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The New Authoritarianism. Trump, Populism and the Tyranny of Experts

The New Authoritarianism. Trump, Populism and the Tyranny of Experts, è il titolo del libro di Salvatore Babones, pubblicato dalla casa editrice Polity Press, 2018

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Salvatore Babones è un sociologo statunitense, insegna all’Università di Sydney dove è professore associato, ha conseguito il Ph.D. dalla John Hopkins University di Baltimora, ed è da anni uno dei membri più visibili e influenti dell’ approccio mondo-sistemico (World System Theory) propugnato tra gli altri da Giovanni Arrighi, Andre Gunder Frank e Immanuel Wallerstein.

Il professor Babones ha fatto nel corso degli anni contributi scientifici importanti sia nell’ambito della metodologia della ricerca sia nell’ambito della sociologia economica e non disdegna, da intellettuale pubblico, di intervenire in vari dibattiti che spaziano dall’importanza di studiare la cultura o la civilizzazione occidentale a come il Confucius Institute possa contribuire a promuovere la democrazia, o dalla democrazia in Polonia alla Brexit. Donald Trump, da qualche anno, da prima di essere eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, è uno degli argomenti cari al professor Babones che, a differenza di tanti esperti, in Trump non vede un dittatore ma vede invece un leader politico che tutto sommato fa bene alla democrazia.

The New Authoritarianism è un tentativo di trattare questi temi in maniera esaustiva ma accessibile anche ad un pubblico di non specialisti. Il volume, oltre ad una prefazione molto godibile che inquadra e mette in prospettiva i vari temi trattati nel resto del libro, si articola in cinque capitoli dedicati rispettivamente a liberalismo, libertà e diritti; l’ascesa dei nuovi autoritari; l’autoritarismo liberale e planetario;  Donald Trump e, alla fine, il populismo.

Benchè The New Authoritarianism sia ricco di riferimenti, citazioni, aneddoti, il messaggio fondamentale è molto chiaro. Il liberalismo, nel corso degli anni, si è trasformato passando dall’occuparsi di libertà negative, quali, ad esempio, la libertà dalla coercizione, all’occuparsi di libertà positive o, come dice giustamente il professor Babones, diritti positivi. La trasformazione del liberalismo – associata al fatto che il liberalismo sia diventato una filosofia politica egemonica  quanto meno tra esperti e tecnocrati, e al fatto che siano appunto esperti e tecnocrati a definire quali diritti debbano essere protetti e promossi – ha creato le premesse per la comparsa di una nuova forma di autoritarismo: la tirannia degli esperti, che, in virtù del loro sapere, si arrogano il diritto di decidere quali politiche possano o debbano essere perseguite o come e quando debbano essere implementate. Così facendo, spiega Babones, si finisce con il rimpiazzare la democrazia con la tecnocrazia che, in questo modo, diviene ‘sovrana’ proprio nel senso in cui la intendeva Carl Schmitt, perché è proprio una tecnocrazia siffatta che, per citare lo Schmitt della Teologia Politica, ‘decide sullo stato di eccezione’. La tirannia degli esperti marginalizza la democrazia non solo perché sono gli esperti a decidere come e quando fare cosa, ma perché decidendo anche cosa sia dicibile o meno restringono quella libertà di parola senza la quale i gruppi sociali disagiati o danneggiati dalle politiche disegnate dai tecnocrati non sono più in grado di esprime le proprie ansie, esigenze e bisogni. Il populismo e Trump sono una reazione alla restrizione dello spazio democratico, sono un tentativo di dar voce a esigenze e bisogni altrimenti trascurati–per cui, paradossalmente, Trump fa bene alla democrazia, che, a detta dei tecnocrati, starebbe invece danneggiando.

The New Authoritarianism presenta un pregio fondamentale, che cerco di spiegare qui. Chi si occupa di partiti e democrazia non può aver fatto a meno di notare che la democrazia non è più considerata come il regime politico ideale: i liberali/libertari, in Italia ma non solo, vedono nella democrazia la causa del mal governo e del dissesto dei conti pubblici; gli adulatori del buon governo, traduco così good governance, dall’ Huntington di Political Order in Changing Societies (1968) al Francis Fukuyama di “What is Governance?” o al Daniel Kaufmann di “Governance Matters” ai giorni nostri credono nel dividendo del buon governo ma non sempre o quanto meno non necessariamente in quello della democrazia; e politologi come Daniel Bell, in The China Model (2015) arrivano addirittura a sostenere che la meritocrazia possa in taluni casi essere preferibile a forme di governance più democratiche.

Si tratta di una vera rivoluzione culturale. I liberali un tempo vedevano nella democrazia lo strumento per tutelare il diritto alla vita, alla libertà personale, e alla proprietà; gli scienziati della politica, Samuel Huntington incluso, nel corso della Terza Ondata di democratizzazione erano persuasi del fatto che la democrazia fosse rimasta come the only game in town mentre Fukuyama, prematuramente convinto del trionfo del modello liberal-democratico, discettava della fine della storia; e sempre i politologi discutevano di quale modello democratico fosse migliore senza mai mettere in discussione l’assunto che la democrazia fosse, nelle parole di Churchill, la peggior forma di governo, fatta eccezione per tutte le altre. Oggi ovviamente non è più così. The New Authoritarianism spiega come e perché vi sia stato un vero e proprio cambio di paradigma.

