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Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione”

Parafrasando le parole del prof. Kerry Brown possiamo affermare che, se le mire della Cina riguardo la BRI in qualche modo sono state decifrate, almeno dalla maggior parte degli osservatori, diverso discorso se si parla di Africa. In questo caso le opinioni appaiono decisamente divergenti e a seguire si cercherà di dare conto di alcune di queste diverse visioni.

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione” - Geopolitica.info Photo credit: GovernmentZA on Visual Hunt / CC BY-ND

 

La presenza cinese nel continente subsahariano

Sappiamo – vedi corso online a cura del prof. Marco Cochi – che gli specialisti di numerose discipline individuano principalmente tre aree di interesse in merito alla presenza cinese in Africa: 1) acquisizione di materie prime; 2) ricerca di nuovi mercati; 3) supporto africano nelle istituzioni internazionali.

Scriveva infatti pochi anni fa Giovanni Carbone che quello cinese non è tanto uno sbarco – in riferimento alla crescita esponenziale della presenza di Pechino nelle vicende del continente africano – quanto un ritorno. Infatti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si erano sviluppati dei legami con i paesi neoindipendenti della regione, motivati, secondo il politologo, da ragioni politico-ideologiche. Poi negli anni Ottanta una sorta di ripiegamento per una Cina interamente assorbita dal riprogettare il proprio sviluppo interno. Le cose cambiano nuovamente negli anni Novanta e in particolare nel 1993 quando la Cina divenne importatore netto di petrolio. La presenza economico-finanziaria avrebbe in seguito avuto un forte regia centrale, in presenza oltretutto dei forum Cina-Africa organizzati ogni tre anni. Secondo Carbone quindi gli obiettivi economici sono stati da subito cruciali, non fosse altro perché il paese asiatico è costantemente alla ricerca di combustibile. Per non parlare della prospettiva di sfruttare la produzione agricola di un continente a densità di popolazione relativa bassa. Non tutte rose e fiori, come intuibile, visto ad esempio le violente proteste nel 2008 in Zambia riguardo la presenza di manovalanza importata dalla Cina. Parimenti si evidenziano le ragioni politiche, come ad esempio la ricerca di alleati che appoggiassero una linea di non ingerenza di fronte ai massacri di Tiananmen. L’aspetto tipicamente “cinese” inoltre è che la grande potenza del sol levante ha prestato il suo sostegno – inteso anche come forniture di armi – senza discriminare i paesi in base ad eventuali loro mancanze in merito alla lesione di diritti umani. Salvo dover considerare la richiesta non negoziabile in merito alla “one-China policy”, ovvero la pretesa di non riconoscere ufficialmente Taiwan. Un aspetto che ci riporta al terzo punto.

Peraltro – ed è constatazione che riguarda questi ultimissimi anni – da quando Xi Jinping è salito al potere è scomparsa proprio ogni idea di riforma politica reale, la “democrazia è una parola che non ha mai pronunciato”; ed è quindi un contesto che ancor di più evidenzia l’atteggiamento cinese che, in Africa e altrove, non pone problemi riguardo l’eventuale lesione dei diritti umani, civili, politici, economici da parte dei suoi interlocutori internazionali.

Come ha scritto Simone Pieranni – e il concetto vale più che mai per il continente africano – “alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano barriere doganali a complicare le cose: per il resto ciascun stato faccia quello che vuole”. Insomma, una globalizzazione alla cinese che non contempla il politicamente corretto delle nostre democrazie.

Kerry Brown, che sembra più attento alle motivazioni politiche della Cina in Africa, ha scritto più diffusamente delle pressioni operate nei confronti dei paesi africani nel contesto della “battaglia per il riconoscimento diplomatico che si disputò tra la Repubblica di Cina a Taiwan e la RPC”.

Se poi è vero che Europa e Stati Uniti sono stati da sempre diffidenti sulla presenza cinese in Africa, non c’è dubbio che il passato colonialista degli occidentali non ha permesso di esprimere critiche senza finire di esser accusati di ipocrisia. Nel frattempo, anche gli studiosi, che magari guardavano con più attenzione alle strategie strettamente politiche dei cinesi, hanno dovuto prendere atto che nel XXI secolo la Cina continua ad essere presente e con atteggiamenti che non hanno nulla a che fare con la sfera ideologica. Uno studioso come Stephen Chan, che oltretutto ha vissuto diversi anni in Africa prima di trasferirsi in Gran Bretagna, ha parlato di una mentalità cinese chiusa e culturalmente insensibile – in riferimento alla presenza di lavoratori cinesi e alle metodologia di investimento – intendendo sostanzialmente che l’interazione economica e il comportamento cinese sono ormai ravvisabili per il loro carattere opportunistico, piuttosto che guidati da un progetto strategico ampio e pienamente intellegibile.

Mentalità – ripetiamolo ancora – che si è scontrata con i sospetti di una popolazione autoctona molto urtata dal fatto che i beni cinesi stessero invadendo i mercati locali e che i lavoratori asiatici potessero togliere loro il lavoro.

Forse più allarmanti le analisi di Antonio Selvatici che riguardo la presenza cinese in Africa scrive di una “tendenza consolidata di conquista”, di Africa come “primo obiettivo della strategia d’espansione cinese”

Negli ultimi anni, fa ancora notare Kerry Brown, si è assistito ad una parziale svolta nei rapporti tra Cina e Africa, in particolare in riferimento ai nuovi piani a lungo termine che hanno voluto dire incrementare la presenza militare. Consideriamo infatti che la Cina non è ancora una vera e propria potenza marittima, ma Xi Jinping ha inteso stabilire un avamposto nel corno d’Africa, ovvero nel povero stato di Gibuti. Le autorità cinesi hanno ribadito che la realizzazione di questo avamposto rappresenta innanzitutto una protezione per le navi che trasportano il petrolio dal Medio Oriente (con conseguenti investimenti nella costruzione di aeroporti): una risposta ufficiale a quegli analisti statunitensi che in questo distaccamento cinese in terra d’Africa vi hanno visto semmai una strategia di Xi Jinping, ormai intento a trasformare l’assetto militare cinese ben al di là della difesa dei confini nazionali.

