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Citoyen Macron

Esistono analogie tra le proposte economiche di Emmanuel Jean-Michel Frédéric Macron e le idee, in materia, di Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre?

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 Macron e Robespierre

Emmanuel Jean-Michel Frédéric MacronMacron, nato ad Amiens il 21 dicembre 1977 è, dal 14 maggio 2017, il venticinquesimo Presidente della Repubblica Francese, subentrato a François Hollande.

Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, noto come l’incorruttibile, fu uno dei protagonisti della Rivoluzione Francese. La Rivoluzione Francese è caratterizzata da una serie di eventi politici e sociali avvenuti tra il 1789 e il 1799, che portaronodapprima all’instaurazione della monarchia costituzionale e successivamentealla Repubblica, e in seguito all’avvento di Napoleone Bonaparte.Il pensiero economico diffuso nel periodo in questione è da principio quello fisiocratico, e poi quello classico.

Uno sguardo al pensiero economico ai tempi della Rivoluzione Francese

Nell’Europa dei secoli XVI e XVII è diffusa la scuola di pensiero economico detta mercantilismo, secondo la quale la potenza dello Stato deriva dall’avere una bilancia commerciale favorevole, ovvero: le esportazioni debbono superare le importazioni. Tale politica consente l’accumulo di oro e argento, mentre per quanto riguarda le materie prime a basso costo, va incoraggiata l’espansione coloniale.  Una reazione al mercantilismo si ha con la scuola fisiocratica. I fisiocratici operano prevalentemente in Francia. Il loro massimo esponente è François Quesnay (1694-1774). Egli fa derivare la ricchezza di una nazione prevalentemente dal settore agricolo, considerando gli altri settori “sterili”.Dopo il mercantilismo e la fisiocrazia si diffonde la scuola classica. Gli economisti classici sono considerati la prima scuola moderna, che fonda la scienza economica come la conosciamo oggi. I principali esponenti della scuola classica sono: Adam Smith (1723-1790) per il quale occorre limitare al massimo l’intervento statale in economia; David Ricardo (1772-1823) cui va il merito di aver rilevato l’importanza del lavoro nella formazione del valore economico. Per Ricardo l’offerta crea la sua domanda, ergo: il mercato va deregolamentato;John Stuart Mill (1806-1873) che ha precisato il concetto di homo oeconomicus, ovvero il soggetto che obbedisce esclusivamente al proprio tornaconto; Thomas Robert Malthus secondo cui l’accrescimento delle risorse produttive non avrebbe potuto sostenere il ritmo della crescita della popolazione.

Le idee economiche di Robespierre

Le idee economiche di Robespierre si possono evincere da due discorsi, sia pure non specificamente dedicati all’economia: Sul marco d’argento e Sulla sussistenza. Nel primo Robespierre afferma:

Tutti gli uomini nascono e rimangono liberi, ed uguali nei diritti. La sovranità risiede essenzialmente nella nazione. La legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno il diritto di concorrere alla sua formazione, sia da loro stessi, sia attraverso i loro rappresentanti, liberamente eletti. Tutti i cittadini possono essere ammessi agli uffici pubblici, con la sola distinzione della loro virtù e dei loro talenti [Di Bella, Currò (a cura di) 2012].

Per Robespierre l’uomo è proteso, naturalmente, verso la felicità e la libertà.Il potere politico deve operare affinché questi diritti naturali siano sempre riconosciuti a chiunque, considerando che la virtù è il merito. Da queste parole si evince un concetto di meritocrazia ante litteram.

Nel discorso Sulla sussistenza, il leader rivoluzionario espone la sua contrarietà ai monopoli evidenziando, tuttavia, la necessità di un libero mercato delle derrate di prima necessità, come il grano, limitato dall’obbligo di garantire a tutte le fasce della popolazione la disponibilità continua di tali derrate. Ciò, ovviamente, dietro compenso al produttore per il mancato diritto al commercio, o alla conservazione, di tali derrate. Robespierre pone in risalto i diritti di tutti gli attori dell’economia: popolo, produttori, mercanti e commercianti. Altresì specifica che la proprietà deve, necessariamente,avere,anche, una finalità sociale. Sui mezzi di sussistenza, infatti, specifica «Tutto ciò che è indispensabile per conservarla è una proprietà comune dell’intera società. Soltanto l’eccedenza è proprietà individuale e può essere abbandonata all’industriosità del commerciante»[Di Bella, Currò (a cura di) 2012]. Infine egli si dice favorevole alla libertà economica individuale.

Programma economico di Emmanuel Macron

Il programma economico di Macron. può essere sintetizzato nei seguenti punti, desunti da un report settimanale dell’Ufficio Studi e Ricerche del Gruppo Intesa San Paolo pubblicato durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali francesi del 2017:

  • Portare il rapporto deficit/PIL al 3% in previsione di una crescita del PIL prevista attorno. all’1,4% annuo a inizio mandato.
  • Taglio della pressione fiscale a imprese e famiglie, e abbattimento del cuneo fiscale.
  • Piano di investimenti di 50 miliardi di euro.
  • Transizione ecologica.
  • Taglio della spesa pubblica di 60 miliardi di euro in cinque anni.
  • Aumento degli investimenti in sicurezza e difesa.
  • Politica di accoglienza dei migranti.

Nel dettaglio l’implementazione delle proposte economiche di Macron porterebbe a rilanciare l’intervento pubblico attraverso un piano di investimenti da 50 miliardi di euro in cinque anni. Di questi, 30 saranno impiegati per la transizione ecologica e la formazione della forza lavoro; 20 dovrebbero essere investititi in agricoltura, sanità, modernizzazione della P.A. e del settore dei trasporti. Il taglio della spesa pubblica, invece, determinerà una riduzione del tasso di spesa sanitaria al 2,3% annuo rispetto al 4,6% attuale. A ciò si dovrebbe aggiungere un risparmio di 10 miliardi sull’assurance chômage alla luce del calo della disoccupazione al 7% generato dagli interventi pro-crescita. Nessun taglio al sistema pensionistico. È molto probabile che vi sarà un taglio di posti nelle Regioni e Dipartimenti per un totale di circa 70 mila in cinque anni, e di 50 mila negli enti governativi. Grazie a questo il risparmio sarà di 3,5 miliardi di euro.

 Conclusioni

In conclusione si ritiene di poter affermare che esistono analogie tra le proposte economiche di Macron e le idee, in materia, di Robespierre.

