy Klobuchar ed ennesimo fragoroso “tonfo” di Joe Biden, appena quinto: per lui e la Warren nessun delegato. Si registrano i primi ritiri: Bennet, Patrick e Yang.

A chiudere il podio del New Hampshire, quindi, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, che ottiene un risultato migliore rispetto ai sondaggi della vigilia.

“Bernie” aveva trionfato nello “Stato del granito” anche durante le presidenziali del 2016, ma con un vantaggio nettamente più ampio, adesso lo scarto con il secondo classificato, Pete Buttigieg, è di appena il 2%. La vittoria del senatore del Vermont in New Hampshire, insieme alla forte performance ai caucus dell’Iowa, lo consolida comunque come favorito per la nomination democratica.

Una “tornata” da dimenticare per Biden, ma anche per la senatrice Elizabeth Warren. Entrambi non si aggiudicheranno alcun delegato dei 24 in palio in New Hampshire.

Meantime, tutto pronto per l’esordio di Bloomberg e riflettori puntati sulla prima apparizione del miliardario newyorkese che stasera presenterà la sua candidatura durante un dibattito per la nomination del Democratici. Bloomberg si è qualificato per partecipare al dibattito avendo superato la soglia fissata dal Comitato nazionale democratico (Dnc), che ha però cambiato le regole dopo le primarie del New Hampshire, suscitando reazioni negative di altri candidati: niente più numero minimo di donatori individuali, che Bloomberg non ha, finanziando la sua campagna con la sua fortuna; e soglia dei sondaggi raddoppiata.

(Prime) conclusioni: L’Iowa e il New Hampshire hanno prodotti i primi K.O. Joe Biden e Elizabeth Warren, forse continueranno ancora un po’ ma è evidente che non hanno davvero chance. Bernie ha un’età incredibile (78 anni) per un candidato presidente, ha avuto un infarto grave eppure è il preferito dai giovani. E’ quasi alla pari con Buttigieg ed ha avuto meno voti che nel 2016. Amy Klobuchar, la Senatrice del Minnesota, è la “sorpresa” del New Hampshire e potrebbe sconvolgere piani definiti a priori, vedremo. Poi c’è Buttigieg, fino adesso vincente su tutta la linea ma adesso iniziano le primarie negli stati in cui il peso dei nero-americani e dei latinos è grande e lui, bianco di uno stato bianco, con la sua aria sempre per bene, potrebbe andare in tilt.

Next stop: Nevada, 22 febbraio.

Intervista a Elyes Fakhfakh, candidato alle elezioni presidenziali della Tunisia

Il prossimo 15 settembre i cittadini tunisini saranno chiamati a scegliere il Presidente della Repubblica per i prossimi cinque anni. Tra i 26 che si presenteranno alle urne la prossima domenica, è presente il nome di Elyes Fakhfakh, ex ministro dell’Economia (2012-2014) ed ex ministro del Turismo (2011-2013), candidato del partito socialdemocratico Ettakatol, che ci ha concesso un’intervista sul suo programma e la sua visione per il futuro della Tunisia.

Intervista a Elyes Fakhfakh, candidato alle elezioni presidenziali della Tunisia - Geopolitica.info

 

Lo scorso 25 luglio, l’ex Presidente Bèji Caid Essebsi (BCE) è morto all’età di 92 anni. Essebsi è stato un personaggio chiave nel processo di democratizzazione della Tunisia. Qual è la sua eredità secondo lei? Quali sono i valori più importanti che ha trasmesso? Bisogna mantenere la sua visione per la Tunisia?

Sicuramente la figura di BCE è stata fondamentale nel panorama politico tunisino. È stato molto importante sia per la riuscita della prima fase di transizione, sia nel riequilibrio dell’assetto politico successivo. Non si può dire però che sia stato altrettanto fedele nei confronti della Costituzione: non è stato capace infatti di attuarla pienamente, lasciando che fenomeni che danneggiano il nostro paese, come il nepotismo, prendessero piede nella gestione dello Stato. Ha fatto molto in campo diplomatico per ricostruire l’immagine della Tunisia, ma non è riuscito a dare una Forte spinta ad una riforma efficace dello stato e dei poteri locali al fine di garantire una maggiore stabilità al paese

La Tunisia rappresenta la sola democrazia nel mondo arabo ed il solo paese in cui la primavera araba ha avuto successo, comparandola ad altri paesi che versano ancora in una situazione di caos e nuove dittature. Qual è, secondo lei, la ragione di tale successo? Pensa che la democrazia sia ormai radicata in Tunisia?        

Mai dire mai, ci sono sempre dei rischi. Penso che ormai abbiamo passato la fase critica, nonostante le istituzioni restino fragili. Il successo è dovuto alla nostra storia: abbiamo sempre creduto nel pluralismo politico, nei diritti delle donne e nell’unità della nostra nazione. Siamo un popolo colto e unito, non abbiamo divisioni di carattere tribale o religioso. Ci sono stati vari tentativi negli ultimi trent’anni di portare la democrazia in questo paese, che sfortunatamente sono stati vani. La rivoluzione ha dato una nuova spinta e il processo non intende fermarsi.

Il rapporto dei cittadini verso la politica ed i suoi attori sta vivendo un periodo estremamente delicato, anche in Europa. Tra i fenomeni più significativi devono essere sicuramente menzionati la crescita dei movimenti populisti ed un’alta astensione alle urne. Secondo lei, quale sarà la reazione dei tunisini durante queste elezioni?

 Ci troviamo di fronte ad una crisi della democrazia rappresentativa. Il popolo in questo momento sta cercando altri mezzi per partecipare alla vita politica del paese: i social media ne sono un chiaro esempio. Sicuramente i populisti stanno alimentando questo processo, cercando di dare risposte semplici a problemi complessi nati durante il periodo della globalizzazione. Nel momento in cui vanno al potere, però, non si rilevano così efficaci, come stiamo vedendo in Europa, rendendo evidente la necessità di un ritorno ad una politica più seria. Penso comunque che la democrazia rappresentativa debba evolversi, se necessario.

Dopo i due mandati post-rivoluzionari, la Tunisia è stata governata da un sistema semi parlamentare. Lo considera un sistema politico efficace considerando i limiti del Presidente della Repubblica e l’instabilità dei gruppi parlamentari, che possono influenzare il lavoro governativo? Sareste favorevole ad un cambio dell’attuale assetto politico?

 No, sono completamente favorevole al nostro attuale sistema. Ci sono infatti altre autorità che devono ancora essere ancora create, come prevede la nostra Costituzione: parlo soprattutto dei poteri locali. Manca una stabilità politica, ed è per questo bisogna promulgare una nuova legge elettorale. Fin quando il quadro non sarà completo e la costituzione non sarà attuata in toto, non è possibile dare un giudizio esaustivo.

Concentriamoci ora su un altro tema: i problemi sociali della Tunisia. Il paese ha un alto tasso di disoccupazione rapportandolo ai suoi paesi vicini, circa il 15%, soprattutto tra i giovani. Cosa propone per invertire questa tendenza all’interno di un contesto economico difficile caratterizzato da un alto valore del debito pubblico (80%)?

 Crescita. Non dobbiamo far altro se non rilanciare la crescita. Lo Stato non deve più essere uno spettatore ma deve agire attraverso investimenti strutturali per rilanciare l’economia di questo paese. Prendendo atto che siamo nel mezzo di una quarta rivoluzione industriale, all’interno del mio programma ho inserito una specifica sezione sui futuri investimenti sul piano tecnologico, sostenibile ed ecologico. Dobbiamo essere attori in questa rivoluzione, migliorando sul  piano dell’occupazione, della ricerca, e soprattutto incrementando settori chiave come la sanità e l’educazione. Lo Stato deve farsi carico delle spese e rilanciare l’occupazione. Abbiamo molti giovani tra i 15 ed i 29 anni che non studiano né lavorano, a cui spesso non rimane altra scelta di andare via e cercare altre opportunità, principalmente in Europa. Dobbiamo dare una seconda opportunità a queste persone.