 

Conclusioni

Possiamo rilevare che Xi Jinping riguardo il continente africano non si è ancora espresso diffusamente con narrazioni enfatiche e quindi il ruolo della Cina in Africa agli occhi degli osservatori rimane ancor di più enigmatico. Una situazione in divenire, non del tutto chiara, che quindi ci riporta al titolo di “una storia in cerca di copione”.

Il sistema di credito sociale cinese – l’avanzamento tecnologico come strumento di controllo

A lungo i prodotti dall’etichetta made in China sono stati associati a scelte economiche, scarsa qualità e mancanza di affidabilità: Made in China 2025 è il nome del piano di sviluppo industriale con cui la Cina vuole ribaltare questo paradigma, concentrando i propri sforzi prevalentemente nel campo dell’intelligenza artificiale, verso il quale Pechino ha destinato negli ultimi cinque anni più della metà degli investimenti mondiali nel settore.

Il sistema di credito sociale cinese – l’avanzamento tecnologico come strumento di controllo - Geopolitica.info

Un risultato di questo impegno in campo tecnologico può essere già osservato nel diffuso sistema di sorveglianza ad opera di telecamere presente nel paese: ad oggi ne sono attive circa duecento milioni nelle maggiori città del paese, prevalentemente appartenenti alle più grandi compagnie di videosorveglianza al mondo, Hikvision e Dahua, rendendo possibile un sistema di controllo sulle persone basato su riconoscimento facciale, body scanner e geolocalizzazione. Questo sistema nasce apparentemente con lo scopo di prevenire e ridurre la criminalità, facilitando di molto il classico lavoro delle forze dell’ordine: un video realizzato da un corrispondente della BBC nella città di  Guiyang dimostra come grazie all’utilizzo delle telecamere di sicurezza siano necessari solo sette minuti affinché le autorità competenti riescano a localizzare e fermare un “sospettato”. Un altro utilizzo è quello che ne viene fatto agli incroci delle strade, quando le telecamere riprendono chi cammina fuori dalle strisce o attraversa con il rosso, lo identificano e ne mostrano nome, cognome e numero della carta d’identità su dei megaschermi, in modo tale che tutti possano sapere l’identità di chi commette un’infrazione.

La presenza sul territorio di un numero di telecamere elevato contribuisce in maniera fondamentale ad un altro progetto portato avanti dal governo di Pechino: la creazione, nell’arco dei prossimi anni, di un “Social credit system”, un sistema di credito sociale all’interno del quale a ogni cittadino venga attribuito un determinato punteggio a seconda del proprio comportamento. Per raggiungere questo risultato l’uso delle telecamere è affiancato dalla sorveglianza dei social media, dell’uso di determinate app sui dispositivi mobili e degli acquisti online – aspetti d’altronde di cui si è già a conoscenza. Un reportage del Foreign Correspondent si è occupato proprio di questo progetto sociale e ha riportato due pareri contrastanti su di esso, rappresentati dalle testimonianze di due cittadini cinesi che già ne fanno parte.

Fonte: ABC news

Fan DanDan è una ragazza di Pechino orgogliosa del nuovo programma: non è preoccupata all’idea che per attribuirle un punteggio sociale vengano utilizzati non solo i suoi risultati accademici, i suoi dati medici e la sua fedina penale, ma anche le informazioni circa quello che mette nel carrello della spesa e le persone che frequenta; è convinta infatti che chi non ha nulla da nascondere non abbia niente di cui preoccuparsi e che un sistema del genere, anche se non del tutto perfetto e ancora da migliorare, la renda più sicura nel proprio paese. Leo Hu è un giornalista investigativo che si è occupato durante la sua carriera di casi di corruzione all’interno del Partito ed è un esempio invece di come l’attribuzione di un punteggio basso possa essere legato ai più vari motivi, non ultimi quelli politici. L’aspetto più rilevante di tutto questo è che il sistema prevede “premi” e “punizioni”: mentre l’alto punteggio di Fan DanDan le assicura alcuni vantaggi, come l’esenzione dal pagamento di un deposito quando decide di affittare una macchina o di prenotare la stanza di un albergo, il punteggio basso di Leo Hu limita la sua possibilità di viaggiare, restringendo la sua abilità di prenotare un posto su aerei o su treni ad alta velocità, e lo isola dagli amici, che teme possano subire lo stesso destino.

L’obiettivo di questo grande piano legato all’utilizzo delle telecamere e delle nuove tecnologie è quello di realizzare un sistema di grandezza nazionale, descritto come il più sofisticato sistema di sorveglianza al mondo, coinvolgendo circa 1.4 miliardi di persone; ma anche se questo risultato sembra necessitare ancora tempo e sforzi le sue conseguenze non tardano a farsi attendere: nel momento in cui i cittadini non sono pienamente consapevoli di quale sia il livello di accuratezza di tale sistema tenderanno probabilmente in ogni caso a comportarsi seguendo nel migliore modo le regole, per paura di subire potenziali ripercussioni.

Ma proprio qui nascono le domande: in una società come quella cinese, dove casi di censura, discriminazione e persecuzione non mancano, a cosa può portare un sistema di questo tipo? Se da una parte è comprensibile il punto di vista di chi la pensa come Fan DanDan, dall’altra cosa previene che lo sguardo costante delle telecamere non diventi uno strumento di controllo e di oppressione delle minoranze etniche e religiose, come quella degli Uiguri dello Xinjiang, o degli oppositori politici? Con la realizzazione del sistema sociale di credito cosa può assicurare ai semplici cittadini che comportamenti quotidiani ed espressione della propria libertà personale, come quello di comprare alcool al supermercato o di pubblicare le proprie idee sui media, non vengano etichettati come atti pericolosi in grado di causare conseguenze sproporzionate?

