Archivio Tag: crisi

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus?

Al peggio non c’è mai fine e la Libia lo sa bene. Dopo anni di combattimenti, la tregua non arriva, anzi, sui territori forse dimenticati da Dio sembra abbattersi un’altra incombente minaccia, quella del Coronavirus.

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus? - Geopolitica.info fonte: repubblica.it

Da ormai sei anni in Libia è in corso una guerra civile tra due fazioni dominanti. Da una parte, il Governo di accordo nazionale (GNA) con base a Tripoli e diretto da Fayez Al- Sarraj. Governo ufficialmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Turchia. Dall’altra, l’esercito nazionale libico (ENL), guidato dal generale Khalifa Haftar, con base a Bengasi, nella regione est del paese, ricevente l’appoggio di potenze rilevanti sullo scenario internazionale quali la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi. Nell’ultimo anno l’ENL ha preso d’assalto Tripoli nella speranza di ottenere il controllo di tutto il paese e così la linea del fronte si è spinta sino alla periferia della città, dove ad oggi i cittadini si sono ammassati e vivono in condizioni altamente precarie.

A questa realtà intrinsecamente problematica e labile di partenza, se ne somma un’altra, quella dell’epidemia del Covid-19.  In un paese in cui le infrastrutture sono devastate dalla guerra civile ed il sistema sanitario è poco stabile, la diffusione dell’infezione da Coronavirus potrebbe gravare sull’assetto nazionale.

Le misure preventive conclamate dall’occidente, quali per prime il distanziamento sociale e la permanenza obbligata all’interno delle proprie dimore, sembrano non aver opportunità di realizzazione in un paese in cui, i quotidiani scontri obbligano le persone a continui spostamenti per fuga o peggio ancora, dove la popolazione è costretta a ricorrere alla scelta disperata di ammassarsi lì dove i bombardamenti non sono ancora arrivati, mettendo così a repentaglio la propria salute.

In sintesi, nei campi di battaglia, le misure atte a prevenire la diffusione del contagio sono ben lungi dall’essere applicate e tutto questo conduce irrimediabilmente ad un bivio atroce: restare in casa, con il pericolo di essere colpiti da una bomba o fuggire rischiando di contrarre un virus che, in non pochi casi, è altamente letale.

Ad oggi il numero di contagi confermati in Libia non supera quello di diverse decine di persone, dati che a prima vista sembrerebbero rassicuranti ma che ancora una volta potrebbero non rispecchiare la realtà dei fatti. Il sistema sanitario non è in possesso degli strumenti necessari per verificare il numero effettivo dei contagiati, ciò che nel pratico si traduce in una scarsità di tamponi. Analogamente, risulta altrettanto difficoltoso in molti casi riuscire a comprendere la causa effettiva dei decessi, con la conseguente ombra di incertezza in merito alle stime ufficiali dei deceduti per Covid-19.

Alla luce della minaccia causata dall’emergenza sanitaria, sono giunte sul territorio libico varie richieste da parte delle Nazioni Unite di cessate il fuoco, le quali non solo hanno avuto un’efficacia assai discutibile ma sembrano oltre tutto aver avuto l’effetto contrario. Dopo brevissimi attimi di tregua, l’esercito nazionale libico ha addirittura iniziato a bombardare gli ospedali civili, certo di trovarvi all’interno una notevole quantità di persone ricoverate per Coronavirus, esasperando le circostanze. Raccapriccianti sono le immagini di soldati libici che imbracciano un fucile ed indossano una mascherina,emblema di un paese non disposto a rinunciare alla guerra seppure questa implichi la possibilità di un contagio letale. 

Parallelamente a queste circostanze, c’è una parentesi da non sottovalutare che è quella dell’orrore nei centri di detenzione libici, all’interno dei quali si perde il conto del numero degli “ospiti” e nei quali la diffusione del virus trova un accesso preferenziale, viste le condizioni inumane in cui essi riversano. Detenuti che nella migliore delle ipotesi riescono semplicemente a tentare la traversata per raggiungere l’Europa, la stessa che invece, dal canto suo, per adempiere alle misure di contenimento del Covid-19, sta rendendo le omissioni di soccorso sempre più all’ordine del giorno, utilizzando la crisi sanitaria come pretesto per rimpatriare gli immigrati, ignorando forse che: “rimandare al proprio paese di origine chi presenta una richiesta d’asilo senza ascoltare le sue dichiarazioni va contro i principi fondamentali della legislazione internazionale sui profughi.”

Sud Sudan: la crisi continua – prima parte

Con la risoluzione n. 2514 del 12 Marzo 2020 del Consiglio di Sicurezza e con il Report del 30 Marzo 2020 del Segretario Generale delle Nazioni Unite, si è ribadito il forte impegno alla sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità della Repubblica del Sud Sudan e l’importanza dei principi di non ingerenza,  buon vicinato e  cooperazione regionale oltre ad esprimere forte preoccupazione per la crisi in cui versa il paese dal punto di vista politico, della sicurezza,  economico ed umanitario, ormai risalente al 15 dicembre 2013.

Sud Sudan: la crisi continua – prima parte - Geopolitica.info

Nel prosieguo, viene  sottolineato come non possa esservi una soluzione di tipo militare,  condannando a tale riguardo le violazioni dell’ “Accordo sulla cessazione delle ostilità, la protezione dei civili e l’accesso umanitario (l’ACOH)” del 21 dicembre 2017, evidenziate dal Meccanismo di Monitoraggio e Verifica del Cessate il fuoco e degli Accordi Transitori di Sicurezza (CTSAMVM), incoraggiando l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) nella condivisione dei suoi reports con il Consiglio di Sicurezza ed esprimendo apprezzamento per lo sforzo nel processo di pace; sottolineando poi l’impegno profuso dall’Unione Africana (UA), l’IGAD e i suoi Stati membri,  la Commissione Congiunta Ricostituita di Monitoraggio e Valutazione (RJMEC), il Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana (UAPSC), le Nazioni Unite e quanti altri collaborano con i leader sud sudanesi per una risoluzione della crisi (attraverso l’Accordo Rivitalizzato sulla Risoluzione del Conflitto nella Repubblica del Sud Sudan” del 2018-  l’Accordo rivitalizzato),  in cui è risultata fondamentale la mediazione della Comunità di Sant’Egidio.

A ciò si aggiunge un’altra questione fondamentale per il processo di pace e riguardante la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali,  la tutela delle donne da minacce e rappresaglie e la difesa delle loro organizzazioni, il tutto nell’ambito degli impegni stabiliti sull’inclusività.

A tale parte della risoluzione, fa seguito la grande preoccupazione per le tensioni continue tra il Governo del Sud Sudan (GoSS) e le forze dell’opposizione ( risoluzione n. 2428 del 2018 e  n. 2471  del 2019), anche  a causa della diffusione  di armi leggere e di piccolo calibro (nell’ordine di 700 mila unità),  della crescente insicurezza alimentare, dello sfollamento di oltre quattro milioni di persone, della pauperizzazione generale del Paese e della restrizione alle libertà di movimento, per non parlare delle aggressioni al personale della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica del Sud Sudan (UNMISS) e le limitazioni tout court alle sue operazioni, aspetti, questi ultimi, che non fanno venire meno  il continuo sforzo dell’UNMISS nel cooperare con le comunità locali, gli attori umanitari, le comunità di sfollati, e  ove  possibile, con le autorità,  nonostante l’ostruzionismo e le minacce ricorrenti: da parte del GoSS, che avrebbe la responsabilità primaria della protezione della popolazione presente sul territorio, ed un cui atteggiamento propositivo faciliterebbe la riconciliazione nazionale (capitolo V dell’Accordo); dell’opposizione; delle Forze di Difesa del Popolo del Sud Sudan (SSPDF); del Servizio di Polizia Nazionale del Sud Sudan (SSNPS); del Servizio di Sicurezza Nazionale (NSS); dell’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese di Opposizione (SPLA-IO); del Fronte di Salvezza Nazionale (NAS), tutti volti a violare l‘Accordo sullo Status delle Forze Armate (SOFA).