Sul piano della sicurezza: dopo gli attentati terroristici del 27 giugno 2019, l’attenzione dei media internazionali sulla sicurezza tunisina è aumentata considerevolmente. Cosa fare nell’immediato per garantire stabilità e sicurezza nel paese per i prossimi anni, considerando anche la minaccia terroristica proveniente dall’Algeria e dalla Libia e soprattutto il ritorno dei cd. foreign fighters dall’Iraq, dalla Libia e dalla Siria?

 Ci stiamo confrontando tutti i giorni con la minaccia terroristica, ma abbiamo guadagnato molta esperienza negli ultimi anni: siamo in grado di prevedere e anticipare eventuali pericoli. Dal 2010 infatti, i nostri investimenti sul piano militare e securitario sono triplicati. Gli strumenti di tutela, soprattutto alle frontiere, sono migliorati enormemente e ritengo che questa sia la strada da percorrere. Come valore aggiunto inoltre, il popolo è unito contro la minaccia terrorista. Dovremmo investire di più nelle forze di polizia: è per questo, infatti, che ho proposto la creazione di una nuova Agenzia per la sicurezza che sia più moderna ed efficace.

La Tunisia può giocare un ruolo fondamentale all’interno del conflitto libico, nel quale ci sono due leader molto diversi (Serraj e Haftar) che si stanno contrastando. Chi potrebbe essere il migliore alleato della Tunisia e dei suoi interessi?

La Tunisia deve cercare di pacificare gli animi tra le varie fazioni. Abbiamo una lunga storia con la Libia, un buon rapporto con questo vicino ed esperienza nella gestione dei conflitti. È necessario rispettare la volontà del popolo libico, cercando comunque di aiutarli in questa difficile fase di transizione grazie all’azione della società civile, dello Stato e di altri enti. Non penso sia utile pendere per una parte piuttosto che per un’altra, quello che invece dovremmo fare è riuscire ad elaborare un piano di negoziazione efficace, soprattutto sul piano internazionale ed europeo. Essendo un nostro vicino, il nostro futuro è interconnesso: la prosperità della Libia è la prosperità della Tunisia.

Qual è la sua posizione sul trattato di libero scambio con l’Unione Europea (Accord de Libre Échange Complet et Approfondi-ALECA)?

Manca un elemento fondamentale in questo accordo, cosa che ho già fatto presente a Bruxelles: una visione per il Mediterraneo. Questa regione, formata da i paesi del nord, europei, e quelli del sud, africani, deve avere una visione comune per i prossimi 40-50 anni sul piano dello sviluppo, della disparità dei salari e su quello demografico, un problema che sarà sempre più pressante. Dobbiamo impostare un vero dialogo sul futuro del Mediterraneo, e oggi siamo molto lontani dall’avere una visione comune.

 

 

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative

Oggi i taiwanesi saranno chiamati a eleggere il loro nuovo presidente della repubblica e i loro nuovi rappresentanti parlamentari. Come visto in un articolo precedente, la partita per le presidenziali sembra segnata in favore del presidente uscente, Tsai Ing-wen. Le elezioni per lo Yuan legislativo (il parlamento di Taiwan), invece, sembrano molto più incerte, sia per questioni istituzionali sia per le dinamiche di questa tornata. Ammesso che vinca, riuscirà Tsai a ripetere la “doppietta” del 2016, in cui il suo partito, il DPP, vinse la presidenza e la maggioranza parlamentare? Oppure dovrà affrontare i prossimi quattro anni con una maggioranza parlamentare avversa? Le regole, le istituzioni e gli scenari di queste elezioni, decisive per le sorti dell’isola Taiwan e per l’Asia Nord-Orientale.

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative - Geopolitica.info

La partita per la presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) appare decisa. Come visto nel precedente articolo dedicato ai candidati in corsa, ai temi della campagna elettorale e ai sondaggi pre-elettorali, l’attuale presidente, Tsai Ing-wen, del partito democratico-progressista (DPP) sembra lanciata verso una vittoria schiacciante sul suo principale avversario, il candidato del Kuomintang (KMT), Han Kuo-yu.
Tuttavia, oggi i taiwanesi dovranno eleggere anche i loro rappresentati nello Yuan legislativo, il parlamento dell’isola, e qui la partita appare più aperta di quella per la più alta carica politica della repubblica.

Il sistema politico e la legge elettorale
Taiwan è una repubblica semi-presidenziale. Il potere esecutivo è suddiviso tra il presidente della repubblica e il premier, mentre il potere legislativo è in mano a un’unica assemblea, ossia lo Yuan legislativo. L’architettura costituzionale poi si articola in altri rami e organi, in parte differenti rispetto ai sistemi costituzionali occidentali. Concentrandoci su potere esecutivo e legislativo, il primo è fortemente sbilanciato sulla figura del presidente. Infatti tra i suoi poteri figurano quello di nomina del premier, che viene esercitato senza bisogno di un voto di fiducia del parlamento e quello di scioglimento dello Yuan legislativo, accompagnato dalla possibilità di indire nuove elezioni. Il presidente della repubblica poi, definisce la politica estera del paese ed è il comandante in capo delle forze armate. Il premier, in questa architettura, svolge per lo più una attività di raccordo tra l’indirizzo politico dato dal presidente della repubblica e l’attività amministrativa del governo. Il parlamento, dall’altra parte, ha, tra i vari suoi poteri, oltre a quello di promulgare le leggi, quello di sfiduciare il premier in carica e il potere di porre sotto processo di impeachment il presidente. È chiaro, quindi, come il presidente della repubblica rappresenti la figura centrale del sistema taiwanese, ma come l’attività dello stesso possa essere pesantemente influenzata dalle decisioni dell’assemblea legislativa.

Per quanto riguarda il sistema elettorale, a partire dal 2004 l’elezione dei membri dello Yuan legislativo avviene tramite un sistema misto, maggioritario-proporzionale. Dei 113 seggi che compongono il parlamento taiwanese, 73 vengono definiti in base ad un sistema maggioritario plurality in collegi uninominali. Si tratta, quindi, di un sistema in cui gli elettori di ogni collegio eleggono un singolo rappresentante e ad essere eletto è il candidato che ha, molto semplicemente, più voti degli altri. A questi 73 vanno poi aggiunti 6 seggi, basati su due collegi plurinominali, riservati alle minoranze aborigine dell’isola. In questo caso, a essere eletti sono i primi tre arrivati in ciascuno dei due collegi. I rimanenti 34 seggi sono infine eletti sulla base di un sistema proporzionale a liste bloccate, basato su un unico collegio nazionale. In altre parole, i seggi vengono assegnati sulla base delle percentuali di voto ottenute dai partiti a livello nazionale, ma solo considerando i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 5%.

Gli elettori taiwanesi, quindi, dovranno votare con tre schede elettorali: una per il voto presidenziale; un’altra per il voto nei collegi maggioritari uninominali (o plurinominali, nel caso delle minoranze aborigene); una terza per il voto nel sistema proporzionale.

