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Il senso di Macron per l’Atlantico

Il 22 Aprile del 1960 il Presidente francese De Gaulle, accompagnato dalla moglie Yvonne, atterrò a Washington per una visita di stato di quattro giorni, ricca di appuntamenti ed incontri a fianco del presidente Eisenhower.

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Le relazioni tra i due i paesi non erano in quel frangente storico delle migliori. Da una parte dell’oceano la Casa Bianca premeva perché l’Europa seguisse una forte politica atlantista in funzione antisovietica mentre dall’altro lato il vecchio continente, con i suoi embrionali progetti di integrazione economica, desiderava avere una maggiore autonomia. In particolare la Francia, soprattutto a causa di alcune tensioni coloniali, voleva avere ampia libertà in politica estera.

I due Presidenti, entrambi militari prestati alla politica, si conoscevano dal difficile periodo della seconda guerra mondiale. Avevano opinioni diverse e visioni discordanti su molteplici questioni, ma convenivano sulla necessità di una forte politica atlantista e su un solido legame tra gli Usa e la Francia. Erano consci che le secolari democrazie occidentali dovessero essere i fari a cui tutti dovevano ispirarsi dopo il secondo devastante conflitto mondiale. Fu con questo spirito di costruttiva amicizia che il generale De Gaulle varcò le porte del Congresso statunitense e, a camere riunite, propose agli americani di mettere da parte le divergenze per convergere su alcuni punti fondamentali.

Quasi sessant’anni dopo il presidente Emanuel Macron è atterrato sul suolo americano con il proprio aereo di stato accompagnato dalla moglie Brigitte con il medesimo obiettivo. L’ambizioso progetto non si discosta da quello del suo lontano predecessore e, a poche ore dal suo discorso al parlamento statunitense, pare non aver sbagliato nulla. Trump e Macron non sono poi così diversi: entrambi rappresentano una novità sul piano politico e pochi mesi prima del loro insediamento nessuno li accreditava come possibili vincitori. Per di più è appurato che tra i due sia nato un buon feeling e la storia insegna che, in questo tipo di relazioni, anche l’alchimia che si può creare tra due presidenti possa avere effetti determinanti.

Sull’Airbus presidenziale decollato da Parigi i fascicoli che l’inquilino dell’Eliseo ha studiato con determinazione sono tre: il primo legato alla spinosa questione ambientale, il secondo in riferimento alla polveriera siriana ed il terzo, forse il più ostile, era quello sull’accordo nucleare iraniano.

Nel lungo intervento in inglese davanti ai membri del congresso, Macron è riuscito a toccare tutti gli argomenti offrendo a Trump ogni tipo di collaborazione. Come un buon amico deve fare, non ha mancato di sottolineare quanto il rilancio dell’economia mondiale non possa non attenersi a rigide regole legate al rispetto ambientale che tutti gli stati devono osservare per il futuro del pianeta. Sulla Siria ha invitato il presidente americano ad un ripensamento in merito alla volontà di ritirare i propri soldati dal territorio mediorientale; inoltre, consapevole dell’importanza di Mosca come partner (Macron a fine maggio sarà ospite da Putin a San Pietroburgo), ha lanciato appelli affinché si possa intraprendere un percorso di pacificazione reale per quella martoriata terra. Infine, con abile maestria, ha mescolato le carte in merito all’accordo nucleare iraniano imbarazzando gli alleati europei. Non sappiamo ancora cosa ne sarà del celeberrimo protocollo firmato dai cinque più uno in merito all’utilizzo dell’energia nucleare a Teheran, più volte contestato dal Tycoon americano. Certo è che tra i più di quaranta applausi ottenuti durante il suo discorso al congresso uno dei più fragorosi è stato quando ha ribadito che l’Iran non avrà mai una testata militare atomica.

Macron con questa frase ha certo voluto offrire un assist di fondamentale importanza a Trump ma, nel medesimo tempo, ha voluto sottolineare come i valori in politica estera dettati dell’asse atlantica non possano essere considerati secondari né oggi né in futuro.

I rapporti tra Donald Trump e Theresa May, ‘special relationship’?

I rapporti tra Donald Trump e Theresa May e la loro configurazione storica nella mitologia della ‘special relationship’. Esistono ancora i presupposti per definire ‘speciale’ la relazione tra i due paesi?

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Con il termine special relationship si indica l’insieme dei rapporti politici, diplomatici, culturali, economici e militari esistenti tra il Regno Unito e gli Stati Uniti. Negli ultimi tempi, la storica dicitura è balzata nuovamente agli onori delle cronache allo scopo di definire la natura delle relazioni esistenti tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro britannico Theresa May. Alcuni studiosi hanno sottolineato come i rapporti apparentemente sereni e positivi tra i due leader possano far segnare una riedizione della relazione speciale intercorsa tra Margaret Thatcher e Ronald Reagan nel corso degli anni Ottanta, epoca definita dalla storiografia tradizionale delle relazioni Washington-Londra come il punto più alto dell’intesa anglo-americana. In realtà, oggi come allora, dietro l’apparenza di un’immagine pubblica idilliaca si nascondono contrasti e disaccordi di fondo su svariate questioni di rilevanza internazionale che vedono coinvolti i due paesi.

L’espressione “special relationship” fu coniata da Winston Churchill nel 1946 in riferimento all’unicità delle relazioni politiche, militari e culturali esistenti tra Regno Unito e Stati Uniti d’America. L’asse tra Londra e Washington, sviluppatosi in misura cospicua nel diciannovesimo secolo, si è rafforzato durante le due guerre mondiali per poi consacrarsi definitivamente come un’intesa speciale negli anni della Guerra fredda, principalmente in virtù della comune rivalità contro l’Unione Sovietica. La relazione non si è ridimensionata col venir meno della minaccia sovietica, ma ha registrato un’intensificazione proprio nel momento in cui il rapporto tra gli Usa e alcuni partner europei viveva momenti di tensione in coincidenza della guerra in Iraq del 2003. Al giorno d’oggi, alcuni osservatori ipotizzano che la relazione Trump-May possa riportare in auge la nozione di “matrimonio politico” che aveva caratterizzato il rapporto tra Reagan e Thatcher.

