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La Unitary Executive Theory alle soglie del 2020: una breve analisi

Negli anni ’80, un ristretto gruppo di ufficiali dell’amministrazione Reagan iniziò a delineare una particolare interpretazione della Costituzione per giustificare l’espansione dei poteri dell’esecutivo. Nel corso dei decenni successivi, tale interpretazione avrebbe acquisito una crescente importanza, fino a divenire parte integrante del modus operandi delle amministrazioni susseguitesi nella carica. Ma la presidenza Trump potrebbe aprire un nuovo capitolo nel processo.

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La Costituzione Americana fu approvata nel settembre del 1787 a seguito di quattro mesi di difficili negoziati che coinvolsero cinquantacinque delegati degli Stati della Confederazione – ad eccezione del Rhode Island – che si riunirono con l’obiettivo di riformare gli Articoli della Confederazione, ormai insufficienti per amministrare in modo efficace la neonata entità politica degli Stati Uniti d’America. Il documento costituzionale risultante dalla Convenzione di Filadelfia si compone di sette articoli principali, i quali stabiliscono la divisione dei poteri tra tre branche distinte – legislativo, esecutivo, e giudiziario – enumerando i meccanismi di funzionamento e le competenze esclusive di ciascuno dei suddetti poteri. Nonostante l’importanza storica del documento (ad oggi, è la Costituzione più antica in vigore nel mondo), la Costituzione americana presenta dei punti mai completamente chiariti, che nel tempo hanno fornito un pretesto per lo sviluppo di particolari teorie costituzionali a favore dell’una o dell’altra branca del governo, e che continuano ad opporre diverse scuole interpretative nell’analisi dei limiti entro i quali ciascuno dei poteri può muoversi a titolo legale.

All’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, il Congresso cercò di riaffermare la complementarietà e necessità del proprio ruolo nel processo decisionale nazionale. Tale ruolo, a partire specialmente dal secondo dopoguerra in poi, aveva infatti subito una graduale e sempre maggiore “marginalizzazione”  da parte dell’esecutivo. A tal proposito lo storico Arthur Schlesinger definì la presidenza Nixon una “presidenza imperiale” rimarcando come tale esperienza di governo combinasse segretezza e unilateralità con l’obiettivo di espandere il proprio raggio d’azione oltre il perimetro segnato alla Costituzione, sia in ambito di politica estera, sia in ambito di politica interna. L’insostenibilità e l’impopolarità del conflitto in Vietnam, combinato allo scandalo Watergate, si tradussero in un generale indebolimento della caratura etica e della integrità professionale dell’esecutivo, che fino alla fine del decennio fu sottoposto ad una serie di leggi vincolanti, volute dal congresso proprio con l’obiettivo di prevenire future derive di stampo “imperiale”.

All’inizio degli anni ’80, però, l’avvento di Ronald Reagan alla Casa Bianca contribuì a rovesciare il precario equilibrio ristabilito dal Congresso durante il decennio precedente. Spinto dalla crescente influenza politica dei think tank americani, e supportato da un’imponente macchina propagandistica, Reagan cavalcò il diffuso malcontento della popolazione riguardo alla mancanza di incisività dell’amministrazione Carter e al percepito declino del prestigio internazionale degli Stati Uniti, ponendosi come l’energico leader del movimento neo-conservatore americano, un’etichetta politica che riuscì ad unire vaste fasce della società statunitense sotto i grandi temi dell’era Reagan: se in ambito economico il governo avrebbe dovuto diminuire la propria invadenza e le proprie dimensioni per snellire il processo burocratico e favorire la ripresa, la politica estera statunitense avrebbe dovuto essere basata su un fervente anticomunismo. Tale sentimento era visto dai funzionari reaganiani come l’unica leva per “guarire” il paese dalla “sindrome del Vietnam” che tanto ne limitava le potenzialità, e alla quale era imputato il calo di mordente nei confronti dell’Unione Sovietica e degli sviluppi geopolitici a livello globale. La schiacciante vittoria di Reagan sulla seconda candidatura di Jimmy Carter e sul candidato indipendente John Anderson, combinata al primo Senato a maggioranza repubblicana dal 1954, contribuirono ad ampliare il margine di manovra dell’esecutivo. La presidenza Reagan, quindi, fu in grado di espandere notevolmente i poteri presidenziali tramite l’uso di tattiche differenti rese possibili, in primo luogo, dalla presenza di ufficiali fedeli alla linea politica dell’esecutivo, designati dalla Casa Bianca e istruiti in modo da divenire ambasciatori del Presidente negli uffici o ministeri di riferimento.

La svolta decisiva, però, avvenne durante il secondo mandato di Reagan alla Casa Bianca. Le pretese dell’esecutivo, infatti, necessitavano di un’argomentazione che ne radicasse la legalità nel testo costituzionale, permettendo così di conferire un’aura molto più autorevole alla causa. Nel 1986, alcuni avvocati afferenti al Justice Department’s Domestic Policy Committee, un think tank conservatore, svilupparono un’apposita teoria costituzionale che concepiva la divisione dei poteri come netta separazione ed escludeva la possibilità di un terreno condiviso tra le tre branche del potere. In linea con tale concezione, denominata Unitary Executive Theory, quindi, la Casa Bianca sarebbe autorizzata ad esercitare il controllo completo sull’intero spettro del potere esecutivo, che è concepito come una entità unitaria con il Presidente.

Inizialmente, le posizioni giuridiche basate su tale controversa interpretazione della Costituzione incontrarono scarso supporto, e la decisione della Corte Suprema nel caso Morrison v. Olsen del 1988 sembrò assestare il colpo di grazia alla possibilità che tale teoria acquisisse davvero una rilevanza sostanziale nel dibattito costituzionale. Tuttavia, l’obiettivo di allargare il perimetro delle prerogative presidenziali fu perseguito con costanza anche dopo che il testimone passò nelle mani di George H. W. Bush e ai successivi presidenti, a prescindere dall’orientamento politico di riferimento. A cavallo tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, infatti, le interpretazioni costituzionali a favore di un ampliamento dei poteri dell’esecutivo nate in seno all’Office of Legal Counsel (l’ufficio all’interno del Dipartimento di Giustizia responsabile della consulenza giuridica al potere esecutivo) si fecero sempre più dettagliate e furono utilizzate per perseguire un duplice risultato: da un lato, fornire un argomento legale a supporto delle azioni del presidente, dall’altro, cristallizzare una certa interpretazione giuridica ad-hoc, cucita sulle esigenze dell’esecutivo.

