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Cosa sta accadendo in Bielorussia?

Gli scontri cui abbiamo assisto nella notte tra domenica e lunedì in Bielorussia hanno segnato l’ultimo atto delle elezioni presidenziali tenutesi lo scorso 9 agosto, elezioni segnate tanto da diffusi brogli elettorali quanto da una marcata mobilitazione dell’opinione pubblica come non si vedeva dalla caduta del comunismo.

Cosa sta accadendo in Bielorussia? - Geopolitica.info

Sebbene Aleksandr Lukashenko sia riuscito a mantenersi saldamente al potere, conquistando l’80,29% dei consensi, gli scontri che hanno fatto seguito alle elezioni e l’organizzazione di movimenti di protesta tanto profondi segnano un dato fondamentale nella vita dell’ex Repubblica Sovietica, che, 26 anni dopo l’affermazione del regime di Lukashenko, sembra vivere la sua più profonda crisi.

La campagna elettorale e gli scontri del 9 agosto

Nel corso dei due mesi dall’inizio delle procedure per la raccolta delle firme a sostegno dei candidati, al voto della scorsa domenica, molti sono stati i segnali di crisi incipiente del regime di Aleksandr Lukashenko, uno degli ultimi regimi eredi diretti dell’esperienza sovietica. Le elezioni Presidenziali di quest’anno hanno infatti visto la partecipazione, almeno inizialmente, del maggior numero di candidati dalla caduta del comunismo. Nel corso della campagna elettorale non sono però mancati tensioni e arresti. Secondo quanto riferito da fonti dell’opposizione, sarebbero state circa 1300 le persone fermate nelle settimane precedenti alle elezioni. Tra questi, Viktor Babariko, banchiere al vertice della Belgazprombank (filiale bielorussa della Gazprombank) e principale sfidante del Presidente uscente nonché uomo vicino al Cremlino, è stato incarcerato con l’accusa di evasione fiscale lo scorso giugno. Quasi contemporaneamente, Valery Tsepkalo, anch’egli importante esponente dell’opposizione “sistemica” bielorussa, ha abbandonato il paese per riparare a Mosca a seguito dell’arresto di Babariko e Sergei Tikhanovsky, il popolare blogger a capo di un vasto movimento di opposizione arrestato poche settimane prima del voto al fine di impedirne la candidatura alle elezioni.

L’arresto o la marginalizzazione degli esponenti più in vista dell’opposizione bielorussa, pur determinando un forte contraccolpo del crescente movimento avverso al regime, non ha fermato la mobilitazione dei gruppi organizzati contrari a Lukashenko. L’eredità di Sergei Tikhanovsky, la figura dal più ampio sostegno presso l’opinione pubblica tra le tre arrestate, è stata raccolta da sua moglie, Svetlana Tikhamoskaya che, suo malgrado, è divenuta la candidata principale dell’opposizione, con il supporto di Marina Kolesnikova, capostaff della campagna di Babariko, e Veronika Tsepkalo, moglie di Valery costretta anch’ella a riparare in Russia temendo per la propria incolumità il giorno del voto. Pur conquistando solo il 9,9% dei consensi, secondo i risultati ufficiali, Svetlana Tikhamoskaya è divenuta il centro della mobilitazione contro Lukashenko.

L’ex professoressa di inglese, già nella tarda serata di domenica, aveva infatti disconosciuto i risultati del voto, denunciando le diffuse e palesi irregolarità e chiamando a raccolta i propri sostenitori. Il risultato, suo malgrado, è stata però la rapida degenerazione della situazione. Una situazione già esacerbata nei giorni precedenti dalla politica adottata dal regime che, pur minimizzando la portata delle proteste, aveva, di fatto, blindato la capitale. Secondo quanto si è successivamente appreso, Minsk è stata infatti chiusa, con posti di blocco in prossimità delle principali arterie autostradali e lo schieramento di centinaia di uomini delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa nelle principali vie e piazze della città, al fine di evitare che possibili manifestazioni sfociassero nell’assalto ai palazzi del potere. Quando, nella tarda serata di domenica, le opposizioni sono tornate in piazza, lo scontro con le forze dell’ordine era di fatto inevitabile.

Per quanto si sia avuto notizia di poliziotti simpatizzanti con i manifestanti, i reparti antisommossa sono rimasti fedeli al governo e le opposizioni non sono riusciti a trovare un sostegno tale da obbligare Lukashenko a ripetere le elezioni o ricontare i voti espressi. Sebbene, nelle prime ore degli scontri, vi sia stata la sensazione di una possibile nuova “Rivoluzione Colorata” nello spazio post-sovietico, già nella mattinata di lunedì il risultato era tristemente evidente: 3000 persone arrestate, 50 poliziotti e 39 manifestanti feriti e un morto tra coloro che sono scesi in piazza contro il regime, mentre si attende ancora il bilancio degli scontri della scorsa notte. Lukashenko ha tenuto, ma le opposizioni non sembrano essere intenzionate a desistere e la scorsa notte a migliaia sono tornati in piazza contro il regime, organizzando le prime barricate e rispondendo alle cariche della polizia con molotov e fuochi d’artificio usati come armi. Ad oggi è impossibile prevedere gli sviluppi della situazione, ma dopo la scorsa notte, Svetlana Tikhamoskaya, al fine di tutelare la propria incolumità dopo che per ore non si erano avute sue notizie, è fuggita in Lituania, sotto la protezione del Governo di Vilnius che ha seguito fin da principio l’evolversi della situazione.

Tra la piazza e il palazzo: perché le opposizioni non sono riuscite nel loro intento (per ora)

Malgrado la forte mobilitazione dell’opinione pubblica, le opposizioni non sono riuscite a sfondare e quella che sembrava, solo poche settimane fa, una nuova speranza per la Bielorussia si è risolta in un nulla di fatto, almeno per ora. Malgrado le irregolarità del voto, che secondo le opposizioni sono state particolarmente evidente soprattutto rispetto al 40% dei voti espressi mediante il voto anticipato, a spiegare la tenuta del regime sono fattori strutturali di più lungo periodo.

L’élite riunita intorno a Lukashenko si è infatti dimostrata storicamente piuttosto coesa. A differenza di quanto è avvenuto fino al 2014 in Ucraina o in Russia fino ai primi anni Duemila, in Bielorussia non si è mai sviluppata una “contro-élite” in grado di concentrare su di sé parte del potere mediatico o economico-finanziario. L’ex Repubblica Sovietica è stata infatti tradizionalmente sprovvista di una classe di oligarchi o politici che, forti di una propria base di consenso, potessero sfidare la classe dirigente legata a Lukashenko. Di conseguenza, in circostanze come queste, i movimenti di piazza non possono godere del supporto “interno” di gruppi di pressione che possano mettere in minoranza il regime, come ad esempio è accaduto in Ucraina nel 2004/2005 e, più recentemente, nel 2014.

Inoltre, le manifestazioni degli ultimi giorni, piuttosto che essere simili a Euromaidan, il vasto movimento di contestazione che nel 2014 ha sconvolto l’Ucraina, sono state più simili alle proteste del 2011/2012 in Russia. Tali proteste videro infatti, come oggi in Bielorussia, la mobilitazione di una parte dell’opinione pubblica contro la “Tendemocrazia Putin-Medvedev”, senza però incontrare il supporto di larga parte della popolazione che vedeva nel putinismo una garanzia di stabilità e benessere. Analogamente, a scendere in piazza contro Lukashenko è oggi la parte di popolazione che ha più sofferto l’asfissia del regime, relegato alla marginalità nel contesto europeo e ridotto ad un paria della comunità internazionale, rilevante nella misura in cui risulta determinante nel confronto tra l’Occidente e la Russia. Differentemente, Lukashenko mantiene stabilmente il proprio consenso tra la maggioranza della popolazione dei centri più periferici e nelle campagne, ovvero in quelle regioni che più hanno goduto del regime paternalistico guidato dal leader bielorusso, sebbene anche in queste aree si sia registrato un calo del consenso verso il potere, in virtù del peggioramento delle condizioni economiche della popolazione.

Se le opposizioni non diverranno un vero e proprio movimento di massa, in grado di mobilitare tutta l’opinione pubblica, e se non guadagneranno l’appoggio di parte delle élite al potere, difficilmente il regime potrà cambiare, a meno che la polizia e l’esercito non dovessero ribellarsi e fraternizzare con la piazza, aprendo così ad una più profonda crisi. Attualmente, la situazione risulta particolarmente incerta e difficile da prevedere. Gli scontri della notte appena trascorsa hanno ulteriormente acuito il confronto tra le opposizioni e il regime e, nella giornata di oggi, Lukashenko riunirà il Consiglio di Sicurezza Nazionale con la proposta di proclamare la legge marziale per due settimane come principale punto all’ordine del giorno.  

Le reazioni internazionali

Dal punto di vista internazionale, gli schieramenti sono rimasti piuttosto legati alle posizioni tradizionali. Se Vladimir Putin e Xi Jinping si sono congratulati con Lukashenko per la vittoria alle elezioni, la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il Segretario di Stato americano Mike Pompeo hanno espresso la propria preoccupazione per quanto sta avvenendo in Bielorussia, chiedendo la sospensione delle violenze e un nuovo conteggio dei voti, coerente con gli standard internazionali. Ancora sul fronte europeo, la Polonia, per voce del Presidente Andrzej Duda, ha chiesto la convocazione d’emergenza del Consiglio Europeo per definire sanzioni e contromisure da attuare verso Minsk, dopo aver ricevuto, dallo stesso Lukashenko, l’accusa di aver sostenuto, insieme alla Repubblica Ceca e al Regno Unito, le diverse formazioni dell’opposizione.

Paradossalmente, a meno che non avvenga un vero e proprio regime change, con le inaspettate conseguenze che ciò potrebbe comportare, Lukashenko sembra essere la miglior prospettiva per le principali potenze coinvolte nell’Europe Orientale. Dal punto di vista russo, malgrado le intemperanze del regime, spesso visto come un alleato un po’ troppo reticente a conformarsi alla volontà del potente vicino, il leader bielorusso ha garantito, e continua a garantire, l’impermeabilità del paese agli ideali occidentali. Ideali percepiti come pericolosi a Mosca, che, fin dalle “Rivoluzioni Colorate”, ha temuto un eventuale “effetto contagio”, tale da mettere in discussione la stabilità dell’attuale classe dirigente, senza contare la profondità strategica che la Bielorussa garantisce nel contesto politico-militare dell’Europa Orientale. Allo stesso modo, il “multivettorialismo” tentato più volte da Lukashenko, al fine di mantenere la propria autonomia da Mosca, è stato finora la migliore opportunità per l’Occidente di incunearsi nello spazio post-sovietico, che dal 2014 è stato “blindato” dalla Russia. La recente nomina di Julie Fisher come ambasciatrice statunitense a Minsk, carica vagante da quando Karen Stewart fu dichiarata persona non grata nel 2008, e l’arrivo, poche settimane fa, dei primi cargo americani trasportanti petrolio statunitense vanno proprio in questa direzione, provare ad allentare la presa di Mosca sulla Bielorussia, senza destabilizzare la regione.

