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Il futuro dell’America Latina passa per la Cina?

L’America Latina sta affrontando una delle più gravi crisi che sia stata mai registrata. Gli sviluppi incerti del nuovo coronavirus e il timore per le ripercussioni economiche future non fanno presagire nulla di buono. Un supporto per ripartire potrebbe arrivare dalla Cina, dai primi anni duemila sempre più presente nell’area e pronta a scalzare definitivamente gli Stati Uniti dall’egemonia economica e commerciale che ancora vantano nella regione.

Il futuro dell’America Latina passa per la Cina? - Geopolitica.info

L’accelerazione del COVID-19 in America Latina sta mettendo in seria difficoltà la stabilità dei Paesi della regione, evidenziandone le lacune strutturali. La strada per superare la crisi sanitaria per il momento non è ancora stata trovata, nonostante molti Paesi abbiano adottato le consuete misure di contenimento. Le condizioni economiche non sono migliori; infatti stando a quanto riferito lo scorso aprile dalla Commissione Economia per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite (CEPAL), in un report sugli effetti economici e sociali della crisi sanitaria sulla regione, il PIL nel 2020 subirà un calo del 5,3%. La situazione risulta ancor più negativa secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale che, a giugno, segnano un -9,4% per l’anno corrente.

La risposta dei Paesi latinoamericani deve essere rapida e ben strutturata, oltre che supportata da una potenza mondiale che possa garantire slancio e investimenti. Gli Stati Uniti, storicamente dominanti nell’area e che, dall’enunciazione della Dottrina Monroe (1823), definiscono i territori a sud del Rio Grande come “il cortile di casa”, non sembrano in grado di poter soddisfare le necessità latinoamericane, a causa del progressivo disimpegno dell’amministrazione Trump dalla regione e di un contagio interno ancora non controllato. In questo spazio potrebbe inserirsi invece la Cina, già presente in America Latina e desiderosa di mostrare la qualità della propria leadership in ambito internazionale, accrescendo ulteriormente il suo peso commerciale e la sua influenza politica.

La rincorsa cinese alla supremazia americana è iniziata nei primi anni Duemila, quando il Neopresidente George W. Bush, dopo l’attentato dell’11 settembre, decise di alleggerire il controllo sull’area latinoamericana per concentrarsi sul Grande Medio Oriente. L’avanzata cinese è stata caratterizzata da investimenti e prestiti; dal 2000 al 2017, infatti, Pechino ha investito in America Latina 109 miliardi di dollari. Ancor più alta è la cifra dei prestiti erogati dal 2005 dalla China Development Bank e dalla Export-Import Bank of China, pari a 141 miliardi di dollari, di cui l’87% destinati a progetti infrastrutturali ed energetici. Per capire la portata dello sforzo cinese basti pensare che i fondi erogati da Pechino hanno superato quelli emessi dalla Banca interamericana di sviluppo, dalla Banca Mondiale e dalla Banca di sviluppo dell’America Latina.

Oltre al supporto economico-finanziario, la Cina ha trovato nell’America Latina un partner commerciale. L’interscambio tra le due aree è passato da un giro di affaridi 17 miliardi di dollari nel 2002 ai 307 miliardi del 2018. Questo rapido sviluppo è stato agevolato dall’estensione della Belt and Road Initiative verso il Centro e Sud America; in pochi anni sono stati siglati accordi con 18 Paesi dell’area e il prossimo obiettivo è quello di includere all’interno del programma, nonostante tutte le difficoltà del caso, almeno uno tra i Paesi più grandi della regione (Argentina, Brasile, Messico).

La corsa alla supremazia, soprattutto in un periodo come questo, passa necessariamente anche dai progetti di assistenza sanitaria. Come riportato dallo studio del Wilson Centre, istituto di ricerca indipendente americano, il supporto di forniture mediche ai Paesi dell’America Latina è stato, ed è ancora adesso, principalmente garantito da Pechino. A ricevere dispositivi di protezione individuale (DPI), ventilatori e kit diagnostici sono stati soprattutto Brasile (911mila DPI, 29.600 kit e 94 tra ventilatori e altri strumenti), Messico (250.000 DPI, 100.000 KIT e 1.280 ventilatori), Colombia (970.000 DPI, 30.000 kit e 500 ventilatori), Argentina (650.000 DPI, 53.000 kit e 723 ventilatori) e Perù (616.000 DPI, 60.000 kit e 636 ventilatori).

In un periodo di instabilità e incertezze, gli Stati Uniti non sembrano pronti a supportare in modo risolutivo la vicina America Latina. Proprio per questo e a causa di una recessione che metterebbe in discussione gli equilibri sociali, in alcuni casi precari, i Paesi latinoamericani potrebbero avvicinarsi autonomamente alla potenza asiatica, pronta ad assumere il ruolo di guida regionale e a proiettarsi verso una leadership internazionale mai come oggi incerta.

Stefano Di Giambattista
Geopolitica.info

La crisi dell’esempio americano

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti emersero come nuovo centro del potere mondiale, completando un iter iniziato dai primi anni del XX secolo e ottenendo il ruolo che era stato di Londra per molto tempo.
Per adattarsi a questa nuova realtà, gli USA mutarono radicalmente la propria posizione a livello internazionale, abbandonando del tutto l’isolazionismo che li aveva caratterizzati fin dalla loro istituzione.
L’economia e la potenza militare assicurarono le basi più concrete del primato statunitense, ma ciò che influenzò l’emisfero occidentale in maniera più evidente fu la società americana. Sebbene non mancarono periodi di forti tensioni come quelle sviluppatesi in concomitanza con l’affermazione dei movimenti per i diritti civili, l’idea della società “equa e morale” divenne sinonimo di quella americana.

La crisi dell’esempio americano - Geopolitica.info

In numerose occasioni le conquiste della struttura sociale americana, dai pari diritti, all’affermazione e difesa delle libertà dei cittadini in numerosi campi, furono precorritrici dei tempi. L’influenza di Washington così si espandeva anche nel settare queste linee guida sociali, che fungevano da “imprimatur” per le nazioni del blocco occidentale, che spesso le replicavano nei propri ordinamenti interni, facendo del sistema americano un esempio da seguire.

La nuova tradizione del primus inter pares

Essendo seguita da molti, l’America divenne quasi un ideale, un concetto, un “modus vivendi”: molti politici guardavano a Washington per aiuto e consiglio, i giovani ne seguivano le mode e l’economia le scelte. Presto il ruolo di leader iniziò ad influenzare gli Stati Uniti in maniera capillare.

Uno degli esempi fu l’evoluzione della dialettica presidenziale. Alla Casa Bianca si iniziò ad utilizzare un particolare linguaggio nelle dichiarazioni ufficiali, influenzato dalle pesanti tensioni ideologiche della guerra fredda e da una profonda convinzione di essere nel giusto. Eisenhower nel 1950 sostenne: “per distruggere le libertà umane e per controllare il mondo, i Comunisti usano ogni arma concepibile (…) spinto da questa minaccia alla nostra stessa esistenza, Io parlo stanotte (…) della crociata della libertà. (…) per combattere la grande bugia con la grande verità”.
Tali convinzioni resistevano anche nelle occasioni nelle quali il ruolo di “poliziotto del mondo”, si scontrava direttamente con quello di uno Stato promotore di pace, creando contraddizioni tra il principio e l’azione. Ma ciò non veniva percepito come inappropriato. Il presidente Kennedy, nel 1961, spiegò come si potesse essere una nazione di pace, ma capace di agire comunque in scenari bellici, giustificando il fine per il quale gli USA stavano agendo: “Abbiamo proposto ai nostri alleati il ​​piano di disarmo del 1951 mentre eravamo in guerra con la Corea. E facciamo le nostre proposte oggi, mentre costruiamo le nostre difese su Berlino, non perché siamo incoerenti o insinceri o intimiditi, ma perché sappiamo che prevarranno i diritti degli uomini liberi”.

In un crescendo, si arrivò addirittura a sostenere un dovere quasi messianico,esemplificato dalle parole di Nixon del 1969: “Non lasciamo che gli storici appuntino che quando l’America fu la più forte nazione del mondo noi facemmo orecchie da mercante e lasciammo soffocare dai totalitarismi le ultime speranze per pace e libertà di milioni di persone”. L’America raggiunse negli anni della guerra fredda un ruolo di primus inter pares,un polo d’attrazione per chi si definiva equo e libero e ne assunse pienamente i tratti. Con questo forte condizionamento, presto le azioni internazionali definibili come “giuste” divennero quelle “americane” e viceversa le azioni “americane” divennero automaticamente “giuste” agli occhi della maggioranza delle nazioni.

Quando venne a mancare “il” nemico con la caduta dell’URSS, il gioco dei ruoli iniziò ad incrinarsi.
Il crollo dell’Impero Sovietico portò con sé la visione strutturata del mondo comunista, da sempre definita come direttamente opposta a quella americana, pericolosa, ingiusta, iniqua ed amorale, ma questo fu l’ultimo tassello per confermare quanto fosse giusta e fondata la “via americana” agli occhi degli americani stessi.

