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Giornata per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani – Intervista ad Amnesty International Italia

In occasione della Giornata Internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime, abbiamo intervistato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Giornata per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani – Intervista ad Amnesty International Italia - Geopolitica.info

Il 24 marzo è la Giornata Internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime. Amnesty in questo si batte da sempre in prima linea. Dunque, qual è il valore di questa giornata a livello internazionale e qual è il valore per Amnesty?

Il diritto alla verità (e alla giustizia) sono centrali nell’azione di Amnesty International. Conoscere chi è stato a ordinare, eseguire ed eventualmente coprire violazioni dei diritti umani e punirlo in modo adeguato alla gravità del crimine commesso (senza mai ricorrere alla pena di morte e al termine di una procedura equa) fa parte delle richieste di Amnesty International a ogni governo. 

In assenza della verità e della giustizia, soprattutto al termine di ere politiche, non è possibile girare pagina, rimarginare le ferite, pacificare. E ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, con la verità e la giustizia, viene negata anche una vita degna.

Quali sono le cause che Amnesty International sta portando avanti in questo periodo, e quali invece Amnesty International Italia?

Chiediamo la verità e la giustizia per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei conflitti contemporanei come quelli della Siria e dello Yemen. Facciamo altrettanto su alcuni casi particolarmente gravi: penso all’assassinio, avvenuto due anni fa, della difensora dei diritti umani Marielle Franco in Brasile e a quello della giornalista di Malta Daphne Caruana Galicia.

Amnesty International Italia porta avanti da quattro anni e mezzo la campagna “Verità per Giulio Regeni”, per conoscere i nomi di coloro che ordinarono ed eseguirono l’omicidio del ricercatore italiano avvenuto il 25 gennaio 2016 al Cairo. Accompagniamo poi gli sforzi delle organizzazioni per la libertà d’informazione che chiedono che non si archivino le indagini sull’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin dell’aprile 1994.

Come viene individuata una causa o una vittima da tutelare? Vi viene segnalata da qualcuno in particolare, dalle istituzioni, dalla famiglia, dagli amici, oppure siete voi ad individuarla e ad intraprendere questo percorso?

In molti casi sono le famiglie di vittime di violazioni dei diritti umani che chiedono l’intervento di Amnesty International: naturalmente facciamo ricerche e approfondimenti per valutare la situazione e decidere se agire o meno e che tipo di azione svolgere. In altri casi, ricaviamo informazioni da organizzazioni e attivisti per i diritti umani nei vari paesi, da giornalisti, avvocati e altre fonti ancora.

Nel momento in cui avete individuato la causa da appoggiare e la vittima da difendere, come si muove Amnesty, quali sono i passaggi che affronta per ottenere la verità e per restituire finalmente dignità alla vittima?

Amnesty International è nata nel 1961 per fare campagne e continua fondamentalmente a fare questo. Una campagna è una serie di azioni volte a produrre un cambiamento nel campo dei diritti umani: miglioramenti legislativi, annullamento di condanne ingiuste così come ovviamente il raggiungimento della verità. Per quest’ultimo fine, lavoriamo incessantemente sulle istituzioni nazionali e internazionali, svolgiamo attività di comunicazione, mobilitiamo la società civile, i singoli cittadini e le scuole (aggiungo che per fare tutto questo, essendo un’organizzazione del tutto autofinanziata, abbiamo grande bisogno di donazioni) e siamo accanto alle famiglie con azioni di solidarietà che hanno l’obiettivo di far sapere loro che non sono sole nella lotta per la verità, la giustizia e la dignità.

Sappiamo che la ricerca della verità è una strada molto lunga, difficile, dura a volte, che può incontrare la collaborazione delle istituzioni ma alle volte un ostacolo da parte di esse. Molte vittime sono ancora in attesa di riacquistare la loro dignità, ma quali sono stati invece i vostri successi e traguardi?

La ricerca della verità e della giustizia si dipana attraverso percorsi lunghi, accidentati e spesso estenuanti, in cui a volte a finire sul banco degli imputati sono le vittime e le loro famiglie più che i responsabili. Nondimeno, risultati importanti sono stati ottenuti: che passino mesi o decenni, prima o poi un tribunale nazionale o internazionale arriva ad emettere una sentenza per gravi violazioni dei diritti umani. Quando, nel 2011, abbiamo celebrato i primi 50 anni di attività, abbiamo calcolato che in media in mezzo secolo avevamo contribuito a liberare tre prigionieri di coscienza ogni giorno. Le buone notizie che ogni settimana pubblichiamo nella home page del sito amnesty.it ci dicono che quel dato è ancora attuale.

Libia: mantenimento della pace e sicurezza internazionale

Recentemente  è stata adottata la Risoluzione n 2491 su Mantenimento della pace e della sicurezza internazionale che fa seguito a precedenti risoluzioni in materia, alla dichiarazione presidenziale del 16 dicembre 2015 (S/PRST/2015/25/25) e alla relazione del Segretario Generale del 5 settembre 2019 (S/2019/711).

Libia: mantenimento della pace e sicurezza internazionale - Geopolitica.info

Ma qual era  la situazione precedente la risoluzione di Ottobre?

Prima dell’ultima risoluzione, la situazione in Libia appariva come segue: stando a quanto riporta il Consiglio di Sicurezza,  le forze del sedicente esercito nazionale libico avevano lanciato un’offensiva, nel mese di Aprile 2019, volta a  prendere il controllo di Tripoli, contrastando così la costruzione di  “un processo politico attivo e promettente”.

Il Rappresentante Speciale e Capo della missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (United Nations Support Mission In Libya UNSMIL -) Ghassan Salamé, ha messo in evidenza come in Libia vi sia un nuovo conflitto diffusoa Tripoli e nelle sue vicinanze, come a Tajoura, Ain Zara, Qasr Bin Ghashir e Tarhouna, ma anche in altre aree del paese quali Misurata, Sirte, al-Jufra e nella regione meridionale.

La Libia è infatti caratterizzata da un coacervo di gruppi armati, spesse volte, ma non sempre,  raggruppati attorno a due  distinte e specifiche fazioni: il Governo di Unità Nazionale con a capo Fayez al-Serraj, con capitale Tripoli e costituito nel gennaio 2016, nel quadro dell’accordo promosso dalle Nazioni Unite da un lato, ed il Parlamento di Tobruk, sostenuto dal generale K. Haftar, dall’altro.

La mancata pacificazione ed unificazione del Paese da un punto di vista sociale, politico ed istituzionale, a seguito della morte di Gheddafi, è scaturita da vari fattori: quali le molteplici identità ivi presenti,  l’acuirsi della contrapposizione politica, conseguenza del fallimento delle “Primavere arabe”, ma anche al ruolo giocato dai vari attori internazionali, volti a favorire un gruppo interno anziché un altro, così da avere influenza nel Paese.

L’ inasprirsi del conflitto “ha  imposto un pesante tributo ai civili e ai combattenti”, si parla infatti di oltre 100 civili uccisi, oltre 300 feriti e 120.000 sfollati, per non parlare degli attacchi ad abitazioni private e infrastrutture quali ospedali da campo, scuole e centri di detenzione per migranti: da tale situazione è scaturita una richiesta nei confronti del Consiglio di Sicurezza affinché si adoperi nel condannare i bombardamenti indiscriminati, che mettono continuamente a repentaglio la vita dei civili lì presenti.  Al contempo però, visto il forte pericolo per il personale ONU lì stanziato, le Nazioni Unite hanno affermato che non invieranno ulteriore personale in territorio libico, fintanto che  non si avrà un quadro completo della sicurezza e  dei rischi annessi.