La situazione resta quindi pericolosamente incerta e solo le prossime ore potranno fare luce su quanto avverrà ai margini dell’Europa, dove la Bielorussia sembra essere divenuta, in modo quasi inaspettato, il nuovo terreno di scontro tra la Russia e l’Occidente.

Lorenzo Riggi

Geopolitica.info

Le elezioni in Mongolia sono un segno dei tempi

A fine giugno si sono tenute le elezioni parlamentari nella oramai trentennale repubblica democratica, che sta vivendo un momento complicato stretta fra gli autoritarismi di Russia e Cina. La vasta e disabitata Terra dei Khan nasconde un tesoro di risorse minerarie, la cui estrazione rappresenta la quasi totalità del PIL nazionale. Negli ultimi anni, però, gli investimenti stranieri hanno iniziato a venir meno, soprattutto a causa del crollo dei prezzi delle materie prime, l’altissimo debito pubblico, e le insostenibili diatribe fra il governo (con aspirazioni protezionistiche) e i grandi investitori. Il paese si trova ora a scegliere una direzione politica, scoprendo che forse, in fin dei conti, non esiste alcuna possibilità di scelta.

Le elezioni in Mongolia sono un segno dei tempi - Geopolitica.info

Lo scorso 8 luglio il Grande Khural di Stato, ovvero il parlamento mongolo, ha tenuto la prima sessione plenaria del nuovo governo. A un osservatore attento, l’aggettivo “nuovo” potrebbe apparire quantomeno ironico. Il Partito del Popolo (MPP) ha infatti confermato la supremazia della precedente legislatura, aggiudicandosi 65 seggi su 76, con solo 9 seggi riservati ai principali oppositori del Partito Democratico, e altri 2 a gruppi terzi. È la prima volta che uno dei due partiti maggioritari riesce a vincere le elezioni per due mandati consecutivi. Come nel precedente mandato, si rileva un curioso contrasto fra il parlamento monopolizzato dal MPP, e il presidente della repubblica espressione dello schieramento opposto, il Partito Democratico (fino al 2017 era stato Elbegdorj, oggi è Battulga).

Quello che noi consideriamo il tradizionale dualismo politico fra destra e sinistra, in Mongolia è irrilevante: il Partito del Popolo MPP, erede dei socialisti rivoluzionari, esprime in realtà forti posizioni nazionaliste, che trovano sostegno nelle campagne e fra le frange più nostalgiche dell’Unione Sovietica, di cui la Mongolia era una costola importante; il Partito Democratico, d’altra parte, rappresenta idee più liberali e riformiste, non disdegnando però derive autoritarie (scenario, questo, interessante e inusuale: vediamo infatti i cittadini della capitale e i giovani – che incarnano quindi l’ala più progressista – guardare alla guida dell’uomo forte più favorevolmente rispetto agli abitanti delle campagne, 42% contro 33%).

I mongoli hanno tenuto negli anni un atteggiamento complesso nei confronti di una democrazia duramente conquistata: nelle presidenziali del 2017, più del’8% dei votanti hanno consegnato scheda bianca, rispecchiando l’insoddisfazione verso i candidati dell’establishment; anche quest’anno, una grande varietà di candidati e pensatori hanno animato le elezioni, e la sfiducia verso la classe politica non accenna a diminuire (il 60% della popolazione non si sente rappresentata), che sia i per i recenti scandali legati alla corruzione, o per la disastrata situazione economica.

Spiegare la vittoria schiacciante del MPP, però, è possibile solo  considerando alcuni fattori chiave: la buona gestione dell’epidemia di COVID-19, che in Mongolia non ha mietuto neppure una vittima; il già menzionato nazionalismo rampante, specialmente nel campo degli investimenti (oltre l’80% della popolazione ritiene che le riserve minerarie del paese non debbano essere possedute da stranieri); il fatto che sia ancora in uso nelle elezioni parlamentari il sistema maggioritario a collegio plurinominale, storicamente sfavorevole per partiti minoritari e candidati donna (dei 76 seggi disponibili, infatti, 52 vengono assegnati tramite le giurisdizioni delle campagne e delle province minori, nonostante la metà della popolazione totale viva nella capitale Ulan Bator; nella capitale sono anche concentrati gli elettori progressisti e i “nuovi” candidati).

Nel contesto attuale si accavallano dunque le sensazioni del popolo e i meccanismi del sistema politico, arrivando a tratti a sovrapporsi, e altre volte a divergere terribilmente.

Alla festa nazionale del Naadam, tenutasi l’11 luglio, è intervenuto allora un presidente Battulga in una posizione tutt’altro che solida, come l’ago di una bilancia in equilibrio precario. Trovandosi sostanzialmente con le mani legate, davanti a un partito concorrente che domina il parlamento (ma con cui si trova in accordo su molte questioni), nel suo tradizionale discorso il presidente ha avuto parole premonitrici: “teniamo a mente che oggi creiamo la storia per la quale saremo giudicati in futuro […] Chi attraversa il varco dorato per entrare al servizio dello Stato Mongolo, dovrà lasciarsi alle spalle anche il minimo desiderio temporaneo o interesse personale. Se dimentichiamo questo, la legge dello stato, la fiducia della gente, e le generazioni passate e future non potranno mai perdonarci.”

Si stringe la morsa russo-cinese

Se c’è una cosa su cui tutte le forze politiche nella Terra dei Khan sembrano allinearsi, è la politica estera. Incastrata fra i “grandi fratelli” Mosca e Pechino, la Mongolia non può prescindere dal mantenere buone relazioni di vicinato con entrambi. Mosca sfama il 90% del bisogno energetico mongolo, e Pechino è primo investitore e primo importatore di prodotti mongoli (82% del totale). Non c’è modo di sfuggire a questa accoppiata, vista anche la posizione geografica della Mongolia e le sue carenze in termini infrastrutturali e finanziarie.

Ed ecco che si palesa tutta la fragilità degli schieramenti politici mongoli, che a discapito della demagogia non possono che allinearsi in modo unitario verso l’unica direzione possibile. Mentre Battulga promuove l’alleanza ideologica con la Russia, e il Partito del Popolo (teoricamente suo oppositore, con postura nazionalista) consolida questa stessa alleanza, non passa inosservata la visita del presidente in Cina – l’ultima prima della pandemia – e l’accettazione del governo mongolo della quasi totale dipendenza economica dagli umori di Pechino. La politica estera non è una scelta. La sempre minore richiesta cinese di materie prime ha contribuito ad affossare l’economia mongola negli ultimi anni; con il COVID-19, in particolare, nel primo semestre del 2020 le esportazioni totali sono calate del 40% su base annua. Nulla può la retorica nazionalista contro questo dato di fatto, quando l’economia del paese dipende dal settore minerario per circa il 90% – gran parte del quale direttamente o indirettamente in mano pubblica.

Si è spesso parlato della contesa russo-cinese per l’influenza sulla Mongolia.

Sul piano culturale, questa sfida ha un vincitore indiscusso: per quanto i mongoli possano essere dipendenti dal Dragone per ragioni commerciali e di buon vicinato, infatti, il loro cuore batte per Mosca soltanto. Oltre ai valori condivisi e alla storia recente, la Mongolia fa anche parte del più ampio progetto di coinvolgimento nella sfera d’influenza russa delle ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Considerata di solito come politica “orientale”, questa strategia russa ad ampio respiro non può essere vista però solo in ottica anti-cinese, ma anche come offensiva verso altri attori internazionali che si contendono quell’antico crocevia dei popoli: in primis la Turchia, e in secondo luogo gli Stati Uniti, che hanno di recente dichiarato un partenariato strategico e l’intenzione di ratificare un third neighbor trade act con Ulan Bator.

Ad essere realistici, è improbabile che l’approccio di Washington possa mai avere un benché minimo effetto sulla Mongolia. I due principali sfidanti – Putin e Xi – infatti, sono perlomeno d’accordo su una cosa: in Asia centrale l’America non dovrà mai entrare. Su questo aspetto – e sulla politica estera bifronte della Mongolia – pesa anche l’apparente distensione dei rapporti fra Pechino e Mosca. Questo avvicinamento porterebbe non solo a un più stabile scenario energetico nell’Asia settentrionale, ma darebbe anche la possibilità alla Mongolia – in quanto alleata di entrambi i paesi – di perseguire una politica energetica proattiva. Non a caso, il grande progetto infrastrutturale russo Power of Siberia 2 dovrebbe coinvolgere sia la Cina che la Mongolia, con quest’ultima che non ne beneficerebbe solo come paese di transito per i gasdotti, ma anche in ottica strutturale: nel collaborare con questi due giganti, infatti, Ulan Bator potrebbe avvalersi dei migliori strumenti di ricerca per individuare ulteriori giacimenti di idrocarburi nel suo enorme territorio. Verrebbe altresì rimpolpato il monte investimenti  (seppur appannaggio dei soliti Russia e Cina, a scapito di europei e giapponesi), al momento in forte decrescita a causa del protezionismo governativo.

Con il 30% della popolazione in condizioni di povertà, un’economia agonizzante, e una popolazione sempre più consapevole della propria condizione (vedere le proteste in piazza del 2019), il governo mongolo non può non sottostare alle lusinghe di Russia e Cina, a prescindere da quale partito sieda nel Grande Khural di Stato. Eventuali risvolti geopolitici nelle relazioni con altri attori passano per il momento in secondo piano, cedendo il passo alla necessità impellente di ricostruire un sistema paese.

Da questa sottomissione indispensabile emerge però una scintilla di resilienza sul piano culturale. Pur avendo sempre rigettato ogni paragone con i vicini cinesi, i mongoli risentono ancora del loro passato sovietico, con influenze che svariano dal piano linguistico, a quello economico e politico. Tuttavia, negli ultimi anni la questione identitaria è emersa in modo violento, stimolata anche da una maggiore consapevolezza strategica: i casi vincenti di paesi che hanno implementato una postura “neutrale” fra grandi potenze (Corea del Sud, Thailandia, e molti altri, uno su tutti Singapore) non sono estranei al dibattito pubblico, dove si accarezza l’idea che una posizione intermedia possa in fin dei conti tramutarsi in un vantaggio, e non solo nella trappola senza scampo che sembra essere.