Il nadir a occidente

La tradizione diplomatica e politica di ogni nazione si fonda sulle esperienze passate e le conseguenti vittorie o sconfitte della propria storia, per questo motivo è stato in una certa misura naturale per gli Stati Uniti mantenere un comportamento da “princeps” anche nel XXI secolo. Sebbene lo scenario internazionale fosse mutato profondamente negli anni Novanta, non essendoci più un solo sistema di pesi “dualistico”, gli Stati Uniti non vollero (forse non riuscirono a) lasciare il centro della scena che gli era stato per molto tempo riservato. Tuttavia, le contraddizioni del sistema americano, una volta giustificate o del tutto non percepite, iniziarono a farsi sempre più evidenti, adombrando progressivamente il ruolo “esemplare” di Washington e delle sue politiche.

Sebbene non sempre popolari, non sono state tuttavia le azioni americane nella politica internazionale a suscitare le critiche più aspre. È prassi consolidata che nello scacchiere internazionale, uno Stato possa soprassedere sulle proprie tradizioni di diritto e società a favore di collaborazioni con Stati o regimi che non ne condividono i principi, applicando la tradizione della realpolitik.


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Ma con gli albori di un sistema multipolare e generalmente evoluto (sia socialmente che legalmente) gli Stati moderni hanno iniziato a mal sopportare il paternalismo americano nelle questioni prettamente domestiche.
Non percependo questa realtà, lo spirito di intellettualismo etico degli USA ha mantenuto la propria tradizione, concretizzandosi in commenti, valutazioni e critiche riguardo scelte legislative e sociali di numerosi paesi stranieri.
Mentre le proteste a sfondo razziale si propagano in numerose città americane e la Casa Bianca sembra essere impreparata a questa crisi, le conseguenze internazionali non si sono fatte attendere. Alcuni capi di Stato, precedentemente criticati su svariate scelte dei rispettivi governi, come il presidente Putin, il presidente Rouhani ed ironicamente addirittura Kim Jong-Un, hanno espresso preoccupazione per le iniquità della società americana. In aggiunta a questi paesi, definibili come avversari o concorrenti, un concerto di nazioni alleate ha criticato, più o meno velatamente, la società americana e la sua leadership.  

La memoria internazionale difficilmente si oscura, specialmente verso un passo falso dei primi della classe. Non è quindi difficile immaginare che nel prossimo futuro si ammaccherà sempre di più il concetto di società felice ed idilliaca della quale gli Stati Uniti si sono spesso fregiati, rendendone meno incisiva la critica a livello internazionale nelle questioni sociali.

La tradizione “dell’esempio americano” sta muovendo gli ultimi passi verso il suo nadir, non perché la società americana sia nettamente peggiore delle altre, ma proprio perché fa parte di un complesso insieme di realtà nazionali del quale più nessuno può ergersi ad arbitro di ciò che può essere definito oggettivamente giusto o errato, basandosi su una propria moralità soggettiva. Nelle parole dello psicologo clinico canadese Jordan Peters: “assicurati che la tua casa sia in perfetto ordine, prima di criticare il mondo”.

Il Brasile subirà un nuovo golpe militare?

Il Brasile si trova nel mezzo di una crisi sanitaria, economica e politica. La gestione disastrosa della pandemia da parte del governo Bolsonaro ha comportato un aumento dell’instabilità all’interno del colosso latino americano. In questo contesto, un intervento militare non sarebbe un’eventualità poi così remota.

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Instabilità politica

In Brasile la diffusione del nuovo coronavirus ha comportato l’acuirsi dello scontropolitico tra il Governo federale, gli Stati federati e i municipi. Il Governo federale brasiliano non gode dell’autonomia sufficiente per poter impedire le iniziative intraprese da molti Stati federati e municipi, i quali hanno implementato misure di confinamento nonostante il dissenso del Presidente, che considera il Covid-19 una semplice “gripezinha”. Il 19 aprile scorso, i sostenitori di Bolsonaro hanno manifestato contro il Congresso di fronte al quartier generale dell’esercito a Brasilia. Infuriati per le misure di lockdown prese da alcuni governatori degli Stati federati, i sostenitori di Bolsonaro hanno invocato l’Atto istituzionale numero 5, decreto emesso dal regime militare brasiliano dopo il golpe del ‘64, il quale prevede l’abilitazione dell’intervento militare contro l’opposizione del governo. Bolsonaro, recatosi al quartiere generale dell’esercito, ha dimostrato il suo sostegno alla folla e ha ribadito di non essere disposto a negoziare nulla. Queste dichiarazioni hanno preoccupato i governatori degli Stati federati e 20 di essi (su un totale di 27) hanno apertamente condannato Bolsonaro firmando una lettera aperta a sostegno della democrazia. Così, uomini politici che in passato avevano appoggiato e sostenuto Bolsonaro come il governatore di San Paolo, João Doria, e il governatore di Rio de Janeiro, Wilson José Witzel, hanno apertamente criticato il Presidente brasiliano e hanno imposto misure di distanziamento sociale e isolamento nei rispettivi Stati.

Calo dei consensi

Bolsonaro si è fin da subito rifiutato di implementare le norme di distanziamento sociale e di seguire le indicazioni fornite dall’OMS e dalla comunità scientifica per affrontare il Covid-19. Egli ha agito e sta agendo in perfetta coerenza con la sua politica e con il suo atteggiamento di sempre: il governo Bolsonaro in questi due anni è stato guidato da principi ultraliberisti come l’individualismo esasperato, la negazione degli aiuti sociali e l’estrema valorizzazione del capitale a discapito dello stato sociale. Il suo discorso irresponsabile in merito alla pandemia deriva da un’ulteriore caratteristica del governo Bolsonaro, il quale si è sempre voluto porre come un “outsider”, contro il sistema, le conoscenze ed i poteri storicamente costituiti. Questo comportamento è ancora più pericoloso in tempo di pandemia e, nonostante i sondaggi ad oggi diano Bolsonaro ai minimi storici di consenso e popolarità a causa della sua gestione disastrosa della crisi, il Presidente gode ancora del sostegno di una parte della popolazione che si sente legittimata a perseguire i comportamenti illeciti dettati dallo stesso. Questo calo della popolarità del governo Bolsonaro si è acuito con la crisi del nuovo coronavirus, ma era presente fin da febbraio, soprattutto a causa della mancata capacità del governo di sostenere una crescita economica duratura. La grande instabilità economica e politica che sta affliggendo il Brasile in questo momento rappresenta un contesto favorevole ad un eventuale cambiamento di regime.

Gabinetto di militari

Il disaccordo sulle misure con cui affrontare la crisi causata dalla pandemia in Brasile è stato anche motivo di rimozione dall’incarico di due ministri della Salute. Il medico ed ex deputato Luiz Henrique Mandetta, favorevole al distanziamento sociale e alle misure di lockdown, è arrivato allo scontro verbale con il Capo di Stato ed è stato rimosso dal suo incarico il 16 aprile e sostituito con l’oncologo Nelson Teich. A distanza di un mese, Teich ha rinunciato al Ministero a causa delle tensioni con il Presidente, relative alla riapertura e all’utilizzo del farmaco antimalarico clorochina – la cui efficacia contro il SARS-CoV-2 non è stata scientificamente provata – come trattamento del virus. Dal 15 maggio ha preso l’incarico di ministro della Salute ad interim il Generale dell’esercito brasiliano, Eduardo Pazuello.

L’avvocato e pastore presbiteriano André Mendonça è il nuovo ministro della Giustizia, a seguito delle dimissioni di Sérgio Moro. Moro è stato il giudice a capo del processo per lo scandalo della LavaJato e il giudice che ha condannato per corruzione l’ex Presidente Lula da Silva, finito in carcere poco prima delle elezioni di ottobre 2018 che hanno visto la vittoria di Bolsonaro contro il candidato sostenuto da Lula, Fernando Haddad. Inaspettatamente, lo scorso 24 aprile Moro non solo ha rinunciato al suo incarico, ma ha anche accusato Bolsonaro di aver deposto il capo della Polizia Federale Maurício Valeixo per sostituirlo con una persona di fiducia. Il video che riprende il discorso di Bolsonaro a riguardo, reso pubblico dal Supremo Tribunale Federale, doveva servire da prova a sostegno di tali denunce. Tuttavia Bolsonaro ha negato le accuse mosse da Moro nei suoi confronti e ha affermato di essersi riferito ai membri della propria sicurezza personale, non ai dipendenti della Polizia Federale.

Fino a che punto è disposto a spingersi Bolsonaro per mantenere il potere?

