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Obiettivi & Strategie, la gerarchia della logica

Nella gestione della politica industriale, che si tratti di un intero sistema o anche solo di una singola azienda, il fondamento di un buon piano è la chiarezza degli obiettivi che, in punto di logica, devono essere definiti in via prioritaria. Non si tratta di un esercizio facile e scontato. Gli obiettivi che un’organizzazione si pone devono essere chiari, misurabili, compatibili con le risorse finanziarie,  utili al bene di quell’organizzazione e realistici con riferimento allo scenario in cui si agisce.

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Le strategie per perseguire gli obiettivi sono un esercizio certo più gratificante perché ammettono il ricorso alla creatività e alla fantasia. La natura umana propende alla gratificazione e le organizzazioni investono piacevolmente energie, tempo e danaro nell’elaborazione delle strategie. Talvolta fino al paradosso di invertire la logica e creare strategie per le quali ricercare solo successivamente gli obiettivi.  Nella cultura industriale degli ultimi quarant’anni, poi, le strategie societarie e finanziarie hanno acquisito una funzione nobilitante rispetto a quelle, ritenute più umili, che si occupano di commerciale e produzione. La situazione di Alitalia, che sembra riacquistare vigore nell’attenzione mediatica, appare, come già in passato, fortemente marcata dal sovvertimento della gerarchia della logica.

Il pubblico dibattito è affollato e meticoloso sulle alchimie societarie e ognuno si affanna a descrivere ipotesi di combinazioni ardite di pacchetti societari. La configurazione tipica disegna immancabilmente formazioni composte, con varia ponderazione, dal soggetto pubblico, soggetti finanziari, soggetti industriali nazionali e, immancabile, il socio tecnico rappresentato da una compagnia aerea straniera. L’obiettivo strategico dichiarato è quello di dotare l’Italia di una compagnia aerea nazionale di dimensioni sufficienti a garantire la fluida logistica dei passeggeri e delle merci al servizio di un’industria turistica e di un’industria produttiva distribuite sul territorio in modalità parcellizzata che non ha pari in altri sistemi nazionali comparabili. L’anello logico carente è l’analisi di compatibilità tra questo macro obiettivo di sistema e gli obiettivi di ogni singolo socio potenziale che la fantasia di analisti e commentatori ipotizza sedersi al tavolo della società Alitalia, araba fenice che all’esito di ogni fallimento, tre negli ultimi undici anni, vuole risorgere a nuova vita.

La formazione della squadra societaria che va per la maggiore, nell’edizione 2019 del piano di rinascita, sembra composta dal soggetto pubblico, Ministero dell’Economia, per il quale si ipotizza una sorta di golden share finalizzata a garantire la salvaguardia dell’obiettivo strategico di sistema, le Ferrovie nazionali con l’obiettivo di promuovere l’intermodalità dei trasporti, altri soggetti industriali nazionali, ENI e Poste, per i quali non sembra ancora chiarito l’obiettivo dell’investimento e, immancabile, la compagnia straniera, Lufthansa o Air France-Delta cui, come nelle squadre di calcio degli anni ’80, si riserva il ruolo del campione di importazione cui richiedere carisma e goal a gogò. Il punto più critico delle analisi di moda è proprio il grado di coerenza tra l’obiettivo del socio straniero e quello del soggetto pubblico.

Air France-Delta e Lufthansa hanno legittimamente obiettivi propri incompatibili con quello sistemico che si vorrebbe affidare ad Alitalia edizione 2019. Alcuni esempi, l’accordo quadrilaterale sul Nord Atlantico che stabilisce un regime di oligopolio con quote di produzione concordate e immodificabili da ogni singolo partecipante senza l’assenso degli altri. Alitalia dovrebbe espandere le sue attività in quel settore e né Air France-Delta, né Lufthansa hanno interesse a che ciò avvenga. Il promettente mercato delle destinazioni asiatiche: Alitalia dovrebbe crescere su quelle rotte, ma ciò vorrebbe dire incrinare i portentosi sistemi di collezione di quei traffici sugli aeroporti di Francoforte e Amsterdam e né Lufthansa, né Air France-Delta hanno interesse a che ciò avvenga. I rilevanti bacini delle città secondarie italiane, oltre Roma e Milano, per le quali intermodalità e qualità dei servizi sono una necessità, ma che oggi contribuiscono ad alimentare ogni altro aeroporto hub europeo, Francoforte, Parigi, Amsterdam, Londra, Vienna, Zurigo, Berlino, Bruxelles. Né Lufthansa, né Air France-Delta hanno interesse a che ciò avvenga. L’acquisto di aeromobili, funzionale agli scopi industriali del sistema nazionale. Alitalia, e l’Italia, ne avrebbero bisogno, ma né Lufthansa, né Air France-Delta hanno interesse a che ciò avvenga. Quale potrebbe essere allora il collante tra gli obiettivi di sistema italiani e quelli del socio tecnico straniero in presenza di così rilevanti contraddizioni? Per quale motivo la competenza presunta di Air France-Delta o quella di Lufthansa, nell’assunto che tale competenza sia geneticamente assente in Italia, dovrebbe essere messa al servizio della rinascita di Alitalia se tale rinascita presenta così numerosi contrasti con gli interessi di quelle potenze del trasporto aereo? In punto di logica ci sarebbe un solo collante capace di rimediare a quelle contraddizioni, l’aspettativa di un guadagno economico talmente elevato da almeno compensare le potenziali perdite che quelle potenze registrerebbero nei conti di casa propria. E’ possibile che il piano di rinascita di Alitalia, nell’edizione 2019, sia capace di generare in tempi realistici guadagni finanziari tanto rilevanti per tutti i soci? Questa è stata la puerile illusione del 2009 per i capitani coraggiosi in compagnia dei soci tecnici Air One ed Air France e così è stato nel 2014 per quegli stessi capitani in compagnia del socio tecnico Etihad. In entrambi i casi l’illusione si è dolorosamente infranta contro la dura realtà del trasporto aereo, business ad altissima intensità di capitale, imprescindibile dallo spessore delle competenze tecniche interne all’organizzazione e ad essa leali, con ritorni che si misurano in archi temporali pluridecennali e benefici di breve apprezzabili solo attraverso il metro delle economie esterne. Ma può darsi che la fenice Alitalia del 2019 sovverta l’aurea regola mondiale del trasporto aereo e realizzi la scolastica formula del profitto che, nei piani dei consulenti, immancabilmente ha la sua epifania al terzo anno di un piano quinquennale disegnato in power point sulla carta. Se ciò non fosse vero, spetta allora all’attuale proprietà della stressata Alitalia decidere se liquidare definitivamente l’azienda, affidando il trasporto alle valide reti delle compagnie low cost già presenti in Italia per i voli punto a punto e a quelle, altrettanto valide, delle megacompagnie europee per i voli di lungo raggio oppure, chiariti per bene gli obiettivi della rinascita, elaborare strategie effettivamente coerenti con questi. Nel primo caso si andrà incontro in futuro ad un inevitabile perdita di competitività del sistema industriale nazionale e un certo qual degrado della vita degli italiani, per cui ogni azione di spostamento sarà più faticosa e costosa, ma non letale. Nel secondo caso si affronterà un duro percorso di impegno finanziario e morale per l’obiettivo incerto, ma non irrealistico, della competitività e della qualità della vita della nazione.

Saudi Vision 2030: il futuro dei Saʿūd tra difficoltà e geopolitica

Riyad punta a diversificare la sua economia entro il 2030, a riscoprire le sue riserve minerarie e a sviluppare i settori del servizio pubblico. Tra forti difficoltà, le riforme del principe Mohammed Bin Salman puntano a modernizzare il paese e a tenere testa all’Iran nella regione.