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L’entusiasmo che stimola il discorso politico è anche causa e conseguenza di un risorgimento culturale già in atto, equiparabile a quello visto in altri stati post-sovietici. Fino a pochi anni fa, i costumi e la musica tradizionale erano etichettati come retrogradi, in un complesso d’inferiorità alimentato anche dalla stessa élite mongola, di background formativo sempre e inevitabilmente russo o cinese. Oggi il presidente non esita a mostrarsi in abiti tradizionali, mentre celebra in diretta televisiva la festa del Naadam; oggi le altre comunità di etnia mongola sparse in giro per il mondo affermano con orgoglio la propria origine ancestrale e la propria affiliazione; oggi ogni evento sovietico è ufficialmente abolito, con le poche eccezioni delle ricorrenze belliche.

Quali fra queste tendenze riflettono cambiamenti reali, e quali sono solo elementi di facciata? L’autodeterminazione non porta necessariamente allo sviluppo, e un paese che non può scegliere la propria politica estera parte senz’altro con uno svantaggio importante. La situazione in Mongolia è ancora molto incerta.

Trump contro Biden

La competizione tra Biden e Trump si sta facendo sempre più dura. Nelle ultime settimane Biden ha ricevuto ulteriori endorsement: quello di Nancy Pelosi e di Hillary Clinton mentre Alexandria Ocasio-Cortez ha esplicitamente affermato che a novembre voterà per lui. Dall’altra parte Trump, sta provando a ridurre le forti critiche ricevute per la gestione del Covid-19. Il livello di popolarità del presidente sta avendo un andamento altalenante: se a marzo la sua popolarità era ai massimi storici, da aprile è calata vertiginosamente per poi risalire nelle ultime settimane.

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Pelosi e Clinton danno il loro endorsement a Biden

La Speaker della Camera dei Rappresentanti ha dato il suo endorsement a Biden con un video pubblicato il 27 aprile sui suoi social media. Nel video, Pelosi ha raccontato di come l’ex vicepresidente sia un uomo che abbia una grande leadership, portando il caso dell’Affordable Act. “Di fronte alla sfida del coronavirus, Joe è stato la voce della ragione e della resistenza, ed ha un piano chiaro per portarci fuori dalla crisi” ha affermato la Speaker. Il giorno dopo è poi arrivato anche l’endorsement di Hillary Clinton, Segretario di Stato della prima amministrazione Obama. Clinton ha definito Biden un amico e una figura che si è “preparata per questo momento per tutta la vita”, mentre ha definito il presidente Donald Trump un uomo talmente mal preparato a diventare “comandante in capo” che sembra che stia solo recitando il ruolo in televisione. “Voglio aggiungere la mia voce alle tante altre che ti hanno sostenuto come nostro presidente” ha detto l’ex segretario di Stato. Ha poi sostenuto, in riferimento al coronavirus, che “questo è un momento in cui abbiamo bisogno di un leader, un presidente, come Joe Biden”. Il suo endorsement è arrivato dopo quelli di Sanders, Warren, Obama, Al Gore e Pelosi, un chiaro segnale il Partito Democratico sta cercando di ritrovare una propria unità per compattarsi dietro la candidatura di Biden. Tutto ciò è anche un modo di dare all’ex vicepresidente maggiore attenzione mediatica, in un momento in cui i riflettori sono tutti rivolti verso il presidente Trump.

Anche la deputata progressista Alexandria Ocasio-Cortez, AOC per i suoi sostenitori, ha dichiarato che a novembre intende votare per Joe Biden. L’annuncio è arrivato durante un livestream con il rapper Fat Joe. “Ho sempre detto che intendo appoggiare il candidato democratico a novembre, ma questa è probabilmente la prima volta che l’ho detto apertamente”. Proprio di recente Ocasio-Cortez si era lamentata del fatto che Biden, o comunque il suo staff, non l’avesse ancora contattata per chiederle il suo supporto per novembre. Le parole della deputata di New York si aggiungono agli endorsement di Sanders e Warren, segno che anche la parte più progressista del Partito Democratico si stia schierando dalla parte di Biden con un unico obiettivo: quello di sconfiggere Donald Trump. 

Biden annuncia il Comitato di selezione del vicepresidente

Giovedì la campagna presidenziale di Biden ha lanciato ufficialmente il comitato di selezione dei “compagni di corsa”. L’ex senatore statunitense Christopher J. Dodd, la deputata del Delaware Lisa Blunt Rochester, il sindaco di Los Angeles Eric Garcetti e Cynthia C. Hogan, ex consigliere della Casa Bianca e del Senato di Biden, sono i quattro co-presidenti di questo Comitato. “Questi quattro co-presidenti riflettono la forza e la diversità del nostro partito e forniranno una visione e delle competenza straordinarie su quello che sarà un rigoroso processo di selezione e verifica”, ha dichiarato la responsabile della campagna Jen O’Malley Dillon in una nota scritta. “Sto cercando qualcuno che sia un partner in questo progresso. Qualcuno che sia simpatico, e che sia pronto a diventare presidente in un attimo”, ha detto Biden durante raccolta fondi virtuale all’inizio di questo mese.

In una recente analisi della CNN, Kamala Harris, senatrice della California, è stata messa al primo posto tra le papabili per la vicepresidenza di un’ipotetica amministrazione Biden. Ad ogni modo la Harris è considerata favorita un po’ da tutti gli addetti ai lavori, anche se un recente sondaggio di YouGov ha rilevato che il 36% degli elettori democratici vorrebbe la Warren come vicepresidente (Harris al secondo posto del sondaggio con il 19%). Warren, oltre ad essere la prima scelta tra i democratici bianchi e liberal, sarebbe la prima scelta anche tra i democratici neri. 

Ma perché la scelta del vicepresidente è così importante per Biden? Lo spiega chiaramente il New York Times. Secondo il quotidiano americano il vicepresidente scelto dal 77enne democratico potrebbe essere il candidato per le presidenziali del 2024. Biden finirebbe il mandato ad 82 anni e lui stesso si è definito un “candidato di transizione”. Se Biden dovesse vincere e decidesse di non candidarsi per un secondo mandato, è possibile che la nomination del partito non sia in palio per i prossimi 12 anni. La scelta, dunque, potrebbe determinare l’agenda dei democratici per il prossimo decennio.

La strada per le presidenziali

Nelle ultime settimane gli alleati di Joe Biden sono apparsi preoccupati riguardo al fatto che la campagna dell’ex vicepresidente rischia di non essere in grado di competere con il colosso della raccolta fondi del presidente Trump. Un’analisi del New York Times ha rilevato che la campagna di Trump e il Comitato nazionale repubblicano (RNC) hanno un vantaggio di 187 milioni di dollari rispetto alla campagna di Biden e al Comitato nazionale democratico (DNC). “Biden non ha un forte apparato di raccolta fondi di base. Ora non ha nemmeno più gli eventi di persona a cui andare, solo questi eventi su Zoom. Abbiamo perso con tutti i soldi raccolti da Hillary Clinton. Come possiamo vincere con meno?”, ha detto un suo collaboratore a The Hill.

Stando ad un’analisi di Joshua Sandman per The Hill, l’attuale gestione caotica dell’emergenza relativa al Covid-19 da parte dell’Amministrazione Trump potrebbe essere uno dei motivi cardine di un’eventuale sconfitta. Però, secondo la proiezione fatta dal Professor Sandman, Trump potrebbe ottenere 249 voti elettorali contro i 248 di Biden. Tre Stati – Arizona, Pennsylvania, e Wisconsin – sono i cosiddetti “stati confusi” in cui Trump ha vinto nel 2016 e potrebbe rifarlo nel 2020. Diversi fattori possono andare a favore dell’attuale Presidente. Il suo avversario, l’ex vicepresidente Joe Biden, non ha un buon repertorio rispetto ai dibattiti e ai discorsi durante le campagne elettorali, con spesso diverse gaffe e discorsi poco sensati che gettano ombra su quanto da lui detto. Inoltre, nonostante l’endorsement ricevuto da parte di Bernie Sanders, è probabile che la parte di elettorato più schierato su temi di sinistra possa decidere di non votare per il candidato democratico in pectore. 

Altra cosa importante, Trump mantiene la lealtà della sua base – la classe lavoratrice bianca e i cristiani evangelici non istruiti e i conservatori sociali e culturali. Il suo sostegno tra gli elettori bianchi è particolarmente forte nel “campo di battaglia” del Mid-West, del sud-ovest, dell’ovest e del sud e negli Stati competitivi, come Florida, Iowa, Ohio, Carolina del Nord, Nevada, Minnesota e Michigan. In aggiunta, il sondaggio mostra un livello costantemente alto di sostegno tra i repubblicani tradizionali. La maggior parte dei suoi sostenitori vede le critiche sul modo in cui Trump gestisce la crisi del virus come parte dei continui sforzi dei media per provare a contrastare il presidente.

Trump, quindi, secondo questa analisi, può andare nuovamente alla Casa Bianca senza vincere il voto popolare. Ma quale potrebbe essere la ricetta giusta, da parte di Biden e dei Democratici, per battere l’attuale Presidente?

Joshua Sandman propone una visione d’insieme che possa essere calzante per le classi lavoratrici e agli elettori con un basso livello d’istruzione, che trovano poco appetibile una visione autoreferenziale che guarda solo alla globalizzazione, all’innovazione tecnologica e digitale senza però pensare a salvare milioni di posti di lavoro messi a rischio da questi fenomeni.

Passiamo ora a qualche cifra. L’istituto Gallup ha pubblicato il sondaggio bisettimanale sulla popolarità del tycoon. Il suo tasso di approvazione, dopo un calo vertiginoso nella prima metà di aprile, torna al 49% (+6), ossia lo stesso livello di un mese fa e quindi il massimo raggiunto nel corso della sua presidenza. Il tasso di disapprovazione scende al 47% (-7 rispetto a due settimane fa), mentre a fine marzo era al 45%. Questi ottimi risultati sono dovuti principalmente ad un aumento di popolarità tra gli elettori indipendenti: 47% (+8), corrispondente al miglior risultato ottenuto in questo gruppo da quando è in carica. Tra i repubblicani il tasso rimane alto e stabile (93%) e tra i democratici c’è un fisso 8%. 

