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L’OMC ai suoi 25 anni, tra protezionismo commerciale trumpiano e crisi del multilateralismo

L’ OMC (conosciuta anche come WTO, secondo l’acronimo inglese) il 1° gennaio ha compiuto 25 anni ma senza poterli festeggiare. Le candeline del suo successo sono state inesorabilmente spente dal vento del protezionismo commerciale trumpiano e dai risvolti di belligeranza economica Usa/Cina e Usa/Ue. Come noto, a partire dal 10 dicembre scorso, l’Organo di Appello si ritrova con un solo giudice, di origine cinese (tra l’altro) e impossibilitato a raggiungere un quorum per la definizione di nuove controversie tra gli Stati membri. Una impossibilità che si traduce in una situazione di crisi della stessa organizzazione internazionale dovuta alla volontà di Washington di non collaborare, in seno al DSB, alla nomina di nuovi giudici (ben 6) affinché l’Organo torni ad operare a pieno regime. Le ragioni della fase di stallo che sta colpendo la capacità di risoluzione delle controversie dell’OMC sono molteplici, alcune storicamente insite nel processo di formazione della organizzazione stessa, altre contingenti alla situazione economico-finanziaria mondiale.

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Ragioni storiche: il lato oscuro del multilateralismo…

L’OMC può definirsi un’organizzazione relativamente giovane, eppure espressione di una ideologia ormai già fortemente discussa agli albori del 1995, quando essa vede la luce, rappresentandosi come uno dei baluardi istituzionali dell’orientamento politico internazionale di matrice multilaterale.

È nel periodo successivo al secondo conflitto bellico mondiale che si leva una forte tendenza multilaterale nelle relazioni internazionali. Il mostro della guerra e degli egoismi nazionalistici appariva suscettibile di essere combattuto con nuove modalità di negoziazione di accordi, di vigilanza sulla loro osservanza, di soluzione delle controversie, in altri termini di gestione dei rapporti fra gli Stati. Ciò anche a fronte della necessità di tenere in debito conto i mutati rapporti di forza fra protagonisti della Global Society, le loro mutate esigenze nonché l’inarrestabile movimento tellurico delle aree coloniali. I tavoli di concertazione multilaterali si andavano, così, affermando come lo strumento principe per interpretare la pluralità e l’auspicata egualità geopolitica dei diversi soggetti della società internazionale; come una nuova frontiera della diplomazia a carattere plurilaterale e collettivo, idonea a creare, in alcuni casi, anche strutture istituzionali stabili e consolidate. Costrutti tipici di questa ideologia sono stati l’ONU, sul piano della sicurezza e dell’ordine internazionale e il sistema di Bretton Woods (costituito dal connubio FMI e BM), sul piano economico-finanziario. Ma come ogni ideologia anche il multilateralismo presenta un suo “lato oscuro, coincidente con la facile malleabilità delle potenze minori agli interessi egemonici. Taluni osservatori, non a caso, lo hanno qualificato come ulteriore strategia messa a punto dagli Usa per affermare e consolidare, a livello globale, il modello politico ed economico neoliberale. Ed una prova è rinvenibile nella natura elitaria del Consiglio di Sicurezza ONU e nelle modalità di calcolo dei voti nell’ambito degli organi decisionali del FMI e della BM. In tal modo, i principi egualitari e universalistici, fondanti il nuovo ordine mondiale, hanno via via perso quel carattere di inclusività che li aveva culturalmente generati. Non a caso, ben due (Cina, Urss) dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non hanno inteso, poi, aderire agli Accordi di Bretton Woods per una non sentita condivisione dei valori diramati mediante il multilateralismo ONU.

…gli egoismi mai sopiti,

Un multilateralismo che incomincia a scricchiolare contestualmente alla sua affermazione. E i segni di maggiore instabilità si evidenziano nella mancata ratifica, da parte del Congresso americano, della Carta dell’Avana istitutiva dell’ITO (organizzazione internazionale del commercio) che avrebbe completato il quadro istituzionale internazionale teorizzato a San Francisco. Nella consapevolezza di una sempre maggiore integrazione e intensità degli scambi commerciali, si era voluto affidare la direzione e il controllo dei processi economico-commerciali mondiali al FMI, alla BM e all’ITO. Ma le spinte sovraniste e protezionistiche, mostrate dal Congresso americano, nella primavera del ’48, convinsero il presidente Truman a non sottoporre a ratifica la Carta dell’Avana, destinandola all’insuccesso. L’affermazione del bipolarismo e la volontà degli Stati Uniti di non delegare ad una organizzazione internazionale parte della propria sovranità in materia commerciale impedì che l’ITO prendesse forma e permise al Gatt (accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio), che accompagnava la Carta dell’Avana, di applicarsi eccezionalmente e provvisoriamente. Una provvisorietà durata ben 48 anni, sino alla istituzione della Wto.

…l’avvento del regionalismo

All’alba del 1995, finalmente una organizzazione internazionale a carattere universale, in materia commerciale, l’OMC-WTO, diviene, operativa vantando procedure decisionali molto più democratiche di quelle del sistema di Bretton Woods. Eppure, la tendenza multilaterale di cui costituisce concretizzazione si è già snaturata a fronte di una molteplicità di organizzazioni internazionali a carattere regionale che frattanto si muovono sul medesimo piano economico e commerciale, basti pensare all’OUA, all’ASEAN, al COMESA al NAFTA etc. Perciò, della necessarietà della Wto si inizia a dubitare già nel momento del suo sorgere.

