Archivio Tag: Donald Trump

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco -pt.3

Cosa ha spinto Trump a mutare così radicalmente la sua politica verso la Russia? Axel Famiglini per Geopolitica.info propone un’analisi di alcuni fattori alla base del rapporto Trump-Putin che verrà pubblicata in 4 articoli.  

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco -pt.3 - Geopolitica.info

Donald Trump: “Questa o quella per me pari sono”

Il punto più basso dei rapporti tra Stati Uniti ed alleati euro-mediorientali si è probabilmente consumato quando fonti governative e diplomatiche americane hanno dichiarato a fine marzo un cambiamento di rotta radicale nella politica statunitense sul fronte siriano ovvero il fatto che l’allontanamento dal potere di Assad non fosse considerato più una priorità per l’amministrazione Trump. Nonostante da parte di Londra e Parigi si fosse ancora una volta rimarcato il fatto che Assad dovesse lasciare il potere dopo una transizione politica, questo ulteriore mutamento di “umore” della Casa Bianca deve aver indotto Mosca ed alleati ad intendere che Washington fosse ormai pronta per un accordo vantaggioso sulla Siria. Assad, dal canto suo, deve aver letto queste ultime dichiarazioni americane come la formale accettazione della sua permanenza in carica da parte di Washington e pertanto si è probabilmente sentito legittimato ad agire come meglio ritenesse opportuno. Quello che però né Assad né Putin immaginavano era che a Washington le condizioni per un colpo di mano contro Trump (e le sue tendenze familistiche) fossero ormai mature. Le inchieste volte a chiarire i rapporti tra i consiglieri del presidente ed i Russi probabilmente si erano progressivamente approfondite a sufficienza anche grazie all’aiuto di vecchia data dei Britannici e già alcune “teste” vicine al presidente erano saltate (Flynn, Bannon) in seno all’amministrazione americana proprio a causa di rapporti non leciti intercorsi con ambienti dei servizi segreti russi. L’attacco chimico di Assad contro la popolazione civile siriana ha rappresentato il “casus belli” per quello che non sembrerebbe esagerato definire come una sorta di “mini golpe” in seno alla Casa Bianca. Non si spiega altrimenti come sia stato possibile che il presidente Trump ed il suo gabinetto di ministri abbiano mutato di 180 gradi, nel giro di pochissime ore, l’orientamento politico insito in tutte le più importanti dichiarazioni offerte ai media mondiali in tema di politica estera da Trump stesso e dai suoi più stretti collaboratori. Si può supporre che nel momento in cui Assad, con il tacito consenso dei Russi (i quali, forse, in seno alle imperscrutabili logiche del Cremlino, preparavano la prevedibile vendetta per il fin troppo puntuale attentato alla metropolitana di San Pietroburgo), gasava cittadini siriani inermi, i militari e l’intelligence “a stelle e a strisce” abbiano posto sul tavolo del presidente prove inoppugnabili relative a rapporti intercorsi tra elementi del suo entourage (o addirittura lui stesso) e i servizi russi e abbiano costretto il presidente o ad affrontare con accondiscendenza il ricatto o a subire le gravi conseguenze derivanti dall’aver intrattenuto, direttamente o indirettamente, rapporti “non autorizzati” con Mosca. Trump, colta la rilevanza delle accuse mossegli e delle possibili conseguenze poste alla sua attenzione dal “fronte tradizionalista” del governo americano, ha evidentemente capito “l’antifona” e si è trovato costretto ad ufficializzare quello che gli è stato chiesto di fare, di fatto sconfessando totalmente l’intera linea politico-programmatica che la Casa Bianca aveva sostenuto in politica estera fino a pochi giorni prima, a partire dal più volte preannunciato nuovo corso nei rapporti con Putin fino alla palese dichiarazione di inutilità della Nato.

Ciononostante la possibile assunzione di leadership da parte dei militari dell’amministrazione Trump non è stata organizzata a pieno svantaggio dell’immagine del presidente Usa, dato che Trump aveva sempre promesso all’elettorato di far tornare gli Stati Uniti all’apice della propria potenza militare. Lo stesso attentato di Stoccolma, occorso nel medesimo giorno dell’attacco americano in Siria, ha in un certo qual modo offerto un omaggio alle capacità divinatorie di un presidente che già si era lanciato in previsioni suffragate sul nulla in merito al livello di sicurezza della capitale svedese.

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt.2

Cosa ha spinto Trump a mutare così radicalmente la sua politica verso la Russia? Axel Famiglini per Geopolitica.info propone un’analisi di alcuni fattori alla base del rapporto Trump-Putin che verrà pubblicata in 4 articoli.  

