Archivio Tag: Donald Trump

Donald Trump: il 19 dicembre l’investitura ufficiale dei “Grandi Elettori”

Da molti salutato trionfalisticamente come il Candidato outsider perché ritenuto non organico al deep State a stelle e strisce, Donald Trump, ad una lettura meno superficiale ed emozionale si rivela un “politikòn zoon” in grado di interloquire proficuamente con esponenti di quello stesso establishment –  anche finanziario – di cui, secondo diversi commentatori e sostenitori, dovrebbe invece rappresentare il contraltare. Ecco perché il neo inquilino della Casa Bianca potrebbe anche non rappresentare una sorpresa.

Donald Trump: il 19 dicembre l’investitura ufficiale dei “Grandi Elettori” - Geopolitica.info

Le “key dates” verso la Casa Bianca

Per (l’oramai ex candidato repubblicano) Donald Trump quella dell’8 novembre scorso non è stata una data di arrivo, ma di inizio. Il lungo passaggio di consegne tra l’Amministrazione uscente e il nuovo inquilino della Casa Bianca culminerà, come da tradizione, nell’Inauguration Day (venerdì 20 gennaio 2017, il 21 se la data fosse caduta di domenica), quando – all’ombra del Campidoglio (Capitol Hill, l’edificio che ospita il Congresso) – il 45° successore di George Washington presterà giuramento dinnanzi al Chief Justice della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Circa un mese prima (19 dicembre) i cosiddetti “Grandi Elettori” (Electors) che formano il cosiddetto “Electoral College” avranno “ratificato” – ciascuno nel rispettivo Stato di residenza ed elezione – il voto popolare di novembre (General Election), eleggendo il Candidato alla Presidenza con (almeno) 270 dei 538 Voti Elettorali (electoral votes) attribuiti in relazione ai rappresentanti e senatori che ciascuno Stato invia alle due camere del Congresso e ripartiti su base demografica tra i cinquanta Stati che compongono l’Unione.

Il 28 dicembre sarà il termine ultimo entro cui tutti gli Stati dovranno notificare gli electoral votes a Washington. Il successivo 6 gennaio gli attuali membri del Congresso (una parte di essi, benché eletti l’8 novembre, non vi parteciperanno) si riuniranno per effettuare il conteggio dei “Voti Elettorali”. Spetterà poi all’attuale Vice Presidente, il democratico Joe Biden, annunciare i risultati del voto dei “Grandi Elettori”.

Un percorso ad ostacoli

Entro il 13 dicembre gli Stati devono avere risolto ogni controversia circa l’attribuzione dei loro “Grandi Elettori”. Tale circostanza non è di poco peso. Ciò per via della particolare natura del Presidential Election Process.

Il candidato che – nell’Election Day – ottiene la maggioranza dei “Voti Popolari” (Popular Votes) in uno Stato conquista tutti i “Grandi Elettori” ad esso collegati. Ciò può, in alcuni casi, determinare una discordanza tra il totale dei “Voti Popolari” ottenuti dai candidati e i “Voti Elettorali” assegnati loro in ogni singolo Stato, il cui valore, per quanto concerne i secondi, varia in base al peso demografico. E’ il caso, ad esempio, di California e Texas, che attribuiscono rispettivamente 55 e 38 “Voti Elettorali”. Mentre alcuni Stati, pur estesi quanto se non più di altri, eppure meno popolosi, assegnano un numero significativamente inferiore di “Voti Elettorali”.

A rendere il quadro ancor meno definito contribuisce inoltre la circostanza secondo la quale i risultati ufficiali dello spoglio saranno resi noti dalla Federal Election Commission solo verso la metà del 2017. I risultati ufficiosi sembrano tuttavia concordare su un dato: la Senatrice Hillary Clinton avrebbe conquistato la maggioranza dei “Voti Popolari”.

Uno degli ultimi aggiornamenti [CNN Politics] attribuisce infatti a Trump 290 “Voti Elettorali” pari a 61.917.320 “Voti Popolari”, mentre la Candidata democratica può rivendicare 63.515.588 “Voti Popolari” (pari però a 232 “Voti Elettorali”). Anche per tale motivo Trump si trova a dovere evitare quello che potrebbe essere un intralcio sul proprio cammino verso la Presidenza. Circa 600.000 cittadini statunitensi hanno infatti fin’ora sottoscritto una petizione [disponibile sul sito change.org] chiedendo che il Collegio dei “Grandi Elettori” il prossimo 19 dicembre esprima il suo voto a favore di Hillary Clinton. Si tratta – almeno in teoria – di un caso limite, eppure previsto dalla legislazione statunitense che non contempla il vincolo di mandato per i “Grandi Elettori”.

Al di là dei meri esercizi speculativi, una ben più concreta tegola si è abbattuta il 18 novembre sul candidato repubblicano, il quale ha raggiunto un accordo extra giudiziale patteggiando con le (contro)parti il pagamento di 25 milioni di Dollari come risarcimento civile in tre procedimenti (tra cui due class-action) intentate da ex studenti iscritti alla Trump University che, nonostante il pagamento di rette cospicue, non si sarebbero visti fornire adeguate garanzie deontologiche e titoli di studio.

Nomine “in pectore”

Nel frattempo, la Cabinet list di Trump appare ancora lungi dall’essere completa. Unicamente il White House staff sembra già formato, se non altro perché le nomine non devono essere sottoposte all’approvazione del Senato.