The New Authoritarianism argomenta, convincentemente, come gli argomenti anti-democratici (ed in taluni casi la prassi antidemocratica a cui questi argomenti finiscono col portare) dei liberali/libertari, dei fautori del buon governo e dei propugnatori della meritocrazia non siano che tre manifestazioni del nuovo autoritarismo liberal-tecnocratico a cui il professor Babones dedica una porzione significativa del suo pregevole volume. The New Authoritarianism è interessante, è godibile e merita di essere letto in inglese oggi, e, speriamo, anche in italiano in un futuro non troppo lontano.

 

Le probabili conseguenze del ritiro U.S.A. dalla Siria

Pochi giorni fa è giunta notizia dell’annuncio via Twitter del presidente Donald Trump riguardo ad un ritiro, seppur rallentato in quattro mesi di tempo, delle truppe statunitensi dalla Siria. Ora ci si domanda quali potranno essere gli sviluppi nella zona più calda degli ultimi anni dopo il ritiro dell’esercito a stelle e strisce, chi gioverà più di altri dal vuoto di potere creatosi e chi invece è ora in seria difficoltà? Quali saranno le future mosse dei principali player in campo, Putin ed Erdogan su tutti?

Le probabili conseguenze del ritiro U.S.A. dalla Siria - Geopolitica.info

Ritirare le truppe dalla Siria ha un grosso significato, ribadito anche dal presidente Trump, ovvero la sconfitta dell’Isis e quindi il venir meno della causa principale per la quale gli Stati Uniti si erano mobilitati in Siria. Questa decisione ha due effetti immediati: Il primo è strettamente propagandistico, ovvero la sconfitta del califfato rappresenta per il presidente un successo in politica estera da mettere nel fortino elettorale, si può dire che dopo Bush jr e Obama, Trump sia il primo presidente ad aver vinto una guerra in medio-oriente, annuncio che, non a caso, arriva negli stessi giorni dello “shutdown”, forse per allentare anche la tensione sulla Casa Bianca.

In secondo luogo, questa decisione è coerente con il pensiero “trumpiano” isolazionista: dopo i dazi alla Cina, ribadita fortemente la volontà di costruire un muro che chiuda il confine messicano, adesso la volontà di riportare in patria i propri soldati può essere vista come una dilazione del motto “American First” che ricorda molto quello degli anni ’20, solo che oggi, a differenza di allora, gli USA sono una potenza in overstretch (ovvero l’”Imperial Overstretch” secondo P. Kennedy si realizza nel momento in cui un impero, in questo caso la potenza americana, si estenda oltre le proprie capacità di mantenere i propri impegni economici e militari)

 

Come muterà la situazione?

La cosa certa è la difficolta in cui versa oggi la Francia: ai tempi Parigi aveva deciso di mandare in Siria una manciata di circa duecento soldati in aiuto del popolo curdo e ora, senza il principale alleato in campo, dovrà compiere una scelta difficile e coraggiosa. Proprio i Curdi sono la parte più debole delle forze in campo, bersagliati da Erdogan in politica interna, e offrono al presidente turco l’occasione di espandere le proprie milizie oltre il confine siriano e debellare definitivamente la Turchia dalla minoranza non gradita al presidente.

I Curdi si sentono traditi dall’atteggiamento statunitense e dovranno, volenti o nolenti, affidarsi agli aiuti di Putin e Assad. Quest’ultimo ha già deciso di intervenire a Manbij (città a Nord-Est di Aleppo) su invito delle milizie curde per difendere la parte nord-est del Paese confinante con la Turchia per evitarne uno sconfinamento.

L’Isis dichiarato sconfitto mantiene ancora però dei territori al centro della Siria, e quindi è ancora, seppur debole e isolato e destinato alla sconfitta, una mina vagante in uno scacchiere ormai in continua evoluzione e dal quale ci si può aspettare continue sorprese.

 

Chi potrà trarre vantaggi dalla scelta USA?

Molto probabilmente Mosca e Teheran si saranno strofinati gli occhi al leggere del tweet di Trump. I loro sforzi nella regione contro Isis e a sostegno di Assad sono, forse, ripagati. Da una parte, l’uscita di scena degli Stati Uniti consente a Putin di giocare il ruolo di regista delle operazioni nella zona, e la sconfitta definitiva dell’Isis può essere anche per lui un’ottima carta propagandistica non solo all’interno della Confederazione russa ma anche e soprattutto in politica estera, e dall’altra il sostegno ad Assad fino all’ultimo minuto gli permetterà di essere il leader del futuro assetto siriano. Altro fatto non da sottovalutare per la politica estera russa è l’alleggerimento della pressione USA al confine meridionale, vista la storica “sindrome da accerchiamento” vissuta dai russi, (definita politica del “containment” in occidente) fin dai tempi della guerra fredda.

In ultimo Putin può utilizzare le milizie curde, con sostegni e finanziamenti, come spina nel fianco alla politica sia interna che estera di Erdogan, unire questi eventi al tentativo di annessione della Crimea ci riporta indietro di molti anni, quando gli Zar guardavo agli stretti del Bosforo e dei Dardanelli per potersi permettere lo sbocco navale sul “mare caldo”.