L’ultimo sondaggio di Morning Consult, che tiene traccia della corsa presidenziale, ha rilevato che Biden ha perso un punto rispetto alla scorsa settimana, pur rimanendo in testa con il 46%. Il presidente invece segue con un continuo 42%, ma come ben sappiamo il dato nazionale riflette il valore del voto popolare che è indirettamente legato alla conquista della presidenza: basti pensare alla vittoria di Trump nel 2016.

Mercoledì scorso il tycoon ha detto a Reuters che non crede ai sondaggi che mostrano il suo avversario, Joe Biden, in testa alla corsa del 2020 per la Casa Bianca. Durante un’intervista all’interno dell’Ufficio Ovale, il presidente repubblicano ha dichiarato di non aspettarsi che le elezioni costituissero un referendum sulla gestione della pandemia di coronavirus e ha aggiunto di essere sorpreso che l’ex vicepresidente stesse facendo bene. “Non credo ai sondaggi”, ha detto Trump. “Credo che la gente di questo paese sia intelligente. E non penso che voteranno per un uomo incompetente”.

Trump ha criticato, inoltre, il decennio di Biden come senatore degli Stati Uniti e vicepresidente dell’amministrazione Obama. “Non intendo incompetente a causa di una condizione che ha ora. Voglio dire, è incompetente da 30 anni. Tutto ciò che ha mai fatto è stato male. La sua politica estera è stata un disastro”, ha detto il tycoon.

La sfida tra Trump e Biden è sempre più accesa ma è sicuramente troppo presto per fare previsioni. Ovviamente l’eventuale riconferma di Trump si gioca sulla gestione del Covid-19 e sulla possibilità di mantenere quegli swing states che quattro anni fa lo hanno votato, senza dimenticare il Michigan, Stato chiave per la rielezione del presidente in carica, in cui la lotta tra i due è serratissima.  

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Elezioni 2020, Trump cala nei sondaggi e Biden risale. Come il contagio ha stravolto la politica americana

Joe Biden, l’uomo che spesso cade e altrettanto velocemente risorge. Questo ci ha raccontato fin qui la lunga corsa a queste primarie per la corsa alla Casa Bianca, mai così funestata a causa della pandemia mondiale. Sembrava scomparso, infatti, e travolto politicamente dal coronavirus con l’ingombrante onnipresenza televisiva di Donald Trump, contrappeso “massimo”.

Elezioni 2020, Trump cala nei sondaggi e Biden risale. Come il contagio ha stravolto la politica americana - Geopolitica.info

Biden ha atteso il Lunedì dell’Angelo per illustrare agli americani la sua idea per affrontare una crisi senza precedenti e sul New York Times è tornato a “galla”, come quando sorpassò Sanders negli Stati chiave della “Rust Belt” trionfando in Michigan, Missouri e Mississippi. 

Tre le proposte di Biden ad un’America in stato di shock: intensificare il distanziamento sociale, moltiplicare i test e renderli accessibili a tutti, assicurare al sistema sanitario tutti i fondi e le attrezzature necessarie. Direte voi, indicazioni banali – in Italia se ne parla da due mesi – non negli Stati Uniti dove l’opinione pubblica più attenta si è già resa conto di quanto grave sia la situazione. 

Con oltre duemila morti e trentamila contagi al giorno – il totale dei decessi in USA è arrivato a 50mila, mentre il numero complessivo dei contagi è 890mila – ogni angolo degli Stati Uniti è stato colpito. Nella sola New York i morti sono già il quadruplo delle vittime dell’11 settembre, è in corso una strage senza dati che sta colpendo le fasce più povere di certo non conteggiate tra i numeri ufficiali. 

Come sta affrontando Trump l’esplosione della pandemia? Praticamente tutto – o quasi – ruoterà intorno a questo interrogativo il 3 novembre quando gli americani si troveranno a decidere chi votare. 

C’è chi ipotizza scenari da film di fantascienza con una Casa Bianca militarizzata e rinvio delle elezioni. Del resto in una “prima fase” l’attacco alla Cina lo ha reso popolare ma adesso gli errori commessi dal presidente potrebbero tornare utili a Biden.

Nell’ultimo mese The Donald ha infatti rifiutato gli avvisi della comunità scientifica e dei suoi stessi consulenti e spesso ha incendiato i già caldi fronti di protesta contro il lockdown di alcuni Stati. L’unica bandiera di credibilità rimasta è il volto serio e preoccupato del dottor Anthony Fauci – i nonni erano di Sciacca e di Napoli – che ci sta mettendo letteralmente la “faccia”. 

Le elezioni

Una possibilità vagliata in queste ore sarebbe quella che entrambe le Camere del Congresso approvassero una legge che sostituisse o modificasse il Presidential Election Day Act – che risale al 1845 – per stabilire una nuova data. Chi governerebbe il Paese? In questo caso toccherebbe temporaneamente allo speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi, nemica giurata di Trump. 

Davvero uno scenario alla House of Cards

Joe Biden non smette di stupire

Biden batte Sanders e lo fa ancora una volta in maniera netta. Martedì 17 marzo l’ex vicepresidente ha vinto in Arizona (67 delegati), Florida (219) e Illinois (155). Si sarebbe dovuto votare anche in Ohio ma a causa dell’emergenza coronavirus il voto è stato rimandato. Intanto, Tulsi Gabbard – l’ultima candidata rimasta in corsa oltre a Sanders e Biden – ha deciso, nella giornata di oggi, di ritirarsi e di dare il suo endorsement a Biden.

Joe Biden non smette di stupire - Geopolitica.info

Tre su tre per Joe Biden: l’ex vicepresidente ha vinto in maniera netta in Arizona, Florida e Illinois. Il risultato più sorprendente è sicuramente quello della Florida – Stato con una forte presenza di ispanici, minoranza che da sempre sostiene il senatore del Vermont – dove Biden ha ottenuto circa il 40% in più del suo avversario. Proprio qui il 77enne democratico ha ritrovato quella coalizione trasversale che lo aveva portato alla vittoria nelle primarie precedenti: afro-americani, donne, moderati e indecisi. Ancora una volta si è votato per il candidato che, secondo gli elettori, ha più possibilità di battere Trump a novembre. Tra le altre cose, in Florida l’affluenza al voto è stata superiore rispetto al 2016 nonostante l’emergenza coronavirus. Con la vittoria in Illinois continuano gli ottimi risultati nel Midwest, dopo quelli del Minnesota e del Michigan. È importante sottolineare il fatto che l’Illinois abbia un profilo politico più giovane e progressista della Florida, fondamentale quindi che si sia riuscito ad affermare anche qui, riuscendo ad intercettare voti che sarebbero dovuti andare a Sanders. 

Il voto in Ohio è stato rinviato. Decisione presa dal governatore Mike DeWine sulla base dell’emergenza nazionale causata dal Covid-19, dichiarata dal presidente Trump e che era stata già preceduta dai rinvii in Georgia, Lousiana, Kentucky e Maryland. Tutto rimandato a giugno, coronavirus permettendo.

Nel discorso post-vittoria, tenuto nella sua casa nello Stato del Delaware, Biden ha detto: “Il mio obiettivo è quello di unire il partito democratico e di unire il nostro Paese in questo momento difficile”, parole che sembrano quasi un appello agli elettori di Sanders. “Quello che serve ora è speranza contro la paura, unità contro le divisioni, verità contro le menzogne e scienza contro la finzione”, ha aggiunto l’ex vicepresidente. Si è poi rivolto anche ai giovani, parte fondamentale dell’elettorato di Sanders: “Vi ascolto, so cosa è in gioco e so cosa dobbiamo fare”. 

Altra notizia importante è che l’ultima candidata rimasta in corsa oltre a Sanders e Biden, Tulsi Gabbard, ha deciso di ritirarsi e di dare il suo endorsement a Biden. La deputata delle Hawaii ha annunciato il suo ritiro dalle primarie democratiche su twitter. In tutte le precedenti primarie non aveva mai superato l’1 o il 2% e non ha mai neanche ottenuto dei delegati, tranne che in occasione dei caucus delle American Samoa dove ha ottenuto i suoi unici due delegati. Nel 2016 Gabbard aveva dato il suo endorsement a Sanders ma ora ha deciso di non ripetersi appoggiando, appunto, l’ex vicepresidente. 

È interessante sottolineare anche ciò che è avvenuto durante l’ultimo dibattito televisivo tra Biden e Sanders tenutosi a Washington D.C. Durante la diretta, il 77enne democratico ha annunciato la volontà di nominare un vicepresidente donna e riempire le caselle del governo con persone appartenenti alle minoranze. Al contrario, invece, l’amministrazione Trump conta solo tre donne, di cui una asiatica; un solo afro-americano mentre gli altri posti sono occupati da uomini bianchi. Circolano da giorni vari nomi, ma i più caldi sembrerebbero quelli di Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts; Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota; Kamala Harris, senatrice della California e Stacey Abrams, che aveva corso alle elezioni per diventare governatore della Georgia che, però, sembrerebbe più indietro rispetto alle altre. Attenzione anche al nome di Michelle Obama. 

Negli ultimi giorni sono arrivati ulteriori rinvii, causati dall’emergenza coronavirus che negli Stati Uniti sta diventando sempre più preoccupante: Connecticut, Indiana e Porto Rico. Il più significativo è quello di Porto Rico, non tanto per il numero di delegati che avrebbe conferito ai candidati, quanto perché sarebbe stato il prossimo appuntamento delle primarie. “Senza dubbio, questo è il momento di misure preventive per fermare la diffusione del virus. Ma anche in questa crisi, sia il parlamento sia il governatore hanno messo in evidenza le libertà e i diritti democratici che ci consentono di essere una società basata sul valore del voto come espressione della volontà della maggioranza del nostro popolo”, ha dichiarato Charles Rodríguez, presidente del Partito Democratico di Porto Rico.

Sul versante del Partito Repubblicano, pur non essendo mai stata sotto attacco, la leadership di Trump si consolida sempre di più, raggiungendo di fatto i delegati necessari per assicurarsi di nuovo la nomination. Più che degli altri candidati, il tycoon si dovrebbe preoccupare dell’emergenza coronavirus che sta colpendo gli Stati Uniti. È altamente probabile che, con una buona gestione della situazione, Trump farà un maggiore passo in avanti verso la riconferma. Sicuramente l’attuale emergenza è un grande banco di prova e Biden è lì dietro l’angolo pronto a sfruttare ogni passo falso del suo avversario. Attualmente, però, l’approvazione di Trump ha ottenuto risultati migliori rispetto alle settimane passate. Nel sondaggio condotto da Ipsos US per ABC News, in questi giorni il 55% degli americani approva la gestione dell’epidemia da parte del presidente. Dato completamente opposto rispetto a qualche settimana fa quando il 54% si dichiarava contrario.  