Lo storico Nicholas Wapshott ha utilizzato questa definizione per descrivere l’alleanza politica e l’intenso legame personale che unì Ronald Reagan e Margaret Thatcher negli anni in cui i due leader furono simultaneamente a capo dei rispettivi paesi. In verità, come spesso accaduto nella storia delle relazioni transatlantiche, la facciata pubblica nascondeva una molteplicità di frizioni e opinioni discordanti in merito a un gran numero di tematiche internazionali. Tra queste, possiamo citare la crisi delle Falkland, quando la Thatcher si era dichiarata inorridita dall’ambivalenza e dall’irresolutezza del presidente americano, il progetto statunitense della SDI (Strategic Defense Initiative) avversato dalla Gran Bretagna, e la questione del balance of power nucleare, soprattutto nella fase abolizionista Reagan-Gorbaciov. Degna di nota anche l’invasione statunitense di Grenada, momento in cui Reagan aveva provato irritazione in merito alla mancanza di convinzione del leader britannico e il Medio Oriente, area in cui le politiche della Gran Bretagna avevano comportato tentativi di coordinamento con le iniziative della CEE nella regione, come in occasione della “Venice Declaration” del 1980 in cui gli stati membri della Comunità riconobbero la posizione speciale della Palestina nel conflitto arabo-israeliano, irritando molto gli USA. Infine, citiamo i rapporti con Gorbaciov, non da ultimo a Reykjavík, dove la Thatcher credeva che Reagan fosse arrivato a un passo dal tradire l’intera alleanza occidentale. Il leader britannico voleva a tutti i costi evitare che la distensione tra Stai Uniti e Unione Sovietica potesse avvenire al di sopra degli interessi europei. Con il passaggio da Reagan a Bush le frizioni tra Gran Bretagna e USA riguardarono soprattutto la questione della riunificazione tedesca. La Thatcher avversò questa prospettiva e si dichiarò inorridita di fronte al supporto di Bush a una maggiore integrazione europea, da realizzarsi allo scopo di contenere una Germania riunificata.

Esattamente come avvenuto in passato, anche al giorno d’oggi le relazioni tra Gran Bretagna e Stati Uniti risultano incentrate su questioni che riguardano principalmente l’Europa, le relazioni con Mosca e il ruolo della NATO.  Poco prima del suo avvento alla Casa Bianca, Trump aveva elogiato la scelta del Regno Unito di uscire dall’UE, dicendosi convinto che la Brexit sarebbe stata un successo. “Presto avremo un accordo commerciale” aveva assicurato Trump. È chiaro che per May sarà fondamentale portare a casa un trattato (o una promessa di trattato) di libero scambio bilaterale fra Gran Bretagna e Stati Uniti, che però deve trovare spazio fra i punti di vista opposti: Trump è stato eletto per le sue intenzioni protezionistiche. La visione di Londra non può che essere invece quella di un libero commercio planetario.

La recente imposizione di dazi sull’acciaio e l’alluminio voluta dal presidente americano ha molto allarmato la Gran Bretagna. Theresa May ha recentemente informato Trump della sua “profonda preoccupazione” per la prospettiva di una guerra commerciale tra Stati Uniti ed Europa: ciò rappresenterebbe un colpo molto duro per i piani di May di un accordo di libero scambio post-Brexit con gli USA.

I punti su cui le amministrazioni di USA e Gran Bretagna si trovano in disaccordo non si esauriscono con le questioni legate al commercio. Sono molteplici le tematiche che vedono i due paesi su posizioni diverse, e la stessa May ne ha menzionate alcune in un suo recente discorso tenuto a Philadelphia. Si va dai rapporti con il presidente russo Vladimir Putin – con il quale Trump “deve fare attenzione” – al ruolo della NATO, che deve essere riformata, ma che resta cruciale per la cooperazione contro le minacce globali. “Spesso gli opposti si attraggono” ha affermato il primo ministro britannico, nella speranza che i due paesi possano trovare dei punti d’incontro a oggi improbabili.

In un’epoca caratterizzata dall’imminente distacco della Gran Bretagna dall’Unione Europea, per il Regno Unito è fondamentale ripristinare legami “speciali” con gli Stati Uniti, sotto un profilo economico e strategico. Le tendenze dell’amministrazione Trump a un progressivo “ritiro” dalla scena internazionale, uniti ai proclami bellicosi sciorinati in merito alle questioni commerciali, non favoriscono i piani del Regno Unito, paese che rischia di vedere acuito il proprio isolamento internazionale e di non trovare sponde per i suoi programmi di promozione del libero commercio su scala mondiale. Il protezionismo degli USA e il distacco da quel mercato unico europeo, a cui proprio la Gran Bretagna aveva dato grande impulso grazie ai programmi di liberalizzazione economica lanciati da Margaret Thatcher negli anni Ottanta, rischiano di condurre il paese verso un futuro ricco di incognite e in cui la vecchia ancora della “special relationship” con gli Stati Uniti potrebbe rivelarsi come un vuoto simulacro.

Who is who: Gina Haspel

Nome: Gina Haspel
Nazionalità: Americana
Anno di nascita: 1956
Ruolo: direttore della CIA

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Nel tweet di martedì 13 marzo 2018 Donald Trump ha pubblicamente destituito Rex Tillerson dalla carica di Segretario di Stato, nominando al suo posto Mike Pompeo, ex capo della CIA, e Gina Haspel come nuovo direttore dell’Agenzia di Intelligence statunitense. Se la Haspel venisse confermata dal Senato sarebbe la prima donna a rivestire tale ruolo.

Gina Haspel – di cui sono ignote, finora, le informazioni relative alla giovinezza e alla formazione – è entrata nella CIA nel 1985 e vanta una lunga carriera da agente segreto. Ha preso parte a diverse missioni sotto copertura all’estero e, nel 2002, è stata responsabile, per un breve periodo, del Cat’s Eye, in Thailandia, – una delle prigioni estere della CIA note come «black sites» – nella quale i detenuti Abu Zubayadah e Abd al Rahim al-Nashiri, sospettati di appartenere ad al Qaida, sono stati sottoposti al waterboarding, controversa tecnica impiegata durante gli interrogatori negli anni della lotta al terrorismo successiva al settembre del 2001. L’attività svolta dalla Haspel in questo frangente ha sollevato numerose critiche soprattutto in seguito alle indagini svolte nel 2014 dalla Commissione Intelligence del Senato sul «detention and interrogation program» della CIA, avviato dopo gli attentati dell’11 settembre.