A capo dello staff presidenziale Trump ha scelto un nome che premia l’establishment del Partito Repubblicano, ovvero quello di Reince Priebus, presidente del Grand Old Party, mentre il responsabile di “Breitbart News Network”, Stephen K. Bannon, è stato scelto come Senior Counselor e Chief Strategist. L’ex direttore della Defense Intelligence Agency (DIA), il Lieutenant-General Michael Flynn sarà National Security Adviser (Consigliere per la sicurezza nazionale).

Il repubblicano Mike Pompeo dovrebbe, previo consenso del Senato, dirigere la Central Intelligence Agency (CIA). Il nuovo Presidente dovrà inoltre a breve – ovvero nel corso del 2017 – indicare altre due figure chiave nel settore intelligence e difesa: il Director of the National Intelligence (l’attuale, James Clapper, il 17 novembre ha rivelato di avere presentato le sue dimissioni al Presidente uscente Barack Obama) e il Chairman of the Joint Chiefs of Staff, ovvero il Capo degli Stati Maggiori riuniti, nonché massimo consigliere militare per la Casa Bianca, incarico oggi ricoperto dal Generale Joseph F. Dunford Jr., il cui mandato (rinnovabile per due volte in tempo di pace) scade il prossimo 1° ottobre 2017.

Per i principali Dipartimenti che formano l’esecutivo presidenziale e che dovranno ottenere il “parere e assenso” (advice and consent) del Senato degli Stati Uniti, secondo la formula nota come “Appointments Clause”, vi sarebbero diversi nomi al vaglio. Secondo indiscrezioni del “Washington Post” le figure maggiormente accreditate sarebbero quelle del Senatore dell’Alabama Jeff Sessions, indicato come Attorney General (ministro della Giustizia), di Mitt Romney per la Segreteria di Stato (affari esteri) e di Steven Terner Mnuchin in qualità di Segretario al Tesoro. Quest’ultima scelta, se confermata, premierebbe l’establishment bancario e finanziario statunitense.

Mnuchin può infatti vantare un curriculum prestigioso, avendo ricoperto incarichi in svariati board di importanti fondi d’investimento ed essendo stato Chief Information Officier di The Goldman Sachs Group Inc. [fonte: Bloomberg.com]. In alternativa al suo nome, è circolato anche quello di Jamie Damon, proveniente dalla investment bank JPMorgan. Mnuchin può però rivendicare una sorta di “diritto di prelazione”, essendo stato egli molto vicino a Trump in qualità di responsabile finanziario della sua campagna presidenziale sin dal 5 maggio 2016. Già assegnati “in pectore” anche gli incarichi di Secretary for Education, con l’indicazione della leader dei repubblicani del Michigan, Betsy DeVos, mentre il neochirurgo Ben Carson avrebbe accettato la nomina a Secretary for Housing and Urban Development.

Mr Trump and the Middle East: reactions and scenarios

Mr Donald Trump’s election has positively surprised many key Middle Eastern political players : as the names of his team come to light, what role will the next US administration play in Middle Eastern crisis?

Mr Trump and the Middle East: reactions and scenarios - Geopolitica.info

Mr Trump’s programme concerning American foreign policy in the Middle East is not revealed yet, but if  the positions expressed during the electoral campaign are carried out, a major shift in American role in the region will take place. From this perspective, the major actors  of the Egyptian, Syrian, and Iranian establishments have reasons to rejoice.

General Al-Sisi in Egypt has never hidden too well his dislike for Mr Obama and Hillary Clinton, especially after their tough position against Al-Sisi’s police operations to curb the protests and the limitation of human rights. In this sense, the Egyptian government has not lost time to congratulate Mr Trump and looks forward to building a stronger bond.

In a similar way, Mr Bashar Al-Assad in Syria and Mr Vladimir Putin in Russia have openly welcomed Mr Trump’s comment that in Syria the problem is ISIS, not Assad. In this sense, if the next American administration decided to play a minor role in this crisis , space for a broader role in Iraq and Syria would be left to Russia and Iran.

This scenario though is strongly opposed by Saudi Arabia, for which the containment of Iranian influence in the area is a strategic need and asset. It would not be surprising then, if there were a request to the Americans of an increased military and security aid by the Saudis.

Will Mr Trump re-open the negotiations concerning the nuclear deal with Iran? His entourage  at the moment say he will keep the path anticipated during the presidential campaign, but the next president has already changed his mind a few times, therefore it is still too early to say what he will do.

Whatever the situation though, Iran is set on a comfortable position. If Mr Trump decides to leave the agreement the way it is, Iran will continue with his present programme. If instead he  decides to re-open it, then they will always be able to blame the Americans for not abiding by the rules.

Among Israelis and Palestinians the reactions are very controversial. While the extremists on both sides see Mr Trump’s claimed agenda as directly and indirectly favourable to their long term plans, the moderate sectors of their respective political societies are hoping for some more conciliatory terms.

It is too early to have a clear idea of what position and role Mr Trump’s administration will play in the region, but if the positions of the electoral campaign  are to be kept, then more instability will fuel a region already enough unstable.

 

E’ ancora tempo di “russofobia” con Trump?

La presentazione del volume “Russofobia. Mille anni di diffidenza” ha coinciso con il giorno dell’elezione alla presidenza degli Usa di Donald Trump. Il testo, scritto dal giornalista e storico Guy Mettan ed edito da Sandro Teti Editore, affronta il tema dei rapporti tra la nazione più grande del mondo e il continente europeo, in primis, e il blocco euro atlantico in secundis.