Parimenti, sul fronte dei migranti e rifugiati (altra questione particolarmente sensibile, soprattutto in riferimento alle gestioni dei flussi con l’Europa), il 1° agosto 2019,  il ministro dell’Interno libico aveva imposto  la chiusura di tre centri di detenzione per migranti e rifugiati e l’ONU aveva presentato al governo libico un piano di emergenza per cercare alternative alla detenzione degli stessi, come ad esempio il loro rilascio in città, con la garanzia di assistenza sanitaria e accesso al lavoro; ad ogni modo sembra che in  realtà i migranti continuino ad essere rinchiusi in tali centri (come il Tajoura Detention Centre), ad essere posti sotto il diretto controllo dei gruppi armati, da cui ne consegue una situazione di estrema pericolosità e vulnerabilità per le loro vite; risulterebbe altresì che molti  migranti e rifugiati,  nell’ordine di alcune centinaia, nell’ultimo periodo siano stati,  in parte liberati dai centri di detenzione ed in parte scambiati con altri, a loro volta posti in stato detentivo, ad opera della stessa guardia costiera libica.

In base alle segnalazioni ricevute dall’UNSMIL, si evince dunque un quadro tutt’altro che confortante, dove la detenzione arbitraria a tempo indeterminato di migranti e rifugiati, sottoposti a molteplici violazioni dei loro diritti umani, come estorsione e percosse, traffico e condizioni disumane di detenzione (grave sovraffollamento e carenza di cibo e acqua), sembrano un fenomeno alquanto diffuso e consolidato, motivo per cui lo stesso Salamé, a nome dell’UNSMIL, richiede a gran voce la necessità di “un finanziamento urgente per il Piano di risposta umanitaria 2019 (…) necessario per (..) continuare a rispondere ai bisogni dei più vulnerabili in Libia, compresi i migranti”.

L’approvazione della Risoluzione 2491

Successivamente, il 3 Ottobre 2019, il Consiglio di Sicurezza (che ha la responsabilità primaria per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, ai sensi della Carta delle Nazioni Unite), anche a seguito delle segnalazioni arrivate dal territorio libico, ha ritenuto di dover ribadire il suo forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia, ha adottato la Risoluzione 2491.

Con la suddetta Risoluzione, il Consiglio di Sicurezza ha fermamente condannato gli atti di contrabbando di migranti e di tratta di esseri umani verso, attraverso e dal territorio libico e al largo delle coste libiche, che minano ulteriormente il processo di stabilizzazione della Libia e mettono in pericolo la vita di centinaia di migliaia di persone; al tempo stesso il Consiglio di Sicurezza, accogliendo favorevolmente quanto previsto in precedenza dalle misure della   risoluzione 2240 (2015), ha deciso di incoraggiare una loro continuazione, agendo sempre in base a quanto previsto dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.

Dalla data di adozione della presente risoluzione (3 Ottobre 2019), e per un periodo di dodici mesi, il Consiglio di Sicurezza  ha deciso di rinnovare le autorizzazioni di cui ai paragrafi 7, 8, 9 10, 11 e 17  della risoluzione 2240 (2015), ossia:

  • per il salvataggio delle vite dei migranti o di coloro che sono vittime di tratta, gli Stati membri sono autorizzati ad agire, singolarmente o per mezzo di organizzazioni regionali che si occupano di queste tematiche, attraverso visite o ispezioni (anche senza il consenso dello Stato di bandiera, e derogando così a quanto stabilito dalla United Nations Convention on the Law of the Sea – UNCLOS -), in acque internazionali a largo delle coste della Libia, nei confronti di quelle imbarcazioni che si ritiene  siano utilizzate per il trasporto illegale di migranti o per il traffico di esseri umani dalle coste libiche ( 7);
  • per il sequestro delle navi ispezionate, una volta confermato il loro utilizzo per il traffico di migranti o la tratta di esseri umani provenienti dalla Libia ( 8);
  • per la cooperazione richiesta agli Stati battenti bandiera ed oggetto dell’ispezione e dell’eventuale sequestro, rispondendo tempestivamente alle richieste ricevute dagli Stati membri che esercitino i poteri conferiti dai paragrafi 7 e 8, i quali hanno l’obbligo, dal canto loro, di tenere informati tali Stati circa le misure prese nei confronti delle loro imbarcazioni (par 9);
  • per l’adozione di tutte le misure commisurate alle circostanze specifiche per affrontare i trafficanti di migranti nel pieno rispetto del diritto internazionale in materia di diritti umani (par 10); le autorizzazioni non si applicano altresì alle navi che godono dell’immunità sovrana ai sensi del diritto internazionale;
  • per la riaffermazione (par 11) rispetto alle autorizzazioni per la visita e il sequestro che queste  si applicano solo per quanto riguarda la situazione del traffico di migranti e della tratta di esseri umani in alto mare al largo delle coste libiche e non pregiudicano i diritti o gli obblighi o le responsabilità degli Stati membri ai sensi del diritto internazionale, compresi eventuali diritti o obblighi ai sensi dell’UNCLOS;
  • per gli Stati che si avvalgono dell’autorità della presente risoluzione, questi devono informare  il Consiglio di Sicurezza entro tre mesi dalla data di adozione della presente risoluzione e successivamente ogni tre mesi sui progressi delle azioni intraprese con riferimento a quanto sopra riportato (par17).

 

Inoltre, vengono riaffermati alcuni obiettivi, già oggetto di risoluzioni precedenti (tra le quali la n. 2312  del 2106 e la 2380 del  2017, così come la dichiarazione presidenziale S/PRST/2015/25), quali il  prevenire, indagare e perseguire gli atti di contrabbando di migranti e di tratta di esseri umani, all’interno del territorio libico, lungo i suoi confini e nel suo mare territoriale; con la richiesta al Segretario Generale di fornire un resoconto al Consiglio di Sicurezza a distanza di  sei ed undici mesi, dopo l’adozione della presente risoluzione, onde poter analizzare l’effettiva attuazione della risoluzione n. 2491.

Ad un mese dall’ultima risoluzione

Quanto riportato giorni fa  al Consiglio di Sicurezza da parte della Procuratrice della Corte Penale Internazionale (ICC) Fatou Bensouda  è alquanto avvilente ed allarmante: si afferma che violenze, atrocità ed impunità varie  siano ampiamente diffuse nel Paese. In realtà, è circa un decennio che la Corte Penale Internazionale ha intrapreso la sua attività in Libia, e dai dati che sono emersi si è potuto evincere come vi sia  stata “un’escalation di violenza”,  documentata da numeri  che, per quanto concerne le morti di civili, di sfollati interni, i rapimenti,  le sparizioni e gli arresti arbitrari in tutta la Libia, confermano quelli riportati due mesi fa dal Capo dell’UNSMIL  al Consiglio di Sicurezza.

La Corte Penale Internazionale,  ribadendo  quanto riportato dal Capo UNSMIL Salamé, ha affermato che , senza un sostegno importante da parte del Consiglio di Sicurezza e della Comunità Internazionale, sarà pressoché impossibile porre termine al conflitto libico e così “il paese rischia di essere coinvolto in un conflitto persistente e prolungato e in un fratricidio continuo”. In tale situazione caotica viene altresì evidenziato come gli stessi mandati di arresto ad opera della Corte Penale Internazionale nei confronti di tre fuggitivi accusati di gravi crimini internazionali,  crimini di guerra e crimini contro l’umanità come “persecuzione, detenzione, tortura e altri atti disumani” siano ancora in sospeso;  ovviamente, fintantoché regnerà l’impunità, tutto potrebbe fungere da “stimolo” per altri autori di gravi crimini che, nella convinzione di non essere perseguiti, aumenterebbero le già innumerevoli violenze e sofferenze dei civili, allontanando al contempo il raggiungimento di una stabilità complessiva.