Apprezzatissima da diversi esponenti dell’intelligence americana, la Haspel è stata vicedirettore del National Clandestine Service for Foreign Intelligence and Covert Action e ha ottenuto numerosi riconoscimenti, fra cui il George H. W. Bush Award for excellence in counterterrorism, il Donovan Award, l’Intelligence Medal of Merit e il Presidential Rank Award. Nel febbraio 2017 è stata nominata da Trump vicedirettore della CIA.

La nomina della Haspel da parte di Trump ha riacceso le polemiche in merito al suo operato nel programma di detenzione della CIA. La senatrice della California Dianne Feinstein, che dal 2009 al 2015 ha presieduto Commissione Intelligence del Senato, ha dichiarato di voler avere un quadro completo del coinvolgimento della Haspel in quello che considera «uno dei capitoli più bui della storia americana» (leggi CNN). Richieste simili giungono anche da una figura di spicco dello schieramento repubblicano come John McCain, senatore per lo stato dell’Arizona e prigioniero di guerra in Vietnam dal 1967 al 1973.

Trump e il populismo: analisi non emozionale di un presidente

Salutata come il trionfo del candidato che ha saputo “parlare alla pancia” dell’elettore medio americano, la vittoria del tycoon repubblicano nelle recenti consultazioni presidenziali statunitensi continua ad essere dipinta dalla narrativa comune, soprattutto in Europa, come il preludio ad una rinascita “sovranista”. Nel Vecchio Continente movimenti politici sedicenti populisti sembrano infatti considerare l’inquilino della Casa Bianca come un modello da importare e imitare, specialmente in campo geopolitico. Ma è davvero così o si tratta piuttosto di una falsa percezione alimentata unicamente da spirito di propaganda?

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Prima della geopolitica: l’etimologia

Giuseppe Patota – docente di Linguistica italiana all’Università degli Studi di Siena – in un contributo del 2013 dal titolo “A proposito di populismo”, scritto per il portale Internet dell’Accademia della Crusca, ha spiegato come tale termine sia: “un adattamento dell’angloamericano populism, che a sua volta traduce la parola russa narodnicestvo, derivata dal russo narod ‘popolo’ […] Nel 1891 […] narodnicestvo venne tradotta nell’inglese degli Stati Uniti con populism e populist, a indicare il movimento e i sostenitori del People’s party: cioè, letteralmente, il ‘Partito del popolo, delle persone, della gente’. All’inizio del Novecento i due termini passarono […] all’italiano, diventando populismo e populista […] dopo la seconda guerra mondiale […] furono adoperati per qualificare il tipo di politica attuata da Juan Domingo Peron [presidente dell’Argentina, n.d.A.] dal 1946 al 1955”. Da quel momento – scriveva ancora Patota – “le due parole hanno indicato in senso spregiativo l’atteggiamento di chi da una parte esalta in modo velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi, dall’altra cerca di conquistarne il favore con proposte irrealizzabili ma di facile presa: cioè […] demagogiche”. Patota aggiungeva: “il populismo è anche quello di chi ritiene che l’unica legittimazione per l’esercizio del potere politico sia quello derivante dal consenso popolare, che […] consentirebbe di superare i limiti […] posti […] dalle leggi all’esercizio del potere politico stesso. In questa accezione il termine non implica necessariamente un raggiro del popolo, ma certamente presuppone il suo consenso”.

Trump nella narrativa mediatica

Anche negli Stati Uniti alcuni commentatori hanno cercato di individuare l’essenza del populismo, con particolare riferimento alla politica del Presidente Donald Trump. Ad esempio Uri Friedman, che, nel tentativo di dare una spiegazione della disistima più volte mostrata da Trump per i media nazionali,  nell’articolo What Is a Populist? And is Donald Trump one? (“Che cos’è un populista? E Donald Trump è uno di loro?”), apparso su “The Atlantic” [27 feb. 2017], ha riportato il pensiero di Jan-Werner Müller (Princeton University) già autore del volume What is Populism? Per Müller, una caratteristica del populismo consisterebbe nella credenza insita tra i movimenti populisti (e i loro sostenitori) che lungo la propria ascesa politica essi siano ostacolati dalle élites al potere mediante una conventio ad excludendum di tipo doloso. Tuttavia qui interviene appunto la narrativa in voga che attribuisce a Trump il ruolo di capofila in quella che viene dipinta come una (nascente) riscossa del populismo a livello globale. Robert Shrum (University of South California) ha tuttavia espresso dubbi a tal riguardo. Con notevole sarcasmo, li ha illustrati – il 29 agosto 2017 – sulle pagine di “POLITICO.com” nell’articolo Donald Trump Is Not a Populist, affermando come Trump sia populista nello stesso modo in cui il regime della Corea del Nord sarebbe democratico. Per Shrum, Trump appare piuttosto: << a demagogue who, under the cover of a contrived populism that traffics in resentment of “the other”, pursues a plutocratic course that betrays the very people he tricked into voting against themselves >>. Egualmente esplicito nella sua analisi è stato Eugene J. Dionne Jr., commentatore per il quotidiano “The Washington Post”, che in un articolo del 18 agosto 2017 ha sostenuto la tesi secondo cui il populismo ostentato da Trump sia (stato) uno stratagemma (“a ruse”), portando come prova le dinamiche che nell’aprile 2017 furono alla base della decisione di estromettere Steve Bannon – definito “right-wing-populist-in-chief” – dal National Security Council e sollevarlo dalla carica di Chief Strategist and Senior Counselor del White House Staff.

