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Tradizione o rivoluzione? La politica estera di Trump al confronto con la tradizione repubblicana

L’elezione di Donald J. Trump a Presidente degli Stati Uniti ha stupito i commentatori della politica estera americana. In campagna elettorale, le proposte di politica estera del tycoon sono state fortemente criticate: Trump è stato definito su questi temi “il peggior candidato Presidente della storia americana”. Anche le prime mosse internazionali del nuovo Presidente hanno attirato feroci stroncature, che hanno messo in luce le prime grandi contraddizioni della nuova Amministrazione americana. Un primo nodo da sciogliere riguarda l’effettiva portata rivoluzionaria delle proposte di Trump in politica estera. Mentre alcune istanze sembrano vere e proprie novità per un Presidente repubblicano, altre sono ormai dei classici della tradizione del Grand Old Party. Come spiegare questa contraddizione?

Tradizione o rivoluzione? La politica estera di Trump al confronto con la tradizione repubblicana - Geopolitica.info U.S. President Donald Trump listens to a translation during a joint news conference with Japanese Prime Minister Shinzo Abe at the White House in Washington, U.S., February 10, 2017. REUTERS/Joshua Roberts

Una chiave di lettura interessante emerge se confrontiamo le proposte (e le prime decisioni) di Trump con la più recente tradizione del Partito Repubblicano su questi temi.Si nota infatti che dalla fine della presidenza di George W. Bush il Partito Repubblicano ha cercato di distanziarsi dai suoi grandi fallimenti in politica estera, operando al contempo un’analisi parsimoniosa di cosa mantenere e cosa buttar via. Il pensiero di Donald Trump si inserisce in questo trend e chiude il cerchio. Si sta aprendo un nuovo capitolo nel pensiero repubblicano sulla politica estera?

Potenza e missione

Partiamo dalle basi. Le scelte di politica estera dell’amministrazione guidata da George W. Bush, così come il discorso pubblico che le ha accompagnate, hanno avuto un impatto profondissimo sul ruolo dell’America nel mondo e, con ogni probabilità, sul corso della storia. A livello geopolitico, l’attenzione dell’Amministrazione è stata monopolizzata dall’area del Medio Oriente, con costose campagne militari volte a contrastare il principale avversario agli occhi americani: il terrorismo internazionale. A livello teorico, alla base della politica estera americana fra 2001 e 2008 si colloca quella che è stata definita la Dottrina Bush. Secondo Tony Smith, la Dottrina si basa su due pilastri. Il primo è il pillar of power, il pilastro della potenza. Si tratta della ferma convinzione che gli Stati Uniti debbano detenere un solido, inattaccabile primato militare: è un elemento essenziale per permettere agli Stati Uniti di porsi come attore globale credibile. Il secondo è il pillar of purpose, il pilastro della missione. Si tratta dell’altrettanto ferma convinzione che gli Stati Uniti debbano rendersi protagonisti della difesa della democrazia, sia dove questa è già affermata sia dove ancora non è emersa. Secondo la Dottrina Bush, gli Stati Uniti hanno un ruolo fondamentale nell’avanzamento della libertà, della prosperità e della pace a livello globale. All’atto pratico, il pillar of purpose si concretizza in una forte tendenza ad intervenire militarmente all’estero, in ottica difensiva (come, ad esempio, in Afghanistan nel 2001) ma anche preventivamente (è il caso dell’Iraq nel 2003).

Fare i conti con la Dottrina Bush

Pur senza negarne l’importanza, oggi la Dottrina Bush è spesso citata come esempio di politica estera fallimentare, un sinonimo dell’arroganza americana. Lo stesso Partito Repubblicanoha iniziato a prendere le distanze dalla Dottrina Bush. In questo,la campagna elettorale del 2008 segna il punto di partenza di un chiaro trend nell’evoluzione del pensiero del partito sui temi della politica estera. Con cauta gradualità gli esponenti di spicco del Partito Repubblicano, in particolare i candidati a Presidente degli Stati Uniti, si sono progressivamente allontanati dalla Dottrina Bush.Invece che rigettarla del tutto, però, il Partito ha operato un attento calcolo, valutando cosa mantenere e cosa abbandonare della tanto vituperata dottrina.