Si registrano poi attacchi contro i civili (soprattutto donne, bambini e disabili), violenze etniche, discorsi di odio e di incitamento alla violenza e che potrebbero sfociare in una guerra etnica (secondo quanto riportato dal Consigliere Speciale per la Prevenzione del Genocidio Adama Dieng) e si esprime preoccupazione, da parte del Segretario Generale (S/2019/280) in merito alla violenza sessuale di genere nei conflitti, ai rapimenti, ai matrimoni forzati e alla riduzione in schiavitù, modalità  proseguite, nonostante l’Accordo rivitalizzato e la sospensione di molte  offensive militari (Report “Conflict-Related Sexual Violence in Northern Unity”, per il periodo settembre-dicembre 2018, a cura di UNMISS ed Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani –OHCHR, febbraio 2019). 

Da ciò, risulterebbe urgente l’attivazione di indagini tempestive in merito, di assistenza e protezione delle vittime, di perseguimento dei responsabili, la condanna delle violazioni del diritto umanitario internazionale e dell’incitamento a commettere tali violazioni (Commissione d’inchiesta dell’UA sul Sud Sudan, del 27 ottobre 2015; reports della Commissione per i diritti umani nel Sud Sudan, del febbraio 2018,  2019 e  2020), della censura della società civile, del personale umanitario e dei giornalisti e volendo, anche quanto proposto dall’ Unione Africana, ossia l’istituzione di una Corte Ibrida per il Sud Sudan,  che possa raccogliere e conservare prove di violazioni e perseguire i responsabili, oltre alla ratifica, da parte del GoSS, del Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo sulla partecipazione dei bambini ai conflitti armati (la Commissione per i diritti umani nel febbraio 2020 stima che dal luglio 2019 circa 19.000 bambini sarebbero ancora nelle file del SSPDF e dei gruppi armati di opposizione), ed anche l’attuazione di misure che favoriscano la libertà di espressione, opinione ed associazione (del tutto insufficienti, secondo il “Rapporto sulla libertà di opinione e di espressione nel Sud Sudan dalla crisi del luglio 2016” congiunto UNMISS e OHCHR).

Al contempo, il Consiglio di Sicurezza plaude al prezioso contributo delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, delle forze di pace e di polizia, dei partner e dei donatori nel fornire un sostegno urgente e coordinato alla popolazione, e  invita la comunità internazionale a proseguire in tali sforzi, continuando a chiedere alle parti in conflitto,  in conformità alle disposizioni del diritto internazionale e ai principi delle Nazioni Unite, l’accesso pieno, sicuro e senza ostacoli del personale di soccorso, delle forniture e  dell’assistenza umanitaria, condannando  gli attacchi contro il personale medico, gli ospedali, contro il personale e le strutture delle Nazioni Unite e dell’IGAD, così come a fare luce  sugli episodi commessi dalle forze di pace, su cui intervenire prontamente ( risoluzione n. 2272 del 2016).

Parimenti, si sottolineano gli  ostacoli all’attuazione delle risoluzioni n. 1325 del 2000, n. 2242 del 2015 ed altre nell’ambito dell’Agenda su Donne, Pace e Sicurezza) per l’attuazione di misure che vanno dall’empowerment, alla partecipazione nei processi decisionali, al rispetto dei loro diritti umani. 

Tutti gli aspetti summenzionati  fintanto che non verranno risolti, continueranno a rappresentare una minaccia per il paese ma anche per la sicurezza internazionale della regione. 

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze

Le missioni mediche e militari che alcuni Paesi hanno realizzato in Italia per contribuire alla lotta al Coronavirus hanno reso evidente come la loro componente solidaristica sia difficilmente separabile da quella politico-strategica. A costo di passare per dei cinici realisti, è necessario ricordare come – soprattutto nella dimensione internazionale – nessuno faccia niente in cambio di nulla o, meglio, faccia qualcosa in nome del più alto valore della solidarietà. Sarebbe sicuramente una storia bella da raccontare e da raccontarci ma, se ci cascassimo, rischieremmo di non essere in grado di guardare dentro alla realtà e di interagirvi efficacemente.

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze - Geopolitica.info fonte: piccolenote.ilgiornale.it

L’emergenza COVID-19, infatti, si è attestata come un nuovo terreno di confronto tra i garanti dell’ordine liberale – gli Stati Uniti e i loro alleati (al netto delle crepe che tra questi stanno emergendo) – e quelle che la National Security Strategy 2017 ha definito come potenze “revisioniste” – in primis la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. 

L’invio di personale medico e materiale sanitario di Pechino, così la missione From Russia with Love di Mosca, hanno sollevato un dibattito a cui abbiamo preso parte anche dalle pagine di Geopolitica.info. Questo ha toccato alcuni dilemmi irrisolti degli aiuti esterni, come le loro conseguenze materiali (utili o inutili?), i loro costi (donazioni o vendite?) e le loro ragioni (umanitarie o strategiche?), culminando nel botta e risposta tra il quotidiano torinese La Stampa e l’Ambasciatore della Federazione Russa, così come nella denuncia del ritorno in Italia “a pagamento” delle mascherine precedentemente donate alla Cina.

I commentatori hanno sottolineato più o meno esplicitamente un doppio ordine di obiettivi che avrebbe ispirato sia Mosca che Pechino. Quello più citato è legato alla dimensione del soft power. In tal prospettiva, la Russia avrebbe prestato soccorso all’Italia per crearsi un credito da spendere sulla questione delle sanzioni e su quella della Enhanced Forward Presence della NATO nell’Europa settentrionale. La Cina, dal canto suo, lo avrebbe fatto per preparare il terreno a un’ulteriore accelerazione del progetto One Belt, One Road, che potrebbe tradursi nell’acquisizione di alcuni asset strategici italiani (in particolare, le infrastrutture portuali) sul modello di quanto già fatto in Grecia (si pensi al porto del Pireo). Il secondo obiettivo, meno citato ma sempre strisciante in tutti i ragionamenti, è quello legato alla componente di hard power, ovvero alle informazioni militari che tanto l’equipe medica cinese quanto il contingente russo avrebbe potuto carpire in Italia.

Entrambe le criticità, sebbene da non sottovalutare, sembrano legate a un paradigma strategico da Guerra fredda, fondato su una propaganda volta a rovesciare gli allineamenti consolidati e la ricerca di una superiorità militare in vista di un confronto apocalittico e decisivo. Tuttavia, fanno sì che non siano tenuti in dovuto conto due elementi essenziali delle dinamiche internazionali odierne. Da una parte, il fatto che il confronto tra grandi potenze prende forma su terreni nuovi (biotecnologie, calcolatori quantistici, intelligenza artificiale, reti di comunicazione, big data) che non possono essere ridotti a degli epifenomeni delle dimensioni “tradizionali”. Questi hanno una loro autonomia e devono prevedere una riflessione strategica, dei modelli di comportamento e degli obiettivi specifici. Dall’altra, a causa del differenziale di potenza con gli Stati Uniti che ancora li vede sfavoriti nel settore militare, la Federazione Russa o la Repubblica Popolare Cinese potrebbero essere interessate a compiere salti di paradigma strategico proprio su terreni “nuovi” della competizione internazionale. Se questo fosse vero ne potrebbero discendere due obiettivi principali che affiancherebbero – o sopravanzerebbero – quelli precedentemente discussi.