Ragioni economiche contingenti: la crisi del 2008…

Lo scoppio della crisi economico-finanziario del 2008 sebbene abbia rivelato l’inestricabile interconnessione tra le diverse economie nazionali, non è stata in grado di sostenere la rinascita di soluzioni multilaterali. D’altronde, le organizzazioni internazionali, quelle di Bretton Woods, competenti alla ricerca di nuovi strumenti di ristrutturazione del capitalismo finanziario mondiale si sono rivelate non all’altezza della situazione. Si è, pertanto, generato un ulteriore allontanamento da soluzioni politiche sovra-statuali che ha investito anche l’OMC. Di questo malessere si sono fatti portavoce i sentimenti sovranisti concretatesi, oltreatlantico, nel principio “America First” della presidenza Trump.

…l’ascesa economica cinese.

Il perseguimento della riaffermazione egemonica commerciale ed economica di Washington, infatti, ha spinto la amministrazione Trump a ridiscutere rilevanti accordi multilaterali di libero scambio (come il Nafta) o a rinnegare qualsiasi appoggio politico alla futura stipulazione di essi (come nel caso del TTIP). Nel frattempo, infatti, si è verificata l’ascesa del dragone asiatico che ha messo in discussione la leadership economica degli Stati Uniti. Basti pensare che nel 1948 (l’anno della mancata adozione della Carta dell’Avana) più di 1/5 delle esportazioni mondiali erano statunitensi, mentre oggi si attestano intorno all’8,5% rispetto ad un ben 13% della Cina (Dati OMC). Non solo, gli Usa presentano anche un disavanzo commerciale pari a 875 miliardi di dollari (Dati Bureau of Economic Analysis Usa). Ecco così spiegate le ragioni del vento protezionistico che spira dall’Atlantico, capace di generare una guerra commerciale senza precedenti, per assenza del lume tutelare WTO. Quella Wto, reputata dal presidente Trump un fastidioso fardello della diplomazia postbellica, suscettibile di essere sostituita da più proficue forme diplomatiche bilaterali ove può farsi valere il peso specifico degli Stati Uniti. Peso specifico difficilmente contestabile se non da “mega” entità come il Dragone Cinese o l’Unione Europea (qualora riuscisse a palesarsi con un’unica e unanime voce).

E l’Europa?

Questa volta Bruxelles ha deciso di non stare a guardare e di non parcellizzarsi in una miriade di sentimentalismi nazionalistici. D’altronde, l’UE stessa è il costrutto maggiormente riuscito (seppur con le sue imperfezioni) della ideologia multilaterale. Prendendo, perciò, coscienza che l’OMC è stata creata con l’obiettivo precipuo di rafforzare il multilateralismo in un ordine mondiale inclusivo, non discriminatorio e aperto, il Parlamento Ue (ris. 2019/2918 RSP) ha invitato la Commissione a porre in essere ogni tentativo di dialogo con i membri della Wto al fine di sbloccare la situazione. Ne deriva che la soluzione potrebbe avere bandiera europea e costituire l’occasione per una maggiore affermazione della Ue.

Intervista a Elyes Fakhfakh, candidato alle elezioni presidenziali della Tunisia

Il prossimo 15 settembre i cittadini tunisini saranno chiamati a scegliere il Presidente della Repubblica per i prossimi cinque anni. Tra i 26 che si presenteranno alle urne la prossima domenica, è presente il nome di Elyes Fakhfakh, ex ministro dell’Economia (2012-2014) ed ex ministro del Turismo (2011-2013), candidato del partito socialdemocratico Ettakatol, che ci ha concesso un’intervista sul suo programma e la sua visione per il futuro della Tunisia.

Intervista a Elyes Fakhfakh, candidato alle elezioni presidenziali della Tunisia - Geopolitica.info

 

Lo scorso 25 luglio, l’ex Presidente Bèji Caid Essebsi (BCE) è morto all’età di 92 anni. Essebsi è stato un personaggio chiave nel processo di democratizzazione della Tunisia. Qual è la sua eredità secondo lei? Quali sono i valori più importanti che ha trasmesso? Bisogna mantenere la sua visione per la Tunisia?

Sicuramente la figura di BCE è stata fondamentale nel panorama politico tunisino. È stato molto importante sia per la riuscita della prima fase di transizione, sia nel riequilibrio dell’assetto politico successivo. Non si può dire però che sia stato altrettanto fedele nei confronti della Costituzione: non è stato capace infatti di attuarla pienamente, lasciando che fenomeni che danneggiano il nostro paese, come il nepotismo, prendessero piede nella gestione dello Stato. Ha fatto molto in campo diplomatico per ricostruire l’immagine della Tunisia, ma non è riuscito a dare una Forte spinta ad una riforma efficace dello stato e dei poteri locali al fine di garantire una maggiore stabilità al paese

La Tunisia rappresenta la sola democrazia nel mondo arabo ed il solo paese in cui la primavera araba ha avuto successo, comparandola ad altri paesi che versano ancora in una situazione di caos e nuove dittature. Qual è, secondo lei, la ragione di tale successo? Pensa che la democrazia sia ormai radicata in Tunisia?        