Le conseguenze di questa tendenza hanno riscontri nella contemporaneità: una parte sostanziale della politica dell’amministrazione Bush Jr. nell’ambito della lotta al terrorismo fu basata proprio su giustificazioni di carattere legale elaborate nell’ottica di accrescimento del potere dell’esecutivo. Famoso è stato il caso dei cosiddetti “Torture Memos”, stilati dall’avvocato coreano-statunitense John Yoo, nei quali l’interpretazione costituzionale viene talmente stravolta e adattata alla convenienza da arrivare a sostenere che se le azioni di un difensore dello Stato (degli USA), nell’ambito della condotta di un interrogatorio, dovessero potenzialmente sollevare dubbi riguardo una possibile violazione della Convenzione contro la Tortura, tali azioni sarebbero in realtà volte a prevenire un futuro attacco sugli Stati Uniti da parte di Al Qaida, e rientrerebbero quindi nell’autorità costituzionale del potere esecutivo di proteggere la nazione.

La gestione della politica statunitense da parte di Trump può essere analizzata nell’ottica di tale tendenza, esasperata però dal nuovo veicolo di espressione del volere del presidente: Trump, infatti, si arroga il diritto di dettare linee politiche in tempeste di 280 caratteri su Twitter, decidendo del licenziamento di funzionari, influenzando il dibattito politico a detrimento dei propri avversari, annunciando provvedimenti economici e minacciando interventi di carattere militare, arrivando addirittura a qualificare la propria saggezza come “grande e ineguagliata”, saggezza che, secondo il tycoon, avrebbe giustificato l’applicazione di ulteriori sanzioni economiche contro la Turchia allo scopo di sedare i bollenti spiriti del paese e riportarlo ai propri compiti di gestione del conflitto in Siria, di concerto con l’Unione Europea.

La considerazione della unitary executive theory fornisce uno strumento interpretativo utile alla valutazione delle dinamiche che regolano l’ufficio della presidenza: nel caso di Trump. L’esponenziale aumento dei licenziamenti e l’apparente impossibilità di mantenere in gioco un team compatto che appoggi e consigli il presidente in modo coerente ed efficace è quantomeno indicativo della possibilità che si apra un nuovo capitolo nella lotta senza quartiere della separazione dei poteri, in cui la nozione stessa di integrità dell’esecutivo viene meno, e le cui conseguenze potrebbero espandersi in direzioni inesplorate.

 

 

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Impeachment per Trump: fissate le regole per aprire la fase pubblica dell’indagine. Il presidente: “Caccia alle streghe”.

L’inchiesta sull’Impeachment: perché il mandato del presidente Usa è in bilico soltanto ora? La causa più immediata è la telefonata di Trump del 25 luglio 2019 al nuovo presidente ucraino Zelensky anche se i Democratici hanno tentato già per tre volte dal 2017 di ottenere un voto a favore.

Impeachment per Trump: fissate le regole per aprire la fase pubblica dell’indagine. Il presidente: “Caccia alle streghe”. - Geopolitica.info

 

La Risoluzione 660 approvata dalla Camera dei Rappresentanti il 31.10.2019 è passata con 232 voti favorevoli e 196 contrari. Due deputati democratici hanno votato contro insieme ai repubblicani, un deputato indipendente ha votato a favore con i democratici. Con essa si autorizza il Comitato per l’Intelligence a fissare le audizioni pubbliche e a produrre un rapporto sul quale dovrà pronunciarsi la Commissione Giustizia, decidendo se ci sono gli estremi per mettere a punto gli articoli per l’impeachment e per mandare Trump a processo nell’aula del Senato. “Il presidente ha tradito ciò su cui ha giurato, e il nostro dovere è quello di difendere la Costituzione”, ha affermato la speaker Nancy Pelosi, terza carica dello Stato, che punta il dito sulle pressioni esercitate da Trump sull’Ucraina per colpire i suoi avversari politici. Dal 2017 si sono succedute, senza esito, altre tre risoluzioni di impeachment contro il Presidente Trump: H.Res. 646 del 06.12.2017, H.Res. 705 del 19.01.2018, H.Res. 498 del 17.07.2019.

La Costituzione e i precedenti

L’Articolo I, Sezione 2, Clausola 5 della Costituzione americana concede alla Camera dei Rappresentanti “il solo potere di impeachment”, e l’Articolo I, Sezione 3, Clausola 6 concede al Senato “l’unico potere di provare tutti gli impeachment”. Nel prendere in considerazione gli articoli di impeachment, la Camera è obbligata a basare qualsiasi accusa sugli standard costituzionali specificati nell’Articolo II, Sezione 4: “Il Presidente, il Vicepresidente e tutti gli ufficiali civili degli Stati Uniti saranno rimossi dall’incarico su Impeachment a causa di, e su condanna per, tradimento, corruzione o altri crimini e misfatti” (“The President, Vice President and all civil Officers of the United States, shall be removed from Office on Impeachment for, and Conviction of, Treason, Bribery, or other high Crimes and Misdemeanors”).

Ci sono solo tre precedenti nella storia degli Stati Uniti d’America: 1) Andrew Johnson finì sotto impeachment il 24 febbraio 1868 con l’accusa di violazione del Tenure of Office Act per aver rimosso il segretario alla guerra Edwin Stanton dall’incarico, Johnson venne però assolto dal Senato; 2) il 6 febbraio 1974 la Camera autorizzò l’avvio dell’inchiesta sullo scandalo Watergate, il 9 agosto Richard Nixon lasciò la presidenza prima che l’Aula votasse per approvare l’impeachment; 3 ) il 19 dicembre 1998 la Camera adottò la stessa richiesta contro Bill Clinton, accusato di aver mentito sulla sua relazione con Monica Lewinski: il 12 febbraio 1999 il presidente democratico fu assolto dal Senato.

La telefonata di Trump del 25 luglio 2019 con il Presidente ucraino Zelenskyj

Il 24 settembre 2019 la Casa Bianca ha declassificato il testo della telefonata intercorsa tra Trump e Zelenskyj il 25 luglio 2019 specificando che si tratta di una trascrizione “non letterale” e che “il documento riporta le note e quanto viene ricordato da parte dello staff cui è affidato il compito di ascoltare e trascrivere la conversazione” (v. p. 1 del documento, a piè di pagina).