Il primo, relativo alla dimensione del potere nelle relazioni internazionali, riguarda le future evoluzioni della competizione tra le grandi potenze. Fondati o meno che siano i sospetti dell’Amministrazione Trump sulla fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan, la crisi innescata dal COVID-19 ha dimostrato che l’arma batteriologica può rappresentare uno strumento efficace per infliggere perdite umane ed economiche, oltre che per piegare il morale della popolazione dei Paesi nemici. Occorre ricordare, d’altronde, che i documenti strategici americani parlano della necessità di sviluppare una capacità di risposta alle pandemie e agli attacchi alla salute pubblica sin dalla National Security Strategy del 2006. Pertanto, occorre essere pronti a farvi fronte, avendo sviluppato quelle conoscenze che saranno indispensabili nel momento del bisogno. Dalla prospettiva russa e cinese, l’Italia potrebbe avere rappresentato un laboratorio a cielo aperto dove addestrare e testare equipe mediche e reparti dell’esercito specializzati nei settori della difesa chimica, radiologica e biologica.

Il secondo obiettivo, relativo al tema del prestigio nelle relazioni internazionali, chiama in causa l’utilizzo di quelle informazioni strategiche che potrebbero essere state carpite sul nostro territorio. Si fa naturalmente riferimento a quelle relative al Coronavirus, dagli studi in corso nel nostro Paese (ricordiamolo, ancora all’avanguardia in campo medico) alla casistica dei pazienti italiani, passando per le procedure e i protocolli attivati. Ma anche, più in generale, a quelle custodite dal nostro sistema sanitario nazionale. In altre parole, missioni ufficialmente realizzate in nome della solidarietà potrebbero rivelarsi, nella migliore delle ipotesi, delle grandi operazioni di data mining. In tal prospettiva, sarebbe interessante sapere quale livello di accesso abbiano avuto i team inviati da Mosca e Pechino ai big data custoditi nei nostri ospedali, aziende sanitarie e RSA. In tal prospettiva, non si dimentichi che la conferenza stampa della missione cinese si è tenuta in una struttura strategica al giorno d’oggi come l’INMI Lazzaro Spallanzani che, tuttavia. non è pensata – come le altre – per doversi difendere da qualcuno o da qualcosa.

Se ciò fosse vero, l’utilizzo immediato che si potrebbe fare delle informazioni reperite in Italia sarebbe quello ai fini della scoperta di un vaccino russo o cinese per il COVID-19. Questo risultato sarebbe fondamentale in termini di potere e di prestigio per gli sfidanti dell’ordine internazionale, così come per i suoi garanti. Tale sfida in nome del progresso scientifico trova un illustre precedente in un altro momento critico della storia contemporanea che, oltre a essere denso di suggestioni, può risultare utile per comprendere quale modello di conoscenza e contrasto del Coronavirus potrebbe essere necessrio adottare.

Il salto indietro ci porta nella Copenaghen del 1941, occupata dalle truppe della Germania nazista. Qui il fisico tedesco Werner Karl Heisenberg (nazista più per opportunità di carriera che non per convinzione ideologica) fa visita al suo vecchio maestro Niels Bohr (ebreo da parte di madre). Entrambi sono attivamente coinvolti, su fronti opposti, nella ricerca scientifica che mira a realizzare la bomba atomica. I due hanno una conversazione nel giardino della casa di Bohr. La maggior parte degli storici ritiene che Heisenberg – a capo del programma nucleare militare tedesco – volesse capire a che punto fossero gli alleati nello sviluppo dell’arma suprema, perché riteneva che Bohr ne avesse contezza (nel 1943 il fisico danese riparerà negli Stati Uniti dove parteciperà attivamente al Progetto Manhattan insieme a molti altri ebrei fuggiti da un’Europa in fiamme). I due fisici (diventati anche i protagonisti di una fortunata pièce teatrale di Michael Frayn) rappresentano due visioni contrastanti della scienza. Da un lato Heisenberg, fautore dello sforzo titanico di un solo Paese e disponibile a piegare la scoperta scientifica alla politica di potenza di una nazione. Dall’altro Bohr, fautore del progresso scientifico per accumulazione e dell’idea di società aperta.

Anche oggi sembra consumarsi lo stesso confronto, con le società aperte identificabili – nonostante qualche sbandamento sia da parte americana che europea – nelle potenze garanti dello status quo emerso dalla fine della Guerra fredda e le società chiuse nelle potenze revisioniste. Nell’ambito di tale dinamica di interazione, è inverosimile che l’Italia, al netto delle stravaganti uscite di qualche politico (senza distinzione tra partiti), possa disallinearsi dal primo campo nel breve-medio periodo. Il fronte euro-atlantico, d’altronde, è contraddistinto dalla presenza di un sistema di vincoli reciproci altamente istituzionalizzati che, congiuntamente a questioni di ordine economico e culturale, rendono i rapporti tra i Paesi che vi partecipano particolarmente “vischiosi”. Tuttavia, alcune scelte compiute in questa fase dal nostro Paese – non è dato sapere se intenzionali o meno – potrebbero comunque contribuire a rafforzare il fronte dei Paesi revisionisti in questo nuovo terreno di contestazione dell’ordine liberale. Come sistema-Paese dovremmo esserne coscienti, magari dibattendone pubblicamente senza pregiudizi e sensazionalismi, e agire di conseguenza. Per decidere insieme dove, come e in compagnia di chi immaginiamo l’Italia da qui ai prossimi vent’anni. 

Gabriele Natalizia,
Geopolitica.info e Sapienza Università di Roma

Salvatore Santangelo,
Geopolitica.info e Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Il Paese dei cedri a rischio default: archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale

Il Libano costituisce l’archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale. Il consolidarsi della politica americana di selective engagement nell’Area Mediorientale ha rivivificato le aspirazioni egemoniche regionali saudite, iraniane ed egiziane ma anche israeliane e turche. Aspirazioni che hanno trovato terreno di confronto, da un lato, nella martoriata Siria e, dall’altro, nel delicato equilibrio interno a Beirut. Il Paese dei cedri si ritrova oggi, così, stretto tra una difficile autodeterminazione rispetto agli Stati limitrofi e un forte rischio di bancarottaQuali le cause del default che rischiano di schiacciare Beirut nel confronto con gli altri competitors regionali

Il Paese dei cedri a rischio default: archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale - Geopolitica.info

La resilienza dopo la guerra civile

La Repubblica Parlamentare Libanese è sorta sulle ceneri di quindici anni di guerra civile, terminata il 13 ottobre 1990. Il suo consolidarsi è il frutto di contrastanti influenze: da un lato, l’influenza di Riyad intenzionata a guidare la Regione, in una supremazia politica sunnita e, dall’altro, l’ascesa sciita di Damasco e Teheran. Precipuamente, è stata l’ideologia sciita a prendere il sopravvento e influenzare l’evoluzione istituzionale della nazione. Ma in due sensi differenti. Da un lato, il regime baathista ha considerato, sempre, il Libano (insieme alla Giordania e alla Palestina) parte imprescindibile del progetto della “Grande Siria“. Dall’altro, l’Iran si è fatto istante del sentimento di insofferenza delle frange sciite della popolazione rispetto ad un ordine costituto che le vede emarginate politicamente ed economicamente. Non a caso, Teheran ha destinato un forte supporto logistico, finanziario e, soprattutto, ideologico a Hezbollah. Il Partito di Dio, così, da milizia a base confessionale, è riuscito a consolidarsi come organizzazione politica, grazie all’adozione di programmi educativi, culturali e socio-assistenziali a favore della popolazione sciita. Nel far ciò, ha piegato i suoi ideali islamici radicali, di matrice Khomeinista, alle peculiarità socio-economiche del territorio, divenendo strumento di destabilizzazione dei governi nazionali sostenuti, invece, dall’area sunnita. La natura multiconfessionale del Paese e le forti influenze esterne hanno, pertanto, reso più complicato il raggiungimento di una piena autodeterminazione nazionale. Al di là delle complesse e frammentate dinamiche interne, il Libano è riuscito ad interporsiautorevolmente nei confronti dei protagonisti della Global Society, distinguendosi per le capacità solutorie dei debiti di guerra e per la resilienza nell’avvio di una costante e progressiva crescita economica. Una economia, però, priva di una struttura produttiva e commerciale, essendo principalmente orientata all’erogazione di servizibancari e finanziari. Una strategia economica che è valsa l’epiteto di “Svizzera del Medio Oriente” e che si è consolidata grazie a imposizioni fiscali bassi e scarsi controlli pubblici. Non solo. Dati alla mano, investimenti, depositi esteri e rimesse hanno spinto, in egual misura, la crescita del Paese e sono riusciti a compensare le perdite derivate dalla diaspora di manodopera e di risorse intellettuali durante tutti gli anni di conflitto.

