Archivio Tag: Donald Trump

L’era di Trump. Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare

Il Centro Studi Geopolitica.info ha promosso questa Special Issue della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione – studi di ricerca e scienza sociale.

L’era di Trump.  Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare - Geopolitica.info

 

—-> Per scaricare la Special Issue clicca QUI.

 

Il numero è a cura di Gabriele Natalizia e contiene i contributi di:

Gaspare Nevola Professore Ordinario di Scienza Politica – Università di Trento
Introduzione: Il “momento Trump” e il rifacimento della politica internazionale

 

Parte prima
L’area Indo-Pacifica

 

Stefano Pelaggi Taiwan Strategy Research Association
Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Lorenzo Termine Junior Fellow Cina e Indo-Pacifico – Geopolitica.info
La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Ilaria De Angelis Centro Studi Geopolitica.info
India, il contrappeso della Cina?

 

Parte seconda
La Russia e lo Spazio Post-Sovietico

 

Gabriele Natalizia e Marco Valigi Link Lab, Link Campus University e Università di Bologna
Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Carlo Frappi Università di Venezia “Ca’ Foscari”
Le strategie di adattamento dell’Azerbaigian alla competizione di potenza nel Caucaso meridionale

Renata Gravina Sapienza Università di Roma
Russia, Ucraina, la sfida in Europa orientale

Artur Viktorovič Ataev Ph.d. Facoltà di Politologia dell’Università Statale di Mosca “Lomonosov”
Società civile e organizzazioni terroristiche: analisi della progressiva espansione della base sociale del terrorismo nel Caucaso del Nord – Traduzione dall’originale russo a cura di Alessandra Carbone.

 

Parte terza
Il quadrante mediorientale

 

Alessandro Ricci Ricercatore di Geografia Politica-Economica Università di Roma “Tor Vergata”
Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Lorenzo Zacchi Centro Studi Geopolitica.info
L’Iran e l’Arabia Saudita. Nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Fabrizio Anselmo Research Fellow Centro Studi Geopolitica e Relazioni Internazionali Geopolitica.info
L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

 

—-> Per scaricare la Special Issue clicca QUI.

America Profonda. Alt-Right, tensioni razziali, disagio sociale

Esistono libri che prima ancora che ben scritti, risultano essere utili. Utili per orientarsi in un mondo in continuo movimento, nel quale le dinamiche d’Oltreoceano finiscono inevitabilmente per riflettersi anche sul continente europeo.

America Profonda. Alt-Right, tensioni razziali, disagio sociale - Geopolitica.info

E’ il caso del libro “America Profonda. Alt-Right, tensioni razziali, disagio sociale”, (Eclettica Edizioni), del giovane giornalista de Il Giornale Edoardo Cigolini. Il testo, snello ma con capitoli dettagliati e puntuali, prende spunto dal reportage dell’autore per conto de Il Giornale – Gli Occhi della guerra in quell’America lontana dallo sguardo dei media, ma “autentica”.

Nove stati (D.C., Virginia, West Virginia, Tennessee, Alabama, Georgia, South Carolina, North Carolina e Illinois) in grado di far toccare con mano a Cigolini la realtà statunitense, ed intervistare esponenti della cosiddetta Alt-Right (la nuova destra “alternativa” a stelle e strisce), minatori, professionisti, studenti, veterani, e figure di primo piano della comunità italo-americana. “Quello che ho portato a casa – racconta l’autore – è stata la percezione di un paese afflitto da profonde tensioni interne. In West Virginia muoiono 52 persone per overdose ogni 100mila abitanti (in Italia sono appena 8 ogni milione). Intere zone delle metropoli sono in mano a gang afroamericane o ispaniche, con tassi di omicidi superiori a quelli di un paese in guerra. E nelle piazze sono sempre più frequenti gli scontri tra Alt-Right ed estremisti di sinistra”.

Proprio l’Alt-Right è una delle “colonne” del libro. Tre dei nove capitoli sono dedicati alla nascita, allo sviluppo, ed alle prospettive future di un movimento variegato, ma capace di contribuire in maniera decisiva alla vittoria elettorale di Donald Trump. L’esponente più in vista di questa nuova “destra alternativa” è Steve Bannon, l’ex stratega di The Donald, giunto ora in Europa con il dichiarato intento di far tremare l’UE e dar vita ad una sorta di “internazionale populista”. “Bannon – spiega Cigolini – è una figura complessa, della quale in Italia si conosce poco o nulla. Visti però i suoi progetti per il vecchio continente, ritengo meriti di essere approfondito. Il sistema americano preso (e imposto) come modello in tutto il mondo, sta mostrando sempre più il suo vero volto, fatto di degrado e di tensioni sociali.