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Obiettivi e prospettive

Il progetto Saudi Vision 2030 è stato annunciato nel 2016 dalla Casa saudita come principale piano per ridurre la dipendenza dal petrolio dell’Arabia Saudita e diversificare la sua economia entro il 2030. Gli obiettivi includono anche il rafforzamento delle attività estrattive, l’aumento della spesa pubblica per le forze armate e gli armamenti, l’aumento dell’utilizzo delle energie rinnovabili, l’efficientamento dei trasporti e dell’industria aerospaziale, la privatizzazione del settore elettrico, idrico, ospedaliero, aeroportuale e infine l’avvio di finanziamenti a sostegno delle PMI. La recessione economica, il calo del PIL, la diminuzione del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017, che ha comportato la diminuzione di circa il 40% degli introiti erariali, ha spinto la Casa saudita a progettare la diversificazione dell’economia nazionale, slegandola dalla sola rendita petrolifera, oltre a elaborare investimenti miranti la creazione di 450 mila posti di lavoro, per permettere di svincolarsi dai cospicui sussidi erogati ai disoccupati. La roadmap operativa di Vision è contenuta nel National Transformation Program 2020, che prevede il rafforzamento dell’industria estrattiva, in particolare oro, zinco, fosfati, uranio e alluminio e il finanziamento di grandi opere infrastrutturali. La più importante è NEOM, città futuristica con un’estensione di 26 mila km2, che sarà ubicata sulla costa settentrionale del Mar Rosso. La nuova città sarà il centro dello sviluppo tecnologico mediorientale e volano dell’economia saudita, il cui costo si aggira intorno ai 500 miliardi di dollari, concepita con servizi completamente automatizzati e interamente alimentata da fonti rinnovabili. Di notevole importanza anche il progetto del Red Sea Project, un resort turistico di lusso sviluppato su cinquanta isole del Mar Rosso e il parco tematico di Al-Qidiya, a 40 km a sud di Riyad. Un ruolo fondamentale per la realizzazione di Vision 2030 sarà compiuto dal Public Investment Fund (PIF), un fondo sovrano di proprietà dell’Arabia Saudita, con un portafoglio di 200 investimenti, di cui 20 quotati su Tadawul, la borsa saudita. Riyad, per realizzare i suoi progetti, ha intrapreso misure di attrazione degli investimenti esteri, di semplificazione burocratica delle procedure autorizzative e amministrative e un piano di privatizzazioni per il settore privato. Quest’ultimo, prevede la vendita di asset governativi nel 2019 per circa 300 miliardi di dollari, di cui circa 100 miliardi per il collocamento sul mercato del 5% di Saudi Aramco, la società petrolifera di Stato. Sono, inoltre, previsti investimenti per i servizi di e-government, i cui miglioramenti dovrebbero tradursi in procedure amministrative gradualmente più snelle e agevoli, automazione e semplificazione delle procedure di rilascio del visto, assenza di tassazione sul reddito personale e sono stati firmati numerosi accordi per evitare la doppia imposizione fiscale.

Le difficoltà e i rischi

Saudi Vision 2030 è un progetto politico nato dalla consapevolezza che fosse necessario riformare il modello economico del Regno, basato sulla “rentier economy” e su un patto sociale tra la casa reale e il clero wahabita. La difficoltà principale del regno, insieme alle su citate problematiche economiche, sono legate alle nuove generazioni di sudditi sauditi, che aspirano a una maggiore inclusione sociale e lavorativa, oltre alla necessità di coinvolgere la componente femminile nel mercato del lavoro. Quest’ultimo, nel paese, è spesso rimasto chiuso per una serie di motivazioni, tra cui i sussidi elargiti ai disoccupati (la cui abolizione è osteggiata dai conservatori chierici wahabiti) e una carenza nell’istruzione. Essa, rientra sotto il controllo del clero wahabita che tende a concentrare la maggior parte dei fondi destinati all’istruzione nel finanziamento di scuole e università coraniche, non permettendo ai giovani una maggiore istruzione nelle materie scientifiche e ingegneristiche. Per questo motivo, la riuscita di Vision 2030, passa anche per la rinegoziazione del patto sociale tra il clero wahhabita e i regnanti di casa Saʿūd, attualmente la sfida più ardua che attende Riyad, poiché potrebbe condurre allo scontro con il clero wahabita, da sempre protettore e leggittimatore del potere dei regnanti. Nuove difficoltà sono emerse, inoltre, nelle ultime settimane, dopo il caso del giornalista Khashoggi, ucciso all’interno del consolato saudita a Instabul, per mano di agenti segreti del Regno. Dopo l’accadimento e le accuse indirizzate al principe bin Salman, le crescenti polemiche e le tensioni verificatesi, hanno condotto molti AD di importanti aziende a non presentarsi al forum “Davos in the Desert” organizzato dal PIF, nel contesto di Vision 2030, tenuto a Riyadh il 23 ottobre. Tra le aziende che hanno deciso di non inviare i propri CEO al summit vi erano Google, KKR & Co. L.P., Ford Motor, JPMorgan Chase, BlackRock, Uber, The Blackstone Group, oltre a importanti case mediatiche che non hanno partecipato come partner con i loro giornalisti, come la CNN, Bloomberg, CNBC, New York Times, Fox Business Network, Financial Times, Los Angeles Times e Huffington Post. Ostacolo potenziale al rilancio saudita è l’età avanzata di Re Salman, con la relativa questione della successione al trono che potrebbe condizionare lo scenario politico del Regno negli anni successivi. Un altro aspetto interessante è la lotta alla corruzione che può essere molto difficile da raggiungere in una società in cui i legami familiari e tribali sono molto forti e potrebbero compromettere alcuni investimenti. Possibili altre fonti di instabilità potrebbero giungere da atti terroristici contro cittadini o interessi stranieri. Sia al-Qāʿida nella Penisola Arabica (AQAP), che lo Stato Islamico (IS), hanno negli ultimi anni incoraggiato i propri militanti a realizzare attacchi contro obiettivi e interessi occidentali nel paese. Infine, una causa di presumibile instabilità da non sottovalutare è il malcontento delle comunità sciite condensate nella provincia orientale, in particolare nell’area di Qatif, dove si trovano la gran parte delle riserve di gas e petrolio dell’Arabia Saudita.

L’impatto geopolitico

Il progetto saudita ha anche un profonda importanza geopolitica e geostrategica. La città NEOM, ad esempio, sarà posizionata su uno snodo cruciale del commercio, vi transita un decimo dei flussi commerciali mondiali, e la sua posizione più a nord rispetto a Riyad, sposterà il baricentro economico del Regno verso occidente e vicino a Israele e al porto di Eilat. Il progetto NEOM, inoltre, una volta concluso, si estenderà su un’area di 26 mila km2 comprendente i territori di Arabia Saudita, Egitto e Giordania, diventando una zona speciale indipendente estesa su tre diversi Stati. Per l’area, il governo saudita in accordo con l’Egitto, ha già previsto iniziative di sviluppo, tra cui la realizzazione del King Salman Bridge, un ponte da realizzare all’imbocco del Golfo di Aqaba che unirà la costa saudita alla penisola del Sinai. NEOM si ritroverebbe quindi ad essere l’anello di collegamento tra Asia, Europa e Africa. L’Arabia Saudita, infine, punta a divenire attore cardine, a livello ideologico, economico e militare del Medio Oriente, cosa che inevitabilmente condurrà all’acuirsi della rivalità con Iran. Tra gli obiettivi di Vision 2030, infatti, vi è anche l’aumento della spesa pubblica per le forze armate e per gli armamenti, con l’obiettivo di divenire fornitore militare degli alleati della regione, migliorando le relazioni con alcuni partner che condividono la minaccia iraniana.

La France: grande puissance?

Siamo soliti ridere delle autocelebrazioni dei nostri cugini d’oltralpe soprattutto in tema di grandeur. La Francia però nonostante siano passati i tempi di Luigi XIV e Napoleone resta una delle grandi potenze del mondo. La sua arma segreta? La sua perenne volontà di mantenersi autonoma.