Il coronavirus rischia di impattare negativamente sulle primarie democratiche e, in un’ottica futura, se la situazione non migliorerà, rischierà di danneggiare anche le presidenziali. Detto ciò, nella notte tra mercoledì e giovedì è giunta l’ufficialità che sono stati riscontrati positivi i primi due membri del Congresso: sono il democratico dello Stato dello Utah Ben McAdams e il membro del Partito Repubblicano per lo Stato della Florida Mario Diaz-Balart, mentre è notizia di oggi la positività al coronavirus di Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky. Si tratta del primo senatore e del terzo membro del Congresso degli Stati Uniti. 

La marcia verso la vittoria, per Biden, è sempre più inarrestabile grazie anche all’incredibile spinta che la sua campagna ha ricevuto dopo la vittoria in South Carolina e i vari endorsement, tra cui quelli di Buttigieg e Klobuchar, inanellando una serie di risultati sorprendenti. A Sanders non resta che appellarsi alla matematica che effettivamente lo tiene ancora vivo e al fatto che devono ancora votare alcuni Stati che assegnano un alto numero di delegati. Al momento Biden, ha circa 300 delegati in più del suo avversario. Il destino delle primarie democratiche si deciderà molto probabilmente, in maniera definitiva, nel mese di aprile quando andranno al voto 9 Stati, coronavirus permettendo, che assegneranno 704 delegati. A meno di un inaspettato ribaltone, lo sfidante di Donald Trump sarà proprio Joe Biden. Il prossimo appuntamento sarebbe dovuto essere il 29 marzo con le primarie a Porto Rico ma visto l’annullamento non ci resta che aspettare il 4 aprile quando voteranno Alaska (15 delegati), Hawaii (24) e Wyoming (14).

USA 2020: tutti i numeri del secondo appuntamento in New Hampshire

Bernie Sanders, di pochissimo, vince le primarie Dem su Pete Buttigieg. La differenza è minima ma definisce comunque i contorni di una vittoria annunciata, già al primo round, Bernie Sanders ha vinto le primarie democratiche del New Hampshire. Il secondo appuntamento del lungo percorso ad ostacoli – che terminerà in agosto con la convention Dem – ha espresso un risultato che conferma, in parte, quanto definito in Iowa.

USA 2020: tutti i numeri del secondo appuntamento in New Hampshire - Geopolitica.info

A differenza del “The Hawkeye State” dove il complesso meccanismo dei caucus e il malfunzionamento di un’app per smartphone hanno rallentato la diffusione dei risultati in New Hampshire si sono svolte delle primarie semi-aperte, nelle quali hanno votato solo gli affiliati al Partito Democratico.

Pochissimi i punti di vantaggio sul giovane ex sindaco di South Bend Pete Buttigieg, terza Amy Klobuchar ed ennesimo fragoroso “tonfo” di Joe Biden, appena quinto: per lui e la Warren nessun delegato. Si registrano i primi ritiri: Bennet, Patrick e Yang.

A chiudere il podio del New Hampshire, quindi, la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, che ottiene un risultato migliore rispetto ai sondaggi della vigilia.

“Bernie” aveva trionfato nello “Stato del granito” anche durante le presidenziali del 2016, ma con un vantaggio nettamente più ampio, adesso lo scarto con il secondo classificato, Pete Buttigieg, è di appena il 2%. La vittoria del senatore del Vermont in New Hampshire, insieme alla forte performance ai caucus dell’Iowa, lo consolida comunque come favorito per la nomination democratica.

Una “tornata” da dimenticare per Biden, ma anche per la senatrice Elizabeth Warren. Entrambi non si aggiudicheranno alcun delegato dei 24 in palio in New Hampshire.

Meantime, tutto pronto per l’esordio di Bloomberg e riflettori puntati sulla prima apparizione del miliardario newyorkese che stasera presenterà la sua candidatura durante un dibattito per la nomination del Democratici. Bloomberg si è qualificato per partecipare al dibattito avendo superato la soglia fissata dal Comitato nazionale democratico (Dnc), che ha però cambiato le regole dopo le primarie del New Hampshire, suscitando reazioni negative di altri candidati: niente più numero minimo di donatori individuali, che Bloomberg non ha, finanziando la sua campagna con la sua fortuna; e soglia dei sondaggi raddoppiata.

(Prime) conclusioni: L’Iowa e il New Hampshire hanno prodotti i primi K.O. Joe Biden e Elizabeth Warren, forse continueranno ancora un po’ ma è evidente che non hanno davvero chance. Bernie ha un’età incredibile (78 anni) per un candidato presidente, ha avuto un infarto grave eppure è il preferito dai giovani. E’ quasi alla pari con Buttigieg ed ha avuto meno voti che nel 2016. Amy Klobuchar, la Senatrice del Minnesota, è la “sorpresa” del New Hampshire e potrebbe sconvolgere piani definiti a priori, vedremo. Poi c’è Buttigieg, fino adesso vincente su tutta la linea ma adesso iniziano le primarie negli stati in cui il peso dei nero-americani e dei latinos è grande e lui, bianco di uno stato bianco, con la sua aria sempre per bene, potrebbe andare in tilt.

Next stop: Nevada, 22 febbraio.

Intervista a Elyes Fakhfakh, candidato alle elezioni presidenziali della Tunisia

Il prossimo 15 settembre i cittadini tunisini saranno chiamati a scegliere il Presidente della Repubblica per i prossimi cinque anni. Tra i 26 che si presenteranno alle urne la prossima domenica, è presente il nome di Elyes Fakhfakh, ex ministro dell’Economia (2012-2014) ed ex ministro del Turismo (2011-2013), candidato del partito socialdemocratico Ettakatol, che ci ha concesso un’intervista sul suo programma e la sua visione per il futuro della Tunisia.

Intervista a Elyes Fakhfakh, candidato alle elezioni presidenziali della Tunisia - Geopolitica.info

 

Lo scorso 25 luglio, l’ex Presidente Bèji Caid Essebsi (BCE) è morto all’età di 92 anni. Essebsi è stato un personaggio chiave nel processo di democratizzazione della Tunisia. Qual è la sua eredità secondo lei? Quali sono i valori più importanti che ha trasmesso? Bisogna mantenere la sua visione per la Tunisia?

Sicuramente la figura di BCE è stata fondamentale nel panorama politico tunisino. È stato molto importante sia per la riuscita della prima fase di transizione, sia nel riequilibrio dell’assetto politico successivo. Non si può dire però che sia stato altrettanto fedele nei confronti della Costituzione: non è stato capace infatti di attuarla pienamente, lasciando che fenomeni che danneggiano il nostro paese, come il nepotismo, prendessero piede nella gestione dello Stato. Ha fatto molto in campo diplomatico per ricostruire l’immagine della Tunisia, ma non è riuscito a dare una Forte spinta ad una riforma efficace dello stato e dei poteri locali al fine di garantire una maggiore stabilità al paese

La Tunisia rappresenta la sola democrazia nel mondo arabo ed il solo paese in cui la primavera araba ha avuto successo, comparandola ad altri paesi che versano ancora in una situazione di caos e nuove dittature. Qual è, secondo lei, la ragione di tale successo? Pensa che la democrazia sia ormai radicata in Tunisia?        

Mai dire mai, ci sono sempre dei rischi. Penso che ormai abbiamo passato la fase critica, nonostante le istituzioni restino fragili. Il successo è dovuto alla nostra storia: abbiamo sempre creduto nel pluralismo politico, nei diritti delle donne e nell’unità della nostra nazione. Siamo un popolo colto e unito, non abbiamo divisioni di carattere tribale o religioso. Ci sono stati vari tentativi negli ultimi trent’anni di portare la democrazia in questo paese, che sfortunatamente sono stati vani. La rivoluzione ha dato una nuova spinta e il processo non intende fermarsi.

Il rapporto dei cittadini verso la politica ed i suoi attori sta vivendo un periodo estremamente delicato, anche in Europa. Tra i fenomeni più significativi devono essere sicuramente menzionati la crescita dei movimenti populisti ed un’alta astensione alle urne. Secondo lei, quale sarà la reazione dei tunisini durante queste elezioni?

 Ci troviamo di fronte ad una crisi della democrazia rappresentativa. Il popolo in questo momento sta cercando altri mezzi per partecipare alla vita politica del paese: i social media ne sono un chiaro esempio. Sicuramente i populisti stanno alimentando questo processo, cercando di dare risposte semplici a problemi complessi nati durante il periodo della globalizzazione. Nel momento in cui vanno al potere, però, non si rilevano così efficaci, come stiamo vedendo in Europa, rendendo evidente la necessità di un ritorno ad una politica più seria. Penso comunque che la democrazia rappresentativa debba evolversi, se necessario.

Dopo i due mandati post-rivoluzionari, la Tunisia è stata governata da un sistema semi parlamentare. Lo considera un sistema politico efficace considerando i limiti del Presidente della Repubblica e l’instabilità dei gruppi parlamentari, che possono influenzare il lavoro governativo? Sareste favorevole ad un cambio dell’attuale assetto politico?

 No, sono completamente favorevole al nostro attuale sistema. Ci sono infatti altre autorità che devono ancora essere ancora create, come prevede la nostra Costituzione: parlo soprattutto dei poteri locali. Manca una stabilità politica, ed è per questo bisogna promulgare una nuova legge elettorale. Fin quando il quadro non sarà completo e la costituzione non sarà attuata in toto, non è possibile dare un giudizio esaustivo.

Concentriamoci ora su un altro tema: i problemi sociali della Tunisia. Il paese ha un alto tasso di disoccupazione rapportandolo ai suoi paesi vicini, circa il 15%, soprattutto tra i giovani. Cosa propone per invertire questa tendenza all’interno di un contesto economico difficile caratterizzato da un alto valore del debito pubblico (80%)?

 Crescita. Non dobbiamo far altro se non rilanciare la crescita. Lo Stato non deve più essere uno spettatore ma deve agire attraverso investimenti strutturali per rilanciare l’economia di questo paese. Prendendo atto che siamo nel mezzo di una quarta rivoluzione industriale, all’interno del mio programma ho inserito una specifica sezione sui futuri investimenti sul piano tecnologico, sostenibile ed ecologico. Dobbiamo essere attori in questa rivoluzione, migliorando sul  piano dell’occupazione, della ricerca, e soprattutto incrementando settori chiave come la sanità e l’educazione. Lo Stato deve farsi carico delle spese e rilanciare l’occupazione. Abbiamo molti giovani tra i 15 ed i 29 anni che non studiano né lavorano, a cui spesso non rimane altra scelta di andare via e cercare altre opportunità, principalmente in Europa. Dobbiamo dare una seconda opportunità a queste persone.