Cosa lascia intendere la Carovana dei Migranti dell’attuale situazione del Centro America

Negli ultimi mesi, gli occhi del mondo sono impegnati nel seguire con attenzione le vicissitudini della così chiamata “Carovana dei Migranti” partita dall’Honduras il 12 Ottobre, destinazione Stati Uniti. Gli ultimi aggiornamenti riferiscono che il 4 novembre centinaia di migranti centroamericani sono giunti a Città del Messico, con la speranza che tale sosta sia effettivamente “di passaggio” per poi ripartire alla volta del confine a stelle e strisce. Le autorità messicane hanno offerto accoglienza e beni di prima necessità agli svariati gruppi di migranti che, pian piano, in momenti diversi, raggiungono la capitale messicana. Tuttavia, il clima disteso e propositivo mostrato dal Governo di Peña Nieto sembra non essere condiviso dal collega degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha definito la carovana “una vera e propria invasione”, annunciando di prendere provvedimenti coercitivi come il dispiego di cinquemila soldati alla frontiera con il Messico con il compito di bloccare questa carovana.

Cosa lascia intendere la Carovana dei Migranti dell’attuale situazione del Centro America - Geopolitica.info

Donald Trump nei suoi discorsi parla di criminali, terroristi e cospiratori infiltrati nella carovana dei migranti, pronti ad invadere gli Stati Uniti, usando un gioco politico che fa leva sulle paure e debolezze della gente, molto in voga non solo in America ma anche nel nostro vecchio continente. La verità non potrebbe essere più diversa di questa menzogna. Sono infatti uomini e donne disperati a tal punto da portare i loro bambini in braccio per svariati chilometri, uniti in infinite file di persone al fine di evitare alcuni dei rischi a cui incomberebbero attraversando in solitaria o comunque in piccoli gruppi il territorio messicano, tristemente noto per essere controllato da bande criminali.

Questa carovana, moltiplicatasi da quando è partita, non può essere una sorpresa. È infatti bastato un semplice appello su Facebook per entusiasmare migliaia di Honduregni e convincerli a fuggire in massa.

Dal 2009, con un vero e proprio colpo di stato inscenato dall’attuale presidente Juan Orlando Hernandez e considerato legittimo dal governo di Washington, come documentato dal quotidiano d’Oltremanica The Guardian, lo stato dell’Honduras sta tristemente vivendo il periodo più buio della sua esperienza democratica. Appena un anno fa, con una rielezione che ha lasciato molti dubbi in termini di legittimità, e da molti considerata fraudolenta, anche dalla pubblica opinione statunitense la situazione in Honduras non fa altro che peggiorare, finendo in un vorticoso regime di corruzione e bugie a cui non è più possibile non ribellarsi. Questo popolo stremato dalla povertà e dalla criminalità organizzata, di frequente in seguito alle espulsioni dagli Stati Uniti, si vede negata ogni qualsivoglia possibilità di auto-determinazione ed esistenza dignitosa. Popolo che non è solamente composto da Honduregni, bensì anche da Nicaraguensi e Guatemaltechi, questi ultimi repressi da un tiranno (in Nicaragua) e delusi da un presidente corrotto e inetto (in Guatemala). Fuggono dall’incapacità dei loro governi, sia di estrema destra sia di estrema sinistra, di mettere fine alle disuguaglianze sociali, agli omicidi ed alla corruzione, in attesa di un futuro che non arriva mai.

I tentativi di criminalizzare la carovana messi in atto negli ultimi giorni eludono le difficili domande necessarie per risolvere le cause della migrazione, sfociando in un vero e proprio atto di vigliaccheria. I governanti della regione, da Tegucigalpa a Washington, non sono stati in grado di fornire risposte a tale esodo e dare semplicemente la colpa ai migranti non è sicuramente il miglior modo per analizzare la situazione. Una cosa però è certa, questi migranti non sono il problema.

Cosa è successo all’incontro tra Trump e Xi al G-20?

L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Buenos Aires è giunto in un clima pesante per le relazioni tra USA e Repubblica Popolare Cinese. Al centro delle tensioni tra Cina e USA, due dossier principali: ca. 150 giorni di trade war e lo spettro di un’escalation militare nel Mar Cinese Meridionale.

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Questo articolo inaugura Dazibao – Osservatorio strategico sulla Cina, una rubrica a cura di Lorenzo Termine. Puoi seguirla anche su Twitter: @dazibaocina

 

 

Pronti…

In ambito commerciale, durante l’estate, Trump aveva approvato il National Defense Authorization Act 2019 che dovrà garantire alla Casa Bianca un controllo più stringente sugli investimenti cinesi negli USA e sui trasferimenti di tecnologia verso l’estero e, successivamente, aveva imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi che è previsto arrivi al 25% nel gennaio 2019. La risposta di Pechino non si era fatta attendere: un dazio tra il 5 e il 10% su una lunga lista di prodotti americani per un valore complessivo di 60 miliardi di dollari. L’inizio della “guerra commerciale” tra Washington e Pechino ha destato inquietudini e paure in tutto il mondo per le possibili ripercussioni sull’economia globale. I negoziati per un accordo che ponesse fine alla disputa sono proceduti attraverso una mezza dozzina di round che, non solo, hanno prodotto un nulla de facto ma hanno anche aumentato la distanza tra le due parti.