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Economia e Industria

L’Hesagone vanta un PIL nel 2017 di 2.583 miliardi, dati WB, cedendo all’India la settima posizione a livello mondiale. Possiede la più produttiva agricoltura d’Europa, grande vanto nazionale, ma industrialmente si trova al terzo posto dopo Italia e Germania. Al di là del freddo dato statistico la Francia possiede numerose aziende di grandi dimensioni nei settori chiave e lo stato svolge un ruolo centrale nell’economia nazionale. L’APE, Agence des Partecipations de l’Ètat, è una delle agenzie di partecipazioni statali più grandi del mondo, dati del “Rapport d’Activitè APE 2017-2018”. Vanta un portafoglio con oltre 75md di valore in quote azionarie di 81 imprese. Ma dove si colloca il principale intervento statale? Vi è una netta predominanza nel settore energetico, che rappresenta quasi il 50% dei titoli di proprietà dell’APE. Per comprendere il peso di tale impegno si consulti Eurostat che vede la Francia primo produttore europeo di energia con il 48% del totale. Una vastissima produzione che mantiene basso il costo per famiglie e imprese ma che genera anche notevoli profitti con l’export. I 58 reattori nucleari gestiti dalla società pubblica EDF, Électricité de France, sono la componente nettamente maggioritaria e insostituibile, 71,6%, della produzione nazionale di energia. Fornitore di materiale fissile è Orano, 45% statale, che si occupa di estrazione e raffinazione dell’uranio, fabbricazione, trasporto e riprocessamento del combustibile, smantellamento dei siti radioattivi e gestione delle scorie. Nell’equazione non bisogna dimenticare Total che è l’ottava azienda mondiale per estrazione di greggio. Sia Grands ports maritimes sia Naval Group sono statali o a maggioranza statale con una capacità cantieristica e portuale di prim’ordine. Lo stato possiede forti partecipazioni anche in Air France-KLM, Renault e nel gruppo PSA, Peugeot Société Anonyme, a cui appartengono anche Citroën e Opel.  BNP Paribas e Credit agricole sono la seconda e terza banca a livello Europeo come assets, dati di S&P.  Arriviamo in fine al comparto difesa e spazio. Qui la Francia dispiega una serie di aziende statali e private senza eguali sul continente, le maggiori sono Dassault, Thales, Airbus, Nexter e Safran, con una capacità di produrre sistemi in autonomia per tutte le forze armate, il “tout français” è un elemento essenziale per la politica internazionale dell’Eliseo.

La Francia però non possiede sul territorio nazionale le materie prime necessarie, come fare?

I 14 con il Franco

Recentemente la scrittrice francese Fanny Pigeaud ha denunciato come coloniale il sistema del franco CFA nel suo libro “L’arme invisible de la Françafrique” uscito lo scorso 27 settembre ed edito da La Découverte. Ma di cosa si tratta?

Le due aree monetarie distinte, rispettivamente Union économique et monétaire ouest-africaine e Communauté économique et monétaire de l’Afrique centrale.

Il franco resiste ancora in 14 paesi africani sotto il nome di franco CFA, franc de la Communauté financière africaine, nato ufficialmente nel 1945 come franc des colonies françaises d’Afrique. Per quanto anacronistico possa sembrare la “zona del franco” comprende due aree valutarie distinte, Africa Centrale e Africa Occidentale, con 14 paesi appartenenti: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. Mantenendo attualmente il 60% delle loro riserve monetarie presso la Banca di Francia, ottengono in cambio che Parigi garantisca la parità fissa con l’euro. La mobilità dei capitali, un tempo necessaria al drenaggio di risorse verso la madrepatria è tuttora in vigore e le riunioni periodiche per decidere le politiche monetarie si tengono presso il Tesoro Francese.

Non è solo l’economia ad essere tacciata di neo-colonialismo.

La legion toujours en Afrique

Il nome legione straniera risuona di misticismo e romanticismo d’altri tempi, oggi è uno strumento militare moderno e di grande efficacia. I legionari così come i soldati francesi sono tutt’ora impegnati nell’operazione Barkhane partita il primo agosto 2014 che vede dispiegati complessivamente 4500 uomini con 470 veicoli blindati. Il dispositivo, si legge nel “Dossier de PresseOpération Barkhane” (aprile 2018) dello stato maggiore transalpino, è stato messo in campo per neutralizzare la minaccia terroristica nell’area dei G5 del Sahel: Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Chiad. Ma Barkhane è soltanto l’ultima di una lunghissima serie di interventi in Africa che non ha visto cali d’intensità nemmeno durante la presidenza socialista di Mitterand.

Ma perché impegnarsi così tanto nell’area? Le motivazioni non possono che essere molteplici. Il terrorismo di matrice jihadista che ha colpito così duramente la Francia è senza dubbio una spiegazione. Un’altra potrebbe essere economica, ad esempio il Niger è il quarto esportatore di uranio a livello mondiale, abbiamo visto come tale risorsa sia vitale all’indipendenza energetica francese.

Le missioni all’estero portate avanti dai nostri cugini d’oltralpe non si fermano qui.

Consultando il rapporto del Ministère des Armées, “Les chiffres de la défense 2017-2018”, da cui è presa la carta, si evince come oltre alle Forces de Souveraineté che difendono i resti dell’impero coloniale francese, sono dispiegati altri 3.500 soldati in aree di importanza strategica quali: Senegal, Costa d’avorio, Gabon, Gibuti ed Emirati Arabi Uniti. L’Armée de l’air ha compiuto in agosto qualcosa di straordinario, portando i sui caccia Rafale fino ad Hanoi. Nel 1954 la caduta di Dien Bien Phu si era portata dietro le aspirazioni francesi nel sud-est asiatico ma ora un dispositivo aereo transalpino, comprendente anche cargo ed aerocisterne, si è lanciato nel cuore dell’area più calda del mondo a livello di confronto tra grandi potenze. Probabilmente Pechino, che ha numerose questioni aperte con il Vietnam, non ha gradito il riavvicinamento dei due antichi nemici ma sono i francesi che nella “Revue Strategique 2017” definiscono la PRC una potenza revisionista, ostile e con aspirazioni globali. Per ulteriori chiarimenti sui motivi di frizione tra Francia e Cina si legga qui e a trarne le dovute conclusioni.

Proiezione di potenza

Centro della capacità di proiezione francese è però la Marine Nationale che schiera nella Task Force 475 l’unica portaerei a propulsione nucleare non-statunitense del mondo, la Charles De Gaulle, a cui si aggiunge una consistente forza di superficie e 3 piattaforme d’assalto anfibio. Per attaccare dagli abissi la MN dispone di 6 sottomarini nucleari d’attacco, molto silenziosi, e 4 con missili balistici. Organizzati nella Force océanique stratégique essi costituiscono il pivot della difesa nazionale garantendo la second strike capability, in pratica l’assicurazione sulla vita della Francia. L’Armée de l’air conta quasi 230 aerei da combattimento, alcuni con capacità nucleare, e 78 da trasporto tattico e strategico. Da notare che la quasi totalità dei mezzi impiegati è di produzione nazionale.

Le già vaste capacità francesi saranno ulteriormente ampliate nei prossimi 5 anni da quasi 200 miliardi di stanziamenti previsti dal “Loi de Programmation Militaire 2019/2025”, sembra quindi ragionevole presumere sia un aumento dell’interventismo estero sia una maggiore spinta verso una difesa europea a traino francese.

Conclusioni

Risulta evidente come Parigi goda di una libertà nettamente superiore alle altre potenze del pianeta. Usa, Russia e Cina sono legate da logiche di confronto tra loro, Germania e Giappone non godono della piena libertà in politica estera e la Gran Bretagna non ha dimostrato particolare attitudine a intraprendere spregiudicatamente azioni all’estero negli ultimi anni. La Francia grazie al seggio permanente nel consiglio di sicurezza ONU, ad una degna capacità di proiezione e al suo arsenale nucleare è in grado fare di questa autonomia una ragione di vita. Con un peso economico e militare inferiore ai suoi competitor internazionali ha saputo, nell’arco dell’ultimo decennio, sfruttare situazioni caotiche per trarne vantaggio. Noi italiani, più di altri, abbiamo subito gli effetti di questa dottrina opportunistica, il caso Libico è esemplare di come un presidente transalpino possa permettersi di intervenire impunemente. È proprio qui che sta l’essenza di questa analisi. La Francia sebbene non sia un peso massimo è senza dubbio una grande potenza perfettamente in grado di assicurare la propria sopravvivenza e la propria prosperità mantenendo una sua sfera egemonica.

Exploring the Future of Russia’s Economy and Markets

“Exploring the Future of Russia’s Economy and Markets: Towards Sustainable Economic Development” è il titolo dell’ultimo libro di Bruno S. Sergi, pubblicato dalla casa editrice inglese Emerald Publishing il 6 novembre scorso.