Se Donald Trump riuscirà a invertire la rotta e riportare gli Stati Uniti ai fasti di un tempo, o invece, si dimostrerà un fattore in grado di accelerare la corsa degli Usa verso l’implosione, potrà dircelo soltanto il tempo. Quello che però sarebbe bene ricordare, come europei, è il fatto che ognuno al mondo gioca la propria partita. E non è detto che il declino statunitense sia da considerare per forza come una cattiva notizia”.

Corea: giocatori, mosse ed errori dell’interminabile partita atomica – seconda parte

Il sostanziale fallimento dei negoziati multilaterali e il peggioramento dello scenario provocato dalle politiche muscolari alternamente promosse dalla Casa Bianca negli scorsi decenni ha imposto un accantonamento dei paradigmi strategici con cui Seul tradizionalmente si approcciava al problema nordcoreano. Quelli nuovi, stando a dichiarazioni e iniziative del Presidente Moon, sembrano trovare la propria matrice più a Pechino che a Washington. Un pericolo di cu l’Amministrazione Trump è ben al corrente.

Corea: giocatori, mosse ed errori dell’interminabile partita atomica – seconda parte - Geopolitica.info

Seconda parte dell’analisi iniziata con l’articolo Corea: cosa sta allontanando Seul da Washington

Venti anni di (fallimentare) contrasto alla proliferazione

Benché i primi cinquanta anni di alleanza tra Washigton e Seul siano stati caratterizzati da una sostanziale comunanza di veduta rispetto al problema nordcoreano e alla sicurezza regionale (H. S. Moon 2004), una corrente di sfiducia verso le capacità americane di ottenere risultati su questi tavoli di trattativa ha iniziato ad affermarsi nei palazzi governativi di Seul.

Ciò appare comprensibile se si prende in considerazione l’andamento del dossier nucleare in un raggio temporale di almeno un ventennio. A partire dai primi anni Novanta il regime dei Kim ha costantemente sfidato la comunità internazionale ponendo lo sviluppo di proprie armi atomiche al vertice della sua agenda politica, minacciando e poi definitivamente abbandonando il Trattato di non-proliferazione nucleare nel 2003. A ciò avevano fatto seguito gli anni delle trattative del gruppo dei sei – Nord e Sud Corea, Usa, Cina, Giappone, Russia – sfociati in un nulla di fatto certificato dalla ripresa dei test balistici di Pyongyang e dall’abbandono del tavolo negoziale da parte di quest’ultima nel 2009.

Da allora i grandi attori regionali hanno iniziato a differenziare il proprio approccio e le proprie risposte nei confronti delle ambizioni nucleari nordcoreane. Con soddisfazione dei falchi americani, la prima reazione a sud del 38° parallelo è stata un allineamento della Corea del Sud ad una politica di intransigente condanna e inasprimento delle sanzioni internazionali che ha messo fine all’appeasement avviato a fine anni Novanta dal Presidente Kim Dae-jung. Se negli anni Duemila i negoziati multilaterali avevano portato al primo, storico, incontro tra i leader delle due coree, alla firma di un accordo di non aggressione e la crescita di iniziative diplomatiche e commerciali che erano valse allo stesso Kim Dae-jung il Nobel per la pace, nel 2010 ogni progresso è stato interrotto.

Simbolicamente i due maggiori segnali di rottura possono essere individuati nell’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan nel marzo 2010 – un attacco costato la vita a 46 dei 104 membri dell’equipaggio che Seul ha immediatamente attribuito a Pyongyang – e nei negoziati che nel 2016-2017 sono sfociati nell’installazione del sistema anti-balistico americano THAAD (Terminal High Altitude Area Defense).

Se però l’incidente navale aveva avuto delle ripercussioni sul solo piano bilaterale, il secondo evento è stato seguito da un peggioramento delle relazioni della Corea del Sud con tutti i suoi vicini non allineati agli Stati Uniti, quali la Russia e soprattutto la Cina.