La Procuratrice Bensouda, nella sua dichiarazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha sottolineato come siano gli Stati  ad avere il potere di arrestare e consegnare alla giustizia i soggetti sospettati dalla CPI: serve uno sforzo concertato a livello  internazionale per garantire alla giustizia gli attori di questi crimini, cominciare a rendere giustizia alle vittime in Libia e contribuire a prevenirne di futuri. La stessa Bensouda ha ribadito come, essendo la CPI un tribunale di ultima istanza, questa agisca soltanto qualora gli Stati non “indaghino e non perseguano gravi crimini internazionali”. Tuttavia, anche l’ufficio della CPI per la Libia, per mezzo della raccolta e l’analisi di prove documentali, testimonianze ecc.. sui presunti crimini nei centri di detenzione, sta facendo progressi, cooperando in  “una serie di indagini e procedimenti giudiziari relativi ai crimini contro i migranti in Libia”.

Si spera dunque che, a seguito di accorati appelli e di quest’ultima risoluzione, attuata agli inizi di Ottobre, si possano realmente porre in essere dei cambiamenti, che vadano nella direzione del porre termine alle ostilità, alle atrocità di cui sono vittime i civili, e che consentano il ripristino di una maggiore stabilità per il Paese tutto,  anche con riferimento ai flussi migratori ad  esso in larga parte connessi.

 

 

 

La protezione dei civili nei conflitti armati

Recentemente, sono state approvate due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti i civili nel corso di conflitti armati: la n. 2474 affronta la problematica delle persone scomparse durante i conflitti armati; la n.2475 pone in evidenza la complessa situazione delle persone disabili all’interno dei conflitti.
Entrambe le risoluzioni poggiano le loro premesse sul ruolo primario della Carta delle Nazioni Unite nell’ambito del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, sul rispetto delle norme e dei principi alla base del diritto internazionale umanitario, sottolineando come il raggiungimento di una pace e di una sicurezza sostenibili necessitino di strumenti fondamentali quali il dialogo, la mediazione, le consultazioni e i negoziati politici per superare le differenze e porre fine ai conflitti.

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Il diritto internazionale e il diritto umanitario internazionale.
Per quanto concerne la problematica evidenziata dalla prima risoluzione in esame, si sottolinea come, sia il diritto internazionale relativo alle persone scomparse a seguito di conflitti armati, che il diritto umanitario internazionale (Convenzioni di Ginevra del 1949 e Protocolli addizionali del 1977) hanno previsto che gli Stati membri parti delle Convenzioni si impegnino a rispettare e garantire quanto previsto dalle stesse. Altre risoluzioni in materia sono:

  • le Risoluzioni 1265 (1999), 1296 (2000), 1674 (2006), 1738 (2006), 1894 (2009), 2222 (2015) e 2286 (2016) sulla protezione dei civili nei conflitti armati, nonché le pertinenti dichiarazioni correlate;
  • le Risoluzioni 2417 (2018), 2175 (2014) e 1502 (2003) sulla protezione del personale umanitario impegnato nei conflitti;
  • la Risoluzione dell’Assemblea Generale 73/178 denominata “Persone scomparse”;
  • la Relazione del Segretario Generale sulla protezione dei civili nei conflitti armati del 07 maggio 2019 (S/2019/373).

Anche per la seconda questione evidenziata ovvero i disabili nei conflitti armati, si può continuare a fare riferimento alle Convenzioni di Ginevra e ai Protocolli aggiuntivi, oltreché alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, che all’ articolo 11, afferma: “ Gli Stati Parti prenderanno, in accordo con i loro obblighi derivanti dal diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e le norme internazionali sui diritti umani, tutte le misure necessarie per assicurare la protezione e la sicurezza delle persone con disabilità in situazioni di rischio, includendo i conflitti armati, le crisi umanitarie e le catastrofi naturali”.

Cosa si è fatto da parte degli Stati membri?
Attualmente, a livello mondiale, tante e gravi sono le crisi umanitarie che vedono coinvolti i civili (dall’Afghanistan e Siria alla Repubblica Centrafricana e al Sud Sudan, passando per la Palestina e lo Yemen, o per il Myanmar); si è infatti assistito negli ultimi dieci anni ad una escalation di conflitti che stanno accrescendo le sofferenze di milioni di persone, soprattutto civili. Prendendo come riferimento il “solo” Medio Oriente e Nord Africa, sono più di 71 milioni (dati Unicef) le persone in condizioni varie di bisogno, anche perché in questa vasta area si trovano quei territori (Siria, Iraq, Palestina, Yemen, Libia e Sudan) che stanno da lungo tempo affrontando molteplici crisi umanitarie che mettono a dura prova la resistenza della popolazione locale. In aggiunta,  si può citare l’esempio dei Rohingya (più di 700.000 persone) che dall’agosto del 2017 sono fuggiti dalla violenza in Myanmar e si sono stabiliti a Cox’s nel Distretto di Bazar, in Bangladesh, ma che anche lì si sono trovati ad affrontare problematiche immani quali la mancanza di libertà di movimento, discriminazione e limitato accesso ai servizi di base ma anche sparizioni all’interno dei campi stessi.
Ovviamente, ognuna di queste realtà presenta proprie specificità, ma tutte sono accomunate da una mancata osservanza del diritto umanitario internazionale quando ci si riferisce al non coinvolgimento dei civili nelle attività belliche.

Le due risoluzioni si focalizzano sulle strategie da implementare d’ora in avanti.
Per quanto riguarda i conflitti armati, sono gli  Stati  direttamente coinvolti a dover porre in essere quelle misure volte a proteggere i civili, a salvaguardare i diritti umani di tutti gli individui presenti sul loro territorio e soggetti alla loro giurisdizione, prevenendone la scomparsa e tutelando coloro che si trovano in condizioni di disabilità. Tuttavia, ad oggi,  tutto ciò è lontano dall’accadere; ed è per questo che entrambe le risoluzioni pongono l’enfasi  sull’auspicio che  questi cambiamenti possano realizzarsi.

Quali possono essere le azioni concrete da implementare per affrontare, concretamente, la questione delle persone scomparse nel corso dei conflitti armati?
Non esistono dati certi sul numero delle persone scomparse nei conflitti armati, ma dall’approvazione della Risoluzione n 2474 si chiede che vengano approvate alcune misure:

  • la registrazione dei detenuti di guerra, con l’istituzione di uffici nazionali con le informazioni sui detenuti appartenenti alla parte avversa;
  • una formazione adeguata delle forze armate in merito ai comportamenti che si possono tenere o meno;
  • la garanzia della punibilità di chi ha concorso alla scomparsa dei civili, con una maggiore attenzione nel caso si tratti di bambini e l’adozione al contempo delle misure necessarie per proteggere le vittime e i testimoni;
  • L’utilizzo dei progressi scientifici (la scienza forense per l’analisi del DNA) e di tecnologia (utilizzo di mappe, immagini satellitari e  radar).