L’instabilità del paese, aggravata dalla crisi del nuovo coronavirus, rischia di mettere a repentaglio la più grande democrazia dell’America Latina. Sempre più presenti i membri delle Forze Armate al governo a partire dalla crisi scaturita dal Covid-19: il leader della squadra predisposta per affrontare la crisi è il Generale Walter Souza Braga Netto. Senza contare che fin da subito Bolsonaro ha scelto come vice Presidente il Generale Hamilton Mourão. La metà del suo gabinetto di governo è composta da militari ed egli conta sulla loro azione per preservare il potere. La crisi economica in corso minaccia il governo brasiliano ed il Presidente dimostra di non voler fare alcun passo indietro. L’8 giugno scorso Alexandre de Moraes, ministro del Supremo Tribunale Federale, ha ordinato al Governo di reinserire nel bollettino giornaliero i dati riguardanti le morti causate dal nuovo coronavirus, che Bolsonaro aveva voluto rimuovere. Il generale Augusto Heleno, Capo del Gabinetto di Sicurezza nazionale, ha commentato la continua investigazione e interferenza del Supremo Tribunale Federale affermando che ci sarebbero state “conseguenze imprevedibili per la stabilità nazionale”. I sostenitori di Bolsonaro, durante le loro proteste, hanno richiesto lo scioglimento del Congresso, la riorganizzazione del potere giudiziario e l’allontanamento degli oppositori politici. Nel corso di una di queste manifestazioni tenutasi il 3 maggio a Brasilia, Bolsonaro ha dichiarato di avere il popolo al suo fianco e che le Forze Armate a loro volta sono e saranno sempre a fianco del popolo brasiliano. Anche se alcuni membri delle Forze Armate hanno voluto smentire l’ipotesi di un intervento militare, il dibattito sull’eventualità che questo accada sta suscitando preoccupazioni circa la resilienza delle istituzioni democratiche brasiliane.

L’ultima chance per il Libano è il FMI

La dura crisi economica e monetaria che il Libano è chiamato ad affrontare vede il Movimento sciita Hezbollah, come ago della bilancia nella maggioranza di governo e nella ridefinizione delle temute condizionalità del FMI. Queste ultime tacciate negli anni di forti ingerenze nel potere sovrano, di incapacità risolutiva, e persino di aggravamento delle crisi dei debiti sovrani.

L’ultima chance per il Libano è il FMI - Geopolitica.info

Hezbollah al governo.

La Repubblica Parlamentare libanese affonda le sue radici nel fragile equilibrio del confessionalismo politico, delineato dagli Accordi di Tai’f. Accordi raggiunti al termine della lunga guerra civile (1975-1990) al fine di garantire una maggiore coesione sociale, grazie ad una distribuzione più equa dei seggi parlamentari tra le frange maronite, sunnite e sciite della popolazione. La distribuzione delle libertà civili su base religiosa ha, però, ingenerato la debolezza istituzionale del Paese. Una debolezza sfruttata dai diversi gruppi confessionali che hanno sopperito alle mancanze dell’apparato centrale in interi settori del Welfare. E, perciò, un ruolo primario nella gestione dei servizi educativi, culturali, sanitari e sociali è stato svolto da Hezbollah (Partito di Dio). In questo modo, Hezbollah è asceso a protagonista ineluttabile della vita politica del Paese e, per mezzo delle risorse finanziarie iraniane, è stato in grado di rispondere alle esigenze di intere parti della popolazione, come dimostrano le risorse umane e materiali messe in capo per far fonte all’emergenza Covid-19. Dopo le proteste di piazza dell’autunno scorso, che hanno dato voce alle complesse fragilità del sistema politico ed economico, il Partito di Dio è entrato nella maggioranza di governo del neo insediato Hassad Diab. Fin da subito, però, sono risultate evidenti le divergenze in merito alla scelta delle politiche da adottare per far fronte alla grave crisi debitoria del Paese.

Le prime reazioni di Hezbollah.

Sin dalla dichiarazione del presidente Diab di inadempimento delle tranche di debito pubblico in scadenza tra marzo ed aprile, Hezbollah ha manifestato una forte opposizione a qualunque forma di intervento da parte del FMI. Un’opposizione giustificata dal timore dell’applicazione di condizionalità strutturali. L’opposizione di Hezbollah è rilevabile nelle parole di uno dei suoi uomini più illustri, lo shaykh Naim Qassem, che ha definito il FMI come “un’emanazione del grande satana”. Anche il partito cristiano maronita del presidente Michel Aoun, al governo insieme ad Hezbollah, non è apparso inizialmente aperto a forme di dialogo con entità sovranazionali. Il problema è nato e deve essere risolto nel Paese, anche attraverso il ricorso a forme di ingegneria finanziaria e derivati: questa la prima posizione assunta dai vertici della Banca centrale libanese. È stato l’avvertimento rivolto da Fitch alle autorità libanesi, in merito ad un declassamento peggiorativo in caso di ricorso a soluzioni di ingegneria finanziaria, a rendere evidente l’impossibilità di una soluzione esclusivamente interna

Il FMI e le crisi: cenni.

La Conferenza di Bretton Woods ha fatto del FMI il baluardo della stabilità monetaria internazionale quale presupposto di una prosperità economica nazionale e internazionale (art. I, Statuto FMI). Ed effettivamente per più di 30 anni il FMI si è limitato a gestire situazioni temporanee di squilibrio monetario dei Paesi Membri, coincidenti con scarsezza di valuta estera. La temporaneità dello squilibrio si rifletteva nella percentuale relativamente bassa di risorse messe a disposizione dal FMI e nella previsione di tempi brevi per la loro restituzione. In questo modo, il FMI si muoveva esclusivamente come autorità monetaria sovranazionale. Invece, a partire dagli anni ’80, il FMI si è posto come autorità internazionale principalmente finanziaria. Ciò in virtù della mutata situazione del mercato globale: in particolare, a causa della sospensione, per unilaterale decisione americana, della convertibilità dollaro-oro che ha attribuito un ruolo maggiore al mercato nella determinazione del valore delle singole monete. L’opinione del mercato, così, ha assunto rilevanza e capacità di influenza sulle scelte politiche statuali sempre più finanziariamente sostenute. Da qui, l’inasprimento del numero delle crisi per eccessivo livello di indebitamento esterno che hanno spinto il FMI ad adottare politiche speciali di sostegno, caratterizzate da piani di attuazione di medio-lungo periodo e dall’erogazione di risorse superiori a quelle previste, originariamente, dal suo Statuto. Politiche che si sostanziano nell’adozione di programmi di aggiustamento dell’organizzazione bancaria, previdenziale e finanziaria oltreché istituzionale del Paese in crisi. L’attività finanziaria del Fondo, pertanto, si è legata alla creazione (c.d. condizionalità strutturali) di nuovi assetti istituzionali e normativi ritenuti più confacenti alle esigenze del mercato globale. Condizionalità attuate anche in Europa, durante la crisi del debito sovrano, risultando in alcuni casi non risolutive. Infatti, a parere di autorevole dottrina (tra gli altri, J.E Stiglitz) tali condizionalità sono state le principali cause dell’inasprimento della crisi.

Il FMI a Beirut.

Come si è mosso il Comitato esecutivo del FMI nella vicenda libanese? In un primo tempo ha operato valutazioni economico-finanziarie, sulla base del solo mandato esplorativo di sorveglianza ex art. IV Sez. 3 dello Statuto. Infatti, ha inviato una delegazione, guidata da Martin Cerisola, che ha evidenziato le fragilità economico-istituzionali e finanziarie del Paese in un colloquio definito come produttivo con il Ministro delle finanze Ghazi Wazni e il primo ministro Diab. Un colloquio che ha rappresentato il primo passo verso l’apertura di una apposita linea di credito da parte del Fondo. Una apertura che non è mai automatica ma presuppone una richiesta formale (c.d. lettera di intenti) firmata dal Ministro dell’Economia e dal Presidente della Banca Centrale. Una apertura che, al contempo, non è mai nemmeno disinteressata da parte del FMI; dietro la lettera di intenti delle autorità nazionali vi si individua, di solito, una decisiva influenza del Segretariato. Il Segretariato ha concordato tanto con il Ministro dell’Economia Wazni quanto con il presidente della Banca Centrale Riad Salameh un’inevitabile intermediazione del FMI nella risoluzione dell’alquanto complessa crisi. Infatti, molteplici sono i fattori che l’hanno generata: eccessiva dipendenza del settore pubblico dagli investimenti esteri per dare attuazione alle politiche sociali, centralità delle rimesse straniere per incentivare il settore privato, sfiducia del mercato finanziario internazionale e conseguente penuria di valuta estera. Fattori tra loro complementari la cui gestione non può che passare attraverso nuove iniezioni di liquidità; liquidità che i mercati rifiutano di concedere e che può essere recuperata solo per mezzo dell’attività di sostegno ex art. V degli accordi di Bretton Woods. Attività, come evidenziato, coordinata tra autorità nazionali e FMI, eppure la diretta responsabilità ricade interamente sugli organi nazionali.  Si tratta, infatti, di politiche presentate come soluzioni che, anche in assenza di sostegno del FMI, sarebbero adottate dagli organi governativi; in caso contrario sarebbero espressione di eccessiva ingerenza sovranazionale nell’autonomia decisionale governativa.

Il cambio di passo di Hezbollah.

Il primo maggio, Diab e Whazi hanno formalmente presentato la richiesta (lettera di intenti) di accesso alle risorse del FMI. Cosa ha spinto Hezbollah a cambiare idea? Da un lato, l’emergenza Covid-19 che ha costretto il Libano a richiedere l’esborso di ben 40 milioni di dollari statunitensi da parte della Banca Mondiale per l’acquisto di respiratori e di tamponi; dall’altro, il ricorso da parte di Teheran, principale finanziatore di Hezbollah, al sistema di sostegno del FMI. Anche il radicale regime di Khamenei, in una situazione di insostenibilità sanitaria e finanziaria, ha compiuto un passo che sino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile: quello di permettere l’ingerenza del Washington Consensus nelle politiche nazionali. Tale decisione funge da exemplum per un mutamento di posizione da parte di Hezbollah. Il Partito di Dio è ben conscio che un controllo diretto dei conti di Teheran da parte del FMI, potrebbe tradursi inevitabilmente in un ostacolo al proprio sostentamento, fortemente dipendente dall’Iran. Per questo, Hezbollah ha ritenuto opportuno non continuare ad opporsi al sostegno del FMI a patto che “non comporti condizioni che danneggino l’interesse nazionale” come precisato in una nota. Tuttavia il Partito è consapevole che forme di condizionalità non potranno mancare.