Sul piano della sicurezza: dopo gli attentati terroristici del 27 giugno 2019, l’attenzione dei media internazionali sulla sicurezza tunisina è aumentata considerevolmente. Cosa fare nell’immediato per garantire stabilità e sicurezza nel paese per i prossimi anni, considerando anche la minaccia terroristica proveniente dall’Algeria e dalla Libia e soprattutto il ritorno dei cd. foreign fighters dall’Iraq, dalla Libia e dalla Siria?

 Ci stiamo confrontando tutti i giorni con la minaccia terroristica, ma abbiamo guadagnato molta esperienza negli ultimi anni: siamo in grado di prevedere e anticipare eventuali pericoli. Dal 2010 infatti, i nostri investimenti sul piano militare e securitario sono triplicati. Gli strumenti di tutela, soprattutto alle frontiere, sono migliorati enormemente e ritengo che questa sia la strada da percorrere. Come valore aggiunto inoltre, il popolo è unito contro la minaccia terrorista. Dovremmo investire di più nelle forze di polizia: è per questo, infatti, che ho proposto la creazione di una nuova Agenzia per la sicurezza che sia più moderna ed efficace.

La Tunisia può giocare un ruolo fondamentale all’interno del conflitto libico, nel quale ci sono due leader molto diversi (Serraj e Haftar) che si stanno contrastando. Chi potrebbe essere il migliore alleato della Tunisia e dei suoi interessi?

La Tunisia deve cercare di pacificare gli animi tra le varie fazioni. Abbiamo una lunga storia con la Libia, un buon rapporto con questo vicino ed esperienza nella gestione dei conflitti. È necessario rispettare la volontà del popolo libico, cercando comunque di aiutarli in questa difficile fase di transizione grazie all’azione della società civile, dello Stato e di altri enti. Non penso sia utile pendere per una parte piuttosto che per un’altra, quello che invece dovremmo fare è riuscire ad elaborare un piano di negoziazione efficace, soprattutto sul piano internazionale ed europeo. Essendo un nostro vicino, il nostro futuro è interconnesso: la prosperità della Libia è la prosperità della Tunisia.

Qual è la sua posizione sul trattato di libero scambio con l’Unione Europea (Accord de Libre Échange Complet et Approfondi-ALECA)?

Manca un elemento fondamentale in questo accordo, cosa che ho già fatto presente a Bruxelles: una visione per il Mediterraneo. Questa regione, formata da i paesi del nord, europei, e quelli del sud, africani, deve avere una visione comune per i prossimi 40-50 anni sul piano dello sviluppo, della disparità dei salari e su quello demografico, un problema che sarà sempre più pressante. Dobbiamo impostare un vero dialogo sul futuro del Mediterraneo, e oggi siamo molto lontani dall’avere una visione comune.

 

 

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative

Oggi i taiwanesi saranno chiamati a eleggere il loro nuovo presidente della repubblica e i loro nuovi rappresentanti parlamentari. Come visto in un articolo precedente, la partita per le presidenziali sembra segnata in favore del presidente uscente, Tsai Ing-wen. Le elezioni per lo Yuan legislativo (il parlamento di Taiwan), invece, sembrano molto più incerte, sia per questioni istituzionali sia per le dinamiche di questa tornata. Ammesso che vinca, riuscirà Tsai a ripetere la “doppietta” del 2016, in cui il suo partito, il DPP, vinse la presidenza e la maggioranza parlamentare? Oppure dovrà affrontare i prossimi quattro anni con una maggioranza parlamentare avversa? Le regole, le istituzioni e gli scenari di queste elezioni, decisive per le sorti dell’isola Taiwan e per l’Asia Nord-Orientale.

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative - Geopolitica.info

La partita per la presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) appare decisa. Come visto nel precedente articolo dedicato ai candidati in corsa, ai temi della campagna elettorale e ai sondaggi pre-elettorali, l’attuale presidente, Tsai Ing-wen, del partito democratico-progressista (DPP) sembra lanciata verso una vittoria schiacciante sul suo principale avversario, il candidato del Kuomintang (KMT), Han Kuo-yu.
Tuttavia, oggi i taiwanesi dovranno eleggere anche i loro rappresentati nello Yuan legislativo, il parlamento dell’isola, e qui la partita appare più aperta di quella per la più alta carica politica della repubblica.

Il sistema politico e la legge elettorale
Taiwan è una repubblica semi-presidenziale. Il potere esecutivo è suddiviso tra il presidente della repubblica e il premier, mentre il potere legislativo è in mano a un’unica assemblea, ossia lo Yuan legislativo. L’architettura costituzionale poi si articola in altri rami e organi, in parte differenti rispetto ai sistemi costituzionali occidentali. Concentrandoci su potere esecutivo e legislativo, il primo è fortemente sbilanciato sulla figura del presidente. Infatti tra i suoi poteri figurano quello di nomina del premier, che viene esercitato senza bisogno di un voto di fiducia del parlamento e quello di scioglimento dello Yuan legislativo, accompagnato dalla possibilità di indire nuove elezioni. Il presidente della repubblica poi, definisce la politica estera del paese ed è il comandante in capo delle forze armate. Il premier, in questa architettura, svolge per lo più una attività di raccordo tra l’indirizzo politico dato dal presidente della repubblica e l’attività amministrativa del governo. Il parlamento, dall’altra parte, ha, tra i vari suoi poteri, oltre a quello di promulgare le leggi, quello di sfiduciare il premier in carica e il potere di porre sotto processo di impeachment il presidente. È chiaro, quindi, come il presidente della repubblica rappresenti la figura centrale del sistema taiwanese, ma come l’attività dello stesso possa essere pesantemente influenzata dalle decisioni dell’assemblea legislativa.

Per quanto riguarda il sistema elettorale, a partire dal 2004 l’elezione dei membri dello Yuan legislativo avviene tramite un sistema misto, maggioritario-proporzionale. Dei 113 seggi che compongono il parlamento taiwanese, 73 vengono definiti in base ad un sistema maggioritario plurality in collegi uninominali. Si tratta, quindi, di un sistema in cui gli elettori di ogni collegio eleggono un singolo rappresentante e ad essere eletto è il candidato che ha, molto semplicemente, più voti degli altri. A questi 73 vanno poi aggiunti 6 seggi, basati su due collegi plurinominali, riservati alle minoranze aborigine dell’isola. In questo caso, a essere eletti sono i primi tre arrivati in ciascuno dei due collegi. I rimanenti 34 seggi sono infine eletti sulla base di un sistema proporzionale a liste bloccate, basato su un unico collegio nazionale. In altre parole, i seggi vengono assegnati sulla base delle percentuali di voto ottenute dai partiti a livello nazionale, ma solo considerando i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 5%.

Gli elettori taiwanesi, quindi, dovranno votare con tre schede elettorali: una per il voto presidenziale; un’altra per il voto nei collegi maggioritari uninominali (o plurinominali, nel caso delle minoranze aborigene); una terza per il voto nel sistema proporzionale.

Incentivi e scenari
Un sistema elettorale così congegnato, in linea teorica, nella sua componente maggioritaria dovrebbe portare gli elettori a concentrare i propri voti sui candidati/partiti considerati in grado di vincere il seggio in palio, mentre in quella proporzionale proporzionale dovrebbe non penalizzare le forze minoritarie, garantendo maggiore rappresentanza. Tuttavia, l’effetto di bilanciamento di questa componente è fortemente limitato. A parte la questione della soglia di sbarramento, i seggi in palio nella componente proporzionale sono solo 34 e questo rende il sistema di per sé poco proporzionale (questo perché al diminuire dei seggi in palio aumenta la percentuale di voti minima necessaria per ottenere almeno un seggio). A questi fattori vanno aggiunti poi gli incentivi dati dal sistema maggioritario e dal voto presidenziale. Entrambi i voti, infatti, spingono l’elettore a concentrarsi su due campi, ossia quello “pan-verde” e quello “pan-blu”, corrispondenti a quelle dominate rispettivamente dal DPP e dal KMT.
Per cui, sarà difficile aspettarsi qualcosa di diverso da uno Yuan legislativo dominato, ancora una volta, da DPP, KMT, con pochi seggi sparsi su altri partiti minoritari.

Cosa aspettarsi dal voto legislativo
I sondaggi usciti fino ad oggi non offrono un quadro molto diverso da quello già visto per le elezioni presidenziali, anche se il margine di vantaggio della “coalizione” pan-verde, guidata dal DPP, appare in questo caso molto più contenuto rispetto a quanto visto per le elezioni presidenziali. Il primo grafico interattivo in alto mostra l’andamento dei sondaggi pre-elettorali riguardanti il voto delle elezioni legislative, considerando le “coalizioni”.
Tuttavia, dato che il 65% dei seggi si fonda su un voto collegio per collegio, la percentuale nazionale dei voti (cioè quella rilevata dai sondaggi) potrebbe rilevarsi altamente fuorviante. Specialmente in un paese in cui l’elettorato è sempre stato – per motivi storici legati all’evoluzione sociale, economica e politica del paese a partire dal 1949 – suddiviso geograficamente, con il KMT e partiti collegati più forti nelle contee settentrionali dell’isola, il DPP e partiti alleati dominanti nelle contee meridionali.

Oltretutto, in questo quadro potrebbe entrare in gioco il partito dell’attuale sindaco di Taipei, Ko Wen-Je, che con il suo Taiwan People’s Party (TPP), potrebbe fare affidamento su un voto concentrato in alcuni distretti elettorali, o puntare ad un exploit nella quota proporzionale. Questo potrebbe portare il partito di Ko a giocare un ruolo centrale, ma solo a condizione che Tsai si ritrovi con un parlamento ostile o una maggioranza di pochi voti.