Mai dire mai, ci sono sempre dei rischi. Penso che ormai abbiamo passato la fase critica, nonostante le istituzioni restino fragili. Il successo è dovuto alla nostra storia: abbiamo sempre creduto nel pluralismo politico, nei diritti delle donne e nell’unità della nostra nazione. Siamo un popolo colto e unito, non abbiamo divisioni di carattere tribale o religioso. Ci sono stati vari tentativi negli ultimi trent’anni di portare la democrazia in questo paese, che sfortunatamente sono stati vani. La rivoluzione ha dato una nuova spinta e il processo non intende fermarsi.

Il rapporto dei cittadini verso la politica ed i suoi attori sta vivendo un periodo estremamente delicato, anche in Europa. Tra i fenomeni più significativi devono essere sicuramente menzionati la crescita dei movimenti populisti ed un’alta astensione alle urne. Secondo lei, quale sarà la reazione dei tunisini durante queste elezioni?

 Ci troviamo di fronte ad una crisi della democrazia rappresentativa. Il popolo in questo momento sta cercando altri mezzi per partecipare alla vita politica del paese: i social media ne sono un chiaro esempio. Sicuramente i populisti stanno alimentando questo processo, cercando di dare risposte semplici a problemi complessi nati durante il periodo della globalizzazione. Nel momento in cui vanno al potere, però, non si rilevano così efficaci, come stiamo vedendo in Europa, rendendo evidente la necessità di un ritorno ad una politica più seria. Penso comunque che la democrazia rappresentativa debba evolversi, se necessario.

Dopo i due mandati post-rivoluzionari, la Tunisia è stata governata da un sistema semi parlamentare. Lo considera un sistema politico efficace considerando i limiti del Presidente della Repubblica e l’instabilità dei gruppi parlamentari, che possono influenzare il lavoro governativo? Sareste favorevole ad un cambio dell’attuale assetto politico?

 No, sono completamente favorevole al nostro attuale sistema. Ci sono infatti altre autorità che devono ancora essere ancora create, come prevede la nostra Costituzione: parlo soprattutto dei poteri locali. Manca una stabilità politica, ed è per questo bisogna promulgare una nuova legge elettorale. Fin quando il quadro non sarà completo e la costituzione non sarà attuata in toto, non è possibile dare un giudizio esaustivo.

Concentriamoci ora su un altro tema: i problemi sociali della Tunisia. Il paese ha un alto tasso di disoccupazione rapportandolo ai suoi paesi vicini, circa il 15%, soprattutto tra i giovani. Cosa propone per invertire questa tendenza all’interno di un contesto economico difficile caratterizzato da un alto valore del debito pubblico (80%)?

 Crescita. Non dobbiamo far altro se non rilanciare la crescita. Lo Stato non deve più essere uno spettatore ma deve agire attraverso investimenti strutturali per rilanciare l’economia di questo paese. Prendendo atto che siamo nel mezzo di una quarta rivoluzione industriale, all’interno del mio programma ho inserito una specifica sezione sui futuri investimenti sul piano tecnologico, sostenibile ed ecologico. Dobbiamo essere attori in questa rivoluzione, migliorando sul  piano dell’occupazione, della ricerca, e soprattutto incrementando settori chiave come la sanità e l’educazione. Lo Stato deve farsi carico delle spese e rilanciare l’occupazione. Abbiamo molti giovani tra i 15 ed i 29 anni che non studiano né lavorano, a cui spesso non rimane altra scelta di andare via e cercare altre opportunità, principalmente in Europa. Dobbiamo dare una seconda opportunità a queste persone.

Sul piano della sicurezza: dopo gli attentati terroristici del 27 giugno 2019, l’attenzione dei media internazionali sulla sicurezza tunisina è aumentata considerevolmente. Cosa fare nell’immediato per garantire stabilità e sicurezza nel paese per i prossimi anni, considerando anche la minaccia terroristica proveniente dall’Algeria e dalla Libia e soprattutto il ritorno dei cd. foreign fighters dall’Iraq, dalla Libia e dalla Siria?

 Ci stiamo confrontando tutti i giorni con la minaccia terroristica, ma abbiamo guadagnato molta esperienza negli ultimi anni: siamo in grado di prevedere e anticipare eventuali pericoli. Dal 2010 infatti, i nostri investimenti sul piano militare e securitario sono triplicati. Gli strumenti di tutela, soprattutto alle frontiere, sono migliorati enormemente e ritengo che questa sia la strada da percorrere. Come valore aggiunto inoltre, il popolo è unito contro la minaccia terrorista. Dovremmo investire di più nelle forze di polizia: è per questo, infatti, che ho proposto la creazione di una nuova Agenzia per la sicurezza che sia più moderna ed efficace.

La Tunisia può giocare un ruolo fondamentale all’interno del conflitto libico, nel quale ci sono due leader molto diversi (Serraj e Haftar) che si stanno contrastando. Chi potrebbe essere il migliore alleato della Tunisia e dei suoi interessi?