In campo economico, il pensiero di Macron può essere inquadrato in un tentativo di connubio tra il liberalismo e il welfare. L’efficientamento dello Stato, nonché della spesa pubblica, certamente rimandano al liberalismo, ma non a quello teorizzato da Milton Friedman il quale sosteneva, ad esempio, che i manager sono agenti per conto terzi e dipendenti dei proprietari-azionisti, e che devono agire nell’interesse esclusivo di questi ultimi. Nessuna attenzione alla persona in quanto tale. Ciò sembra collidere con il programma economico di Macron. L’attenzione alla persona è elemento fondamentale del pensiero di Robespierre, assieme ad un rimando alla cultura del merito, unita a proposte, teoriche, tendenti all’economia collettivista. Per quanto riguarda l’adesione ad una specifica scuola di pensiero economico, è difficile inquadrare Robespierre in tal senso; egli, infatti, si situa a metà strada tra la fisiocrazia e l’economia classica, per le ragioni sopra esposte. Questi aspetti nel loro insieme mostrano una convergenza che, probabilmente, accomuna molti altri esponenti politici francesi del passato e del presente.

La Cina che Renzi scoprirà

A metà maggio, il sempre assai corposo numero domenicale del Financial Times si è fatto notare per una singolarità: non c’era nessun articolo dedicato alla Cina, ad un’impresa cinese, ad una personalità cinese. La Cina era insomma semplicemente assente dal panorama delle notizie e dei commenti.

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Eppure era stato lo stesso quotidiano finanziario, il giornale di più alta qualità al mondo, nonché il più attendibile, a far sapere un paio di settimane prima una notizia-bomba: e cioè che, contrariamente alle previsioni che davano il “sorpasso” prevedibile solo tra qualche anno, già nel 2014 l’economia cinese sarebbe diventata la prima economia mondiale. In valore assoluto, naturalmente, perché – se si guarda agli indicatori pro-capite, gli Stati Uniti – che hanno meno di un quarto della popolazione della Cina, rimangono di gran lunga il paese leader dell’economia mondiale.

E questo per non parlare degli aspetti non economici che concorrono a fare dell’America il cosiddetto “paese egemone” anche in questa prima fase del ventunesimo secolo, cioè alla forza militare e a quella culturale: nel primo di questi campi, la supremazia americana, pur declinando rapidamente (soprattutto per la scarsa voglia degli Americani di combattere nuove guerre) rimane comunque indiscussa, mente nel secondo – il campo del cosiddetto soft power – l’America occupa tutti gli spazi, in maniera addirittura schiacciante.

La più grande economia mondiale

La supremazia militare e culturale degli Stati Uniti non costituisce pero una notizia, così come non è una notizia un cane che morde un uomo. Quel che accade in Cina – almeno in questa fase storica – costituisce invece notizia, proprio come un uomo che morde un cane. Ed è perciò naturale che il lettore della grande stampa internazionale sia rimasto sorpreso di non trovare nessun articolo o informazione relativa alla Cina su quel numero domenicale del FinancialTimes. Così come rimane insoddisfatto quando cerca su Amazon (che sia .uk o .com) nuovi libri dedicati a questo argomento.

Eppure questo strano silenzio non è privo di significati. I nuovi libri scarseggiano rispetto a qualche anno fa perché i tempi della loro produzione e distribuzione sono ormai troppo lenti rispetto ai ritmi ai quali cambia la situazione politico-economica del colosso asiatico.  E comunque perderebbero subito di attualità. Mentre i media che non hanno questi vincoli temporali possono certo darci informazioni a getto continuo, ma sono sempre più in difficoltà quando si tratta di commentare gli avvenimenti e di orientare imprenditori e politici occidentali su come collocarsi rispetto alla concorrenza cinese, e a come essere presenti su quel mercato

Dove vada la Cina, e se – e quanto a lungo – possa continuare nelle sue forme e ai ritmi attuali il suo tumultuoso processo di sviluppo è un interrogativo cui tuttavia non è possibile rinunciare a dare una risposta. Perché altrimenti bisognerebbe rinunciare ad avere un’idea di dove va il mondo, della cui vicenda la Cina è ormai diventata, se non il protagonista, uno degli attori principali. Lo si è ben visto ad un recente dibattito tenuto alla London School of Economics, dove – alla domanda “Will China dominate the XXI century?” – tutti gli intervenuti hanno risposto negativamente, solo per poi addentrarsi in analisi delle possibilità e dei problemi della Cina da cui finiva per risultare chiaramente quanto grande sarebbe stato l’impatto della dinamica interna di quel paese sulla dinamica del sistema globale.

Risultava insomma evidente che, se la Cina nel corso di questo secolo difficilmente potrà assumere il ruolo egemone che hanno avuto gli Stati Uniti nel secolo scorso e la Gran Bretagna in quello ancora precedente, i suoi problemi non potranno che generare problemi, di seno sia eguale che opposto, ma comunque analoghi, in tutto il resto del pianeta, o, se si preferisce, che gli scossoni provocati dal suo ormai compiuto risveglio scuoteranno e faranno tremare il mondo intero.

A dare una risposta all’interrogativo su dove vada la Cina ci ha provato di recente il Fondo Monetario Internazionale, con un documento dal tono pessimistico, pieno di critiche e perplessità sul prossimo futuro di quella che è ormai la principale potenza economica del mondo.

Il governo cinese ha respinto queste conclusioni ed ha criticato la metodologia dello studio. Forse non poteva fare differentemente, per ragioni politiche e di prestigio. Ma anche ad un osservatore esterno e neutrale appare chiaro che una certa dose di prudenza sia necessaria quando si prendono in considerazione i problemi e le difficoltà che la Cina dovrà affrontare nel prossimo futuro. Prevedere l’avvenire della Cina e del suo sistema economico in permanente trasformazione è stato già  più volte tentato negli anni passati da parte di questo o di altri organismi internazionali, ed  è possibile vedere che non sempre queste previsioni negative si sono rivelate esatte.

Da questi tentativi, però, riusciti o meno che essi siano, c’é sempre qualcosa da imparare. E farsi un’idea dell’attuale momento economico in Cina è tanto più importante in quanto, nel prossimo mese di giugno 2014 – in pratica subito dopo le elezioni europee – è previsto un viaggio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, viaggio da cui dovrebbe uscire una strategia di medio periodo nei rapporti del nostro paese con l’economia che più rapidamente è cresciuta negli ultimi tre decenni; strategia che – vale la pena di dirlo – è sempre mancata.

Una caratteristica comune a tutti questi studi – compresi quelli pessimisti – è stato l’orizzonte temporale di riferimento, di solito un paio di decenni, e soprattutto il dare per scontato che le tendenze del passato potessero continuare più o meno indisturbate prima che si manifestassero problemi abbastanza seri da obbligare le autorità cinesi a cambiar strada. Alla luce degli eventi più recenti verificatisi sulla scena mondiale – eventi economici, più che politici e militari – questo assunto, però, non sembra più realistico. L’orizzonte temporale della dinamica economica e politica della Cina, cioé il lasso di tempo che può essere considerato prevedibile è diventato molto più breve.