Incentivi e scenari
Un sistema elettorale così congegnato, in linea teorica, nella sua componente maggioritaria dovrebbe portare gli elettori a concentrare i propri voti sui candidati/partiti considerati in grado di vincere il seggio in palio, mentre in quella proporzionale proporzionale dovrebbe non penalizzare le forze minoritarie, garantendo maggiore rappresentanza. Tuttavia, l’effetto di bilanciamento di questa componente è fortemente limitato. A parte la questione della soglia di sbarramento, i seggi in palio nella componente proporzionale sono solo 34 e questo rende il sistema di per sé poco proporzionale (questo perché al diminuire dei seggi in palio aumenta la percentuale di voti minima necessaria per ottenere almeno un seggio). A questi fattori vanno aggiunti poi gli incentivi dati dal sistema maggioritario e dal voto presidenziale. Entrambi i voti, infatti, spingono l’elettore a concentrarsi su due campi, ossia quello “pan-verde” e quello “pan-blu”, corrispondenti a quelle dominate rispettivamente dal DPP e dal KMT.
Per cui, sarà difficile aspettarsi qualcosa di diverso da uno Yuan legislativo dominato, ancora una volta, da DPP, KMT, con pochi seggi sparsi su altri partiti minoritari.

Cosa aspettarsi dal voto legislativo
I sondaggi usciti fino ad oggi non offrono un quadro molto diverso da quello già visto per le elezioni presidenziali, anche se il margine di vantaggio della “coalizione” pan-verde, guidata dal DPP, appare in questo caso molto più contenuto rispetto a quanto visto per le elezioni presidenziali. Il primo grafico interattivo in alto mostra l’andamento dei sondaggi pre-elettorali riguardanti il voto delle elezioni legislative, considerando le “coalizioni”.
Tuttavia, dato che il 65% dei seggi si fonda su un voto collegio per collegio, la percentuale nazionale dei voti (cioè quella rilevata dai sondaggi) potrebbe rilevarsi altamente fuorviante. Specialmente in un paese in cui l’elettorato è sempre stato – per motivi storici legati all’evoluzione sociale, economica e politica del paese a partire dal 1949 – suddiviso geograficamente, con il KMT e partiti collegati più forti nelle contee settentrionali dell’isola, il DPP e partiti alleati dominanti nelle contee meridionali.

Oltretutto, in questo quadro potrebbe entrare in gioco il partito dell’attuale sindaco di Taipei, Ko Wen-Je, che con il suo Taiwan People’s Party (TPP), potrebbe fare affidamento su un voto concentrato in alcuni distretti elettorali, o puntare ad un exploit nella quota proporzionale. Questo potrebbe portare il partito di Ko a giocare un ruolo centrale, ma solo a condizione che Tsai si ritrovi con un parlamento ostile o una maggioranza di pochi voti.

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola

Sabato 11 gennaio si svolgeranno le elezioni presidenziali e legislative di Taiwan. Sondaggi alla mano, la riconferma dell’attuale Presidente Tsai Ing-wen del DPP appare lo scenario più probabile. Inoltre, il KMT potrebbe non solo essere sconfitto, ma ottenere il peggior risultato della sua storia elettorale. Quali potrebbero essere le conseguenze di una sconfitta di tale portata  per il partito che fu di Chiang Kai-shek? Quali le conseguenze per la Presidente, data per perdente un anno fa e oggi pronta ad un altro mandato di quattro anni? Questo primo articolo verrà dedicato all’analisi dei sondaggi presidenziali e le prospettive che si potrebbero aprire con la vittoria o la sconfitta dei principali competitor, Tsai Ing-wen e Han Kuo-yu. Il prossimo articolo, invece, si occuperà degli scenari che si potrebbero creare con i possibili risultati delle concomitanti elezioni parlamentari. Perché la partita per la Presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) sembra segnata, ma le elezioni per lo Yuan Legislativo potrebbero riservare qualche sorpresa. Per una analisi dei sondaggi pre-elettorali per le elezioni legislative clicca qui.

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola - Geopolitica.info

Le elezioni: tre candidati e una poltrona
Fra poco meno di una settimana i cittadini taiwanesi saranno chiamati ad eleggere il loro nuovo Presidente e i loro prossimi rappresentanti parlamentari. In Italia si è parlato poco e male delle prossime elezioni taiwanesi (da non perdere sull’argomento l’articolo di Stefano Pelaggi). Tuttavia, queste consultazioni potrebbero segnare in maniera decisiva non solo le dinamiche politiche dell’isola, ma anche gli equilibri geopolitici della regione estremo-orientale. Capendo gli scenari elettorali di Taiwan e le sue dinamiche politiche si potranno quindi capire meglio anche le mosse degli altri attori sullo scacchiere asiatico, a partire dai “vicini di casa” dell’isola, ossia la Repubblica Popolare Cinese (RPC).

Com’è noto a chi ha un minimo di dimestichezza con la storia politica taiwanese,  la principale contrapposizione politica del Paese, a livello di partiti ed elettori, è quella tra i fautori di una maggior cooperazione (se non una vera e propria unificazione politica) tra Taiwan e Cina popolare, e coloro che vorrebbero una maggiore distanza politica (se non una vera e propria indipendenza formale) tra il governo di Taipei e quello di Pechino, con tutte le possibili sfumature in mezzo – chiunque volesse approfondire velocemente può trovare un breve articolo cliccando su questo link. Ciò nonostante, come per qualsiasi elettore in un sistema democratico, svariati fattori contribuiscono a determinare gli orientamenti politici dei taiwanesi, e quindi la scelta per un candidato o una delle parti politiche in campo può variare a seconda del contesto o altre questioni. La valutazione dei candidati, specialmente per le elezioni presidenziali, rappresenta una di queste.

I tre candidati alla Presidenza di Taiwan sono stati presentati in vari articoli di questa rubrica, ma per chiarezza e comprendere meglio i dati di sondaggio presentati più in basso, possiamo dedicare alcune righe ai loro profili. Da una parte abbiamo il Presidente uscente, Tsai Ing-wen, del partito democratico progressista (DPP), mentre dall’altra abbiamo il sindaco di Kaohsiung Han Kuo-yu, del partito nazionalista cinese (KMT), e infine James Soong, del People’s First Party (PFP).
Primo presidente donna e primo presidente del DPP con una maggioranza parlamentare a proprio sostegno, Tsai ha governato negli ultimi quattro anni con indici di gradimento piuttosto bassi – un andamento, va sottolineato, che ha caratterizzato praticamente tutte le amministrazioni taiwanesi. Dopo la sconfitta alle elezioni amministrative del 2018 e le dimissioni da segretario del DPP, la carriera politica di Tsai sembrava segnata. Tuttavia, come è possibile vedere nel grafico interattivo qui in basso, l’attuale Presidente è stata protagonista nell’ultimo anno di una rimonta nei sondaggi tale da proiettarla con un certo margine di sicurezza verso un secondo mandato.
Il principale competitor del Presidente uscente, è invece un volto (relativamente) nuovo del KMT, ossia il sindaco di Kaohsiung, Han Kuo-yu. Ex parlamentare tra il 1993 e il 2002, Han è arrivato alle luci della ribalta strappando la seconda città più importante dell’isola al DPP,  ed è stato considerato uno dei leader che hanno consentito al KMT la vittoria elettorale alle amministrative del 2018. Nel luglio scorso, poi, ha sbaragliato gli altri potenziali candidati del Kuomintang nelle primarie per la corsa alle presidenziali, ma ciò nonostante i sondaggi sono piuttosto unanimi nel considerarlo destinato ad una rovinosa sconfitta alle prossime elezioni.
Soong Chu-yu, il terzo candidato, è invece un volto noto della politica taiwanese. Segretario del premier Chiang Ching-kuo (figlio di Chiang Kai-shek, divenuto poi presidente della repubblica), Soong è un ex leader del KMT, alla quarta candidatura alla presidenza – e una vittoria sfiorata nel 2000. Rappresenta la candidatura più esplicitamente pro-cinese e anti-indipendentista tra quelle in campo, ma rimane un politico relativamente moderato. Non avendo alcuna chance di vittoria, l’arrivo di Soong sulla scena a compagna elettorale già inoltrata potrebbe essere visto sia come una semplice corsa a sostegno dei candidati del suo partito alle concomitanti elezioni legislative, che come il tentativo di recuperare parte dei voti persi da Han e decretarne così la definitiva uscita di scena, aprendo nuovi scenari per le prossime elezioni presidenziali del 2024.