Nel 2008, ad esempio, il candidato repubblicano John McCain propone una versione rivista e aggiornata della Dottrina Bush. Da un lato, rimane fermo il supporto al pillar of power: continua lo sforzo militare in Afghanistan e Iraq, continua il supporto a forti spese militari. Dall’altro, McCain propone nuova versione del pillar of purpose, in cui gli scopi rimangono i medesimi, ma cambiano i mezzi per raggiungerli: gli Stati Uniti devono tornare a sfruttare il multilateralismo a loro vantaggio e devono tenere in maggior conto il ruolo degli alleati storici di Washington.

Il trend continua nel 2012. Il candidato repubblicano Mitt Romney ripropone il pillar of power ma inizia ad allontanarsi dal pillar of purpose. L’importanza di un inattaccabile primato militare è centrale: Romney propone di ribaltare le politiche di riduzione della spesa militare volute dalla presidenza Obama. Per Romney la leadership economica e una buona rete di alleanze possono fare più del costoso interventismo dell’epoca Bush: l’imperativo interventista della Dottrina Bush ne esce, seppur vivo, ridimensionato.

Trump: un nuovo capitolo?

Anche il messaggio di politica estera di Donald Trump ben si inserisce in questo trend: permane la fedeltà al pillar of power della Dottrina Bush, ormai divenuto un cavallo di battaglia repubblicano, ma si giunge al definitivo abbandono del pillar of purpose.

Per quanto riguarda il pillar of power, Trump si è dimostrato un grande sostenitore del primato militare americano, l’unico strumento per “scoraggiare, evitare e prevenire i conflitti”. Per questo, in campagna elettorale, Trump ha prospettato un ambizioso piano di spesa militare, con l’aumento delle dimensioni e l’ammodernamento di tutte le forze armate, il potenziamento del sistema di difesa missilistico e delle capacità dicyberwarfare.

Le proposte di politica estera di Trump sanciscono il rifiuto all’interventismo tipico del pillar of purpose. Per Trump, l’idea che gli Stati Uniti possano creare democrazie occidentali in paesi che non lo sono mai state o non hanno nessun interesse a diventarlo è un’idea “pericolosa”. La stagione dei grandi interventi militari è finita.Ciò non significa che le proposte di politica estera di Trump siano da considerarsi un completoendorsement dell’isolazionismo. Quello che cambia è il ragionamento alla base dell’internazionalismo americano. Secondo la Dottrina Bush, gli Stati Uniti hanno un imperativo morale ad intervenire quando la democrazia, i diritti umani o la sicurezza internazionale sono in pericolo. Secondo Trump, gli Stati Uniti continueranno a fare la loro parte nelle grandi battaglie dell’umanità: saranno leader, ad esempio, nella lotta al “terrorismo islamico radicale”, così come lo sono stati nella lotta al fascismo e al comunismo. A parte questo, però, crisi minori, come gross violations dei diritti umani o minacce alla sicurezza internazionale, saranno oggetto dell’intervento americano solo se passeranno il test dell’interesse nazionale: America First. Per questo, in parziale continuità con la presidenza Obama, anche l’amministrazione Trump pare aver scelto l’Asia Orientale come quadrante geopolitico privilegiato e la Cina come principale rivale: l’ascesa del gigante asiatico è la maggior sfida agli interessi strategici ed economici americani.

La natura ibrida del pensiero in politica estera di Trump, in cui convivono tradizione repubblicana e aspetti innovativi, è un’utile lente per guardare alla prima contraddizione della sua Amministrazione: la natura composita del suo team di politica estera. Come analizzato dal Brookings Institution e da Natalizia e Provvidera su Geopolitica.info, il nuovo Gabinetto, diviso in più fazioni,è attraversato da contrasti in apparenza insanabili. Alla luce della natura ibrida del pensiero di Trump, questo carattere composito non sorprende. La sfida, però, è notevole: il pensiero di Trump basterà a sanare i contrasti e condurre gli Stati Uniti ad una nuova politica estera? Ancora una volta, i primi 100 giorni si riveleranno decisivi.

The Israeli-Palestinian conflict and the need for courageous leaders

The new American administration is an opportunity for the leaderships of Israel and the Palestinian Authority to reach a final agreement through face-to-face negotiations, whether the opportunity will be grasped or not will depend on the priorities they will set for their populations.

The Israeli-Palestinian conflict and the need for courageous leaders - Geopolitica.info

The recent UNSCR 2334 has shown the complex of inferiority that the present Palestinian leadership is affected of, living at the mercy of the United States instead of engaging in face-to-face negotiations with Israel.