 Trump all’esame dei fatti

Dal punto di vista della politica economica Trump sembra avere smentito sin da sùbito il dogma populista concernente la critica ai big del sistema finanziario. Appena eletto infatti ha affidato a due ex top manager di Goldman Sachs, Steve Mnuchin e Gary Cohn, importanti incarichi di governo: il primo – già suo tesoriere nella campagna elettorale – è divenuto Segretario al Tesoro, mentre il secondo è stato nominato Direttore del National Economic Council e Chief Economic Advisor della Casa Bianca (Cohn in particolare, è stato presidente e Chief Operating Officier della banca d’affari newyorkése dal 2006 al 2017). Non dissimile l’approccio nel campo della foreign policy, rispetto alla quale – diversamente da quanto sostenuto dalla narrativa corrente – l’Amministrazione Trump ha mostrato e continua a mostrare una certa continuità con la precedente Amministrazione Obama e perfino con alcune istanze sollevate a suo tempo dalla presidenza Clinton, nonché analogie con la vecchia (ma a quanto pare non del tutto superata) dottrina estera neocon. L’aspetto più delicato è forse rappresentato dalla questione della (presunta) violazione ed elusione del Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) da parte della Federazione Russa. L’accusa era stata formulata in via ufficiosa da Obama per mezzo di una lettera inviata al presidente della Federazione Russa il 28 luglio 2014. Il 23 febbraio 2017, rispondendo ad una intervista della “Reuters” in merito all’argomento, Trump aveva sostanzialmente ribadito tale posizione affermando: “To me it’s a big deal […]  Because it’s a violation of an agreement that we have” (“Per me è un grosso problema […] Perché è una violazione di un accordo che abbiamo”). Anche in relazione alla Crimea la nuova Amministrazione ha mostrato di procedere lungo la via già tracciata da Obama. Il 14 febbraio 2017 il Press Secretary, Sean Spicer [dimessosi il 21 luglio 2017], aveva affermato che Trump avrebbe continuato: “to raise the issue of Crimea, which the previous administration had allowed to be seized by Russia […] President Trump has made it very clear that he expects the Russian government to deescalate violence in the Ukraine and return Crimea […] about the sanctions […] he doesn’t want to lift them until Crimea is returned […] There’s no change in our current sanctions strategy with Russia […]”. Non sembra inoltre che Trump accenni a smantellare o almeno interrompere il dispiegamento in Europa centro-orientale del Ballistic Missile Defense System (“Scudo anti missile”) che preoccupa assai i vertici politico-militari della Federazione Russa. Sempre con riguardo alla Russia – la cui leadership viene spesso esaltata dai populisti – Trump non si è, sino ad ora, mostrato intenzionato a rigettare l’Executive Order 13757 del 28 dicembre 2016 con il quale Obama imponeva sanzioni a quattro cittadini russi e a cinque organismi di Mosca (tra cui le agenzie di intelligence militare [GRU] e civile [FSB]) per le attività di hackeraggio che secondo gli Stati Uniti avrebbero avuto come obiettivo quello di condizionare le passate elezioni presidenziali.

NATO e Corea del Nord nella US Strategy

Anche le iniziali dichiarazioni di Trump, pronunciate a Racine (Wisconsin) il 2 aprile 2016 durante la campagna elettorale, circa l’obsolescenza della NATO, che in Europa (Italia compresa) furono intese da alcuni movimenti populisti come la possibile fine del “dispotico dominio americano” esercitato attraverso il Trattato Nord Atlantico sul Vecchio Continente, in realtà significavano l’esatto opposto. Trump – come più tardi ebbe a specificare – aveva infatti riesumato una questione che affonda le sue radici già negli anni del primo mandato di Bill Clinton: quella del (cosiddetto) burden-sharing, ovvero la condivisione degli oneri – anche finanziari – tra i Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Trump intende infatti ottenere il rispetto della clausola NATO – adottata su pressione di Washington nel 2006 – che impegna ogni singolo Stato membro a destinare il 2% del proprio PIL per la difesa. Tale scelta è stata confermata al Summit NATO di Newport (Galles) nel 2014, fissando al 2024 la data ultima per il suo ottemperamento. La stessa crisi missilistica in Corea del Nord e il conseguente dispiegamento da parte degli Stati Uniti del sistema di difesa anti-missili THAAD (Theater High Altitude Area Defense) nella Corea del Sud rivelano come Trump adotti soluzioni già suggerite dalla dottrina neocon e illustrate, ad esempio, nel documento del think-tank neoconservatore Project for the New American Century datato 2000 e  intitolato Rebuilding America’s Defenses. Strategy, Forces and Resources For a New Century, ove si affermava: “adversaires likes Iran, Iraq and North Korea are rushing to develop ballistic missiles and nuclear weapons as a deterrent to American intervention in regions they seek to dominate” [pag. 4]. Non bisogna infine dimenticare che fu sotto la presidenza di George W. Bush – fortemente dominata dal pensiero neoconservatore – che venne coniata (2002) l’espressione “Asse del male” (axis of evil) raggruppante Iraq (liquidato nel 2003), Iran e Corea del Nord, ma a cui in séguito sono stati associati anche altri Paesi – tra cui Libia e Siria – peraltro già inclusi nella categoria dei rogue states (“Stati canaglia”).

In vero, due rotture rispetto alla precedente presidenza Obama si possono registrare, precisamente nel campo delle relazioni estere. Trump ha infatti manifestato a più riprese l’intenzione di riconsiderare il Joint Comprehensive Plan of Action (Iran deal) firmato il 14 luglio 2015 (anche) dagli Stati Uniti con Teheran per disciplinare lo sviluppo del nucleare (civile) iraniano. In questo senso, il 2 febbraio 2017 Trump aveva già autorizzato il Dipartimento del Tesoro ad applicare (nuove) sanzioni a venticinque – tra personalità individuali ed enti – accusati di fornire supporto al programma balistico iraniano e alla Forza al-Quds del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione (Pasdaràn). Inoltre, Il 6 aprile 2017 – diversamente da quanto (non) accadde nel 2013 – ordinando il bombardamento missilistico della Siria, come risposta all’uso di armi chimiche da parte delle forze di Damasco, Trump ha dimostrato di arrivare laddove il Premio Nobel per la Pace, Barack Obama, non osò spingersi.