I dati
Passando ai dati, e stimando l’intervallo nel quale potrebbero cadere le percentuali dei tre candidati sulla base dei sondaggi a disposizione, i voti di Tsai dovrebbero attestarsi al 50% (oscillando tra il 55.7% e il 45%), mentre quelli di Han al 18.6% (oscillando tra il 23.2% e il 14%) e infine quelli di Soong intorno al 7.6% dei voti. Fatti salvi possibili stravolgimenti delle ultime ore, quello che impressiona guardando i dati è, primo, il distacco tra Tsai e Han e, secondo, l’andamento e la precisione delle stime di voto.
Per quanto riguarda il primo punto, nello scenario più competitivo il candidato del KMT si troverebbe a poco più di 20 punti percentuali dal candidato del DPP, mentre nello scenario meno competitivo la distanza sarebbe di 40 punti. Un distacco comparabile solo a quello dalle elezioni del 1996, quando il candidato del KMT, Lee Teng-hui, prese il 54% contro il 21.1% dello sfidante del DPP,  Peng ming-min. Ma a parti invertite.
Per quanto riguarda il secondo punto, ossia l’andamento dei sondaggi e la precisione delle stime, senza andare troppo nei dettagli dell’analisi statistica, le curve del grafico sintetizzano in maniera piuttosto efficace i punti legati ai primi due candidati (ossia, i risultati dei sondaggi). Tuttavia, isolando sul grafico interattivo i dati relativi ai singoli candidati, è possibile notare come la curva di regressione di Han segua un andamento pressoché lineare a partire da marzo 2019 e come le bande colorate intorno ad essa (ossia, il margine di errore della stima) siano meno spesse di quelle di Tsai o Soong.

La rimonta di Tsai
I sondaggi a disposizione non offrono altre variabili per tentare di spiegare questi risultati con ipotesi più precise, ma è comunque possibile abbozzare alcune interpretazioni. 
Tsai ha guidato negli ultimi quattro anni un paese sempre più boicottato dalla Cina comunista – come sottolineato in svariati articoli pubblicati su Taiwan Spotlight o in altre rubriche del nostro sito. Questo ha portato all’esclusione di Taiwan da vari consessi internazionali ai quali aveva partecipato durante la precedente amministrazione, e ha determinato la perdita di alcuni dei già esigui alleati diplomatici dell’isola. Inoltre, è probabile nel passato recente alcune riforme portate dall’amministrazione Tsai avessero alienato parte dei suoi elettori. Si pensi alla riforma delle pensioni, che solitamente equivale a toccare i cavi dell’alta tensione politicamente parlando (specialmente in paesi con un’età media piuttosto elevata come Taiwan), o alla legalizzazione dei matrimoni per le coppie omosessuali che ha portato a una forte polarizzazione dell’opinione pubblica taiwanese, soprattutto dopo la sua approvazione nonostante una sconfitta referendaria. Come ha fatto, quindi, Tsai a ri-mobilitare il suo elettorato?
Per partire dall’ultimo punto, si può intanto immaginare che la legalizzazione dei matrimoni gay sia stata comunque una riforma dall’alto valore simbolico. Taiwan, grazie ad essa, è divenuto l’unico paese estremo-orientale a riconoscere ad oggi i diritti delle coppie LGBT, e questo ha portato un forte appoggio da parte dell’opinione pubblica internazionale, riverberatosi anche nel dibattito pubblico taiwanese. È probabile, poi, che questo abbia garantito e garantisca a Tsai l’appoggio di buona parte dell’elettorato più giovane del paese e della minoranza gay del paese, ma, visti i numeri della rimonta, è comunque difficile sostenere che questa riforma abbia mobilitato un numero così elevato di elettori del DPP. Forse la risposta, allora, va cercata in vari fattori concomitanti, che hanno reso la figura di Tsai progressivamente meno sgradita ai propri elettori. Intanto, nonostante l’ostracismo cinese, la proiezione internazionale de facto dell’isola è rimasta intatta e Tsai ha potuto godere di un continuo appoggio politico (implicito) e militare (molto più esplicito) da parte degli Stati Uniti di Trump. Inoltre, il candidato del DPP ha difeso l’economica del paese che, seppur con risultati relativamente tiepidi, ha comunque continuato a crescere, sia guardando a variabili come il PIL o ad altre come l’arrivo di investimenti economici dall’estero. Tutti fattori che hanno consentito a Tsai la possibilità di portare avanti svariate riforme economiche, come il  taglio delle tasse per i ceti meno abbienti. In altre parole, è possibile che alcuni elettori DPP abbiano semplicemente rivalutato l’operato di Tsai. Ma è ancora più probabile che il grosso dei voti sia ritornato da tutti quegli elettori che, confrontandosi con l’ipotesi di ritrovarsi come presidente il candidato del KMT, Han kuo-yu, hanno deciso di appoggiare nuovamente il presidente in carica. 

Il fattore Han
Han è un personaggio che plausibilmente è riuscito a lasciare interdetti anche gli stessi elettori del KMT. Han infatti ha stravolto la retorica politica del partito, ma anche il profilo tipico dei candidati del KMT – il più delle persone abbienti, dell’alta società taiwanese, altamente istruite. Presentandosi come il candidato del popolo e concentrandosi su una retorica che potremmo definire populista o qualunquista, Han ha impostato la sua campagna elettorale sull’attacco alle élite politiche del paese (comprese quelle del suo stesso partito), considerate non in grado di capire i bisogni delle persone comuni, e sulla promessa di una maggior ricchezza e sicurezza per i taiwanesi. Questa strategia è sembrata vincente per buona parte del 2018. Tuttavia, il fatto che Han abbia perso inesorabilmente terreno non appena la sua candidatura alla presidenza è diventata qualcosa di più di una semplice ipotesi, rende plausibile l’ipotesi che forse alcuni commentatori si erano sbilanciati troppo nel ritenere Han una minaccia per Tsai o comunque un leader in grado di trascinare tutto il KMT e il suo elettorato. Alcuni commentatori hanno, per esempio, sostenuto che la vittoria del KMT alle amministrative 2018 fosse stata in buona parte merito di Han. Tuttavia, si trattava probabilmente di una visione piuttosto parziale, poiché attribuire a delle dinamiche locali un valore nazionale è un salto logico che piace molto  a commentatori e opinionisti, ma che spesso si rivela erroneo o, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione eccessiva. È poi probabile che la retorica dell’uomo qualunque contro le élite abbia esaurito il suo potenziale quando Han è stato messo di fronte alla necessità di formulare delle proposte che andassero oltre a delle banali metafore.
In sintesi, è possibile che queste elezioni siano state segnate dal “fattore Han”. Un fattore in grado, da una parte, di ri-mobilitare gli elettori del DPP e, dall’altro, di smobilitare una parte consistente degli elettori del Kuomintang. 