Il piano di ristrutturazione in discussione.

Diab mira ad ottenere non solo i 10 miliardi di dollari che verrebbero stanziati dal FMI, ma anche altri 11 già stanziati durante la nota “Conférence Economique pour le Développement par les Réformes et avec les Entreprises” (CEDRE) di Parigi del 6 aprile 2018, la cui erogazione è sospesa a fronte della mancata attuazione delle promesse riforme strutturali e settoriali. Riforme ora ricomprese nel programma di aggiustamento in discussione. Quali sono queste riforme? In primis, una ristrutturazione dei settori bancario e finanziario i cui utili legati alle operazioni di ingegneria finanziaria sono definiti dal governo come conseguiti a scapito dell’economia nazionale. In secundis, uno sconto sul debito sovrano detenuto alla Banca del Libano (BDL) e alle banche commerciali, fino a $ 38 miliardi. Infine, una riduzione del numero delle banche commerciali. Ciò, al fine di ridurre il disavanzo pubblico al 5,6% entro il 2022. Tale piano vede l’opposizione dell’élite bancaria e di ampie frange della popolazione. Dal canto suo, Hezbollah prediligerebbe un suo uomo di fiducia al timone delle riforme. Ecco perché il Partito di Dio ha identificato il capro espiatorio della crisi in Salameh, uno dei governatori bancari più longevi del mondo, cristiano maronita, con l’intento di sostituirlo.

L’incognita giapponese.

La questione più spinosa si traduce anche nella difficoltà di raggiungere un’approvazione del piano di risanamento da parte del Comitato Esecutivo del FMI. Beirut teme una possibile ritorsione da parte del Giappone per aver dato asilo all’amministratore delegato della Nissan, Carlos Ghosn. Ghosn, infatti, è accusato dalla giustizia giapponese di aver deliberatamente sottostimato i propri compensi di fronte alle autorità della borsa e di aver usato beni aziendali per il valore di ben 5 milioni di euro a fini personali. Dopo una rocambolesca fuga attraverso Ankara, si è rifugiato a Beirut e la sua estradizione inevitabilmente finisce con il costituire l’ago della bilancia in seno al FMI. La particolare ponderazione del voto nel Comitato Esecutivo, infatti, permette ai principali finanziatori del FMI di poter esercitare una sorta di potere di veto. Tra questi vi e’il Giappone. Si palesa, così, lo spettro di una possibile mancata erogazione del sostegno. Se ciò si verificasse il Libano sarebbe condannato definitivamente agli appetiti territoriali degli altri competitors regionali.

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus?

Al peggio non c’è mai fine e la Libia lo sa bene. Dopo anni di combattimenti, la tregua non arriva, anzi, sui territori forse dimenticati da Dio sembra abbattersi un’altra incombente minaccia, quella del Coronavirus.

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus? - Geopolitica.info fonte: repubblica.it

Da ormai sei anni in Libia è in corso una guerra civile tra due fazioni dominanti. Da una parte, il Governo di accordo nazionale (GNA) con base a Tripoli e diretto da Fayez Al- Sarraj. Governo ufficialmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Turchia. Dall’altra, l’esercito nazionale libico (ENL), guidato dal generale Khalifa Haftar, con base a Bengasi, nella regione est del paese, ricevente l’appoggio di potenze rilevanti sullo scenario internazionale quali la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi. Nell’ultimo anno l’ENL ha preso d’assalto Tripoli nella speranza di ottenere il controllo di tutto il paese e così la linea del fronte si è spinta sino alla periferia della città, dove ad oggi i cittadini si sono ammassati e vivono in condizioni altamente precarie.

A questa realtà intrinsecamente problematica e labile di partenza, se ne somma un’altra, quella dell’epidemia del Covid-19.  In un paese in cui le infrastrutture sono devastate dalla guerra civile ed il sistema sanitario è poco stabile, la diffusione dell’infezione da Coronavirus potrebbe gravare sull’assetto nazionale.

Le misure preventive conclamate dall’occidente, quali per prime il distanziamento sociale e la permanenza obbligata all’interno delle proprie dimore, sembrano non aver opportunità di realizzazione in un paese in cui, i quotidiani scontri obbligano le persone a continui spostamenti per fuga o peggio ancora, dove la popolazione è costretta a ricorrere alla scelta disperata di ammassarsi lì dove i bombardamenti non sono ancora arrivati, mettendo così a repentaglio la propria salute.

In sintesi, nei campi di battaglia, le misure atte a prevenire la diffusione del contagio sono ben lungi dall’essere applicate e tutto questo conduce irrimediabilmente ad un bivio atroce: restare in casa, con il pericolo di essere colpiti da una bomba o fuggire rischiando di contrarre un virus che, in non pochi casi, è altamente letale.

Ad oggi il numero di contagi confermati in Libia non supera quello di diverse decine di persone, dati che a prima vista sembrerebbero rassicuranti ma che ancora una volta potrebbero non rispecchiare la realtà dei fatti. Il sistema sanitario non è in possesso degli strumenti necessari per verificare il numero effettivo dei contagiati, ciò che nel pratico si traduce in una scarsità di tamponi. Analogamente, risulta altrettanto difficoltoso in molti casi riuscire a comprendere la causa effettiva dei decessi, con la conseguente ombra di incertezza in merito alle stime ufficiali dei deceduti per Covid-19.

Alla luce della minaccia causata dall’emergenza sanitaria, sono giunte sul territorio libico varie richieste da parte delle Nazioni Unite di cessate il fuoco, le quali non solo hanno avuto un’efficacia assai discutibile ma sembrano oltre tutto aver avuto l’effetto contrario. Dopo brevissimi attimi di tregua, l’esercito nazionale libico ha addirittura iniziato a bombardare gli ospedali civili, certo di trovarvi all’interno una notevole quantità di persone ricoverate per Coronavirus, esasperando le circostanze. Raccapriccianti sono le immagini di soldati libici che imbracciano un fucile ed indossano una mascherina,emblema di un paese non disposto a rinunciare alla guerra seppure questa implichi la possibilità di un contagio letale. 

Parallelamente a queste circostanze, c’è una parentesi da non sottovalutare che è quella dell’orrore nei centri di detenzione libici, all’interno dei quali si perde il conto del numero degli “ospiti” e nei quali la diffusione del virus trova un accesso preferenziale, viste le condizioni inumane in cui essi riversano. Detenuti che nella migliore delle ipotesi riescono semplicemente a tentare la traversata per raggiungere l’Europa, la stessa che invece, dal canto suo, per adempiere alle misure di contenimento del Covid-19, sta rendendo le omissioni di soccorso sempre più all’ordine del giorno, utilizzando la crisi sanitaria come pretesto per rimpatriare gli immigrati, ignorando forse che: “rimandare al proprio paese di origine chi presenta una richiesta d’asilo senza ascoltare le sue dichiarazioni va contro i principi fondamentali della legislazione internazionale sui profughi.”

Sud Sudan: la crisi continua – prima parte

Con la risoluzione n. 2514 del 12 Marzo 2020 del Consiglio di Sicurezza e con il Report del 30 Marzo 2020 del Segretario Generale delle Nazioni Unite, si è ribadito il forte impegno alla sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità della Repubblica del Sud Sudan e l’importanza dei principi di non ingerenza,  buon vicinato e  cooperazione regionale oltre ad esprimere forte preoccupazione per la crisi in cui versa il paese dal punto di vista politico, della sicurezza,  economico ed umanitario, ormai risalente al 15 dicembre 2013.

Sud Sudan: la crisi continua – prima parte - Geopolitica.info

Nel prosieguo, viene  sottolineato come non possa esservi una soluzione di tipo militare,  condannando a tale riguardo le violazioni dell’ “Accordo sulla cessazione delle ostilità, la protezione dei civili e l’accesso umanitario (l’ACOH)” del 21 dicembre 2017, evidenziate dal Meccanismo di Monitoraggio e Verifica del Cessate il fuoco e degli Accordi Transitori di Sicurezza (CTSAMVM), incoraggiando l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) nella condivisione dei suoi reports con il Consiglio di Sicurezza ed esprimendo apprezzamento per lo sforzo nel processo di pace; sottolineando poi l’impegno profuso dall’Unione Africana (UA), l’IGAD e i suoi Stati membri,  la Commissione Congiunta Ricostituita di Monitoraggio e Valutazione (RJMEC), il Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana (UAPSC), le Nazioni Unite e quanti altri collaborano con i leader sud sudanesi per una risoluzione della crisi (attraverso l’Accordo Rivitalizzato sulla Risoluzione del Conflitto nella Repubblica del Sud Sudan” del 2018-  l’Accordo rivitalizzato),  in cui è risultata fondamentale la mediazione della Comunità di Sant’Egidio.