In tale contesto poi, va ribadita l’importanza dell’attuazione dei principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, imprescindibili nelle situazioni di assistenza umanitaria nel corso dei conflitti armati (S/PRST/2000/7): è da evidenziare l’incessante sforzo posto delle organizzazioni internazionali, come il  Comitato Internazionale della Croce Rossa nell’affrontare la delicata questione delle persone scomparse. Parimenti si menzionano i Rappresentanti Speciali, gli Inviati, i Coordinatori e i Consulenti del Segretario Generale delle Nazioni Unite, anch’essi impegnati a collaborare per la risoluzione di tale questione.

Quali azioni invece per le persone con disabilità?
Con la Risoluzione 2475 si vogliono implementare i diritti delle persone disabili, in situazioni di emergenza umanitaria. L’acuirsi delle tensioni in alcune aree del globo, come Nord Africa e Medio Oriente ha visto un accrescimento del numero di persone con  disabilità, tra cui un gran numero di minori (dati Unicef).

La richiesta posta agli Stati membri coinvolti nei conflitti è di adottare ogni strumento in loro possesso per proteggere le persone con disabilità da ogni forma di violenza o prevaricazione e di garantire assistenza umanitaria:

  • il reinserimento nel tessuto sociale di riferimento, attraverso forme di riabilitazione, sostegno psicosociale, soprattutto con riferimento a donne e bambini;
  • l’accesso a servizi di base (istruzione, servizi sanitari, trasporti) su un piano di uguaglianza rispetto al resto della popolazione.

Sia le Nazioni Unite che gli Stati membri sono chiamati a svolgere  un ruolo centrale al riguardo, adottando misure adeguate, volte ad eliminare la discriminazione e l’emarginazione delle persone disabili in situazioni di conflitto armato, in base agli obblighi previsti dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, coinvolgendo altresì le organizzazioni della società civile impegnate in tal senso, per lo scambio di proposte o suggerimenti.

Al Segretario Generale poi spetterà il compito di riportare informazioni e raccomandazioni in materia, così da aggiornare periodicamente il Consiglio di Sicurezza sulla situazione generale e particolare, attraverso la raccolta di dati specifici per area geografica, nell’ambito dei mandati e delle risorse investiti all’uopo.

Per concludere si ricorda che quest’ anno ricorre il 70° anniversario delle Convenzioni di Ginevra del 1949, che assieme ai protocolli addizionali, rappresenta una parte fondamentale del quadro giuridico per la protezione dei civili nei conflitti armati; l’occasione è utile per chiedere a quegli Stati che non hanno ancora preso parte alla ratifica dei protocolli aggiuntivi I e II del 1977, di prenderne parte.

Il declino della democrazia: analisi di Freedom in the World 2018

Il 2018 è stato, secondo Freedom House, il tredicesimo anno consecutivo in cui è stato rilevato un peggioramento della “libertà globale”. Questo trend negativo ha toccato diversi paesi in tutti i continenti, indipendentemente dal livello di sviluppo economico e tradizione democratica

Il declino della democrazia: analisi di Freedom in the World 2018 - Geopolitica.info

Freedom House è un’organizzazione non governativa con sede a Washington D.C. che si occupa di condurre ricerche e analisi sulla democrazia, sulla libertà politica e sui diritti umani. Il suo contributo più noto è la pubblicazione annuale di un report chiamato Freedom in the World, in cui viene valutato il livello di libertà, politica e civile, presente in ciascun paese del mondo. Ogni stato viene classificato come Free, Partly Free o Not Free in base al punteggio ottenuto (da 1, Most Free, a 7, Least Free).

Il 2018 ha rappresentato una triste costante: per il tredicesimo anno consecutivo la libertà nel mondo ha subito un calo generale. Infatti, dal 2006 la percentuale di paesi Not Free è aumentata dal 14% al 26% mentre la percentuale dei paesi Free è diminuita dal 46% al 44%. I paesi Not Free hanno mantenuto le loro caratteristiche autoritarie: violenze e incarcerazioni di oppositori politici, censura della stampa, corruzione dilagante, libertà politiche e di espressione molto limitate, uso della forza per reprimere manifestazioni di dissenso, scarsa separazione dei poteri, per citarne alcune. Sono dieci gli stati che hanno il punteggio massimo di 7: Arabia Saudita, Corea del Nord, Eritrea, Guinea Equatoriale, Repubblica Centrafricana, Siria, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Turkmenistan. I paesi che hanno sperimentato un miglioramento sono Angola, Armenia, Ecuador, Etiopia e Malesia in quanto i loro governi sono stati capaci di attuare riforme economiche e sociali che hanno innalzato la qualità della vita della popolazione. Bisogna precisare che ciò non significa che hanno raggiunto necessariamente adeguati livelli di libertà. L’Angola, ad esempio, è passata da un punteggio di 6 nel 2018 a un punteggio di 5.5 nel 2019, rimanendo, quindi, classificata come Not Free.

In generale, nel 2018, sono 68 i paesi che hanno subito un declino nel punteggio mentre sono 50 coloro che hanno visto crescere il proprio. Questa differenza può essere ritenuta ancora più allarmante se si considera che solamente il 39% della popolazione mondiale abita in uno stato Free, contro il 37% e il 24% che abitano rispettivamente in stati Not Free e Partly Free. Dunque, meno di una persona su due nel mondo gode delle piene libertà politiche e civili previste dalla democrazia.

In ogni report, Freedom House analizza la situazione di alcuni paesi ritenuti meritevoli di attenzione. Gli Stati Uniti, roccaforte della democrazia, restano saldamente un paese Free con un punteggio di 1.5. Tuttavia, il report afferma che lo stato di diritto nel paese americano è in declino a causa delle politiche governative riguardanti l’immigrazione, giudicate rigide e confusionarie, e della diffusa discriminazione nei confronti dei rifugiati e dei migranti. Gli Stati Uniti si posizionano dietro 51 degli 87 paesi Free. L’Armenia ha avuto un’importante svolta democratica con l’elezione a Primo Ministro di Nikol Pashinyan in seguito alla Rivoluzione di Velluto, culminata con le dimissioni dell’ex Presidente della Repubblica e allora Primo Ministro Serž Sargsyan. Le passate dichiarazioni del neoeletto Presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, potrebbero far pensare a un possibile passo indietro nei diritti umani e nella democrazia. La Cambogia è sempre più autoritaria, in quanto il Presidente Hun Sen ha eliminato l’opposizione e censurato i media. Paul Biya, Presidente del Camerun dal 1982, ha nuovamente esteso il suo mandato (il settimo) attraverso elezioni giudicate truccate; inoltre, la popolazione anglofona subisce oppressioni e viene emarginata, con il rischio dello scoppio di una guerra civile. La Cina continua le persecuzioni e le detenzioni forzate presso “centri di rieducazione” nei confronti del popolo Uiguro. L’Etiopia vede finalmente la luce: il nuovo Primo Ministro Abiy Ahmed Ali ha concluso un trattato di pace fondamentale con l’Eritrea, portando a termine un conflitto iniziato nel 1998; inoltre, ha liberato migliaia di prigionieri politici, posto fine allo stato di emergenza, licenziato funzionari colpevoli di violazioni di diritti umani e promosso riforme economiche e sociali. L’Iraq ha eletto in maniera democratica il suo ottavo Presidente, Barham Ṣāliḥ. Il Presidente dello Sri Lanka Maithripala Sirisena ha unilateralmente licenziato il Primo Ministro Ranil Wickremesinghe e sciolto il Parlamento, aprendo una grave crisi politica. In Tanzania il governo ha posto agli arresti gli oppositori politici, soffocato le manifestazioni di protesta e consolidato il potere del partito al governo.