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt.2 - Geopolitica.info

Lo scenario internazionale
Sul piano estero il tracollo delle speranze dei ribelli siriani di giungere ad una vittoria finale contro Assad a seguito della caduta di Aleppo, ha coinciso con la ripresa dei negoziati prima ad Astana (con Russia, Iran e Turchia a fungere da sponsor) e poi a Ginevra sotto l’egida dell’ONU. Parimenti Russia, Turchia ed Iran hanno imbastito un cessate il fuoco il quale tuttavia non ha saputo fermare concretamente i combattimenti. La posizione turca in questi ultimi mesi si è ulteriormente chiarita rispetto alle evoluzioni che era stata costretta ad intraprendere a fronte del progressivo indebolimento delle milizie ribelli in Siria. Le accuse mosse nei confronti di Ankara relative al fatto che Erdogan a suo tempo avrebbe barattato Aleppo in cambio di una libertà di manovra nel nord della Siria potrebbero non essere del tutto fuorvianti.  Occorre tuttavia effettuare alcune considerazioni di carattere politico-militare. Nel momento in cui la Turchia si è resa conto del fatto che stava combattendo un conflitto nel quale aveva sia Russia che Stati Uniti quali avversari mentre non poteva contare su alcun aiuto da parte degli alleati facenti parte dello storico “zoccolo duro” del gruppo degli “Amici della Siria”,  Ankara ha dovuto cercare di accomodarsi con la Russia optando per un programma politico “minimale” ovvero tentare di fermare l’espansione dei Curdi nel nord dello stato siriano attraverso un’operazione militare che, contemporaneamente, da un lato salvasse una parte della ribellione anti-Assad e la propria credibilità internazionale e dall’altro ottenesse l’avallo sia di Mosca che di Washington. Da questo punto di vista la Turchia ha conseguito ciò che si prefiggeva di ottenere, pur dovendo abbandonare (almeno fino a pochi giorni fa) le sue più ambiziose mire geopolitiche in terra damascena, trovandosi di fatto costretta a convivere con la crescente presenza russo-americana nella Siria settentrionale occupata dai Curdi ed ad accettare, talvolta, la non sempre “leale” collaborazione militare di Mosca contro l’ISIS. Da questo punto di vista la Turchia forse ha dovuto scegliere se continuare a sostenere l’ormai impossibile difesa di Aleppo lasciando in città valide forze combattenti prossime alla distruzione o se spostare risorse verso territori maggiormente difendibili anche in funzione del problema relativo alle mire curde lungo il confine siro-turco. La Turchia fondamentalmente si è dovuta accordare con Russi ed Iraniani a fronte del fatto che la guerra in Siria ormai appariva del tutto compromessa per la ribellione anti-Assad e che pertanto la sconfitta di quest’ultima avrebbe trascinato Ankara fra coloro che avrebbero subito le conseguenze geopolitiche della catastrofe bellica siriana . Da parte dei Paesi del Golfo, tradizionali sostenitori dei ribelli anti-regime, negli ultimi mesi è  apparentemente sceso il silenzio anche se la ripresa degli scontri presso il cosiddetto “fronte sud” farebbe pensare al fatto che il supporto dei Paesi arabi e dei loro alleati occidentali non sia del tutto svanito ma che anzi sia stato indirizzato in parte altrove rispetto al nord della Siria con lo scopo di far scendere la pressione di Russia ed alleati sui ribelli ubicati nella Siria settentrionale. I Paesi del Golfo (come Israele) hanno cercato di cavalcare l’onda delle pulsioni “persianofobiche” trumpiane, pur probabilmente dovendo riconoscere il fatto che la politica estera di Donald Trump non avesse sostanzialmente né capo né coda dal momento che Teheran è stretta alleata di Mosca e nessun accordo con Putin poteva nascere respingendo in toto l’accordo sul nucleare iraniano.  Particolarmente critica è apparsa la posizione di Regno Unito e Francia i quali, dopo il progressivo allontanamento diplomatico degli Stati Uniti, si sono ritrovati sostanzialmente soli sullo scacchiere internazionale delle grandi potenze a supportare in qualche modo l’idea di una transizione politica in Siria. Da questo punto di vista gli ultimi mesi sono stati drammatici sia per Londra che per Parigi, non essendo stato affatto chiaro quanto l’amministrazione Trump fosse ancora propensa ad offrire il proprio supporto logistico e militare all’opposizione siriana e, come se ciò non bastasse, quanto fosse disposta a proseguire lungo la strada costituita dal pluridecennale percorso tracciato dall’Alleanza Atlantica. In particolare Londra teme da tempo che la Brexit possa consumarsi senza avere le spalle coperte dalla “relazione speciale” con Washington e parimenti Parigi, nonostante si sia profuso ogni sforzo per eliminare i candidati “pro Putin” all’Eliseo (e ciò contrariamente a quanto accaduto negli Usa nei confronti di Trump), si domanda che cosa rimarrà della politica estera francese se personaggi connotati da idee “filomoscovite” dovessero diventare il prossimo presidente della repubblica d’oltralpe. Oltretutto le crescenti ingerenze russe in Libia hanno ulteriormente aumentato il livello di allarme presso le cancellerie anglo-francesi, dato che il generale Haftar, grande escluso (e deluso) del governo di unità nazionale, si è recentemente pericolosamente avvicinato a Mosca in cambio di un sostegno politico e bellico. Il crescente rafforzamento sul piano militare dell’alleanza tra Assad, Hezbollah ed il Cremlino ha costituito una fonte di costante preoccupazione anche per Israele il quale ormai teme che l’Iran, tramite Hezbollah in Siria, possa giungere a minacciare direttamente l’esistenza dello stato ebraico, costringendo pertanto Tel Aviv ad intensificare, pur con risvolti sempre più drammatici, la propria azione militare in territorio damasceno. Se sullo scenario siriano Russia e Cina sono riuscite a paralizzare il consiglio di sicurezza dell’ONU bocciando sistematicamente tutte le principali risoluzioni promosse da Francia e Regno Unito, in estremo oriente la Corea del Nord, storico alleato di Pechino, è costantemente riuscita a tenere in scacco sia gli alleati regionali di Washington che gli Stati Uniti stessi e ciò si è primariamente verificato perché neppure l’amministrazione Trump si è dimostrata in grado di formulare una coerente condotta di politica estera e militare sia nei confronti della Cina che dei propri partner locali quali la Corea del Sud ed il Giappone.