Oltre il “paradiso” fiscale, l’instabilità

L’aumento, costante nel tempo, dei flussi internazionali di capitali speculativi, di investimenti di breve periodo (non destinati al finanziamento delle attività produttive) e il preponderante ruolo degli hedge funds hanno reso sempre più netto lo sviluppo del settore finanziario rispetto allo sviluppo conosciuto dall’economia reale del Paese. E conseguentemente, hanno accelerato l’aumento del debito pubblico, la perdita di valoredella moneta nazionale e reso dilagante la corruzione. Perciò, al progetto di ricostruzione del Paese ha fatto seguito un programma di risanamento della finanza pubblica, di riduzione delle spese, soprattutto sociali, e di copertura del debito con percentuali alte di entrate fiscali. Ne sono derivati un ispessimento delle disuguaglianze di reddito e una forte disparità di ricchezza; tanto che, allo spirare del 2019, solo l’1% della popolazione deteneva ben un quarto della ricchezza del Paese. La restante parte viveva con meno di 4 dollari al giorno, ovvero meno di 108 euro al mese. Una situazione di insostenibilità economica di cui si sono fatte portavoce le proteste di piazza che hanno caratterizzato l’autunno 2019 e si sono protratte sino alle dimissioni del Governo, sunnita e filosaudita, di Saad Hariri (al potere dal 2016). 

Le sfide del nuovo governo

Nel Gennaio scorso, così, Beirut ha visto nascere un nuovo governo con al timone Hassan Diab (già ministro dell’Istruzione), ampiamente sostenuto da Hezbollah. Sin dal suo insediamento, Diab ha dovuto affrontare molte sfide per la sopravvivenza del Paese. Prima fra tutte, il più il più alto rapporto al mondo di rifugiati per abitante: l’interminabile guerra siriana ha spinto sino ad 1,5mln di profughi verso il territorio libanese, appesantendo ulteriormente le spese pubbliche. In secondo luogo, un debito pubblico abnorme, superiore al 160% del PIL. In terzo luogo, la penuria di valuta estera: dopo le vertiginose svalutazioni della lira libanese, degli anni ’90, infatti, la politica monetaria si è orientata verso l’adozione di un tasso fisso di 1,507 lire per un dollaro. In questo modo, il dollaro è divenuta la principale moneta nelle transazioni finanziarie. Sennonché, l’instabilità politica interna (compresa la chiusura degli istituti bancari, durante le proteste autunnali) e le altalenanti dinamiche regionali hanno fortemente scoraggiato gli investitori stranieri. Minori depositi esteri hanno corrisposto inferiori riserve di dollari necessarie per adempiere ai pagamenti verso i creditori stranieri. 

Mancanza di fiducia del mercato e penuria di valuta estera

L’eccessiva esposizione al debito costituisce il dato caratterizzante il sistema economico postmoderno e l’attività di ogni operatore del mercato, comprese le singole entità statali. Pur di conseguire le risorse necessarie all’attuazione delle proprie politiche (in mancanza o insufficienza di ricchezza reale interna prodotta) gli Stati ricorrono al prestito (da parte di finanziatori privati o fondi sovrani), per mezzo dell’emissione di titoli di debito (e la concessione di interessi composti). Ma in questo modo si avvia una spirale perversa ove gli Stati accumulano debiti su debiti, al limite della loro possibilità di solvenza, esponendo la propria politica al giudizio del mercato. Ed, infatti, la situazione finanziaria libanese ha incominciato a vacillare quando gli operatori del mercato si sono mostrati propensi ad acquistare nuovi titoli di debito solo a fronte del riconoscimento di maggiori garanzie, in termini di più alti tassi di interesse. Tassi di interesse composti che hanno incominciato a divenire a tre cifre da 300% a 600% per ogni tranche di nuovi Bond emessi. La perdita di fiducia del mercato nei confronti del governo libanese si è tradotta, così, in una ulteriore riduzione delle riserve di valuta estera (da $ 55mln a $ 22mln), generando, a sua volta, una contrazione nel mercato delle merci importate. Un dato di non poco conto, per un Paese che importa tutti i beni necessari alla sopravvivenza della popolazione (con un disavanzo commerciale di $ 15368 mln). 

Svalutazione e debito ingombrante: le soluzioni auspicate

Al presidente della Banca centrale, Riad Salameh, riconfermato per la terza volta, perciò, non è rimasta altra scelta: ricorrere agli strumenti dell’ingegneria finanziaria o dichiarare il default. In primis, sono stati posti limiti ai prelievi moneta estera, per un massimo di 500 dollari al mese, pari al 50% in meno rispetto alla cifra concessa precedentemente. Cercando, in questo modo, di preservare una minima capacità del Paese nell’acquisto di beni di prima necessità dall’estero. In secundis, si è cercato di tamponare la svalutazione della lira sul mercato nero (di oltre il 40%), nonostante il tasso di cambio fisso. Il ricorso all’ingegneria finanziaria è apparsa, comunque, l’unica soluzione. Infatti, per un certo lasso di tempo nei corridoi della Banca Centrale ha serpeggiato l’idea di procedere verso derivanti di copertura del rischio di cambio (swap). La Banca Centrale stipulando contratti di swapcon gli investitori esteri, si sarebbe esposta a pagare solo la differenza tra i tassi d’interesse al momento della stipula e quelli alla scadenza. Ma l’attuazione di questo progetto è stata impedita dalla forte opposizione dei creditori stranieri e dall’avvertimento della società di rating Fitch, secondo cui una simile operazione avrebbe costretto a una revisione del rating sovrano al livello di “default selettivo”.

Sabato 7 marzo 2020: il default? 

Sabato 7 marzo 2020, oramai, rappresenta una data indelebile nella storia del Paese dei cedri. Il presidente Diab è stato costretto ad ammettere che “il debito è diventato più grande di quanto il Libano possa sostenere ed è impossibile per i libanesi pagare gli interessi” sulle tranche di Bond in scadenza tra marzo e aprile. In altri termini, Diab ha sospeso per 15 anni il pagamento dei suoi debiti, fissando una nuova scadenza nel 2035. In questo modo, Beirut si qualifica come debitore moroso ma non definitivamente inadempiente. Al contempo, modificando unilateralmente i termini temporali di adempimento, ha manifestato una volontà propositiva di iniziare nuove trattative con i creditori, al fine di ristrutturare il debito. Si configura sì un profilo di default selettivo o parziale come aveva temuto Fitch, ma superabile mediante nuove negoziazioni con i creditori.