Vi sono alcuni paesi che hanno visto mutare il loro status. L’Ungheria è passata da Free a Partly Free a causa dei continui attacchi alle istituzioni democratiche da parte del Primo Ministro Viktor Orbán e del suo partito, accusati di reprimere l’opposizione, i media, i gruppi religiosi, le associazioni, i richiedenti asilo e altri. Il Nicaragua è diventato un paese Not Free a causa della violenta repressione del governo nei confronti della popolazione scesa nelle piazze a manifestare il proprio dissenso; anche i gruppi religiosi e gli oppositori politici sono presi di mira, vengono arrestati o uccisi dai soldati dell’esercito governativo. A causa di dubbi sulla correttezza delle elezioni politiche e del tentativo da parte del governo e dei media alleati di emarginare i giornalistici critici, la Serbia passa da Free a Partly Free. Presidente dell’Uganda dal 1986, Yoweri Museveni ha limitato la libertà di espressione, mettendo sotto controllo le telecomunicazioni e ponendo una tassa sull’utilizzo dei social media; per questo il paese è divenuto Not Free. Infine, lo Zimbabwe ha migliorato il proprio punteggio progredendo da Not Free a Partly Free poiché il Presidente Emmerson Mnangagwa è stato eletto legittimamente.

Ricapitolando, tra il 2006 e l’inizio del 2019, 116 paesi hanno subito un declino netto delle libertà e della democrazia, mentre solo 63 paesi hanno avuto un netto miglioramento. Secondo Freedom House, il deterioramento delle regole democratiche deriva da diversi fattori. I processi elettorali sono peggiorati più di qualsiasi altra misura di libertà. I limiti temporali dei mandati non sono stati rispettati da 34 leader politici negli ultimi 13 anni. La libertà di espressione è in costante declino da anni. La sicurezza degli espatri è in pericolo poiché quasi la metà dei paesi Not Free bersagliano i propri cittadini migrati in altri paesi. Rispetto al 2005 sono aumentate le pulizie etniche. In seguito alla crisi migratoria del 2015, alcuni paesi sono peggiorati a causa di politiche sull’immigrazione aventi scarsa attenzione verso i diritti dei migranti.

Ciò che emerge dal report Freedom in the World 2019 è che la democrazia, dopo i successi ottenuti nel Ventesimo secolo e, in particolare, al termine della Guerra fredda quando i paesi dell’ex blocco sovietico si affacciarono a sistemi democratici, è in uno stato regressivo costante. Perdere di vista gli sviluppi e sottovalutare la condizione della democrazia nel mondo sarebbe un errore molto grave.

Donne, pace e sicurezza tra essere e dover essere. La parola alle donne in Medio Oriente e Nord Africa

Il volume analizza il ruolo delle donne nelle alterne vicende dei conflitti e dei processi di pace nei paesi dell’area MENA, attingendo, tramite interviste riportate nei passaggi più essenziali a creare una connessione con altri luoghi e altre sensibilità, all’essenza contraddittoriale del reale.

Donne, pace e sicurezza tra essere e dover essere. La parola alle donne in Medio Oriente e Nord Africa - Geopolitica.info

Il coro di voci femminili è fondamentale per evitare il generale appiattimento di scenari così diversi nei vari paesi del Medio Oriente e Nord Africa, spesso iper-semplificati fino a presentare una narrativa unica e omogenea. Il valore di questo studio sta nel suggerire che l’uguaglianza di genere è una questione significativa in tutti i contesti e a maggior ragione nell’analisi dei movimenti sociali della Primavera Araba.

Si pongono questioni essenziali rispetto all’effettività di norme come la Risoluzione ONU 1325, in relazione alla violazione dei diritti umani di quelle donne (attiviste, educatrici, manifestanti, giornaliste, blogger, politiche, martiri e oppositrici) che dovrebbero poter rivendicare diritti garantiti, almeno sulla carta, da ordinamenti nazionali e internazionali. Ciò che risulta chiaro da questa lettura è che non può esserci uguaglianza senza partecipazione, includendo le donne.

La domanda che più spesso si fa sentire e che propone la stampa riguarda la valutazione del grado di successo delle Primavere Arabe: la questione è tuttora irrisolta, ma questo non significa che sia stata una sconfitta per le donne. Agli inizi delle rivolte, immagini di donne che prendevano parte alle proteste invadevano con una forza prorompente i media: molta parte di questa narrativa “progressista” non teneva conto del fatto che le donne da sempre hanno partecipato attivamente, non sono mai state soggetti che vivevano avulsi dalle questioni politiche e sociali. La violenza contro le donne è stata perpetrata proprio perché era noto a tutti il potere distruttivo di questi atti e l’attacco a quei corpi, che l’Islam pretende siano puri, ha avuto i risultati sperati: ferire le donne nel corpo e nell’anima.

Il cambiamento che possiamo concepire da un punto di vista occidentale non può essere un metro di valutazione delle situazioni nei paesi MENA, ma questo non significa che dobbiamo lasciare le donne a se stesse: oggi più che mai è necessario continuare a sostenere incontri di dialogo per sostenere attività utili a creare le condizioni per cui la Risoluzione 1325 sia applicata nella sua completezza. Democrazia ed empowerment non possono essere desideri stravaganti e irrealizzabili: sono l’unica via per contrastare gli estremismi, costruire un mondo più pacifico e permettere il rifiorire di un mondo arabo capace di vive una nuova Nahda (Rinascimento).

L’inizio dell’era Bolsonaro tra accuse di corruzione e polemiche

Jair Bolsonaro, 38esimo Presidente brasiliano, ha iniziato il suo mandato con un discorso inaugurale in cui ha ribadito i forti toni e i propositi espressi in campagna elettorale: in primis la protezione dei valori conservatori e della tradizione giudaico-cristiana dalle “ideologie nefaste”, quali il socialismo, il “politicamente corretto” e “l’ideologia di genere”. Il neo Presidente ha fatto riferimento, inoltre, alla crisi economica, alla criminalità e alla corruzione del Paese come problematiche da affrontare per “cambiare il destino” del Brasile.

L’inizio dell’era Bolsonaro tra accuse di corruzione e polemiche - Geopolitica.info

Nonostante la promessa di mantenere il pugno di ferro contro qualsiasi forma di corruzione, però, sono arrivate anche per il suo entourage le prime accuse di illecito.
Il primo ad essere finito nel mirino è il figlio, Flavio Bolsonaro, senatore del nuovo Governo. Secondo un’indagine del Consiglio per il controllo delle attività finanziarie egli sarebbe stato coinvolto, a partire da gennaio 2016, in una serie di pagamenti sospetti (per l’equivalente di 275.000 euro), versati sui conti di deputati e senatori brasiliani. Dopo che il figlio si è dichiarato innocente, Bolsonaro ha assicurato che i veri responsabili verranno perseguiti dalla legge.

Una seconda inchiesta è stata aperta, su richiesta della Procura generale, dal Supremo Tribunale Federale brasiliano (Stf) nei confronti di Onyx Lorenzoni, ministro dell’interno. L’accusa, in questo caso, riguarda un presunto finanziamento illecito ricevuto da Lorenzoni da parte della multinazionale JBS, per finanziare il Partido Social Liberale. Secondo le testimonianze di alcuni ex dirigenti di JBS, la cifra ammonterebbe a circa 47.000 euro e, sebbene il Ministro abbia pubblicamente ammesso il suo coinvolgimento nel 2012, il fatto si sarebbe poi ripetuto anche nel 2014.