In questo caos sia Mosca che Pechino hanno tratto pieno vantaggio dalla situazione. In particolare la Cina ha potuto approfittare dell’ondata protezionistica dell’amministrazione Trump per attrarre le simpatie di quei Paesi che ancora credono nel libero commercio ed in una limitata applicazione dei dazi come le nazioni aderenti all’Unione Europea, le quali si sono presto trovate anch’esse nel mirino della “purga iconoclastica” della Casa Bianca.

Parimenti l’Afghanistan non è stato immune all’interesse cinese e russo. In particolare, stando a fonti americane, Mosca starebbe addirittura supportando i talebani, ufficialmente in funzione anti-ISIS, al fine di proteggere le proprie frontiere meridionali dall’infiltrazione del terrorismo islamico ultra-radicale. Tuttavia, al di là della retorica della propaganda politica di Mosca, pare che il Cremlino si stia semplicemente adoperando sul territorio al fine “scalzare” gli Americani da un Paese  nel quale l’armata rossa subì una cocente sconfitta negli anni ’80 del secolo scorso, in particolare a causa dell’imponente aiuto militare statunitense e saudita elargito ai mujahidin operanti nell’Afghanistan occupato dai Sovietici.

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt.1

E’ fuor di dubbio che negli ultimi giorni non poche persone si siano chieste che cosa abbia spinto Donald Trump a mutare così radicalmente la propria visione politica sulla Russia, dopo aver a più riprese evocato nel corso di tutta la campagna elettorale e del primo scorcio del suo mandato presidenziale la propria sincera ammirazione per Vladimir Putin e per il suo acume politico, così magistralmente messo in evidenza in seno ai numerosi teatri di guerra globali.
Axel Famiglini per Geopolitica.info propone un’analisi di alcuni fattori alla base del rapporto Trump-Putin che verrà pubblicata in 4 articoli.

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt.1 - Geopolitica.info

Indubbiamente le ultime settimane hanno lasciato politici e commentatori piuttosto disorientati, se non completamente esterrefatti. Infatti nel giro di poche ore il presidente Trump è riuscito nell’incredibile impresa di  demolire praticamente in toto l’intero edificio ideologico su cui si sarebbe dovuto fondare il “new deal” nazional-isolazionista della politica estera americana. Di quanto accaduto nei meandri della Casa Bianca e delle stanze del potere “a stelle e a strisce” si discuterà a lungo nei prossimi anni. Ad ogni modo, “a caldo”, possiamo tentare di iniziare ad imbastire un canovaccio che abbozzi una possibile spiegazione rispetto a ciò che possa aver spinto il presidente degli Stati Uniti ad un’inversione di marcia così radicale in seno alla propria agenda politica.