L’impatto delle vicende di Hong Kong
Un’ultima variabile da considerare sono le vicende di Hong Kong degli ultimi mesi. Il collegamento tra queste e la principale contrapposizione politica del paese è, a livello concettuale, evidente. Tanto è evidente che, per esempio, sempre Han, durante la campagna elettorale, ha dovuto chiarire pubblicamente la sua posizione sulla questione, sottolineando come la formula “
one country, two systems”, che caratterizza ufficialmente il rapporto tra Hong Kong e Pechino e che Pechino ritiene possa essere applicata anche alla prospettiva di una riunificazione tra Taiwan e Cina popolare, non fosse una strada accettabile – posizione, va sottolineato, condivisa anche da Soong e, chiaramente, da Tsai.
Ciò nonostante, quanto queste vicende abbiano influenzato le scelte di voto dei taiwanesi rimane una questione aperta che senza dati più raffinati rimane piuttosto difficile da analizzare. Facendo affidamento solo ai dati di sondaggio, l’ipotesi che le vicende di Hong Kong abbiano influenzato le preferenze di voto degli intervistati appare plausibile, ma come effetto di rinforzo di dinamiche pre-esistenti. L’andamento delle stime è rimasto piuttosto costante lungo tutto il periodo considerato; se nel grafico si tirasse una linea per ogni candidato, di modo da sintetizzare al meglio i risultati dei sondaggi disponibili, queste linee sarebbero in grado di sintetizzare in maniera efficace i punti sul grafico. Tuttavia, nel grafico interattivo sono state inserite delle rette verticali tratteggiate, che corrispondono ad alcuni degli eventi più importanti delle vicende hongkongesi e, come si può vedere, le curve si trovano ad una altezza decisamente maggiore rispetto ai dati antecedenti.
In sintesi: è possibile ipotizzare che se queste elezioni hanno subito l’effetto delle vicende di Hong Kong, questo sia stato più un elemento di rinforzo di dinamiche già visibili (ossia la crescita di Tsai e la decrescita di Han) che non un elemento in grado di capovolgere i fronti. Per avere stime piu’ precise del possibile effetto delle vicende hongkongesi, a parte altre variabili, ci sarebbe stato bisogno di piu’ dati durante gli eventi di Hong Kong, non solo prima e dopo, ma purtroppo i dati a disposizione sono quel che sono.

L’incognita delle elezioni legislative
In conclusione, la partita per la presidenza di Taiwan appare segnata. È molto verosimile che il presidente uscente venga riconfermato ed appare altrettanto verosimile che questo avvenga con un margine piuttosto importante sugli altri candidati.
Ciò detto, sabato prossimo i taiwanesi saranno chiamati a votare non solo per la presidenza della repubblica, ma anche per i propri rappresentanti parlamentari. Qui la partita potrebbe essere più aperta. I sondaggi pre-elettorali dedicati al voto legislativo verranno affrontati in un secondo articolo, ma in estrema sintesi, il rischio maggiore per Tsai ing-wen potrebbe essere quello di ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare a proprio sostegno. Il distacco tra DPP e KMT a livello nazionale appare meno incolmabile di quello per il voto presidenziale e questo potrebbe avere già di per sé delle conseguenze sui risultati del voto legislativo. Inoltre, il sistema elettorale taiwanese è un sistema misto, la cui componente più importante (in altre parole, il meccanismo che assegna più seggi) consiste in un sistema maggioritario “secco” (plurality) basato su collegi uninominali, ossia un sistema nel quale ogni seggio viene attribuito al candidato che ha ottenuto più voti nel proprio collegio elettorale. Un fattore che aggiunge ulteriore incertezza alle già difficili previsioni per il voto parlamentare di sabato prossimo.

 

Approfondimento: La frattura politica che divide Taiwan

Questo articolo consiste in una breve appendice all’articolo dedicato alle elezioni presidenziali di Taiwan del 2020.
Per tornare all’articolo principale clicca qui.

L’identità nazionale taiwanese rappresenta la più importante questione politica dell’isola e può essere considerata sia causa che conseguenza degli orientamenti dei taiwanesi sul rapporto tra il proprio Paese e la Cina Popolare. Definirsi “cinesi” o “taiwanesi”, con tutte le sfumature possibili in mezzo (ad esempio il definirsi sia “cinese” che “taiwanese”), oggi determina in larga parte l’orientamento politico e le scelte di voto degli elettori di Taiwan. A questo fattore si aggiungono poi le divisioni legate alle etnie di Taiwan che, per decenni, hanno rappresentato delle linee di demarcazione politica piuttosto importanti. Va detto che oggi, dopo decenni di sviluppo economico, convivenza, condivisione culturale e linguistica, e dopo il processo di democratizzazione dell’isola, la questione etnica ha progressivamente perso la sua centralità nel definire le preferenze politiche e/o partitiche dei taiwanesi. Tuttavia, essa oggi ancora esercita una qualche influenza sulle scelte di voto dei taiwanesi, sebbene considerazioni di carattere politico (a partire, appunto, da identita’ nazionale e rapporto con la Cina popolare) abbiano assunto un ruolo più decisivo (Achen e Wang 2017, Hsieh 2004).

Gli orientamenti identitari, quindi, si trovano alla base di quella che è la principale contrapposizione (o “frattura”, per usare un termine politologico) politica del Paese, ossia l’asse indipendenzaunificazione. Come in Occidente la contrapposizione destra-sinistra ha definito e continua a definire in larga parte i sistemi politici occidentali, a Taiwan le posizioni politiche dei partiti e degli elettori si definiscono su un asse che vede ad un estremo la prospettiva di una vera e propria unificazione politica tra Taiwan e la Cina popolare, e all’altro estremo la rinuncia di Taiwan al suo nome ufficiale (Repubblica di Cina) accompagnata dalla richiesta di essere riconosciuti formalmente dalla comunità internazionale come una repubblica indipendente.
Differentemente dai sistemi di partito occidentali, in particolare quelli europei, il sistema taiwanese si fonda su quest’unica frattura. Altre contrapposizioni – come quelle tra centro e periferia, tra centri urbani e aree rurali, tra capitale e lavoro, tra Stato e organizzazioni religiose, ossia quelle che hanno fondato i sistemi politici europei – non sembrano aver alcun tipo di influenza sul sistema politico taiwanese (McAllister 2007). 

Passando al sistema dei partiti, storicamente il Kuomintang (KMT), il partito nazionalista cinese che fu di Chiang Kai-shek, ha rappresentato la posizione “unionista”, mentre il Minjintang (meglio conosciuto come Democratic Progressive Party , DPP) ha rappresentato quella indipendentista. Tuttavia, già durante le prime libere elezioni presidenziali di Taiwan, quelle del 1996, entrambi i partiti avevano assunto profili meno radicali, lasciando ad altre formazioni minori il ruolo di araldi dell’unificazione con o dell’indipendenza da Pechino.
Questo veloce allineamento dei partiti su posizioni meno estreme fa il paio con gli orientamenti dell’opinione pubblica taiwanese, caratterizzata da una polarizzazione piuttosto limitata (McAllister 2016). La maggioranza dei taiwanesi vede, per pragmatismo o convinzione, il mantenimento dello status quo tra Cina e Taiwan come la miglior opzione politica (Rigger 2006), e buona parte di questa maggioranza difficilmente andrebbe verso posizioni che implichino scelte radicali. In poche parole, oggi i taiwanesi si dividono sul grado di cooperazione tra le due sponde dello stretto, ma condividono l’idea di mantenere cooperazione e collaborazione, quantomeno a livello economico e culturale, tra il proprio Paese e la Cina popolare.

Il fatto che il sistema politico taiwanese sia incentrato su questa frattura, e il fatto che (a livello individuale) variabili come l’etnia e soprattutto l’identità nazionale abbiano un peso decisivo nell’orientare i taiwanesi su questa contrapposizione, chiaramente, non implica che altri fattori non siano in gioco, o che di volta in volta non possano esserci temi e questioni in grado di determinare gli equilibri tra i partiti o gli orientamenti politici dei taiwanesi.

In altre parole, come in tutte le democrazie, i fattori che determinano le scelte di voto dei taiwanesi posso essere molteplici. Tuttavia, il fatto che la politica taiwanese sia così intimamente e palesemente legata a fattori etnici, identitari e politici legati ad una singola grande questione, rappresenta un aspetto estremamente interessante per chiunque sia interessato non solo a Taiwan ma allo studio del comportamento politico nelle democrazie contemporanee, asiatiche e non.