In ottobre, era stato il turno del Mar Cinese Meridionale ad incrinare i rapporti tra Pechino e Washington. Le esercitazioni congiunte di Regno Unito e Giappone, al volo di B-52 americani, al passaggio di una nave da guerra sudcoreana e ad una nuova Freedom of Navigation Operation degli Stati Uniti (la settima condotta dall’Amministrazione Trump) nella zona avevano scatenato dure proteste cinesi. Durante quest’ultima operazione si sarebbe sfiorata la collisione evitata solo grazie ad una manovra di evasione della nave americana. Il 9 novembre il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Segretario alla Difesa James Mattis avevano ospitato il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghe e il membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e direttore della Commissione per gli Affari Esteri Yang Jiechi (nonché ex ambasciatore a Washington) per il secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue. Il summit non aveva portato ad alcun risultato degno di nota relativamente ai temi più caldi, Mar Cinese Meridionale, Taiwan, Xinjiang pur aprendo alla possibilità di un nuovo set di confidence-building measures che riducesse il rischio di incomprensioni.

Partenza…

Nei giorni precedenti il summit, la confusione ha regnato sovrana. Prima Donald Trump ha minacciato nuove sanzioni per un valore di 267 miliardi di $ se la Cina non si fosse mostrata più disponibile ad un accordo, ma ha, anche, dimostrato fiducia nel negoziato. Tutto ciò mentre Axios rivelava che fonti interne all’Amministrazione non prospettavano alcuna volontà di accordo o di allentamento delle tensioni da parte della Casa Bianca. L’attenzione è stata, quindi, tutta concentrata sul summit di Buenos Aires, considerando anche la notizia secondo cui Liu He, uno delle menti dietro la politica economica cinese, fosse a Washington per preparare l’incontro. In generale, l’opinione di molti era che un incontro al vertice avrebbe rappresentato solo una pausa nell’inasprimento delle tensioni, un successo tattico in una relazione strategica in crisi.

Via!

Le delegazioni cinese e statunitense si sono sedute al tavolo poco dopo le 17.30 (ora locale, mentre in Italia erano le 21.30) per una cena (anticipata) che sarebbe dovuta durare circa 2 ore ma si è prolungata ben oltre, concludendosi, infine, attorno alle 20.15 con un forte applauso che è risuonato in tutta la sala.

Nel breve discorso di apertura, Donald Trump ha pronosticato un risultato positivo per entrambi definendo “incredibile” la sua relazione con Xi. Dal canto suo, il presidente cinese ha ricordato il tempo trascorso dall’ultimo incontro di vertice e ha sottolineato la fondamentale importanza della cooperazione tra i due paesi.

Alla fine, un vero e proprio accordo non è stato raggiunto ma è stato concordato un cessate il fuoco. Donald Trump ha accettato di sospendere per altri 90 giorni l’innalzamento dei dazi al 25% (previsto inizialmente per gennaio 2019). La Cina, dal canto suo, si è impegnata ad acquistare immediatamente un “non specificato ma sostanzioso ammontare di prodotti americani nei settori agricolo, industriale ed energetico”. Entro i 90 giorni, le due parti dovranno raggiungere un accordo.

Interessante notare come i media cinesi non abbiano riportato il termine di 90 gg, limitandosi a riferire che Pechino e Washington hanno concordato di “evitare l’escalation” nella trade-war e di risolvere le “questioni economiche e commerciali” di interesse.

Per i prossimi tre mesi, quindi, le due delegazioni (sarà interessante vedere anche se verranno confermate le formazioni che negli scorsi mesi non sono riuscite a raggiungere un consenso) dovranno lavorare per raggiungere l’accordo oppure il G-20 sarà solo una boccata d’aria prima dell’escalation.

La delegazione cinese:
Xi Jinping
Ding Xuexiang, direttore dell’Ufficio Generale del Partito Comunista Cinese
Liu He, vice-Premier
Yang Jiechi, direttore del Segretariato del Central Leading Group on Foreign Affairs
Wang Yi, ministro degli Esteri
He Lifeng, capo della National Development and Reform Commission
Zhong Shan, ministro del Commercio
Cui Tiankai, ambasciatore della RPC negli USA
Wang Shouwen, vice-ministro del Commercio


La delegazione statunitense:
Donald Trump
Mike Pompeo, segretario di Stato
Steven Mnuchin, segretario del Tesoro
– Gen John Kelly, White House Chief of Staff
Robert Lighthizer, US Trade Representative
John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale
Jared Kushner, Senior Advisor del Presidente
Peter Navarro, consigliere per il commercio e la politica manifatturiera
Larry Kudlow,  consigliere per la politica economica
Matthew Pottinger, consigliere per gli affari asiatici

 

Parigi cento anni dopo: l’occasione mancata della diplomazia internazionale

Nelle intenzioni di Emmanuel Macron la grande conferenza internazionale dello scorso 11 novembre avrebbe dovuto avviare una fase di nuova distensione della diplomazia internazionale cercando nella cerimonia per il centesimo anniversario della fine della Grande Guerra la spinta emotiva e politica per lanciare nuovi tentativi di dialogo. Come spesso accade però i grandi incontri multilaterali, piuttosto che mettere in luce gli interessi comuni, mostrano quanto profonde siano le divergenze tra le grandi potenze e il summit di Parigi non ha fatto eccezione.