La presenza delle tecnologie di difesa americane a pochi chilometri dal proprio territorio ha infatti portato a manifestazioni di piazza a Pechino e negli altri centri urbani della Repubblica Popolare, ma anche al boicottaggio dei prodotti coreani e un calo drammatico dell’interscambio commerciale e del flusso di turisti tra i due paesi (Monaghan 2018).

Al danno economico si è aggiunta la constatazione che l’adesione all’atteggiamento intransigente promosso da Washington non aveva minimamente intimidito Kim yong-un e il suo entourage: al contrario proprio negli anni di maggior tensione si erano registrati i maggiori progressi tecnologici nello sviluppo delle armi atomiche e dei vettori aeree continentali e intercontinentali.

È in tale contesto che è emersa e si è poi affermata una nuova corrente politica sudcoreana favorevole alla ripresa dei negoziati che è oggi incarnata dal partito e della persona del presidente Moon.

Il convitato di pietra cinese

A partire dalla seconda metà del 2017, Seul ha quindi informalmente sposato quella politica di distensione promossa da Pechino che postula il progressivo abbassamento del livello di tensione tramite la rinuncia all’adozione di dure contromisure al programma nucleare nordcoreano, nella convinzione che ciò rappresenti l’unico presupposto capace di garantire, se no alla denuclearizzazione, quantomeno il sostegno di tutte le potenze coinvolte alla sicurezza della regione contro possibili attacchi nordcoreani.

Ciò ovviamente si è accompagnato a un consolidamento dei rapporti bilaterali tra la Corea del Sud e la stessa Cina.

Seguendo l’ormai tradizionale schema negoziale descritto da Richard Solomon in Chinese Political Negotiating Behavior (Solomon 1988), Pechino è riuscita ad ottenere dallo storico alleato americano due fondamentali aperture strategiche: la rinuncia all’implementazione del THAAD e il rifiuto all’adesione al quello progetto di costruzione di una “libera e aperta macroregione indo-pacifica” che il Presidente Trump e il Premier giappone Shinzo Abe hanno annunciato nel novembre 2017 (Minegishi 2017).

In cambio Moon ha ottenuto il sostegno del potente vicino alla perenne ricerca sudcoreana di sicurezza, formalizzato nell’accordo sottoscritto nella sua visita nella capitale cinese lo scorso dicembre. Quattro i punti focali dell’intesa:

  1. Nessuna guerra nella penisola coreana sarà mai più tollerata.
  2. Il principio della denuclearizzazione della penisola resta in vigore.
  3. Qualsiasi vertenza internazionale, incluse quelle legate alla denuclearizzazione, dovranno essere risolte per mezzo del dialogo e del negoziato.
  4. Il miglioramento delle relazioni tra le due coree dovrà essere incentivato in quanto funzionale alla pacificazione della penisola.

Senza un simile presupposto, quindi, sarebbe difficile dare spiegazione ad una politica di distensione che ha portato le due Coree ad essere rappresentate dalla stessa bandiera nei giochi olimpici invernali recentemente ospitati da Seul, ma anche allo storico incontro di giugno a Singapore tra Donald Trump e Kim jong-un.


Conclusioni: sfide e opportunità per Donald Trump

Proprio l’incontro di giugno, il primo fra i vertici politici dei due paesi, può essere letto come un evidente segno di avvicinamento dell’amministrazione Trump ai propositi pacifisti della presidenza Moon che mira innanzitutto a riguadagnare la fiducia di Seul e la leadership del processo di denuclearizzazione.

Un passo certamente storico, ma prettamente simbolico e incapace di produrre effetti immediati nella road map che dovrebbe condurre allo smantellamento dell’arsenale atomico di Pyongyang e alla firma del trattato di pace che metterebbe formalmente fine alla decennale guerra con Washington, obiettivi finali di tutti i negoziati. Del resto, a riprova della forte diffidenza della Casa Bianca nei riguardi di Kim e del suo entourage c’è la lentezza con cui sono proceduti nei mesi successivi all’incontro i contatti diplomatici che avrebbero dovuto dare al simbolismo di Singapore la concretezza degli attesi risultati politici.

Uno stallo che Trump ha pubblicamente attribuito al suo interlocutore decidendo a fine agosto di annullare polemicamente la programmata visita in Corea del Nord del suo Segretario di Stato, Mike Pompeo. Ciononostante, pur continuando a mettere in guardia alleati e partner sulle intenzioni di Kim e sulla precocità di misure quali la riduzione delle sanzioni internazionali che ancora colpiscono la dittatura asiatica, gli Stati Uniti riconoscono la persistenza di una ferrea volontà degli alleati sudcoreani di proseguire a passi rapidi verso la normalizzazione dei rapporti con i propri vicini settentrionali.