La Tunisia deve cercare di pacificare gli animi tra le varie fazioni. Abbiamo una lunga storia con la Libia, un buon rapporto con questo vicino ed esperienza nella gestione dei conflitti. È necessario rispettare la volontà del popolo libico, cercando comunque di aiutarli in questa difficile fase di transizione grazie all’azione della società civile, dello Stato e di altri enti. Non penso sia utile pendere per una parte piuttosto che per un’altra, quello che invece dovremmo fare è riuscire ad elaborare un piano di negoziazione efficace, soprattutto sul piano internazionale ed europeo. Essendo un nostro vicino, il nostro futuro è interconnesso: la prosperità della Libia è la prosperità della Tunisia.

Qual è la sua posizione sul trattato di libero scambio con l’Unione Europea (Accord de Libre Échange Complet et Approfondi-ALECA)?

Manca un elemento fondamentale in questo accordo, cosa che ho già fatto presente a Bruxelles: una visione per il Mediterraneo. Questa regione, formata da i paesi del nord, europei, e quelli del sud, africani, deve avere una visione comune per i prossimi 40-50 anni sul piano dello sviluppo, della disparità dei salari e su quello demografico, un problema che sarà sempre più pressante. Dobbiamo impostare un vero dialogo sul futuro del Mediterraneo, e oggi siamo molto lontani dall’avere una visione comune.

 

 

L’Unione Africana come area di libero scambio: verso una nuova superpotenza commerciale?

È notizia recente la nascita in seno all’Unione Africana, organizzazione internazionale a carattere sovranazionale che ricalca molto l’Unione Europea per struttura e obiettivi, di un’area di libero scambio che rappresenta un passo in avanti significativo per il processo di integrazione del continente nero, il quale proprio in questi anni conosce un suo primo, importante sviluppo.

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L’Unione Africana: l’Atto costitutivo
Erede dell’OAU (Organizzazione dell’unità africana fondata nel 1963 ed estinta nel 2002), l’Unione Africana vede ufficialmente la luce il 9 luglio del 2002. L’organizzazione si basa su un documento fondativo chiamato ‘Atto costitutivo’, adottato nel 2000 ed entrato in vigore il 26 maggio del 2001. L’articolo 3 dell’Atto esprime gli obiettivi dell’Unione, tra cui la promozione della pace, della sicurezza, della stabilità e del buon governo in Africa. L’UA dichiara di voler affermare il ruolo primario del continente africano nell’arena internazionale, imponendo la propria volontà politica e assicurando che la propria voce venga ascoltata nel mondo. L’articolo 4 del documento espone invece i principi fondamentali dell’UA, tra cui il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto. Il paragrafo H di questo articolo contempla l’intervento diretto dell’UA in casi di genocidio, crimini di guerra o crimini contro l’umanità. Interessante risulta altresì l’articolo 23 dell’Atto, il quale esprime il diritto dell’UA di imporre sanzioni a quei paesi membri che non versano i contributi dovuti all’Unione o che non si uniformano alle decisioni da essa stabilite.

La struttura dell’UA
A conferma del carattere sovranazionale dell’UA, vi è la constatazione di quanto la struttura di questa organizzazione ricalchi in maniera abbastanza fedele quella dell’UE. Organo principale dell’UA è l’Assemblea, corpo che per funzioni e conformazione sembra rifarsi molto al Consiglio Europeo. L’Assemblea è composta dai capi di Stato e di governo dei paesi membri; essa si riunisce una volta l’anno, determinando le politiche comuni e gli orientamenti generali dell’UA e prendendo le decisioni secondo lo schema del consensus. Il presidente rimane in carica per un anno. Nel 2019, il ruolo è ricoperto dal leader egiziano al-Sisi. A coadiuvare l’azione dell’Assemblea vi sono due organi importanti come la Commissione e il Consiglio esecutivo (o Consiglio dei ministri). La Commissione è composta da un presidente, un vicepresidente e 8 commissari. Il presidente e il suo vice sono eletti dall’Assemblea per un periodo di quattro anni rinnovabili; sempre l’Assemblea nomina anche i Commissari, i quali vengono poi eletti dal Consiglio esecutivo. Gli otto commissari gestiscono, ognuno per la propria area di competenza, le seguenti materie: pace e sicurezza; affari politici; energia e infrastrutture; commercio ed industria; affari sociali; economia rurale ed agricoltura; risorse umane, scienza e tecnologia ed infine affari economici. Funzione fondamentale della Commissione è inoltre quella di agire come il custode dell’Atto costitutivo dell’UA. Il compito principale del Consiglio dei ministri è invece quello di monitorare l’esecuzione delle politiche adottate dall’Assemblea, organo al quale può rivolgere pareri e raccomandazioni. Esso è inoltre responsabile di materie significative come il commercio estero, l’energia, l’agricoltura e l’ambiente. Tutti gli Stati membri prendono parte al Consiglio esecutivo, normalmente per mezzo del Ministro degli Esteri. Altro organo importante dell’UA è il Parlamento. Esso ha il compito di assicurare la piena partecipazione dei popoli africani al processo d’integrazione economica e politica del continente. Benché lo scopo a lungo termine sia il pieno esercizio della funzione legislativa tramite elezioni a suffragio universale, attualmente il Parlamento ha un mandato di tipo consultivo. Rientrano tra le sue funzioni: promuovere l’effettiva implementazione delle politiche dell’UA, incoraggiare il buon governo e la trasparenza degli Stati membri, promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità.