E’ ancora tempo di “russofobia” con Trump? - Geopolitica.info

Una storia fatta di tensioni, anche al calor bianco, e distensioni. E’ un periodo distensivo quello che ci aspetta dopo l’elezione del primo presidente americano non “russofobico”? Lo abbiano chiesto al prof. Carlo Freduzzi, presidente e fondatore dell’Istituto di cultura e lingua russa in Italia.

Oggi è stato eletto presidente il candidato meno accreditato dai tempi di Ross Perot. In che modo l’elezione del repubblicano Trump inciderà sui rapporti tra Usa e Russia?

La Russia e Putin  hanno sempre tifato per i repubblicani perché dal 1964, da Kennedy in poi, i democratici hanno messo in grande difficoltà la Russia. Per questo credo che l’elezione di Trump sia stata accolta con molto favore dal popolo russo e da Putin in persona perché c’è la volontà di avere un rapporto paritario con gli USA. Se Trump rispetterà le promesse pre elettorali io penso che miglioreranno molto i rapporti con la Russia ed avrà un effetto positivo anche sull’Europa e gli stessi Usa. Io spero che il Congresso possa consentire a Trump di mettere in atto i suoi propositi.

Oggi Russia e Usa sono di nuovo insieme sul terreno della geopolitica, impegnate nel contesto siriano ed iracheno. Quali potrebbero essere i risvolti della presidenza Trump?

Trump ha detto che metterà fine agli otto conflitti ai quali hanno partecipato Barack Obama e la Clinton, e questa è una speranza. Ma non bisogna dimenticare un altro attore sul campo, la Cina. Il rapporto con la Cina è un problema per gli USA non solo perché Russia e Cina hanno stretto rapporti  di carattere economico, politico e culturale, ma anche perché la Cina ha in mano il debito pubblico americano.

Forse proprio per questo Trump in uno dei suoi interventi ha detto che non vorrà entrare in competizione con la Cina. In questo si possono leggere le tracce della vecchia politica di Nixon, per la quale la vittima della conventio ad excludendum era la Russia. Oggi sarà l’Europa?

L’Europa credo che si dovrà adeguare. In Europa tutti hanno tifato per la Clinton ma entro breve il neopresidente diventerà realista. Già dal suo primo discorso Trump ha ammorbidito i toni nei confronti dell’UE. Credo che Trump potrà dare un contributo alla distensione, non mi sembra che sia una catastrofe per la democrazia. E’ il popolo americano che ha deciso, così come il popolo russo ha deciso per Putin.

I passi a rilento che si stanno facendo nell’approvazione del TTIP e del CETA secondo lei con la presidenza Trump potrebbe subire un’accelerazione?

Io credo che sul TTIP si arriverà ad un accordo. Molta propaganda elettorale di Trump ha parlato alla pancia degli americani e ha avuto successo ma, terminata la campagna, anche Trump dovrà fare i conti con le lobby che hanno interessi meramente economici.

In un’ottica di rinnovata amicizia tra Usa e Russia non sono immaginabili accordi simili anche tra le due superpotenze?

Io me lo auguro. Trump ha più volte detto che con la Russia bisogna non solo trattare ma parlare da pari a pari tenendo sempre presente il potenziale economico e politico che hanno gli Usa.  L’eliminazione delle sanzioni alla Russia è il primo passo. Questo aiuterebbe la pace. Oggi Papa Francesco dice che c’è un mondo in guerra a pezzi. Io credo che l’elezione di Trump contrariamente a quanto si crede possa andare in questa direzione.

Con Trump la Cina “aspetta sull’altra sponda del fiume….”

La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, messi da parte gli errati pronostici dei sondaggi e lo stupore al momento dei risultati finali, desta di certo interesse nel solo negli Stati Uniti d’America ma in tutto il mondo.

Con Trump la Cina “aspetta sull’altra sponda del fiume….” - Geopolitica.info (cr: Getty Images)

Descritto in varie occasioni come un uomo che si è distaccato dalla politica tradizionale nel modo di rivolgersi ai suoi concittadini, nei mezzi di comunicazione usati durante l’intera campagna elettorale e nel programma che ha presentato – in pratica l’opposto di Hillary Rodham Clinton – ora sarà capace di porre in essere anche sullo scacchiere internazionale tutto quello che ha sostenuto così fermamente? Nello specifico, che tipo di rapporti ha intenzione di stabilire con la Cina?

Ormai sono note le sue denunce al colosso asiatico di aver attuato comportamenti sleali inficiando e deteriorando il commercio statunitense, del furto di segreti commerciali e di aver svalutato appositamente la propria moneta per essere più competitivo nel mercato globale. Altrettanto conosciute sono le intenzioni del neo Presidente di utilizzare ogni potere a lui consentito per porre rimedio a tali controversie qualora la Cina non interrompesse le sue attività illegali, ricorrendo tra l’altro all’applicazione di tariffe in linea con la Sezione 201 e 301 del Trade Act del 1974 e con la Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962.

Nell’opinione di Trump la Cina è responsabile di circa la metà dell’intero “trade deficit” americano, il che porta ad una diminuzione sostanziale dell’occupazione.