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L’iniziativa voluta dal Presidente Francese, al fine di commemorare la firma dell’Armistizio di Compiegne, ha visto la partecipazione di settantadue Capi di Stato e di Governo, ma differentemente da quanto sperato non è stata fautrice di una distensione nei rapporti tra le grandi potenze. Malgrado le circostanze infatti, il dialogo e la comprensione reciproca cui si è più volte fatto riferimento non hanno contraddistinto i lavori della celebrazione, lasciando all’osservatore la sensazione che forma e procedura abbiano prevalso sulla sostanza, decidendo volutamente di non affrontare le questioni più divisive.

Ad inaugurare la Cerimonia vi è stato lo scambio di battute tra il Presidente Francese e l’omologo americano Donald Trump. L’arrivo dell’inquilino della Casa Bianca è stato accompagnato da un duro botta e risposta tra i due leader in merito ad alcune affermazioni di Emmanuel Macron rilasciate durante un’intervista a Europe1 in occasione della quale aveva ribadito la necessità di sviluppare una difesa europea indipendente che potesse reagire autonomamente alle pressioni provenienti da Russia, Cina e, per la prima volta, dagli Stati Uniti. Con un Tweet pubblicato sulla propria pagina personale, Donald Trump ha ricordato al Presidente Francese gli obblighi derivanti dal Trattato dell’Atlantico del Nord e ha riaffermato la necessità di una maggiore condivisione delle spese militari in seno all’Alleanza Atlantica. La questione è quanto mai complessa e ha da sempre accompagnato le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico: fin dagli anni ’50 infatti gli Stati Uniti hanno richiamato gli alleati ad una maggiore condivisione degli oneri derivanti dal Trattato ma negli ultimi anni il dibattito si è radicalizzato su posizioni reciprocamente sempre più inconciliabili a seguito dell’avvento dell’Amministrazione Trump e dei tentativi disviluppo di un’Europa unita anche nel settore della difesa con il lancio della PESCO nel Dicembre 2017 e dell’Iniziativa Europea di Intervento avviata nel Giugno del 2018. Quest’ultimo format, fortemente voluto dal Presidente Francese, è un elemento del tutto nuovo della politica di difesa europea poiché va a creare una struttura parallela a quella comunitaria che vede la partecipazione di 10 stati europei (Francia, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Estonia, Portogallo, Spagna, Regno Unito e Finlandia) al fine di realizzare una forza di reazione europea perfettamente operativa con asset propri e una leadership politica indipendente per dare consistenza ad una vera identità europea della difesa. Il riferimento di Macron ad una Europa sovrana e ad una politica di difesa indipendente è stato visto da Donald Trump come un vero e proprio affronto verso agli Stati Uniti che ribadendo la necessità di una maggiore partecipazione europea agli oneri dell’Alleanza ha implicitamente affermato l’impossibilità di superare la NATO come struttura cardine della difesa europea. Allo scontro verbale ha fatto seguito un tiepido incontro a porte chiuse nel quale i due hanno ribadito la centralità della condivisione della difesa transatlantica senza però abbandonare le reciproche posizioni.

A seguito del confronto le celebrazioni sono proseguite come prestabilito, mostrando però l’assenza di unità tra le due sponde dell’Atlantico con l’arrivo solitario del Presidente statunitense all’Arco di Trionfo dopo che gli altri invitati avevano sfilato per gli Champs Elyses con Emmanuel Macron a guidare il nutrito gruppo di Capi di Stato e di Governo. In occasione del suo discorso di conclusione delle celebrazioni il presidente francese ha ribadito la centralità del patriottismo e del multilateralismo come antidoti al nazionalismo e agli interessi di parte affermando che: “Dicendo ‘prima i nostri interessi e non m’importa degli altri’ eliminate la cosa più preziosa che ha una nazione: i suoi valori morali” quasi a volersi esplicitamente rivolgere a Donald Trump e Vladimir Putin, giunto infine in ritardo all’Arc de Triomphe.

Proprio il Presidente Russo era uno dei grandi osservati speciali della celebrazione. Nelle settimane precedenti si era a lungo discusso della possibilità di un incontro bilaterale a margine della conferenza con il presidente Trump al fine di discutere della volontà degli Stati Uniti di recedere dal Trattato sulle Armi Nucleari di Medio Raggio (INF Treaty). La possibilità di un incontro era stata affermata dallo stesso Presidente russo e dal consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale John Bolton durante la visita di quest’ultimo a Mosca lo scorso 21 Ottobre ma, secondo quanto riportato dalla stampa russa e americana, le pressioni del Presidente francese avrebbero fatto sì che importanti incontri bilaterali non si tenessero, imponendo veloci colloqui ai due Presidenti. In occasione di tale incontro i due avrebbero affermato la reciproca volontà ad aprire il dialogo sulla materia, non solo ai massimi livelli politici ma anche a livello tecnico data la particolarità dell’argomento trattato, rinviando però la questione ad un successivo incontro da tenersi a margine dell’incontro del G20 a Buenos Aires il prossimo 30 Novembre. La questione resta quindi congelata ma è evidente che senza l’apertura di un canale di dialogo strutturato sarà impossibile ampliare il confronto alle altre potenze nucleari, prima tra tutte la Cina, elemento questo ritenuto cruciale dal Presidente Americano.