L’UA come area di libero scambio. Verso una moneta unica?
Il 30 maggio 2019 è entrata ufficialmente in vigore la zona di libero scambio dell’UA, varata nel 2018 nel vertice ruandese di Kigali. Il 7 luglio 2019, in occasione del summit tenutosi nella capitale nigerina Niamey, i capi di stato e di governo hanno fatto partire la fase operativa del più imponente accordo commerciale mai raggiunto dalla fine del colonialismo. La creazione di una zona di libera circolazione di merci e servizi, capace in prospettiva di dar vita a un mercato unico per un miliardo e 200 milioni di individui, nei numeri una vera superpotenza commerciale, spinge l’UA a formulare propositi molto ambiziosi. Tra gli obiettivi di lungo termine perseguiti dall’UA, il più ardito è certamente la realizzazione della moneta unica africana, l’Afro, entro il 2028. Tale progetto è portato avanti dalla Banca Centrale Africana, organismo che seppur formalmente costituito risulta ancora in una fase embrionale delle proprie operazioni. Paesi importanti come l’Egitto hanno chiesto che l’introduzione dell’unione monetaria venga rinviata di almeno tre anni, e tale rilievo risulta certamente sensato, dal momento che, con la zona di libero scambio (punto 2 della scala dell’integrazione di Bela Balassa) ancora alle battute iniziali, sembra difficile che nel giro di soli dieci anni si possa arrivare al completamento di un’unione doganale (punto 3 della scala), di un mercato comune (punto 4) e di un’unione monetaria (punto 5). L’Europa, modello a cui l’UA si ispira, impiegò circa 40 anni per passare dall’unione doganale (definita dai Trattati di Roma del 1957) all’unione monetaria (entrata ufficialmente in vigore il 1° gennaio 1999).

Conclusioni. Il rapporto tra UA e UE
L’Unione Europea guarda con molta attenzione al progetto d’integrazione del continente africano. Rappresentanti di UE e UA si incontrano almeno due volte l’anno per discutere di temi di interesse comune, e Bruxelles ha già stanziato 60 milioni di euro come contributo alle spese per la realizzazione della zona di libero scambio africana. L’UA ha inoltre da poco lanciato un ambizioso programma a lungo termine, denominato “Agenda 2063”, che richiama principi come la pace, la democrazia, lo sviluppo sostenibile, il rispetto dei diritti umani, la difesa e la valorizzazione del ruolo delle donne e dei giovani. Tutti valori figli della cultura europea. Se l’UA dovesse progredire sotto il profilo economico, politico e sociale ciò gioverebbe agli interessi non solo del popolo africano, che potrebbe godere di una nuova alba di prosperità economica e stabilità politica, ma altresì di un’Europa che in questi anni vede proprio nell’immigrazione di massa proveniente dal continente nero uno dei problemi più spinosi da risolvere.

 

Gli investimenti cinesi nel corridoio pakistano

Il Pakistan per la Cina rappresenta un importante alleato sia a livello politico che strategico. Pechino ha utilizzato Islamabad per la propria politica “revisionista” includendola nel suo progetto OBOR. Si analizzeranno di seguito i punti cardine della politica cinese nella Repubblica islamica del Pakistan e come questa abbia impattato sul territorio.

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Il ruolo strategico del Pakistan e la realizzazione del “corridoio economico” 

Se in passato i rapporti tra i due paesi erano di tipo diplomatico e strategico in determinati settori, oggi la politica estera di entrambi si indirizza verso una collaborazione commerciale ed economica, in cui la Cina prevale. Il 2013 è stato l’anno della svolta. Il Pakistan stava vivendo una prima fase di transizione democratica da un governo all’altro, mentre la Cina inaugurava la Belt and Road, progetto il cui obiettivo era la realizzazione dell’antica via della seta che collegava l’Europa all’Asia. Nell’aprile del 2015 i due paesi siglavano un accordo economico che prevedeva una somma di denaro per la realizzazione di infrastrutture per trasporti, energia e industria (China-Pakistan Economic Corridor). Tali investimenti ruotavano intorno ai 48 miliardi di dollari che sono aumentati a 65 miliardi nel 2017. Il progetto prevedeva la costruzione di strade, autostrade e ferrovie da attuare entro il 2030. Una delle più importanti è ad oggi quella che collega Kashgar (Xinjiang), nella Cina nord-occidentale al porto di Gwadar, che affaccia sull’Oceano Indiano. Un’autostrada di circa 2.000 chilometri che attraversa il massiccio del Karakorum, a cui poi si sono aggiunte una serie di ramificazioni per collegare Islamabad a Lahore nel Punjab pachistano. Inoltre, è stata modernizzata la rete stradale per circa 1.000 chilometri del Pakistan consolidando così i legami strategici tra Pechino e Islamabad ma innescando conseguenze e tensioni con la vicina India. 