The same resolution has shown also the mistake of placing trust in the previous American administration without advancing an effective diplomatic engagement to curb the Palestinian Authority’s attempt to single out Israel.

In the days before the sworn in of Mr Donald Trump as president, he has repeatedly said that a solution to the Israeli-Palestinian conflict must not be forced. Some members of his entourage have also given hints on the laissez-faire policy the new president wants to apply to the major international crisis (except the fight against the Islamic State) and avoid to be directly involved. Recently the possibility of involving Arab allies to push for the restart of direct negotiations between the parties is becoming more and more plausible. Indirectly the Russian ministry of foreign affairs has also been approached by its Israeli and Palestinian counterparts, but it is very difficult that the US will give up its prestigious position on the matter, although determined not to push directly.

But whatever is the final decision of the Trump administration, whoever will be involved as mediator, Mr Netanyahu and Mr Abbas will be left without many options but to negotiate with each other.

In the perspective of advancing the peace process, the Israeli government should have the courage and audacity to come up openly with a courageous plan to present during the negotiations. So far the unofficial governmental positions concerning the future of the West Bank expressed by Naftali Bennett and Tzipi Hotovely leave more questions than answers. But even more, they pave the road to a bi-national state that in the long term will only end the Zionist dream of a country for the Jews.

By approving the bill to “regulate settlement in Judea and Samaria and allow its continued establishment and development”, Mr Netanyahu and his government have placed themselves in a very uncomfortable position in front of the international community. Although the bill, nicknamed by Israel’s detractors as “Expropriation Bill”, does not disown Palestinian owners of their lands and grants them the right to compensation, it denies them the right to claim to its use until a diplomatic resolution is reached. The Israeli Supreme Court is carefully analysing the legality of the bill, but this still will not protect Israel from legal and political criticism from the international community. Most of all it allows a strong diplomatic counter-attack from the Palestinian side.

The political atmosphere in the Palestinian Authority is not really different from Israel: the time has come for Mr Abbas to stop using the international arena as the playground to unleash their political strategy, and instead come out with a plan about what he and his entourage intend to do with delicate issues such as the control of the Gaza Strip and the relationship with Hamas.

The Gaza Strip and Hamas are probably the biggest test for Mr Abbas: while the Islamic Movement is still uncertain whether to engage directly Israel or not, its leadership is going through a transition that in Spring time will end with a new leadership and a new strategic plan. Currently there are two wings in the party: the first, backed by Turkey and Qatar, is chaired by Ismayil Anyeh and Abu Marzuk, while the second, backed by Iran, is chaired by Mahmoud Zahar. Each wing and backers have their own interests to protect and agenda to follow. In such circumstances the margin of negotiation for Mr Abbas is very limited.

From the domestic point of view, both Mr Netanyahu and Mr Abbas see their positions challenged by extremist parties that push for unilateral decisions and moves. This has become a moment of choice for the two leaders: secure their political position in the short term by giving in to their demands or accept the challenge and try to persuade and soften these positions, shaping at the same time a policy that can lead to a final solution.

Mr Netanyahu has been able to persuade his government to freeze some of the decisions about the future of the West Bank until his first meeting with Mr Trump, supposedly to take place early February.  Mr Abbas has not really expressed a position yet. Certainly the new American administration places the Palestinian leader in the uncomfortable position to present a plan of action. This administration will hardly allow him to play according to the same rules used under Mr Obama. When Israel froze settlement construction for ten months, the Palestinian Authority still refused to engage into direct negotiations. This attitude will not be accepted by Washington.

The new American administration can be an opportunity for the Israeli and Palestinian leaderships to assess their strategies and engage a face-to-face negotiation instead of relying on Mr Trump and the international community in general. The time has come for both leaders to choose between shaping an affordable future for their people or pave the way to more violence. The first option is the path less travelled by, the most difficult, but also the most rewarding if taken seriously.

Messico: la liberalizzazione spinge il carobenzina

Lo scorso 27 dicembre il segretario delle Finanze del MessicoJosé Antonio Meade ha annunciato alla popolazione che a partire dal 1° gennaio 2017 i prezzi della benzina avrebbero subìto un aumento anche del 20% rispetto a quelli registrati nell’ultimo mese del 2016. E così è effettivamente stato.