A ciò si aggiunge un’altra questione fondamentale per il processo di pace e riguardante la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali,  la tutela delle donne da minacce e rappresaglie e la difesa delle loro organizzazioni, il tutto nell’ambito degli impegni stabiliti sull’inclusività.

A tale parte della risoluzione, fa seguito la grande preoccupazione per le tensioni continue tra il Governo del Sud Sudan (GoSS) e le forze dell’opposizione ( risoluzione n. 2428 del 2018 e  n. 2471  del 2019), anche  a causa della diffusione  di armi leggere e di piccolo calibro (nell’ordine di 700 mila unità),  della crescente insicurezza alimentare, dello sfollamento di oltre quattro milioni di persone, della pauperizzazione generale del Paese e della restrizione alle libertà di movimento, per non parlare delle aggressioni al personale della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica del Sud Sudan (UNMISS) e le limitazioni tout court alle sue operazioni, aspetti, questi ultimi, che non fanno venire meno  il continuo sforzo dell’UNMISS nel cooperare con le comunità locali, gli attori umanitari, le comunità di sfollati, e  ove  possibile, con le autorità,  nonostante l’ostruzionismo e le minacce ricorrenti: da parte del GoSS, che avrebbe la responsabilità primaria della protezione della popolazione presente sul territorio, ed un cui atteggiamento propositivo faciliterebbe la riconciliazione nazionale (capitolo V dell’Accordo); dell’opposizione; delle Forze di Difesa del Popolo del Sud Sudan (SSPDF); del Servizio di Polizia Nazionale del Sud Sudan (SSNPS); del Servizio di Sicurezza Nazionale (NSS); dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese di Opposizione (SPLA-IO); del Fronte di Salvezza Nazionale (NAS), tutti volti a violare l‘Accordo sullo Status delle Forze Armate (SOFA).

Si registrano poi attacchi contro i civili (soprattutto donne, bambini e disabili), violenze etniche, discorsi di odio e di incitamento alla violenza e che potrebbero sfociare in una guerra etnica (secondo quanto riportato dal Consigliere Speciale per la Prevenzione del Genocidio Adama Dieng) e si esprime preoccupazione, da parte del Segretario Generale (S/2019/280) in merito alla violenza sessuale di genere nei conflitti, ai rapimenti, ai matrimoni forzati e alla riduzione in schiavitù, modalità  proseguite, nonostante l’Accordo rivitalizzato e la sospensione di molte  offensive militari (Report “Conflict-Related Sexual Violence in Northern Unity”, per il periodo settembre-dicembre 2018, a cura di UNMISS ed Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani –OHCHR, febbraio 2019). 

Da ciò, risulterebbe urgente l’attivazione di indagini tempestive in merito, di assistenza e protezione delle vittime, di perseguimento dei responsabili, la condanna delle violazioni del diritto umanitario internazionale e dell’incitamento a commettere tali violazioni (Commissione d’inchiesta dell’UA sul Sud Sudan, del 27 ottobre 2015; reports della Commissione per i diritti umani nel Sud Sudan, del febbraio 2018,  2019 e  2020), della censura della società civile, del personale umanitario e dei giornalisti e volendo, anche quanto proposto dall’ Unione Africana, ossia l’istituzione di una Corte Ibrida per il Sud Sudan,  che possa raccogliere e conservare prove di violazioni e perseguire i responsabili, oltre alla ratifica, da parte del GoSS, del Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo sulla partecipazione dei bambini ai conflitti armati (la Commissione per i diritti umani nel febbraio 2020 stima che dal luglio 2019 circa 19.000 bambini sarebbero ancora nelle file del SSPDF e dei gruppi armati di opposizione), ed anche l’attuazione di misure che favoriscano la libertà di espressione, opinione ed associazione (del tutto insufficienti, secondo il “Rapporto sulla libertà di opinione e di espressione nel Sud Sudan dalla crisi del luglio 2016” congiunto UNMISS e OHCHR).

Al contempo, il Consiglio di Sicurezza plaude al prezioso contributo delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, delle forze di pace e di polizia, dei partner e dei donatori nel fornire un sostegno urgente e coordinato alla popolazione, e  invita la comunità internazionale a proseguire in tali sforzi, continuando a chiedere alle parti in conflitto,  in conformità alle disposizioni del diritto internazionale e ai principi delle Nazioni Unite, l’accesso pieno, sicuro e senza ostacoli del personale di soccorso, delle forniture e  dell’assistenza umanitaria, condannando  gli attacchi contro il personale medico, gli ospedali, contro il personale e le strutture delle Nazioni Unite e dell’IGAD, così come a fare luce  sugli episodi commessi dalle forze di pace, su cui intervenire prontamente ( risoluzione n. 2272 del 2016).

Parimenti, si sottolineano gli  ostacoli all’attuazione delle risoluzioni n. 1325 del 2000, n. 2242 del 2015 ed altre nell’ambito dell’Agenda su Donne, Pace e Sicurezza) per l’attuazione di misure che vanno dall’empowerment, alla partecipazione nei processi decisionali, al rispetto dei loro diritti umani. 

Tutti gli aspetti summenzionati  fintanto che non verranno risolti, continueranno a rappresentare una minaccia per il paese ma anche per la sicurezza internazionale della regione. 

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze

Le missioni mediche e militari che alcuni Paesi hanno realizzato in Italia per contribuire alla lotta al Coronavirus hanno reso evidente come la loro componente solidaristica sia difficilmente separabile da quella politico-strategica. A costo di passare per dei cinici realisti, è necessario ricordare come – soprattutto nella dimensione internazionale – nessuno faccia niente in cambio di nulla o, meglio, faccia qualcosa in nome del più alto valore della solidarietà. Sarebbe sicuramente una storia bella da raccontare e da raccontarci ma, se ci cascassimo, rischieremmo di non essere in grado di guardare dentro alla realtà e di interagirvi efficacemente.

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze - Geopolitica.info fonte: piccolenote.ilgiornale.it

L’emergenza COVID-19, infatti, si è attestata come un nuovo terreno di confronto tra i garanti dell’ordine liberale – gli Stati Uniti e i loro alleati (al netto delle crepe che tra questi stanno emergendo) – e quelle che la National Security Strategy 2017 ha definito come potenze “revisioniste” – in primis la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. 

L’invio di personale medico e materiale sanitario di Pechino, così la missione From Russia with Love di Mosca, hanno sollevato un dibattito a cui abbiamo preso parte anche dalle pagine di Geopolitica.info. Questo ha toccato alcuni dilemmi irrisolti degli aiuti esterni, come le loro conseguenze materiali (utili o inutili?), i loro costi (donazioni o vendite?) e le loro ragioni (umanitarie o strategiche?), culminando nel botta e risposta tra il quotidiano torinese La Stampa e l’Ambasciatore della Federazione Russa, così come nella denuncia del ritorno in Italia “a pagamento” delle mascherine precedentemente donate alla Cina.

I commentatori hanno sottolineato più o meno esplicitamente un doppio ordine di obiettivi che avrebbe ispirato sia Mosca che Pechino. Quello più citato è legato alla dimensione del soft power. In tal prospettiva, la Russia avrebbe prestato soccorso all’Italia per crearsi un credito da spendere sulla questione delle sanzioni e su quella della Enhanced Forward Presence della NATO nell’Europa settentrionale. La Cina, dal canto suo, lo avrebbe fatto per preparare il terreno a un’ulteriore accelerazione del progetto One Belt, One Road, che potrebbe tradursi nell’acquisizione di alcuni asset strategici italiani (in particolare, le infrastrutture portuali) sul modello di quanto già fatto in Grecia (si pensi al porto del Pireo). Il secondo obiettivo, meno citato ma sempre strisciante in tutti i ragionamenti, è quello legato alla componente di hard power, ovvero alle informazioni militari che tanto l’equipe medica cinese quanto il contingente russo avrebbe potuto carpire in Italia.

Entrambe le criticità, sebbene da non sottovalutare, sembrano legate a un paradigma strategico da Guerra fredda, fondato su una propaganda volta a rovesciare gli allineamenti consolidati e la ricerca di una superiorità militare in vista di un confronto apocalittico e decisivo. Tuttavia, fanno sì che non siano tenuti in dovuto conto due elementi essenziali delle dinamiche internazionali odierne. Da una parte, il fatto che il confronto tra grandi potenze prende forma su terreni nuovi (biotecnologie, calcolatori quantistici, intelligenza artificiale, reti di comunicazione, big data) che non possono essere ridotti a degli epifenomeni delle dimensioni “tradizionali”. Questi hanno una loro autonomia e devono prevedere una riflessione strategica, dei modelli di comportamento e degli obiettivi specifici. Dall’altra, a causa del differenziale di potenza con gli Stati Uniti che ancora li vede sfavoriti nel settore militare, la Federazione Russa o la Repubblica Popolare Cinese potrebbero essere interessate a compiere salti di paradigma strategico proprio su terreni “nuovi” della competizione internazionale. Se questo fosse vero ne potrebbero discendere due obiettivi principali che affiancherebbero – o sopravanzerebbero – quelli precedentemente discussi.