Tali insinuazioni rischiano di gettare discredito sull’ex militare, il quale aveva vinto il favore popolare, oltre che con un uso sapiente dei social media, proprio presentandosi come l’unico candidato giusto e incorruttibile mentre lo scandalo Lava Jato stava colpendo non solo il leader del Partido dos Trabalhadores, ma anche quelli di centro e centro destra.

In merito a quest’ultima vicenda, stando a recenti indiscrezioni, le carte potrebbero presto rimescolarsi. Secondo la difesa di Lula da Silva, infatti, la condanna in primo grado a nove anni di carcere per riciclaggio e corruzione sarebbe nulla in quanto emessa dall’attuale ministro della Giustizia, il giudice Sergio Moro, il quale avrebbe agito “per fini politici”.

Una vittoria che ha diviso il paese e l’opinione pubblica

Come si è visto, la vittoria di Bolsonaro  ha generato diffusi timori nella comunità internazionale e ha diviso il Brasile: da una parte, a Nord, spicca la sinistra socialista, dall’altra, a Sud, prevale l’estrema destra.
Si teme, perciò, un aumento della violenza in uno Stato che nel 2017 ha tristemente raggiunto il record dei 60.000 omicidi che, in altri termini, significa un delitto ogni 7 ore.

La forte preoccupazione è legata, in particolar modo, alla proposta del “Trump brasiliano” di inserire una nuova definizione di “legittima difesa” nel Codice Penale e di modificare lo Statuto di Disarmo Estatuto de Desarmemento– introdotto nel 2003 dal Governo Lula, proprio per disincentivare l’utilizzo delle armi da fuoco.

Molti ritengono che tale decisione, unita alla “politica dell’odio” di Bolsonaro, non farà altro che esacerbare le tensioni. Di avviso contrario è il Presidente che ritiene che per risolvere il problema della criminalità, sia necessario permettere l’auto-difesa delle “persone per bene” e garantire la protezione giuridica ai poliziotti nell’esercizio delle proprie funzioni.

Un’altra questione aperta, riguarda il ruolo geopolitico che il Brasile ricoprirà durante il mandato di Bolsonaro. Considerato il suo atteggiamento, definito dai più “sovranista”, “populista” e “antiliberale”, ci si chiede come muteranno gli equilibri all’interno della regione sudamericana con riferimento, in particolar modo, alle relazioni con Venezuela e Cuba. Si prospettano dei cambiamenti anche sul piano internazionale e si guarda, soprattutto, all’asse economico Brasile-Cina e agli accordi stipulati in seno a Brics e Mercosur.

Nonostante le criticità fino ad ora sottolineate, i mercati hanno reagito bene all’entrata in scena dell’ex militare e, ancora di più, di Paulo Guedes, designato ministro dell’Economia. Quest’ultimo, ha rassicurato gli investitori con propositi di risanamento del debito pubblico brasiliano e di nuovo slancio e autonomia per il tessuto imprenditoriale del Paese.

Rimane, però, un’ultima problematica da considerare, ossia quella ambientale.Cosa comporta il fatto che il Presidente del Paese con la più estesa foresta tropicale al mondo non consideri l’ambiente una priorità?

I primi passi del governo Bolsonaro contro l’ambiente e gli indios

Ad allarmare gli ecologisti era stato, già durante la campagna elettorale, il piano prospettato di favorire collegamenti stradali attraverso le verdi e incontaminate foreste, perché “l’Amazzonia è del Brasile, non un patrimonio del mondo”.

Un recente provvedimento provvisorio, firmato dal Presidente e pubblicato nella Gazzetta ufficiale, ha confermato tali timori. Nel documento è previsto che la demarcazione e la gestione delle riserve indigene in Brasile, passi dalla Fondazione Nazionale per gli Indigeni (Funai) al ministero dell’Agricoltura, affidato a Tereza Cristina Dias. La donna, leader della “Bancada Ruralista” ossia la lobby brasiliana dei proprietari agricoli, è stata soprannominata in Brasile “Musa del veleno”, per aver approvato l’uso di sostanze nocive per accrescere la produzione e la vendita dei raccolti. Perciò, molti sottolineano, la sua non idoneità a ricoprire un simile incarico.

Tale provvedimento comporterebbe, inoltre, un passaggio della Funai dalla sfera giuridica del ministero della Giustizia a quella del ministero delle Donne, della Famiglia e dei Diritti Umani, retto da Damares Alvares. La ministra Alvares è nota per le sue forti posizioni conservatrici, evangeliche ed anti-abortiste e per essere co-fondatrice di una ONG, Atini, ora sotto inchiesta per incitamento all’odio razziale.

Il rischio maggiore, perciò, sembra essere quello di attacchi ancora più numerosi agli indios e alle loro terre, già abbondantemente minacciate dalle occupazioni abusive di minatori e agricoltori e, negli anni ’70 e ’80, vittime di genocidio. Queste riserve sono fondamentali, perché costituiscono il 13% del territorio brasiliano e le comunità indigene ivi stanziate svolgono una funzione rilevante nel proteggere l’ambiente, come dimostra il fatto che, in queste zone, la perdita di foreste procede alla metà della velocità rispetto alla media.

 L’importanza di questi terreni è stata sottolineata, in termini differenti, anche da Bolsonaro che ha dichiarato “non esiste territorio indigeno in cui non vi siano minerali. Oro, stagno e magnesio sono presenti in queste terre, soprattutto in Amazzonia, l’area più ricca al mondo. Non asseconderò questa assurdità di difendere la terra degli indiani”.

Secondo i dati dell’Istituto di ricerca ambientale dell’Amazonia (Ipam) la deforestazione sta aumentando e ha toccato il record del +13,7% in un anno, il che significa che la quantità di alberi persi, a partire dal 2016, è equiparabile alla scomparsa di 128 campi di calcio all’ora.

La Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita

C’è davvero molto su cui ragionare in merito alle polemiche degli ultimi giorni legate all’impossibilità, da parte della popolazione femminile, di poter partecipare alla finale di Supercoppa italiana tra Milan e Juventus, che si svolgerà in Arabia Saudita il prossimo 16 gennaio.

La  Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita - Geopolitica.info La Stampa

Il panorama politico italiano da destra a sinistra, accortosi dell’accordo sottoscritto dalla Lega Italiana che riceverà più di 20 milioni di euro per far disputare tre partite sul suolo saudita, ha chiesto l’annullamento del match o quanto meno la sostanziale modifica organizzativa che possa permettere alle donne sole e appassionate di sport (quelle accompagnate dai mariti possono parteciparvi, ma solo in determinate zone) di poter sedere sulle tribune del King Abdullah Sports City Stadium a Gedda.

Come è noto a tutti, se non agli sprovveduti, l’Arabia Saudita non è particolarmente incline ai ripensamenti e le concessioni nei confronti del gentil sesso non arrivano dal cielo con particolare facilità. Pensare che la Lega Italiana non fosse a conoscenza della cosa è ridicolo ma, d’altra parte, “pecunia non olet” e per un calcio come il nostro -non particolarmente appetibile- pare sia meglio sacrificare il celebre “segno rosso” dalla faccia di tutti i calciatori sostenitori dei diritti femminili, pur di accaparrarsi qualche decina di milioni di euro.