È in realizzazione una nuova autostrada tra Karachi e Lahore e la Karakorum Highway, la costruzione del gasdotto dall’Iran a Gwadar, la realizzazione di nuove centrali elettriche per sopperire al deficit energetico nel Pakistan e, infine, il potenziamento delle reti di telecomunicazione tramite l’impiego della fibra ottica. Altro elemento nevralgico è il porto commerciale di Gwadar che rappresenta un punto marittimo strategico per i traffici commerciali mondiali e una via più rapida per il trasporto del petrolio dal Medio Oriente risolvendo il cosiddetto “dilemma Malacca”. Lo sviluppo di Gwadar, infatti offrirebbe un collegamento tra il Golfo Persico e i porti cinesi. 

Successivamente alla prima fase del progetto, la Repubblica popolare cinese si è imbattuta nell’instabilità economica del Pakistan e nelle conseguenti rigide riforme in campo macroeconomico attuate dal governo. Inoltre, ha dovuto fare i conti con il sistema politico pakistano, formato da numerosi partiti politici e provincie divise in gruppi etnici con cui è difficile dialogare e arrivare ad un accordo. Si sono aggiunte problematiche legate a furti di energia elettrica, bollette insolute, perdite sulle linee elettriche e problemi tecnici e amministrativi. Tutto ciò ha generato in Pakistan un debito di circa 8,12 miliardi di dollari, che è aumentato negli ultimi anni e sarà sempre più difficile poterlo ripagare. Dopo le tensioni con Washington, il Pakistan si è appoggiato sempre di più a Pechino tanto da poter ipotizzare una futura riduzione di sovranità nazionale a favore di quella cinese. La presenza militare è riscontrabile nel porto di Gwadar che formalmente ha il compito di mantenere la sicurezza ma in realtà, secondo alcuni analisti, tenderà a trasformarlo in una vera e propria base militare estera cinese 

Impatto degli investimenti cinesi sul Pakistan 

Dal 2018 il Pakistan pretende di rivalutare e rinegoziare gli accordi per la OBOR, unendosi così alla lista di tutti quei paesi coinvolti che mettono in discussione i termini della loro partecipazione nel piano di investimenti e infrastrutture attuato da Pechino. Infatti, Islamabad ha tagliato 2 milioni di dollari al progetto ferroviario cinese in Pakistan, non potendosi permettere un tale onere di prestiti. Rispetterà però gli accordi presi in particolare per la linea ferroviaria Karachi-Peshawar. 

Il membro del Gabinetto pakistano, nonché responsabile delle politiche di commercio, tessili e industriali, Abdul Razak Dawood ha dichiarato quanto le compagnie cinesi abbiano avuto un impatto negativo sul territorio godendo di un vantaggio ingiustificato sulle aziende pakistane. Il primo ministro Imran Khan, durante una sua visita a Pechino, ha invece ribadito l’importanza della cooperazione tra i due paesi riconoscendo i progressi soprattutto in campo ferroviario e riaffermando l’amicizia per tutte le stagioni. Secondo l’economista Kaiser Bengali, dal 2019 il Pakistan sta affrontando una crisi economica che lo porterà sull’orlo di un collasso. La crescita del 4% non farà aumentare il reddito pro-capite anzi farà aumentare la povertà. Il governo ha già un accordo con il Fmi per un ulteriore salvataggio, nonostante abbia un debito di 10 miliardi di dollari con Cina e Arabia Saudita. Islamabad ha confermato la continuità dei progetti. 

Nel frattempo, la Cina continua ad investire nel Pakistan offrendo altri 62 miliardi di dollari da utilizzare in loco tra infrastrutture di vario tipo. È già iniziata, infatti, la costruzione della rete ferroviaria che collega Karachi a Lahore Peshawar, includendo anche parti terze nella sua realizzazione.  

Conclusioni 

Nonostante il rapporto tra i due paesi dovrebbe essere riconsiderato in una prospettiva di lungo periodo, possiamo comunque affermare che il Pakistan rimane uno dei principali partner commerciali riconosciuto come priorità di politica estera per la Cina.  

Allo stesso tempo Pechino dovrebbe considerare i limiti e i diktat economici ai quali il Pakistan non può sottrarsi per portare avanti il progetto, lasciandogli così lo spazio e il tempo di attuare riforme che possano modificare i piani del Corridoio 

Who is Who: Andres Manuel Lopez Obrador

Nome: Andres Manuel Lopez Obrador
Nazionalità: messicana
Data di nascita: 13 novembre 1953
Ruolo: presidente del Messico

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Andres Manuel Lopez Obrador è un politico messicano, definito dagli osservatori come un ‘populista di sinistra’. Egli nacque a Macuspana, municipalità dello stato del Tabasco, nel 1953 da una famiglia appartenente alla classe media. Laureato in Scienze Politiche e Pubblica Amministrazione presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico, nel 1976 ha iniziato la sua carriera politica quando ha sostenuto la candidatura di Carlos Pellicer, poeta originario del Tabasco, per la posizione di Senatore dello Stato.

Obrador, dal 1976 al 1989 è stato membro del Partito Rivoluzionario Istituzionale, (Partido Revolucionario Institucional, PRI), per poi passare al Partito della Rivoluzione Democratica (Partido de la Revolución Democrática, PRD) fino al 2011.