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In questo testo l’autore, che svolge la sua attività didattica e di ricerca tra gli Stati Uniti d’America, l’Italia e Mosca, e che insegna The Economics of Emerging Markets e the Political Economy of Russia and China alla Harvard University (USA) ed Economia Internazionale all’Università di Messina, ci offre uno spaccato molto interessante ed approfondito di un aspetto poco dibattuto in Italia e cioè l’economia della Russia. Economia russa osservata da un punto di vista scientifico rigoroso e puntuale, attraverso il quale il lettore, sia esso un esperto della materia oppure chi si avvicina per la prima volta a tali tematiche, può immergersi in una lettura che appassiona e coinvolge senza mai stancare. In tale direzione va sottolineato come in ognuno dei suoi 13 capitoli venga affrontato un tema differente dell’economia russa, sempre con la stesso rigore ed accuratezza scientifica, focalizzando l’attenzione di volta in volta sugli aspetti più importanti delle vicende contemporanee dell’economia e della finanza russe, tenendo sempre presente le prospettive di sviluppo, inteso nel senso più ampio del termine, coniugando il tutto con le altalenanti e complesse vicende del contesto economico-finanziario globale. Grande spazio viene offerto a dati molto aggiornati (una novità non trascurabile) ed a fatti spesso poco conosciuti o poco dibattuti dal grande pubblico, il tutto in maniera tale da offrire al lettore un quadro completo delle variabili teoriche e pratiche esaminate nel testo.

Le problematiche affrontate offrono spunti di riflessione importanti, poiché esse stesse sono di fondamentale importanza per comprendere la Russia di oggi ed il suo modo di relazionarsi con il mondo ed in particolare con l’occidente. I temi trattati sono numerosi e vanno dalle sanzioni internazionali contro la Russia, ai periodi di crisi in Russia e la conseguente scarsa appetibilità del paese per gli investitori stranieri, la situazione del sistema bancario russo col “banking sistem” internazionale e l’adeguamento del sistema finanziario russo ai moderni sistemi tecnologici occidentali il quale riflette di fatto il ritardo in ambito di R&S e quindi tecnologico che è sempre stata una costante del paese già ai tempi dell’Unione Sovietica, così come molto interessanti appaiono i temi della green economy e della circular economy, quindi come possiamo notare nel libro, la cui lettura è sempre scorrevole ed interessante, troviamo accanto a grandi temi di finanza globale anche aspetti dell’economia locale e nazionale ma sempre con una chiave di lettura globale.

Le conclusioni che si possono trarre dalla lettura di questo testo sono molteplici, così come sono numerosi i temi trattatati ed analizzati. I nuovi scenari globali in evoluzione e la crescente velocità con cui cambiano le interazioni politiche ed economiche, ha comportato anche la necessità di ampliare i ragionamenti esposti nel testo sotto tanti punti di vista. In fine va evidenziato che le analisi trasversali e sotto più sfaccettature, consentono ai lettori con più esperienza di elaborare un’idea critica sull’argomento trattato, mentre i focus tematici affrontati nei vari capitoli possono essere utili ai diversi soggetti che operano nel mondo delle imprese così come agli studiosi di queste tematiche  per meglio operare nel contesto economico-finanziario attuale, ma anche e forse soprattutto a tutti coloro che per curiosità intendono informarsi su tali questioni, un libro per tutti insomma.

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione”

Parafrasando le parole del prof. Kerry Brown possiamo affermare che, se le mire della Cina riguardo la BRI in qualche modo sono state decifrate, almeno dalla maggior parte degli osservatori, diverso discorso se si parla di Africa. In questo caso le opinioni appaiono decisamente divergenti e a seguire si cercherà di dare conto di alcune di queste diverse visioni.

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La presenza cinese nel continente subsahariano

Sappiamo – vedi corso online a cura del prof. Marco Cochi – che gli specialisti di numerose discipline individuano principalmente tre aree di interesse in merito alla presenza cinese in Africa: 1) acquisizione di materie prime; 2) ricerca di nuovi mercati; 3) supporto africano nelle istituzioni internazionali.

Scriveva infatti pochi anni fa Giovanni Carbone che quello cinese non è tanto uno sbarco – in riferimento alla crescita esponenziale della presenza di Pechino nelle vicende del continente africano – quanto un ritorno. Infatti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si erano sviluppati dei legami con i paesi neoindipendenti della regione, motivati, secondo il politologo, da ragioni politico-ideologiche. Poi negli anni Ottanta una sorta di ripiegamento per una Cina interamente assorbita dal riprogettare il proprio sviluppo interno. Le cose cambiano nuovamente negli anni Novanta e in particolare nel 1993 quando la Cina divenne importatore netto di petrolio. La presenza economico-finanziaria avrebbe in seguito avuto un forte regia centrale, in presenza oltretutto dei forum Cina-Africa organizzati ogni tre anni. Secondo Carbone quindi gli obiettivi economici sono stati da subito cruciali, non fosse altro perché il paese asiatico è costantemente alla ricerca di combustibile. Per non parlare della prospettiva di sfruttare la produzione agricola di un continente a densità di popolazione relativa bassa. Non tutte rose e fiori, come intuibile, visto ad esempio le violente proteste nel 2008 in Zambia riguardo la presenza di manovalanza importata dalla Cina. Parimenti si evidenziano le ragioni politiche, come ad esempio la ricerca di alleati che appoggiassero una linea di non ingerenza di fronte ai massacri di Tiananmen. L’aspetto tipicamente “cinese” inoltre è che la grande potenza del sol levante ha prestato il suo sostegno – inteso anche come forniture di armi – senza discriminare i paesi in base ad eventuali loro mancanze in merito alla lesione di diritti umani. Salvo dover considerare la richiesta non negoziabile in merito alla “one-China policy”, ovvero la pretesa di non riconoscere ufficialmente Taiwan. Un aspetto che ci riporta al terzo punto.

Peraltro – ed è constatazione che riguarda questi ultimissimi anni – da quando Xi Jinping è salito al potere è scomparsa proprio ogni idea di riforma politica reale, la “democrazia è una parola che non ha mai pronunciato”; ed è quindi un contesto che ancor di più evidenzia l’atteggiamento cinese che, in Africa e altrove, non pone problemi riguardo l’eventuale lesione dei diritti umani, civili, politici, economici da parte dei suoi interlocutori internazionali.

Come ha scritto Simone Pieranni – e il concetto vale più che mai per il continente africano – “alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano barriere doganali a complicare le cose: per il resto ciascun stato faccia quello che vuole”. Insomma, una globalizzazione alla cinese che non contempla il politicamente corretto delle nostre democrazie.

Kerry Brown, che sembra più attento alle motivazioni politiche della Cina in Africa, ha scritto più diffusamente delle pressioni operate nei confronti dei paesi africani nel contesto della “battaglia per il riconoscimento diplomatico che si disputò tra la Repubblica di Cina a Taiwan e la RPC”.

Se poi è vero che Europa e Stati Uniti sono stati da sempre diffidenti sulla presenza cinese in Africa, non c’è dubbio che il passato colonialista degli occidentali non ha permesso di esprimere critiche senza finire di esser accusati di ipocrisia. Nel frattempo, anche gli studiosi, che magari guardavano con più attenzione alle strategie strettamente politiche dei cinesi, hanno dovuto prendere atto che nel XXI secolo la Cina continua ad essere presente e con atteggiamenti che non hanno nulla a che fare con la sfera ideologica. Uno studioso come Stephen Chan, che oltretutto ha vissuto diversi anni in Africa prima di trasferirsi in Gran Bretagna, ha parlato di una mentalità cinese chiusa e culturalmente insensibile – in riferimento alla presenza di lavoratori cinesi e alle metodologia di investimento – intendendo sostanzialmente che l’interazione economica e il comportamento cinese sono ormai ravvisabili per il loro carattere opportunistico, piuttosto che guidati da un progetto strategico ampio e pienamente intellegibile.

Mentalità – ripetiamolo ancora – che si è scontrata con i sospetti di una popolazione autoctona molto urtata dal fatto che i beni cinesi stessero invadendo i mercati locali e che i lavoratori asiatici potessero togliere loro il lavoro.