A margine dei lavori intergovernativi è stato inaugurato a Parigi il Paris Peace Forum, una tavola rotonda cui hanno partecipato tanto soggetti statali quanto privati che internazionali che nelle intenzioni del Presidente Francese dovrebbe diventare una riunione annuale sulla governance globale al pari di quanto il Forum di Davos è per l’economia. Secondo quando ribadito da Emmanuel Macron il Paris Peace Forum dovrebbe diventare una cassa di risonanza per coloro che immaginano un mondo multipolare attraverso il quale promuovere soluzioni congiunte per le grandi crisi internazionali coinvolgendo non solo grandi potenze ma anche soggetti privati e internazionali. All’Assemblea Plenaria che ha aperto i lavori per la tre giorni parigina (11-13 Novembre) hanno partecipato, tra gli altri leader invitati, Angela Merkel, Vladimir Putin e il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres mentre Donald Trump ha deciso di non partecipare al Forum tornando a Washington poco dopo l’inizio dei lavori.

La conclusione, quasi anonima, dei lavori lascia la sensazione di una grande occasione mancata che avrebbe permesso, proprio sullo spirito del ricordo dei massacri della Prima Guerra Mondiale, di avviare un dialogo strutturato e onnicomprensivo tra le principali potenze. A determinare tale condizione sono state tanto le tensioni transatlantiche generate dall’approccio decisamente unilaterale seguito dell’Amministrazione Trump in merito a dossier fondamentali quali la difesa europea, la guerra commerciale con la Cina e il ritiro dal Trattato INF quanto la condizione di sostanziale debolezza dell’Unione e dei sui più alti sostenitori quali Angela Merkel e Emmanuel Macron. Le grandi questioni internazionali quali il conflitto Siriano, la crisi Ucraina, il Trattato sul nucleare iraniano e la questione della sicurezza europea, solo per citare le più macroscopiche, sono rimaste sullo sfondo pur vedendo la partecipazione alla commemorazione dei Capi di Stato e di Governo di tutte le potenze interessate, rinviandole così ad altri tempi e luoghi.

Donald Trump e il Trattato INF: l’avvento di una nuova deterrenza?

“Porremo fine all’intesa che Mosca viola da anni”. Con queste parole il Presidente americano Donald Trump ha annunciato, lo scorso 20 Ottobre, la volontà di voler ritirare gli Stati Uniti dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), lo storico accordo firmato nel 1987 a Washington dall’allora Presidente Ronald Reagan e dal leader sovietico Michail Gorbachev.

Donald Trump e il Trattato INF: l’avvento di una nuova deterrenza? - Geopolitica.info © Manuele Cecconi, 2017

L’intesa raggiunta tra le due superpotenze poneva fine alla corsa agli armamenti sul continente europeo, chiudendo la “Crisi degli Euromissili”, aperta a inizio decennio dalla decisone sovietica di modernizzare il proprio arsenale missilistico ormai antiquato e dalla conseguente reazione dell’Alleanza Atlantica di dislocare i nuovi missili Cruise e Pershing-2 contrastando così gli SS-20 sovietici di recente costruzione. L’accordo infine firmato a Washington nel 1987 poneva fine alle tensioni che gravavano sull’Europa, prevendendo l’eliminazione e distruzione da ambo le parti dei vettori a gittata intermedia (500 – 5500 Km) prevedendo un sistema di ispezioni reciproche e ponendo le basi per il successivo dialogo sulla diminuzione progressiva degli arsenali strategici.

Considerato come un capostipite della politica di disarmo internazionale, il Trattato INF non è mai stato messo ufficialmente in discussione sebbene nell’ultimo decennio, in più occasioni, le due Parti si fossero vicendevolmente accusate di violarne le disposizioni.

In particolar modo, a destare preoccupazione alla Casa Bianca è stata la politica di modernizzazione delle forze missilistiche russe, avviata dal 2007, che ha portato nel 2014 ad una prima fase di test e al successivo dispiegamento di nuovi vettori basati a terra. Le armi contestate appartengono ad una nuova generazione di missili formalmente non rientranti nelle categorie bandite dal trattato INF, quali il Missile Balistico Intercontinentale (ICBM) RS-26 “Rubezh” (apparentemente congelato durante quest’anno) e il vettore R-500 (SSC-8 nella nomenclatura NATO) imbarcabile su sistemi missilistici Iskander. I due nuovi vettori hanno sollevato le proteste dell’Amministrazione Obama in quanto i primi, pur essendo formalmente ICBM, sono stati testati su distanze inferiori ai 5500 Km, lasciando presagire un possibile uso a livello di teatro, mentre i secondi, ufficialmente dislocati come batterie difensive con una gittata non superiore ai 500 Km, risultano essere in grado di lanciare missili Cruise, quali gli R-500, con gittata massima gittata molto superiore ai 500 km, violando così le disposizioni del Trattato. Le proteste americane sono state ribadite nel dicembre 2017, quando l’intelligence statunitense ha riscontrato l’avvenuto dispiegamento degli SSC-8 in alcune basi in territorio russo minacciando non solo nuove sanzioni ma anche la denuncia stessa del Trattato INF.