 

Riferimenti bibliografici

Achen, C., & Wang, T. (Eds.). (2017). The Taiwan Voter. Ann Arbor: University of Michigan Press. 

Hsieh, J. (2004). National identity and Taiwan’s Mainland China policy. Journal of Contemporary China, 13. 479-490. 

McAllister, I. (2007). Social Structure and Party Support in the East Asian Democracies. Journal of East Asian Studies, 7(2), 225-249. 

McAllister, I. (2016). Democratic consolidation in Taiwan in comparative perspective. Asian Journal of Comparative Politics, 1(1), 44–61. 

Rigger, S. (2006). Taiwan’s Rising Rationalism: Generations, Politics and “Taiwanese Nationalism”, Washington: East West Center.

Elezioni UK: Belfast ha le valigie pronte?

Grandi cambiamenti in Irlanda del Nord dopo le elezioni in Gran Bretagna: per la prima volta sono stati eletti più deputati repubblicani che unionisti. Notte d’inferno per il Partito Democratico Unionista che perde due fondamentali seggi (compreso lo storico di North Belfast). Siamo vicini ad un nuovo referendum per un’Irlanda Unita?

Elezioni UK: Belfast ha le valigie pronte? - Geopolitica.info

 

Il Partito Conservatore britannico del primo ministro uscente Boris Johnson ha stravinto le elezioni che si sono tenute giovedì per rinnovare il Parlamento. I Conservatori hanno conquistando 365 seggi, un risultato ampio e sorprendente che è secondo come numeri solo alle elezioni generali del 1983, dove i conservatori guidati dalla Lady di Ferro, Margaret Thatcher, conquistarono 397 seggi. I Laburisti, guidati da Jeremy Corbyn, hanno ottenuto 203 seggi, perdendo 59 seggi rispetto al 2017, in particolare ha perso in alcuni collegi in cui governava da sempre, come quello di Blyth Valley, nel nordest dell’Inghilterra. Questo risultato dei Laburisti ha messo sotto accusa Jeremy Corbyn, reo di aver elaborato un programma troppo radicale.

Un altro vincitore di queste elezioni è sicuramente quello del Partito Nazionale Scozzese, guidato dalla premier scozzese Nicola Sturgeon, che ha conquistato 48 seggi. La leader scozzese ha dichiarato che le elezioni sono state un forte messaggio al governo di Londra sulla volontà degli scozzesi di tenere un altro referendum sull’indipendenza della Scozia, soprattutto ora che Brexit è diventata uno scenario più vicino e realistico.

È stato una notte di sorprese anche in Irlanda del Nord: in una dura competizione incentrata sulla Brexit e la “questione irlandese”, sia Sinn Féin che SDLP hanno segnato vittorie emblematiche in tutta l’Irlanda del Nord, nel segno di una alleanza pro-remain.

North Belfast è stato il seggio più seguito: sin dalla sua istituzione avvenuta nel 1885 è sempre stato in mano agli Unionisti e dal 2001 il membro di questo seggio a Westminster era Nigel Dodds, vicecapo del Partito Democratico Unionista. Per circa duemila voti, per la prima volta, i repubblicani hanno portato a casa questo seggio con John Finucane, sindaco di Belfast, sotto gli occhi scioccati dei sostenitori unionisti. Il candidato del Sinn Féin (partito repubblicano irlandese) è il figlio di Pat Finucane, avvocato ucciso da paramilitari Lealisti (fedeli alla Gran Bretagna ed alla Corona) durante i Troubles.

L’uomo simbolo del Sinn Fein, che ha beneficiato dell’appoggio dell’alleanza pro-Remain con SDLP e Green Party, ha dichiarato: “Voglio ringraziare ogni persona che è venuta a votare per me oggi e voglio anche riconoscere qui stasera che ci sono stati coloro che si sono sforzati e so che questa elezione è stata un’elezione che ha trasceso la politica del partito e so che ne sono stato il beneficiario oggi.”

Ha aggiunto: “Come deputato prometto a tutti voi stasera che lavorerò per ogni singola persona di questo collegio elettorale, che abbiate votato per me o no.”

Dodds ha dichiarato che “si rammarica che North Belfast non sarà rappresentata alla Camera dei Comuni in un momento difficile”.

I partiti storici perdono voti, in crescita l’Alleanza

Il DUP e il Sinn Féin hanno entrambi registrato una riduzione significativa della loro percentuale di voti rispetto alle elezioni generali del 2017, rispettivamente del 5,4% e del 6,7%. Grande successo di voti invece per Alliance Party di Naomi Long (sconfitta però nella sua East Belfast dal candidato unionista Gavin Robinson) che raccoglie consensi cross-community, ossia da entrambi i bacini elettorali, per via delle sue politiche non-identitarie. Alliance è l’unico partito che non ha siglato patti di desistenza, ottenendo un seggio alla Camera dei Comuni.

Nonostante ciò, il Partito Democratico Unionista rimane il primo partito nordirlandese con 8 seggi, seguito dai repubblicani del Sinn Féin con 7 membri. Il Partito Social Democratico e Laburista ritorna a Westminster con due seggi, con il suo leader Colum Eastwood e la nuova parlamentare Claire Hanna che ha insistito sul fatto che “manterremo la promessa dell’accordo del Venerdì Santo”.

Referendum per una sola Irlanda: quali le prospettive?

Il primo “Border Poll” (letteralmente referendum di frontiera) ha avuto luogo in Irlanda del Nord nel 1973, quando agli elettori è stato chiesto se volessero che l’Irlanda del Nord rimanesse parte del Regno Unito o si unisse alla Repubblica d’Irlanda. Il 99% votò a favore della permanenza nel Regno Unito. Tuttavia, il referendum era stato boicottato dalla maggior parte della comunità nazionalista; l’affluenza fu solo del 59%.

L’Accordo del Venerdì Santo, stipulato nel 1998, afferma che il consenso per un’Irlanda unita deve essere “freely and concurrently given” (liberamente e simultaneamente dato) sia nel Nord che nel Sud dell’isola. Questo è largamente interpretato nel senso che il futuro referendum si terrà nell’Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda allo stesso tempo.

Nell’ambito dell’Accordo del Venerdì Santo, la legge del Regno Unito prevedeva esplicitamente lo svolgimento di un referedum. Il Northern Ireland Act del 1998 afferma che “se in qualsiasi momento gli sembra probabile che una maggioranza di voti esprima il desiderio che l’Irlanda del Nord cessi di far parte del Regno Unito e voglia fare parte di un’Irlanda unita”, il Segretario di Stato emette un ordine in seno al Consiglio che consenta uno scrutinio alle frontiere.

Non è chiaro esattamente cosa soddisferebbe tale requisito, The Costitution Unit suggerisce che o una maggioranza consistente nei sondaggi d’opinione, o una maggioranza cattolica in un censimento, o una maggioranza nazionalista nell’Assemblea dell’Irlanda del Nord, o un voto a maggioranza nell’Assemblea potrebbero essere considerati prove del sostegno della maggioranza a un’Irlanda unita.

“Esiste una cornice costituzionale entro cui il referendum potrebbe svolgersi – spiega Jess Sargent dell’Institute for Government – soprattutto ora che alcuni sondaggi hanno indicato come il 52% degli irlandesi sia a favore dell’unificazione”.

Questo è dimostrato anche dall’ultimo censimento che ha confermato il graduale e costante calo demografico dei protestanti (fede religiosa che li lega agli Inglesi), per la prima volta sotto la fatidica soglia del 50%, una tendenza che inevitabilmente ha compromesso l’egemonia unionista nell’Irlanda del Nord. Questo potrebbe essere dimostrato anche dal risultato elettorale di ieri nella circoscrizione di North Belfast.