Forse più allarmanti le analisi di Antonio Selvatici che riguardo la presenza cinese in Africa scrive di una “tendenza consolidata di conquista”, di Africa come “primo obiettivo della strategia d’espansione cinese”

Negli ultimi anni, fa ancora notare Kerry Brown, si è assistito ad una parziale svolta nei rapporti tra Cina e Africa, in particolare in riferimento ai nuovi piani a lungo termine che hanno voluto dire incrementare la presenza militare. Consideriamo infatti che la Cina non è ancora una vera e propria potenza marittima, ma Xi Jinping ha inteso stabilire un avamposto nel corno d’Africa, ovvero nel povero stato di Gibuti. Le autorità cinesi hanno ribadito che la realizzazione di questo avamposto rappresenta innanzitutto una protezione per le navi che trasportano il petrolio dal Medio Oriente (con conseguenti investimenti nella costruzione di aeroporti): una risposta ufficiale a quegli analisti statunitensi che in questo distaccamento cinese in terra d’Africa vi hanno visto semmai una strategia di Xi Jinping, ormai intento a trasformare l’assetto militare cinese ben al di là della difesa dei confini nazionali.

 

Conclusioni

Possiamo rilevare che Xi Jinping riguardo il continente africano non si è ancora espresso diffusamente con narrazioni enfatiche e quindi il ruolo della Cina in Africa agli occhi degli osservatori rimane ancor di più enigmatico. Una situazione in divenire, non del tutto chiara, che quindi ci riporta al titolo di “una storia in cerca di copione”.

Le aziende e il rischio politico nel mondo insicuro del XXI secolo: nuovi modelli di analisi e gestione

Le aziende a vocazione internazionale (global brand o anche semplici PMI), non di certo nuove al problema della gestione del rischio paese (country risk),  da oltre un ventennio vedono i propri team di risk management sempre più impegnati con una nuova fattispecie di danno potenziale, quello derivante dal rischio politico nell’era della globalizzazione e della digital transformation. Impatti sul business conseguenti da tensioni o conflitti su scenari locali, da crisi su supply chain eccessivamente delocalizzate o minacce provenienti dal mondo cyber, rappresentano una realtà molto frequente con cui confrontarsi quotidianamente. Un saggio intitolato Political Risk: How Businesses and Organizations Can Anticipate Global Insecurity (Twelve, London, May 2018), a firma Condoleezza Rice (ex segretario di stato USA alla presidenza Bush e ora docente a Stanford) e Amy Zegart (scienziata della politica a Stanford University), si pone come obiettivo quello di perimetrare un ambito ancora incerto e spesso non adeguatamente presidiato.     

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Il Rischio Politico alle prese con la nuova normalità

La categoria del rischio politico non è di per sé nuova, nel mondo bipolare pre 11/09 e pre rivoluzione digitale, veniva inclusa all’interno del concetto più generale di country risk, ovvero di tutte quelle analisi che servivano (e servono) a determinare i potenziali danni economici e commerciali derivanti dall’opportunità di operare investimenti in un paese estero. Il rischio politico era solo uno dei possibili parametri presi in esame.

Oggi appare via via più chiaro come la categoria dell’analisi del rischio politico va assumendo sempre più una dignità peculiare, poiché non più riconducibile al solo monitoraggio della stabilità di un paese terzo. Banalizzando si potrebbe affermare che nel mondo “normale”, l’attenzione degli analisti andava al dittatore di turno dagli orientamenti mutevoli o al colonnello che minacciava un colpo di stato, l’incubo peggiore da prevedere e monitorare era la nazionalizzazione delle imprese straniere.

Nel mondo della “nuova normalità” lo spettro delle possibili minacce si è ampiamente allargato e gli incubi notturni dei CEO delle grandi corporation e degli imprenditori, non si presentano più nelle sembianze dei Gheddafi di ieri o dei Chávez di oggi, bensì nelle fattezze dell’hacker che dalla città di Ramnicu Valcea, decide di violare e diffondere le mail aziendali, dell’attivista del Chapas che prende in mano uno smartphone e scatena una campagna virale a livello mondiale o del burocrate di Bruxelles che all’ultimo momento blocca una fusione per cui le borse già festeggiavano.

 

Country Risk e/o Political Risk, un problema epistemologico

Alla luce di tali cambiamenti, il concetto di rischio politico non solo assume una dimensione preponderante, ma va anche rivisto e ri-perimetrato e per farlo è necessario, come ha scritto Cecilia Emma Sottilotta: “(ri)partire dai fondamenti epistemologici del rischio politico, ovvero determinarne chiaramente la teoria e modellizzare l’analisi” (in Rethinking Political Risk: Concepts, Theories, Challenges, Routledge, London, October, 2016).

Una riperimetrazione non può ovviamente eludere il tema della definizione. Volendo andare a chiarire l’ambito possiamo affermare che è rischio politico qualsiasi evento politicamente indotto, che abbia la capacità provocare forti distorsioni sulle funzionalità di un’impresa.

Esauriti tali passaggi preliminari, non scontati e tutt’altro che agevoli, rimane comunque un’ultima domanda: è possibile per gli executive delle grandi corporation internazionali, attivandosi o applicando modelli standardizzati, eliminare del tutto tale minaccia?

Il saggio a firma Rice/Zegrat precedentemente citato, peraltro esito delle lezioni congiunte delle due autrici tenute negli ultimi sei anni per l’MBA di Stanford University intitolato Managing Global Political Risk, ha la pretesa di rispondere a tali quesiti, assegnando piena dignità alla categoria del rischio politico, proponendo un modello di approccio e gestione dello stesso e ammettendo, implicitamente, l’impossibilità di annullarlo, seppur indicando parallelamente ampi margini di contenimento e strategie di risposta rapida ed efficace.

 

Living in a VUCA World: cinque shock globali che hanno scosso il mondo e i cui effetti tardano ad esaurirsi

Nel maggio del 2012 il McKinsey Quarterly dedicato al Political Risk (intitolato: Agile operations for volatile times), si concludeva con le seguenti parole: “In molti settori, l’ondata crescente di volatilità, incertezza e complessità aziendale sta turbando i mercati e modificando la natura della concorrenza. Le aziende che riescono a percepire, valutare e rispondere a queste pressioni più velocemente rispetto ai concorrenti saranno più brave a cogliere le opportunità e mitigare i rischi al ribasso”. Tale assunto si collocava nello scenario che vedeva grandi corporation e nazioni intere, alle prese con i postumi della crisi del debito sovrano esplosa nel 2011.

L’articolo del McKinsey Quarterly descriveva a tutti gli effetti quello che in molti, prendendo a prestito un termine di derivazione militare, definiscono uno scenario VUCA (acronimo formato dalle parole Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity). Il mondo VUCA è a tutti gli effetti il mondo post 11 Settembre.

Partendo da presupposti come questi, le due studiose di Stanford, Condoleezza Rice e Amy Zegart, hanno individuato cinque shock con impatto su scala globale che,  dalla fine della guerra fredda, hanno scosso il mondo politico e quindi provocato serie conseguenze su quello economico, con effetti spesso nefasti sulle grandi corporation. L’effetto di tali shock non si è esaurito con l’evento che li ha generati, ma sta ancora provocando i propri esiti. Un analista che abbia come obiettivo quello di mitigare gli impatti del rischio politico non può non tenerne conto. Vediamoli:

  1. il primo, in ordine cronologico e probabilmente anche “padre” di tutti gli altri, è l’11 Settembre. Per la prima volta dal 1648, epoca in cui il Trattato di Westfalia sancì la nascita degli Stati moderni, un attacco militare su scala globale è avvenuto e maturato non da una potenza straniera, ma in uno scenario terroristico e asimmetrico;
  2. il secondo shock è la crisi finanziaria del 2008 (crack di Lehman Brothers e Bear Stearns) e conseguente crisi del debito sovrano del 2011, che poi ha innescato problemi quali la perdita di posti di lavoro, la contrazione delle commesse e il credit crunch;
  3. il terzo è rappresentato dalle Primavere Arabe iniziate alla fine del 2010. Queste hanno messo in crisi l’assetto del Medio Oriente, così come era stato disegnato dagli accordi Sykes-Picot del 1916 e scatenato la guerra civile siriana e il caos libico, innescando le grandi migrazioni sulle rotte del Mediterraneo e dei Balcani, evento che ha favorito il ritorno dei movimenti xenofobi o nazionalisti nel vecchio continente;
  4. il quarto è la fine del sogno egemonico americano. Dopo l’azione in Afghanistan e il pantano iracheno, diverse potenze su scala regionale (Iran) e mondiale (Russia e soprattutto Cina), si sono impegnate attivamente su scenari locali (il Medio Oriente, l’Ucraina e il Mar Cinese Meridionale). Tale impegno non si è tradotto solo sul campo, ma anche nell’infosfera. Il quinto dominio è divenuto luogo di contesa internazionale in cui sempre più spesso imprese e apparati statali, sono vittima di cyber minacce;
  5. il quinto ed ultimo shock è dato dalla globalizzazione non gestita che, paradossalmente, ha fatto rinascere fenomeni che sembravano morti e sepolti nel secolo scorso quali, nativismo, protezionismo, populismo e isolazionismo. La Brexit e le tensioni in Catalogna e Scozia ne sono esempio. Ma anche le guerre commerciali, gli irrigidimenti normativi che bloccano il libero scambio, l’aumentare della corruzione, la stretta sull’utilizzo delle risorse naturali di un paese e le campagne virali a livello social ne sono conseguenza.

Oggi tutti i player a livello globale sono chiamati a fare i conti con tali fenomeni, a misurarne gli impatti e possibilmente a contenerli.

 

La formula del rischio e i nuovi fattori di minaccia

Esistono diverse formule per misurare l’impatto del rischio, in finanza ad esempio viene utilizzato il VaR (Value at Risk) e diversi modelli, ad esempio il metodo Monte Carlo o i Red Team.

Una formula largamente utilizzata nel risk management, è quella che definisce il “rischio” come il risultato del rapporto matematico tra un coefficiente al nominatore (dettato la moltiplicazione fra tre fattori: minaccia, vulnerabilità e impatto) e coefficiente al denominatore (la misura del sistema di sicurezza messo in atto).
Al di là delle formule matematiche, inattaccabili nella teoria, ma difficilmente replicabili nella pratica, il contenimento degli impatti del rischio politico, nella teorizzazione delle due scienziate della politica di Stanford, passa in primis dal riconoscimento di tre megatrend corrispondenti a diverse categorie di minaccia, figli dei cinque shock precedentemente esplicitati:

  • il caos globale, introdotto dalla fine del mondo bipolare e dall’incapacità statunitense di aver saputo sostituire al modello bipolare una pax globale americana;
  • la globalizzazione, che ha periferizzato e delocalizzato la produzione in paesi dal costo del lavoro più basso, allungando la catena della supply chain;
  • la digital trasformation, che ha messo online le “periferie” del mondo e gli attivisti, semplificando in maniera esponenziale la facilità di organizzare campagne globali virali.

Tali rischi non sono di per sé puri, in molti casi si manifestano in una modalità ancora più micidiale, quella che vede mischiarsi una pluralità di fattori. Vediamone alcuni esempi.

Quale l’impatto su un’organizzazione internazionale orientata al business e dal forte appeal, può derivare da una inattesa crisi di area tra due o più attori nazionali? Tradotto, quali impatti sta provocando o provocherà, ad esempio sulla FIFA, la crisi tra Qatar (paese organizzatore del Mondiale 2022) e l’Arabia Saudita? Certo, tale crisi nel 2010, anno di assegnazione del Mondiale al Qatar, era ben difficilmente prevedibile, anche se gli analisti sanno bene che tra le due petrolmonarchie  vi è storicamente una rivalità politica con ricadute sulla sfera religiosa, il Qatar è il principale sponsor dei Fratelli Musulmani, l’Arabia Saudita invece sostiene più o meno apertamente la galassia di del radicalismo wahhabita. Ciò nonostante nessuno poteva prevedere l’attuale deriva. Quali piani di back up sono stati approvati per garantire la continuità dell’evento laddove la crisi dovesse peggiorare?

Un altro esempio è quello dato dallo scatenarsi di tensioni sociali interne ad un paese, amplificate e accelerate dall’uso dei social media che in breve tempo non solo estendono l’incendio, ma ne danno evidenza a livello internazionale. Se poi ad alimentare l’incendio, interviene anche un attore terzo, agendo con operazioni di cyber disseminazione sui social media, allora il danno è certo.

Poche settimane fa l’FMI ha diffuso le “raccomandazioni” per tutta una serie di paesi del levante arabo, dall’Egitto al Libano, fino alla Giordania. In Giordania, alla luce dei provvedimenti di stretta economica presi dal governo si è immediatamente accesa una protesta che in poche ore stava prendendo la forma di una nuova Primavera Araba, gli hastag sui social a sostegno delle proteste di piazza ad Amman, erano gli stessi delle “primavere” del 2011 che hanno portato alla crisi siriana. Erano tutti veri? Molti probabilmente si, ma non si può escludere che tra i tweet, i retweet, i like e i commenti, non vi fosse anche l’azione di troll e bot con l’obiettivo di amplificare l’incendio. Fatto sta che le monarchie del golfo, seppur divise fra loro, sono intervenute pesantemente per rifinanziare il debito giordano e spegnere sul nascere la necessità di riforme troppo radicali. Arabia Saudita e EAU hanno donato 2,5 miliardi di U$D, il Qatar è intervenuto con ulteriori 500 milioni. Andavano difesi gli interessi e investimenti nel paese hashemita e allo stesso tempo impedita sul nascere una nuova primavera araba, che avrebbe potuto propagare i propri effetti sulla stabilità degli affari e dei regimi stessi del Golfo.

 

Il Rischio Politico per l’ENI: un caso di attualità in queste ore

Un ultimo esempio ci riguarda da vicino. Recentemente Mellitah Oil & Gas, società compartecipata dalla compagnia petrolifera nazionale della Libia (National Oil Corporation – NOC), ha siglato un accordo con ENI, per l’avviamento della produzione della “Fase 2” del progetto offshore Bahr Essalam. I primi due pozzi per l’estrazione del gas verranno messi in produzione in brevissimo tempo e in autunno ne entreranno a regime altri sette. Si tratta chiaramente di una buona notizia, che tuttavia si porta dietro una serie di implicazioni tutte largamente afferenti alla categoria del rischio politico.

In primis l’accordo è stato firmato solo con la componente che fa capo al governo di accordo nazionale guidato da Fayez Al-Sarraj, in Cirenaica l’uomo forte, il generale Khalifa Haftar, che controlla l’est del paese e il premier del governo non riconosciuto Abdullah al Thinni, non hanno certo preso bene la notizia. Ulteriore elemento da monitorare è l’atteggiamento francese, la Francia sta infatti giocando in Libia un ruolo ambiguo, e non ha mai fatto mancare il sostegno al generale Haftar. Vi è poi la concorrenza della Total che, esclusa dalla partita di Bahr Essalam,  già in marzo aveva subito un ulteriore schiaffo, allorché aveva acquistato dall’americana Marathon Oil, il 16% della Waha Oil Company, per 450 milioni di U$D, per poi vedersi invalidare l’accordo dal governo di Tripoli e della NOC che, con il suo 59.18 %, ha il controllo dell’asset acquistato dalla compagnia francese.

Nelle ultime settimane la tensione a Tripoli è salita oltre i livelli di guardia, la 7/a Brigata, una milizia che controlla la città di Tarhouna, comandata dal Abdel Rahim Al Kani, ha tentato di “prendere Tripoli” e rovesciare il governo di Al-Sarraj. Secondo molti analisti dietro l’azione c’era la mano di Haftar, qualcun altro si è spinto ancora più oltre, chiamando in causa il governo Macron. Il capo ribelle che ha diretto l’attacco ha dichiarato che l’azione si è resa necessaria per: “liberare Tripoli dai terroristi del furto“. Oggetto del “furto” è, principalmente, la torta del petrolio gestita dalla NOC. L’attacco alla sede dell’ente petrolifero nazionale, avvenuto pochi giorni dopo la fine dei combattimenti e a cessate il fuoco in atto, azione attribuita da Al-Sarraji all’Isis libico, ha finito per completare il quadro della complessità. Tutto ciò per dire che sulla sicurezza dell’investimento di ENI gravitano una molteplicità di rischi, tutti da mappare e monitorare.