Figura. Un SS-20, tra i vettori proibiti dal Trattato INF

© Manuele Cecconi, 2017


Parallelamente, Mosca ha  lamentato la denuncia statunitense del trattato ABM e la dislocazione in Europa dei nuovi sistemi di difesa missilistica nell’ambito del “NATO missile defence system”, un sistema integrato volto all’intercettazione e abbattimento di eventuali vettori di paesi ostili indirizzati verso l’Europa. A sollevare le proteste di Mosca è stato, in particolare, il posizionamento nel 2016 dei sistemi di lancio Mk-41 fondamentali per rendere pienamente efficace lo scudo missilistico. A causa di tali sistemi Mosca non si sentirebbe più sicura in quanto la sua capacità di rappresaglia non è garantita e avrebbe iniziato una nuova corsa missilistica. Di conseguenza, la Russia ha più volte minacciato non solo l’uscita dal Trattato INF ma anche dal Trattato New START, firmato nell’Aprile 2010 dal Presidente americano Barack Obama e l’omologo russo Dmitrij Medvedev.

Quanto è avvenuto negli ultimi giorni quindi segna solo l’ultimo atto in un crescendo di accuse reciproche che negli ultimi anni ha portato a temere una nuova corsa agli armamenti che per i più sembrava confinata ai libri di storia. La scelta dell’Amministrazione Trump non deve però sorprendere se letta alla luce di una progressiva ridiscussione degli obblighi internazionali degli Stati Uniti che sembrano oggi essere più insofferenti ai limiti posti da trattati multilaterali giudicati svantaggiosi se paragonati alla libertà di azione di cui godono possibili competitor. In particolar modo è da sottolineare come nella dichiarazione con cui il Presidente Trump affermava di voler ritirare gli USA dall’accordo INF, egli si sia soffermato sulla necessità di ridiscutere gli obblighi derivanti dal trattato e, soprattutto, di inserire tra le parti coinvolte anche la Repubblica Popolare Cinese. Come affermato da Stratfor, proprio la crescita della capacità militari cinesi in Estremo Oriente è oggi la principale preoccupazione della Casa Bianca tanto che lo U.S. Army prevedeva il possibile dislocamento di forze missilistiche terrestri in grado di colpire postazioni e unità navali cinesi nelle acque turbolente del Mar Cinese Meridionale e Orientale. La fuoriuscita dal Trattato lascerebbe gli Stati Uniti liberi di perseguire tale obiettivo potendo armare con nuovi vettori le principali basi nel Pacifico Occidentale, prime tra tutte Okinawa e Guam.

Le reazioni alle dichiarazioni di Donald Trump manifestano però tutta la preoccupazione di una comunità internazionale che teme per una nuova corsa agli armenti nel caso in cui il ritiro statunitense si concretizzasse e non si giungesse a nessuna ulteriore intesa. Direttamente coinvolta nella decisione dell’Amministrazione americana, Mosca ha giudicato le dichiarazioni di Trump come un vero e proprio “tentativo di ricatto” sostenendo di essere pronta ad attuare tutte le misure necessarie per reagire alla decisione statunitense. Malgrado la retorica, è opportuno sottolineare come il ritiro americano possa essere funzionale agli interessi russi, concedendo al Cremlino maggiori margini di manovra nel processo di modernizzazione del proprio arsenale. La possibilità di sviluppare e dispiegare tali nuovi armamenti consentirebbe alla Russia di procedere più speditamente nell’aggiornamento delle proprie capacità offensive grazie ai minori costi che gli armamenti di teatro richiederebbero rispetto agli ICBM e alla luce delle forti costrizioni cui è sottoposta l’economia russa.

Diversamente dalla Russia che pur temendo una nuova corsa agli armamenti potrebbe eventualmente trarre vantaggio da un’eventuale rinegoziazione del Trattato INF, l’Unione Europea, per voce dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, ha riaffermato la centralità dell’accordo per la sicurezza europea richiamando gli Stati Uniti e la Russia a valutare attentamente le possibili conseguenze di un’eventuale abolizione del trattato per la stabilità del Vecchio Continente.

Analogamente, il Ministero degli Esteri cinese, per mezzo di un proprio portavoce, ha affermato la propria contrarietà all’abolizione del Trattato, considerato come una pietra angolare della sicurezza internazionale ma ha taciuto sulla possibilità di avviare trattative a tre in tal senso rivendicando la dimensione bilaterale dell’accordo e le possibili conseguenze multilaterali che un’eventuale sua eliminazione avrebbe.

Data la complessità della situazione e i bruschi cambi di rotta cui l’Amministrazione Trump ci ha abituato, immaginare una soluzione a breve termine della controversia è estremamente difficile. Come annunciato lo scorso 24 Ottobre, una prima indicazione della direzione che assumerà il dialogo sugli armamenti nucleari sarà data dall’incontro che si terrà a Parigi il prossimo 11 Novembre: in tale occasione, Donald Trump e Vladimir Putin avranno modo di confrontarsi sulla questione nell’ambito di un incontro multilaterale per la commemorazione dei 100 anni della conclusione della Prima Guerra Mondiale. La volontà americana di far pressione su Russia e Cina, giudicati i due principali sfidanti all’ordine internazionale americano nella National Security Strategy dell’Amministrazione Trump, è quanto mai evidente e la leva del Trattato INF è sicuramente uno strumento per forzare i due paesi a dialogare su diverse basi con Washington.

Parting ways on the Iran nuclear deal: American and European contrasting narratives and agendas

In international affairs, a signature is all that it takes to alter scenarios: Donald Trump’s alone undercut the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) – accord on the nuclear programme of Iran endorsed in 2015 by the Islamic Republic itself and the permanent members of the United Nations Security Council plus Germany and the European Union. In May 2018, the President of the United States pulled out of the deal that Barack Obama undersigned alongside the world’s leading powers to address Iranian efforts at developing nuclear self-sufficiency.