  1. Le politiche trumpiane non decollano

Occorre innanzitutto ricordare che mentre Trump inseriva all’interno del proprio gruppo dirigente individui a lui vicini legati all’estrema destra e con trascorsi “moscoviti” assai poco chiari, venivano contestualmente nominate in seno all’esecutivo USA personalità che con le idee di politica estera di Trump poco avevano a che fare, come, ad esempio, James Mattis, segretario alla Difesa in carica,  Mike Pompeo, l’attuale direttore della CIA e, più recentemente, H.R. McMaster (nominato in seguito alle dimissioni di Michael T. Flynn). In tal senso si potrebbe ritenere che mentre Trump si sforzava di introdurre propri uomini nelle posizioni chiave della nuova compagine governativa, nei fatti coloro che all’interno del partito repubblicano si opponevano alla nuova deriva “trumpista” nazional-populista hanno contestualmente cercato di imporre al nuovo “incostante” ed “inesperto” presidente eletto propri uomini che nei fatti avrebbero potuto porre un veto nei confronti di determinate politiche trumpiane ritenute del tutto inammissibili da parte del fronte “tradizionalista” dell’intera compagine politica e governativa americana. Ciononostante i primi mesi dell’era Trump sono stati caratterizzati da uno scivolone dietro l’altro per il nuovo inquilino della Casa Bianca (fatto che non deve essere dispiaciuto ai suoi oppositori), i cui rovesci hanno minato profondamente le fondamenta della sua azione politica. In primo luogo il continuo richiamo, anche istituzionale, alle ingerenze russe che hanno favorito la sua ascesa alla presidenza ha costituito una costante spada di Damocle nei confronti dell’operato di Donald Trump, nei fatti delegittimando passo dopo passo una vittoria elettorale conquistata in certa parte grazie ai buoni uffici dei servizi segreti di Mosca e all’opera di mediazione di uomini appartenenti alla cerchia ristretta di Trump stesso e ben inseriti nella rete di relazioni intessute dal Cremlino. Appare evidente che una situazione così imbarazzante ed oltretutto inedita in seno al cuore pulsante della capitale Washington deve aver indotto gli apparati burocratici e l’establishment governativo americano a cercare una strada atta a porre il presidente di fronte ad una scelta ovvero tornare verso una politica estera più tradizionale oppure attendersi presto o tardi un’inchiesta sul proprio operato ed un conseguente stato di accusa. La controversa proposta di bandire l’ingresso negli Stati Uniti agli  immigrati di religione islamica provenienti da sette Paesi musulmani (osteggiata a più riprese dai tribunali americani), le “dispute” tra Trump, l’Europa, il Canada e l’Australia in tema di migranti, l’ossessione relativa alla costruzione di un muro posto al confine con il Messico, i pessimi rapporti con la stampa nazionale ed estera e l’incredibile scivolone sull’Obamacare hanno complessivamente contribuito ad erodere il consenso popolare di Trump, conducendo la sua confusa presidenza verso il probabile esito di una fine prematura. Il confronto in essere tra la Casa Bianca da un lato e i servizi di sicurezza dall’altro ha indubbiamente condotto ad una spaccatura all’interno del governo americano, nei fatti creando le condizioni per una possibile paralisi dell’azione politico-diplomatico-militare degli Stati Uniti nel contesto globale. Le politiche di bilancio promosse da Trump, tendenti a promuovere un consistente aumento delle spese militari, unite ad un drastico calo delle risorse allocate per le attività della diplomazia statunitense, possono essere lette nel contesto di una lotta in corso tra poteri dello Stato nella quale il presidente abbia cercato di tenersi a galla favorendo gli uni e danneggiando gli altri con lo scopo di racimolare alleati nell’ambiente dell’esercito.

Se tale situazione potrebbe apparire in un certo qual modo inquietante, la visione di Trump nel campo dell’economia ha posto ulteriori seri dubbi sulle sue reali intenzioni politiche. Infatti le stesse proposte economiche tese a rilanciare sia un ritorno al protezionismo che politiche legate ad una sorprendente espansione del ruolo dello Stato come motore economico primario del complessivo sistema produttivo-finanziario americano ricordano analoghe esperienze promosse negli Stati Uniti nel primo dopoguerra a seguito della Grande Depressione, nonché, per certi versi, sia l’utilizzo massiccio della leva della spesa pubblica che la dilatazione dei numeri del pubblico impiego possono suggerire tristi paragoni con Paesi che nella loro storia hanno conosciuto regimi illiberali ed autoritari.

Trump è cambiato? 1 osservazione preliminare e 3 indicazioni fornite da MOAB

In una settimana la strategia globale dell’amministrazione Trump sembra aver compiuto una sorta di “inversione a U”. Quella che sembrava la presidenza più vicina all’isolazionismo della storia americana recente, tanto da recuperare lo slogan “America first” dei primi anni Quaranta, ha cambiato la sua posizione sulla guerra civile siriana e ingaggiato un’escalation militare con la Corea del Nord.

Trump è cambiato? 1 osservazione preliminare e 3 indicazioni fornite da MOAB - Geopolitica.info

Un’osservazione preliminare sull’ipotesi di un mutamento strategico segnalato dalle evoluzioni più recenti è che, sebbene la politica estera non sia stata al centro dei pensieri del Trump-candidato così come del dibattito politico pre-8/11, due elementi erano comunque ricavabili dal suo programma elettorale e da quanto emerso nei confronti televisivi con Hillary Clinton. Da un lato che la lotta allo Stato Islamico avrebbe occupato una posto centrale nella politica estera del Paese in caso di vittoria repubblicana. Dall’altro che il quadrante regionale considerato strategico per gli interessi vitali degli Stati Uniti di Donald Trump, così come negli otto anni di Barack Obama, sarebbe stato l’Asia Pacifico. Tornare a essere un attore decisivo in Siria (lancio di 59 missili sulla base di Shayrat),dare una prova forte della volontà di debellare l’ISIS (utilizzo della bomba MOAB sullo Stato Islamico – Provincia del Khorasan), far navigare la portaerei Carl Vinson – probabilmente – in direzione della penisola coreana e inviare il vice-presidente Mike Pence a Seul e Pechino con i test missilistici di Pyongyang in corso, sono scelte che sembrano coerenti con le – seppur vaghe – premesse politiche della nuova amministrazione.