 

Un nuovo modello di analisi del rischio politico

Le evidenze sin qui espresse, il buon senso e, non ultimo, un sano realismo, ci permettono di dire che il rischio politico non è eliminabile, semplicemente va gestito. Per farlo le due studiose di Stanford propongono un modello basato su quattro fasi, ciascuna caratterizzata da tre domande chiave.

Le quattro fasi sono:

  1. Capire qual è la propensione al rischio di una certa organizzazione, capire se tale propensione è condivisa da tutti i vertici e le figure chiave dell’azienda, capire infine come ridurre i punti ciechi, favorendo il lavoro di immaginazione creativa e combattendo il rischio di omologazione derivante dal pensiero di gruppo (conformismo, overconfidence o omogeneità del background culturale dei decisori);
  2. Analizzare i processi alla base dell’approvvigionamento di informazioni utili a valutare i rischi, garantendo un’analisi rigorosa e avendo certezza che ogni decisione a livello di alto management tenga conto anche di tali analisi;
  3. Attenuare, i possibili impatti derivanti da una crisi oramai esplosa, riducendo l’esposizione sui rischi precedentemente individuati, avendo quindi in house capacità di reazione rapida, attraverso un team di pronto intervento;
  4. Rispondere in maniera efficace, mappando in maniera puntuale, come si usa ad esempio nel Clinical Risk Management, i near miss (potenziali danni, per fortuna non verificatisi, derivanti da un particolare trattamento), e sviluppando quindi meccanismi per l’apprendimento continuo.

 

Pianificazione strategica vs gestione della crisi: i limiti di un approccio evenemenziale

Il modello di rischio proposto dalle due studiose di Stanford, secondo l’esperienza delle due proponenti, dimostra la propria efficacia laddove venga applicato in maniera puntuale. In caso contrario, l’esperienza delle due studiose, dimostra come vincoli di tipo psicologico impediscano al risk management di sviluppare strategie efficaci contro il rischio politico. Tali vincoli sono stati definiti “Five Hards” e sono:

  1. la difficoltà/voglia di incentivare e premiare costose politiche a protezione di potenziali cattive notizie che nessuno vuole sentire, e la cui quantificazione in termini di benefici di ritorno è sempre discutibile;
  2. la difficoltà/voglia di capire in profondità certi fenomeni, confondendo una bassa probabilità che un evento accada, con zero probabilità. Vedi il caso Brexit e i sondaggi che davano il “remain” all’88%;
  3. la difficoltà/voglia di misurare il rischio politico, mentre con il VaR in finanza è agevolmente misurabile una potenziale perdita in uno scenario di confidenza, in un dato orizzonte temporale, nel caso del rischio politico spesso la misura è qualitativa;
  4. la difficoltà ad aggiornare gli scenari, vista la quantità/qualità di competenze necessarie;
  5. la difficoltà di farsi ascoltare dai vertici.

A riprova di ciò viene citata nel saggio l’affermazione di Peter Thiel, fondatore di Pay Pal e guru della Silicon Valley, il quale ha affermato che misurare il rischio politico è allo stesso tempo essenziale e sfuggente, la frase esatta è: “Fortuna e rischio sono parole ambigue, possono significare qualcosa per la natura metafisica dell’universo, dove le cose sono solo casuali o fortuite. [Negli affari è diverso], quando incontri il rischio, vuoi che ti risponda, vuoi potergli chiedere dove si sta andando, cosa può succedere”.

Tale affermazione è ampiamente suffragata da un’altra ricerca McKinsey del maggio 2016, intitolata “Geostrategic risks on the rise”, che conferma che solo un quarto degli executive di grandi aziende si è dotato di un processo formale di analisi e gestione del rischio politico, ammettendo (nel 43% dei casi), di affrontare il tema solo una volta che il “caso” è scoppiato. Tale soluzione, ancora largamente agita, è però ritenuta valida solo dal 29% degli stessi rispondenti. La stessa ricerca riporta anche che viene fatto largo uso di report acquistati da think tank esterni (il 40% del campione se ne serve), ma che anche in questo caso la percentuale tra gli intervistati che ritiene che tale misura sia realmente efficace, non supera il 30%. Solo il 18% del campione affermava di aver implementato “Metodologie di scenario complete, integrate nel processo di pianificazione strategica”, ammettendo nel 52% dei casi (NB: qui le percentuali tra il “farlo” e il “crederci” finalmente si invertono sensibilmente), la bontà di tale approccio.

In sintesi la ricerca McKinsey conferma che un approccio evenemenziale, è ancora oggi molto agito, pur rappresentando una soluzione largamente inadeguata ai tempi che corriamo e alla qualità, diversità e velocità delle possibili minacce. A farla da padrone è ancora uno dei più pericolosi bias, quello dell’ottimismo, a cui si può rispondere solo con una buona dose di processi strutturati, accompagnati dall’intuito e dalle capacità inferenziali dei decisori, insomma un mix efficace di struttura e logica fuzzy, la sola capace di far prendere decisioni razionali in ambienti caratterizzati da incertezze e imprecisioni.

Ammettendo quindi che la categoria del rischio politico, più di altre si presta spesso al paradosso in cui determinati enunciati sono contemporaneamente veri e falsi, o per dirla in altri termini “sfumati”, caratteristica paradigmatica della logica fuzzy, allora possiamo serenamente accettare una “sentenza” illuminante della stessa Zegart, che in un suo speech per la presentazione del libro dello scorso maggio scorso 11 maggio all’Hoower Institution, ha concluso dicendo che: “… il rischio politico non è realmente quantificabile, esso implica percezioni, emozioni, e intenzioni, in altre parole non esistono algoritmi perfetti”.

Australia, un alfiere sotto scacco

L’Australia è una delle grandi economie mondiali. Con un PIL pari a 1.051 miliardi di Euro (nel 2017) l’Australia non mostra alcun segno di regressione dal 1991 e pur avendo avuto un calo nel settore minerario, ha saputo convertire la sua economia valorizzando il terziario.

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Pur venendo considerata da un punto di vista politico e diplomatico una potenza “occidentale” l’Australia ha nel mondo Orientale i suoi principali interessi economici e le attuali trasformazioni, e crisi, di questo mercato rischiano di pesare notevolmente sulla sua economia. Per fare un esempio pratico, si deve considerare che il 64% delle esportazioni australiane sono tutte indirizzate verso il mercato asiatico con un ruolo non secondario riservato all’ASEAN.

OZ e lo Stivale

Uno dei principali motivi della crescita dell’Australia va ricercato proprio nei rapporti di reciproco vantaggio creati con la Cina, che ha permesso allo stato dell’Oceania di utilizzare la travolgente crescita di Pechino come un volano per la propria economia. A questo si affiancano politiche intelligenti di apertura del mercato con un taglio notevole dato ai costi dell’import/export che ha facilitato lo spostamento delle merci in favore dell’Australia.

In questo scenario i rapporti fra l’Italia e l’Australia possono apparire minoritari se visti nel contesto dei grandi traffici, ma rappresentano comunque un elemento importante, soprattutto per l’Italia. Se infatti le esportazioni Australiane verso l’Italia sono sostanzialmente in ribasso dal 2010, al contrario le esportazioni di Roma verso Canberra hanno subito dal 1988 in poi una crescita sostanzialmente ininterrotta. Tutto ciò senza considerare che ad oggi vivono in Australia quasi un milione di persone discendenti da immigrati italiani e 1.850.00 persone che risiedono in Australia sono nate in Italia. Occuparsi quindi della “salute” economica dell’Australia significa occuparsi di qualcosa meno distante di quel che potrebbe sembrare.

Una simile solidità economica si basa sulla capacità di attrarre grandi investimenti stranieri, trattenendo in patria i vantaggi derivati da queste transazioni. Non deve stupire quindi che alla relativa crisi del mercato minerario australiano abbia subito fatto seguito una manovra finalizzata all’acquisto di giacimenti oggi al ribasso. Di pochi giorni fa è la notizia del grande acquisto fatto dal colosso svizzero dell’estrazione Glencore di svariati siti finalizzati all’estrazione di carbone, a chiusura di una manovra iniziata l’anno scorso e per un transito complessivo di 2.8 miliardi di dollari.