L’unico riferimento a Joe Biden è all’inizio della quarta pagina:

Un’altra cosa, si parla molto del figlio di Biden e del fatto che Biden abbia bloccato le indagini e molta gente vorrebbe capire meglio, quindi se puoi fare qualcosa col Procuratore Generale sarebbe ottimo. Biden è andato in giro a vantarsi di aver bloccato l’indagine quindi se puoi dare una occhiata alla cosa … A me pare orribile”.

Zelenskyj sembra dare per “acquisita” la situazione e pare non rispondere affatto sulla questione. Piuttosto si sofferma in modo approfondito sulle due questioni che Trump aveva esposto prima “dell’altra cosa”: il cosiddetto Russiagate e i rapporti con le rispettive Ambasciate. Certo è che Trump non chiede nuove o ulteriori indagini. Visto che Biden si vanta di averle fatte insabbiare, Donald Trump chiede che venga accertato se sia vero. Se così fosse, sarebbe un vero Ucrainagate. Ma a carico di Biden e di chi ha “costruito” il Governo ucraino di Poroshenko. La telefonata è del 25 luglio 2019. Il 21 luglio si erano tenute le elezioni parlamentari in Ucraina e il partito del presidente Zelenskyj ne era uscito vincitore. Apparentemente, Trump chiama Zelenskyj per congratularsi ma il 25 luglio è pure il giorno successivo all’audizione di Robert Mueller davanti alle Commissioni Giustizia e Intelligence della Camera. Dove l’argomento trattato era il cosiddetto Russiagate.

Dopo i convenevoli e alcuni riferimenti ai rapporti ucraini con l’Europa e con gli USA, Trump al telefono chiede un favore a Zelenskyj (inizio della terza pagina della trascrizione):

Mi farebbe piacere se potessi farmi un favore perché il nostro Paese ha avuto problemi e l’Ucraina ne sa molto. Mi piacerebbe che scoprissi cosa è accaduto in questa vicenda che coinvolge l’Ucraina, dicono che la Crowdstrike …

La frase “fammi un favore”, variamente declinata dal nostro mainstream, non è affatto riferita a Biden, ma alla Crowdstrike, una società americana che si occupa di cyber security, ingaggiata dai Democratici a maggio del 2016 per far fronte ad un attacco informatico sui suoi server ad opera di presunti hacker russi. Il riferimento al cosiddetto Russiagate è quindi chiaramente evidente. Trump continua dicendo:

Sono successe tante cose, l’intera situazione. Penso che tu abbia ancora attorno le stesse persone. Mi piacerebbe che il Procuratore Generale chiamasse te o i tuoi collaboratori e mi piacerebbe che tu andassi fino in fondo. Avrai visto ieri che l’intera assurdità è finita con lo spettacolo pietoso di un uomo chiamato Robert Mueller, una prova di incompetenza, ma dicono che buona parte abbia avuto inizio in Ucraina. Qualsiasi cosa tu possa fare, è importantissimo che tu la faccia, se questo è possibile”.

Come si fa ad attribuire questa conversazione alla vicenda del figlio di Joe Biden? Ucrainagate? Si, certo. Se dovesse uscire fuori qualcosa anche dall’Ucraina sul Russiagate sarebbe certamente anche Ucrainagate, ma per i Clinton e Obama! L’impeachment contro Trump basato sull’Ucrainagate non ha ragione di essere, semmai lancia altre ombre su Obama e sull’intero Partito Democratico USA. Sarà l’ennesimo boomerang.

Cui prodest?

Non ci sono elementi sufficienti per accusare la Casa Bianca di collusioni con la Russia, né di aver ostacolato la giustizia. È quanto scriveva il Ministro della Giustizia statunitense, William Barr, in una lettera al Congresso, datata 24.03.2019, nella quale sintetizzava le conclusioni del rapporto di chiusura delle indagini sul Russiagate. Nella sua sintesi, il Ministro Barr precisa che Mueller non esonera” la Casa Bianca dalle accuse di aver ostacolato la giustizia, ma nemmeno porta elementi sufficienti per procedere. Lo stesso rapporto, per la parte riguardante le sospette collusioni della campagna di Trump con la Russia, afferma che non ci sono elementi per avallare quei sospetti. Allora la domanda che dobbiamo porci è una sola: Cui prodest? A chi giova tutto questo? Al cosiddetto “deep state” americano. Con “deep state” si intende quello “stato nello Stato” che, a prescindere da una finta alternanza fra destra e sinistra, determina la vera politica. La prova empirica della sua esistenza è data dal fatto che la politica estera degli USA non differisce se il Presidente è Repubblicano o se è Democratico. L’esempio lampante è dato da Barack Obama. Ha avviato e/o intensificato ben 7 conflitti, eppure ha ottenuto il Nobel per la Pace. Bene (o male, secondo i punti di vista). L’intervento del “deep state” USA in Ucraina è un fatto storicamente accertato dalle intercettazioni telefoniche. Nel febbraio 2014 fece scalpore un’intercettazione telefonica in cui Victoria Nuland, al telefono con un funzionario dell’Ambasciata USA in Ucraina, diceva “Fuck EU”. Ciò che il mainstream non riportò fu il resto della telefonata, ben più significativa. La Nuland stava “creando” il nuovo Governo ucraino e Poroshenko ne doveva essere il Presidente. Un complotto? Si, ma ordito da chi? Dalle stesse persone che il 30.10.2019 si sono incontrate presso la George Mason University per un panel su “U.S. Intelligence and Election Security” dove John E. McLaughlin ha esclamato: “Thank God for the Deep State!”. Ai posteri l’ardua sentenza.

 

La morte di al-Baghdadi e le similitudini tra Obama e Trump

La notizia della morte di Abu Bakr al-Baghdadi è stata annunciata in conferenza stampa da Donald Trump. Al netto dei contorni dell’operazione realizzata nella Siria nord-occidentale ai danni dell’ISIS, «la più spietata e violenta organizzazione terroristica in tutto il mondo», cosa ha voluto realmente comunicare il presidente americano?

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Retrenchment dal Medio Oriente?