Messico: la liberalizzazione spinge il carobenzina - Geopolitica.info

Il segretario Meade ha definito il gasolinazo (ovvero la brusca impennata dei prezzi della benzina, gasolina in spagnolo) un «cambiamento importante» che segna di fatto la fine della tradizionale politica statale di imposizione del prezzo e la piena apertura al libero mercato. Questo gasolinazo – ha continuato Meade – «permetterà di evitare distorsioni artificiali» (oltre a quelle operate dal mercato, s’intende) del prezzo della benzina, che d’ora in avanti rifletterà sia le oscillazioni del valore del petrolio che lespese di produzione.

Il segretario dell’AmbienteRafael Pacchiano, membro del Partito Verde Ecologista, ha invece difeso il gasolinazo lodandone le finalità ambientaliste: una benzina più costosa, ha detto, fungerà da disincentivo per l’acquisto di inquinanti automobili di grossa cilindrata – costume apparentemente diffuso tra i messicani più facoltosi – e contemporaneamente (ma solo teoricamente) incoraggerà il ricorso a forme di energia rinnovabili e pulite.

La reazione della popolazione messicana è stata fortissima. Più di seicento persone sarebbero state arrestate durante le proteste che hanno interessato praticamente l’intera nazione dal 1° gennaio con blocchi stradali e autostradali, cortei, danneggiamenti di distributori di benzina e saccheggi. Si sarebbero registrati anche degli abusi di potere da parte delle forze dell’ordine, e quattro civili e un poliziotto sono rimasti uccisi durante degli scontri. Nuove manifestazioni sono già state annunciate per le prossime settimane.

La rabbia dei cittadini per il forte aumento della benzina è tuttavia comprensibile, considerato il costo della vita nel paese (secondo una stima di Bloomberg, i messicani spendono per la benzina circa il 3,38% del loro salario; gli italiani menodell’1%) e il fatto che quasi il 42% della popolazione occupata non dispone di un reddito mensile sufficiente ad acquistare nemmeno i beni alimentari di prima necessità. L’incremento dei prezzi del carburante si ripercuoterà poi su quelli dei trasporti pubblici e degli alimenti, compresi quelli basilari come fagioli, uova e cereali: il costo di pane e tortillas, ad esempio, salirà rispettivamente del 22% e del 30%.

Anche il presidente Enrique Peña Nieto ha detto di «comprendere» la rabbia della popolazione, però ha aggiunto che il gasolinazo è una misura «dolorosa» ma «necessaria», che non è causata dalla Riforma energetica ma dall’aumento dei prezzi internazionali del petrolio.

La liberalizzazione dei prezzi della benzina rientra pienamente, in realtà, nella più ampia ristrutturazione del settore energetico messicano voluta da Peña Nieto: la sua Riforma energetica – approvata nel 2013 – ha decretato la riapertura del settore petrolifero agli investimenti stranieri e privati dopo ben settantacinque anni di statalizzazione. Nel 1938,infatti, l’allora presidente Lázaro Cárdenas ordinò la nazionalizzazione di tutte le compagnie operanti in Messico (principalmente americane e inglesi, che controllavano quasi l’interezza del mercato petrolifero della nazione) e la creazione della Petróleos Mexicanos (PEMEX), l’impresa statale pubblica nelle cui sole mani vennero concentrate le fasi di trivellazione, estrazione, raffinazione, stoccaggio, distribuzione e vendita del petrolio e dei prodotti petrolchimici.

Il percorso della riforma, tanto contestata in patria (il settore petrolifero pubblico è ancora visto come l’ultimo cardine del nazionalismo rivoluzionario messicano) quanto generalmente apprezzata all’estero, è stato lento. La prima asta per la vendita di blocchi esplorativi si è tenuta soltanto nel luglio 2015, e le prime compagnie private diverse dalla statale PEMEX hanno iniziato a vendere la propria benzina in Messico solo dal 2016. In generale, non si può dire che la Riforma energetica stia registrando dei successi: gli investitori non si sono mostrati così interessati come previsto e sperato, e anche la promessa di una riduzione del costo dell’elettricità è stata disattesa.

Stando agli ultimi dati disponibili, il Messico è il decimo produttore mondiale di petrolio e ne possiede la diciassettesima maggiore riserva. Le esportazioni di greggio sono tuttavia in preoccupante calo (-44,8% lo scorso anno), e le insufficienti capacità di raffinazione, stoccaggio e distribuzione della PEMEX lo costringono ad importare piùdella metà della benzina che viene consumata nel paese.