Si evince dunque che le sue preoccupazioni siano mosse soprattutto da ragioni economiche. Seguono la stessa linea di pensiero le sue critiche dure al NAFTA, visto che l’entrata di Pechino ha avuto come effetto un forte decremento nel settore manifatturiero e nel PIL.

Il TPP sarebbe conseguentemente solo il voler percorrere una strada già dimostratasi errata e infruttuosa. Inoltre la presenza di una Commissione internazionale sulle cui decisioni i cittadini americani non avranno potere di veto, indebolirà l’indipendenza economica statunitense. L’America, sempre secondo Trump, ha bisogno di accordi bilaterali, non di un ulteriore trattato multilaterale che le crei solo svantaggi.

Se su tali questioni Trump si delinea come un avversario, su altre potrebbe svelarsi addirittura come un benefit per il referente asiatico.

Mentre Hillary Clinton, in questi ultimi anni ed anche sotto l’amministrazione Obama, ha spesso messo l’accento sulla violazione dei diritti umani da parte del governo cinese (si ricordi quando nel 1995, durante la Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino, si espresse duramente contro la posizione cinese circa i diritti delle donne), Trump non pare molto interessato a ciò che avviene all’interno della grande muraglia. Una politica estera basata principalmente sull’isolazionismo, sul concetto di “United States First” (porre attenzione in prima battuta alla politica nazionale e soltanto successivamente muoversi per risolvere questioni interne ad altri stati in realtà è un tema ricorrente da decenni sia nell’ala repubblicana che in quella democratica) e su un intervento militare, politico ed economico esclusivo, solo in quei paesi il cui presente e futuro incidono sugli Stati Uniti d’America, lascia di certo campo libero alle politiche espansionistiche della Cina, e contemporaneamente alla Russia.

La secca critica al “Pivot to Asia” che, lanciato nel 2011, fin dall’inizio non ha portato ai risultati sperati, è un altro segno che il governo di Li Keqiang può interpretare positivamente, con una maggiore libertà di movimento nell’area asiatica e del Pacifico.

Calcolando che il Presidente non agisce da solo, ma di concerto ad altre istituzioni, in primis il Congresso, e che spesso le campagne elettorali sono specchi per le allodole, esprimendo propositi che durante gli anni di amministrazione rimangono tali senza essere implementati, si può solo aspettare che Trump entri nel pieno del suo incarico per vedere se prevarrà la sua capacità di contrattazione da uomo d’affari o la fermezza con cui si è espresso negli anni della campagna elettorale. Da notare che già nel suo primo discorso da Presidente ha mostrato un atteggiamento ed un tono decisamente più miti e propensi al dialogo con gli altri attori del sistema internazionale. Ai posteri l’ardua sentenza….

Quale politica energetica per la (nuova) Casa Bianca ?

Dall’atteggiamento verso l’industria dell’Oil&Gas al cambiamento climatico passando per il ruolo del gas e del carbone nel mix energetico nazionale con un’attenzione particolare al fracking.

Quale politica energetica per la (nuova) Casa Bianca ? - Geopolitica.info

Non è solo in politica estera (atteggiamento verso la Russia di Putin e gestione delle crisi nei vari scacchieri mondiali) e in materia economica (più o meno globalizzazione) che si delineano ampiamente le differenze tra la candidata democratica Hillary Clinton e il futuro presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il successore di Barack Obama, che il 23 gennaio farà il suon ingresso nello studio ovale, si troverà infatti a portare avanti una politica energetica molto diversa da quella prospettata in campagna elettorale dall’ex Segretario di Stato. Visioni, quelle di Trump e Clinton, che sotto alcuni aspetti possono essere considerate diametralmente opposte.

Lo scenario energetico americano

Negli ultimi dieci anni il settore energetico americano si è caratterizzato per notevoli e profondi cambiamenti. Se, da un lato, per quanto riguarda la produzione e il consumo di combustibili fossili, il carbone e il petrolio hanno ceduto sempre di più il passo al gas naturale (proprio nel 2016 alcuni analisti prevedono il sorpasso del gas naturale quale principale combustibile per la produzione di energia rispetto al carbone), dall’altro lato la quantità di energia prodotta tramite il ricorso alle fonti rinnovabili (eolico e solare in particolare) è in rapida ascesa. Un mix energetico che, secondo uno studio dell’Agenzia internazione per l’energia (Aie), dovrebbe garantire agli Usa l’indipendenza energetica entro il 2035. Nel frattempo, nel 2017, gli Stati Uniti dovrebbero divenire il primo produttore al mondo di petrolio, sorpassando di fatto l’Arabia Saudita, anche se la recente politica dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) finalizzata a tenere basso il prezzo del barile dovrebbe ritardare tale data.

Non esiste alcun cambiamento climatico

Nessuna guerra al cambiamento climatico, visto dalla Clinton come una delle minacce più urgenti per la nazione e per il mondo intero. Trump, infatti, ha da sempre sostenuto di essere “abbastanza scettico” riguardo al cambiamento climatico indotto dall’uomo. Secondo il futuro presidente degli Stati Uniti il concetto di riscaldamento globale è stato creato “da e per i cinesi così da rendere la produzione americana non competitiva”. Lo stesso Partito Repubblicano, che ha preso le distanze da Trump su varie questioni, ha più volte sottolineato che il cambiamento climatico non è di certo uno dei problemi più urgenti per il Paese a differenza, ad esempio, della sicurezza nazionale. In linea con tale atteggiamento, Trump ha promesso di uscire dall’Accordo di Parigi del dicembre 2015, che punta essenzialmente a limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto di 2 gradi Celsius e ad adoperarsi per non superare un aumento di 1,5 gradi. Nel mirino di Trump anche l’Environmental Protection Agency (Epa), alla quale il tycoon divenuto presidente intende impedire di disciplinare le emissioni di anidride carbonica. Conseguenza naturale sarà quindi l’accantonamento del Clean Power Plan dell’amministrazione Obama che, nelle intenzioni di Hillary Clinton, avrebbe rappresentato lo strumento principale per rendere gli Usa “una superpotenza dell’energia pulita”.