Ma l’Irlanda del Nord resta una terra profondamente divisa, attraversata da una tensione sociale pronta ad esplodere in qualsiasi momento: “E’ qualcosa di cui dobbiamo davvero preoccuparci, è ancora uno scenario estremo – spiega Ben Lowry, giornalista del Belfast News Letter – perché il numero di persone sui due fronti, disposte alla violenza è minoritario, ma la rabbia resta enorme”.

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

Tre considerazioni sulla vittoria dei Tories

Per poter comprendere al meglio l’esito del voto britannico bisogna conoscere le regole del gioco, altrimenti si rischia di fare molta confusione.  Il Regno Unito è uno dei pochi paesi che da sempre vanta un sistema elettorale profondamente maggioritario, capace indubbiamente di portare stabilità politica al paese. Il territorio, diviso in 650 collegi, prevede scontri territoriali in cui il singolo candidato, che ottenga anche un voto in più rispetto all’avversario, potrà prendere posto a Westminster.

Tre considerazioni sulla vittoria dei Tories - Geopolitica.info

 

Questo meccanismo, criticabile per certi versi, comporta ad esempio che il partito liberale abbia ottenuto quasi 4 milioni di voti che corrispondono a 11 seggi, mentre la compagine scozzese con poco più di 1 milione di preferenze, riuscirà, nei prossimi anni ad occupare 48 seggi al parlamento di Londra. Tralasciando questi dettagli non secondari, l’esito del voto delle scorse ore è comunque profondamente chiaro ed incorona, usando un ovvio eufemismo, Boris Johnson come Re politico della Gran Bretagna.

Il partito conservatore, che ha ottenuto 14 milioni di consensi, occuperà 365 seggi che, di fatto, gli consentiranno di governare il paese con tutta la tranquillità di questo mondo per i prossimi cinque anni. Le considerazioni da fare dinnanzi a questo trionfo della destra britannica sono probabilmente almeno tre.

Innanzitutto, in ottica Brexit gli inglesi confermano che il voto del 2016 non è stato causale: giusta o sbagliata questa scelta (e ciò lo potremo valutare solo in futuro) gli elettori britannici hanno decretato che il divorzio da Bruxelles non è frutto di sola pancia ma anche di un ragionamento ponderato per ben 40 mesi. Molti hanno sempre sostenuto che, in caso di nuovo quesito referendario, gli elettori avrebbero cambiato opinione ma, considerando il plebiscito ottenuto da un “hard Brexiter” come Boris Johnson, questa teoria, ormai, appare del tutto priva di fondamento. Bruxelles non potrà non tenerne conto e dovrà farsi qualche domanda.

Il secondo ragionamento è legato alla crisi irreversibile della sinistra europea, sempre più incapace di offrire leader e programmi credibili. Si sostiene che in alcuni casi la colpa delle compagini socialiste nel vecchio continente siano imputabili alla vicinanza che i partiti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno avuto con i mondi elitari della finanza e bancari. Un ragionamento che può avere un fondo di verità ma non comunque interamente valido per il caso britannico in cui il leader della sinistra, l’antipatico Jeremy Corbin, tra una dichiarazione antisemita e l’altra, auspicava espropri proletari e nazionalizzazioni nel mondo economico. Forse, una via di mezzo in questa materia e una seria politica a fianco dei lavoratori, vittime di una crisi mondiale dovuta ad un’incontrollata globalizzazione, sarebbe stato auspicabile.

L’ultima considerazione da fare è invece in merito al mondo sondaggistico e della comunicazione che, oggi come ieri, è nuovamente incapace di cogliere l’espressione di voto delle persone. Per quanto prevista, la vittoria dei conservatori è assai più ampia di quanto mai pensato. Negli ultimi giorni le più autorevoli testate europee parlavano di uno “scarto minimo” o della “probabile ingovernabilità del paese” per il numero dei seggi che sarebbero stati attribuiti al partito di Johnson. La verità è tutt’altra ma, se dopo anni di continue previsioni sbagliate nulla pare cambiare, forse, anche il sistema comunicativo europeo qualche domanda forse dovrà porsela.

È vero che il consenso oggi come non mai è fluido e difficile da intercettare, ma è altrettanto vero che spesso si tende a giudicare e ad imputare all’elettorato opinioni preconcette. La sfida futura di tutti è invece capire il sentimento ed il disagio delle persone specie se vuole evitare una nuova Brexit.

Le elezioni Hong Kong e il supporto alle proteste

Dalle urne delle elezioni amministrative di Hong Kong arriva un forte e chiaro segnale di supporto alle proteste. I candidati pro-democrazia vincono ovunque mentre i rappresentanti vicini a Pechino passano da 300 a 58.

Le elezioni Hong Kong e il supporto alle proteste - Geopolitica.info (Galileo Cheng/HKFP)


Le elezioni amministrative di Hong Kong hanno registrato una netta vittoria del fronte pro-democrazia, i candidati che sostengono le ragioni della protesta si sono aggiudicati ben 389 dei 452 dei seggi disponibili mentre i candidati pro-governativi hanno conquistato appena 58 seggi. Una vera e propria disfatta, nelle precedenti elezioni gli alleati di Pechino avevano conquistato 300 seggi. In più della metà dei distretti gli elettori hanno ribaltato le proprie preferenze, rispetto alle precedenti consultazioni, scegliendo amministratori vicini alle richieste dei manifestanti. Le elezioni amministrative di Hong Kong hanno registrato il record assoluto di partecipazione con un’affluenza del 72%, e più di un milione e mezzo di votanti rispetto alle precedenti consultazioni (47%). Le elezioni per i consigli di distretto sono le uniche consultazioni pienamente democratiche previste nell’ex colonia britannica, gli eletti si occupano esclusivamente di questioni amministrative per i singoli territori, dalla viabilità alla concessione di licenze commerciali sino alla gestione delle principali necessità per l’erogazione di servizi. Tuttavia, il radicale cambiamento nella composizione dei distretti comporterà anche un nuovo assetto nel Comitato Elettorale che nel 2020 dovrà scegliere il prossimo leader della città stato. Lo schieramento che ha la maggioranza dei voti nei distretti sarà infatti chiamato a rappresentare i consigli nel Comitato con 117 rappresentanti. Una dinamica che tuttavia non sarà sufficiente a generare un effettivo cambiamento visto che il Comitato Elettorale di Hong Kong è composto da 1.200 persone, perlopiù fedeli al Partito Comunista cinese. Le consultazioni erano solitamente incentrate su questioni locali, ma la recente campagna elettorale è stata interamente focalizzata sulle proteste che ormai da sei mesi hanno catalizzato l’attenzione mondiale su Hong Kong. Ogni candidato ha chiaramente espresso la propria posizione rispetto la propria posizione rispetto alle manifestazioni, le questioni locali hanno lasciato spazio all’appartenenza alla blocco giallo, pro-democrazia, o blu, pro-Pechino.

Molti dei candidati più attivi nel sostenere i manifestanti sono stati eletti nei consigli distrettuali, come Jimmy Sham uno dei promotori delle manifestazioni che hanno portato in piazza milioni di hongkonghesi  e Kelvin Lam, subentrato all’attivista dell’Umbrella Movement  Joshua Wong a cui era stato impedito di correre nelle elezioni. Anche altri candidati eletti come Richard Chan, Roy Kwong, Andrew Chiu e Lam Cheuk Ting hanno partecipato attivamente alle manifestazioni negli scorsi mesi, spesso proprio come promotori di iniziative a sostegno delle proteste. Mentre tutte le personalità più vicine a Pechino che hanno duramente attaccato le ragioni dei manifestanti pro-democrazia sin dall’inizio delle proteste non sono stati eletti nei vari consigli distrettuali. Da Junius Ho, accusato di mantenere rapporti con la triade cinesi protagoniste di molti atti di violenza contro i manifestanti, al noto imprenditore Michael Tien i volti che hanno mostrato supporto alle ragioni dell’amministrazione di Carrie Lam sono stati sconfitti alle urne. Un risultato sorprendente visto che molti dei candidati pro-Pechino hanno potuto usufruire di importanti finanziamenti durante la campagna elettorale e l’amministrazione aveva predisposto azioni di supporto, in particolare organizzando il trasporto degli anziani residenti in Cina nei seggi elettorali.