Non sorprende allora constatare come alla recente notizia di una nuova visita di Moon a Pyongyang il prossimo 18 settembre abbia fatto seguito un’immediata distensione nei toni delle comunicazioni ufficiali: mentre Kim lasciava trapelare dichiarazioni in cui confermava assoluta fiducia verso gli intenti del Presidente Trump, quest’ultimo annunciava mezzo Twitter la sua soddisfazione per il rinnovato atteggiamento cooperativo dimostrato dalla controparte.

Si potrà obiettare che nell’era della comunicazione istantanea simili dichiarazioni lascino il tempo che trovano, tenuto anche conto delle ripetute minacce con cui lo stesso Presidente degli Stati Uniti commentava fino a pochi mesi fa i progressi missilistici dei nordcoreani. Eppure le dinamiche che in Asia spingono Seul verso la pacificazione e l’avvicinamento alla potenza cinese poggiano su considerazioni strutturali di lungo periodo che la Casa Bianca sa bene di non poter ignorare.

In fondo, preso dal ritrovato slancio diplomatico, Kim ha confidato pochi giorni fa a un inviato sudcoreano che il suo obiettivo è poter annunciare al mondo la denuclearizzazione nordcoreano prima del 2021. Un assist elettorale che The Donald saprebbe ben sfruttare nella sua – scontata – corsa verso un secondo mandato.

 

 

USA e impero romano: il rischio dell’interventismo?

A un anno e mezzo dal suo insediamento, Donald Trump ha rivelato un certo trasformismo in politica estera: quella che avrebbe dovuto rivelarsi un’amministrazione volta all’isolazionismo e al protezionismo, si è dimostrata essere in realtà in continuità con molte altre amministrazioni interventiste del passato.

USA e impero romano: il rischio dell’interventismo? - Geopolitica.info

Del resto era impensabile che la potenza egemone del sistema internazionale potesse ritirarsi completamente su se stessa, ignorando i suoi partner e i suoi avversari.

L’odierna situazione degli Stati Uniti è molto delicata: non sono pochi infatti gli osservatori politici che vedono il paese all’inizio di un lento declino.

I decisori americani si trovano di fronte a un bivio: continuare con la linea primatista, che vede gli USA come polizia del mondo e paladina dei diritti civili, o implementare una linea realista, che consisterebbe per esempio nel ritiro da certe zone del mondo, lasciando più responsabilità agli alleati.

 Nonostante diverse dichiarazioni di Trump suggeriscano il contrario, l’attuale amministrazione sembra (fino ad ora) voler seguire il primo approccio, quello primatista.

Questo è un grande rischio per gli Stati Uniti: le conseguenze dell’interventismo delle passate amministrazioni, su tutte quella di George W. Bush, sono ancora vive nella mente degli americani.

Anche se la presenza di molteplici attori nello scenario medio orientale sembra scongiurare un intervento terrestre da parte degli USA, il rischio di un’escalation in futuro è tutt’altro che sopito.

Cosa potrebbe accadere se gli americani continuassero su questa linea?

In passato, il proseguimento di politiche primatiste ha sempre portato le grandi potenze a una fine violenta. Emblematico è il caso dell’impero spagnolo tra 1500 e 1600: gli Asburgo fecero grandissimi sforzi bellici per affermare la loro autorità nei Paesi Bassi, che, con qualche riserva, possiamo definire il Medio Oriente dell’età Moderna. Gli spagnoli in 100 anni arrivarono a spendere in questo settore 218 milioni di ducati, un’enormità se si pensa che nello stesso periodo accumularono dalle miniere di metalli preziosi del Nuovo Mondo “appena” 121 milioni. Questo sanguinoso sforzo economico-militare contribuì in maniera decisiva al decadimento della potenza asburgica in Europa.

 Per fortuna americana, la storia offre anche esempi di imperi che riuscirono a rallentare il declino. Su tutti spicca il caso dell’Impero Romano: nonostante l’esperienza latina si collochi molto lontano da noi a livello temporale, il suo esempio, con le dovute cautele, fornisce una grande prova dell’efficacia della linea realista.