Molti interrogativi continuano infatti a porsi sulla linea la Cina finirà per seguire sotto il Presidente Xi. Cosicché, per tracciare anche la prima bozza di una “Agenda Renzi per la Cina”, (e quindi per valutare la possibilità che la Cina diventi un partner più importante per il mondo italiano degli affari) bisognerà prendere in considerazione tre questioni cui non è molto semplice dare risposta.

La strategia cinese dopo la crisi del 2008

La prima domanda è se il futuro prevedibile della Cina assomiglierà al suo recente passato. Cioè se è possibile e probabile che i suoi dirigenti perseverino nelle politiche economiche degli ultimi otto anni.

Si tratta di una domanda importante, perché a seconda della risposta che le si darò, positiva o negativa, dipende la conclusione che si potrò trarre ad un altro interrogativo, assolutamente cruciale se di deve tracciare un “piano Renzi”, o meglio un “piano Italia” per i rapporti commerciali con il grande paese asiatico. Dalla politica di sviluppo seguita dalla Cina, e dalla conseguente evoluzione dei rapporti con il resto del mondo, dipenderà infatti la complementarità o meno del sistema produttivo italiano con quello cinese, e i rapporti commerciali saranno più facili o più difficili.

A partire dalla crisi del 2005-2008, lo “sviluppo trascinato dalle esportazioni” ha incontrato, nella Cina comunista, problemi assai seri.  Ciò è stato dovuto al crollo della domanda estera per molti prodotti cinesi, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Europa. E, come reazione alla conseguente chiusura di decine di migliaia di piccole fabbriche, le autorità cinesi – per riassorbire la disoccupazione – hanno dato avvio ad una enorme ed immediata attività di costruzione di opere pubbliche.

Questa politica ha funzionato in maniera eccellente. Da una situazione di paralisi economica nell’ultimo trimestre del 2008, si è avuto nel 2009 un tasso di crescita del 10,7%, con conseguenti rischi di inflazione, e quindi deliberatamente riportato al 7,2 % nel 2013. Il sistema socio-economico cinese ha così dimostrato di consentire alle autorità di ottenere praticamente quello che vogliono in materia di crescita, in particolare tassi di crescita che fanno sognare qualsiasi paese occidentale, Germania compresa.

Questa fase in cui la caduta del mercato internazionale è compensata da consumi interni – a carattere principalmente pubblico – e da fortissimi investimenti di capitale non poteva però durare indefinitamente, anche perché ha portato ad un fortissimo indebitamento delle autorità locali e ad una rapida caduta della produttività del capitale. In altri termini, investire ad ogni costo per fare occupazione, ha portato a sprechi colossali, ad esempio la costruzione di uno stadio per il calcio da 70 mila posti in una città in cui non esiste neanche la squadra. Mentre il fatto che la spesa fosse pubblica ha enormemente favorito la corruzione. Di questo fenomeno negativo, le conseguenze più gravi sono forse quelle che ha subito la rete di treni super-rapidi, una “Cura di Ferro” comparabile a quella con la quale l’Italia, dopo il Risorgimento, venne unificata di fatto. Tracciata sin dal 1925 dallo stesso Chiang Kai-shek, la sua realizzazione ha indubbiamente cambiato la faccia del paese, ma su taluni tratti i treni non possono correre alla massima velocità prevista, per la cattiva qualità di alcuni materiali fraudolentemente usati. Né la successiva destituzione e condanna del Ministro delle Ferrovie ha potuto cambiare la situazione.

Il paese è dunque uscito dalla crisi con una dotazione infrastrutturale enormemente migliorata, il che consentirà nei prossimi anni una più grande produttività nel settore manifatturiero, ed anche una più grande competitività, non tanto come conseguenza della riduzione dei costi interni di trasporto dei beni, quanto per l’apertura di zone del paese difficili da penetrare dal punto di vista commerciale, e le cui risorse umane erano in precedenza difficilmente utilizzabili per la produzione industriale, se non attraverso l’emigrazione interna. Ma la corruzione molto cresciuta in questa fase sopravvive a questa fase, e resta un problema per gli operatori economici esteri. Così come resta, per il settore manifatturiero cinese, il problema della capacità di assorbimento dei suoi prodotti da parte del mercato mondiale, che ha raggiunto limiti oltre i quali sembra sempre più difficile andare, senza che appaiano conseguenze negative per l’ordine internazionale, e possibili reazioni protezionistiche.

La risposta alla prima domanda è sostanzialmente negativa. Un’ulteriore fase di sviluppo fondata sulla spesa pubblica nel settore infrastrutturale, sembra a questo punto poco verosimile, dato che sono emersi i problemi della decrescente produttività del capitale, man mano che si passava da infrastrutture veramente indispensabili ad altre meno essenziali, e in cui è in pieno corso una ondata di lotta alla grande corruzione che aveva accompagnato il primato della spesa pubblica. Resta ovviamente, un’altra possibilità: quella che la spesa pubblica prosegua nel settore militare: settore nel quale le esportazioni italiane no sono assenti. E non è questa una possibilità da escludere a priori, dato il peggioramento assai rapido dei rapporti tra la Cina e i suoi vicini asiatici.

Il consumi interni cinesi

Il secondo interrogativo verte sulla questione se la Cina, non potendo continuare sulla via seguita negli ultimi sei o sette anni. intraprenderà o meno la via dell’incentivazione dei consumi interni. Da ogni parte, specialmente dagli Stati Uniti, spuntano “esperti” apparentemente amici, o almeno disinteressati, che con dito ammonitore esortano le autorità di Pechino a favorire l’aumento dei consumi delle famiglie.

E’ questo un campo in cui l’Italia potrebbe avere uno spazio non trascurabile, essendosi già affermata la nostra immagine nel settore dei prodotti di lusso; immagine che potrebbe rapidamente estendersi anche relativamente a prodotti adatti alla classe media in formazione, in particolare in campo alimentare.

Il governo cinese, però, sembra poco propenso ad egire con efficacia in materia di consumi privati, la cui crescita richiederebbe non solo e non tanto aumenti di salario, quanto la garanzia di servizi previdenziali abbastanza affidabili da indurre i Cinesi a risparmiare meno ferocemente di quanto facciano oggi, per paura degli imprevisti. Analogamente, il Governo ci sente poco sul versante delle richieste di una rivalutazione dello Yuan, che renderebbe più competitivi i prodotti importati e meno competitive le esportazioni, riducendo così i problemi creati dall’enorme surplus commerciale.

A questa seconda domanda, quella relativa ai consumi interni, non si può rispondere se non si fa un’ipotesi su come evolveranno gli investimenti cinesi all’estero. La Cina ha enormi riserve valutarie, e sino ad ora le ha investite principalmente nella produzione in altri paesi delle materie prime di cui non può fare a meno e di cui è strutturalmente importatrice, in molti paesi dell’Africa e dell’America Latina. Oppure per l’acquisizione di imprese in paesi ad alto livello tecnologico, come la Svezia, per ovvi interessi a elevare sempre di più la qualità e il valore delle proprie produzioni. L’Italia non è ben collocata sotto questo profilo. Anzi gli investimenti cinesi in Italia sembrano indirizzarsi a quei settori, come il vino, in cui il nostro paese già esporta verso la Cina, anche se a prezzi bassissimi. L’acquisto da parte di investitori cinesi di aziende produttrici in Italia apre prospettive positive, ma non esaltanti.