Quale mix energetico per il futuro americano ?

Un forte sostegno allo sviluppo di tutte le forme di energia, purché commerciabili, con particolare riferimento a gas, petrolio, carbone (inviso alla Clinton), nucleare e idroelettrico. E’ su questo mix energetico che si dovrà basare lo sviluppo degli Usa secondo Trump. Un mix energetico, quindi, che si accompagnerà a un contenimento degli incentivi per la diffusione delle rinnovabili: secondo il nuovo presidente, infatti, lo sviluppo dell’energia eolica e solare dovrebbe essere finanziato con capitali privati e non con fondi governativi. Non manca nel programma di Trump un sostegno all’industria dell’oil&gas che, al contrario, in caso di vittoria della Clinton, avrebbe assistito a una eliminazione delle esenzioni e delle sovvenzioni fiscali di cui godono appunto le compagnie produttrici di combustibili fossili. Il programma di Trump, poi, prevede l’apertura dei terreni pubblici e della piattaforma continentale esterna alla prospezione e produzione di combustibili fossili, ribaltando la posizione della Clinton per la quale fondamentale sarebbe “ridurre gradualmente l’estrazione di combustibili fossili dai terreni pubblici”.

Il futuro del fracking 

Se gli Usa riusciranno davvero a raggiungere l’indipendenza energetica, è proprio alla tecnica del fracking, e alla connessa rivoluzione dello scisto, che dovranno dire grazie. Shale gas e shale oil stanno spingendo la produzione interna di gas e petrolio. Se per quest’ultimo la produzione da riserve non convenzionali è oggi il 52% della produzione totale, per quanto riguarda lo shale gas si è passati dai 2 trilioni di piedi cubi del 2005 ai 13,2 del 2014. Ed è proprio su questa strada che il futuro presidente Donald Trump intende continuare, abrogando ogni tipologia di moratoria per l’utilizzo del fracking. Una strada, quella della fatturazione idraulica, che in realtà non è poi così certo che sarebbe stata abbandonata dalla Clinton. L’ex Segretario di Stato, infatti, nel suo programma prevedeva maggiori e più stringenti controlli ambientali per l’uso di questa tecnica, piuttosto invasiva e responsabile, secondo alcuni, di lievi terremoti. Ma non è da dimenticare che fu proprio Hillary Clinton a farsi promotrice della “Global Shale Initiative” nel 2010.

Verso la realizzazione dell’oleodotto Keystone

Il veto posto dal presidente americano Obama alla realizzazione dell’oleodotto che avrebbe dovuto collegare il Canada con il Messico ha rappresentato uno dei pilastri della politica energetica dell’amministrazione uscente. Keystone, con i suoi 1.897 km, una volta giunto a regime avrebbe dovuto trasportare dalle sabbie della canadese Alberta alle raffinerie del Golfo del Messico sino a 800 mila barili di petrolio al giorno. Grande oppositore del progetto è stato il Segretario di Stato John Kerry per il quale “portare avanti questo progetto avrebbe minato in modo significativo la nostra capacità di continuare a essere una guida nella lotta al cambiamento climatico”. E sulla stessa linea del suo successore alla guida della diplomazia americana si era posta nel corso della campagna elettorale Hillary Clinton. Donald Trump, al contrario, ha già assicurato che l’oleodotto verrà completato (manca, infatti, la realizzazione della quarta fase dell’opera) precisando, al contempo, che “un’importante quota dei profitti dovrà rimanere negli Stati Uniti”. Con buona pace dei canadesi e dei messicani.

I rapporti con l’Opec

Al di là delle manifestazioni di apprezzamento per la Russia di Putin che possono portare ad ipotizzare un sostegno americano nella “lotta” tra la Russia e l’Opec, nel corso della campagna elettorale Trump non ha mai affrontato il problema dei rapporti con l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio. L’elezione del magnate americano non è certo una buona notizia per l’Opec e per la sua politica finalizzata a tenere basso il prezzo del petrolio proprio per mettere fuori dal mercato, tra gli altri, i produttori americani di petrolio non convenzionale. Non solo, infatti, i produttori americani stanno resistendo al basso costo del barile al di là di ogni previsione, ma il futuro presidente degli Usa intende aumentare la produzione interna di petrolio aprendo all’apertura dei terreni pubblici per l’estrazione dell’oro nero. Ma sono gli equilibri stessi interni all’Opec che potrebbero essere scossi dalla politica di Trump, specialmente quella mediorientale. Il futuro presidente, infatti, ha da sempre criticato l’atteggiamento della comunità internazionale nei confronti dell’Iran e il conseguente accordo sul nucleare, prospettando, una volta eletto, il rafforzamento delle sanzioni nei confronti della repubblica islamica.  Proprio quando è nuovamente alta la tensione tra l’Arabia Saudita e Teheran, i due principali player interni all’Opec.