Volontà negoziale

I termini dei negoziati con i creditori esteri insoddisfatti, possono andare da un allungamento dei tempi di adempimento ad un taglio (haircuit) del valore nominale dei bond. Il Libano è membro del FMI che al momento ha inviato una propria delegazione esclusivamente per una “consulenza tecnica”. Spetta al governo, infatti, esprimere parere favorevole ad un programma di risanamento gestito dal Washington Consensus. Ma Hezbollah esclude la ammissibilità di ingerenze esterne (la condizionalità del FMI) nel Paese. Probabilmente, l’inasprirsi della situazione, in virtù dall’imminente emergenza sanitaria Covid-19 potrebbe spingere Hezbollah a mutare la propria posizione ed accettare l’intervento del FMI nel piano di risanamento del Paese.

Medio Oriente: l’instabilità yemenita

Recentemente, è stata adottata la Risoluzioni n. 2511 sul contesto yemenita nell’ambito del più generale quadro medio orientale, con l’obiettivo precipuo di evidenziare l’instabilità politica, di sicurezza, economica ed umanitaria del Paese.

Medio Oriente: l’instabilità yemenita - Geopolitica.info

Con la Risoluzione n. 2511 del 25 Febbario 2020, il Consiglio di Sicurezza ha voluto dapprima ribadire la necessità del raggiungimento dell’unità, della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale yemenita, nel più ampio e complesso quadro medioorientale, esprimendo grande preoccupazione per le innumerevoli sfide che lo Yemen si trovava ad affrontare: a partire dal quadro politico, passando per quello della sicurezza, dell’economia ed arrivando al contesto umanitario. 

Con riguardo a quest ultimo contesto, quello umanitario, il Consiglio di Sicurezza, rifacendosi al Report Finale (S/2020/70) del Panel di Esperti (istituito ai sensi della risoluzione n. 2140 del 2014), ha espresso profonda preoccupazione per i numerosi e reiterati casi di violazioni dei diritti umani, come abusi sessuali nelle zone controllate da Houthi, reclutamento di bambini soldato nei conflitti armati, sparizioni forzate e le minacce scaturenti dal trasferimento ed uso illecito delle armi (di cui si prevedeva l’emargo già al par. 14 della risoluzione n. 2216 del 2015).    

Un’ulteriore questione emersa, nella disamina dei problemi concernenti lo Yemen, ha riguardato l’interrelazione scaturente tra rischi ambientali da un lato, e le difficoltà incontrata da parte dei funzionari Onu nello svolgere quanto previsto nel mandato, come le ispezioni alla petroliera Safer, nel nord del Paese e sotto controllato Houthi, dall’altro. 

Già da questi primi elementi summenzionati, si potrebbero facilmente evincere le sfide che lo Yemen è chiamato a fronteggiare, motivo per il quale, lo stesso Consiglio di Sicurezza, nell’ambito di tale risoluzione, ha  posto in evidenza l’importanza della volontà da parte di tutti gli attori coinvolti nel conflitto yemenita per addivenire ad una risoluzione delle controversie, tramite il dialogo e la consultazione e  rifuggendo  altresì la violenza per il perseguimento di qualsivoglia obiettivo politico, ribadendo poi l’obbligo imprescindibile, del rispetto del diritto internazionale, del diritto umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani, e ringraziando al contempo il Segretario Generale delle Nazioni Unite, per l’impegno profuso, nell’ambito del processo di transizione yemenita, da parte dell’Inviato Speciale per lo Yemen, Martin Griffiths

Dopodiché, è stato evidenziato come il quadro di instabilità generale fosse stato aggravato dalla presenza dei gruppi terroristici  affiliati ad AQAP (Al-Qaida nella Penisola Arabica) e al Da’esh (ISIS, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), i quali detenendo il controllo di tutto il Paese, hanno prodotto un impatto destabilizzante sullo Yemen e nella regione circostanze, concorrendo ad aggravare la già precaria situazione umanitaria delle popolazioni civili ivi presenti.  

Per tali motivi, gli sforzi del Consiglio di Sicurezza nel voler implementare misure quali elenchi di individui, gruppi ed imprese segnalati per finalità terroristica, così come le sanzioni annesse (come ricordato dal par. 2 della risoluzione n. 2253 del 2015), e la collaborazione da parte degli Stati membri della regione per incoraggiare una maggiore facilitazione tra le parti, sono stati considerate imprescindibili all’interno di tale risoluzione, quale mezzo per combattere l’attività terroristica nello Yemen (sulla base delle precedent risoluzioni n. 2140 e n. 2216 ). 

Infine, si è espressa grande preoccupazione per la devastante situazione umanitaria, resa ancor più drammatica dalle interferenze riscontrate nelle operazioni di aiuto, assistenza e nella consegna di beni primari alla popolazione civile, nelle zone controllate da Houthi. 

Per tutto quanto summenzionato, il Consiglio di Sicurezza ha evidenziato altresì la necessità e l’urgenza che il Comitato (istituito ai sensi del par. 19 della risoluzione n. 2140) evidenzi le raccomandazioni contenute nelle relazioni del Panel di Esperti, istituiti a tale proposito. 

Ma qual era la situazione precedente l’approvazione della risoluzione n. 2511?  

Nel Comunicato Stampa  del 30 gennaio 2020, l’allora Presidente del Consiglio di Sicurezza Dang Dinh aveva riportato le molte preoccupazioni dei membri del Consiglio di Sicurezza, in merito all’escalation di violenza in alcune zone dello Yemen, come  Nehm e Al Jawf  e al loro impatto sui tanti civili, in gran parte sfollati, in seguito alle violenze stesse, oltre al fatto che tale ripresa delle ostilità, concorresse a minare i progressi raggiunti, faticosamente, nel corso del periodo precedente.   

Tutto ciò portava poi gli Stati membri a chiedere con fermezza l’immediata cessazione delle ostilità, l’eliminazione di qualsivoglia forma di violenza, insieme al rispetto degli obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario e dal diritto internazionale dei diritti umani, soprattutto con riguardo alle categorie più vulnerabili quali donne e bambini; oltre al perseguimento dei responsabili di gravi crimini. Parallelamente, veniva rinnovato il pieno sostegno agli sforzi profusi da parte dell’Inviato Speciale del Segretario Generale per lo Yemen, auspicando altresì una nuova distensione che potesse porre le premesse per successivi negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite, ponendo così le premesse, auspicabili, per la fine del conflitto e l’instaurazione di una transizione pacifica nel Paese.  

All’interno del medesimo comunicato stampa, gli Stati membri accoglievano favorevolmente il  ponte aereo di evacuazione medica-da Sana’a ad Amman e al Cairo- fissato per il successivo 27 gennaio, ribadendo altresì la richiesta alle parti in conflitto del mantenimento del cessate il fuoco ed auspicando auspicavano  una più assertiva attuazione dell‘Accordo di Stoccolma, parallelamente agli impegni per una soluzione politica inclusiva (come previsto dalla risoluzione n. 2216 del 2015, dall’iniziativa del Consiglio di Cooperazione del Golfo  e dall’esito della Conferenza  Globale del Dialogo Nazionale), così come, precedentemente, avevano  accolto favorevolmente l’impegno   ad attuare l’Accordo di Riyadh.   

Infine veniva chiesta l’immediata cessazione di tutte le intimidazioni nei confronti degli operatori umanitari, consentendo a questi di poter prestare assistenza e far arrivare le forniture previste, soprattutto nel nord del paese e ribadendo quanto fesse importante per il Consiglio di Sicurezza che lo Yemen riuscisse ad incamminarsi verso una stabilizzazione generale, attraverso il raggiungimento della propria unità, sovranità, indipendenza  ed integrità territoriale. 