La risposta alla seconda domanda è quindi piuttosto negativa. Per intraprendere una politica di crescita trascinata non più dalle esportazioni, com’era prima della crisi, ma dai consumi interni il gruppo dirigente cinese dovrebbe fare scelte politicamente difficili, e dolorose per la verae propria “casta” partitico-burocratica che si è venuta a creare in questa società che Mao aveva tentato di rendere “senza classi”. E in questo il nuovo Presidente cinese Xi ed il nuovo ed il Premier italiano Matteo Renzi si trovano in una posizione comparabile, entrambi confrontati alla sfida di “rottamare” e profondamente rinnovare gran parte della struttura del sistema politico.

Sembra dunque di poter escludere l’ipotesi che la Cina  possa continuare senza vere variazioni con le politiche degli ultimi anni, ma sembra anche assai difficile che possa attuare la vera e propria rivoluzione che sarebbe necessario compiere per seguire la via suggerita dal mondo esterno, quello di favorire una crescita dei consumi da parte delle famiglie cinesi. Non senza qualche fondamento, peraltro, i Cinesi ritengono che questi consigli non siano completamente disinteressati, e ricordano gli effetti catastrofici delle politiche di privatizzazione suggerite da alcuni economisti americani alla Russia al tempo di Yeltzin.

Le sfide di fronte alla Cina

Per farsi un’idea di come probabilmente la Cina si presenterà nel panorama economico mondiale, si dovrà cercare di rispondere alla terza domanda: che cosa è che i dirigenti cinesi non possono assolutamente evitare di fare se non vogliono perdere il potere? Si deve ricorrere ad una analisi delle pressioni cui le sue autorità sono sottoposte all’interno come all’esterno dei confini, e delle fragilità che potrebbero portare ad una rottura col passato.

Cosicché balza subito agli occhi come queste pressioni siamo fortissime, e come esse siano legate ai costi non visibili del rapido sviluppo del passato.  Costi tanto alti da rendere necessaria una vera e propria riconsiderazione dagli indicatori economici in base ai quali è stata sinora valutata la crescita ed quantificato il valore di quanto ottenuto.

E’ chiaro a tutti – basta passare qualche giorno a Pechino per rendersene conto – che uno dei costi non visibili della crescita passata è stato pagato in campo ambientale; campo in cui i problemi sono così drammatici da consentire di dire che nei prossimi anni (ma già nei prossimi mesi) tutta la politica cinese, e in primo luogo la politica economica ne sarà condizionata.

Ogni tentativo di previsione su come sarà e cosa potrà fare la Cina nel prossimo futuro deve necessariamente partire da una analisi della situazione ambientale.

La prima, e la più evidente, crisi ambientale della Cina è quello della pessima qualità dell’aria. Pur nella difficoltà di ottenere dati affidabili, la combinazione delle informazioni ufficiali con le informazioni dei media e soprattutto e con la rilevazioni quotidiane dall’Ambasciata e dai Consolati americani, fanno apparire un quadro spaventoso. E fanno capire perché i depuratori d’aria, spesso di fabbricazione giapponese, siano diventati il più importante elettrodomestico, e perché negli incontri della Pechino-bene quelli che prima confrontavano le performances delle proprie automobili, oggi parlino soprattutto di maschere tipo “Guerre stellari” che proteggono infinitamente meglio delle mascherine di stoffa di cui si debbono accontentare i più poveri, oppure di depuratori d’aria per appartamento, e dei problemi causati dal fatto che quelli spediti da amici o parenti residenti o in viaggio all’estero spesso non risultino a norma rispetto al sistema cinese di distribuzione elettrica.

Quanto all’acqua, secondo i dati ufficiali, di cui è impossibile dire quanto siamo tendenti a sminuire il problema, la qualità di ben il 60% delle risorse idriche del paese – che sono assai scarse già per ragioni naturali – è da qualificarsi “cattiva” o “estremamente cattiva”. E sono numerosissimi i casi come quello di Lanzhou, nella Cina nord-occidentale, dove la autorità hanno di recente dovuto ammettere che sostanze oleose provenienti da un impianto petrolchimico avevano da anni infiltrato la locale sorgente idrica, lasciando tuttavia intatta l’inquietdine dovuta alla soppressione delle informazioni in material di inquinamento, e alla certezza dell’opinione pubblica che infiniti casi come quello di Hanzhou vengano tenuti segreti. E’ pratica comune, in Cina, far bollire l’acqua venti minuti prima di berla, e di andare in giro – o al lavoro – portando con se un thermos o una bottiglia d’acqua “sicura”. Che poi sicura non è, in quanto la bollitura può uccidere i germi e distruggere alcuni degli inquinanti organici, ma non tutte le sostanze chimiche e men che mai i metalli pesanti che sono gli inquinanti più diffusi.

Ancora più allarmante la situazione relativa ai prodotti alimentari. E’ noto anche in Occidente che, negli anni scorsi, ci sono stati in Cina casi di avvelenamento di massa dovuti all’uso – deliberato e finalizzato ad accrescere i profitti da parte dell’industria alimentare – di sostanze pericolose o rivelatesi tossiche. Ciò ha scatenato un panico che non ragione di acquietarsi, con una conseguente la corsa al prodotto estero, da parte di chi può permetterselo, e lo sviluppo del contrabbando da Hong Kong, in particolare degli alimenti per bambini.

Ma neanche maggiori controlli su questo settore possono bastare, perchè molti prodotti alimentari freschi e “naturali” sono di fatto avvelenati a causa della contaminazione del suolo. Sempre secondo i dati ufficiali, un quinto del suolo della Cina è inquinato. Ma la popolazione sospetta che la realtà sia più grave, anche perché  capi e capetti del partito dispongono, come avveniva peraltro in tutti i paesi comunisti, di un sistema riservato di approvvigionamento in prodotti alimentari e di prima necessità.

Tutto ciò non costituisce una novità, e la popolazione lo ha sempre saputo. Ciò che è  nuovo è invece la non-accttazione, ed il fatto che lo stesso miglioramento delle condizioni economiche ha creato degli strati sociali non più disposti ad accettarlo senza almeno tentare di protestare. Le stesse autorità cinesi ammettono infatti che il degrado ambientale è diventato la prima causa di irrequietezza popolare e di dissenso aperto. Le manifestazioni di piazza per queste ragioni sono frequntissime, anche se illecite, E spesso le autorità vi si debbono piegare, anche se ciò significa rivedere progetti di grande importanza stategica, come l’impianto di ricondizionamento dell’Uranio che nel 2013, di fronte alle proteste popolari, rese possibili dall’uso di Internet, ha divuto essere annullato.