Nel III secolo infatti i Romani si ritrovarono a fronteggiare una situazione di crisi drammatica: instabilità interna e aggressioni esterne erano ormai divenute una costante.

Il salvataggio dell’impero fu possibile solo grazie all’opera di Gallieno, Aureliano e Diocleziano, imperatori che compresero la necessità di attuare un particolare programma di razionalizzazione e “riallocazione” delle risorse economiche, politiche e militari.

In un’epoca dove la gloria in battaglia era tutto e la ritirata era considerata disonorevole, i decisori romani non ebbero scrupoli ad abbandonare consistenti aree geografiche (Dacia, Agri Decumates, parti della Mauritania e dell’Egitto) per ridefinire la propria strategia e rinforzare i settori più vulnerabili. Tali operazioni garantirono la sopravvivenza dell’impero per altri due secoli.

 A differenza della Roma del III secolo, gli USA si trovano in un mondo che sembra avviarsi ad un futuro multipolare, dove tuttavia detengono ancora una posizione di grande superiorità rispetto alle altre potenze del sistema internazionale.

Gli americani sono pertanto pieni artefici del loro destino: starà a loro decidere se adottare una linea realista, abbandonando i settori ingestibili e concentrandosi sui possibili sfidanti alla loro egemonia (su tutti la Cina), o se continuare nel solco degli interventi militari umanitari, andando così incontro alle costose e violente conseguenze di una politica estera primatista.

Italia, Israele ed Iran: guerra e conseguenze

Martedì 8  maggio  2018 il presidente americano Donald J. Trump ha deciso, come promesso, di abbandonare l’accordo siglato dal suo predecessore alla Casa Bianca Barack Obama con l’Iran, avente ad oggetto la capacità del paese di dotarsi di un arsenale nucleare e di poter costruire centrali ad uso energetico.

Italia, Israele ed Iran: guerra e conseguenze - Geopolitica.info

Questa presa di posizione unilaterale ha sollevato, come era ovvio, prese di posizione più o meno nette da parte di tutti i maggiori player dello scenario geopolitico mediorientale e non solo. La tensione tra i due stati, Israele ed Iran, è palese da tempo e fino ad ora gli screzi e le minacce tra le due parti si limitavano a piccole azioni, dall’impatto più mediatico che strategico. Tuttavia, negli ultimi giorni sta affiorando un nuovo livello di scontro, in cui Israele, tramite il suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha affermato che il suo esercito è “forte e pronto”. Anche dalla parte iraniana si ha un atteggiamento aggressivo. Sembra dunque che le tensioni stiano crescendo, rendendo sempre più probabile uno scontro diretto tra le due nazioni; Il terreno più probabile è il territorio siriano.

Fino ad oggi le due potenze si sono scontrate già sul terreno della Siria, ma in maniera diversa: Israele, infatti, occupa una zona a ridosso del proprio confine in Siria, le alture del Golan mentre l’Iran agisce tramite la presenza ed il finanziamento di truppe più o meno regolari e del movimento libanese di Hezbollah. Uno scontro diretto tra i contendenti creerebbe uno scenario simile a quello già visto nelle precedenti guerre condotte da Israele (in particolare nel 1973) ma questa volta gli interessi delle altre potenze (Russia e Stati Uniti principalmente) si manifestano in maniera più incisiva rispetto al contesto mediorientale precedente, alle primavere arabe ed alla guerra civile siriana (basti pensare che entrambe le potenze operano sia a livello militare sia di intelligence direttamente sul suolo siriano, schierate in maniera quasi dicotomica: la Russia in chiaro supporto del presidente Assad, gli Stati Uniti con un ruolo più ambiguo, molto dettato dalle correnti politiche di Washington).

Questa situazione è da inquadrarsi nel più complesso scenario delle altre parti in gioco nella partita siriana (Turchia, Arabia Saudita, Unione Europea ed altri) da entrambe le parti, non sottovalutando neppure il ruolo defilato della Cina.Ne risulta un quadro quasi caotico, non suscettibile di valutazioni immediate e di risposte certe; ed è in questo contesto che si giunge al nodo centrale di quest’analisi: l’Italia e la sua economia.

L’Italia e le conseguenze economiche

Queste decisioni, ovviamente, incidono sulla posizione italiana e sulla sua economia.