Trump e il “Next American Century”: come Washington potrebbe mantenere la sua supremazia globale

Alcuni segnali sembrerebbero indicare che gli Stati Uniti stiano attuando una riconfigurazione strategica globale come, quasi, non si vedeva dal confronto con l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Considerando alcuni degli imperativi geostrategici del pensiero geopolitico statunitense, il modus operandi del nuovo inquilino della Casa Bianca rivela ad una prima analisi la scelta di applicare formule già proposte dai circoli neoconservatori per ottemperare alla promessa elettorale di rendere l’America “great again”

Trump e il “Next American Century”: come Washington potrebbe mantenere la sua supremazia globale - Geopolitica.info Republican presidential candidate Donald Trump speaks to supporters as he takes the stage for a campaign event in Dallas, Monday, Sept. 14, 2015. (AP Photo/LM Otero)

La prosecuzione dell’installazione dello Scudo anti-missile in Europa centro-orientale e il recente (aprile 2017) dispiegamento – in aperta sfida al noto corollario di John H. Herz noto come security dilemma – del sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) in Corea del Sud sembrano essere parte di un ridispiegamento strategico globale attuato dagli Stati Uniti per mezzo del cosiddetto Ballistic Misssile Defense System (BMDS). Il progetto BMDS sembra avvicinarsi molto ad un modello di “schieramento preventivo” (pre-emptive deployment) concepito per arrestare – ovvero proiettare – la fase iniziale dello scontro oltre (Europa e penisola coreana) il territorio nazionale degli Stati Uniti in caso di conflitto con una o più Potenze nucleari, invertendo in tal modo il concetto di “difesa terminale” (terminal defence). Un simile approccio avrebbe valenza soprattutto nei confronti di quelle Potenze che dispongono di ciò che gli esperti in armamenti strategici definiscono “triade nucleare completa”, vale a dire quella componente strategica integrata (terra-mare-aria) in grado di consentire a chi la detenga di lanciare un secondo colpo nucleare (second strike) da sottomarini o per mezzo di bombardieri strategici a lungo raggio (strategic heavy bombers). E’ la stessa agenzia del Pentagono (Missile Defence Agency -MDA) responsabile del progetto BMDS a rivelare infatti come lo scopo sia quello di creare: << an integrated, “layered” architecture that provides multiple opportunities to destroy missiles and their warheads before they can reach their targets >> [fonte: ].

Radici neocon

Le principali linee guida della foreign policy della nuova Amministrazione Trump ricordano così molto da vicino alcuni degli enunciati fondamentali del think-tank neo conservatore statunitense “Project for the New American Century” (PNAC) attivo dal 1997 al 2006, in particolare la dottrina correlata all’espressione (utilizzata da George H.W. Bush. nel 2002) “Axis of Evil” (Asse del Male) relativa a tre Paesi: l’Iraq di Saddam Hussein, l’Iran degli ayatollah e la Corea del Nord. L’assunto di fondo della dottrina neocon si può rintracciare nel nome stesso – “new american century” – del think-tank da loro fondato: realizzare i presupposti in grado di fare del XXI un nuovo secolo americano promuovendo l’ “American global leadership”. Questo approccio rispetto al ruolo degli Stati Uniti nei world affairs non è peraltro una novità introdotta dai circoli neocon. Esso infatti ha radici profonde che risalgono al periodo della Seconda guerra mondiale, ovvero ai mesi che precedettero il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, episodio che sancì l’intervento degli Stati Uniti nel conflitto, sino al conseguimento della vittoria sul Terzo Reich in Europa e sul Giappone nell’Asia-Pacifico. Il primo ad accostare l’aggettivo “american” al sostantivo “century” fu Henry R. Luce (1898-1967) in un editoriale del febbraio 1941 intitolato The American Century apparso su “Time” (tabloid d’informazione da lui co-fondato e stampato per la prima volta nel 1923).

Translatio Imperii

All’interno dell’high society a stelle e strisce della prima metà del Novecento, Luce fu una personalità intellettuale di primo piano. Dapprima Alumnus a Yale e Oxford, membro della società “Skull and Bones” [fonte: “The Washington Post”], in seguito contribuì in maniera considerevole ad alimentare il dibattito relativo alla missione universale degli Stati Uniti soprattutto in qualità di eredi dell’Impero britannico. Nel 1935 sposò Clare Booth (divenuta così Booth Luce), che nel 1953 fu nominata dal Presidente Dwight D. Eisenhower Ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma, incarico da lei ricoperto sino al 1956. Secondo il pensiero di H.R. Luce – così come espresso nel suo editoriale del ’41 – gli Stati Uniti avrebbero dovuto rivolgere la loro riflessione politica su due priorità. Anzitutto affiancare Londra nella lotta contro la Germania nazionalsocialista, accorgimento poi effettivamente adottato dal governo statunitense con la formula “Germany first” concernente il piano del Pentagono “Rainbow Five” che prevedeva di concentrare gli sforzi bellici sul teatro europeo. In secondo luogo aggiunse che: << Americans have a feeling that in any collaboration with Great Britain we are somehow playing Britain’s game and not our own. Whatever sense there may have been in this notion in the past, today it is an ignorant and foolish conception of the situation. In any sort of partnership with the British Empire, Great Britain is perfectly willing that the United States of America should assume the role of senior partner >>. Con questa seconda considerazione, Luce sollecitava la necessità di quel passaggio di consegne tra Gran Bretagna e Stati Uniti che, cominciato nel primo dopoguerra, si sarebbe concluso solamente nel ’45 dopo un lungo processo non sempre perfettamente consensuale, ovvero tale da lasciare perfino trasparire momenti di profondo contrasto, come dimostrò, ad esempio, negli anni Venti lo scontro diplomatico tra Washington e Londra per la questione delle concessioni petrolifere mesopotamiche connesse alla Turkish Petroleum Company.