Questi fenomeni politici, legati alla crisi ambientale, spiegano in parte perché negli ultimi tempi siano aumentate le restrizioni e i controlli sull’uso della rete, il cui ruolo rimane peraltro importantissimo nelle trasformazioni in atto in Cina, e nel garantire la partecipazione della popolazione alla campagna anti-corrunzione lanciata dalla Presidenza Xi.

Insomma, le conseguenze sociali della crescita verificatasi nell’ultimo trentennio in Cina sono ormai tali da rendere inevitabili riforme politiche importanti, e in una direzione che già si può intravedere. Sono le urgenze politico-sociali, più che la scelta di un modello di sviluppo economico a dare un’indicazione di quale sia la via che la Cina avrebbe interesse a seguire nei prossimi anni: una via assai simile a quella sulla quale Matteo Renzi cerca di avviare anche l’Italia, una via di svecchiamento, di risposta ad esigenze sentite dal pubblico ma ignorate o falsificare dai media, di abbattimento dei privilegi castali che consentono a burocrazie incrostate al potere di appropriarsi di una fetta assurdamente sproporzionata della ricchezza prodotta. E, se interpretata in maniera creative dagli imprenditori, questa somiglianza di frangente politico può essere anche la base di una situazione degli scambi tra Italia e Cina, meno sbilanciata a nostro sfavore di quanto essa oggi non sia.

Giappone: Abe e l’Abenomics alla prova del confronto internazionale
Verso la fine di dicembre, conclusa l’esperienza di governo del partito democratico, il liberale Shinzo Abe è stato rieletto primo ministro del Giappone. Dipinto quasi in tutto il mondo come un nazionalista conservatore, Abe sta tuttavia destando clamore per la sua politica economica che si pone in netta controtendenza rispetto alla linea seguita da altri Paesi occidentali.

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L’economia, la finanza e lo sviluppo delle infrastrutture

Le “tre frecce” nella faretra di Abe sono stimolo fiscale, svalutazione competitiva e riforme strutturali, per uscire dalla recessione aumentando i consumi e le esportazioni. Ciò da un lato ha fatto gridare allo scandalo il FMI, preoccupato dall’innalzamento del debito pubblico che ha raggiunto il 245% del PIL, dall’altro ha incontrato il favore dei premi Nobel Joseph Stiglitz e Paul Krugman. Ma, novità fra le novità, cade anche il dogma del “divorzio” della banca centrale, obbligata a “tornare al tetto coniugale” con politiche monetarie accomodanti, poiché Abe ha sostenuto la candidatura a governatore del suo favorito Haruhiko Kuroda lasciando intendere che in caso contrario avrebbe riportato la banca centrale sotto il controllo del governo cambiando la legislazione. Quindi la banca centrale sta sostenendo le politiche espansive con un piano illimitato di acquisti e perseguendo l’obiettivo di far salire l’inflazione al 2%. 

I risultati non si sono fatti attendere, e sono stati molto incoraggianti: dopo il pacchetto di stimoli fiscali pari a 109 miliardi di euro, varato in gennaio, il PIL è cresciuto dello 0,9 sul periodo precedente (+3,5% sul primo trimestre 2012). La spesa per consumi è in ripresa, registrando anch’essa un +0.9%, e si prevede che con il prossimo pacchetto di interventi da 76 miliardi di euro la crescita raggiungerà il 2,5%, considerato il valore potenziale del lungo periodo. Il necessario complemento per far riprendere gli investimenti privati di un’industria fortemente internazionale come quella giapponese è un intervento dal lato dei costi, in particolare quelli energetici. Infatti, messe in manutenzione le 54 centrali nucleari dopo il disastro di Fukushima, il Giappone si è affidato sui combustibili fossili – importati a caro prezzo – e solo in parte sulle rinnovabili. Ciò ha avuto riflessi molto negativi sulle bollette delle famiglie e delle imprese, che i fornitori di energia hanno dovuto aumentare del 20% per recuperare parte dei maggiori costi. La situazione non è più compatibile con la scelta inflazionista, che farà rincarare le importazioni. In sostanza, se si vuole ridare respiro alle imprese, la via passa anche per l’energia a basso costo, ed in merito la scelta di Abe è chiara: tornare al nucleare, sconfessando le scelte fatte dal precedente partito democratico.

La cooperazione internazionale

La politica estera di Abe è una diretta proiezione del programma di riforme strutturali interne, cercando di garantire negli anni a venire la stabile presenza del Giappone in tutte le principali aree di libero scambio del Pacifico e dell’Indiano per dare così una solida base di continuità politica agli investimenti delle imprese giapponesi nell’area. I legami più consistenti, dal punto di vista della dimensione economica e del peso politico, sembrano essere quelli che legano a doppio filo il Giappone all’India e agli USA nell’ambito dell’ASEAN, della Trans-Pacific Partnership (TPP) e del Corridoio Indo-Pacifico. In particolare, il Giappone sembra farsi forte del suo tradizionale ruolo di avamposto statunitense nella sponda occidentale per muovere grandi masse di investimenti e sfruttare così le sinergie con gli Stati Uniti, implementando programmi congiunti di cooperazione per lo sviluppo e la sicurezza degli altri Paesi dell’area.

I negoziati per l’espansione a gran parte del Pacifico della vecchia P4 (Brunei, Cile, Nuova Zelanda e Singapore) sono in grande fermento: si è giunti in maggio al diciassettesimo ciclo negoziale, che vede gli Stati Uniti in prima linea per la creazione di un’area che dovrebbe rappresentare il 61% delle loro esportazioni. In tutto questo, l’ingresso del Giappone nella TPP sarebbe cruciale sia di per sé, sia per accrescere i benefici dell’accordo nei confronti degli Stati firmatari e la forza di attrazione verso le altre economie della regione (l’area raggiungerebbe il 40% del PIL mondiale, 27 trilioni di dollari, due volte l’UE), sia per gli Stati Uniti stessi. Infatti, il Giappone è il secondo investitore negli Stati Uniti dopo il Regno Unito, con circa 290 milioni di dollari, ed ha creato 388.000 posti di lavoro nel solo settore delle autovetture; per questo motivo, molti statunitensi ritengono che i benefici che il loro Paese otterrebbe dalla TPP sarebbero di gran lunga amplificati se si riuscisse ad includere anche il Giappone, che aumenterebbe i suoi investimenti negli Stati Uniti dai quali importerebbe al tempo stesso una maggiore quantità di prodotti agricoli. Non c’è quindi da sorprendersi se la diplomazia statunitense si stia adoperando perché al prossimo ciclo negoziale sia presente anche un delegato giapponese, ma forse potrà destare curiosità il fatto che circa settanta imprese di commercio di prodotti agricoli abbiano scritto una lettera al presidente Obama per chiedergli di sostenere l’ingresso del Giappone nella TPP.