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola

Sabato 11 gennaio si svolgeranno le elezioni presidenziali e legislative di Taiwan. Sondaggi alla mano, la riconferma dell’attuale Presidente Tsai Ing-wen del DPP appare lo scenario più probabile. Inoltre, il KMT potrebbe non solo essere sconfitto, ma ottenere il peggior risultato della sua storia elettorale. Quali potrebbero essere le conseguenze di una sconfitta di tale portata  per il partito che fu di Chiang Kai-shek? Quali le conseguenze per la Presidente, data per perdente un anno fa e oggi pronta ad un altro mandato di quattro anni? Questo primo articolo verrà dedicato all’analisi dei sondaggi presidenziali e le prospettive che si potrebbero aprire con la vittoria o la sconfitta dei principali competitor, Tsai Ing-wen e Han Kuo-yu. Il prossimo articolo, invece, si occuperà degli scenari che si potrebbero creare con i possibili risultati delle concomitanti elezioni parlamentari. Perché la partita per la Presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) sembra segnata, ma le elezioni per lo Yuan Legislativo potrebbero riservare qualche sorpresa. Per una analisi dei sondaggi pre-elettorali per le elezioni legislative clicca qui.

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola - Geopolitica.info

Le elezioni: tre candidati e una poltrona
Fra poco meno di una settimana i cittadini taiwanesi saranno chiamati ad eleggere il loro nuovo Presidente e i loro prossimi rappresentanti parlamentari. In Italia si è parlato poco e male delle prossime elezioni taiwanesi (da non perdere sull’argomento l’articolo di Stefano Pelaggi). Tuttavia, queste consultazioni potrebbero segnare in maniera decisiva non solo le dinamiche politiche dell’isola, ma anche gli equilibri geopolitici della regione estremo-orientale. Capendo gli scenari elettorali di Taiwan e le sue dinamiche politiche si potranno quindi capire meglio anche le mosse degli altri attori sullo scacchiere asiatico, a partire dai “vicini di casa” dell’isola, ossia la Repubblica Popolare Cinese (RPC).

Com’è noto a chi ha un minimo di dimestichezza con la storia politica taiwanese,  la principale contrapposizione politica del Paese, a livello di partiti ed elettori, è quella tra i fautori di una maggior cooperazione (se non una vera e propria unificazione politica) tra Taiwan e Cina popolare, e coloro che vorrebbero una maggiore distanza politica (se non una vera e propria indipendenza formale) tra il governo di Taipei e quello di Pechino, con tutte le possibili sfumature in mezzo – chiunque volesse approfondire velocemente può trovare un breve articolo cliccando su questo link. Ciò nonostante, come per qualsiasi elettore in un sistema democratico, svariati fattori contribuiscono a determinare gli orientamenti politici dei taiwanesi, e quindi la scelta per un candidato o una delle parti politiche in campo può variare a seconda del contesto o altre questioni. La valutazione dei candidati, specialmente per le elezioni presidenziali, rappresenta una di queste.

I tre candidati alla Presidenza di Taiwan sono stati presentati in vari articoli di questa rubrica, ma per chiarezza e comprendere meglio i dati di sondaggio presentati più in basso, possiamo dedicare alcune righe ai loro profili. Da una parte abbiamo il Presidente uscente, Tsai Ing-wen, del partito democratico progressista (DPP), mentre dall’altra abbiamo il sindaco di Kaohsiung Han Kuo-yu, del partito nazionalista cinese (KMT), e infine James Soong, del People’s First Party (PFP).
Primo presidente donna e primo presidente del DPP con una maggioranza parlamentare a proprio sostegno, Tsai ha governato negli ultimi quattro anni con indici di gradimento piuttosto bassi – un andamento, va sottolineato, che ha caratterizzato praticamente tutte le amministrazioni taiwanesi. Dopo la sconfitta alle elezioni amministrative del 2018 e le dimissioni da segretario del DPP, la carriera politica di Tsai sembrava segnata. Tuttavia, come è possibile vedere nel grafico interattivo qui in basso, l’attuale Presidente è stata protagonista nell’ultimo anno di una rimonta nei sondaggi tale da proiettarla con un certo margine di sicurezza verso un secondo mandato.
Il principale competitor del Presidente uscente, è invece un volto (relativamente) nuovo del KMT, ossia il sindaco di Kaohsiung, Han Kuo-yu. Ex parlamentare tra il 1993 e il 2002, Han è arrivato alle luci della ribalta strappando la seconda città più importante dell’isola al DPP,  ed è stato considerato uno dei leader che hanno consentito al KMT la vittoria elettorale alle amministrative del 2018. Nel luglio scorso, poi, ha sbaragliato gli altri potenziali candidati del Kuomintang nelle primarie per la corsa alle presidenziali, ma ciò nonostante i sondaggi sono piuttosto unanimi nel considerarlo destinato ad una rovinosa sconfitta alle prossime elezioni.
Soong Chu-yu, il terzo candidato, è invece un volto noto della politica taiwanese. Segretario del premier Chiang Ching-kuo (figlio di Chiang Kai-shek, divenuto poi presidente della repubblica), Soong è un ex leader del KMT, alla quarta candidatura alla presidenza – e una vittoria sfiorata nel 2000. Rappresenta la candidatura più esplicitamente pro-cinese e anti-indipendentista tra quelle in campo, ma rimane un politico relativamente moderato. Non avendo alcuna chance di vittoria, l’arrivo di Soong sulla scena a compagna elettorale già inoltrata potrebbe essere visto sia come una semplice corsa a sostegno dei candidati del suo partito alle concomitanti elezioni legislative, che come il tentativo di recuperare parte dei voti persi da Han e decretarne così la definitiva uscita di scena, aprendo nuovi scenari per le prossime elezioni presidenziali del 2024.

I dati
Passando ai dati, e stimando l’intervallo nel quale potrebbero cadere le percentuali dei tre candidati sulla base dei sondaggi a disposizione, i voti di Tsai dovrebbero attestarsi al 50% (oscillando tra il 55.7% e il 45%), mentre quelli di Han al 18.6% (oscillando tra il 23.2% e il 14%) e infine quelli di Soong intorno al 7.6% dei voti. Fatti salvi possibili stravolgimenti delle ultime ore, quello che impressiona guardando i dati è, primo, il distacco tra Tsai e Han e, secondo, l’andamento e la precisione delle stime di voto.
Per quanto riguarda il primo punto, nello scenario più competitivo il candidato del KMT si troverebbe a poco più di 20 punti percentuali dal candidato del DPP, mentre nello scenario meno competitivo la distanza sarebbe di 40 punti. Un distacco comparabile solo a quello dalle elezioni del 1996, quando il candidato del KMT, Lee Teng-hui, prese il 54% contro il 21.1% dello sfidante del DPP,  Peng ming-min. Ma a parti invertite.
Per quanto riguarda il secondo punto, ossia l’andamento dei sondaggi e la precisione delle stime, senza andare troppo nei dettagli dell’analisi statistica, le curve del grafico sintetizzano in maniera piuttosto efficace i punti legati ai primi due candidati (ossia, i risultati dei sondaggi). Tuttavia, isolando sul grafico interattivo i dati relativi ai singoli candidati, è possibile notare come la curva di regressione di Han segua un andamento pressoché lineare a partire da marzo 2019 e come le bande colorate intorno ad essa (ossia, il margine di errore della stima) siano meno spesse di quelle di Tsai o Soong.

La rimonta di Tsai
I sondaggi a disposizione non offrono altre variabili per tentare di spiegare questi risultati con ipotesi più precise, ma è comunque possibile abbozzare alcune interpretazioni. 
Tsai ha guidato negli ultimi quattro anni un paese sempre più boicottato dalla Cina comunista – come sottolineato in svariati articoli pubblicati su Taiwan Spotlight o in altre rubriche del nostro sito. Questo ha portato all’esclusione di Taiwan da vari consessi internazionali ai quali aveva partecipato durante la precedente amministrazione, e ha determinato la perdita di alcuni dei già esigui alleati diplomatici dell’isola. Inoltre, è probabile nel passato recente alcune riforme portate dall’amministrazione Tsai avessero alienato parte dei suoi elettori. Si pensi alla riforma delle pensioni, che solitamente equivale a toccare i cavi dell’alta tensione politicamente parlando (specialmente in paesi con un’età media piuttosto elevata come Taiwan), o alla legalizzazione dei matrimoni per le coppie omosessuali che ha portato a una forte polarizzazione dell’opinione pubblica taiwanese, soprattutto dopo la sua approvazione nonostante una sconfitta referendaria. Come ha fatto, quindi, Tsai a ri-mobilitare il suo elettorato?
Per partire dall’ultimo punto, si può intanto immaginare che la legalizzazione dei matrimoni gay sia stata comunque una riforma dall’alto valore simbolico. Taiwan, grazie ad essa, è divenuto l’unico paese estremo-orientale a riconoscere ad oggi i diritti delle coppie LGBT, e questo ha portato un forte appoggio da parte dell’opinione pubblica internazionale, riverberatosi anche nel dibattito pubblico taiwanese. È probabile, poi, che questo abbia garantito e garantisca a Tsai l’appoggio di buona parte dell’elettorato più giovane del paese e della minoranza gay del paese, ma, visti i numeri della rimonta, è comunque difficile sostenere che questa riforma abbia mobilitato un numero così elevato di elettori del DPP. Forse la risposta, allora, va cercata in vari fattori concomitanti, che hanno reso la figura di Tsai progressivamente meno sgradita ai propri elettori. Intanto, nonostante l’ostracismo cinese, la proiezione internazionale de facto dell’isola è rimasta intatta e Tsai ha potuto godere di un continuo appoggio politico (implicito) e militare (molto più esplicito) da parte degli Stati Uniti di Trump. Inoltre, il candidato del DPP ha difeso l’economica del paese che, seppur con risultati relativamente tiepidi, ha comunque continuato a crescere, sia guardando a variabili come il PIL o ad altre come l’arrivo di investimenti economici dall’estero. Tutti fattori che hanno consentito a Tsai la possibilità di portare avanti svariate riforme economiche, come il  taglio delle tasse per i ceti meno abbienti. In altre parole, è possibile che alcuni elettori DPP abbiano semplicemente rivalutato l’operato di Tsai. Ma è ancora più probabile che il grosso dei voti sia ritornato da tutti quegli elettori che, confrontandosi con l’ipotesi di ritrovarsi come presidente il candidato del KMT, Han kuo-yu, hanno deciso di appoggiare nuovamente il presidente in carica. 