Ricostruire le difese

Anche l’esortazione di Trump rivolta agli alleati europei della NATO circa il rispetto del budget del 2% del Pil per il settore difesa è indicativa di una certa continuità con i tradizionali canoni della politica euro-atlantica di Washington rispetto alla questione del burden-sharing. Risulta inoltre indicativo il fatto che secondo l’adagio attribuito a Lord Ismay (primo Segretario Generale NATO), l’Alleanza fosse sorta per tre scopi: tenere fuori i russi, dentro gli americani, sotto i tedeschi. Così se oggi – sulla falsariga del mix di conteinment ed engagement (congagement, Khalilzad 1999) con cui taluni circoli del Deep State US vorrebbero approcciare Pechino – aggiungiamo ai russi anche i cinesi il quadro delineato sinteticamente da Ismay risalta in tutta la sua attualità. Non sono infatti solo i riferimenti di George Friedman alla necessità, per Washington, di tenere tra loro distinti e distanti tedeschi e russi (discorso “Europe: Destined for Conflict?” tenuto al Chicago Council on Global Affairs, marzo 2015) a rendere plausibile questa conclusione, ma soprattutto due documenti frutto di apparati dell’establishment a stelle e strisce. Nel primo – pubblicato dal PNAC nel 2000 con il titolo Rebuilding America’s Defense – si affermava che: <>, tra cui la difesa missilistica globale. Secondo tale principio un: << network against limited strikes, capable of protecting the United States, its allies and forward-deployed forces, must be constructed >>. Veniva rivelato come: << according to the CIA, a number of regimes deeply hostile to America – North Korea, Iraq, Iran, Libya and Syria >>. In particolare: << North Korea, is on the verge of deploying missiles that can hit the American homeland […] Thus the requirement for upper-tier, theater-wide defenses like the Army’s Theater High Altitude Area Defense (THAAD) […] >>. Inoltre: << America’s global leadership, and its role as the guarantor of the current great-power peace, relies […] the preservation of a favorable balance of power in Europe, the Middle East and surrounding Energy producing region, and East Asia […] American strategy for the coming decades should seek to consolidate the great victories won in the 20th century – which have made Germany and Japan into stable democracies […] >>. Per consolidare e mantenere la supremazia globale Washington avrebbe quindi dovuto (anche) creare: << permanent bases […] abroad provide the first line of defense of what may be described as the “American security perimeter.” […] Guarding the American security perimeter today – and tomorrow – will require changes in U.S. deployments and installations overseas […] Across the globe […] The network of American overseas installations and deployments require reconfiguration >>.

Le sfide alla supremazia americana

Secondo il PNAC vi sarebbero tuttavia: << potentially powerful states dissatisfied with the current situation and eager to change it, if they can […] >>. Nel secondo documento sopra evocato – pubblicato nel 2015 dal Joint Chief of Staff [JCoS] e noto come The National Military Strategy of the United States of America – si accennava a queste Potenze avversarie in grado di minacciare la stabilità regionale e globale nonché il ruolo di Washington quale attore primario nel sistema di relazioni internazionali. Così, ad esempio, per i militari Usa la Russia ha: << repeatedly demonstrated that it does not respect the sovereignty of its neighbors and it is willing to use force to achieve its goals >>. Mentre dal canto suo l’Iran: << also poses strategic challenges to the international community. It is pursuing nuclear and missile delivery technologies […] It is a state-sponsor of terrorism that has undermined stability in many nations, including Israel, Lebanon, Iraq, Syria, and Yemen. Iran’s actions have destabilized the region […] >>. Nell’Asia-Pacifico: << North Korea’s pursuit of nuclear weapons and ballistic missile technologies […] These capabilities directly toreate its neighbors, especially the Republic of Korea and Japan. In time, they will toreate the U.S. homeland as well >>. Rispetto alla Cina il documento del JCoS sembrava confermare l’approccio ambivalente fondato sul congagement quando affermava: << We support China’s rise and encourage it to become a partner for greater international security. However, China’s actions are adding tension to the Asia-Pacific region >>.

Il monito di Kagan

Ancor più recentemente (febbraio 2017), Robert Kagan – che nel 2000 fu tra i project partecipans all’estensione del citato documento del PNAC – ha analizzato il timor potentiae statunitense in un articolato intervento online per “Foreign Policy” dal titolo Backing into World War III, in cui l’autorevole politologo ha rispolverato espressioni che la storiografia utilizza solitamente per descrivere quelle Potenze europee rivelatesi scontente dello scenario geopolitico scaturito dalla pace del 1919 e per tale ragione definite “revisioniste” o Potenze “Have Nots”. Per Kagan infatti: << ambition and activism of the two great reivisionist powers, Russia and China >> rappresentano insieme uno dei due: << significant trend lines in the world today >>. L’altro è: << the declining confidence, capacity, and will of the […] the United States, to mantain the dominant position it has held in the international system since 1945 >>. Il ragionamento di Kagan si spinge sino a sostenere che: << Granting the revisionist powers spheres of influence is not a recipe for peace and tranquility but rather an invitation to inevitable conflict >>. La conclusione è la seguente: << For the United States to accept a return to spheres of influence would not calm the international waters. It would merely return the world to the condition it was in at the end of the 19th century, with competing great powers clashing over inevitably intersecting and overlapping spheres. These unsettled, disordered conditions produced the fertile ground for the two destructive world wars of the first half of the 20th century. The collapse of the British-dominated world order […] contributed to a highly competitive international environment in which dissatisfied great powers took the opportunity to pursue their ambitions in the absence of any power or group of powers to unite in checking them >>.
E’ altresì significativo che, nel 2000, il documento del PNAC proponesse un modello geopolitico in cui al vecchio sistema bipolare in vigore durante la Guerra Fredda, nel corso della quale le priorità strategiche degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica si fondavano sulla dottrina del Containment (Kennan, 1947), veniva contrapposto uno nuovo fondato sul momento unipolare, che nel XXI secolo dovrebbe trovare la sua ratio nella salvaguardia della Pax Americana.

Trump, l’Iran e l’Arabia Saudita: scenari di disordine regionale

Analizzando i fatti delle ultime settimane, si può tracciare un filo comune che fa emergere problematiche e criticità di non poco conto: da una parte il viaggio di Donald Trump in Arabia Saudita, con il conseguente accordo per 110 miliardi di dollari per la vendita di armi ai sauditi. Poi, gli attacchi terroristici a Manchester e Londra, con quello fallito di Parigi. E ancora l’esclusione – in termini politici, economici e diplomatici – del Qatar dalle dinamiche del golfo e mediorientali, guidata anzitutto della grande potenza regionale saudita. Infine, gli attacchi odierni a Teheran rivendicati dallo Stato Islamico.