Questo gasolinazo giunge infine in un momento delicatissimo per l’economia messicana. A settembre il tasso di inflazione era quasi del 3%, la moneta continua a toccare sempre nuovi minimi storici rispetto al dollaro (1 $ vale circa 21,80 pesos) e il presidente elettoDonald Trump minaccia contemporaneamente di bloccare le rimesse degli immigrati negli Stati Uniti edi abbandonare l’accordo di libero scambio (assolutamente vitale per il benessere del Messico), minacciando anche le aziende – come Ford, General Motors e Toyota – intenzionate ad investire in terra messicana con alti dazi doganali. E per febbraio gli analisti prevedono un ulteriore incremento dei prezzi della benzina in Messico, che stavolta ammonterebbe a circa l’8%.

Stati Uniti vs resto del mondo

Noi e loro. USA-Resto del Mondo. Nel suo  discorso di insediamento da presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha battuto sempre – o quasi – sui pochi tasti che servono a scrivere: “America first”.

Stati Uniti vs resto del mondo - Geopolitica.info

L’esordio. Trump, che ha ringraziato Obama “per l’aiuto durante questo periodo di transizione” ma non certo per quanto l’esponente democratico ha fatto in questi anni vissuti alla Casa Bianca, s’è presentato come l’uomo del nuovo inizio: “Noi cittadini americani – ha detto – siamo ora uniti in un grande sforzo nazionale per ricostruire il nostro Paese e rispettare le promesse per il nostro popolo”. Quindi, ha voluto ribadire il suo profilo dicampione dell’antipolitica esclamando a dispetto dei tanti potentati presenti: “Per troppo tempo un piccolo gruppo della nostra capitale ha creato una guerra con il Governo. Washington è ferita. I politici hanno prosperato ma le aziende sono state chiuse, non sono stati protetti i cittadini del Paese. I vostri trionfi non sono stati i nostri successi“. E ancora: “Il 20 gennaio 2017 sarà ricordato come il giorno che il popolo divenne veramente il Presidente di questo Paese”.

Globalizzazione, si fa per dire. In economia, ma non solo, gli “altri” sono avvisati. A loro, Donald Trump è disposto a concedere poco o nulla: “Per molti decenni abbiamo arricchito le industrie estere, dato armi ad altri Paesi, difeso altre Nazioni, rifiutando di difendere i nostri confini. Abbiamo speso milioni all’estero mentre le infrastrutture americane erano distrutte e lasciate al loro destino. Reso Paesi ricchi mentre la ricchezza del nostro Paese scompariva. Una per uno le aziende hanno chiuso e se ne sono andate all’estero senza nemmeno pensare ai milioni e milioni di lavoratori. La ricchezza della nostra classe media è stata distribuita in tutto il mondo e tolta dalle nostre case”. E ancora, se fosse necessaria una spiegazione: “Ogni decisione sul commercio, sulle tasse, immigrazione, affari esteri, sarà fatta per beneficiare le famiglie americane. Dobbiamo proteggere i nostri confini dagli altri Paesi che rubano e distruggono la nostra economia. La protezione porterà più prosperità e più forza. Porteremo i nostri lavori a casa, sicurezza ai nostri confini, a casa la ricchezza, riporteremo a casa i nostri sogni. Costruiremo nuove strade, autostrade, ponti, ferrovie. Rimetteremo la nostra gente a lavorare, ricostruiremo così il nostro Paese”.

Un programma essenziale. Fin troppo.  Il nuovo presidente ha avvertito capi d’azienda e Capi di Stato: “Due sole regole: gli americani assumeranno gli americani. Cercheremo amicizia e buona volontà con le Nazioni del mondo e lo faremo sapendo che è diritto di tutte le Nazioni di mettere al primo posto i loro interessi. Noi saremo l’esempio per tutti affinché ci seguano.Rinforzeremo le vecchie alleanze e ne metteremo delle nuove. Combatteremo il terrorismo islamico, lo toglieremo completamente dalla faccia della terra”. Dalla sua parte, Trump è certo di avere alleati potenti. Anzi, il più potente: “La Bibbia ci dice quanto è bello quando il popolo di Dio vive insieme e in comunità. Dobbiamo portare avanti la solidarietà: quando l’America è unita, l’America non può essere fermata. Non ci deve essere paura. Siamo protetti e saremo sempre protetti da grandi uomini e donne e forze dell’ordine e la cosa più importante è che noi saremo protetti da Dio”.