 

 

 

Le incongruenze della lotta al terrorismo in Francia

Lavorare in Francia su temi di ricerca relativi alla propaganda jihadista è categoricamente vietato. Analizzare contenuti che fanno riferimento a organizzazioni terroristiche o condurre indagini che richiedono la partecipazione di campioni della popolazione francese non è praticamente fattibile.

Le incongruenze della lotta al terrorismo in Francia - Geopolitica.info Photo credit: ell brown on Visual hunt / CC BY

Cinque giorni dopo gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, l’allora Presidente della patrie des droits de l’homme François Hollande, ha indetto l’état d’urgence, protrattosi per circa due anni e conclusosi poi con la promulgazione della Legge antiterrorismo 1510 del Presidente Macron, entrata in vigore l’1 novembre 2017.

Qualche dato: a soli dieci giorni dall’annuncio dello stato di emergenza sono state effettuate circa duemila perquisizioni e oltre cinquecento fermi, più che sovente compiuti nei confronti di individui che niente avevano a che vedere con il terrorismo, ma che, ad esempio, manifestavano contro riscaldamento ed inquinamento globali in occasione del summit Cop21 del 29 novembre a Parigi.

Le misure emergenziali adottate al fine di preservare la sicurezza e l’ordine pubblico hanno comportato una necessaria attenuazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Il fatto inoltre che non fosse stato definito un limite di tempo per lo stato d’emergenza ha favorito una sostanziale normalizzazione delle misure adottate. Tali misure si sono estese persino all’interno degli atenei: la Paul Valery di Montpellier, per esempio, ha proibito riunioni o iniziative di adunanza da parte di studenti o personale universitario.

Ciò che però è interessante notare è che in Francia, qualche anno prima, è stata introdotta con la Legge 2014-1353 (art. 421-2-6 C.p.), l’entreprise individuelle: essa sanziona il compimento, per iniziativa individuale, di atti preparatori potenzialmente pericolosi per la vita o l’integrità fisica delle persone. Con la stessa Legge viene introdotto anche il reato di provocazione diretta alla commissione di atti di terrorismo, oltreché l’apologia pubblica degli stessi, aggravata se preparata a mezzo internet (art. 421-2-5). I metodi più efficaci per contenere e controllare le intenzioni consistono nel totale divieto sia di consultare abitualmente pagine web sia di detenere file digitali o documenti di propaganda che possano indurre al compimento di atti di terrorismo o che li esaltino. Già in Inghilterra e Germania era presente una normativa che regolava la previsione di organizzazioni individuali di matrice terroristica per sanzionare/punire casi di auto-indottrinamento radicale, con il risultato che le analisi di esperti e studiosi, utili alla lotta al terrorismo e alla radicalizzazione, vengono limitati significativamente, non potendo usufruire di strumenti di analisi essenziali per lo svolgimento di indagini scientifiche: video online su siti delle case mediatiche jihadiste, testate online e contenuti propagandistici come quelli emessi da Isis, siti di matrice estremistica… Tutti elementi che, a benvedere, costituiscono casi di studio eccezionali, utili, per esempio, per la previsione di nuovi attacchi.

Giurisprudenza a parte, ciò che salta subito agli occhi (e alla memoria) è il fatto che gli attentati che hanno compromesso l’accesso illimitato alla Francia sono avvenuti dopo l’adozione della suddetta legge e che quindi, nonostante le misure sanzionatorie adottate per evitare casi di auto-indottrinamento radicale, il numero di persone presenti in territorio francese che hanno un legame con Daesh è effettivamente consistente. A prova di ciò vi sono:

  1. un numero impreciso ma indubbiamente elevatissimo di detenuti radicalizzati nelle carceri francesi (esso oscilla intorno ai 1340, in Italia è di 373 individui, dato confermato dal Direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale Alessandro Orsini);
  2. un numero elevato di attentati avvenuti dopo l’emanazione della legge;
  3. 700 foreign fighters partiti dalla Francia (dall’Italia circa 100).

Com’è possibile che delle leggi approvate per sanzionare così anticipatamente le intenzioni individuali possano fallire nel loro intento?

La convinzione che si tratti semplicemente di problemi di sicurezza viene meno nel momento in cui si presentano casi emblematici come quello recente che riguarda un cittadino francese di 18 anni segnalato alle autorità per avere attribuito alla propria rete Wi-Fi il titolo «Daesh21». Nonostante il ragazzo, in sede di udienza, fosse apparso poco riconducibile ad un’organizzazione terroristica (non sapendo neanche confermare il significato dell’acronimo Daesh), è stato immediatamente arrestato e poi condannato per apologia del terrorismo di cui al succitato art. 421-2-5 C.p..

E’ evidente che, purtroppo, le restrizioni brevemente esaminate limitano molto poco le azioni o le intenzioni finalizzate a ledere la sicurezza nazionale. Piuttosto compromettono talvolta i diritti umani, talvolta le utili iniziative di carattere scientifico, finalizzate a studiare sia la percezione e la ricezione della propaganda terroristica su campioni di giovani francesi sia le dinamiche e le traiettorie del terrorismo internazionale.

Saudi Arabia and Canada
Saudi Arabia and Canada - Geopolitica.info

L’Arabia Saudita ha richiamato il proprio ambasciatore dal Canada e ha espulso l’ambasciatore canadese, ha interrotto i voli per questo …

La gestione dell’emergenza umanitaria siriana in Turchia

La lunga guerra in Siria non è ancora terminata e come tutte le guerre provoca un grande movimento di persone causato dalla distruzione di interi paesi e dalla paura di essere uccisi. Il grande flusso di rifugiati verso i paesi confinanti ha determinato un notevole aumento della popolazione risiedente in Turchia e ha sviluppato un vasto dibattito su come gestire queste persone nel modo ottimale, senza turbare la pace sociale.

La gestione dell’emergenza umanitaria siriana in Turchia - Geopolitica.info

Il governo turco si è trovato a dover gestire molti più arrivi di quelli previsti: oltre al costante flusso di rifugiati arabo siriani provenienti dalle grandi città, si sono sommate tutte quelle persone di origine curda in fuga dalla zona curdo siriana, colpite dall’offensiva dello Stato Islamico culminata con l’assedio di Kobanȇ, grande città curda al confine con la Turchia.