L’approvazione della risoluzione n. 2511 

 Il Consiglio di Sicurezza, visto il permanere se non in alcuni casi l’acuirsi dell’instabilità generale presente nel Paese ha deciso, ad esempio di prorogare le misure previste ai par. 11 e 15 della risoluzione n. 2140, rispettivamente sul congelamento temporaneo di attività finanziarie, risorse economiche prsenti sul  territorio  yemenita e possedute o controllate dalle persone o dai gruppi collegati ad attività terroristiche (e come tali segnalati dal Comitato, in base al par. 19 della stessa risoluzione) e sul divieto di ingresso o transito sul territorio yemenita alle stesse persone, fino alla data del 26 Febbraio 2021.  

Inoltre, sono state ribadite le disposizioni dei paragrafi 12, 13, 14 e 16 della medesima risoluzione n. 2140 con riferimento a: 

  • Misure imposte dal par. 11 di cui sopra che non vanno applicate nei casi di risorse economiche, attività finanziarie o fondi  necessari a far fronte a spese quali l’acquisto di generi alimentari, medicinali o cure mediche, così come il pagamento di affitti, spese legali  o amministrative, o spese straordinarie (queste ultime notificate dagli Stati interessati al Comitato e da questo essere approvati (par. 12); 
  • Sempre in base al par. 11, sono consentiti da parte degli Stati, versamenti di interessi o profitti su conti, derivanti da contratti, stipulati prima del congelamento dei conti medesimi (par. 13)
  • In base al par. 11, se persone o gruppi rientranti negli elenchi di coloro che sono stati segnalati dal Comitato devono effettuare pagamenti nell’ambito di un contratto concluso prima dell’inserimento nell’elenco.possono farlo, purché tali pagamenti non siano collegati e ricevuti da altra persona o entità posta nell’elenco e previa notifica al Comitato da parte degli Stati interessati (par. 14); 
  • Le misure del par. 15 di cui sopra invece non vengono applicate quando il Comitato, o uno Stato (che dovrà darne notifica al Comitato medesimo) valutino uno spostamento giustificato da esigenze umanitarie, compresi gli obblighi religiosi; in osservanza ad un procedimento giudiziario; se volto a favorire obiettivi che favoriscano la pace e la riconciliazione nazionale; e quando uno Stato stabilisce, caso per caso, che tale ingresso o transito è necessario per far progredire la pace e la stabilità nello Yemen (par. 16); 

A quanto summenzionato, vengono annoverate, da parte del Consiglio di Sicurezza, anche le disposizioni dei par. 14 e 17 della risoluzione n. 2216, rispettivamente in merito a persone e gruppi segnalati, che agiscono per conto di gruppi terroristici o meno, che si servono di mezzi quali navi ed armi così come di assistenza tecnica, finanziaria o di altro tipo e con riferimento ad ispezioni da parte degli Stati membri. 

In aggiunta, il Consiglio di Sicurezza ha ribadito una ferma condanna dell’uso della violenza sessuale nei conflitti armati, così come dell’impiego di bambini soldato nei conflitti stessi, in quanto violazione del diritto internazionale (par. 18 della risoluzione n. 2140) ed atti che minacciano la pace, la sicurezza o la stabilità dello Yemen, (par. 17della stessa risoluzione n. 2140). 

Inoltre si è decisa una proroga del mandato del Panel di Esperti fino al 28 marzo 2021  (par. 21 delle risoluzioni n. 2140 e n. 2216), con l’intenzione di rivedere il mandato e adottare le misure appropriate per la proroga, stabilendo al contempo che il Panel dovrà cooperare con altri Panel di esperti in sanzioni, precedentemente istituiti dalle risoluzioni n. 1526 del 2004 e n. 2368 del 2017. Ovviamente, perché il lavoro di tali panels proceda speditamente e senza tentennamento alcuno è necessario che venga garantita loro, da parte di tutti-parti in conflitto, Stati membri ed organizzazioni- tutta la cooperazione, sicurezza ed il libero accesso a persone, documenti e luoghi, possibile, seguendo altresì quanto riportato nella Relazione del Gruppo di Lavoro Informale sulle Questioni Generali delle Sanzioni (S/2006/997) in merito alle best practices da adottare. 

Per concludere, si può ben vedere quanto il panorama yemenita riportato nella presente risoluzione continui ad essere particolarmente instabile, rappresentando una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Da ciò ne scaturisce l’auspicio per una repentina attuazione della transizione politica, che tenga conto di quanto stabilito precedentemente, per mezzo della Conferenza Globale del Dialogo Nazionale, del Consiglio di Cooperazione del Golfo, di questa e delle precedenti risoluzioni in materia, al fine di raggiungere l’obiettivo di una stabilizzazione generale, che porti giovamento in primis e finalmente alla popolazione del luogo. 

#Covid-19: L’importanza di sapere comprendere la gravità politica di una crisi

Quando interviene una crisi, il mondo che riemerge alla sua conclusione non è mai quello che si conosceva prima. I momenti critici, d’altronde, pongono persone, Stati o qualsiasi tipo di organizzazione di fronte un’alternativa tra la vita e la morte, il successo e la sconfitta, la guerra e la pace. Scrive Alessandro Colombo, nel suo Tempi decisivi, che le crisi sono fasi di distorsione del tipo e dell’intensità dell’interazione tra avversari, durante le quali i soggetti coinvolti percepiscono una minaccia ai propri valori fondamentali, sono consapevoli di dover rispondere in un tempo limitato e sanno che il proprio destino dipende dalle scelte che vengono compiute in questo momento. 

#Covid-19: L’importanza di sapere comprendere la gravità politica di una crisi - Geopolitica.info

Le generazioni più anziane – per intenderci quelle degli over-65, hanno vissuto consapevolmente la crisi che negli anni Settanta pose in questione lo stile di vita e il primato politico, economico e culturale della “nostra parte di mondo”. Il riferimento, ovviamente, è agli eventi che si consumarono tra la fine del sistema di Bretton Woods (1971), la crisi energetica seguita alla Guerra dello Yom Kippur (1973), il definitivo ritiro americano dal Vietnam (1975) e la firma di quegli accordi di Helsinki (1975) che – si ricordi – nell’immediato sembrarono un successo dell’URSS e solo ex post se ne comprese il potenziale devastante per la tenuta del campo avversario. 

L’essenza del concetto di crisi così come del caso storico qui riportati, invece, risultano più problematici da decifrare per le generazioni nate e cresciute nel mondo occidentale dalla seconda metà degli anni Sessanta. E non perché queste – a cui appartiene anche chi scrive – non abbiano vissuto momenti critici, ma perché la nostra esperienza è stata diversa da quelle del passato. Faccio qui riferimento alle due principali crisi degli ultimi 50 anni, quella del 1989-1991 e quella del 2007-2008. 

La prima si abbatté sull’ordine bipolare, determinando un mutamento sistemico in termini politici. Nonostante ciò fu vissuta spensieratamente nella nostra parte di mondo, anche se non fu esattamente un “pranzo di gala” per quanti vivevano nei Paesi del blocco comunista. La nostra “prima volta” con una crisi, quindi, ci ha indotto ad attribuire a tale concetto delle sfumature implicitamente positive. Infatti, abbiamo finito col percepire le crisi come trampolini di lancio verso un futuro più sicuro e con più benessere – insomma migliore – dove i cattivi (gli altri) vengono sconfitti e i buoni (noi) trionfano.  