Toni profetici. Conclusione altisonante, per un discorso da presidente di una Nuova, Grande, Terra Promessa: “Non importa dove è nato un bambino, se a Detroit o in Nebraska, loro guardano tutti lo stesso cielo, hanno gli stessi sogni, hanno un profilo di vita dallo stesso Creatore. A ogni americano, da montagna a montagna, da oceano a oceano, ascoltate le mie parole: La vostra voce, le vostre speranze, i vostri sogni, il nostro destino americano ci guiderà in questa strada. Renderemo l’America ricca e sicura di nuovo. E la renderemo grande ancora.’ Grazie, Dio benedica l’America”.

Il mondo secondo Trump

“Rottura radicale” o “semplici aggiustamenti di tiro”. Ecco il dilemma Trump per Paolo Magri, il vicepresidente dell’Istituto Studi di Politica Internazionale-Ispi che ha curato il libro “Il mondo secondo Trump”, edito da Mondadori.

Il mondo secondo Trump - Geopolitica.info Fonte; La Stampa.

Pilastri a rischio. Nella sua introduzione, Magri scrive: “Secondo il primo scenario Trump, forte del controllo repubblicano sia della Camera che del Senato, sarà in grado di attuare una parte significativa della sua piattaforma elettorale, mettendo in discussione i principali pilastri dell’ordine liberale delineatosi dopo la seconda guerra mondiale: il sostegno al libero commercio, con la cancellazione di accordi esistenti e il blocco di quelli in corso di negoziazione, e un sistema di relazioni internazionali incentrato sulla presenza e l’impegno USA in Europa, Asia e Medio Oriente con un ridimensionamento del ruolo della Nato e maggiori spazi di manovra per la Russia e alcune potenze regionali”.

Presidente, non più candidato. ”Lo scenario alternativo – aggiunge Magri –   accredita, invece, un “Trump-presidente” significativamente diverso dal “Trump-candidato”, soprattutto in virtù dei condizionamenti degli organi e degli apparati del sistema democratico americano: le pressioni delle lobby, del Pentagono, della Cia e soprattutto del Congresso, controllato sì dai repubblicani ma non necessariamente allineati sulle posizioni di un presidente che in molti ambiti sfida apertamente la linea storica del partito. Nessuna rivoluzione, dunque, per il prevalere di quelle che Fareed Zakaria definisce le “forze d’inerzia” del sistema americano che “normalizzeranno anche Trump” e si tradurranno in meno sanzioni alla Russia (magari con qualche alleanza tattica e di breve durata in chiave anti Isis), qualche dazio in più ai prodotti cinesi (ma senza drastiche rotture con la seconda potenza economica mondiale), qualche riluttanza in più a pagare i conti della Nato e una prosecuzione in Medio Oriente del “leading from behind” inaugurato da Obama in Libia”.

“America first”. Per Paolo Magri e il gruppo di studiosi che ha dato vita al libro “Il mondo secondo Trump”, sono “altamente probabili misure per contrastare l’afflusso o la permanenza di lavoratori irregolari; politiche di contrasto alla delocalizzazione produttiva; un allentamento delle normative sulla tutela ambientale, già evidente con la nomina di Scott Pruitt – convinto negazionista del cambiamento climatico – a capo dell’agenzia di protezione ambientale”.

Politica estera.  “Tenderà a prevalere un approccio jacksoniano, ovvero di un mondo visto più come “arena di minacce” da contenere che come “arena di opportunità” per diffondere l’ordine economico o i valori americani. Subentrerà in modo marcato quello di “peace through strength”, già reso esplicito dalle numerose nomine nell’Amministrazione di generali interventisti, dalle proposte d’incremento delle spese militari, dall’annunciata disponibilità ad alleanze tattiche con Paesi (Russia, Egitto, Turchia) disponibili a contribuire con la loro forza a portare la pace e dalla simmetrica insofferenza nei confronti di Paesi (Europa in primis) restii a condividere i costi della sicurezza”.