Sebbene gli eventi degli ultimi giorni appaiono tutti parimenti importanti, l’utilizzo della bomba MOAB (“Massive Ordnance Air Blast Bomb” o “Mother of AllBombs”) è quella più carica di significati. Infatti sembra capace di fornirci almeno tre indicazioni sulla direzione intrapresa dall’amministrazione Trump nella dimensione internazionale.

La prima è che l’ala “tradizionalista” dei repubblicani – rappresentata dal vice-presidente Pence, dal segretario di Stato James Mattis e dal consigliere per la Sicurezza nazionale Herbert McMastere a cui si è di fatto avvicinato il genero del presidente Jared Kushner– sta avendo la meglio negli equilibri del governo americano. A farne le spese è la corrente degli “America firsters” e, in primo luogo, il controverso Steve Bannon. Non è un caso, d’altronde, che il fondatore di Breitbart News sia stato rimosso dal consiglio di Sicurezza nazionale poco prima dell’attacco contro il regime di Assad. Questi nuovi rapporti di forza implicherebbero il mantenimento degli impegni militari globali della superpotenza e il rilancio dei suoi sistemi di alleanza consolidati (in questa cornice va inserito il recente cambio di passo nei confronti della NATO).

La seconda è che Trump si è convinto di qualcosa che aveva già intuito in campagna elettorale. Ossia che la lotta – presunta o effettiva – contro lo Stato Islamico è una fonte di legittimazione domestica e internazionale. Questa idea troverebbe conferma nella popolarità che Vladimir Putin si è progressivamente guadagnato con i suoi “boots on the ground” in Medio Oriente (opzione non condivisa da parte del suo entourage).Per scalzare il presidente russo dalla posizione di leader mondiale “percepito” della lotta contro l’ISIS (la Russia combatte prevalentemente le propaggini di al Qaeda in Siria e l’Esercito Siriano Libero)è necessario alzare il livello dello scontro e far tornare gli Stati Uniti nel ruolo di attore decisivo sullo scacchiere mediorientale. Secondo Trump questo obiettivo può essere raggiunto solo trasformando la forza americana in potenza, al contrario di quanto fatto da Obama nell’estate 2013 quando l’allora presidente preferì non agire militarmente contro il regime di Assad che – secondo molte fonti – aveva fatto ricorso ad armi chimiche.

La terza indicazione è che gli Stati Uniti di Trump non sono a tutti i costi alla ricerca della “riassicurazione strategica” con la Cina e la Russia. Di conseguenza, non sono anzitutto disponibili ad assumere un atteggiamento conciliante nei confronti dei loro Stati-vassallo (Corea del Nord e Siria). Bisogna ricordare, infatti, che la MOAB non è una bunker buster e che, quindi, il suo ricorso contro le basi sotterranee dell’ISIS non è stato così efficace da giustificare il ricorso a un ordigno dal costo di 14 milioni di dollari (con cui si stima siano stati uccisi circa 80 jihadisti). La bomba, piuttosto, è stata pensata per agire contro le fortificazioni militari e, di conseguenza, costituisce un deterrente per giocatori d’azzardo come Kim Jong-un e Bashar al-Assad. Se questi scegliessero di sfidare apertamente gli Stati Uniti, lo farebbero nella consapevolezza del fatto che per loro non ci sarebbe scampo. Allo stesso tempo MOAB rappresenta un monito contro la Cina e, in seconda battuta, contro la Russia. Nei rapporti con i due potenziali competitor Washington sembra voler far nuovamente pesare quel profondo gap in ambito militare che gioca a suo vantaggio, facendo emergere la contraddizione tra l’immagine di grandi potenze che Pechino e Mosca cercano di diffondere e le loro effettive capacità di sfida.

Queste tre indicazioni, unite all’osservazione preliminare, pongono l’attenzione sulla possibilità che lo slogan “America first”di Trump non sia da declinare secondo l’approccio jeffersoniano (isolazionista), ossia la rinuncia degli Stati Uniti a dare forma di sé al mondo per impegnarsi a salvaguardare la democrazia all’interno dei confini nazionali. Piuttosto, invece, sia da intendere in senso jacksoniano (nazionalista-populista), che vede nella sicurezza e nel benessere economico del popolo americano un bene perseguibile attraverso una minore esposizione internazionale del Paese ma che, se attaccati, impongono di conseguire una vittoria schiacciante sul nemico. Un primo assaggio di questo approccio, tuttavia, era stato offerto da Trump nel discorso di insediamento, quando aveva promesso: «we will reinforce old alliances and form new ones and unite the civilized world against Radical Islamic Terrorism, which we will eradicate completely from the face of the Earth».

Gabriele Natalizia è ricercatore alla Link Campus University, dove insegna Relazioni internazionali.