Si guarderà a due questioni principali: lo squilibrio tra import di materie energetiche e l’export di materiali bellici e lo scenario politico. Come noto il sistema industriale italiano è un importatore netto di materie energetiche, avendone poche a disposizione e assolutamente insufficienti a coprire il fabbisogno nazionale.

Negli ultimi anni, sebbene vi sia stata una spinta verso la diversificazione delle fonti questi progetti hanno mostrato effetti reali limitati (in parte perché non ultimati). La situazione è andata peggiorando dopo la rivoluzione in Libia del 2011, dove l’ENI era una delle compagnie petrolifere di maggiore presenza ed importanza. Ciò su cui si vuole riflettere tuttavia non è la struttura dell’approvvigionamento in sé quanto il suo costo e di quanto un ulteriore conflitto nella regione possa avere conseguenze.

Come rilevato da più osservatori la crescita del paese è positiva, seppure di poco (dati Ocse)2. È ragionevole supporre che il prezzo aumenterà di volatilità con l’intensificarsi del conflitto; e tale volatilità sarà orientata verso l’alto, essendo l’Iran uno tra i primi paesi produttori di greggio al mondo. Dato tale presupposto, ci si accorge del problema fondamentale: basterebbe una marcata oscillazione per un periodo di tempo più o meno prolungato per affossare le stime del PIL, già riviste al ribasso. Il prezzo odierno è, facendo una media tra WTI, Brent, OPEC basket e Urals (Russia), intorno ai 72-73$/barile3.

Sebbene l’Iran per alcuni analisti non alzerà i prezzi4, viene da chiedersi quanto sia credibile, in uno scenario mutato e con maggiori spese belliche, mantenere tale linea.

Viene naturale domandarsi l’impatto che potrebbe avere una crescita, in media, a 80-85$/barile sulla manifattura italiana, e dunque sul prodotto interno lordo. Invece un settore che in questo scenario potrebbe crescere è l’industria bellica, che ci vede già protagonisti5; si potrebbero, quindi, notare ulteriori aumenti (magari anche a due cifre percentuali) in seguito al conflitto, specie se arrivano ad essere coinvolti, anche in maniera indiretta, i Paesi del Golfo. Tuttavia, anche lo scenario più ottimistico dell’export di materiale bellico è di poco conto se posto in relazione all’aumento di costo delle materie prime e al suo impatto sul sistema produttivo.

L’incertezza politica italiana allo stato attuale 

Un ultimo elemento è l’analisi politica, che potrebbe essere sintetizzata in una parola: confusione. Sebbene tale scenario sia mutevole anche nell’arco della giornata, il non avere un governo stabile durante il prossimo mese/trimestre potrebbe essere utile al paese.

Il governo Gentiloni, in qualità di governo dimissionario, infatti non può prendere decisioni che non siano di ordinaria amministrazione e in una tale situazione si limiterebbe ad esprimere opinioni, quasi certamente contrastanti con quelle dei partiti usciti vincenti dalla tornata elettorale di marzo (Lega e M5S).

Già nei mesi scorsi si è potuto notare come le posizioni di questi due partiti collidano con quelle dei membri dell’esecutivo attuale sulla politica estera. Un periodo di inattività potrebbe portare alla formazione di un governo quando le maggiori incertezze che vi sono al momento si saranno dileguate, consentendo scelte più oculate (a seconda delle varie visioni). Tutto ciò supponendo che non sia possibile formare un governo di diretta emanazione del Presidente della Repubblica, che stando alle dichiarazioni dei principali leaders non troverebbe i numeri per la fiducia in parlamento.

La Casa Bianca pubblica il Section 301 Report

La Casa Bianca pubblica il Section 301 Report. 1300 tipi di prodotti cinesi, per un valore che oscilla tra i 50 e 60 miliardi di dollari, potrebbero essere colpiti da una tariffa aggiuntiva del 25%. La risposta cinese, il dossier coreano e il nodo Taiwan

La Casa Bianca pubblica il Section 301 Report - Geopolitica.info

Gli Stati Uniti d’America hanno annunciato un elenco di prodotti di origine cinese che saranno soggetti a una tariffa aggiuntiva del 25%. Questa azione è la diretta conseguenza dell’indagine sulle politiche commerciali e industriali cinesi, avviata dal presidente Donald Trump il 14 agosto 2017, ai sensi della Section 301 of the Trade Act del 1974.