Parting ways on the Iran nuclear deal:  American and European contrasting narratives and agendas - Geopolitica.info Photo credit: marcoverch on Visualhunt.com / CC BY

The accord of Vienna marked the (temporary) settlement of Iran’s nuclear venture dating back to Eisenhower’s Atoms for Peace nuclear cooperation project. At the turn of the century, it was rumoured that Iran’s civil nuclear programme concealed the assemblage of nuclear weapons. The initial compromise with France, Germany and the UK (EU3) faltered amid intensifying statements on the enrichment of uranium by the Iranian President Ahmadinejad: the UNSC intervened with heavy sanctions which, over the years, added to unilateral sanctions primarily aimed at financial and resource transactions involving Teheran. The sanctions curbed the assertiveness of Iran and led the moderate President Rouhani to espouse Obama’s multilateralism in July 2015. Pursuant to the JCPOA, the Islamic Republic must only employ nuclear energy for civilian purposes (like any other non-nuclear signatory of the Non Proliferation Treaty) and allow continuous monitoring of compliance on its territory by the International Atomic Energy Agency. In exchange for the fulfilment of these commitments, unilateral and multilateral sanctions were lifted. However, three years after the implementation of the deal, President Trump accused Iran of disregarding its duties under the agreement and abruptly withdrew US support. To date, the remaining parties to the JCPOA pledge not to emulate their American counterpart.

Falling within the global redefinition of power dynamics, the nuclear-deal issue reflects the relevance of Iran’s geopolitical attributes and interventionist stance in neighbouring theatres like Syria and Yemen. Iran strategically adjoins macro-regions, has direct access to the bountiful Caspian Sea and control of the Strait of Hormuz which governs the distribution of resources originating from the Persian Gulf; it features large reserves of oil and, more importantly, a massive concentration of natural gas. Furthermore, the populous State is the regional representative of Shia Islam and its prominence in the Middle East cannot be overstated. Well aware of these unique characteristics, President Trump exploited precisely the JCPOA to champion his mounting unilateralism, brandishing the rogue-state propaganda vis-à-vis Teheran that was popular in the pre-Obama era. On the other hand, the High Representative of the European Union for Foreign Affairs and Security Policy Federica Mogherini currently stresses the economic gains of the deal – in the face of the Islamic Republic’s poor human rights record – in order to forestall its disintegration.

Speaking at the 2018 Iran Summit of the “United Against Nuclear Iran” organisation in New York, US Secretary of State Mike Pompeo convincedly condemned the European plan to set up an alternative financial channel linking the remaining parties to the JCPOA. The “Special Purpose Vehicle” announced by Federica Mogherini would practically operate as an umbrella for European and international traders against the extraterritorial effects of US secondary sanctions and therefore weaken the economic and security might of the American giant. Pompeo censured this transnational endeavour in favour of the Iranian “outlaw state”, as Washington’s verbal and political animosity towards Teheran escalates. In September 2018, the US Department of State released a report emphasising old and new violations committed by the Islamic Republic such as military and cybernetic terrorism, environmental abuse and serious infringement of human rights. The discursive purpose of the report was to accentuate the abnormality of Iran thus justify Trump’s decision to discard the agreement. In the view of the Trump administration, the sponsorship of terrorism and suppression of fundamental freedoms by the regime of the Ayatollah require commensurate responses rather than negotiation and conciliation.

Conversely, the European Union takes the view that pragmatism must inform the actions of the international community: being the prevention of nuclear proliferation in the Middle East the underlying policy priority, the JCPOA must be preserved for the greater good of stability. In addition to the security benefit, Federica Mogherini argued that the Iran deal is the door to an ongoing dialogue susceptible on the long run to impact matters beyond that of nuclear weapons, like the enforcement of human rights inside Iran and the participation of the Islamic Republic and its ancillary groups in regional conflicts.

Judging by their official discourse, the United States and the European Union both sponsor and uphold the rule of law but the former seeks to impose it through unilateralism whereas the latter points to global rules and institutions. Short of the American guidance, Brussels struggles to keep the multilateral system together and is determined to avoid that economic hardship for its most prominent companies further destabilises the Union. The EU is hence working to create a network independent from Washington which could become a model for future transactions lacking the intercession of the dollar or the military contribution of the US. Notwithstanding the reasonable rationale underpinning its foreign policy with respect to Iran, Brussels is said to neglect the condition of the Iranian people who increasingly take to the streets against the deficient religious regime. On the contrary, that of “regime change” is possibly Trump’s objective regarding Teheran, given that the eradication of the current political establishment could simultaneously improve the lives of Iranians and remove a cumbersome antagonist of the US in the Middle East.

In sum, recent developments revealed the complementary agendas for Iran of the two pillars of the West: the European Union prioritises economic exchanges and international cooperation to gain stability and order in return; the United States embraces decisiveness to counter a rogue state disrupting the Middle East and mistreating its own people. The Iran deal – its tortuous conception, the 2015 breakthrough, the rule-based implementation, Trump’s withdrawal and the audacious attempts of the EU at keeping it afloat – epitomises current international relations characterised by growing uncertainty and readjustment of global equilibria. In between US disengagement and EU conservatism, while Russia and China tend to their own plans, an interventionist regime and the future of its population rest on the exacerbation of sanctions or their containment.