Il primo messaggio riguarda il Medio Oriente. Quello che era l’obiettivo prioritario per la sicurezza nazionale americana – «la cattura o l’uccisione» del califfo – è stato conseguito. Pertanto, la decisione di ritirare le truppe dalla Siria, che solo qualche settimana fa aveva destato tanto clamore, diventa ora pienamente legittima e apre le porte a scenari inediti in un quadrante che la Casa Bianca non considera più vitale per la sicurezza nazionale americana. La tempistica dell’uccisione del «fondatore e leader» dello Stato islamico, d’altronde, non può far pensare a una fortuita combinazione di eventi, ma a una scelta ben mirata. La relazione tra i due eventi appare molto simile a quella tra l’uccisione di Osama bin-Laden nel 2011 e la successiva fine della guerra in Iraq proclamata da Barack Obama. Né l’una, né l’altra missione erano più sostenibili dagli Stati Uniti e da presidenti che avevano ugualmente promesso in campagna elettorale di occuparsi di più delle questioni interne del Paese. Così come né l’una, né l’altra missione potevano concludersi con un ritiro dal sapore di sconfitta come avvenuto nel 1975 in Vietnam. L’eliminazione dei due più pericolosi terroristi del XXI secolo, quindi, ha agevolato sia Obama che Trump a rendere legittima una strategia di retrenchment funzionale alla ricollocazione delle risorse che il Paese è disposto a investire all’estero solo in quadranti strategici cruciali per la sicurezza nazionale americana.

Leading from behind

Il secondo messaggio, invece, è rivolto all’Europa. Trump ha ringraziato una serie di attori – tra cui russi, turchi, siriani e curdi – per il sostegno assicurato alla missione, mentre ha ricordato come a proposito del rimpatrio dei foreign fighters i Paesi europei siano stati «una grande delusione». Ha così ricordato che gli Stati Uniti sono alla ricerca di alleati che condividano i loro stessi interessi – o interessi simili – ma che siano al contempo disponibili ad assumere maggiori responsabilità in vista del loro conseguimento. Si tratta, in altre parole, di quella strategia del leading from behind inaugurata da Obama. Pur mantenendo fermo l’obiettivo della preservazione della leadership americana, questa postula che possa essere raggiunto anche diminuendo l’impegno globale del Paese. L’insofferenza americana per la mancata disponibilità degli europei di farsi carico di parte del “fardello” dell’ordine liberale fu manifestata anche da Obama che, in una – poco ricordata – intervista sulla rivista su The Atlantic rilasciata alla fine del suo secondo mandato, definì «scrocconi» gli alleati del Vecchio Continente.

Unica superpotenza

Il terzo messaggio, infine, è rivolto a quegli Stati che, nella National Security Strategy del 2017, Trump ha definito «revisionisti». Tagliando la testa all’ISIS, il governo americano ha ribadito come anche se l’America ha deciso di fare un passo indietro rispetto a quel deep engagement che aveva contraddistinto le Amministrazioni Clinton e Bush, essa resta comunque l’unico attore capace di proiettare potenza globalmente e a risultare ovunque decisivo. Così, d’altronde, aveva fatto anche Obama che, di fronte all’inefficienza militare del Regno Unito e della Francia al precipitare degli eventi in Libia nel 2011, scelse di intervenire per tirare fuori dall’impaccio i suoi alleati. Entrambi, sebbene all’interno di contesti diversi, hanno ricordato così ai potenziali avversari che per quanto possano fare passi in avanti in alcune dimensioni significative del potere internazionale, in quella militare gli Stati Uniti detengono ancora un vero e proprio strapotere.

 

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Who is Who: Robert C. O’Brien

Nome: Robert C. O’Brien
Nazionalità: Statunitense
Ruolo: Consigliere per la Sicurezza Nazionale

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Nel pomeriggio dello scorso 18 Agosto, con un breve messaggio su Twitter, Donald Trump ha reso che sarà Robert O’Brien a sostituire John Bolton come Consigliere per la Sicurezza Nazionale. La nomina del 53enne avvocato di Los Angeles pone fine alla crisi interna aperta con le dimissioni di John Bolton annunciate ancora una volta mediante un tweet dal Presidente americano lo scorso 10 Settembre.

Laureatosi in legge all’Università di Berkley, avvia la sua carriera come avvocato fondando a Los Angeles lo studio legale “Larson O’Brien” specializzato in arbitrati internazionali. Il suo percorso politico inizia però nel 2005 quando viene nominato Rappresentante per gli Stati Uniti all’Assemblea Generale delle Nazioni Uniti, dove lavorerà a stretto contato con John Bolton, e successivamente, dal 2007, guiderà una commissione di esperti per la formazione di giudici e avvocati in Afghanistan al fine di consolidare le neonate istituzioni giudiziarie afgane. O’Brien è stato inoltre consulente per la campagna alle primarie repubblicane di Scott Walker, Mitt Romney e Ted Cruz, per poi divenire, con l’Amministrazione Trump, Inviato Speciale del Presidente presso il Dipartimento di Stato per le questioni in cui fossero coinvolti ostaggi.

A partire dal 2016, con la pubblicazione di “While America Slept” è divenuto uno dei più agguerriti critici dell’amministrazione Obama, sostenendo che la politica di “lead-from-behind” avviata dal predecessore di Donald Trump sia stata sostanzialmente un fallimento in quanto ha fatto si che Russia e Cina consolidassero la propria posizione nello scacchiere internazionale, ulteriormente, ha più volte affermato che la firma dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è del tutto paragonabile alla firma dell’Accordo di Monaco del 1938 con cui Regno Unito e Francia cedettero di fronte alla Germania Nazista. Nella visione promulgata nel suo libro, gli Stati Uniti dovrebbero elevarsi a guida del “mondo libero” al fine di promuovere, mediante la propria autorità morale, i principi della democrazia e del libero mercato senza però cadere nella tentazione di divenire il poliziotto del mondo. Su queste premesse, il nuovo Consigliere di Donald Trump dovrà affrontare i dossier più caldi: Iran, Afghanistan e Corea del Nord. Se i rapporti con Teheran e le modalità di dialogo con i Talebani erano stati due dei punti dirimenti tra l’inquilino della Casa Bianca e il suo precedente consigliere, con la nomina di O’Brien potrebbe essere più semplice elaborare una strategia condivisa. Il neoconsigliere è una figura molto vicina a Mike Pompeo e agli ambienti del Dipartimento di Stato e della Difesa, inoltre sembrerebbe essere la persona più qualificata per riattivare il dialogo tra le diverse agenzie che cooperano alla formulazione della politica estera americana che era stato brutalmente interrotto da John Bolton.