Il fattore Han
Han è un personaggio che plausibilmente è riuscito a lasciare interdetti anche gli stessi elettori del KMT. Han infatti ha stravolto la retorica politica del partito, ma anche il profilo tipico dei candidati del KMT – il più delle persone abbienti, dell’alta società taiwanese, altamente istruite. Presentandosi come il candidato del popolo e concentrandosi su una retorica che potremmo definire populista o qualunquista, Han ha impostato la sua campagna elettorale sull’attacco alle élite politiche del paese (comprese quelle del suo stesso partito), considerate non in grado di capire i bisogni delle persone comuni, e sulla promessa di una maggior ricchezza e sicurezza per i taiwanesi. Questa strategia è sembrata vincente per buona parte del 2018. Tuttavia, il fatto che Han abbia perso inesorabilmente terreno non appena la sua candidatura alla presidenza è diventata qualcosa di più di una semplice ipotesi, rende plausibile l’ipotesi che forse alcuni commentatori si erano sbilanciati troppo nel ritenere Han una minaccia per Tsai o comunque un leader in grado di trascinare tutto il KMT e il suo elettorato. Alcuni commentatori hanno, per esempio, sostenuto che la vittoria del KMT alle amministrative 2018 fosse stata in buona parte merito di Han. Tuttavia, si trattava probabilmente di una visione piuttosto parziale, poiché attribuire a delle dinamiche locali un valore nazionale è un salto logico che piace molto  a commentatori e opinionisti, ma che spesso si rivela erroneo o, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione eccessiva. È poi probabile che la retorica dell’uomo qualunque contro le élite abbia esaurito il suo potenziale quando Han è stato messo di fronte alla necessità di formulare delle proposte che andassero oltre a delle banali metafore.
In sintesi, è possibile che queste elezioni siano state segnate dal “fattore Han”. Un fattore in grado, da una parte, di ri-mobilitare gli elettori del DPP e, dall’altro, di smobilitare una parte consistente degli elettori del Kuomintang. 

L’impatto delle vicende di Hong Kong
Un’ultima variabile da considerare sono le vicende di Hong Kong degli ultimi mesi. Il collegamento tra queste e la principale contrapposizione politica del paese è, a livello concettuale, evidente. Tanto è evidente che, per esempio, sempre Han, durante la campagna elettorale, ha dovuto chiarire pubblicamente la sua posizione sulla questione, sottolineando come la formula “
one country, two systems”, che caratterizza ufficialmente il rapporto tra Hong Kong e Pechino e che Pechino ritiene possa essere applicata anche alla prospettiva di una riunificazione tra Taiwan e Cina popolare, non fosse una strada accettabile – posizione, va sottolineato, condivisa anche da Soong e, chiaramente, da Tsai.
Ciò nonostante, quanto queste vicende abbiano influenzato le scelte di voto dei taiwanesi rimane una questione aperta che senza dati più raffinati rimane piuttosto difficile da analizzare. Facendo affidamento solo ai dati di sondaggio, l’ipotesi che le vicende di Hong Kong abbiano influenzato le preferenze di voto degli intervistati appare plausibile, ma come effetto di rinforzo di dinamiche pre-esistenti. L’andamento delle stime è rimasto piuttosto costante lungo tutto il periodo considerato; se nel grafico si tirasse una linea per ogni candidato, di modo da sintetizzare al meglio i risultati dei sondaggi disponibili, queste linee sarebbero in grado di sintetizzare in maniera efficace i punti sul grafico. Tuttavia, nel grafico interattivo sono state inserite delle rette verticali tratteggiate, che corrispondono ad alcuni degli eventi più importanti delle vicende hongkongesi e, come si può vedere, le curve si trovano ad una altezza decisamente maggiore rispetto ai dati antecedenti.
In sintesi: è possibile ipotizzare che se queste elezioni hanno subito l’effetto delle vicende di Hong Kong, questo sia stato più un elemento di rinforzo di dinamiche già visibili (ossia la crescita di Tsai e la decrescita di Han) che non un elemento in grado di capovolgere i fronti. Per avere stime piu’ precise del possibile effetto delle vicende hongkongesi, a parte altre variabili, ci sarebbe stato bisogno di piu’ dati durante gli eventi di Hong Kong, non solo prima e dopo, ma purtroppo i dati a disposizione sono quel che sono.

L’incognita delle elezioni legislative
In conclusione, la partita per la presidenza di Taiwan appare segnata. È molto verosimile che il presidente uscente venga riconfermato ed appare altrettanto verosimile che questo avvenga con un margine piuttosto importante sugli altri candidati.
Ciò detto, sabato prossimo i taiwanesi saranno chiamati a votare non solo per la presidenza della repubblica, ma anche per i propri rappresentanti parlamentari. Qui la partita potrebbe essere più aperta. I sondaggi pre-elettorali dedicati al voto legislativo verranno affrontati in un secondo articolo, ma in estrema sintesi, il rischio maggiore per Tsai ing-wen potrebbe essere quello di ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare a proprio sostegno. Il distacco tra DPP e KMT a livello nazionale appare meno incolmabile di quello per il voto presidenziale e questo potrebbe avere già di per sé delle conseguenze sui risultati del voto legislativo. Inoltre, il sistema elettorale taiwanese è un sistema misto, la cui componente più importante (in altre parole, il meccanismo che assegna più seggi) consiste in un sistema maggioritario “secco” (plurality) basato su collegi uninominali, ossia un sistema nel quale ogni seggio viene attribuito al candidato che ha ottenuto più voti nel proprio collegio elettorale. Un fattore che aggiunge ulteriore incertezza alle già difficili previsioni per il voto parlamentare di sabato prossimo.

 

Approfondimento: La frattura politica che divide Taiwan

Questo articolo consiste in una breve appendice all’articolo dedicato alle elezioni presidenziali di Taiwan del 2020.
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L’identità nazionale taiwanese rappresenta la più importante questione politica dell’isola e può essere considerata sia causa che conseguenza degli orientamenti dei taiwanesi sul rapporto tra il proprio Paese e la Cina Popolare. Definirsi “cinesi” o “taiwanesi”, con tutte le sfumature possibili in mezzo (ad esempio il definirsi sia “cinese” che “taiwanese”), oggi determina in larga parte l’orientamento politico e le scelte di voto degli elettori di Taiwan. A questo fattore si aggiungono poi le divisioni legate alle etnie di Taiwan che, per decenni, hanno rappresentato delle linee di demarcazione politica piuttosto importanti. Va detto che oggi, dopo decenni di sviluppo economico, convivenza, condivisione culturale e linguistica, e dopo il processo di democratizzazione dell’isola, la questione etnica ha progressivamente perso la sua centralità nel definire le preferenze politiche e/o partitiche dei taiwanesi. Tuttavia, essa oggi ancora esercita una qualche influenza sulle scelte di voto dei taiwanesi, sebbene considerazioni di carattere politico (a partire, appunto, da identita’ nazionale e rapporto con la Cina popolare) abbiano assunto un ruolo più decisivo (Achen e Wang 2017, Hsieh 2004).

Gli orientamenti identitari, quindi, si trovano alla base di quella che è la principale contrapposizione (o “frattura”, per usare un termine politologico) politica del Paese, ossia l’asse indipendenzaunificazione. Come in Occidente la contrapposizione destra-sinistra ha definito e continua a definire in larga parte i sistemi politici occidentali, a Taiwan le posizioni politiche dei partiti e degli elettori si definiscono su un asse che vede ad un estremo la prospettiva di una vera e propria unificazione politica tra Taiwan e la Cina popolare, e all’altro estremo la rinuncia di Taiwan al suo nome ufficiale (Repubblica di Cina) accompagnata dalla richiesta di essere riconosciuti formalmente dalla comunità internazionale come una repubblica indipendente.
Differentemente dai sistemi di partito occidentali, in particolare quelli europei, il sistema taiwanese si fonda su quest’unica frattura. Altre contrapposizioni – come quelle tra centro e periferia, tra centri urbani e aree rurali, tra capitale e lavoro, tra Stato e organizzazioni religiose, ossia quelle che hanno fondato i sistemi politici europei – non sembrano aver alcun tipo di influenza sul sistema politico taiwanese (McAllister 2007). 

Passando al sistema dei partiti, storicamente il Kuomintang (KMT), il partito nazionalista cinese che fu di Chiang Kai-shek, ha rappresentato la posizione “unionista”, mentre il Minjintang (meglio conosciuto come Democratic Progressive Party , DPP) ha rappresentato quella indipendentista. Tuttavia, già durante le prime libere elezioni presidenziali di Taiwan, quelle del 1996, entrambi i partiti avevano assunto profili meno radicali, lasciando ad altre formazioni minori il ruolo di araldi dell’unificazione con o dell’indipendenza da Pechino.
Questo veloce allineamento dei partiti su posizioni meno estreme fa il paio con gli orientamenti dell’opinione pubblica taiwanese, caratterizzata da una polarizzazione piuttosto limitata (McAllister 2016). La maggioranza dei taiwanesi vede, per pragmatismo o convinzione, il mantenimento dello status quo tra Cina e Taiwan come la miglior opzione politica (Rigger 2006), e buona parte di questa maggioranza difficilmente andrebbe verso posizioni che implichino scelte radicali. In poche parole, oggi i taiwanesi si dividono sul grado di cooperazione tra le due sponde dello stretto, ma condividono l’idea di mantenere cooperazione e collaborazione, quantomeno a livello economico e culturale, tra il proprio Paese e la Cina popolare.

Il fatto che il sistema politico taiwanese sia incentrato su questa frattura, e il fatto che (a livello individuale) variabili come l’etnia e soprattutto l’identità nazionale abbiano un peso decisivo nell’orientare i taiwanesi su questa contrapposizione, chiaramente, non implica che altri fattori non siano in gioco, o che di volta in volta non possano esserci temi e questioni in grado di determinare gli equilibri tra i partiti o gli orientamenti politici dei taiwanesi.

In altre parole, come in tutte le democrazie, i fattori che determinano le scelte di voto dei taiwanesi posso essere molteplici. Tuttavia, il fatto che la politica taiwanese sia così intimamente e palesemente legata a fattori etnici, identitari e politici legati ad una singola grande questione, rappresenta un aspetto estremamente interessante per chiunque sia interessato non solo a Taiwan ma allo studio del comportamento politico nelle democrazie contemporanee, asiatiche e non.

 

Riferimenti bibliografici

Achen, C., & Wang, T. (Eds.). (2017). The Taiwan Voter. Ann Arbor: University of Michigan Press. 

Hsieh, J. (2004). National identity and Taiwan’s Mainland China policy. Journal of Contemporary China, 13. 479-490. 

McAllister, I. (2007). Social Structure and Party Support in the East Asian Democracies. Journal of East Asian Studies, 7(2), 225-249. 

McAllister, I. (2016). Democratic consolidation in Taiwan in comparative perspective. Asian Journal of Comparative Politics, 1(1), 44–61. 

Rigger, S. (2006). Taiwan’s Rising Rationalism: Generations, Politics and “Taiwanese Nationalism”, Washington: East West Center.