Polveriera mediorientale. “Lo scenario – conclude Magri – dove maggiormente i tatticismi, l’inesperienza e l’imprevedibilità verranno messi a dura prova è, però, quello del Medio Oriente. Una regione dove i pochi frammenti di ordine degli ultimi decenni poggiavano proprio sulla “prevedibilità” della politica statunitense e del suo sistema di alleanze, peraltro già incrinate con la presidenza Obama. Una regione dove, ancor più che in altri scacchieri, le conseguenze dirette o indirette di ogni decisione Usa (dall’abbandono dell’accordo iraniano, al riavvicinamento a Israele o all’Egitto di al-Sisi) possono generare complessi effetti domino”.

 

Trump, la One China Policy, Taiwan e la stampa italiana.

Il 2 dicembre 2016 il neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ricevuto una telefonata di congratulazioni dalla presidente taiwanese Tsai Ing-wen. L’evento ha determinato la prima vera scossa della presidenza di Trump in politica estera e ha creato un inevitabile scompiglio tra gli analisti e i giornalisti.

Trump, la One China Policy, Taiwan e la stampa italiana. - Geopolitica.info

Negli scorsi giorni il neoeletto presidente ha implicitamente messo in dubbio la necessità statunitense di rispettare il “Principio dell’Unica Cina” (One China Policy), in mancanza di una serie di accordi bilaterali legati al commercio. Il “Principio dell’Unica Cina” risale al 1979, quando gli Stati Uniti ruppero formalmente i legami diplomatici con Taiwan, riconoscendo l’esistenza di un solo legittimo governo cinese.

La One China Policy è il frutto di una lunga trattativa diplomatica avviata sin dall’inizio degli anni settanta, a seguito della rottura tra Pechino e Mosca. Il “Joint Communiqué degli Stati Uniti d’America e della Repubblica Popolare Cinese” del 1972, stilato durante la storica visita presidenziale di Nixon in Cina, contiene tutti gli elementi che caratterizzeranno la politica nei confronti di Taiwan per i decenni successivi. Il documento venne redatto, con le parole dell’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger che guidò la delegazione statunitense, usando una “calcolata ambiguità”. Nel documento, conosciuto anche come “Shanghai Communiqué”, Pechino sottolinea come la questione taiwanese fosse cruciale nella normalizzazione delle relazioni sino-statunitensi mentre Washington riconobbe sia l’esistenza di una unica Cina sia l’appartenenza di Taiwan alla “entità unica cinese”.

Gli Stati Uniti non specificarono mai quale dei due governi fosse legittimo, anche se il riconoscimento ufficiale di Pechino nel 1978 e la chiusura dell’ambasciata a Taipei nell’anno successivo determinarono l’avvio del Principio dell’Unica Cina come minimo comun denominatore dei rapporti sino statunitensi. La dichiarazione statunitense dell’esistenza di “una sola Cina” senza una precisa indicazione lasciò i leader di Pechino e di Tapei liberi di interpretare la volontà statunitense a proprio favore. Ma l’appoggio di Washington a Taiwan non fu legato esclusivamente a una interpretazione semantica, con il “Taiwan Relations Act” del 1979 gli Stati Uniti avviano un rapporto sostanziale con Taipei che prevede costanti rifornimenti di armamenti bellici. Nel “Taiwan Relations Act” viene indicato esplicitamente come qualsiasi sforzo cinese in direzione di una annessione forzata di Taiwan equivalga ad una gravissima minaccia alla sicurezza stessa degli Stati Uniti. La questione del “Principio dell’Unica Cina” è quindi tutt’altro che univoca, si tratta di un complesso quadro diplomatico e strategico che ha subito alterazioni e modificazione da più parti. La Cina nei decenni seguenti è divenuta una formidabile potenza economica e si è definitivamente affermata come il principale competitor degli Stati Uniti. Taiwan non è più governata da un regime guidato da un partito unico ma si è trasformata nella più dinamica democrazia asiatica e ha raggiunto importanti traguardi in campo economico e tecnologico. Soprattutto la recente elezione di Tsai Ing-wen, prima donna cinese capo di stato, ha mostrato un inedito percorso per il futuro di Taiwan.