Malgrado le capacità e il supporto di cui O’Brien sembra attualmente godere, è opportuno ricordare che è il quarto Consigliere alla Sicurezza Nazionale ad essere nominato da Donald Trump nell’arco dei tre anni di questo primo mandato presidenziale, di conseguenza non è possibile prevedere con esattezza come evolverà il rapporto tra i due ma ciò non toglie che la nomina dell’avvocato di Los Angeles abbia stemperato le posizioni più estreme favorendo la formazione di una linea politica più stabile e coerente

 

Trump e Obama “gemelli diversi”

In una recente pubblicazione dedicata alla visione politica di Donald Trump il prof. Germano Dottori ha intitolato “gemelli diversi” un capitolo del suo libro, significando che le politiche dell’attuale presidente americano e del suo predecessore Barack Obama abbiano più affinità di quanto la comune pubblicistica voglia ammettere.

Trump e Obama “gemelli diversi” - Geopolitica.info

Parliamo di affinità chiaramente in campi ben precisi, senza dimenticare le notevoli differenze tra i due leader, riscontrabili innanzitutto sul versante culturale e personale, anche alla luce di quanto affermato nelle analisi che, a partire dal 2016, hanno via via meglio inquadrato le strategie del presidente americano e la logica sottostante certe sue intemerate.

Continuità e differenze tra Obama e Trump alla luce del nuovo paradigma americano

All’indomani delle elezioni del 45° Presidente americano, le pubblicazioni dei più noti editori si sono concentrate sulla vita controversa di Donald Trump, spesso sottolineandone il passato a dir poco inquietante. Per fare un esempio, a parte una biografia sostanzialmente benevola come quella di Gennaro Sangiuliano, già nel 2016 in Italia abbiamo potuto leggere il “Donald Trump” di David Cay Johnston, celebre giornalista d’inchiesta che è andato a rivangare vicende discusse – dalla famigerata “Trump University alla “brigata polacca” del grande magazzino Bonwit Teller, passando per controverse “associazioni benefiche” – nonché amicizie imbarazzanti, comportamenti sconcertanti dell’imprenditore, forse nemmeno così ricco come sbandierato ai quattro venti, da lì a poco successore di Obama alla Casa Bianca.

Anche Andrew Spannaus, analista attivo sia in Italia che negli Stati Uniti, all’indomani delle elezioni ha pubblicato un libro molto critico e allarmistico in cui, senza troppo soffermarsi su aspetti biografici, veniva evidenziato il Trump “fuori dal sistema”, interprete di una “nuova faglia” tra apparati del mondo politico e il sentire della gente comune, tra establishment e outsider. Una “faglia” che nel caso di Trump è stata alimentata da un pensiero di ascendenza puritana: in primis la ferma volontà di dominio su ciò che di considera proprio, ovvero, lo “spazio americano”, e niente altro.

Pur rimanendo ferme le critiche e le preoccupazioni per i comportamenti fuori dalle righe del presidente americano, successivi contributi editoriali si sono concentrati sulle contraddizioni di un Trump che in realtà non agirebbe molto diversamente dal predecessore, almeno per quanto riguarda la politica estera. Sergio Romano, per capirci, ha ricordato l’esistenza delle “due Americhe”, sempre esistite, ma, allo stesso tempo, non ha potuto negare che il nuovo presidente, “a modo suo e con uno stile completamente diverso dal suo predecessore, sia destinato ad alimentare quella tendenza al disimpegno che è un altro aspetto di tutti i declini imperiali”. In altri termini lo stile di un nazionalista “ma con un concetto del ruolo degli Stati Uniti apparentemente contraddittorio: imperiale ma al tempo stesso animato anche da un forte pregiudizio verso i coinvolgimenti esterni”. Peraltro, un tratto spesso presente nella politica americana anche se molti se lo sono scordato dopo la svolta interventista di Bush Jr. a seguito dell’attentato dell’11 settembre. Con Trump si è infatti parlato di un “nazionalismo jacksoniano” proprio dei fautori di una agenda minima sul piano della politica internazionale e nel contempo militaristi e intransigenti sostenitori degli interessi americani.

Questa sorta di affinità politica tra Obama – Trump, non subito evidenziata da editorialisti e polemisti, forse a causa delle personalità così diverse tra i due leader, è stata ulteriormente rimarcata da Stefano Graziosi che nel suo “Apocalypse Trump”, libro con l’ambizione di sfatare comodi luoghi comuni, ha messo a confronto il democratico e il repubblicano (eretico). La politica estera di Obama avrebbe quindi rappresentato, pur tra limiti e contraddizioni, “forse il primo tentativo concreto di superare le logiche della Guerra Fredda”, tendendo la mano ad alcuni degli storici nemici americani. Insomma, il presidente democratico, accusato di essere troppo idealista si sarebbe rivelato in realtà un realista disilluso. Da questo punto di vista quindi Donald Trump, molto più di Hillary Clinton, almeno sul versante della strategia internazionale, si potrebbe considerare il vero “erede” di Obama.

Aspetto ancor più approfondito, come anticipato, da Germano Dottori, secondo il quale “in una prospettiva di medio-lungo termine le presidenze di Barack Obama e Donald Trump possono, e forse dovrebbero, essere lette come due momenti diversi dello stesso mutamento di paradigma”. In questo senso la politica di Obama rappresenterebbe una svolta strategica lungimirante e spregiudicata e non, come spesso fraintesa, un’azione di ambiguità e irresolutezza. In altri termini un’azione di “smart power” interconnessa al prolungamento della supremazia americana e che ha voluto dire ricerca della pace con l’Islam, mitigazione delle ambizioni europee e il contenimento congiunto di Cina e Russia.