L’indagine, condotta dall’Office of the U.S. Trade Representative (Ustr) e pubblicata il 22 marzo, mirava a determinare se le politiche e le pratiche del governo cinese legate al trasferimento tecnologico, alla proprietà intellettuale e all’innovazione, fossero discriminatorie per l’economia Usa.

COS’È LA SECTION 301 OF THE TRADE ACT?

Costituisce l’autorità legale, in base alla quale il Presidente degli Stati Uniti è autorizzato a intraprendere tutte le misure appropriate per ottenere la rimozione di qualsiasi atto, politica o pratica di un governo straniero che viola un accordo commerciale internazionale e che grava o limita il commercio americano.

Le indagini possono essere avviate autonomamente dall’Ustr a seguito di una richiesta del Presidente, o a seguito di una petizione presentata da una società o da un gruppo industriale.

COSA HA SCOPERTO L’INDAGINE

Nell’istruire l’Ustr, il Presidente ha sottolineato che “gli Stati Uniti sono un leader mondiale nella ricerca e nello sviluppo di beni ad alta tecnologia. Le violazioni dei diritti di proprietà intellettuale e gli sleali trasferimenti tecnologici, minacciano la sicurezza della nostra società. Le politiche portate avanti da Pechino privano i cittadini americani di una giusta retribuzione, trasferendo posti di lavoro in Cina, mettendo a repentaglio così la produzione e l’innovazione americana.”

Sulla base delle informazioni ottenute durante l’inchiesta, l’Ustr ha determinato che:

  • le politiche e le pratiche del governo cinese legate al trasferimento tecnologico, alla proprietà intellettuale e all’innovazione, causano ogni anno danni agli Stati Uniti per decine di migliaia di dollari;
    • la Cina conduce e supporta intrusioni informatiche per accedere alle informazioni sensibili delle società statunitensi;
    • Pechino dirige e facilita investimenti e acquisizioni su larga scala, per generare trasferimento tecnologico alle proprie entità statuali.

L’indagine elenca 1300 tipi di prodotto cinesi, per un valore che oscilla tra i 50 e 60 miliardi di dollari. Quest’ultimi potrebbero essere colpiti da una tariffa aggiuntiva del 25% ad valorem. I settori includono l’aerospazio, le comunicazioni, la robotica e l’intelligenza artificiale.

I prodotti presi di mira dalla Casa Bianca fanno parte di un’ampia strategia che mira a contrastare l’espansionismo cinese in settori tecnologici d’avanguardia. Secondo l’Ustr infatti, attraverso il suo “Made in China 2025”, Pechino punta a conquistare la leadership economica nei settori dell’alta tecnologia.

Le nuove misure non avranno però effetto immediato. Fino all’11 maggio le aziende americane interessate potranno inviare osservazioni in merito. Successivamente l’Ustr terrà un’audizione pubblica, lasciando un ulteriore periodo di sette giorni per ricevere commenti addizionali. Al completamento di questo processo si saprà quali prodotti saranno effettivamente oggetto di tasse aggiuntive.

In risposta alle mosse di Washington, in Cina sono entrati in vigore dazi alle importazioni dagli Usa su 128 prodotti, per un valore di circa 3 miliardi di dollari. Per ora siamo al gioco delle parti.

Due fattori potrebbero però ripercuotersi sulle tensioni commerciali sino-statunitensi da qui a giugno. Prima di tutto il dossier coreano. È probabile che le pressioni reciproche tra Pechino e Washington, si acuiscano in prossimità dei negoziati che Stati Uniti e Corea del Sud avranno con P’yongyang riguardo la denuclearizzazione. La Repubblica Popolare non vuole essere tagliata fuori dalla faccenda, come evidenziato dal viaggio di Kim Jong-un nella capitale cinese a fine marzo.

Secondo e non meno importante, Taiwan. A giugno, il nuovo consigliere per la Sicurezza nazionale Usa John Bolton potrebbe recarsi a Taipei per celebrare l’apertura della nuova sede dell’Istituto americano, di fatto l’ambasciata statunitense sull’isola.

La Repubblica Popolare intende ottenere la riunificazione con Taiwan entro il 2050 e l’uso della forza non è escluso. Come avvenuto nel dicembre 2016, Trump potrebbe brandire il riconoscimento della sovranità di Taipei come leva negoziale contro Pechino. Ciò non solo complicherebbe il dialogo sul fronte commerciale, ma accelererebbe la collisione tra le due potenze sul piano strategico.