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Ora, il quadro che a molti fino a ieri risultava nebuloso appare assai più chiaro. Pochissimi tra gli osservatori di questioni geopolitiche si sono posti la questione della reale destinazione d’uso di quelle armi. Molti hanno letto l’accordo Usa-Arabia Saudita solo nei termini di un prolungamento degli storici e proficui rapporti tra i due paesi. Alcuni hanno sottolineato anche l’ipocrisia del legame, stipulato sulla scorta di un discorso chiaro del Presidente Trump, poiché sebbene il contributo all’Isis da parte delle monarchie del Golfo sia stato negli ultimi anni noto a tutti, si è trattato di una sorta di consegna della questione del terrorismo islamista al principale paese regionale, col fine ultimo di sconfiggere ogni germe dello Stato Islamico.

L’obiettivo dichiarato era questo, anche se in molti hanno rimarcato la strategia, in profonda discontinuità rispetto all’Amministrazione Obama, di ridimensionamento del ruolo dell’Iran a favore di un’affermazione dell’Arabia Saudita nelle dinamiche politiche, economiche e religiose della regione mediorientale.

I fatti di Teheran ci chieriscono ancor più lo scenario, che rischia di diventare incontrollabile nel breve e medio periodo. Tra i molti insuccessi della politica estera di Obama, infatti, si poteva contare almeno su una mossa positiva: la distensione dei rapporti con l’Iran, ora minacciati dalle mosse di Trump. Gli accordi con l’Arabia Saudita e la relativa vendita di armi sembrano servire infatti a supportare il governo saudita per il controllo di quell’area geopolitica, demandando quasi del tutto al mondo islamico la risoluzione delle questioni islamiste, poste anche dal conflitto interno all’Islam tra sciiti e sunniti, a favore di questi ultimi. Con un azzardo enorme, che diventa un rischio potenzialmente incontrollato: portare in rilievo un’unica leadership, alla quale si richiede di ripristinare l’ordine regionale, nel tentativo di limitare i danni provocati dall’Occidente e dall’interventismo statunitense prima in Iraq e Afghanistan, poi in Siria e Libia.

Il rischio, però, appare assai maggiore rispetto alle scommesse: anzitutto di gettare benzina su un fuoco che è già molto alto e di accendere micce di ulteriore disordine regionale. Appoggiando militarmente l’Arabia Saudita si celano infatti due enormi criticità che hanno nel rafforzamento del fronte sunnita il loro comun denominatore. Da una parte questo può comportare l’apertura di un ulteriore fronte bellico in Iran, come anche i fatti delle ultime ore ci stanno a dimostrare. E, dall’altra parte, il contributo militare a Riad può significare un rafforzamento del Califfato e delle sue postazioni grazie all’implicito supporto dei paesi del Golfo, con l’apertura di un ulteriore fronte – fatto di attacchi e incursioni terroristiche – proprio in Iran. Questo potrebbe significare una maggiore polarizzazione delle posizioni tra Iraq e Siria, con il rischio di ulteriore difficoltà nel dirimere i nodi della guerra civile siriana, con il ruolo della Russia nella regione che non potrà non essere considerato.

L’appoggio degli Usa all’Arabia Saudita e il rifornimento di mezzi militari fanno presagire dunque un aumento della crisi mediorientale, più che una sua più rapida risoluzione, con un pericolo su tutti: che a divenire potenza regionale leader sia chi, in questa o in una fase successiva, sarà pronto a finanziare le azioni dello Stato Islamico e a favorirne l’affermazione.

 

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt. 4

Cosa ha spinto Trump a mutare così radicalmente la sua politica verso la Russia? Axel Famiglini per Geopolitica.info propone un’analisi di alcuni fattori alla base del rapporto Trump-Putin. Ecco l’ultimo contributo di 4 articoli.

Donald Trump e la conversione sulla via di Damasco – pt. 4 - Geopolitica.info

L’attacco americano in Siria ed il plauso generale degli alleati
L’attacco americano alla base siriana dalla quale sarebbe partito il bombardamento chimico promosso dal regime di Assad ha suscitato il plauso generale di tutti coloro che a vario titolo hanno sostenuto nel corso dei sei anni di guerra civile i ribelli anti-regime, nonché la viva approvazione degli alleati degli Usa in estremo oriente come Australia e Giappone, i quali confidano di ottenere una politica più muscolare (ma non dissennata) da parte di Washington nei confronti di Cina e Corea del Nord. In particolare la Turchia ha potuto beneficiare di una ragguardevole boccata di ossigeno per le proprie aspirazioni in politica estera, essendosi trovata ormai da troppo tempo con l’acqua alla gola sulla questione siriana. Ankara pertanto si è sentita sufficientemente forte per riaffermare con rinnovato slancio il fatto che Assad se ne debba andare nonostante Erdogan stesso avesse ben chiaro che non poteva permettersi uno scontro con la Russia, soprattutto nel corso della campagna elettorale del referendum sul presidenzialismo che ha riguardato in primo luogo il proprio destino politico alla guida del Paese. Sia il Regno Unito che la Francia, dopo aver subito un crescente isolamento sul piano internazionale, hanno salutato con estremo favore l’azione americana anche se, dietro le righe, non sono mancati dei dubbi, soprattutto da parte francese, sulla razionalità e sulle reali finalità dell’iniziativa “trumpiana”. L’attacco contro il regime di Assad, promosso dall’amministrazione americana, ha indubbiamente mandato un segnale a Damasco in tema di apparenti “linee rosse” che non dovrebbero essere superate e di accordi platealmente non rispettati (come quello palesemente disatteso sulla consegna dell’arsenale chimico patrocinato e confezionato per Obama dall’inaffidabile e “bifronte” Russia di Putin), tuttavia tale azione militare non ha certamente condotto ad un punto di svolta la guerra civile siriana, essendo stati gli Americani ben attenti a non colpire obiettivi di interesse russo. L’ambigua azione internazionale del nuovo segretario di stato Tillerson apparirebbe maggiormente finalizzata ad inviare segnali geopolitici ben precisi al Cremlino rispetto al nuovo corso americano piuttosto che a sostenere effettivamente un cambio di regime a Damasco. Sembrerebbe in realtà che gli Usa, a seguito dell’azione militare posta in essere in territorio siriano, abbiano voluto mandare un messaggio a Russia, Iran e Cina sul fatto che gli Stati Uniti, dopo gli anni dello smarrimento obamiano, siano tornati determinati a far valere le proprie irrinunciabili prerogative anche attraverso l’uso della forza. La bomba “Moab” in Afghanistan possiede indubbiamente un significato di questo tipo, soprattutto a fronte delle crescenti minacciose ingerenze sino-russe nella regione e dei relativi rovesci subiti dal governo filoamericano di Kabul. La vicenda nordcoreana va altresì letta nella logica dei rapporti commerciali in essere tra Stati Uniti e Cina. Lo stesso presidente Trump ha fatto capire che la guerra commerciale che la Casa Bianca intende  intraprendere nei confronti di Pechino potrebbe essere calmierata dal fatto che la Cina risulti al fin fine “collaborativa” nel contrastare le mosse nucleari del regime di Pyongyang, storico alleato dell’ex-celeste impero e comoda spina nel fianco posta ai danni degli interessi americani.