Il punto centrale delle riflessioni degli analisti, una volta messe da parte le polemiche sulla personalità sui generis del presidente repubblicano, è stato quello di evidenziare la politica, propria sia di Obama che di Trump, improntata ad un realismo “leading from behind”, ovvero la volontà di occuparsi prima di tutto degli Stati Uniti, guardando agli affari esteri da una posizione più defilata. Secondo Dottori, che certamente non infierisce su Trump ma lo prende invece molto sul serio e si tiene lontano da rappresentazioni a suo dire caricaturali, “la presunta irresolutezza dell’uno e la pretesa erraticità dell’altro dovrebbero essere notevolmente ridimensionate”. Semmai Obama, per concretizzare questa svolta, avrebbe avuto l’accortezza di impiegare le tecniche indirette dello smart power, mentre Trump, coerente con la sua personalità, avrebbe enfatizzato il ricorso allo strumento delle sanzioni e della forza militare.

È anche vero, se andiamo a leggere la National Security Strategy del 2017, che balzano agli occhi le differenze valoriali tra l’attuale presidente e i suoi predecessori, compresi quelli repubblicani.

Altro discorso riguarda l’analisi complessiva della politica estera americana, almeno come si è sviluppata da vent’anni a questa parte a fronte della “Global War on Terror”. Ad esempio, se andiamo a valutare i rapporti con l’Europa, è stato più volte ricordato come già con Bush si contrapponeva la narrazione di “nuova” Europa vs “vecchia” Europa, a cui è poi è seguito un ulteriore indebolimento dell’Alleanza Atlantica con Obama; per poi giungere alla svolta radicale di Trump che per la prima volta ha messo “apertamente in dubbio la determinazione degli Stati Uniti a investire risorse economiche e capitale politico nel mantenimento e rinnovamento della Nato”.

Conclusioni

In sostanza questa sorta di provocazione espressa con i “gemelli Obama – Trump”, chiaramente al netto delle enormi differenze culturali e di stile esistenti tra i due, ha una sua ragion d’essere, sempre più confermata dagli analisti geopolitici, che l’attuale presidente repubblicano non rappresenta una sorta di incidente della storia. Piuttosto, alla sua maniera politicamente poco corretta e intemperante, Trump interpreta un percorso strategico che in realtà sarebbe iniziato in particolare dopo la caduta del Muro di Berlino e che avrebbe come obiettivo la conclusione delle “guerre infinite” combattute in aree del globo ritenute ormai periferiche.

Donald Trump, l’UE e la Repubblica Popolare Cinese: intervista a Mauro Gilli – Seconda Parte


Quest’articolo costituisce la seconda parte di un’intervista più ampia, la cui parte iniziale è disponibile qui

Donald Trump, l’UE e la Repubblica Popolare Cinese: intervista a Mauro Gilli – Seconda Parte - Geopolitica.info

Dopo aver affrontato le questioni più inerenti alla competizione tecnico-militare tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti, nell’intervista a Mauro Gilli ci siamo soffermati sulle dinamiche politiche che contraddistinguono tale complesso rapporto mettendo in luce i possibili effetti dell’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump e le diverse prospettive con cui l’Unione Europea e Washington guardano al gigante asiatico.

L.R.: Vorrei ora uscire dall’ambito tecnico-militare per affrontare da un punto di vista politico generale l’intero settore dell’Asia-Pacifico. Vorrei chiederti come il cambiamento della postura americana verso la Repubblica Popolare Cinese, avvenuto con l’avvento dell’Amministrazione Trump, possa influenzare lo sviluppo tecnologico cinese dato che, in passato, la Cina ha goduto di un contesto regionale sostanzialmente pacifico in cui, malgrado alcune frizioni o momenti di tensione con alcuni paesi vicini, nessuna potenza ha mai preso una posizione apertamente ostile verso Pechino. Vorrei quindi chiederti se la politica più assertiva verso la Cina dell’Amministrazione Trump possa influenzare e in che direzione lo sviluppo delle capacità militari cinesi.

M.G.:  Prima di rispondere è opportuno ricordare come sia difficile avere una risposta precisa e “full spectrum” su questo tema, ma è possibile riscontrare due trend diversi in questo campo. Il primo è un percorso indipendente dall’elezione di Donald Trump, ovvero la poderosa crescita economica e militare della Cina. Questa è una dinamica ormai pluridecennale, con le riforme del 1978 si sono iniziati ad osservare tassi di crescita sempre più sostenuti, dal 1991 questa crescita è stata accelerata ulteriormente e con l’apertura al WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2004 abbiamo avuto, letteralmente, l’esplosione economica cinese con tassi di crescita mediamente intorno al 10%.

Questa crescita così forte del PIL, pari a circa il 1000% dal 1991 a oggi, ha permesso alla Cina di investire una quantità enorme di risorse nella difesa, consentendole di fare progressi significativi nella ricerca militare. Il secondo trend riscontrabile è invece più strettamente legato a Donald Trump. Trump, anche per il personaggio mediatico che ha costruito intorno a sé, non ha peli sulla lingua quindi ha detto in modo esplicito cose condivise solo parzialmente dalla comunità di difesa americana, mentre su altre ha preso una posizione apertamente conflittuale con Pechino.

L’effetto più immediato di questa postura potrebbe essere quello di portare la Cina ad aumentare ulteriormente la spesa per la difesa o a focalizzarsi in settori strategici a livello economico e/o militare proprio alla luce delle posizioni di Trump. Ciò nonostante, non vedrei un “effetto Trump” sulle scelte strategiche cinesi, indubbiamente Donald Trump può aver accentuato o accelerato determinate decisioni o investimenti cinesi in determinati campi, ma non al punto di condizionare la visione strategica cinese. Per spiegare meglio questa posizione guarderei a quella che viene definita “China’s peaceful rise”, ovvero la campagna di relazioni pubbliche cinese che la Cina ha sostenuto alla metà degli anni 2000, in concomitanza dell’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Secondo tale retorica, la Cina intendeva presentarsi come una Potenza in ascesa ma interessata ad una crescita pacifica e non all’acquisizione territoriale o ad ambizioni egemoniche, respingendo così l’accostamento alla Germania guglielmina con la quale era spesso associata. Tale campagna era, se non condivisa, quanto meno non osteggiata all’interno delle Amministrazioni statunitensi o del mondo accademico americano. Questa visione è cambiata a partire dal 2012/2014, quando la Cina ha iniziato a costruire alcuni atolli artificiali o conquistare quelli naturali nel Mar Cinese Meridionale e a portare avanti attacchi cibernetici sempre più efficaci e frequenti, usando la Huawei come strumento di politica estera e spionaggio industriale, manifestando così un insieme di atteggiamenti che difficilmente possono essere associati ad un paese pacifico.