 

L’ombra di Trump su COP22. Intervista a Giovanni La Via, Presidente Comm. europarlamentare Ambiente

“Il nuovo corso politico negli Stati Uniti potrà anche rallentare l’attuazione degli accordi di Parigi, ma resta il fatto che 197 Paesi si sono dati un obiettivo per fine secolo. E Trump non è eterno!”. Per Giovanni La Via,  presidente della commissione Ambiente al Parlamento Europeo e capodelegazione alla Conferenza mondiale di Marrakech sui cambiamenti climatici, il “Cop 22” – in programma nella capitale marocchina sino al 18 novembre – non è stato vanificato, reso inutile ancor prima del suo avvio, dal successo del miliardario repubblicano.

L’ombra di Trump su COP22. Intervista a Giovanni La Via, Presidente Comm. europarlamentare Ambiente - Geopolitica.info

In campagna elettorale, però, Trump aveva promesso la rinegoziazione dell’intesa raggiunta nel “Cop 21” e affidato a un tweet la sua singolare teoria: “Il concetto di riscaldamento globale – aveva scritto – è stato creato da e per i cinesi al fine di rendere la produzione degli Stati Uniti non competitiva”.

Detta così, non ispira certo ottimismo … ma Giovanni La Via, in buona sintonia con i colleghi di Bruxelles, professa fiducia: “Chi si muove nell’ottica del breve periodo, ha poco da aspettarsi. L’accordo di Parigi ha un respiro lunghissimo e una portata rilevante, l’effetto dei singoli è contenuto. Conta, invece, il risultato globale che 197 nazioni realizzeranno assieme”.

Solo da poche settimane l’Europarlamento ha ratificato il documento finale del “Cop 21”, ma già siamo al “Cop 22”. Servirà a qualcosa?
“In realtà, il percorso dopo Parigi è stato lungo e complesso. Lì, si sono definiti i principi dell’accordo ma bisogna stabilire come applicarli. Siamo tutti d’accordo che bisogna ridurre le emissioni e contenere l’aumento della temperatura planetaria ben al di sotto dei 2 gradi. Come farlo, però, non è semplice ne definito. Soprattutto, poi, dobbiamo mettere ogni Stato nelle condizioni di controllare cosa fanno tutti gli altri”.

Controlli “fai-da-te”, affidati ai singoli Governi. E’ proprio questo il tallone d’Achille nell’accordo di Parigi?
“Abbiamo concordato l’obiettivo finale, ma come arrivarci lo vedremo strada facendo. La Conferenza di Marrakech è il primo momento in cui tutti i sottoscrittori di Parigi si siederanno a un tavolo per decidere le tappe intermedie e i controlli, ma anche se ci saranno sanzioni per chi non si muoverà secondo le linee indicate. In questa e nelle altre “Cop”, quindi, verrà fatto un check-up dell’accordo di Parigi. Noi, come Unione Europea, non vorremmo realizzare sforzi all’inverosimile per raggiungere obiettivi pesanti, costosi, impegnativi e vedere che altri stanno giocando, che hanno apposto per scherzo la propria firma su quel documento”.

Centonovantasette Paesi firmatari. O sarebbe meglio dire “centonovantasei”, vista l’avversione di Donald Trump?
“No, dico 197. In questi giorni, peraltro, vi sono stati contatti informali tra l’Unione Europea e i negoziatori Usa che hanno confermato di voler proseguire nella linea d’indirizzo dell’amministrazione Obama. Vedremo, poi, cosa accadrà. Se, cioè, Trump vorrà camminare più piano e fissarsi obiettivi meno ambiziosi”.

Per il neopresidente statunitense, il riscaldamento globale è “un’invenzione cinese”. Solo la battuta di un candidato in cerca di (facili) consensi?
“Già nei primi giorni dopo l’elezione, alcuni toni di Trump si sono ammorbiditi. Quando sarà in carica, vedremo. Non sarà certo semplice, però, mantenere certe posizioni dinanzi al percorso definito da 197 Paesi”.

Nel mondo molti salteranno sul carro del vincitore. Non bisogna temere l’effetto-contagio, a tutto danno dell’ambiente?
“Gli Stati Uniti sono un grande Paese e, se dovessero decidere di cambiare rotta, provocheranno un rallentamento complessivo del processo. Questo, però, resta un processo di lungo periodo che conta su una convinzione diffusa in tutto il mondo scientifico e anche tra gli operatori economici. Non credo che vi saranno sconvolgimenti di indirizzo, solo una velocità maggiore o minore. E sono abbastanza convinto che pure Trump addiverrà a posizioni più miti”.

Dialogo difficile, Unione Europea e Usa più distanti, dopo le affermazioni di Jean Claude Juncker che ha già “bocciato” Trump?
“Obiettivamente, la posizione di Juncker è stata molto dura. Man mano che le nuove amministrazioni si incontreranno, mi aspetto da entrambi i lati toni più accondiscendenti. Donald Trump, d’altronde, dovrà calarsi nei panni dell’amministratore degli Stati Uniti. La campagna elettorale è finita, gli Usa non potranno certo disinteressarsi dei processi globali per chiudersi all’interno dei propri confini. In questa direzione, le affermazioni di Juncker non aiutano molto. Dovrebbe ricordarsi che lui rappresenta ventotto Paesi e che sarebbe consigliabile in questi momenti avere più prudenza”.