Lo scacchiere asiatico

Nel panorama anarchico delle relazioni internazionali, i primi mesi del 2017 hanno rappresentato un periodo di decisivi cambiamenti geopolitici dall’esito piuttosto incerto e a tratti preoccupante. Non c’è settore che non sia stato investito da trasformazioni e crisi, e in questa cornice l’Estremo Oriente rappresenta uno degli scenari più interessanti e dinamici del globo. Usa, Cina, Corea del Sud, Corea del Nord, Giappone e Taiwan sono le pedine principali di uno scacchiere frenetico, in cui tensioni internazionali e crisi interne, frizioni militari e guerre commerciali avranno ripercussioni sugli equilibri delle relazioni internazionali in molte altre regioni.

Lo scacchiere asiatico - Geopolitica.info

Di nuovo in Corea
La penisola coreana rappresenta, ancora una volta, il punto più caldo del quadrante Asia-Pacifico. Il 6 marzo, poco dopo l’inizio dell’annuale esercitazione congiunta tra forze armate statunitensi e forze armate coreane denominata Foal Eagle, la Corea del Nord ha simulato per la prima volta un attacco missilistico multiplo, di media gittata, diretto verso il Giappone e le basi statunitensi sul territorio giapponese, con tre missili caduti a circa 300 km dalla costa nipponica. A questa simulazione, in concomitanza con la visita del Segretario di Stato Usa Tillerson a Pechino, ha fatto seguito a stretto giro il test di un nuovo reattore missilistico che, secondo quanto riportato dalla stampa, potrebbe garantire al Pyongyang la capacità di lanciare satelliti oppure missili in grado di raggiungere il suolo statunitense. Questi due test sono stati solo l’ennesima dimostrazione di forza di un regime che negli ultimi sei anni, a seguito della salita al potere di Kim Jong Un, ha condotto decine di test missilistici e tre test nucleari, implementando le proprie capacità belliche.

Questa situazione ha chiaramente prodotto il solito teatrino di botta e risposta diplomatici, ma ha anche provocato un deterioramento delle relazioni nell’intero quadrante, con mosse che non si sono limitate a semplici scaramucce o accuse a mezzo stampa. Gli Usa hanno infatti accelerato lo schieramento, in Corea del Sud, del sistema di difesa missilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) che verrà testato per la prima volta ad Aprile. Questa mossa repentina ha così generato una reazione da parte di Pechino e Mosca, con il regime cinese pronto ad azionare delle sanzioni nei confronti della Corea del Sud, che tuttavia al momento si sono manifestate in maniera piuttosto blanda.

Ciò nondimeno, le dinamiche geopolitiche della penisola coreana, come il dispiegamento del THAAD, sono in parte dettate anche dalle situazioni domestiche dei paesi dell’area, con particolare riferimento al governo di Seoul. Infatti la repubblica sudcoreana si trova oggi ad affrontare un delicato passaggio politico, dopo che l’ormai ex presidente, Park Geun-hye, è stata costretta a dimettersi a causa di una lunga e travagliata procedura di impeachment, nata a seguito di un processo per corruzione che ha già coinvolto svariati uomini del suo entourage e svariati manager delle maggiori aziende sudcoreane, tra cui la Samsung (un processo che, tra l’altro, potrebbe coinvolgere la stessa Park). A questo va aggiunto che in concomitanza con le elezioni presidenziali, indette per il 9 maggio prossimo, il Paese asiatico potrebbe affrontare anche un referendum costituzionale volto a limitare i poteri del presidente sudcoreano. È quindi lecito sospettare che gli Stati Uniti abbiano accelerato il dispiegamento del THAAD anche sulla base di questa crisi politica, che potrebbe portare al governo, fra due mesi, forze politiche meno inclini al forte impegno militare degli Usa in Corea del Sud.

In tutto questo, come già accennato, la settimana scorsa si è svolto il primo tour diplomatico di Rex Tillerson, capo della diplomazia statunitense dell’era Trump. Il tour, che ha avuto come prime tappe Seoul e Tokyo, si è concluso domenica a Pechino, dove il Segretario di Stato Usa ha incontrato le più alte cariche della Repubblica Popolare, compreso chiaramente il presidente Xi Jinping. Tillerson ha caratterizzato il suo tour premendo specialmente sulla questione nordcoreana, sottolineando come gli Stati Uniti abbiano ormai esaurito la pazienza nei confronti di Pyongyang e come, dopo l’evidente fallimento delle strategie utilizzate finora, tutte le opzioni siano oramai sul tavolo. A queste dichiarazioni sono seguite le richieste, supportate, via Twitter dal presidente Usa Donald Trump, di un maggior impegno da parte del governo cinese, principale alleato della Corea del Nord, a dissuadere il governo nordcoreano nel continuare i suoi progetti missilistici e nucleari.