La seconda crisi in cui ci siamo imbattuti, quella del 2007-2008, ha alimentato un altro genere di distorsione. Il problema di quest’ultima è che se molto si è dibattuto della sua natura economico-finanziaria e tanti di noi si sono scontrati con i suoi disastrosi effetti sul mondo lavorativo, le sue conseguenze politiche su scala globale sono rimaste sostanzialmente in un cono d’ombra (fatta eccezione del dibattito tra esperti e professionisti della politica internazionale). Gli eventi di circa un decennio fa, infatti, hanno cominciato a erodere gli equilibri emersi dalle ceneri della Guerra fredda e, in particolare, la leadership americana. A contribuire all’inconsapevolezza generale sul processo in corso è stata la sua mancata associazione con un evento “maggiore” – come una guerra o il collasso di una superpotenza – e la sua natura “strisciante”, lenta e non unidirezionale (mai come in questo caso sembra impossibile prevederne l’esito).  

Al dato esperienziale che ci ha portati ad attribuire alla crisi una connotazione – se non positiva – quanto meno politicamente neutra, si è associato il dato cognitivo che ci ha resi avvezzi ad un suo sovra-utilizzo. L’assenza di una coscienza chiara di cosa significhi e di cosa implichi l’intervento di una crisi, infatti, ci ha indotti a classificare come tale qualsiasi tensione – più o meno intensa – che ha colpito la sfera politica internazionale o interna durante la nostra vita. L’effetto finale del continuo ricorso a tale concetto ha finito col saturarlo poiché, come scrive sempre Colombo, quando «tutto è crisi, nulla è crisi».  

È probabilmente per tale ragione che in questi concitati giorni non ce la facciamo a definire semplicemente come “crisi” – che da sanitaria è divenuta anche politica – l’emergenza coronavirus. Abbiamo, invece, disperatamente bisogno di trovarle un altro appellativo, il cui più ricorrente – e capace di solleticare il nostro ego – è quello di “guerra”. Al netto dell’encomiabile sacrificio del personale medico-sanitario, tuttavia, ho paura che un ragazzo del ’99 storcerebbe il naso su questo paragone e scambierebbe volentieri la sua trincea con quella composta da divani, televisori e device di ogni genere su cui si trova attualmente attestato il 99% degli italiani (a chi non ne fosse convinto, ma non avesse tempo di leggere i diari di Remarque o Jünger, si suggerisce la più agile visione della recente pellicola 1917 di Sam Mendes). 

Tale confusione concettuale, di fronte agli eventi che si rincorrono di giorno in giorno, rischia di disorientare tutti noi quali parte di una comunità politica che si auto-regola democraticamente e, di riflesso, la classe dirigente del Paese. Ed essere disorientati in questo momento significa non comprendere quali sono state le origini del coronavirus e della sua diffusione incontrollata, a quali problemi è necessario dare priorità in questa fase e, soprattutto, il peso che avranno le scelte compiute ora e le loro ripercussioni nel medio-lungo periodo sulla vita politica dell’Italia, sia per quanto riguarda la sua sfera interna, che per il suo collocamento e il suo prestigio nella sfera internazionale.

Gabriele Natalizia,
Coordinatore di Geopolitica.info e Ricercatore di Scienza Politica di Sapienza Università di Roma

Crisi Venezuelana. Intervista a Mariela Magallanes, deputata dell’Asamblea Nacional

Il 5 gennaio 2020 il regime di  Nicolas Maduro ha voluto impedire a tutti costi la ratifica di Juan Guaidò come Presidente legittimo del Parlamento venezuelano. Le forze armate hanno circondato il perimetro dell’Asamblea Nacional per impedire a Guaidò e ai deputati che lo sostenevano di entrare ad effettuare la votazione. Poi i deputati e il Presidente riconosciuto da più di 50 paesi, si sono riuniti fuori dal Parlamento e hanno eletto Juan Guaidò Presidente dell’Assemblea nazionale. La ratifica è avvenuta due giorni dopo quando finalmente gli onorevoli sono riusciti a forzare il blocco e ad entrare nel Parlamento.

Crisi Venezuelana. Intervista a Mariela Magallanes, deputata dell’Asamblea Nacional - Geopolitica.info

 

Nelle ultime settimane, il Venezuela è sorprendentemente tornato alla ribalta dell’agenda internazionale, dopo i convulsi fatti di inizio anno che hanno consentito a Juan Guaidò di essere rinnovato come presidente ad interim in quanto presidente del legittimo Parlamento Venezuelano, nonché dopo il suo lungo tour diplomatico tra le Americhe e l’Europa, passando per il Forum Economico di Davos.

A parlarne con il giornalista Carmine Abate, è Mariela Magallanes, deputata eletta nel 2015 nello Stato Aragua (il Venezuela, ricordiamo, è una Repubblica federale) tra le fila del partito “La Causa Radical”. Magallanes, deputata in esilio da dicembre in Italia, assieme all’italo-venezuelano Americo De Grazia, onorevole membro del medesimo partito e dello stesso organo legislativo, era presente a Roma negli scorsi giorni, per una serie di incontri privati con personalità istituzionali e parlamentari italiani per creare le condizioni affinché il governo italiano riveda la sua posizione sul Venezuela. Paese che ad oggi, per Palazzo Chigi, rimane tecnicamente “senza Presidente” (non riconoscendo Juan Guaidò come presidente, né Maduro a causa della illegittimità della elezioni presidenziali del 2018).

Mi parli della sua esperienza da detenuto politico.

All’inizio del 2019 Guaidò dichiarava l’illegittimità e l’irregolarità delle elezioni che nel maggio 2018 hanno eletto Maduro Presidente. Sin da quel momento tutti i deputati che si allineavano alle posizioni di Guaidò hanno cominciato ad essere oggetto di una vera e propria persecuzione politica da parte degli uomini di Maduro. Sono stata presa di mira, l’unica donna ad esser stata privata dell’immunità parlamentare. Dal 30 aprile scorso un gruppo di militari ha deciso di calpestare la nostra costituzione appoggiando un presidente come Maduro. Mi hanno sequestrato il passaporto e posto in stato di fermo.

Per proteggere la mia incolumità sono stata costretta a rifugiarmi all’ambasciata italiana a Caracas. Devo ringraziare il ministro degli Esteri di allora Moavero Milanesi che ha permesso il mio soggiorno in ambasciata, dove sono rimasta per quasi 7 mesi. Il 30 novembre 2019 grazie alla delegazione diplomatica italiana arrivata in Venezuela con a capo il senatore Pierferdinando Casini, siamo riusciti attraverso una  negoziazione politica ad ottenere la libertà di partire da Caracas. Io e altri deputati abbiamo ottenuto asilo politico in Italia, alla quale sarò eternamente grata per avermi permesso di ricongiungermi alla mia famiglia già in Italia da qualche tempo.

Non sono contenta di essere così lontano dalla mia terra, ma sto continuando anche dall’Italia a battermi per i miei connazionali che sono rimasti in Venezuela e che stanno soffrendo. Ringrazio anche l’Unione Europea con la quale sono in continuo contatto e che sta manifestando tutto l’interesse a voler risolvere la situazione nel più breve tempo possibile.

Che cosa ne pensa dell’appoggio di Paesi come Cina e Russia al regime di Maduro?

Questo dice tutto; è un fatto che abbiamo già denunciato in ogni modo. È importante ricordare che oggi nel mondo ci sono quattro Paesi che affrontano una crisi umanitaria complessa. Tre di questi sono in guerra (Yemen, Sudan e Siria); il Venezuela è l’unico Paese al mondo che sta affrontando una crisi umanitaria così grave pur in assenza di guerra. La nostra guerra è di tipo diverso: non si fa con le bombe, ma attraverso la mancanza di cibo, di cure mediche, attraverso il terrorismo psicologico praticato da chi governa la nazione. Ricordo che il regime di Maduro si sta avvalendo della collaborazione oltre che della Russia e della Cina, anche dell’Iran, della Turchia e di Cuba.

Come spiega il fatto che nonostante Guaidò sia riconosciuto Presidente da gran parte della comunità internazionale, Maduro non venga ancora rimosso?