Nel 2011, Obrador fonda il partito conosciuto come MORENA (Movimento di Rigenerazione Nazionale), di cui è diventato presidente nel novembre 2015, mantenendo la carica fino al dicembre 2017. Il partito risulta prevalentemente incentrato sulla sua figura carismatica.

Obrador, che è stato capo del governo di Città del Messico dal 2000 al 2005, si è candidato una prima volta alla presidenza del Messico con il Partito della Rivoluzione Democratica a sostegno della coalizione ‘Por el bien de todos’ alle elezioni del 2006, giungendo secondo alle spalle di Felipe Calderon del PAN. Obrador si è nuovamente candidato alle presidenziali nel 2012, ma è stato ancora sconfitto, questa volta da Enrique Peña Nieto.

Obrador si è ricandidato una terza volta nel 2018, stavolta per il Movimento di Rigenerazione Nazionale, riuscendo a vincere con il 53,19% dei voti ed entrando in carica il 1° dicembre 2018. Il neopresidente ha promesso ai suoi elettori la fine della corruzione, la riduzione della violenza, della povertà e della disuguaglianza. Ha detto di voler incoraggiare l’economia nelle comunità rurali, di voler raddoppiare le pensioni e mettere Internet gratis nelle scuole di tutto il Messico.

Secondo recenti sondaggi, Ii 63 per cento dei messicani ritiene che Obrador sarà in grado di risolvere il problema della corruzione; il 70 per cento prevede poi che la sua presidenza porterà riduzione della povertà e miglioramenti nell’economia.

COP24, la Santa Sede e la geopolitica verde

C’è una certa assonanza tra la denuncia di papa Francesco nella sua seconda lettera enciclica, Laudato Si’, e la posizione della diplomazia vaticana sull’esito del COP24, la conferenza delle parti sotto l’egida della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Lo scorso dicembre, a Katowice, in Polonia, l’ennesimo round di negoziati per l’attuazione dell’Accordo di Parigi del 2015 (CITAZIONE: https://www.geopolitica.info/cop21/). Ad esso ha preso parte anche una delegazione della Santa Sede, Observer State dell’UNFCCC.

COP24, la Santa Sede e la geopolitica verde - Geopolitica.info

La diplomazia petrina, guidata dal Segretario di Stato Pietro Parolin, ha sì riconosciuto agli Stati membri e alle varie cancellerie mondiali il merito di aver pubblicato il Rulebook, ovvero il documento che disciplina i passaggi per arrivare ad una concreta attuazione dell’Accordo di Parigi. Ma, soprattutto, ha lamentato la mancanza di volontà nel «mettere da parte i propri interessi a breve termine, economici e politici, e a lavorare per il bene comune». Parole che, come detto, riecheggiano quanto già scritto dal pontefice ormai sei anni fa nella sua enciclica. I leader, siano essi politici o economici, sono più concentrati nel «mascherare i problemi o nascondere i sintomi». Un atteggiamento, questo, che denota mancanza di responsabilità.

Ed è proprio questo, secondo Francesco, ciò che sta alla base del “problema mondo”. Una sincera responsabilità, collettiva ed individuale, verso quella che il papa definisce “casa comune”.  Nella Laudato Si’, il pontefice prende in considerazione i principali temi dell’ecologismo: il cambiamento climatico, la scarsità di acqua in alcune regioni del pianeta, l’inquinamento, la perdita di biodiversità e il deterioramento della qualità della vita umana. Questioni che solo apparentemente, per Francesco, non incidono sull’equilibrio politico-economico internazionale. Perché per il pontefice non vi è una crisi ambientale separata da una prettamente umana, bensì una crisi socio-ambientale.

Innanzitutto, è il sistema economico e finanziario a finire sotto la lente d’ingrandimento del pontefice. Ad oggi, Francesco vede in esso un promotore di quella cultura dello scarto che pone ai margini della società le fasce più deboli della popolazione umana: poveri, disoccupati, immigrati. È questa una faccia della crisi socio-ambientale, poiché nei numerosi summit mondiali organizzati in seno all’UNFCCC spesso ha prevalso la logica economica a quella umana: ad un’analisi di tipo sociale è stato preferito un calcolo di costi e benefici che, giocoforza, ha portato (e sta portando) a un lentissimo adeguamento agli standard di Parigi.

Quindi, è proprio il processo decisionale di questi vertici che viene indagato dal pontefice. All’interno dell’enciclica, Francesco insiste sullo sviluppo di un decision-making process rivolto ad un autentico “sviluppo integrale”. Procedure trasparenti per arrivare ad una governance mondiale di un fenomeno globale e transnazionale come quello del cambiamento climatico. Parole che vengono riprese anche dalla diplomazia vaticana nel documento conclusivo al COP24, quando viene invocata la creazione di “meccanismi più stringenti per ridurre le emissioni” e “promuovendo l’educazione alla sostenibilità, la consapevolezza comune e i cambiamenti nello stile di vita”.

In questo senso, la Santa Sede può giocare un ruolo fondamentale a livello internazionale. Da sempre attore dalla forte capacità di moral suasion e dotata di efficaci strumenti di soft power, la diplomazia papale può, da qualche mese, tornare a confrontarsi direttamente con uno dei principali produttori di emissioni nocive: la Cina. L’accordo siglato con Pechino sulle procedure di nomina dei vescovi – che ha aperto le porte anche al mutuo riconoscimento tra il Vaticano e il Celeste Impero – ha gettato le basi per un dialogo credibile tra le parti. Francesco, dunque, potrebbe spingere Xi Jinping a rivedere la politica energetica del proprio Paese, primo tra quelli che continuano ad impiegare massicciamente le risorse di carbone.