Un messaggio forte, che mostra come il sostegno popolare nei confronti della protesta sia cresciuto nonostante le violenze e i disagi che la città stato ha dovuto affrontare in questi sei mesi. Sino ad oggi l’amministrazione guidata dalla governatrice Carrie Lam e la stampa cinese avevano sostenuto che le proteste di Hong Kong erano espressione di un limitato gruppo di persone e che la maggioranza silenziosa degli hongkonghesi desiderava esclusivamente tornare alla normalità, lasciandosi alle spalle violenze e devastazioni. Il risultato delle urne ci consegna un risultato molto diverso, con la popolazione nettamente schierata al fianco dei manifestanti. La sfida per Carrie Lam sarà quella di ricomporre la frattura sociale tra gli hongkonghesi e l’amministrazione della città stato, in particolare il rapporto con la polizia locale.

Anche a Pechino si guarda con preoccupazione agli eventi di Hong Kong, nessuno avrebbe immaginato fino a qualche mese fa la pacifica popolazione dell’ex colonia britannica impegnata in un profondo conflitto. Le scene di guerriglia urbana, le devastazioni e le azioni violente tra i due schieramenti contrapposti rimarranno indelebili negli occhi dell’opinione pubblica mondiale. I risultati delle urne esprimono il totale supporto della popolazione nei confronti dei manifestanti, nonostante le ripercussioni economiche delle proteste. Il patto implicito tra benessere e sviluppo economico in cambio di una scarsa rappresentatività politica e una sostanziale accettazione dei diktat di Pechino sembra essere saltato.

Una dinamica che costituisce un vero e proprio incubo per Pechino, soprattutto alla luce del rallentamento dello sviluppo economico cinese e una sostanziale riduzione dei consumi. Sino a oggi l’opinione pubblica in Cina si è mostrata compatta nel supporto alle reazioni di fronte alle proteste di Hong Kong ma la deriva degli eventi nell’ex colonia britannica costituiscono un pericoloso segnale.

Il nuovo volto peronista dell’Argentina

A pochi giorni dal risultato delle elezioni presidenziali, l’Argentina ha cambiato volto. E torna al comando il peronismo, la celebre ideologia nazionale argentina che deriva dalla “politica giustizialista” di Juan Domingo Perón. Alberto Fernandéz, con il 48,1% dei voti, è il nuovo Presidente dell’Argentina, il nono dell’era democratica iniziata nel 1983.

Il nuovo volto peronista dell’Argentina - Geopolitica.info

 

Laureato in legge alla UBA, avvocato e professore universitario di diritto, Fernandéz è il leader peronista di centro sinistra del Frente de Todos, la coalizione nata il 12 giugno di quest’anno proprio per sostenere la sua candidatura. Con uno scarto di oltre 8 punti percentuali dal secondo classificato, il Presidente uscente Mauricio Macri, Fernandéz vince le presidenziali senza dover ricorrere al ballottaggio. Nel sistema elettorale argentino infatti, le elezioni vengono vinte al primo turno se si raggiunge la soglia del 45% dei voti validi oppure il 40%, ma a condizione che ci siano almeno dieci punti di differenza dal secondo candidato più votato.

Alberto Fernandéz, 60 anni, non è nuovo alla scena politica argentina. Il 25 maggio del 2003 viene nominato Presidente del Gabinetto sotto la presidenza di Nestor Kirchner, posizione che manterrà anche in seguito, durante la presidenza della first lady la senatrice Cristina Fernández de Kirchner, il 10 dicembre 2007. Si dimette dal secondo mandato dopo soli sette mesi, non condividendo le decisioni economiche prese in merito all’introduzione di imposte sull’esportazione di prodotti agricoli che causò uno sciopero contadino di enorme portata nell’agosto del 2008. Soltanto lo scorso anno si è avuto il riavvicinamento tra Fernandéz e la Kirchner, in un momento, fra l’altro, in cui incombeva su di lei un arresto per arricchimento illecito. Il legame si rafforza ulteriormente nel maggio 2019, quando Cristina lo presenta ufficialmente come candidato alla Presidenza, e lei come sua vice.

Il kirchnerismo – l’ideologia che lega il neoeletto Presidente ai Kirchner – è il movimento politico nato durante la presidenza di Nestor Kirchner ed ispirato ai principi del peronismo che si contraddistinse soprattutto per il suo rifiuto delle politiche neoliberali dei Presidenti Menem e de La Rúa, ritenute colpevoli di aver provocato la devastante crisi economica del 2001. Fernandéz ne rappresenta ora il nuovo leader, che si instaurerà alla Casa Rosada il prossimo 10 dicembre.

“Un processo di transizione democratica, che vada a beneficio di tutti gli argentini”: con queste parole il Presidente uscente ha parlato alla folla, dopo gli exit pool. Per Macri, che era stato eletto nel 2015, si tratta di una sconfitta pesante, benché prevista. La corsa al secondo mandato aveva già subito una forte battuta d’arresto durante le primarie dell’11 agosto scorso, quando raggiunse solamente il 32,23% dei consensi, contro il 47,37% di Fernandéz. A poco è servita la campagna elettorale che ha visto l’ex Presidente impegnato nelle diverse province argentine per allargare la massa di elettori dietro lo slogan del “Si, se puede!”, riuscendo a conquistare il consenso soltanto nelle province della Ciudad Autónoma de Buenos Aires, Córdoba, Entre Ríos, Mendoza, San Luis e Santa Fe. Resta a lui il primato di essere stato l’unico leader non peronista giunto fino al termine di un mandato presidenziale.

Il voto in Argentina arriva in un momento difficile. Da agosto il mercato è crollato nuovamente, sprofondando fino al -48%. Le borse hanno risentito della fine dell’epoca della stabilizzazione registrando il crollo più significativo dal 1950. Le politiche liberali di Mauricio Macri avevano riaperto la via al commercio internazionale, abolendo le tasse sulle esportazioni dei prodotti agricoli ma riducendo fortemente le importazioni. Negli ultimi mesi, però, le misure di austerità del governo Macri, dopo la richiesta dell’ultimo prestito di 57 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale, avevano ancora di più esasperato un Paese già allo stremo, che vede il 35% della sua popolazione al di sotto della soglia di povertà. Macri lascia il comando con un bilancio commerciale positivo e un terreno fertile per le attività di export, ma con un forte aumento della disoccupazione giovanile e un’inflazione – giunta ormai al 60% – che sembra non mostrare segni di arresto.

Le sfide che aspettano il nuovo Presidente sono dunque molteplici. A livello internazionale, la vittoria di un candidato di sinistra potrebbe alterare gli equilibri regionali latinoamericani e slittare verso posizioni sempre più autoritarie. La vittoria di Fernandéz è stata già aspramente criticata dal Presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ma potrebbe aprire una nuova via di dialogo con Caracas, sempre più politicamente isolata, e con la Bolivia che, in seguito alla rielezione di Evo Morales non riconosciuta come legittima da Macri, ha visto vacillare le sue relazioni diplomatiche con l’Argentina. Da una prospettiva interna, Fernandéz ha mostrato fin dalla campagna elettorale posizioni meno intransigenti rispetto alla sua vice Cristina, dichiarandosi pronto a rinegoziare le clausole del prestito con il Fondo Monetario per costruire “un’Argentina solidale, egualitaria, che difende l’educazione pubblica, la salute, che privilegia quelli che producono e lavorano”.

 

 

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