Le altre caselle: Taiwan e Mar Cinese Meridionale
Dal canto suo, la Cina popolare, concluso da poco il Congresso nazionale dei rappresentanti del popolo, ha ribadito di avere tutto l’interesse affinché le relazioni con gli Usa rimangano stabili e proficue. Nulla di nuovo per un Paese che ad ogni occasione pubblica ha ribadito questa linea, ma che nei fatti ha avuto un atteggiamento ambiguo, mostrando quasi sempre una certa disinvoltura nell’utilizzo della leva economica e militare verso paesi alleati degli Stati Uniti, anche in settori diversi dalla storica linea di confronto-scontro sulla penisola coreana. Pechino e Washington infatti continuano a confrontarsi anche in altri settori, come lo stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, e anche in questo caso si parla di aree in cui il confronto tra le due potenze si protrae da anni se non decenni. Tuttavia lo switch della presidenza Trump dalla precedente strategia, molto incentrata sul soft-power, ad una fondata maggiormente sull’hard-power potrebbe portare ad evoluzioni inaspettate.

Taiwan, da quando si è insediata l’amministrazione di Tsai Ing-wen, è oggetto di una certa pressione politica da parte della Cina popolare. I rapporti tra l’isola e il continente sono di fatto congelati da mesi, ossia dall’elezione dell’attuale amministrazione. Il governo di Taipei, seppur intenzionato a inserire le negoziazioni con il regime cinese all’interno di un meccanismo istituzionalizzato, si è caratterizzato sin dal suo insediamento per una politica meno conciliatoria verso la Cina comunista rispetto alla precedente amministrazione taiwanese. Dall’altra parte dello stretto, il governo di Pechino ha continuato a mantenere una posizione apparentemente accondiscendente rispetto alla politica di Taiwan, pur tuttavia ribadendo la totale opposizione a qualsiasi opzione indipendentista dell’isola sulla base del principio della “unica Cina”, condiviso anche dall’amministrazione Trump – nonostante una certa ambiguità iniziale della nuova presidenza Usa. Ciò nonostante, la situazione appare meno fredda e lineare rispetto a quanto ostentato dalle dichiarazioni ufficiali. Da un lato, le notizie di nuove installazioni o di manovre militari delle forze armate di Pechino sullo stretto sono oramai all’ordine del giorno. Dall’altro lato, è probabile che Taiwan potrà giovare in parte della nuova politica muscolare di Washington e del relativo aumento delle spese militari statunitensi: è di pochi giorni fa, infatti, la notizia che nei prossimi mesi potrebbero arrivare nuovi rifornimenti militari per l’isola da parte dell’amministrazione Trump.

Accanto a queste manovre e provocazioni tra Cina, Stati Uniti e alleati sullo stretto di Formosa, si aggiunge poi la delicata situazione del Mar Cinese Meridionale . Infatti, è noto da mesi che il governo di Pechino ha dato inizio alla costruzione di basi e installazioni sulle isole Paracel – rivendicate sia da Taiwan che dal Vietnam – e sulle isole Spratly – rivendicate dalle Filippine -, generando una serie di reazioni diplomatiche e operative da parte del governo di Manila, storico alleato statunitense orientato verso un rafforzamento delle proprie strutture di difesa.
A questo quadro già di per sé complicato bisogna aggiungere poi un altro elemento, ossia l’ingresso in campo del Giappone. Impegnato in prima linea nella complicata crisi coreana, Tokyo appare infatti determinata a giocare un ruolo nella crisi del Mar Cinese Meridionale, dove invierà la propria nave da battaglia Izumo per tre mesi, prima che questa partecipi a delle esercitazioni congiunte con la marina statunitense nell’Oceano Indiano. Questa mossa del governo nipponico, insieme ad altre iniziative, si inscrive all’interno delle logiche di confronto tra gli attori dell’area, ma è anche riconducibile dell’attuale corso della politica giapponese. Shinzo Abe, l’attuale primo ministro nipponico, è da anni sostenitore di un referendum che superi definitivamente il principio del “pacifismo assoluto”, così come previsto dall’articolo 9 della Costituzione giapponese. Questo consentirebbe al Giappone di partecipare o avviare con più disinvoltura azioni di sicurezza e militari, sia sul piano internazionale che quello regionale. Avendo ottenuto una modifica dello statuto del Partito Liberal Democratico che gli consentirà di rimanere leader del partito per altri tre anni, Abe si ripresenterà alle prossime elezioni alla testa dei liberaldemocratici, con la chiara possibilità di vincere le elezioni e quindi continuare la sua azione di governo. E nel caso vincesse, è molto probabile che il superamento del pacifismo assoluto diventi un punto cruciale del suo nuovo mandato. Tuttavia, è lecito sospettare che anche nel caso in cui il PLD non vincesse le prossime elezioni nazionali nel 2018, il tema del superamento dell’articolo 9 rimarrà sul tavolo della politica nipponica. Ed è altrettanto lecito sospettare che tutto questo avrà delle ripercussioni su tutto il quadrante Asia-Pacifico.