Margini di manovra che, dall’altra parte del Pacifico, Francesco difficilmente troverà. Gli Stati Uniti del presidente Donald Trump, secondi nella speciale classifica delle emissioni di CO2 a livello mondiale, da tempo sono in rotta di collisione con la Santa Sede. La questione dei migranti, la diffusione delle sette evangelico-pentecostali in America latina e la vicinanza di Francesco proprio alla Cina e, non ultima, alla Russia – grazie all’incontro a L’Avana con il patriarca Kirill – hanno scavato un solco nelle relazioni tra Vaticano e Washington. Solco che, sul tema della protezione dell’ambiente, sembra essere profondissimo.

 

Aquisgrana 2019: Francia e Germania oltre l’Unione Europea

Esattamente a 56 anni dall’”Accordo dell’Eliseo” stipulato il 22 gennaio 1963, Emmanuel Macron e Angela Merkel rinnovano e rinforzano l’asse franco-tedesco, ma a differenza dell’accordo tra De Gaulle e Adenauer, l’attuale ha connotati e caratteristiche ben diverse, dovute al contesto odierno: i due Paesi hanno creato e sono il motore d’Europa e la minaccia sovietica è svanita da anni. Quello attuale è un trattato di cooperazione che spazia dall’economia alla difesa e il nemico ideologico attuale da combattere insieme è il sovranismo.

Aquisgrana 2019: Francia e Germania oltre l’Unione Europea - Geopolitica.info ANSA/AP Photo/Michael Sohn

Ma cosa tratta il nuovo accordo franco-tedesco?
In primis i leader dei due Paesi hanno deciso di confrontarsi preventivamente in vista delle più importanti riunioni a livello europeo in modo tale da assumere posizioni condivise su temi di primaria importanza come difesa e sicurezza comune, Macron si è sempre detto favorevole alla creazione di un “esercito europeo”, e nel contesto mondiale attuale, dominato da potenze come Stati Uniti, Cina e Russia, l’Europa
deve trovare una sua dimensione non solo sociale, politica ed economica ma anche militare. Sappiamo bene però che questa opzione non è gradita né al presidente Trump né alla NATO.
Sul piano militare l’accordo va ben oltre il contesto comunitario e prevede una clausola bilaterale di solidarietà in caso di aggressione, e ciò vale anche per gli attentati terroristici.
Merkel e Macron hanno inoltre posto le basi per aprire la strada alla Germania per ottenere un seggio permanente alle Nazioni Unite. Proprio quest’ultima decisione ha creato più d’uno scontento a livello non solo europeo ma anche globale (Italia e Russia in primis).
Importante novità sul piano storico è la volontà, promossa da Parigi, di creare una zona franca sul confine tra i due Paesi (proprio il confine franco-tedesco, lungo ben 451 Km, fu più volte oggetto del contendere tra Francia e Germania), che con l’aumento degli scambi commerciali e l’inserimento del bilinguismo dovrebbe aumentare la cooperazione e la coesione tra i due Stati. Proprio quest’ultima proposta è contestata dalle rispettive formazioni nazionalistiche sia a Parigi (da Rassemblement National, l’ex “Front National”) sia a Berlino (qui invece a contestare l’accordo è l’AfD).

Quali i significati politici dell’accordo?
Innanzitutto l’accordo è un chiaro segnale di unità e coesione dell’asse franco-tedesco: Francia e Germania, alla luce della Brexit, vogliono “dare l’esempio”, mostrando come attraverso un percorso con obiettivi comuni si possa costruire un’Europa sempre più unita e forte (vedi la volontà di creare un esercito europeo), e di come quest’ultima debba essere l’unica soluzione per affrontare, insieme, le sfide globali.
Chiaro è il monito ai governi sovranisti che oggi più spaventano Bruxelles, è lo stesso Macron a dire che “Il nuovo Trattato franco-tedesco è la comune risposta al rafforzamento del populismo e del nazionalismo”.
Si può dare comunque un’altra interpretazione all’accordo del 22 gennaio: Berlino e Parigi hanno deciso di mostrare i muscoli (in vista delle future elezioni europee di maggio) e porre le basi per un’eventuale Europa “a due velocità”, lanciando un monito a quei Paesi ostili ad entrare nell’unione monetaria o che attualmente stanno vivendo un momento di forte euroscetticismo.
E l’Italia? Certo l’alternanza di governi più o meno favorevoli all’attuale asset europeo non ci aiuta. Il governo attuale pone una riga di rottura rispetto ai precedenti in materia di politiche europee. Semplicemente la nostra classe politica deve disegnare insieme una strategia ben definita e decidere se riavvicinarsi all’asse franco-tedesco tornando al centro del progetto europeo oppure andare oltre, cercare alleanze (anche innaturali) sia con eventuali governi “euroscettici” sia con i Paesi del “Gruppo di Visegrad” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) per impostare una nuova visione della “casa comune europea”.

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