È da ricordare in questo ambito la vicenda di Shane Todd, un ingegnere americano trovato impiccato in circostanze mai chiarite nella sua stanza d’albergo a Singapore. Il ricercatore lavorava ad una tecnologia chiave per lo sviluppo dei radar per conto della Ime, un istituto di ricerca governativo, e molto probabilmente è stato ucciso poiché temeva che ciò che stava sviluppando potesse nuocere alla sicurezza statunitense in virtù dei sospetti sulle fonti di finanziamento dell’ente, dietro il quale vi era verosimilmente la Huawei.

Da allora la visione della Cina come un paese emergente con ambizioni pacifiche non è più largamente condivisa come era stato nel decennio precedente. Trump si è quindi inserito, nel 2016, quando questo cambiamento di prospettiva verso la Cina si stava manifestando in pieno.

L.R.: Su quali dossier è invece più visibile l’impatto della nuova Amministrazione?

M.G.: Paradossalmente, se si volesse vedere davvero un “effetto Trump” si potrebbe riscontrare in quegli ambiti che sono meno importanti, ad esempio Iran e Corea del Nord. Sicuramente i due dossier restano prioritari ma, a meno che le leadership dei due paesi non impazziscano tutto d’un punto, è molto difficile pensare che le ambizioni nucleari dei due paesi si trasformino almeno nel breve-medio periodo in qualcosa di potenzialmente catastrofico.

Su questi due campi, Donald Trump ha avuto, riprendendo un’opinione ampiamente condivisa, un effetto decisamente deleterio, cancellando l’accordo con l’Iran, che i paesi europei stanno tentando faticosamente di tenere in piedi e accelerando questo “gioco nordcoreano”, che andava avanti da molti anni e che la Corea del Nord ha capito che poteva portare avanti a proprio vantaggio. La Corea del Nord usa ormai da più di vent’anni il proprio programma nucleare per avere aiuti economici e Trump, con il suo modo molto estroverso di esprimersi, ha fatto il gioco della leadership nordcoreana.

L.R.: Rimanendo sul tema delle percezioni riguardo l’ascesa cinese, recentemente l’UE ha definito la Repubblica Popolare un “rivale sistemico”, un epiteto forse più morbido rispetto a quello di “rivale strategico” che ha impiegato l’Amministrazione Trump, e nelle ultime settimane, in occasione della visita di Xi Jinping a Roma, è nuovamente riemerso il dibattito sulla posizione che l’Unione Europea dovrebbe tenere verso la Cina. Vorrei chiederti quindi se esiste un diverso approccio, una diversa visione, della Cina tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

M.G.: Ancora una volta è estremamente complicato rispondere ma nel prossimo futuro sicuramente vedremo le posizioni di questi due attori divergere. Pur non volendo e non potendo fare analogie storiche con il periodo della Guerra Fredda, già nel confronto con l’Unione Sovietica erano emerse delle differenti vedute tra Europa e Stati Uniti, con la prima che sosteneva una linea spesso più morbida rispetto a quella statunitense o di alcune Amministrazioni statunitensi. Per questo l’Europa potrebbe avere una posizione più flessibile. Ad esempio, sulle grandi iniziative economiche e commerciali, come le Nuove Vie della Seta, l’Europa o alcuni paesi europei potrebbero essere più aperti di quanto l’Amministrazione americana vorrebbe.

Un ulteriore elemento è quello degli scambi commerciali: riprendendo il discorso fatto inizialmente, oggi il capitale umano gioca un ruolo fondamentale e se aziende europee estremamente avanzate in determinati settori iniziassero a permettere non solo la vendita di determinati beni ma anche il trasferimento di tecnologia alla Cina, sul modello dell’esempio della cooperazione tra Francia e India visto prima, con accordi di training e formazione di personale cinese, da questo la Cina potrebbe trarre un vantaggio importante.

In questa dinamica, i paesi europei avrebbero un esclusivo vantaggio poiché venderebbero servizi o prodotti ad elevato valore aggiunto, mentre per il governo americano questo tipo di scambi commerciali costituirebbero una minaccia poiché potrebbero facilitare la crescita economica e/o militare cinese. Quindi potremmo vedere assolutamente una divergenza tra le posizioni americane ed europee sulla Cina, dove queste ultime potrebbero riflettere un insieme di fattori, tra cui l’impatto degli interessi commerciali nazionali su quella che dovrebbe essere una comune politica estera europea verso la Cina e i diversi tassi di crescita economica che potrebbero spingere i paesi a più bassa crescita ad accettare investimenti cinesi.

 

Il marzo del cambiamento climatico: Trump e la sicurezza americana

Il marzo 2019 ha visto un evolversi improvviso della questione climatica a livello globale. Da un lato la mobilitazione dei “Fridays for Future” dei giovani e giovanissimi di tutto il mondo quale pacifica protesta contro il particolarismo degli interessi e l’immobilità dei governi nelle trattative internazionali sull’ambiente; dall’altro, meno visibile, una presa di posizione sempre più decisa da parte delle élite della difesa e della politica estera statunitense nei confronti del cambiamento climatico quale minaccia alla sicurezza nazionale e “moltiplicatore di minaccia” a livello globale. Soffermiamoci, per un attimo, proprio su quest’ultima posizione.

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Cambiamento climatico: anche una questione militare

Il 5 marzo due think tank bipartisan, Center for Climate and Security e American Security Project, pubblicano una lettera firmata da cinquantotto personalità in pensione, tra militari e leader nel campo della difesa: da esponenti dell’amministrazione Obama quali John Kerry e Chuck Hagel fino a nomi noti al panorama militare internazionale, come l’ammiraglio James Stavridis, già comandante supremo alleato in Europa, o a quello più specificamente americano, come gli ex comandanti della Guardia Costiera americana e della Quarta Flotta, ammiraglio Paul Zukunft e ammiraglio Sinclair M. Harris.

La lettera, indirizzata al presidente Trump, oltre a ribadire espressamente il contributo antropogenico al cambiamento climatico fin dalle prime righe, conferma il pieno supporto dei firmatari al Congresso americano, che nel dicembre 2017 dichiarò il cambiamento climatico “minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. In realtà, non è la prima volta che mobilitazioni simili vengono intraprese da alti esponenti dei servizi armati e della sicurezza americana, in particolar modo dalla fine dell’amministrazione Obama.