Nel corso di un dialogo informale tenuto in maggio, i delegati indiani, giapponesi e statunitensi hanno confermato che i tre Paesi hanno un comune interesse nel definire un’architettura istituzionale di regole condivise per la stabilità dell’Asia.

A tal proposito, dovrebbe avere un grande peso, soprattutto per gli interessi statunitensi nell’area, lo sviluppo del Corridoio Indo-Pacifico, in cui garantire una circolazione dei beni libera e sicura sia dai pirati sia dalle dispute fra Stati, che dovranno trovare nella diplomazia il canale principale di risoluzione. Il corridoio è altresì essenziale ad aumentare l’inclusione delle zone interessate, su tutte Pakistan ed Afghanistan, per portarvi la stabilità economica e la pace necessarie allo sviluppo. In questa sede, diverse conferme sono venute all’operato di Abe: la politica economica è stata accolta con grande ottimismo; ma anche la politica energetica è stata apprezzata, per la scelta di riattivare le centrali nucleari che permetterà una cooperazione internazionale in materia di usi civili dell’energia atomica, come già accade per progetti giapponesi in Turchia e negli Emirati.

Proprio l’India si sta rivelando un poderoso magnete per gli investimenti del Giappone, che sta dando supporto tecnico in numerose grandi opere di interesse nazionale, come ferrovie ad alta velocità, fabbriche di automobili e sviluppo della rete informatica; la collaborazione più consistente, tuttavia, è il progetto del Delhi – Mumbai Industrial Corridor (DMIC), l’immenso programma infrastrutturale indiano, scritto a quattro mani con il Giappone, che si pone l’obiettivo di sviluppare nuove città industriali come smart cities ed attirare tecnologie di nuova generazione nei settori delle infrastrutture per ampliare la capacità produttiva, facendone così un motore per lo sviluppo delle città e dell’occupazione. Per dare un’idea della posta in gioco, soltanto nella prima fase sono previste sette nuove città industriali. L’intensificarsi dei rapporti con la “vecchia” ASEAN è stato espressamente indicato come uno dei canali preferenziali per la ripresa economica già all’indomani del disastro di Fukushima: anche in seno all’ASEAN sono in cantiere numerosi progetti di espansione per includere Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda in quella che dovrebbe diventare la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un’area di libero scambio da 3 miliardi di abitanti e 17 trilioni di dollari di PIL consolidato, il 30% del PIL mondiale. Gli sforzi in questa direzione hanno portato Abe perfino nel Myanmar, che non vedeva un uomo di Stato giapponese dal 1977: sono stati cancellati 1,8 milioni del debito birmano e promessi consistenti investimenti nella zona economica speciale del porto di Thilawa. Verso il resto dell’ASEAN l’impegno non è da meno: sono stati intensificati gli acquisti dei titoli degli Stati membri, agevolando gli investimenti nelle valute locali da parte delle imprese giapponesi, che così hanno impiantato fabbriche, vinto commesse e rilevato attività anche in Paesi storicamente poco amici, come il Vietnam o le Filippine.

Questo comportamento in realtà continua una storica tradizione di aiuti pubblici allo sviluppo inviati agli ex tributari dell’impero giapponese come riparazione dei danni di guerra; stavolta, tuttavia, è finito sotto la lente dell’OCSE, che accusa il Giappone di usarlo come uno strumento di profitto. Sotto accusa sarebbe non tanto la concessione di finanziamenti per pagare le infrastrutture costruite dalle aziende giapponesi – del resto giustificabile sotto il punto di vista del vantaggio tecnologico – quanto il ritorno che il Giappone ed altri nomi eccellenti come Francia e Germania avrebbero avuto in termini di interesse corrisposto dai beneficiari, che eccederebbe di gran lunga l’ammontare dei finanziamenti concessi. La politica estera del nuovo governo non disdegna neanche la lontana Africa: in giugno, Abe ha annunciato un piano quinquennale di investimenti di 100 miliardi di yen per stabilizzare la regione del Sahel, intervenendo sullo Stato sociale e la formazione tecnica per migliorare le condizioni di vita e le capacità lavorative delle persone, in un contesto che vede una forte ed improvvisa crescita (4,7% nel 2012) accompagnarsi ad altrettanto marcate differenze nel tenore di vita, in assenza di controllo su crescita della popolazione, inurbamento ed impatti sull’ambiente. È una realtà che richiede grossi investimenti, una buona occasione per non perdere il treno dello sviluppo africano cui diversi Paesi stanno guardando con attenzione, tant’è che i flussi di investimenti privati hanno superato gli aiuti pubblici allo sviluppo. In particolare, gli aiuti promessi dal Giappone prevedono anche l’addestramento di 2000 soldati africani in tecniche di sicurezza ed antiterrorismo, per evitare il ripetersi di episodi come l’attacco agli impianti in Algeria, in cui sono stati uccisi dieci lavoratori giapponesi.

Le tensioni internazionali

È interessante notare come le dispute territoriali per le isole circostanti il Giappone possano fungere da cartina tornasole dei rapporti di forza con le potenze confinanti: finché non vi si era indicata la presenza di possibili giacimenti di petrolio e gas naturale, e soprattutto finché la Cina non aveva iniziato ad avvertire la necessità di consolidare la propria presenza nei mari antistanti, la questione della sovranità giapponese sulle Senkaku era stata abbastanza pacifica. Del pari, quando negli anni ’90 la Russia post-sovietica aveva bisogno di investimenti per progetti energetici nella parte orientale, la questione delle isole Curili (sottratte da Stalin al Giappone prima della fine della guerra, il motivo per cui i due Paesi non hanno mai firmato un trattato di pace) era rimasta in secondo piano. Tuttavia, i recenti sviluppi delle dinamiche economiche e geopolitiche nel Pacifico occidentale hanno riaperto queste dispute, in cui il Giappone sta tentando di rinegoziare la propria posizione nell’equilibrio regionale.