Il primo, relativo alla dimensione del potere nelle relazioni internazionali, riguarda le future evoluzioni della competizione tra le grandi potenze. Fondati o meno che siano i sospetti dell’Amministrazione Trump sulla fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan, la crisi innescata dal COVID-19 ha dimostrato che l’arma batteriologica può rappresentare uno strumento efficace per infliggere perdite umane ed economiche, oltre che per piegare il morale della popolazione dei Paesi nemici. Occorre ricordare, d’altronde, che i documenti strategici americani parlano della necessità di sviluppare una capacità di risposta alle pandemie e agli attacchi alla salute pubblica sin dalla National Security Strategy del 2006. Pertanto, occorre essere pronti a farvi fronte, avendo sviluppato quelle conoscenze che saranno indispensabili nel momento del bisogno. Dalla prospettiva russa e cinese, l’Italia potrebbe avere rappresentato un laboratorio a cielo aperto dove addestrare e testare equipe mediche e reparti dell’esercito specializzati nei settori della difesa chimica, radiologica e biologica.

Il secondo obiettivo, relativo al tema del prestigio nelle relazioni internazionali, chiama in causa l’utilizzo di quelle informazioni strategiche che potrebbero essere state carpite sul nostro territorio. Si fa naturalmente riferimento a quelle relative al Coronavirus, dagli studi in corso nel nostro Paese (ricordiamolo, ancora all’avanguardia in campo medico) alla casistica dei pazienti italiani, passando per le procedure e i protocolli attivati. Ma anche, più in generale, a quelle custodite dal nostro sistema sanitario nazionale. In altre parole, missioni ufficialmente realizzate in nome della solidarietà potrebbero rivelarsi, nella migliore delle ipotesi, delle grandi operazioni di data mining. In tal prospettiva, sarebbe interessante sapere quale livello di accesso abbiano avuto i team inviati da Mosca e Pechino ai big data custoditi nei nostri ospedali, aziende sanitarie e RSA. In tal prospettiva, non si dimentichi che la conferenza stampa della missione cinese si è tenuta in una struttura strategica al giorno d’oggi come l’INMI Lazzaro Spallanzani che, tuttavia. non è pensata – come le altre – per doversi difendere da qualcuno o da qualcosa.

Se ciò fosse vero, l’utilizzo immediato che si potrebbe fare delle informazioni reperite in Italia sarebbe quello ai fini della scoperta di un vaccino russo o cinese per il COVID-19. Questo risultato sarebbe fondamentale in termini di potere e di prestigio per gli sfidanti dell’ordine internazionale, così come per i suoi garanti. Tale sfida in nome del progresso scientifico trova un illustre precedente in un altro momento critico della storia contemporanea che, oltre a essere denso di suggestioni, può risultare utile per comprendere quale modello di conoscenza e contrasto del Coronavirus potrebbe essere necessrio adottare.

Il salto indietro ci porta nella Copenaghen del 1941, occupata dalle truppe della Germania nazista. Qui il fisico tedesco Werner Karl Heisenberg (nazista più per opportunità di carriera che non per convinzione ideologica) fa visita al suo vecchio maestro Niels Bohr (ebreo da parte di madre). Entrambi sono attivamente coinvolti, su fronti opposti, nella ricerca scientifica che mira a realizzare la bomba atomica. I due hanno una conversazione nel giardino della casa di Bohr. La maggior parte degli storici ritiene che Heisenberg – a capo del programma nucleare militare tedesco – volesse capire a che punto fossero gli alleati nello sviluppo dell’arma suprema, perché riteneva che Bohr ne avesse contezza (nel 1943 il fisico danese riparerà negli Stati Uniti dove parteciperà attivamente al Progetto Manhattan insieme a molti altri ebrei fuggiti da un’Europa in fiamme). I due fisici (diventati anche i protagonisti di una fortunata pièce teatrale di Michael Frayn) rappresentano due visioni contrastanti della scienza. Da un lato Heisenberg, fautore dello sforzo titanico di un solo Paese e disponibile a piegare la scoperta scientifica alla politica di potenza di una nazione. Dall’altro Bohr, fautore del progresso scientifico per accumulazione e dell’idea di società aperta.

Anche oggi sembra consumarsi lo stesso confronto, con le società aperte identificabili – nonostante qualche sbandamento sia da parte americana che europea – nelle potenze garanti dello status quo emerso dalla fine della Guerra fredda e le società chiuse nelle potenze revisioniste. Nell’ambito di tale dinamica di interazione, è inverosimile che l’Italia, al netto delle stravaganti uscite di qualche politico (senza distinzione tra partiti), possa disallinearsi dal primo campo nel breve-medio periodo. Il fronte euro-atlantico, d’altronde, è contraddistinto dalla presenza di un sistema di vincoli reciproci altamente istituzionalizzati che, congiuntamente a questioni di ordine economico e culturale, rendono i rapporti tra i Paesi che vi partecipano particolarmente “vischiosi”. Tuttavia, alcune scelte compiute in questa fase dal nostro Paese – non è dato sapere se intenzionali o meno – potrebbero comunque contribuire a rafforzare il fronte dei Paesi revisionisti in questo nuovo terreno di contestazione dell’ordine liberale. Come sistema-Paese dovremmo esserne coscienti, magari dibattendone pubblicamente senza pregiudizi e sensazionalismi, e agire di conseguenza. Per decidere insieme dove, come e in compagnia di chi immaginiamo l’Italia da qui ai prossimi vent’anni. 

Gabriele Natalizia,
Geopolitica.info e Sapienza Università di Roma

Salvatore Santangelo,
Geopolitica.info e Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Il Paese dei cedri a rischio default: archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale

Il Libano costituisce l’archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale. Il consolidarsi della politica americana di selective engagement nell’Area Mediorientale ha rivivificato le aspirazioni egemoniche regionali saudite, iraniane ed egiziane ma anche israeliane e turche. Aspirazioni che hanno trovato terreno di confronto, da un lato, nella martoriata Siria e, dall’altro, nel delicato equilibrio interno a Beirut. Il Paese dei cedri si ritrova oggi, così, stretto tra una difficile autodeterminazione rispetto agli Stati limitrofi e un forte rischio di bancarottaQuali le cause del default che rischiano di schiacciare Beirut nel confronto con gli altri competitors regionali

Il Paese dei cedri a rischio default: archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale - Geopolitica.info

La resilienza dopo la guerra civile

La Repubblica Parlamentare Libanese è sorta sulle ceneri di quindici anni di guerra civile, terminata il 13 ottobre 1990. Il suo consolidarsi è il frutto di contrastanti influenze: da un lato, l’influenza di Riyad intenzionata a guidare la Regione, in una supremazia politica sunnita e, dall’altro, l’ascesa sciita di Damasco e Teheran. Precipuamente, è stata l’ideologia sciita a prendere il sopravvento e influenzare l’evoluzione istituzionale della nazione. Ma in due sensi differenti. Da un lato, il regime baathista ha considerato, sempre, il Libano (insieme alla Giordania e alla Palestina) parte imprescindibile del progetto della “Grande Siria“. Dall’altro, l’Iran si è fatto istante del sentimento di insofferenza delle frange sciite della popolazione rispetto ad un ordine costituto che le vede emarginate politicamente ed economicamente. Non a caso, Teheran ha destinato un forte supporto logistico, finanziario e, soprattutto, ideologico a Hezbollah. Il Partito di Dio, così, da milizia a base confessionale, è riuscito a consolidarsi come organizzazione politica, grazie all’adozione di programmi educativi, culturali e socio-assistenziali a favore della popolazione sciita. Nel far ciò, ha piegato i suoi ideali islamici radicali, di matrice Khomeinista, alle peculiarità socio-economiche del territorio, divenendo strumento di destabilizzazione dei governi nazionali sostenuti, invece, dall’area sunnita. La natura multiconfessionale del Paese e le forti influenze esterne hanno, pertanto, reso più complicato il raggiungimento di una piena autodeterminazione nazionale. Al di là delle complesse e frammentate dinamiche interne, il Libano è riuscito ad interporsiautorevolmente nei confronti dei protagonisti della Global Society, distinguendosi per le capacità solutorie dei debiti di guerra e per la resilienza nell’avvio di una costante e progressiva crescita economica. Una economia, però, priva di una struttura produttiva e commerciale, essendo principalmente orientata all’erogazione di servizibancari e finanziari. Una strategia economica che è valsa l’epiteto di “Svizzera del Medio Oriente” e che si è consolidata grazie a imposizioni fiscali bassi e scarsi controlli pubblici. Non solo. Dati alla mano, investimenti, depositi esteri e rimesse hanno spinto, in egual misura, la crescita del Paese e sono riusciti a compensare le perdite derivate dalla diaspora di manodopera e di risorse intellettuali durante tutti gli anni di conflitto.