Ciononostante agli alleati europei e mediorientali, Israele inclusa, la “nuova” amministrazione Trump piace perché il potenziale militare offerto dall’alleanza con gli Stati Uniti potrebbe permettere loro di tornare a minacciare l’intervento americano qualora questi lo ritengano necessario per affermare i propri interessi. Tuttavia il fatto che i militari USA, dopo anni di umiliazioni subite nell’era Obama (il quale probabilmente non era facilmente ricattabile), siano riusciti a tenere in pugno la Casa Bianca come mai prima d’ora potrebbe risultare altresì pericoloso sia per coloro che ritengono di aver nuovamente ristabilito un canale di comunicazione privilegiato con Washington che per coloro che avevano sperato che l’isolazionismo trumpiano avrebbe alla fine trionfato, lasciando così totale campo libero a Mosca, Pechino ed alleati. Infatti se gli Stati Uniti ritengono oggi di dover riaffermare il proprio ruolo nel mondo iniziando semplicemente a far detonare armi convenzionali nei vari teatri globali di crisi, ciò potrebbe condurre ad un ulteriore imbarbarimento dei rapporti internazionali, ad una incontrollabilità ed imprevedibilità della politica Usa e a  generare, in definitiva, delle conseguenze difficilmente immaginabili nel breve-medio periodo, in particolare a fronte di regimi, come quello nordcoreano, che alimentano il proprio potere interno anche grazie alle provocazioni militari messe in atto nei confronti dei presunti nemici esterni quali, per l’appunto, gli Stati Uniti. Un possibile nuovo test atomico della Corea del Nord potrebbe condurre ad un attacco aereo americano che a sua volta rischierebbe di indurre il regime di  Pyongyang ad intraprendere azioni che renderebbero una guerra totale nella penisola coreana del tutto inevitabile. Parimenti questo stato di grazia nel quale i “tradizionalisti” americani si trovano ad operare da pochi giorni potrebbe comunque terminare se i “trumpisti” riuscissero nuovamente a riprendere in mano le redini della stanza dei bottoni. In questa situazione di incertezza e di estrema imprevedibilità le divisioni e le lotte interne insite da troppi anni in seno alla politica americana rischiano di non tramutare il mondo in un luogo più sicuro come molti sperano che torni ad essere lo scenario internazionale dopo la sorprendente conversione di Trump sulla via di Damasco.

Purtroppo l’Europa rimane divisa sul da farsi ed in particolare sulla risposta da dare alla Russia in merito al suo coinvolgimento nella crisi siriana, essendo alcuni Paesi europei assai restii a sobbarcarsi la responsabilità e l’onere di tutelare in prima persona la credibilità politico-militare dell’Occidente (rimane in tal senso emblematico, oltre alla perdurante crisi ucraina, il tentato colpo di stato in Montenegro recentemente orchestrato da Mosca) se non, nei casi più estremi, come quello italiano, più interessati a fare affari con Mosca e a tramutarsi, alla bisogna, in volontari cavalli di Troia del Cremlino in seno alla UE  in cambio di quale briciola russa in Europa orientale, in Siria ed addirittura nella nostra ex-colonia libica. Le derive autoritarie della Turchia di Erdogan hanno a più riprese adombrato le socialdemocrazie europee, ciononostante è arduo ammettere che si possa chiedere alla Turchia di contribuire alla stabilizzazione del Medioriente (fornendo, oltretutto, aiuto e supporto finanziario e politico) e pretendere contestualmente che questa tolleri in silenzio le critiche rivolte al suo governo in tema di diritti civili e democratici espresse con toni che lasciano pochi spazi all’interpretazione. Indubbiamente può suscitare una certa emozione negli animi più sensibili il fatto  che in Turchia la democrazia possa  essere, in un certo senso, messa in discussione, tuttavia la mera realpolik, la quale dovrebbe consigliare un’azione politica lucida e non scossa da un certo grado di dilettantismo, dovrebbe suggerire che, una volta cassata “de facto” ogni possibilità per Ankara di aderire all’Unione europea, non competa agli stati europei valutare pubblicamente se la Turchia si stia effettivamente avviando verso un presidenzialismo di carattere scarsamente liberal-democratico. Sarebbe invece maggiormente opportuno e nell’interesse di tutti gli attori in gioco che gli Europei si preoccupassero del fatto che una Turchia isolata e alla disperata ricerca di alleati non sia infine costretta a ridursi in una mera dépendance del Cremlino, mandando alle ortiche qualunque possibilità di plasmare a proprio vantaggio lo scenario siriano e mediorientale, nonché perdendo un’importante alleato politico e militare nella regione.  Da questa prospettiva il recente insuccesso della missione diplomatica di Boris Johnson tesa a convincere i Paesi del G7 ad imporre nuove sanzioni a Mosca dimostra come una politica che non possieda alle sue spalle né un adeguato spiegamento di forze militari né alleati pronti a mettersi in gioco in prima persona poco possa fare per ingenerare un mutamento di idee sui grandi temi della politica internazionale in quegli stati che tutt’ora considerano la guerra come una mera continuazione della politica. In tal senso la battaglia “trumpista” atta ad indurre gli alleati Nato a spendere una cifra adeguata nel settore della difesa rimane probabilmente l’unico elemento ancora valevole e condivisibile dell’ormai apparentemente “tumulata” politica estera  del “giovane ed inesperto” Donald Trump.