A fronte di questa emergenza, il governo turco si è comportato in modo ambiguo.

Proveniente da anni di supporto ai gruppi islamici anti Assad, il governo turco è stato colto impreparato dall’avanzare dello Stato Islamico verso nord, fino al lambire dei confini turchi. L’emergenza umanitaria siriana ha investito il governo, il quale inizialmente si è limitato a dare asilo ai profughi ma che successivamente ha visto aumentare esponenzialmente il carico di impegno, fino a temere per la sicurezza nazionale. Ad aggiungersi, le richieste del settore di popolazione curdo-turca, i quali chiedono a gran voce un coinvolgimento militare turco contro lo Stato Islamico che colpisce i consanguinei risiedenti in Siria.

La Turchia nel frenetico tentativo di ridefinire la linea politica del paese e affrontare tutte le difficoltà della complessa situazione, prende tempo, chiudendo per lunghi giorni la frontiera. L’azione, molto dura e criticata da numerosissime personalità e organizzazioni internazionali a protezione dei diritti umani, ha impedito a migliaia di profughi l’entrata nel paese.

Si sono formate code e molte persone sono rimaste bloccate in una terra di nessuno, tra la paura di essere attaccate dall’esercito dello Stato Islamico e l’impossibilità di entrare in Turchia. Il governo Erdoğan, secondo opinioni di analisti e dichiarazioni pubbliche, si è comportato in questo modo per due motivi, entrambi legati al passato travagliato delle relazioni tra turchi e curdi.

In primo luogo, il blocco delle frontiere era volto ad impedire agli uomini e alle donne curde in Turchia di andare a combattere al fianco dell’YPG, impegnato nello sforzo di ricacciare lo Stato Islamico lontano dai territori controllati dal Comitato Supremo Curdo, DBK.

In secondo luogo, si sostiene che il governo turco inizialmente non avrebbe voluto aiutare militarmente un embrione di Stato Curdo, non ostile al Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK il quale per anni ha manifestato l’esigenza di esistenza curda con metodi violenti.

Nell’ottobre 2014, la situazione finalmente si sblocca. Con una decisione parlamentare, vengono dati poteri al governo di poter organizzare azioni militari in territorio siriano, con l’obiettivo di contrattaccare lo Stato Islamico e la possibilità di organizzare missioni internazionali a guida NATO con base in Turchia. Quindi con silenzio assenso si è assistito alla partenza di combattenti volontari curdi e curdi iraqueni verso la Siria, per respingere l’avanzata dello Stato Islamico e si è permesso ai civili di entrare in Turchia.

Ad oggi la maggioranza dei rifugiati siriani sono ospitati in campi profughi oppure presso familiari turchi. I campi profughi governativi sono gestiti dall’AFAD “Turkish Disaster and Emergency Management”, un’organizzazione fondata con il compito di gestire le crisi successive ai terremoti che scuotono spesso la Turchia ma prontamente adattatasi alla gestione della crisi umanitaria che ha sconvolto la vicina Siria. Prendendo ad esempio un imponente campo profughi di nuova costruzione nei dintorni di Suruҫ, possiamo constatare la forza dello Stato turco.

Il nuovissimo campo profughi di Suruҫ Çadirkent Konaklama Tesisi secondo dati comunicateci da un operatore AFAD, accoglie 35.000 persone, circa 18.000 adulti soli e 5.000 famiglie. Il campo non è ancora pieno e ogni giorno si registrano fino a 500 arrivi. La pace sociale è perseguita facendo risiedere in diversi quartieri a seconda dell’etnia, la popolazione del campo. Vi sono distretti curdi, arabi e yazidi.

Il grande campo di Suruҫ Çadirkent Konaklama Tesisi è composto da 15 distretti e in ogni distretto sono costruite 500 tende a due stanze per famiglie. Le tende sono bianche in plastica e ben costruite ma se piove, il pavimento rivela la sua debolezza e si rischia di finire con i piedi bagnati. Secondo le regole, se un figlio è adulto, ossia attorno ai 30 anni, può andare a vivere in una tenda più grande, dove sono ospitati gli uomini o le donne sole.

In ogni distretto ci sono bagni in comune, container con lavatrici e lavelli. Ci sono anche tende adibite a luogo di ritrovo, una scuola e un ambulatorio medico. La scuola, obbligatoria fino ai 18 anni, è pensata per 3000 ragazzi e ragazze e il modello di insegnamento è siriano. Sono impiegati tre assistenti sociali e tre medici; ma se il problema è grave o necessita di operazione chirurgica, gli ospedali turchi hanno l’ordine di trattare i pazienti rifugiati in via prioritaria e a titolo gratuito.

L’ordine e i rapporti con l’organizzazione AFAD sono mantenuti dal capo del distretto, che deve essere siriano ed eletto da tutti gli abitanti maggiorenni del campo.

Parallelamente all’azione governativa, alcuni comuni frontalieri, storicamente, economicamente e politicamente intrecciati alla vita dei curdi risiedenti in Siria, si sono visti obbligati a sostenere lo sforzo di accoglienza. Un esempio di come i comuni spesso non aspettino l’operato governativo pur di dare accoglienza ai fuggitivi è il comune di Suruҫ, città complementare di Kobanȇ.

Suruҫ e Kobanȇ sono due città sorelle, i loro abitanti, per la stragrande maggioranza curdi, spesso sono imparentati tra loro ma abitano in due diversi Stati: la Siria e la Turchia. Le due città infatti sono divise da una frontiera mai completamente assimilata.

Data la vicinanza al confine, la cittadina di Suruҫ è stata una delle più maggiormente investite dal flusso di rifugiati provenienti dalla Siria, in particolare da Kobanȇ, distante appena un’ora di macchina. La municipalità che è organizzata su stampo curdo, ossia con un uomo e una donna al vertice dell’organizzazione di governo, non ha mai indugiato nel donare asilo ai fuggitivi.