Eppure tutto questo quadro idilliaco mostra delle crepe, su cui oggi ci concentriamo tentando di capire se sono solo lievi increspature o segnali preoccupanti di difetti strutturali presenti nell’economia australiana.

Le crepe di un sistema perfetto

Il primo campanello di allarme dell’economia australiana è rappresentato dal rapporto del debito familiare con il PIL del paese. Se infatti la continua domanda di prodotti dalla Cina permette all’Australia di mantenere un mercato fiorente e attivo, il debito familiare medio in australia è pari al 200% del PIL, ciò significa che la crisi del 2008 non è stata completamente superata ma trattata per lo più come la classica polvere sotto il tappeto. Un simile comportamento potenzialmente pericoloso non è sfuggito né al Governatore della Reserve Bank Philip Lowe né al Fondo Monetario internazionale che hanno entrambi ammonito l’Australia dei pericoli derivanti dalla continua crescita del debito.

A queste osservazioni si aggiungono le trionfanti osservazioni di Bruce Hockman dell’Australian Bureau of Statistics, le quali però non possono celare un effettivo rallentamento della crescita del paese seppur ancora notevole.

Tornando agli eventi attuali, è chiaro ora in che modo la guerra dei Dazi fra U.S.A. e Cina possa influenzare negativamente il mercato australiano. Prima di tutto bisogna analizzare il fenomeno secondo un’ottica tecnica e storica: la Guerra dei Dazi, o guerra Commerciale, è quell’azione per cui un paese innalza drasticamente le tasse sull’import/export dei prodotti della nazione, nel tentativo di proteggere il mercato interno ma favorendo di fatto una risposta immediata dagli altri mercati che fanno, se è concesso dirlo, catenaccio intorno allo stato in questione. Gli effetti di tali Guerre Commerciale influenzano notevolmente l’economia reale dell’intero sistema mondo, e molti considerano la prima guerra commerciale del 1930 come un elemento fondamentale per l’ascesa dei nazionalismi in Europa con l’aggravarsi della crisi del ‘29.

Pur considerando che nessuno ha mai vinto una guerra dei dazi, le quali si risolvono spesso solo in un indebolimento complessivo del mercato, Trump ha rispettato la parola data agli elettori e ha imboccato questa via.  L’Australia si pone nel mezzo di questa diatriba ed ha tutto da perdere da una guerra dei Dazi. Si tratta in sostanza di una economia elastica, che vive del transito dei beni di altre nazioni sul suo territorio. Inoltre dal 2000 in poi l’Australia ha nella Cina il suo partner economico di eccellenza, il quale ricopre il ruolo di principale importatore delle merci Australiane, ed al secondo posto troviamo proprio gli Stati Uniti. Un inasprimento dei rapporti fra le due superpotenze colloca questo Alfiere in uno scenario complesso, costretto a destreggiarsi lungo una scacchiera puntellata di ostacoli al punto tale che rischia una Forzatura verso una casella rischiosa, in questo caso, la recessione. L’economia Australiana è attualmente in grado di gestire le sue fratture, ma se improvvisamente la mole di merci e capitali in transito dovesse ridursi, quei piccoli difetti potrebbero rivelarsi fatali. L’Australia è un alleato importante degli Stati Uniti ma non bisogna dimenticare che solo il 29% degli australiani si è mostrato favorevole all’ascesa di Donald Trump e se le sue scelte dovessero rivelarsi fatali per l’economia di Canberra, il governo sarebbe spinto ancor più verso un avvicinamento al mercato e alla politica Cinese, peggiorando la già precaria situazione della politica estera statunitense nel pacifico.

Interesse nazionale e investimenti stranieri: la riforma del CFIUS

Mentre le imprese cinesi versano fondi nelle promettenti start-up della Silicon Valley, acquisendo un significativo know how tecnologico, negli Stati Uniti d’America molti esperti di sicurezza nazionale temono che la Cina possa presto diventare la prima potenza tecnologica del mondo.

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Per questo negli Stati Uniti esiste il Committee on Foreign Investments in the United States (CFIUS), istituito dal presidente Gerald Ford nel 1975 e presieduto dal Segretario al Tesoro. Al suo interno vi lavorano rappresentanti di 16 dipartimenti e agenzie statunitensi, tra cui i dipartimenti di, Stato, Difesa, Commercio e Sicurezza Interna. Il Comitato è responsabile della revisione di fusioni e acquisizioni estere di aziende statunitensi, analizzando le implicazioni per la sicurezza nazionale degli investimenti stranieri nell’economia americana, ed in particolare in taluni specifici settori strategici, tra cui la sicurezza, la tecnologia, le telecomunicazioni, le infrastrutture e l’energia.

Quindi se il CFIUS determina che una transazione pone rischi per la sicurezza nazionale, può imporre requisiti all’accordo per mitigare il rischio, o in alternativa riferire al Presidente che ha l’autorità per bloccarla.

Il Comitato ha il potere di avviare l’esame di un’operazione a seguito della notifica volontaria da parte degli investitori oppure dopo aver ricevuto una segnalazione da parte di terzi. A questo punto ha 30 giorni per autorizzare l’operazione oppure intraprendere un’indagine. In quest’ultimo caso, il CFIUS ha ulteriori 45 giorni per decidere se autorizzare o negare la transazione.

Ogni anno, il Comitato redige e pubblica una relazione in cui individua le aree su cui ha concentrato maggiormente il proprio controllo.

Una delle ultime operazioni ad essere stata bloccata, riguarda il tentativo di un fondo cinese di acquisire la Lattice Semiconductor Corporation, società statunitense specializzata nella produzione di dispositivi logici ad alte prestazioni.

Per far fronte al crescente pericolo di acquisizioni estere di settori strategici, soprattutto cinesi, lo scorso novembre è stata introdotta da membri bipartisan della Camera e del Senato degli Stati Uniti, la Foreign Investment Risk Review Modernization Act (FIRMMA).

Secondo la normativa vigente, il CFIUS interviene laddove un investitore straniero acquisisce il  pieno controllo di un’impresa operante negli Stati Uniti. I critici dell’attuale legislazione suggeriscono che anche se alcune transazioni (in particolare nel settore dell’alta tecnologia) non determinano un pieno controllo straniero di un’impresa, la stessa debba comunque essere posta sotto il controllo del CFIUS. Questo perché la tecnologia può comunque essere condivisa facilmente con un paese straniero.

Se la FIRMMA diventasse effettivamente legge, verrebbero introdotte nuove categorie di transazioni che sarebbero soggette alla giurisdizione del CFIUS. In particolare si renderebbe necessaria una revisione per:

  • i trasferimenti di proprietà intellettuale ad un’impresa straniera attraverso una joint venture o qualsiasi altro accordo, di società operanti nel settore dell’alta tecnologia;
  • le acquisizioni di società attive nei settori tecnologici ed infrastrutturali critici, che consentano l’accesso a informazioni tecniche riservate o a dati finanziari non disponibili ad altri azionisti;
  • l’acquisto o la locazione di immobili, in prossimità di installazioni militari o ad altre strutture ritenute di importanza strategica.

Alcuni sostengono che una legislazione più stringente sia contraria alla promozione americana del libero commercio. Potrebbe essere vero, ma è pur vero che il capitalismo guidato dallo stato cinese rende difficile distinguere le imprese private da quelle di proprietà statale.

Inoltre, la Cina è sembrata finora poco incline a consentire investimenti esteri privati ​​in molti settori chiave della sua economia.

Pechino è stata anche esplicita in merito alle sue aspirazioni di dominio tecnologico. Lo sforzo del governo cinese per diventare leader globale in campi d’avanguardia come auto elettriche, intelligenza artificiale, robotica e altre cruciali tecnologie del futuro è ormai evidente. Il trasferimento di tecnologie diviene perciò una questione nevralgica, da un lato, per gli obiettivi di sviluppo di Pechino e, dall’altro, per la difesa e la sopravvivenza dell’industria statunitense.

Articolo originariamente apparso su Formiche.