Lo scandalo in realtà è che ci si scandalizzi. L’Arabia Saudita è un partner commerciale di primo livello per l’Italia e che i giornalisti scomodi vengano uccisi e fatti a pezzi nelle proprie sedi diplomatiche non sembra aver mai scosso nessuno fino in fondo. Secondo i dati ufficiali del ministero per lo Sviluppo Economico nel 2017 abbiamo esportato verso i Paesi del Golfo più di venti mila milioni di euro e, nella fattispecie, lo stato saudita ha comprato dall’Italia 3,9 miliardi di euro, una cifra di certo non secondaria. Abbiamo venduto principalmente cibo, vino, mobili, elettronica e armi, la quale cosa non è di certo un particolare segreto. Anzi. Il punto è, però, che tutti questi prodotti, che solo la manifattura italiana è in grado di produrre, li esportiamo, in ogni parte del mondo e, talvolta, proprio quei paesi in cui il rispetto dei diritti umani è più che discutibile, sono i nostri principali acquirenti. Pensiamo ad esempio a ciò che accade in India dove le donne, o meglio le bambine, in giovane età sono obbligate a contrarre in matrimonio uomini adulti scelti dai genitori. Discorso medesimo sarebbe da fare riferendosi alla Cina che giusto pochi giorni fa ha annunciato con preoccupante serenità l’intenzione di conquistare una giovane e compiuta democrazia come Taiwan. La stessa Cina, giusto ricordarlo, che non concede democratiche elezioni, che non permette la divulgazione della religione cristiana e che nega il diritto di esistere al popolo tibetano. Ma le cose per cui scandalizzarsi sarebbero molte altre. I prossimi mondiali di calcio del 2022 si svolgeranno nel Qatar che da qualche anno è considerato uno dei più grandi sponsor del terrorismo islamico nel mondo; lo stesso Paese che, dopo essersi aggiudicato l’assegnazione della competizione calcistica, ha “importato” manovalanza orientale per costruire le infrastrutture a costi irrisori e con condizioni lavorative vicine alla schiavitù.

Il clamore per il prossimo match è quindi ipocrita? Assolutamente no. Nessuno può ergersi giudice tanto da poter condannare un’imprenditore che decide di vendere il suo Franciacorta in un paese arabo, così come nessuno può sentenziare contro quell’azienda che dà lavoro grazie ad una commessa saudita. Ma una partita di calcio tra alcune delle più grandi squadre italiane è un patrimonio che dovremmo pensare bene se svendere per una manciata di milioni di euro. È una parte di noi, della nostra società e della nostra storia che da sempre ha diviso ma ancor di più unito il paese. Pensare di guardarla in uno stadio infinitamente lontano da noi, dove le donne sono confinate come animali in un angolo, è il più grande autogoal che il calcio italiano possa fare. Ed allora il rosso sulle guance dei calciatori dovrà essere per la vergogna.

L’Afghanistan e la lenta rivoluzione femminile

Dal 2001, in Afghanistan, con il rovesciamento del governo talebano, le donne hanno riacquisto, almeno formalmente, il diritto di andare a scuola, di lavorare e di votare. Nei fatti, tuttavia, la condizione femminile non è stata realmente rivoluzionata dall’intervento statunitense. I cambiamenti, in un contesto logorato dalla presenza di estremismi sul territorio e dalla guerra stessa, si sono rivelati più lenti e difficoltosi del previsto. La situazione in Afghanistan è infatti ancora molto complicata, dal punto di vista sociale e culturale. La guerra non si è conclusa, nonostante dal 2015 lo scopo delle truppe Nato inviate in Afghanistan dovrebbe essere unicamente quello di offrire sostegno nella formazione dei militari. Scontri violenti, che si sono verificati anche in occasione delle elezioni di ottobre, continuano a rallentare il processo di ripresa culturale e ad alimentare timori e sfiducia.

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Allo scopo di promuovere l’emancipazione femminile in Afghanistan, tre anni fa è stato lanciato dall’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) il programma Promote. Programma, tuttavia, che non ha ancora riscosso il successo sperato. Rafia Zakaria, avvocata e filosofa della politica statunitense di origine pakistana, sostiene che il progetto sia fallito. In un articolo redatto per Dawn, il più diffuso quotidiano pakistano in lingua inglese, Zakaria si è scagliata contro il programma made in Usa denunciandone la scarsa capacità di incidere realmente nel processo di empowerment femminile. Washington, afferma Zakaria, ha fatto dell’emancipazione della donna uno dei suoi principali cavalli di battaglia, senza tuttavia formulare un piano efficace, ponendosi unicamente come “benevola potenza egemone”. I budget del dipartimento di stato americano e dell’Usaid hanno nel frattempo subito ingenti tagli.

Gli obiettivi indicati dalle autorità non sarebbero, secondo l’avvocata, obiettivi veritieri. Questa tesi sarebbe confermata da un rapporto dell’ispettore speciale generale per la ricostruzione afghana, una sorta di verifica del programma Promote, pubblicato a metà settembre. Promote avrebbe dovuto favorire e incrementare l’emancipazione femminile in tutti i settori della società, ma non è stato ottenuto il riscontro sperato. La mancanza di un memorandum d’intesa tra il ministero afghano degli affari delle donne e l’Usaid potrebbe essere, secondo Zakaria, una delle cause che ha portato al fallimento di un progetto tanto ambizioso, così come la disorganizzazione dell’agenzia e l’eccessiva burocrazia che ne ha rallentato l’opera. La condizione delle donne, inoltre, nonostante gli sforzi e le future correzioni del tiro dell’Usaid, tarderà a migliorare in una società che, già pregna di pregiudizi, ha associato i programmi per l’emancipazione femminile a un dominio esterno e, soprattutto, a una disastrosa guerra.

Dall’interno del territorio afghano, infatti, sono ancora poche le iniziative atte a migliorare la condizione di vita femminile. Tra queste “#WhereIsMyName”, una protesta nata e diffusa sui social lo scorso anno contro l’abitudine degli uomini di non chiamare mai per nome le donne in pubblico. Il solo nominarle, infatti, è considerato poco onorevole. Nei certificati di nascita non è indicato il nome della madre, negli inviti di nozze manca quello della sposa: una delle pratiche consuetudinarie di sminuimento della donna di cui il tessuto sociale afghano si è impregnato nel corso degli ultimi decenni e che contribuiscono alla difficoltà dei programmi di empowerment di fare realmente presa e radicarsi.

La protesta stessa, pacifica e spontanea, è tuttavia da considerarsi uno dei segnali di ripresa dell’Afghanistan, che potrebbero far pensare a una svolta, seppur lenta, nel processo di autoaffermazione femminile. Altre proteste sono scoppiate negli ultimi anni: a marzo del 2015 le donne afghane si sono mobilitate per protestare contro l’uccisione di Farkhunda, una ventisettenne accusata di aver bruciato una copia del Corano; nello stesso anno, solamente pochi giorni prima, giovani afghani erano scesi in piazza indossando il burqa per sostenere la battaglia per l’emancipazione femminile; da Kabul, lo scorso aprile, è partita la potente campagna a favore della parità di genere che ha toccato l’intero Paese. Inoltre, le elezioni di ottobre per il rinnovo della camera bassa del Parlamento hanno visto candidarsi ben 417 donne, circa il 16% del totale. Lo stesso rinnovo parlamentare, favorendo un ricambio generazionale nella guida del Paese, con la sostituzione da parte di giovani innovatori dei membri più conservatori, potrebbe porre nuove basi per una rifioritura sociale in generale e femminile in particolare.