Il campo profughi di Arin Mirxan ospita circa 50 tende c’è spazio per un ulteriore allargamento. Le tende, una stanza per famiglia, sono ben isolate da terra grazie ad un fondo in mattoni e un pavimento in bancali di legno; la copertura invece è scarsa, un sottile telo di plastica non permette un buon isolamento dal caldo ne una protezione dal freddo. Tutti si ammalano spesso.

Scegliere di stare a Suruҫ invece di andare più lontano, nel campo gestito dal governo turco, è una scelta politica. Gli abitanti del campo Arin Mirxan sono tutti curdi e vogliono tornare alle proprie case a Kobanȇ, quando si potrà. Qui l’organizzazione del campo è “alla curda” e come per il comune, il vertice è gestito da due persone, un uomo e una donna elette da tutti i maggiorenni.

Questo è il luogo dove trovano riposo e riparo molti combattenti curdi e le loro famiglie. Dalla frontiera di Suruҫ o da qualche varco vicino, si parte per andare a difendere le proprie case, rimaste al di là della frontiera. Si parte per combattere lo Stato Islamico che ancora conserva avamposti nella regione a confine con la Turchia.

 

A Time for Change: Women of the Middle East

We’re in the 21st Century and women are still underdeveloped and mistreated. Their rights are violated; they’re being trafficked and sold no matter their age. This phenomenon is highly prevalent in the Islamic World specifically among Arabs. The world is evolving from globalization to technological innovations while women in the Arab world are still repressed and exploited. The same image women had several decades ago hasn’t changed in our present times.

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They don’t have a say in politics, a high percentage of women is uneducated or jobless, and many are subjected to violence or rape. In contrast, Western developed countries have a high representation of women, well educated, and who have a say and impact in social, economical, humanitarian and political issues. It’s very controversial and debatable that many states, the UN and NGOs have been trying to solve this issue globally especially that there is a big difference between the Global South and the Global North.

These issues have been discussed by many scholars and researchers all around the world hoping to reach a near settlement. Women play an important role in shaping the world today. When they have no voice and they are underrepresented, their ability to change or make a difference is very low. Besides underrepresentation comes the issue of trafficking which violates human rights. When it comes to women in the Arab world, they are highly exposed to trafficking, violence and injustice due to the gender inequality, educational inequality, and less economic opportunities.

The Arab World is still until now the country with the highest rate of women underdevelopment and trafficking. Women are discriminated from men, exploited, and treated unequally in different cases in the Middle East. These cases vary from painful female genital mutilation (female circumcision), the sale of child brides in as dowries, wife beating, honor killing, economic deprivation, discrimination in salaries, etc. Shockingly, when it comes to women education, only 58.9% of women in Arab states are literate in comparison to 80.2% of men being literate.  There’s a gender gap in South Asian countries, Arab states and Sub-Saharan African countries.

Inequality is usually the highest in the less economic and social developed countries. However, the US for example is an exception ranking 37 in the Gender Inequality Index whereas Singapore stands 10th and South Korea 20th. Sweden for instance, is ranked the first in the Gender Empowerment Measure of their women. However, Rwanda, a very poor and underdeveloped country, has the highest women representation in parliament than any country in the world. Not to forget that despite that the Sub Saharan countries are LDCs (Less Developed Countries), they come second after the Americas in the percentage of women representation in parliament, making them more advanced than Asia for example, keeping the Arab states at last. This situation is very controversial since there are many extreme cases in different parts of the world.

When it comes to governments and policy making, women play a very important role. However, many neglect this fact and Arab states keep on under representing women. Since the women is said to be emotional, soft,  sensitive and caring, it will be problematic to solve gender bias, child care, divorce, education, rape, and domestic violence issue without the touch of a woman. Thus, it’s essential to have women represented in politics and governments in order not to miss out on important issues. However, when there is less than 30% female MPs, it’s hard to influence policies in the government. For instance, many heroic women were widows or wives of former presidents or leaders or even daughters of former presidents or leaders such as Grace Kelly of Monaco, Jacqueline Kennedy and Eleanor Roosevelt of USA, and Lady Diana of Whales.

Several ways are discussed to reduce gender underrepresentation in politics. One of them is having a number and type of ministerial posts held by their nation’s cabinet. In many countries, women in these positions were influential after the president or prime minister. The percentage of women holding cabinet posts increased from 3.4% to 16.3% in 2010. Another means is to establish quotas for the slates of parliamentary candidates in general elections. In Europe, Scandinavian countries were the first to gain female representation in parliament. Social, cultural, and historical forces play an important role for greater female representations. Conflicts and wars, such as in Africa, opened the door of opportunities for women to be involved in them to help those “post-conflict states”.

In addition to that, women lack the access to productive resources which can make them stand on their feet. They don’t have the facility to possess resources such as lands, wealth, and proficiency. For instance, women can’t own lands since only men can inherit lands from their fathers or ancestors. Yet, wealth is more easily reached than land owning since recently women started owning credit cards. However, it’s not something easily obtained by all women since males dominate most of the society we live in.

Moreover, there are no equal educational opportunities between genders and there’s no equal access to health care as well. In tribal states or Arab states of the less developed countries, schooling is not something accessible to girls. For example, Yemen has only 43% of its female adult population that are educated. Moreover, health care is not available to young girls as much as to young boys. There’s a social discrimination against newborn baby girls and they’re either murdered at birth or die because of malnutrition and bad health. Third world countries and Arab states value male children over female ones.

Furthermore, besides education, politics, and social exploitation, there are several ways of trafficking of women. The main one is prostitution. Women’s trafficking nowadays, millions of women work as prostitutes. Moreover, prostitution doesn’t only affect the so-called “workers” in the field but it affects both men and women in society. In Islam, the low status of women makes sex trafficking acceptable and not against the Islamic religion since Islam is considered as a political, ideological movement where women are dominated by men intellectually and morally. Another type of trafficking is domestic labor.