Oltre il “paradiso” fiscale, l’instabilità

L’aumento, costante nel tempo, dei flussi internazionali di capitali speculativi, di investimenti di breve periodo (non destinati al finanziamento delle attività produttive) e il preponderante ruolo degli hedge funds hanno reso sempre più netto lo sviluppo del settore finanziario rispetto allo sviluppo conosciuto dall’economia reale del Paese. E conseguentemente, hanno accelerato l’aumento del debito pubblico, la perdita di valoredella moneta nazionale e reso dilagante la corruzione. Perciò, al progetto di ricostruzione del Paese ha fatto seguito un programma di risanamento della finanza pubblica, di riduzione delle spese, soprattutto sociali, e di copertura del debito con percentuali alte di entrate fiscali. Ne sono derivati un ispessimento delle disuguaglianze di reddito e una forte disparità di ricchezza; tanto che, allo spirare del 2019, solo l’1% della popolazione deteneva ben un quarto della ricchezza del Paese. La restante parte viveva con meno di 4 dollari al giorno, ovvero meno di 108 euro al mese. Una situazione di insostenibilità economica di cui si sono fatte portavoce le proteste di piazza che hanno caratterizzato l’autunno 2019 e si sono protratte sino alle dimissioni del Governo, sunnita e filosaudita, di Saad Hariri (al potere dal 2016). 

Le sfide del nuovo governo

Nel Gennaio scorso, così, Beirut ha visto nascere un nuovo governo con al timone Hassan Diab (già ministro dell’Istruzione), ampiamente sostenuto da Hezbollah. Sin dal suo insediamento, Diab ha dovuto affrontare molte sfide per la sopravvivenza del Paese. Prima fra tutte, il più il più alto rapporto al mondo di rifugiati per abitante: l’interminabile guerra siriana ha spinto sino ad 1,5mln di profughi verso il territorio libanese, appesantendo ulteriormente le spese pubbliche. In secondo luogo, un debito pubblico abnorme, superiore al 160% del PIL. In terzo luogo, la penuria di valuta estera: dopo le vertiginose svalutazioni della lira libanese, degli anni ’90, infatti, la politica monetaria si è orientata verso l’adozione di un tasso fisso di 1,507 lire per un dollaro. In questo modo, il dollaro è divenuta la principale moneta nelle transazioni finanziarie. Sennonché, l’instabilità politica interna (compresa la chiusura degli istituti bancari, durante le proteste autunnali) e le altalenanti dinamiche regionali hanno fortemente scoraggiato gli investitori stranieri. Minori depositi esteri hanno corrisposto inferiori riserve di dollari necessarie per adempiere ai pagamenti verso i creditori stranieri. 

Mancanza di fiducia del mercato e penuria di valuta estera

L’eccessiva esposizione al debito costituisce il dato caratterizzante il sistema economico postmoderno e l’attività di ogni operatore del mercato, comprese le singole entità statali. Pur di conseguire le risorse necessarie all’attuazione delle proprie politiche (in mancanza o insufficienza di ricchezza reale interna prodotta) gli Stati ricorrono al prestito (da parte di finanziatori privati o fondi sovrani), per mezzo dell’emissione di titoli di debito (e la concessione di interessi composti). Ma in questo modo si avvia una spirale perversa ove gli Stati accumulano debiti su debiti, al limite della loro possibilità di solvenza, esponendo la propria politica al giudizio del mercato. Ed, infatti, la situazione finanziaria libanese ha incominciato a vacillare quando gli operatori del mercato si sono mostrati propensi ad acquistare nuovi titoli di debito solo a fronte del riconoscimento di maggiori garanzie, in termini di più alti tassi di interesse. Tassi di interesse composti che hanno incominciato a divenire a tre cifre da 300% a 600% per ogni tranche di nuovi Bond emessi. La perdita di fiducia del mercato nei confronti del governo libanese si è tradotta, così, in una ulteriore riduzione delle riserve di valuta estera (da $ 55mln a $ 22mln), generando, a sua volta, una contrazione nel mercato delle merci importate. Un dato di non poco conto, per un Paese che importa tutti i beni necessari alla sopravvivenza della popolazione (con un disavanzo commerciale di $ 15368 mln). 

Svalutazione e debito ingombrante: le soluzioni auspicate

Al presidente della Banca centrale, Riad Salameh, riconfermato per la terza volta, perciò, non è rimasta altra scelta: ricorrere agli strumenti dell’ingegneria finanziaria o dichiarare il default. In primis, sono stati posti limiti ai prelievi moneta estera, per un massimo di 500 dollari al mese, pari al 50% in meno rispetto alla cifra concessa precedentemente. Cercando, in questo modo, di preservare una minima capacità del Paese nell’acquisto di beni di prima necessità dall’estero. In secundis, si è cercato di tamponare la svalutazione della lira sul mercato nero (di oltre il 40%), nonostante il tasso di cambio fisso. Il ricorso all’ingegneria finanziaria è apparsa, comunque, l’unica soluzione. Infatti, per un certo lasso di tempo nei corridoi della Banca Centrale ha serpeggiato l’idea di procedere verso derivanti di copertura del rischio di cambio (swap). La Banca Centrale stipulando contratti di swapcon gli investitori esteri, si sarebbe esposta a pagare solo la differenza tra i tassi d’interesse al momento della stipula e quelli alla scadenza. Ma l’attuazione di questo progetto è stata impedita dalla forte opposizione dei creditori stranieri e dall’avvertimento della società di rating Fitch, secondo cui una simile operazione avrebbe costretto a una revisione del rating sovrano al livello di “default selettivo”.

Sabato 7 marzo 2020: il default? 

Sabato 7 marzo 2020, oramai, rappresenta una data indelebile nella storia del Paese dei cedri. Il presidente Diab è stato costretto ad ammettere che “il debito è diventato più grande di quanto il Libano possa sostenere ed è impossibile per i libanesi pagare gli interessi” sulle tranche di Bond in scadenza tra marzo e aprile. In altri termini, Diab ha sospeso per 15 anni il pagamento dei suoi debiti, fissando una nuova scadenza nel 2035. In questo modo, Beirut si qualifica come debitore moroso ma non definitivamente inadempiente. Al contempo, modificando unilateralmente i termini temporali di adempimento, ha manifestato una volontà propositiva di iniziare nuove trattative con i creditori, al fine di ristrutturare il debito. Si configura sì un profilo di default selettivo o parziale come aveva temuto Fitch, ma superabile mediante nuove negoziazioni con i creditori.

Volontà negoziale

I termini dei negoziati con i creditori esteri insoddisfatti, possono andare da un allungamento dei tempi di adempimento ad un taglio (haircuit) del valore nominale dei bond. Il Libano è membro del FMI che al momento ha inviato una propria delegazione esclusivamente per una “consulenza tecnica”. Spetta al governo, infatti, esprimere parere favorevole ad un programma di risanamento gestito dal Washington Consensus. Ma Hezbollah esclude la ammissibilità di ingerenze esterne (la condizionalità del FMI) nel Paese. Probabilmente, l’inasprirsi della situazione, in virtù dall’imminente emergenza sanitaria Covid-19 potrebbe spingere Hezbollah a mutare la propria posizione ed accettare l’intervento del FMI nel piano di risanamento del Paese.

Medio Oriente: l’instabilità yemenita

Recentemente, è stata adottata la Risoluzioni n. 2511 sul contesto yemenita nell’ambito del più generale quadro medio orientale, con l’obiettivo precipuo di evidenziare l’instabilità politica, di sicurezza, economica ed umanitaria del Paese.

Medio Oriente: l’instabilità yemenita - Geopolitica.info

Con la Risoluzione n. 2511 del 25 Febbario 2020, il Consiglio di Sicurezza ha voluto dapprima ribadire la necessità del raggiungimento dell’unità, della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale yemenita, nel più ampio e complesso quadro medioorientale, esprimendo grande preoccupazione per le innumerevoli sfide che lo Yemen si trovava ad affrontare: a partire dal quadro politico, passando per quello della sicurezza, dell’economia ed arrivando al contesto umanitario. 

Con riguardo a quest ultimo contesto, quello umanitario, il Consiglio di Sicurezza, rifacendosi al Report Finale (S/2020/70) del Panel di Esperti (istituito ai sensi della risoluzione n. 2140 del 2014), ha espresso profonda preoccupazione per i numerosi e reiterati casi di violazioni dei diritti umani, come abusi sessuali nelle zone controllate da Houthi, reclutamento di bambini soldato nei conflitti armati, sparizioni forzate e le minacce scaturenti dal trasferimento ed uso illecito delle armi (di cui si prevedeva l’emargo già al par. 14 della risoluzione n. 2216 del 2015).    

Un’ulteriore questione emersa, nella disamina dei problemi concernenti lo Yemen, ha riguardato l’interrelazione scaturente tra rischi ambientali da un lato, e le difficoltà incontrata da parte dei funzionari Onu nello svolgere quanto previsto nel mandato, come le ispezioni alla petroliera Safer, nel nord del Paese e sotto controllato Houthi, dall’altro. 