Le giovani generazioni taiwanesi non voteranno mai più partiti che considerano una possibile annessione con la Repubblica Popolare Cinese, tanto che il percorso democratico avviato a Taipei nello scorso decennio sembra ad oggi inarrestabile. I recenti conflitti tra Pechino e Hong Kong, culminati nel mancato rispetto cinese dell’accordo con Londra del 1984 che prevedeva dal 2017 libere elezioni per l’Assemblea legislativa della città, hanno definitivamente convinto la stragrande maggioranza della popolazione taiwanese dell’impossibilità di una annessione con Pechino. Questi eventi hanno mostrato come un avvicinamento di Taiwan a Pechino non porterebbe alcun tipo di vantaggio a livello economico, vista la straordinaria vivacità dell’economia di Taipei. Gli abitanti dell’isola si sentono sempre più taiwanesi e per la prima volta nella storia il legame ideale che li legava alla cultura cinese è fortemente indebolito. L’evoluzione della questione di Taiwan è cruciale per il futuro degli equilibri geopolitici dell’Asia-Pacifico, soprattutto per garantire la sicurezza delle rotte commerciali e di rifornimento energetico di Corea-Giappone. Salvatore Babones in un recente articolo su Foreign Affairs ha evidenziato come Taipei dovrebbe abbandonare la velleità, anche solamente retorica, nei confronti di una rivendicazione sulla legittima sovranità sulla Cina Popolare. Un retaggio del passato della politica del Kuomintang che, oltre ad essere evidentemente anacronistico, non trova nessun tipo di riscontro nell’opinione pubblica taiwanese. La denominazione ufficiale di Taiwan è tuttora quella di Republic of China (ROC), un eventuale cambio garantirebbe, secondo Babones, una dichiarazione di identità pur non entrando direttamente sul complesso status legale del paese. Dall’altra parte la questione di Taiwan rappresenta per Pechino l’ultimo obiettivo per conquistare “il sogno di un grande ringiovanimento della nazione cinese” più volte citato dal presidente Xi Jinping.

Sulla relazione tra gli Stati Uniti e la Cina si stanno concentrando le osservazioni e le interpretazioni dei principali analisti. L’evoluzione della competizione tra le due principali potenze economiche mondiali è soggetta a numerose variabili che sarebbe riduttivo analizzare in maniera sintetica.

La mossa di Trump è stata analizzata dalla stampa statunitense, anche dai media che più hanno avversato il neoeletto presidente, in maniera oggettiva. Rappresentando un chiaro segnale verso Pechino e una nuova strategia dell’amministrazione statunitense nei confronti del gigante asiatico. Una mossa che mostra una netta decisione di intervenire nell’area. Così come fatto da Obama a inizio primo mandato con il “Pivot to Asia”, anche se con modalità e obiettivi differenti, anche Trump vuole reset delle relazioni con la Cina (così come con la Russia). Ma i risultati della politica statunitense nel Pacifico sono abbastanza deludenti, la spinta della Trans-Pacific Partnership (TPP) sembra essersi esaurita e gli alleati nell’area sono sempre più scettici sul ruolo di Washington. La telefonata di Trump è stata interpretata come un nuovo capitolo nel rapporto tra Washington e Pechino, una inedita svolta nell’inevitabile conflitto tra la superpotenza globale e il suo principale competitor. I media cinesi hanno inizialmente dato poco risalto alla notizia del colloquio telefonico, sostanzialmente minimizzando e riducendo l’episodio ad una supposta incapacità del neopresidente americano di gestire i delicati rapporti tra Pechino e Washington. Ossia Trump è stato presentato dall’opinione pubblica cinese come un incompetente, privo della necessaria comprensione delle dinamiche delle relazioni internazionali. Le interpretazioni dei media cinesi sono notoriamente espressione del pensiero del Partito Comunista Cinese, in particolare per quei casi che riguardano Taiwan. Mentre i media mondiali hanno registrato il cambio di direzione di Washington, i giornali italiani hanno sposato la versione di un presidente incapace di gestire la politica estera, se non addirittura all’oscuro delle basi su cui poggiano le relazioni sino statunitensi. La lettura è chiaramente frutto del paradigma della polarizzazione della politica, sia interna che estera, che ormai pervade qualsiasi analisi nei media italiani. In particolare la politica internazionale viene spesso trattata dai media italiani sulla base di considerazioni incentrate sulla figura dei singoli leader e sulla loro personalità. I principali quotidiani italiani si sono espressi sulla inviolabilità della “One China Policy”, arrivando addirittura a riferirsi a Taiwan come “provincia ribelle” senza usare le virgolette. Dimenticando gli immensi progressi degli ultimi decenni di Taipei, dalle prime elezioni presidenziali del 1996 ai successi economici nel settore tecnologico, ma soprattutto omettendo la straordinaria capacità di Taiwan di trasformarsi in una democrazia matura in appena pochi decenni.