Due anni fa, la situazione del Giappone era assai sfavorevole: crediti in sofferenza sull’onda della crisi internazionale, frequenti cambi di governo, tensioni con gli Stati Uniti per lo spostamento della base di Okinawa; così la Russia di Medvedev, vuoi per la crescente importanza della regione, vuoi per accontentare i propri “falchi”, decise di ricostruire il suo comando militare per l’Estremo Oriente portandovi sistemi antiaerei, navi d’assalto, aerei da caccia e bombardieri, elargendo inoltre aiuti economici alle amministrazioni locali. La notizia ovviamente non fu ben accolta dal Giappone, ma in quel momento non era in grado di dare una risposta immediata. Che sembra invece essere arrivata proprio con Abe, poiché quest’anno il Giappone ha istituito la “Giornata dei Territori del Nord” in commemorazione del trattato russo-giapponese di Shimoda (7 febbraio 1855), che riconosceva al Giappone la sovranità sulle isole; la risposta russa è stata, due giorni prima della ricorrenza, il lancio di un’operazione militare congiunta su larga scala in tutta l’area.
Negli ultimi mesi, invece, la situazione sembra essere ad una nuova svolta, proprio per opera di Abe, che in maggio è andato in visita da Putin per discutere sulla possibilità di siglare dopo oltre 60 anni il trattato di pace; ancora una volta, sul piatto c’è la possibilità di avviare una cooperazione per lo sfruttamento ed il transito delle risorse energetiche nell’area. Il Giappone nel 2012 è stato la seconda controparte commerciale della Russia in Asia dopo la Cina, con una crescita del fatturato del 5,3% (32 miliardi di dollari) ed investimenti cumulati per un totale di 10,7 miliardi di dollari. Allo stato attuale, necessita di aumentare la propria capacità di approvvigionamento di gas naturale, almeno finché non si sarà deciso che cosa fare delle centrali nucleari. Dal canto suo, la Russia necessita di nuovi acquirenti per il proprio gas, per contenere i danni che potrebbero venirle dalla shale gas revolution americana, e di forti investimenti per lo sfruttamento delle risorse nel proprio Estremo Oriente. Il primo passo per la nuova cooperazione prevede l’investimento da parte di Gazprom di un miliardo di dollari per un rigassificatore da 15 milioni di tonnellate l’anno sulle coste del Giappone; allo stesso tempo, è prevista una partecipazione di imprese giapponesi nella stesa di un cavo da 500 kV nel tratto Sakhalin-Khabarovsk-Giappone. Comune ai due Paesi sembra essere l’intenzione di bilanciare l’ascesa della Cina nella regione, anche se la Russia continua ad intrattenere ottime relazioni con quest’ultima.

La linea dura di Abe, i suoi richiami al nazionalismo ed i “colpi di testa” di alcuni dei suoi ministri stanno compromettendo i rapporti con la Cina ma anche con la Corea del Sud. Già in aprile, un vertice sudcoreano-giapponese era saltato per la visita del vice premier del Giappone Taro Aso al sacrario di Yasukuni, dove riposano due milioni di soldati giapponesi morti durante la II Guerra Mondiale, assieme a quattordici criminali di guerra. Come se non bastasse, in maggio è giunta la notizia a sorpresa di un tentativo di dialogo da parte di Abe con la Corea del Nord per risolvere la questione degli ostaggi giapponesi. Sempre in maggio, per la prima volta in tredici anni di collaborazione ravvicinata, i vice ministri cinese e sudcoreano hanno disertato, a loro dire per motivi interni, un vertice dell’ASEAN cui era presente anche il vice ministro giapponese, ma sembra che ciò sia dovuto alle dispute sulle isole Takeshima/Dokdo (con le due Coree) e le Senkaku/Diaoyu (con la Cina). Non che le risposte del governo nipponico abbiano tentato di placare gli animi: Abe poco dopo l’episodio ha dichiarato che «Cina e Giappone non hanno mai intrattenuto relazioni pacifiche», mentre l’ADB (Asian Developement Bank) lo invitava alla cautela per non turbare i mercati finanziari – e danneggiare in ultima istanza gli investitori giapponesi, che si erano trovati di fronte ad un boicottaggio delle loro merci.

La questione delle Senkaku/Diaoyu è la più delicata, non perché Cina o Giappone abbiano l’intenzione di scatenare una guerra per esse, ma per la situazione nel complesso, che è il risultato di una serie di piccole provocazioni successive – l’ultima è di settembre, quando il governo giapponese ha ufficializzato l’acquisto delle isole da parte dei proprietari, privati cittadini. Le forze militari dei due Paesi sono in costante stato di tensione, sì che il rischio di errori è alto e preoccupa non poco gli Stati Uniti, che, pur evitando di pronunciarsi sulla questione territoriale, hanno precisato che il loro obbligo di intervento in difesa del Giappone copre anche le isole Senkaku. In una situazione del genere, anche un piccolo errore potrebbe avere conseguenze imprevedibili.

Sul fronte della politica interna, un cavallo di battaglia del governo Abe è la revisione costituzionale in senso “militarista”, che, viste le tensioni con i vicini, potrebbe incontrare il favore dell’opinione pubblica tendenzialmente pacifista, raccogliendo consensi anche all’esterno del bacino elettorale del partito liberale. Il grosso della questione si gioca sulla modifica, o la reinterpretazione, dell’articolo 9 – che al momento prevede che il Giappone non possa avere un esercito ma solo una forza di autodifesa – estendendo il concetto di autodifesa anche agli alleati per giustificare eventuali interventi in loro aiuto. Tuttavia, il clima favorevole potrebbe aprire la strada ad altre ben più significative restrizioni della libertà individuale per motivi di ordine pubblico, al ripristino dell’imperatore come capo di Stato ed alla riforma dei programmi di storia per cancellare od edulcorare lo studio delle aggressioni giapponesi nel Pacifico prima della II Guerra Mondiale.

Conclusioni

Il nomignolo Abenomics è carico di significato più di quanto non si pensi, poiché promuove Abe ad inventore di quella che in realtà è una semplice politica economica espansiva ma che ormai alle nostre orecchie suona come un complesso di parole dimenticate, testimoniando quanto decenni di mantra sulla spesa pubblica come malum in se abbiano disabituato l’Occidente ad un vero pluralismo nel pensiero economico. Ma forse il clamore suscitato dal modello Abenomics è eccessivo: come si è visto, i provvedimenti presi sono ben collaudati nella storia economica occidentale, ma il fattore cruciale che difficilmente ne farà un modello esportabile è dato dalle ridotte dimensioni del Giappone, che gli permettono di prendere il contesto come dato; una serie di interventi del genere in un’area come gli USA, l’UE o la Cina avrebbe effetti destabilizzanti sull’intera economia mondiale e retroazioni difficilmente prevedibili, sia dal punto di vista economico sia politico.

La linea di “nazionalismo civico” in contrapposizione al “nazionalismo etnico” – così è stata definita dal professor Doak della Georgetown University – sembra produrre, in un modo o nell’altro, i suoi frutti sul piano internazionale, in quanto al “nazionalismo” della visita al sacrario di Yasukuni, del revisionismo sui libri di scuola, della nuova Festa del ripristino della sovranità per commemorare la fine dell’occupazione americana, si affianchino proposte volte a rilanciare il Giappone come una forza di sviluppo economico inclusivo e pan-asiatico. Per dirla con le parole dello stesso Abe, «Quando delineiamo i temi che il Giappone sta affrontando, non solo il problema degli ostaggi nordcoreani, ma anche le questioni territoriali, le relazioni fra Giappone e Stati Uniti oppure tematiche economiche come la TPP, io credo che abbiano tutti la stessa radice.