Che il cambiamento climatico influisca sulla sicurezza nazionale americana è ormai un dato di fatto – dallo scioglimento dei ghiacci nell’Artico ai danni alle basi su suolo americano e non – sul quale a partire dagli anni 2000 sono proliferati sempre più intensamente documenti e report di agenzie governative e servizi delle forze armate, tanto quanto sono aumentati i cosiddetti extreme weather events, a sottolineare la frequenza e intensità crescente con cui uragani e ondate di caldo/freddo colpiscono ecosistemi e infrastrutture.

La lettera del 5 marzo, ad esempio, cita gli ingenti danni provocati dall’uragano Florence a settembre alla base dei marines di Camp Lejeune, che ospita le expeditionary forces, ovvero unità di rapido spiegamento su teatri richiedenti forze anfibie – storica punta all’occhiello della strategia americana. Come affermato dal comandante dei Marines generale Robert N. Neller, il pagamento di tasca propria dei Marines dei danni imprevisti causati da Florence mette a repentaglio l’impiegabilità della loro forza. Soprattutto poiché i tagli alla difesa messi in pratica da Obama e poi promessi da Trump, e dedicati in particolar modo alle infrastrutture militari, sono stati riversati a febbraio verso la costruzione del muro al confine sul Messico nell’ambito di un non così condivisa emergenza nazionale.

Non sorprende dunque che la lettera del 5 marzo sia a tutti gli effetti la risposta all’istituzione voluta dal presidente di comitato di dodici persone, tra cui William Happer, fisico di Princeton che ha più volte dichiarato pubblicamente il biossido di carbonico benefico per l’umanità e criticato i dati di diverse agenzie scientifiche federali. L’istituzione del comitato è a sua volta causata dalla decisione di Trump di rivedere il National Climate Assessment, sottoposto alla peer-review, voluminoso rapporto pubblicato a novembre 2018 e frutto della collaborazione di più di dieci agenzie federali, sugli impatti del cambiamento climatico sulla sicurezza nazionale.

Una comunità della sicurezza sempre più divisa

L’atteggiamento del presidente Trump tende a dividere ancora di più la comunità della sicurezza nazionale. Non solo stiamo osservando uno scollamento dell’élite militare (tra cui quello tradizionalmente espresso nei confronti di candidati repubblicani in campagna elettorale: 500 generali e ammiragli in pensione sostennero Mitt Romney; Trump fu sostenuto da 88), espresso anche da ripetuti appelli al presidente, di cui ultima è la lettera del 5 marzo.

Tra le altre, due anni fa, in campagna elettorale, cinquantacinque alti ufficiali, in pensione e non, in una lettera definirono Trump come inadatto al suo futuro ruolo di comandante in capo a causa del suo atteggiamento aggressivo e misogino che avrebbe minato il delicato rapporto tra esercito americano e la sua componente femminile, a cui si aggiunge un rapporto controverso e a volte addirittura antagonistico con le compagini di transgender, veterani e componenti etniche dimostrato già in campagna elettorale.

Non solo. La comunità scientifica, la cui veridicità delle affermazioni per la prima volta nella storia americana viene messa pubblicamente in discussione da parte dell’apparato della sicurezza, ha tradizionalmente partecipato attivamente ai progetti di sicurezza nazionale, con agenzie quali la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) o la National Aeronautics and Space Administration (NASA), dai tempi del progetto Manhattan fino a un’epoca (oggi) sempre più caratterizzata dal complesso rapporto tra sicurezza e Rivoluzione in Affari Militari e alla sempre più complessa integrazione dei sistemi strategici, operativi e tattici.

Problema più complesso è quello del rapporto con il Congresso. Proprio quest’ultimo sta diventando un supporto sempre più solido, sostenuto dall’apparato militare, verso una definizione condivisa del cambiamento climatico quale minaccia alla sicurezza nazionale. Circa un anno fa, a gennaio 2018, centosei membri del Congresso di entrambi gli schieramenti scrissero a Trump per includere nella National Security Strategy (NSS) anche il cambiamento climatico quale vettore di minaccia (la NSS a partire da ora sostituisce la Quadrennial Defense Review, un passo verso la semplificazione del complesso sistema di documenti strategici americani. Tuttavia, a differenza della Quadrennial Defense Review, la National Security Strategy è classificata) assieme alle armi di distruzione di massa, minacce biologiche, migrazioni, cyberwarfare e terrorismo.

Se i principali documenti strategici della superpotenza non passano più attraverso il Congresso, ma da organi più o meno dipendenti dalla nomina presidenziale (la Quadrennial Defense Review è del Dipartimento della Difesa, la National Military Strategy dagli Stati maggiori riuniti – Joint Chiefs of Staff), ciò accentua ancora di più lo scollamento all’interno dell’apparato della sicurezza americano. Infatti, la legge federale, poi firmata dallo stesso presidente, che specifica il budget allocato per il Dipartimento della Difesa per l’anno fiscale, oltre a definire il cambiamento climatico come “direct threat” alla sicurezza nazionale e ad elencare le aree geografiche maggiormente colpite, chiede anche la futura redazione di un report sugli effetti del cambiamento climatico sulle installazioni militari e i comandi combattenti unificati dislocati a livello globale; cosa che è stata fatta e puntualmente è stata resa pubblica da parte del Dipartimento della Difesa nel gennaio 2019.

Il 12 marzo giunge un’altra risposta alla sfida: il comitato delle Relazioni estere del Senato americano (Senate Foreign Relations Committee) propone il Climate Security Act del 2019, contenente una serie di indicazioni per un approccio interdipartimentale e scientifico per la sicurezza, anche se principalmente dedicato al Dipartimento di Stato, ma con la collaborazione espressa, tra gli altri, della NOAA, il Dipartimento della Marina, il Dipartimento dell’Aeronautica. L’obiettivo del comitato è di consigliare il Presidente sulle dinamiche complesse che legano cambiamento climatico, i suoi effetti e le azioni da intraprendere, oltre a ridurre l’impatto antropogenico e migliore l’adattamento e la resilienza.

Degna di nota è anche la proposta di istituzione di un Rappresentate Speciale per l’Artico. Si prospetta dunque un ulteriore banco di prova per testare le relazioni tra potere presidenziale, civili e militari negli Stati Uniti nei mesi a venire.