In concreto, comunque, qual è la proposta dell’Europarlamento e della Ue perchè la febbre del pianeta non salga ancora?
“Come Unione Europa ci siamo impegnati perchè, entro il 2030, le emissioni di anidride carbonica si riducano del 40 per cento rispetto al periodo preindustriale e cresca del 27 per cento il contributo delle energie rinnovabili. Stesso obiettivo, “più 27”, per l’efficienza energetica. Al contempo, chiediamo che nel breve termine anche aviazione e trasporto marittimo vengano inclusi in questo percorso. Oggi, non è così. Eppure, gli esperti dicono che nel 2050 la mobilità aerea contribuirà per il 30 per cento nelle emissioni globali a effetto-serra: non possiamo permetterci di tenerlo fuori dai nostri sforzi”.

Donald Trump: il programma elettorale

Se volete leggere in originale il programma elettorale di Donald John Trump, potete consultare il suo sito ufficiale www.donaldjtrump.com. Oppure, proviamo noi a sintetizzare.

Donald Trump: il programma elettorale - Geopolitica.info

Ambiente. Trump mette in discussione gli  impegni assunti dagli Usa in occasione della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici. A questo proposito, peraltro, ha scritto in modo decisamente eloquente che “il concetto di riscaldamento globale è stato creato da e per i cinesi al fine di rendere la produzione degli Stati Uniti non competitiva”.

Sanità. In linea con l’ala dura del suo Partito, il candidato repubblicano punta a smantellare la “Obamacare” che – dice – ha fatto “soffrire gli americani sotto il suo incredibile peso economico”. Vuole anche bloccare i finanziamenti federali agli Stati per il “Medicaid”, il programma che offre assistenza gratuita ai meno abbienti.

Interruzione di gravidanza. S’è schierato su posizioni antiabortiste, tranne che nei casi di stupro e incesto o qualora sia a rischio la vita della madre. Sulle interruzioni clandestine di gravidanza, ha dapprima affermato che la donna andrebbe punita con l’arresto ma s’è poi corretto “promettendo” la galera al medico.

Tasse. In linea con la tradizione conservatrice, Donald J. Trump promette “la più grande riforma fiscale dai tempi di Reagan”: meno tasse con una riduzione dell’imposta sulle società dal 35 al 15 per cento e la semplificazione delle aliquote per le persone fisiche con un tetto massimo al 25 per cento. Per le casse federali, un costo di 9,5 miliardi di dollari. A sostegno dell’industria americana, invece, promette dazi sui prodotti cinesi per contrastare così la “concorrenza sleale” esercitata da Pechino.

Porto d’armi.   Fra le “Positions” del candidato presidente, i sette punti fondamentali del manifesto elettorale, trova spazio significativo la difesa dei “Diritti del Secondo Emendamento”. All’opposto di Obama, insomma, Trump è contrario a qualunque legge sul controllo delle vendite.

Esteri.  Niente truppe di terra per combattere l’Isis in Iraq e Siria, ma anche in Afghanistan contro i talebani. In Medio Oriente, inoltre, netta presa di posizione per Israele nel braccio di ferro con l’Iran sul nucleare. Carta straccia, quindi, l’accordo sul nucleare firmato da Usa e Unione Europea con Teheran.

Migranti. Altro passaggio-chiave del programma di Trump: “Il Messico – si legge nel suo sito – ha avuto vantaggi da noi: gang, trafficanti di droga e cartelli criminali hanno liberamente beneficiato dei nostri confini aperti”. Il miliardario, quindi, vuole alzare un muro al confine con il Messico e pretende che lo paghino proprio loro. I messicani.

 

Politica estera americana: Trump, ovvero Obama al quadrato

Secondo copione, “the Donald” ha rotto gli schemi. Le sue affermazioni inerenti il ruolo della NATO, nonché la necessità che gli europei ne sostengano adeguatamente i costi di funzionamento, hanno generato un vespaio di polemiche. Suscitando, chiaramente, un acceso dibattito in Europa sui “rischi” di una sua ascesa allo scranno più ambito del mondo. In particolare, il vulcanico candidato repubblicano è finito – una volta di più – nel mirino di media e avversari di ogni parte del globo per aver posto in discussione l’automatismo di mutua difesa sul quale è imperniata l’alleanza atlantica.

Politica estera americana: Trump, ovvero Obama al quadrato - Geopolitica.info

Nessun politico americano – a prescindere dall’affiliazione partitica – aveva mai espresso tanto chiaramente ciò che in molti, però, hanno spesso ricordato: gli Stati europei devono finanziare i propri apparati di sicurezza con almeno il 2% del PIL. Anche lo stesso Obama, nel corso di entrambi i mandati, non ha perso occasione per soffermarsi sull’esigenza che tutti i membri della Nato ne sopportino il peso economico, quel “non possiamo farcela da soli” che segnala la crisi del sistema di sicurezza sinora conosciuto. Washington non può e non vuole più sopperire a simili lacune, e i suoi taxpayer sono maldisposti verso un’Europa tanto deresponsabilizzata quanto insicura a causa delle molte minacce che gravano sui suoi confini. Robert Gates, segretario di Stato alla Difesa sia con George W. Bush sia con Obama, sottolineò con estrema puntualità questo concetto nel suo ultimo discorso davanti ai membri dell’Alleanza già nel 2011. Tale discorso, nella sua schiettezza tutta a stelle e strisce, resta ancora d’attualità, sembrando anzi una delle pietre angolari sulle quali Donald Trump sta impostando il suo programma di politica internazionale.