Già da questi primi elementi summenzionati, si potrebbero facilmente evincere le sfide che lo Yemen è chiamato a fronteggiare, motivo per il quale, lo stesso Consiglio di Sicurezza, nell’ambito di tale risoluzione, ha  posto in evidenza l’importanza della volontà da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto yemenita per addivenire ad una risoluzione delle controversie, tramite il dialogo e la consultazione e  rifuggendo  altresì la violenza per il perseguimento di qualsivoglia obiettivo politico, ribadendo poi l’obbligo imprescindibile, del rispetto del diritto internazionale, del diritto umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani, e ringraziando al contempo il Segretario Generale delle Nazioni Unite, per l’impegno profuso, nell’ambito del processo di transizione yemenita, da parte dell’Inviato Speciale per lo Yemen, Martin Griffiths

Dopodiché, è stato evidenziato come il quadro di instabilità generale fosse stato aggravato dalla presenza dei gruppi terroristici  affiliati ad AQAP (Al-Qaida nella Penisola Arabica) e al Da’esh (ISIS, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), i quali detenendo il controllo di tutto il Paese, hanno prodotto un impatto destabilizzante sullo Yemen e nella regione circostanze, concorrendo ad aggravare la già precaria situazione umanitaria delle popolazioni civili ivi presenti.  

Per tali motivi, gli sforzi del Consiglio di Sicurezza nel voler implementare misure quali elenchi di individui, gruppi ed imprese segnalati per finalità terroristica, così come le sanzioni annesse (come ricordato dal par. 2 della risoluzione n. 2253 del 2015), e la collaborazione da parte degli Stati membri della regione per incoraggiare una maggiore facilitazione tra le parti, sono stati considerate imprescindibili all’interno di tale risoluzione, quale mezzo per combattere l’attività terroristica nello Yemen (sulla base delle precedent risoluzioni n. 2140 e n. 2216 ). 

Infine, si è espressa grande preoccupazione per la devastante situazione umanitaria, resa ancor più drammatica dalle interferenze riscontrate nelle operazioni di aiuto, assistenza e nella consegna di beni primari alla popolazione civile, nelle zone controllate da Houthi. 

Per tutto quanto summenzionato, il Consiglio di Sicurezza ha evidenziato altresì la necessità e l’urgenza che il Comitato (istituito ai sensi del par. 19 della risoluzione n. 2140) evidenzi le raccomandazioni contenute nelle relazioni del Panel di Esperti, istituiti a tale proposito. 

Ma qual era la situazione precedente l’approvazione della risoluzione n. 2511?  

Nel Comunicato Stampa  del 30 gennaio 2020, l’allora Presidente del Consiglio di Sicurezza Dang Dinh aveva riportato le molte preoccupazioni dei membri del Consiglio di Sicurezza, in merito all’escalation di violenza in alcune zone dello Yemen, come  Nehm e Al Jawf  e al loro impatto sui tanti civili, in gran parte sfollati, in seguito alle violenze stesse, oltre al fatto che tale ripresa delle ostilità, concorresse a minare i progressi raggiunti, faticosamente, nel corso del periodo precedente.   

Tutto ciò portava poi gli Stati membri a chiedere con fermezza l’immediata cessazione delle ostilità, l’eliminazione di qualsivoglia forma di violenza, insieme al rispetto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario e dal diritto internazionale dei diritti umani, soprattutto con riguardo alle categorie più vulnerabili quali donne e bambini; oltre al perseguimento dei responsabili di gravi crimini. Parallelamente, veniva rinnovato il pieno sostegno agli sforzi profusi da parte dell’Inviato Speciale del Segretario Generale per lo Yemen, auspicando altresì una nuova distensione che potesse porre le premesse per successivi negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite, ponendo così le premesse, auspicabili, per la fine del conflitto e l’instaurazione di una transizione pacifica nel Paese.  

All’interno del medesimo comunicato stampa, gli Stati membri accoglievano favorevolmente il  ponte aereo di evacuazione medica-da Sana’a ad Amman e al Cairo- fissato per il successivo 27 gennaio, ribadendo altresì la richiesta alle parti in conflitto del mantenimento del cessate il fuoco ed auspicando auspicavano  una più assertiva attuazione dell‘Accordo di Stoccolma, parallelamente agli impegni per una soluzione politica inclusiva (come previsto dalla risoluzione n. 2216 del 2015, dall’iniziativa del Consiglio di Cooperazione del Golfo  e dall’esito della Conferenza  Globale del Dialogo Nazionale), così come, precedentemente, avevano  accolto favorevolmente l’impegno   ad attuare l’Accordo di Riyadh.   

Infine veniva chiesta l’immediata cessazione di tutte le intimidazioni nei confronti degli operatori umanitari, consentendo a questi di poter prestare assistenza e far arrivare le forniture previste, soprattutto nel nord del paese e ribadendo quanto fesse importante per il Consiglio di Sicurezza che lo Yemen riuscisse ad incamminarsi verso una stabilizzazione generale, attraverso il raggiungimento della propria unità, sovranità, indipendenza  ed integrità territoriale. 

L’approvazione della risoluzione n. 2511 

 Il Consiglio di Sicurezza, visto il permanere se non in alcuni casi l’acuirsi dell’instabilità generale presente nel Paese ha deciso, ad esempio di prorogare le misure previste ai par. 11 e 15 della risoluzione n. 2140, rispettivamente sul congelamento temporaneo di attività finanziarie, risorse economiche prsenti sul  territorio  yemenita e possedute o controllate dalle persone o dai gruppi collegati ad attività terroristiche (e come tali segnalati dal Comitato, in base al par. 19 della stessa risoluzione) e sul divieto di ingresso o transito sul territorio yemenita alle stesse persone, fino alla data del 26 Febbraio 2021.  

Inoltre, sono state ribadite le disposizioni dei paragrafi 12, 13, 14 e 16 della medesima risoluzione n. 2140 con riferimento a: 

  • Misure imposte dal par. 11 di cui sopra che non vanno applicate nei casi di risorse economiche, attività finanziarie o fondi  necessari a far fronte a spese quali l’acquisto di generi alimentari, medicinali o cure mediche, così come il pagamento di affitti, spese legali  o amministrative, o spese straordinarie (queste ultime notificate dagli Stati interessati al Comitato e da questo essere approvati (par. 12); 
  • Sempre in base al par. 11, sono consentiti da parte degli Stati, versamenti di interessi o profitti su conti, derivanti da contratti, stipulati prima del congelamento dei conti medesimi (par. 13)
  • In base al par. 11, se persone o gruppi rientranti negli elenchi di coloro che sono stati segnalati dal Comitato devono effettuare pagamenti nell’ambito di un contratto concluso prima dell’inserimento nell’elenco.possono farlo, purché tali pagamenti non siano collegati e ricevuti da altra persona o entità posta nell’elenco e previa notifica al Comitato da parte degli Stati interessati (par. 14); 
  • Le misure del par. 15 di cui sopra invece non vengono applicate quando il Comitato, o uno Stato (che dovrà darne notifica al Comitato medesimo) valutino uno spostamento giustificato da esigenze umanitarie, compresi gli obblighi religiosi; in osservanza ad un procedimento giudiziario; se volto a favorire obiettivi che favoriscano la pace e la riconciliazione nazionale; e quando uno Stato stabilisce, caso per caso, che tale ingresso o transito è necessario per far progredire la pace e la stabilità nello Yemen (par. 16); 

A quanto summenzionato, vengono annoverate, da parte del Consiglio di Sicurezza, anche le disposizioni dei par. 14 e 17 della risoluzione n. 2216, rispettivamente in merito a persone e gruppi segnalati, che agiscono per conto di gruppi terroristici o meno, che si servono di mezzi quali navi ed armi così come di assistenza tecnica, finanziaria o di altro tipo e con riferimento ad ispezioni da parte degli Stati membri. 

In aggiunta, il Consiglio di Sicurezza ha ribadito una ferma condanna dell’uso della violenza sessuale nei conflitti armati, così come dell’impiego di bambini soldato nei conflitti stessi, in quanto violazione del diritto internazionale (par. 18 della risoluzione n. 2140) ed atti che minacciano la pace, la sicurezza o la stabilità dello Yemen, (par. 17della stessa risoluzione n. 2140). 

Inoltre si è decisa una proroga del mandato del Panel di Esperti fino al 28 marzo 2021  (par. 21 delle risoluzioni n. 2140 e n. 2216), con l’intenzione di rivedere il mandato e adottare le misure appropriate per la proroga, stabilendo al contempo che il Panel dovrà cooperare con altri Panel di esperti in sanzioni, precedentemente istituiti dalle risoluzioni n. 1526 del 2004 e n. 2368 del 2017. Ovviamente, perché il lavoro di tali panels proceda speditamente e senza tentennamento alcuno è necessario che venga garantita loro, da parte di tutti-parti in conflitto, Stati membri ed organizzazioni- tutta la cooperazione, sicurezza ed il libero accesso a persone, documenti e luoghi, possibile, seguendo altresì quanto riportato nella Relazione del Gruppo di Lavoro Informale sulle Questioni Generali delle Sanzioni (S/2006/997) in merito alle best practices da adottare. 

Per concludere, si può ben vedere quanto il panorama yemenita riportato nella presente risoluzione continui ad essere particolarmente instabile, rappresentando una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Da ciò ne scaturisce l’auspicio per una repentina attuazione della transizione politica, che tenga conto di quanto stabilito precedentemente, per mezzo della Conferenza Globale del Dialogo Nazionale, del Consiglio di Cooperazione del Golfo, di questa e delle precedenti risoluzioni in materia, al fine di raggiungere l’obiettivo di una stabilizzazione generale, che porti giovamento in primis e finalmente alla popolazione del luogo.