Non è forse questo il prezzo che abbiamo pagato per aver goduto della prosperità economica mentre rimandavamo questi problemi al futuro, senza una chiara coscienza che la vita e la ricchezza della nazione civica giapponese ed il territorio del Giappone devono essere protetti dal governo giapponese stesso? Davvero, “scappare dal dopoguerra” è ancora il tema più importante per il Giappone, proprio come lo era cinque anni fa quando ero primo ministro. Durante le ultime elezioni politiche, il LDP ha lanciato lo slogan Riprendiamoci il Giappone. Questo non significava solo riprenderci il Giappone dal governo del partito democratico. Mi sento di andare oltre, e dire che siamo in una battaglia per far riprendere il Giappone dalla storia postbellica per mano dello stesso popolo giapponese.»

 

 

India: la crescita continua a rallentare
Gli indici dell’economia indiana stanno mostrando palesi aspetti di fragilità del sistema finanziario della grande democrazia asiatica. Una fragilità di cui Nuova Delhi dovrà necessariamente farsi carico, come evidenziato dalle dichiarazioni del primo ministro indiano, Manmohan Singh, che nei giorni scorsi si è detto pessimista sulla ripresa dell’attività economica, stimando che l’obiettivo di una crescita dell’8% da qui al 2017 è “ambizioso”.  

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A metà dicembre il suo governo aveva già tagliato gli obiettivi di crescita, al di sotto del 6% per l’anno fiscale 2012-2013, che si chiude a marzo: la peggior performance in dieci anni della terza economia più sviluppata dell’Asia, che nell’anno fiscale precedente aveva registrato un incremento del 6,7%.

Nel corso degli anni Novanta, l’India ha vantato una crescita media annua pari al 6%, ulteriormente consolidatasi con l’inizio del nuovo millennio che ha dato il via a un trend positivo che dal 2000 al 2008 ha registrato un tasso di crescita del Pil intorno al 7,2%. Dopo la crisi economica del 2008, a cui il paese del kathakali ha saputo far fronte in maniera decisa (soprattutto grazie alla domanda interna principale motore dell’economia nazionale), nell’anno fiscale 2010-2011 la crescita del Pil indiano è stata del 8,4%.
Un dato nettamente in controtendenza con l’ultima previsione di chiusura dell’anno fiscale in corso annunciata da Nuova Delhi, che conferma una diminuzione della crescita del Pil che si attesterà al di sotto del 6%, registrando la più debole espansione economica dal 2009.

Mentre la rupia indiana ha ottenuto il poco onorevole titolo di peggior moneta asiatica quotata in borsa contro il dollaro, costringendo la Reserve Bank of India (Rbi), la Banca centrale del Paese, a mettere mano alle riserve di valuta estera, vendendo dollari e acquistando rupie che in tal modo fuoriescono dal sistema finanziario, vanificando gli sforzi fatti per iniettare risorse. La Rbi sembra essere più che complice di questo peggioramento economico. Per combattere l’aumento dei prezzi, la crisi del debito in Europa e la paralisi politica in materia di investimenti stranieri, la Banca indiana ha aumentato i tassi d’interesse in maniera esponenziale. Tuttavia, la Rbi ha dato la sua disponibilità a ridurre i tassi, a condizione che il governo riesca ad arginare il deficit del budget del Paese. Secondo Radhika Rao, economista del Forecast Pte di Singapore, se da un lato la rapida crescita economica indiana è stata garantita dalla possibilità di avere tanta manodopera in giovane età a basso costo, dall’altro lato l’esplosione demografica e la povertà dilagante rischiano di rendere insostenibile la crescita economica del Paese, tenuto conto anche della carenza di manodopera sufficientemente istruita e qualificata.

Sin dall’Indipendenza, l’India ha visto la maggioranza dei suoi abitanti vivere in condizioni di indigenza. Emblematico in tal senso, l’ultimo Report della Banca Mondiale che indica come il 40% della popolazione indiana stia vivendo sotto la linea della povertà. Il tessuto sociale indiano è infatti percorso da profonde diseguaglianze, soprattutto in tema di reddito, con il risultato di una grande fetta di popolazione, prevalentemente costituita da giovani, che, essendo preclusa ai benefici dello sviluppo economico, potrebbe scatenare disordini sociali e politici. Inoltre secondo l’Ocse, l’inflazione potrebbe rallentare la crescita economica che sfiora il 10% (soprattutto sui generi alimentari) e che ha determinato la decisione della Banca Centrale di elevare il tasso di interesse sui prestiti, generando molto malcontento e perplessità in settori cardine dell’economia, come quello industriale, per la stretta sulla liquidità. Amol Agrawal, analista economico della Stci Primary Dealer Ltd, è dell’opinione che gli enormi passi avanti effettuati dall’India in campo economico, non devono lasciare il campo ad un eccessivo ottimismo.

Il processo di crescita dell’economia indiana sta dimostrando la sua fragilità e il paese ha bisogno di ulteriori riforme per potenziare la propria capacità economica, poiché gli scandali legati alla corruzione e la mancata approvazione di alcune proposte politiche stanno pesando sulla sostenibilità dell’economia nazionale. Nei fatti, le proposte avanzate dal governo di Manmohan Singh negli ultimi mesi, sembrano rispondere ai “suggerimenti” fatti dalla Banca centrale indiana. Per il momento, si tratta di riforme mancate: dall’apertura del mercato al dettaglio alle grandi catene internazionali di supermercati, bocciata dal parlamento; alla legge anticorruzione (Jan Lokpal bill) attesa da 43 anni che permetterebbe ad un organo istituzionale indipendente di indagare e perseguire per legge tutti gli esponenti degli uffici pubblici del paese, dal funzionario locale al primo ministro. Una misura fondamentale per la credibilità del governo e più volte non approvata per un soffio.

Tra le altre priorità dell’esecutivo figura la sostituzione della legge sull’acquisizione di terre, in vigore da ben 179 anni, con una nuova legge denominata “Land Acquisition, Rehabilitation, and Resettlement”, che per acquisire terre per lo sviluppo di un progetto economico prevede un consenso di almeno l’80% dei proprietari interessati e un aumento considerevole dei risarcimenti in caso di esproprio. Un’iniziativa di grande importanza, dal momento che la difficoltà nell’acquisire i terreni necessari all’espansione industriale è uno dei maggiori impedimenti allo sviluppo dell’economia indiana.I pacchetti di incentivi per l’economia varati finora dal governo, sono risultati inefficaci a causa delle fragilità strutturali del sistema finanziario indiano, incapace di fungere da reale intermediario per il settore privato e di garantire una peculiare redistribuzione dei proventi delle attività produttive. E’ ormai chiaro che per rispondere in maniera adeguata alle pressioni dei mercati, il Congress di Singh non potrà prescindere dall’introduzione di rapide e adeguate riforme.
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