Many are sent to different countries for a job at a house and end up being trafficked. Kuwait is one of the Middle Eastern countries where domestic labor is one of the main forms of women trafficking and the demand on domestic labor keeps increasing. Most of the women are under 30.  Moreover, another way of women trafficking is the arranged married that is mostly found in rural, tribal, and ethnic states. This form of trafficking is sought to bizarre and odd to the Western states. This type of trafficking is based on the financial stability of the family and not on love or how the woman feels. Therefore, many parents sell their daughters to protect themselves economically. These girls are being sold for marriage at a very young age.  Human trafficking in Iran and Saudi Arabia has been a rising problem. However, other Gulf States like UAE and Bahrain are doing nothing to stop this trend in their countries.

Susana Fried said that many women organizations have been trying to put an end to violence against women since it’s considered as a human rights violation and a crime especially when it comes to abusing a woman’s honor, self-respect, dignity, and security. The UN has been also working on solving these issues through drafting resolution against women trafficking or against women violence. Several summits and organizations were made to resolve these issues such as the Fourth World Conference on Women: The Beijing Declaration of September 1995, the United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC) that was established at first in 1997 and was adopted by the General Assembly resolution 55/25, and many others, UNIFEM, etc. Moreover, the Coalition against Trafficking in Women (CATW) is building helpful and long lasting changes globally by creating anti-trafficking plans and supporting anti-trafficking to protect women and children that are being treated abusively.

When it comes to reality, Iraq is one of the case studies in the Middle East and among Arab states that has witnessed a big alternation in women’s role during and after Saddam Hussein. Their status changed in many ways: economically, educationally, socially, etc. Iraq also has witnessed a large number of trafficking inside and outside of Iraq.  Iraq is one of the countries in the Middle East that have a high trafficking rate.

Under Saddam Hussein’s rule, women’s educational level developed and many of the previous limitations on women outside their house were elevated. Women’s right to vote and be elected as candidates for elections were granted in 1980. Prior to the Iraqi invasion of Kuwait in 1990, Iraq had the largest number of literate women and professional ones among all Arab states. The temporary constitution followed the equity principle between genders, despite of having the family law favoring men. Some researchers said that women’s emergence in Iraq was basically due to the absence of males in the labor force after being in the army in the Iran war in 1980. Women became highly qualified and took many positions in society: 46% became teachers, 29% became doctors, 46% became dentists, 70% became pharmacists, 15% became factory workers and 16% became civil servants.

Despite of previously having the highest literacy rate among women in the Arab world, Iraq’s literacy rate among women dropped greatly after the Iraq-Iran war that lasted 8 years. Illiteracy rates further quadrupled from 8% to 45% in a 10 years range (between 1985 and 1995).

In addition to education and literacy, more than half of Iraqi women became anemic after the war on Kuwait and the embargo on Iraq, although Iraq under Saddam had one of the best health systems in the area where 97% of the population had access to health care.

Under Saddam’s rule, the system ignored penalties and exempted criminals from their bad acts against women. Hussein’s atrocious reign and his Baath party targeted women and children with terrible consequences that followed by the 2003 war. The 2003 US-war in the area was chaotic. Insecurity and lack of control rates increased, authorities were corrupt, and religion extremism increased. In addition, poverty, forced marriages, kidnapping and suffering of women all increased after the US invasion of Iraq.

All these facts lead to the promotion of trafficking and violence against women in Iraq. For instance, women were beaten, raped, beheaded, and threatened to death since 2003. For example, hundreds of women in Basra state were highly violated and killed in a terrible way through mutilation and dumping in the garbage. Moreover, Kurdish women were trafficked into mainly Baghdad and Basra. Furthermore, the exploitation of women in Iraq also happened across borders such as Iraqi refugees were sent to Syria, Jordan, Turkey and Iran.

Research found that there is injustice, trafficking, and underdevelopment among women in the Middle East because of the Muslim culture since the majorities are Islamic states. Their culture believes that men should be superior to women and that women are only a source of pleasure to their men.

Can we really believe that it’s religion that is stopping the development of Arab states or there is much more to it than just religion?

Women in the Middle Eastern region and the third world are cursed by being inferior to men, discriminated against, treated unfairly, exploited, trafficked, and underdeveloped. Women’s trafficking is the highest selling black market to the Gulf and Middle Eastern states by bringing them billions of dollars besides their oil revenue. Analysis of trafficking in the Middle East and of underrepresentation of women is still vague since it’s a big issue roaming in the region.

Without having equality among men and women, those third world countries in the Middle East cannot develop and evolve. Women play a very important role in shaping society and helping in modernizing a nation. So why are Arab and Middle Eastern states still ignoring the importance of women in their culture, society, and daily lives? Some surprising facts have shown that even if a country is poor, women can developed and have a say in society such as in Rwanda. Thus, is it really Islam the main problem of keeping women subjugated?

Diane Mariechild once said, “A woman is the full circle. Within her is the power to create, nurture and transform.” Indeed; a women has the ability to do many things if she’s given the chance to do so. It’s our choice whether we help empower women or we don’t.

Nigeria, in fuga da Boko Haram

Sono migliaia i rifugiati nigeriani che scappano dai territori occupati dalle milizie di Boko Haram. I paesi confinanti devono rispondere all’emergenza umanitaria che si è riversata sui loro confini. Di fronte a quest’ondata di violenza terroristica c’è l’urgenza di cercare risposte concrete con il sostegno della comunità internazionale. Progetti che non lascino soli i singoli paesi ma li sostengano nell’impegno a trovare una soluzione politica per l’intera area.

Nigeria, in fuga da Boko Haram - Geopolitica.info

La Nigeria appare come un paese svuotato. Chibok, “la città, che ha perso le sue figlie”, è una città fantasma, non rimane più nulla, le case sono vuote e distrutte, i terreni intorno abbandonati. L’organizzazione militare Boko Haram distrugge ogni cosa, le sue milizie uccidono senza alcuna pietà e gli abitanti dei villaggi sopravvissuti scappano nei paesi limitrofi. Sono migliaia le persone fuggite in Niger, Camerun, Ciad.