Se, dunque, le tensioni circa il ruolo della NATO non sono nuove alla classe dirigente ed all’opinione pubblica americane, esse si inquadrano in un più ampio spettro di dibattito sul ruolo stesso degli Stati Uniti nel mondo. Pulsioni isolazioniste hanno ripetutamente fatto capolino nella dialettica politica della superpotenza, attecchendo, seppur con gradazioni differenti, tra le fila sia dei democratici sia dei repubblicani. A tali pulsioni hanno sempre fatto da contraltare il mito – o la constatazione – dell’eccezionalità americana, l’autopercezione di alfiere della libertà, della democrazia e, non da ultimo, dell’ordine che da sempre pervade non solo le stanze dei bottoni di Washington, ma anche le menti e i cuori dei cittadini americani.

Le elezioni che, il primo martedì del prossimo novembre, opporranno Hillary Clinton a Donald Trump offrono un caso di studio paradigmatico del confronto tra queste spinte divergenti. Da una parte, la candidata democratica incarna una tradizione ben radicata in alcune presidenze recenti. Fu proprio il marito Bill il primo a mettere concretamente in pratica, nel 1999 in Serbia, quell’interpretazione in senso lato dell’art. 41 della carta delle Nazioni Unite nota come “intervento umanitario”, incentrata sulla possibilità di ingerirsi militarmente negli affari interni di uno Stato terzo per evitare crimini contro l’umanità. George W. Bush portò tale dottrina alle sue estreme conseguenze, aderendo alle tesi neocon sull’esportazione della democrazia. Certo, visti i tempi, Hillary Clinton non declamerà a gran voce la sua adesione a tale scuola di pensiero, anche per non sconfessare totalmente l’operato dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Dall’altra parte della barricata, l’immobiliarista più famoso del mondo presenta una visione radicalmente opposta. Una visione che, a ben guardare, costituisce un’evoluzione esponenziale della politica estera obamiana. Un paradosso, certo, ma anche una presa d’atto del sentimento strisciante di buona parte dell’elettorato. “America first”, il titolo con cui Trump ha battezzato il suo approccio alla politica estera, è un leitmotiv già noto ai sostenitori del Grand Old Party, affine al Country first di John McCain nella sua corsa presidenziale del 2012. L’Amministrazione Obama, pur richiamandosi alla nozione di estensione dello spazio democratico, ha adottato un approccio contenitivo e di basso profilo, inaugurando la politica del leading from behind e comprimendo gli sforzi militari ed economici americani in varie aree del mondo. Le crisi internazionali che hanno caratterizzato i suoi due mandati raccontano di un mondo che, orfano del “regolatore di ultima istanza”, si fa più instabile e frammentato. Alleati e avversari ne prendono atto, tentando di ovviare al disimpegno di Washington rimescolando le carte e tessendo trame sempre più fitte a livello regionale. Tre esempi su tutti: il Medio Oriente, quasi integralmente infiammato, sta sperimentando nuove alchimie in cui le alleanze consolidate fanno posto a nuove, spregiudicate amicizie. In Ucraina, Mosca ha capito per prima che l’amministrazione Obama avrebbe molto, molto faticosamente difeso davanti all’opinione pubblica interventi marcati a sostegno del governo di Kiev (la pregiudiziale antirussa di molti ambienti d’élite americani non attecchisce probabilmente con lo stesso vigore tra gli americani comuni). In Estremo Oriente, la scelta di fare del Pacifico il pivot della politica estera americana ha prodotto un inasprimento di alcune contese di lungo periodo tra i player del quadrante, più che un loro ammorbidimento: anche qui, gli alleati regionali della superpotenza sono scettici sul reale interesse degli Usa a difenderli davanti all’assertività dell’ingombrante vicino cinese. Stretta tra la voglia – o la necessità – di fare di Pechino un partner stategico e la dottrina del leading from behind verso i Paesi amici dell’area, l’America manda loro segnali contraddittori.

Nonostante le affermazioni di principio, pertanto, esiste un velato trait d’union tra la politica estera di Obama, per come concretamente dispiegata in questi otto anni, e l’approccio di Trump, per come declamato durante la campagna elettorale in corso. Non un approccio isolazionista tout court, in ogni caso: nel suo discorso di accettazione della candidatura, the Donald ha toccato le corde patriottiche dei delegati ricordando le “umiliazioni” alle quali la presidenza Obama avrebbe esposto il Paese, e ripromettendosi di sanarle. E confermando un impegno concreto alla sconfitta dell’Isis: ma questo non deve sorprendere, perché Trump ha sempre fatto mostra di voler contrastare ogni minaccia alla sicurezza nazionale, dentro e fuori dai confini del Paese.

Un paradosso, quindi: in politica internazionale, il mondo potrebbe assistere ad una torsione più decisa se dalle urne uscisse vincitrice Hillary Clinton, democratica, rispetto al repubblicano Donald Trump. Ma, al di là di ogni ricostruzione teorica, il quesito fondamentale riguarda l’interesse italiano ed europeo: in gioco c’è la sicurezza del Paese e del continente, in un momento storico nel quale essa è fortemente minacciata.