Le prossime mosse
Tirando le somme, lo scacchiere asiatico sembra destinata a complicarsi ulteriormente.
I problemi interni dei vari paesi coinvolti, sommati alle strategie regionali dei vari attori, suggeriscono un futuro fatto di crescenti tensioni. La crisi della penisola coreana vede il regime nordcoreano intenzionato a non retrocedere di un passo dalla strategia aggressiva a cui ci ha abituato in questi anni. Bisognerà vedere se e in quale misura la Cina di Xi Jinping riuscirà a placare l’atteggiamento belligerante di Kim Jong Un: tuttavia, per quanto frustrata dall’alleato, la Cina comunista continua a considerare il regime nordcoreano un elemento strategico della propria politica di difesa e pressione, malgrado gli eccessi di Pyongyang. Sull’altro lato della barricata, al di sotto della zona demilitarizzata, la Corea del Sud affronterà nei prossimi due mesi un travagliato periodo elettorale, che potrebbe portare al potere forze forse maggiormente aperte a qualche forma di dialogo con il regime di Pyongyang e sicuramente meno inclini all’impegno militare statunitense sul suolo sudcoreano. Un’eventualità che potrebbe creare qualche grana all’alleato statunitense, che pare ormai indirizzato ad affrontare le controversie dell’intero settore a muso duro, come dimostrano le vicende del sistema THAAD e le routinarie esercitazioni militari congiunte tra l’esercito statunitense e quello sudcoreano.

L’unico alleato sul quale gli Stati Uniti, ad oggi, pare possano fare affidamento ad occhi chiusi è il Giappone di Shinzo Abe: per quanto ancora frenato dalle costrizioni della carta del 1949, solo parzialmente superate dalla dottrina costituzionale nipponica, il governo di Tokyo sembra fermamente intenzionato a ottenere un ruolo sempre più attivo e centrale nelle dinamiche politiche e strategiche della penisola coreana e dell’intero quadrante. Tuttavia, bisognerà attendere più di un anno prima che queste aspirazioni possano effettivamente di divenire una realtà libera dalle limitazioni appena accennate.
Nel frattempo, anche le tensioni sullo stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale continueranno a mantenersi piuttosto elevate. Sia nel primo caso che nel secondo, tutte le pedine appaiono intenzionate a implementare le proprie risorse militari, senza contare altri attori sulla scena, come ad esempio il governo di Tokyo e il già citato caso della nave da battaglia diretta nelle zone calde dell’area.
È chiaro, in ogni caso, come tutte queste dinamiche, con accenti diversi, siano definitivamente legate alle scelte strategiche degli Stati Uniti e della Repubblica popolare cinese. La visita del Segretario di Stato statunitense sommata all’atteggiamento del governo di Pechino, sembrano aver scongiurato, per ora, un’accelerazione della più volte annunciata guerra commerciale tra le due potenze.Tuttavia, come già sottolineato, entrambi gli attori in campo non sembrano voler rinunciare a un atteggiamento muscolare, abbastanza esplicito sia guardando alla crisi coreana, che alle vicende di Taiwan che a quelle delle isole Spratly, Paracel e delle altre zone di tensione nel Mar Cinese Meridionale.

Per cui, la partita a scacchi asiatica si prolungherà per molti mesi e sarà centrale soprattutto capire: se e in quale forma Washington e Pechino riusciranno a trovare dei campi sui quali poter collaborare; se e in quale forma si evolverà il confronto tra i due Paesi, nei casi in cui non sarà possibile trovare un accordo. Ad oggi, fatte salve le dichiarazioni ufficiali, le due potenze sembrano intenzionate a sfruttare al massimo delle strategie fondate sull’hard-power, ma allo stesso tempo entrambi gli attori sembrano intenzionati a scongiurare soluzioni in grado di generare veri e propri conflitti nei settori già citati.
Difficile affermare chi tra i due principali competitor riuscirà ad aumentare la propria influenza. La Cina comunista ha dalla sua parte una strategia consolidata, ossia la capacità di combinare toni diplomatici (in alcuni casi più o meno aggressivi) con azioni spregiudicate. Inoltre la Cina avrà dalla sua la possibilità di espandere la sua influenza (e quindi il suo potenziale di ricatto) economico e commerciale sull’intero quadrante dopo la rinuncia della nuova amministrazione americana al Trans-Pacific Partnership (TPP). Tuttavia, le condizioni interne del paese, le irrisolte questioni di natura economica e finanziaria (come il rallentamento della crescita economica, la sovrapproduzione di materie prime o la preoccupante bolla immobiliare) potrebbero porre un freno alle azioni di Pechino.
Dall’altro lato, gli Stati Uniti potranno giovarsi ancora per un breve-medio periodo dello “effetto sorpresa” generato dalla elezione di Trump alla Casa Bianca. Tuttavia bisognerà vedere se e come questo effetto sorpresa verrà sfruttato. La strategia statunitense ha già subito alcuni cambi di rotta piuttosto significativi (basti pensare all’atteggiamento nei confronti della Corea del Nord, prima cauto e poi decisamente aggressivo) e il rischio è che questo possa minare la rotta che gli Usa sembrano aver imboccato in questi mesi. Senza contare la travagliata situazione politica che Donald Trump e la sua amministrazione saranno costretti ad affrontare a Washington, nei prossimi mesi.