Da quando è stato dichiarato lo Stato d’emergenza nel nord-est della Nigeria, nel maggio 2013, sono 158.000 le persone che sono partite realizzando un vero e proprio esodo. L’escalation di violenza di Boko Haram, nell’ultimo anno, ha causato l’uccisione di oltre 4000 civili. Uno dei più sanguinosi è avvenuto ultimamente nella città di Baga, il 7 gennaio 2015, dove si stima un numero di vittime tra le cinquecento e le duemila. In questa situazione di debolezza e disorganizzazione del governo nigeriano e dei suoi difficili rapporti con i paesi confinanti, Abubakar Shekau, leader attuale di Boko Haram, è riuscito con facilità a rafforzarsi e organizzare le sue milizie.

La popolazione civile nigeriana è stata totalmente abbandonata e si è trovata senza alcuna forma di sicurezza nazionale. Il Presidente Goodluck Jonathan si è dimostrato incapace di affrontare questa situazione, lasciando la possibilità, ai fondamentalisti, di occupare non solo gran parte del paese ma, addirittura, di rapire utilizzare bambine per gli attacchi terroristici.

I sopravvissuti raccontano uno scenario di morte e distruzione, tra saccheggi, rapimenti e violenze di ogni genere, dove l’unica via di salvezza è la fuga, a costo di attraversare il Lago Ciad in canoa. In Niger, si stima che siano 100.000 le persone, tra rifugiati nigeriani e rimpatriati nigerini, a essere stati accolti nel paese.

Oltre all’emergenza dei rifugiati, il suo governosi trova a dover fronteggiare la minaccia dell’offensiva islamista, che ha trovato terreno fertile in Libia e in Mali e allo stesso tempo a dover contenere le proteste anti-Charlie che hanno causato il rogo di diverse chiese e una decina di vittime.Una situazione che, per uno degli stati più poveri del continente, è molto difficile da sostenere. In un primo tempo, i superstiti hanno trovato rifugio nei centri d’accoglienza, in seguito, con l’aumento del loro numero si è arrivati alla decisione di allestire due campi profughi più lontani dal confine nigeriano per motivi di sicurezza. L’emergenza umanitaria è preoccupante: migliaia di persone si trovano senza assistenza nelle zone di frontiera senza alcun tipo di difesa. I mezzi di sicurezza risultano insufficienti a contrastare un’ondata di violenza simile.

L’unica risorsa sono gli eserciti del Camerun e del Ciad, meglio armati e ben organizzati dal punto di vista militare.

Il Camerun, uno dei pochi stati africani a non aver subito colpi di stato nell’ultimo decennio, si trova a essere nel mirino dei terroristi per diventare una base per i propri eserciti. I rifugiati nigeriani sono circa 40.000 nella regione di Far North, anch’essa soggetta a uccisioni e rapimenti. Le condizioni di sicurezza sono precarie e rendono difficile l’assistenza ai rifugiati che hanno bisogno di cibo, cure mediche, articoli di prima necessità come stuoie, utensili da cucina e sapone. Le organizzazioni internazionali, come l’UNHCR, insieme al governo camerunense e ai partner umanitari stanno cercando una soluzione per gli sfollati e per trovare una risposta all’emergenza umanitaria di questa zona.

A fine gennaio 120 miliziani di Boko Haram sono stati uccisi dall’esercito ciadiano, nella regione di Fotokol, nel nord del Camerun, al confine con la Nigeria. Un territorio di grande interesse per il Ciad essendo un importante corridoio commerciale che consente le esportazioni del suo petrolio.

La risposta dei fondamentalisti, in seguito a queste offensive, non si è fatta aspettare e, a metà febbraio, hanno sferrato il primo attacco mortale in Ciad, provocando 10 vittime. Oggi nel paese sono presenti 18.000 rifugiati nigeriani, situati sulle coste del lago Ciad, dove le condizioni di sicurezza sono preoccupanti perché sono facilmente raggiungibili ed esposte alle incursioni dei terroristi. Il Parlamento ciadiano, insieme alle forze armate di Camerun, Nigeria e Niger, ha dispiegato l’esercito impegnandosi a fronteggiare questi combattenti.

Le Nazioni Unite hanno ben accolto l’iniziativa di questi paesi a far fronte comune, anche se il suo impegno concreto davanti ad avvenimenti simili sembra ancora molto fragile. In Nigeria gli Stati Uniti hanno fornito un breve e poco efficace sostegno militare che si è interrotto per il basso livello di rispetto dei diritti umani nel paese, mentre la Francia non ha fornito i soldati richiesti nell’accordo firmato con Nigeria, Ciad e Camerun. Nella capitale del Niger, Niamey, i partiti, i sindacati, alcune organizzazioni non governative e studentesche hanno aderito a una marcia repubblicana contro Boko Haram, usando come slogan “Boko haram è haram”, cioè impuro o proibito. Una risposta ai numerosi reclutamenti di giovani nigerini, da parte dei fondamentalisti e agli attacchi che hanno colpito la regione al confine di Diffa. Una voce di ribellione che vuole contrapporsi all’inaudita violenza terroristica e che ha visto scendere in piazza tante persone anche in Ciad, Camerun e Nigeria.

La comunità internazionale non può essere sorda e indifferente a tutto questo.

Guerra all’ISIS: strumento legittimo?

Tema sul quale l’articolo che segue si vuole, seppur brevemente, soffermare, è quello della legittimità, o meno, dal punto di vista del diritto internazionale, dei raid aerei posti in essere tanto dagli Stati Uniti d’America quanto dalla coalizione da questa guidata, contro le truppe del Califfato Islamico. Oggigiorno, parlare di Califfato Islamico, significa fare inevitabilmente riferimento  all’ISIS (acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e al-Sham) o, per meglio dire, ad una vera e propria organizzazione terroristica fondamentalista guidata dal Califfo Abu-Bakr al-Baghdadi e composta dagli ex-membri del libero esercito siriano (sarebbero più di 6.500 gli uomini unitisi all’ISIS soltanto nel luglio 2014).