Viaggio in terra mapuche

I Mapuche sono un popolo originario del Cile centrale e meridionale e del sud dell’Argentina, che oggi conta tra i due e i tre milioni di membri. La loro lingua è il mapudungun, che significa “lingua della terra”, con cui può essere spiegato il loro stesso nome, letteralmente “popolo della terra”, da Che, “popolo”, e Mapu, “della terra”. Come tutti i popoli indigeni del continente, i Mapuche vivono in uno stretto legame con il territorio che abitano da secoli e hanno una filosofia e una spiritualità proprie; vivono inoltre attraverso una gestione comunitaria e collettiva della vita e delle risorse, volta alla difesa dallo sfruttamento industriale e dalla contaminazione delle risorse naturali.

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Da lungo tempo ormai le terre della Patagonia argentina abitate dagli indigeni mapuche sono parte di un progetto di appropriazione del territorio, diventato fonte di ricchezza per varie imprese, prevalentemente straniere. Nonostante alle popolazioni indigene siano stati riconosciuti diritti a livello internazionale e nazionale e nonostante sia stata riconosciuta la loro esistenza prima ancora della formazione degli stati che hanno preso poi il nome di Argentina e Cile, questo popolo vive tra continue difficoltà: con il supporto del governo, le multinazionali da anni si impossessano di territori appartenenti alle comunità indigene per promuovere lo sviluppo del paese, uno sviluppo però che i Mapuche denunciano come volto unicamente al profitto e non ad un concreto miglioramento della vita della popolazione.

Alla fine dello scorso anno abbiamo deciso di partire per l’Argentina, proprio perché spinte dal desiderio di comprendere più a fondo la vita di questo popolo e le rivendicazioni da esso portate avanti, così come le dinamiche che sono state in grado di portare l’anno passato alla morte di due giovani ragazzi che a favore di tali rivendicazioni si erano schierati, Rafael Nahuel e Santiago Maldonado.

Durante il nostro viaggio, avvenuto nel gennaio di quest’anno, abbiamo trascorso alcuni giorni nella comunità mapuche Pillan Mahuiza, nel Corcovado; il territorio dove oggi tale comunità risiede è il frutto della riappropriazione di un terreno da cui da tempo gli indigeni erano stati allontanati e che, divenuto di proprietà della polizia di provincia, veniva dedicato esclusivamente e in maniera intensiva alla crescita di pini, estranei alla natura locale e dunque deleteri per la sua preservazione. Autrice del recupero fu, alla fine del 1999, una donna mapuche, Moira Millan: sono trascorsi 18 anni da allora e Moira, che ancora vive lì con la sua famiglia, già intravede i primi miglioramenti dal punto di vista ambientale, ad esempio il ritorno di animali come condor e puma.

Il territorio della comunità Pillan Mahuiza, oltre a trovarsi in una posizione strategica poiché al confine con il Cile, è ricco di riserve acquifere ed è molto fertile. Proprio per questi motivi non passa inosservato: c’è chi ad esempio vorrebbe installarvi dighe per sfruttarne il potenziale, con la conseguenza però di inondare ettari di terreno dove i Mapuche ancora oggi abitano. Proprio per trattare di problematiche come questa la comunità Pillan Mahuiza ha organizzato tra il 6 e il 7 gennaio quello che in mapudungun è chiamato Trawun, una sorta di incontro parlamentare cui hanno partecipato Mapuche provenienti da diverse comunità ed esponenti non mapuche di organizzazioni e cooperative interessate a tale realtà, e al quale anche noi abbiamo avuto l’opportunità di assistere; durante queste giornate è emersa chiaramente la posizione di questo popolo, il quale non pretende assistenzialismo da parte dello stato ma rivendica il suo diritto al territorio, auspicando un futuro in cui esso non sia più organizzato unicamente a partire da definizioni politiche ed economiche.

Il ruolo di moderatore del Trawun è stato assunto da Mauro Millan, fratello di Moira e capo (lonko in mapudungun) della comunità Pillan Mahuiza, fondatore dell’organizzazione di comunità mapuche e tehuelche “11 de Octubre” e della radio comunitaria Petu Mogeleiñ.

In occasione di questo importante incontro, l’antropologa e ricercatrice del CONICET (El Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas) Ana Ramos, docente all’Università Nazionale del Rio Negro, si è incaricata di prendere in esame ed analizzare tre grandi stereotipi che da lungo sarebbero presenti in Argentina e che hanno come oggetto i Mapuche. Il primo viene realizzato da chi vuole considerarli come stranieri in questo paese: le teorie basate sul predominio di una razza sull’altra affermatesi al tempo della dittatura sarebbero ancora presenti oggi e farebbero sì che si arrivi a pensare che i veri abitanti dell’Argentina debbano essere necessariamente bianchi; i Mapuche però abitano il territorio a est della cordigliera delle Ande da molto prima dei colonizzatori europei, quando le divisioni territoriali stabilite dai confini politici non esistevano. Il secondo stereotipo è quello che dipinge i Mapuche come gente violenta, presentandoli all’immaginario collettivo come i più feroci tra gli indigeni, capace di barbarie senza paragone. L’ultimo è poi quello che nega l’esistenza di questo popolo al giorno d’oggi, diffondendo l’idea che quanti abitano oggi l’Argentina siano al cento per cento di discendenza europea.

La ricercatrice durante il suo intervento ha sottolineato come questi stereotipi siano forti nel paese e non possano lasciare i Mapuche indifferenti: poiché le sue storie e i suoi racconti del passato sono stati etichettati nel tempo come miti e favole, questo popolo vuole riportare alla luce ciò che nella sua lingua si chiama Nutram, ovvero ‘la storia vera’. Questo è un obiettivo fondamentale per i Mapuche, i quali ricordano come fino agli anni della conquista del deserto, alla fine degli anni 70 del diciannovesimo secolo, buona parte della Patagonia fosse loro territorio. Tra i loro ricordi spicca quello dei campi di concentramento istituiti in varie zone del paese al tempo della guerra guidata dal generale Roca: luoghi in cui si soffriva la fame vivendo in condizioni disumane, dove famiglie vennero divise e disperse e molti trovarono la morte. Altro tipo di memoria è quello della historia del regreso, la memoria di quanti sopravvissero ai campi e tentarono dunque di tornare alla loro vita, costituendo un racconto che è diverso per ogni comunità.

Dopo questo inquadramento di carattere storico e sociale le questioni affrontate con maggiore preoccupazione sono state le vicende più contemporanee: tra queste hanno avuto particolare risalto le questioni legate alla presenza dell’impresa Benetton in Patagonia a partire dal 1991, anno in cui l’azienda ha acquisito la Compagnia de Tierras Sur Argentino, diventata alla fine degli anni 70 la principale proprietaria di terreni della Patagonia argentina: in questi territori però, nonostante venissero ritratte come ormai estinte, erano presenti ancora molte comunità Mapuche. L’impresa italiana utilizza oggi questi terreni, più di 800 mila ettari, per i propri scopi produttivi, mentre gli indigeni rivendicano quei luoghi come loro territorio ancestrale e ne denunciano l’utilizzo fatto dalla Benetton così come da altre multinazionali, le quali, con il supporto del governo, possono allontanarli dalle loro case e servirsi del territorio senza prestare attenzione ai loro diritti o ai danni ambientali che ciò comporta.

Questi sono gli eventi che hanno convinto i Mapuche della necessità di mostrare il proprio dissenso, di far sentire le loro voci e di rivendicare un territorio che da lungo tempo viene conteso: questo ha portato all’occupazione di territori, alla nascita di organizzazioni e alla realizzazione di molte manifestazioni, così come all’instaurarsi di una catena di azioni e reazioni all’interno del quale non sono mancati scontri, incarcerazioni e, purtroppo, morti.

Oggi, a quasi un anno da quell’incontro, questo popolo continua a portare avanti le sue rivendicazioni.

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