Guerra all’ISIS: strumento legittimo? - Geopolitica.info

Contro la suddetta organizzazione, a seguito dei terribili crimini commessi  in primis contro la popolazione curda, e in un secondo momento dopo la decapitazione di cinque giornalisti occidentali, gli Stati Uniti d’America hanno proposto un proprio piano di azione militare, essenzialmente basato su operazioni per via aerea, e finalizzato alla distruzione dell’ISIS.

Ampio è stato il consenso e l’appoggio internazionale alla proposta americana, ad oggi la coalizione risulta composta da più di venti paesi, tra i quali figura anche l’Italia, seppur come semplice rifornitrice di armi ai ribelli curdi.

La coalizione realmente agente sui territori fattisi teatro del conflitto, è, ad oggi, formata essenzialmente da Stati Uniti, Francia ed Inghilterra.Sul piano del diritto internazionale, l’azione militare come quella alla quale stiamo facendo riferimento, richiederebbe un’autorizzazione dell’ONU, licenza, ad oggi,  formalmente non concessa.

Si tratta pertanto di un vizio di forma, tuttavia non rappresentante cavillo al quale appellarsi per richiedere la cessazione delle attività militari.

Appare corretto affermare, infatti, che una situazione di emergenza come quellarappresentata dal caso di specie, e la necessità di affrontare immediatamente il problema, non possa attendereuna totale e piena autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza ed in tal senso l’azione militare portata avanti dalla coalizione USA non può essere considerata  procrastinabile ma, proprio come si sta manifestando, immediatamente operativa.

Quanto detto trova fondamento proprio in una norma internazionale, anche se ancora non universalmente accettata come tale, che nel corso degli anni si sta gradualmente  consolidando accingendosi ad essere accolta “di diritto” nella macrocategoria dello jus cogens ( diritto cogente ); si sta facendo riferimento alla c.d. dottrina della Responsabilità di Proteggere.

Si tratterebbe di un obbligo, ad oggi forse più “morale”, se di moralità sia lecito parlare, che giuridico, ricadente sulla comunità internazionale, la quale , una volta avuta notizia del fallimento di uno stato nell’assistere e proteggere la propria popolazione da una minaccia concretizzatasi in violazione dei diritti inviolabili dell’individuo, si trova a dovere intervenire a sostegno di questi allo scopo di eliminare la situazione di pericolo.

Ciò confermerebbe, quindi, quanto la “recente” storia europea sovente mostra e, lato sensu, giustificherebbe il contenuto dell’articolo 11 della Costituzione italiana, mostrando, ancora una volta, come il concetto di sovranità nazionale stia gradualmente scemando lasciando spazio, di contro, ad un sacrificio di questa a favore di una sovranità sovranazionale quando esigenze di sicurezza, stabilità economica e politica, concetti, d’altra parte, inevitabilmente legati, lo richiedano.

E’ proprio sulla base di questa dottrina elaborata per la prima volta nel 2005 durante il World Summit, che numerose campagne militari comportanti una ingerenza hanno comportato una ingerenza nella sovranità altrui; basti pensare al caso dei Balcani o dell’Iraq tra tutti.

Correndo lungo questi binari, gli Usa e gli altri Paesi di cui sopra stanno apprestando una difesa contro un movimento che per propria natura :

1. Viola in modo palese e spregiudicato i diritti umani  così come disciplinati dalla CEDU agli articoli 1,2, 3.1, 4, 5 e 6, e cioè il diritto alla vita, libertà e sicurezza.

2. Destabilizza un’area che per ragioni economiche, sociali e culturali risulta essere cruciale per lo scacchiere mondiale.

3. Persegue e costituisce in modo attuale una minaccia terroristica verso altri territori, minacciando e attentando quotidianamente alla sicurezza di paesi  tanto limitrofi, quanto lontani.Le ragioni appena addotte, la impossibilità di risolvere il conflitto mediante vie diplomatiche e la attuale criticità delle condizioni in cui versano i paesi coinvolti nello scontro, rappresentano una “prima causa di giustificazione”, e quindi, legittimazione, dei bombardamenti effettuati dalla coalizione.

Ciò sarà vero fino a quando i benefici, se tali saranno gli effetti realmente sortiti dalla azione militare, risulteranno superiori alle conseguenze negative che le operazioni militari, ed in particolar modo i bombardamenti, produrranno inevitabilmente sul territorio e sulla popolazione.

Si tratta quindi di uno strumento di valutazione definibile come criterio di proporzionalità delle attività militari consistente in una operazione di bilanciamento tra la necessità bellica e la conformità delle azioni alle regole fornite dal diritto internazionale, in maniera particolare alla Convenzione di Ginevra del 1949, disciplinante le modalità di trattamento dei prigionieri di guerra e le modalità di protezione delle persone civili in tempo di guerra, oltre che il I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1949 fin modo ancor più attento i medesimi temi.

Ancora, stando alle notizie riportate da quotidiani e notiziari, i bombardamenti posti in essere dagli Stati Uniti d’America e dalla coalizione da questa guidata, non sarebbero indiscriminati ovvero riconducibili, ad esempio, a categorie quali quelle dei bombardamenti a tappeto, finalizzati alla distruzione assoluta del nemico, del territorio e dei civili, c.d. guerra assoluta, ma specificatamente diretti ad indebolire prima e distruggere poi, obiettivi strategici e centri di potere del nemico. In ciò sembra si stia concretizzando l’attività della coalizione.

Se, quanto detto fin qui sembrerebbe essere corretto da un punto di vista giuridico, guardando al caso di specie con gli occhi dell’etica, sarà certamente difficile servirsi del termine “giustificazione” se a questo ne seguirà immediatamente un altro :  “guerra”. Non sarà mai lecito e corretto parlare di legittimità di una azione militare, bensì di “approvazione” ovvero “accettazione” , sia essa tacita o formale.