Maduro non è solo. A lui sono legate le organizzazioni criminali del narcotraffico. Il mondo sa che il Venezuela non può farcela da solo; abbiamo bisogno che tutti i Paesi democratici collaborino ad un’uscita politica per la questione venezuelana. Serve un’offensiva diplomatica internazionale.

Che cosa stanno facendo i venezuelani per opporsi a questa drammatica situazione?

I venezuelani da vent’anni stanno cercando di far capire al mondo che il sistema di governo formatosi prima con Chavez e ora con Maduro non è una democrazia. Oggi non si tratta nemmeno di un regime totalitario, ma di un gruppo delinquenziale che si è appropriato del potere. La diaspora venezuelana in tutto il mondo è già arrivata a 5 milioni. Si prevede che a breve saranno 8 milioni i cittadini venezuelani in fuga dalla propria terra. Scappano perché le condizioni sono invivibili: lo stipendio medio di una famiglia è di 3 dollari e mezzo al mese. In Venezuela si muore ogni giorno per mancanza di cibo, di medicine e di libertà. A risentire maggiormente degli effetti della crisi sono le donne, costrette a soffrire quotidianamente per la morte di figli, padri e mariti, a causa una generale mancanza di sicurezza, degli arresti per motivi politici, delle disastrose condizioni igienico-sanitarie.

L’altro giorno nello Stato di Aragua, in cui sono eletta, hanno perso la vita dieci ragazzi uccisi da un incendio mentre erano a caccia di conigli. Erano dei ragazzi minorenni che dovevano essere a scuola, non nel bosco a cacciare conigli per poter portare del cibo alle loro famiglie. Questo tipo di tragedie accadono in Venezuela tutti i giorni e non vogliamo che succedano più.

Prevede tempi lunghi per la risoluzione della crisi? Quali saranno le sue prossime mosse?

I tempi lunghi dipendono da quello che riusciremo a fare con l’appoggio della comunità internazionale. La lotta ad un regime genocida come quello di Maduro, che sta uccidendo lentamente ogni giorno i venezuelani, ci spinge a combattere non da domani ma da sempre.

Come deputata non mi arrenderò mai e continuerò ad andare avanti senza mai pensare, neanche per un solo istante, che la vicenda non avrà un finale felice. Mi è toccato vivere tutto questo come deputata, come madre e come donna, ma proprio pensando a tutto quello che ho passato la forza di non fermarmi cresce ogni giorno che passa. Abbiamo la fede e la speranza di fare ritorno al nostro Paese in una condizione di libertà, di tornare ad essere liberi, di ritornare a poter stabilire chi deve governarci e dove vogliamo vivere.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

L’accordo sul nucleare iraniano, una crisi irrisolta

Il disordine causato dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è ancora lontano dall’essere risolto. Al centro del Consiglio europeo degli Affari esteri della settimana scorsa si è parlato nuovamente della questione, ma senza arrivare a grandi risultati.

L’accordo sul nucleare iraniano, una crisi irrisolta - Geopolitica.info

Gli europei restano concordi sul fatto che le violazioni dell’Iran non sono abbastanza significative da mandare a monte l’accordo, ma questo non basta. Teheran è disponibile a trattare con Washington in cambio di una sospensione delle sanzioni e un rientro degli USA nel JCPOA, ma per la Casa Bianca la trattativa deve essere basata su tutt’altri presupposti.  

Di fronte all’impasse e alla bellicosa retorica dell’America e dell’Iran, Francia, Germania e Regno Unito (i cosiddetti E3) hanno chiesto nuovamente il rispetto del trattato. L’Iran, con la sua parziale violazione del JCPOA, cerca di fare pressione su E3 e Unione europea affinché a loro volta facciano pressione sugli Stati Uniti e riportino le lancette dell’orologio all’era pre-Trump. L’UE, non potendo minimamente arrivare a un risultato del genere, cerca di placare il nervosismo iraniano con la promessa di attivare uno strumento speciale – l’Instex –  per mantenere in piedi le transazioni commerciali tra UE e Iran senza che le aziende europee vengano colpite dalle sanzioni secondarie statunitensi.  

L’Instex però ha poche possibilità di funzionare davvero, sicuramente non abbastanza da soddisfare le ambizioni economiche della Repubblica islamica. Tuttavia, un recente articolo di Politico (edizione statunitense) fa pensare che in Instex possa far comodo anche alla Casa Bianca. 
Se c’è un metodo nell’ormai celebre postura (anti)diplomatica di Donald Trump, sembra essere proprio quello di strappare accordi dopo aver costretto a suon di minacce la controparte a chiedere una rinegoziazione. Come in altre occasioni, Trump ha prima colpito duro uscendo dal JCPOA dicendo che è stato un pessimo accordo negoziato da Obama (quindi chiusura totale), poi ha promesso agli americani che lui riuscirà a farne uno migliore (quindi apertura, ma con riserva). In questo senso, Instex avrebbe la funzione di tenere in vita i canali commerciali fondamentali tra UE e Iran, facendo in modo che Teheran continui a beneficiare almeno in parte di una situazione rimasta in sospeso, scongiurando così la prospettiva di una rottura totale grazie alla prospettiva di un nuovo accordo.  

Secondo le fonti anonime di Politico, alcuni funzionari statunitensi vorrebbero che Instex funzionasse, nonostante le dichiarazioni ufficiali siano di natura ben diversa e bollino Instex come uno strumento che violerebbe le regole sull’antiriciclaggio e il finanziamento al terrorismo. Tutto questo ha senso nella logica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, non sarebbe certo la prima volta che gli Stati Uniti si appoggiano alla reputazione “pacifica” dell’Unione europea per mantenere in equilibrio le controversie diplomatiche irrisolte. Da una parte si applica la “strategia della massima pressione” contro l’Iran puntando al regime change, dall’altra si consente che l’Iran abbia nei paesi europei una controparte commerciale e diplomatica che alleggerisca “la massima pressione”.  

Se questa è la strategia però, non sembra stia funzionando. Gli iraniani continuano ad annunciare passi in direzione di una violazione del JCPOA, e non sembrano molto convinti della bontà dell’Alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini. All’atto pratico Instex continua a risultare una scatola vuota, poco più che una targa sulla porta di alcuni uffici a Parigi. I funzionari iraniani insistono nel dire che se Instex non è in grado di facilitare le esportazioni di petrolio, non è abbastanza. Ma il petrolio iraniano è soggetto alle sanzioni statunitensi, e Instex si rivolge solo ai prodotti non sanzionati. Oltretutto, lo strumento non sta ancora funzionando neanche per quelli: ogni due o tre settimane i funzionari europei promettono l’arrivo delle prime transazioni via Instex, ma poi non si vede niente. Tuttavia, nonostante lo scetticismo, l’Iran sostiene che la sua istituzione speculare a Instex  – chiamata STFI – è già operativa e ha invitato gli esportatori iraniani a usarla.  

Emmanuel Macron è uno dei leader più coinvolto nello sforzo diplomatico di salvare il JCPOA. In una telefonata con il presidente iraniano Hassan Rouhani, ha messo in guardia dalle conseguenze che potrebbero esserci se l’Iran violasse completamente i limiti dell’arricchimento dell’uranio. Anche gli europei in qualche modo cercano di fare il gioco del bastone e della carota, ma l’unico risultato che hanno ottenuto è mettere in luce i limiti dell’azione diplomatica dell’Unione europea.  

La verità è che si tratta di uno stallo geopolitico in piena regola. 

Gli USA vogliono un nuovo accordo e chiudere il dossier, ma Trump non può permettersi di fare accordi al ribasso prima della campagna elettorale per le presidenziali 

L’Iran vuole prendere tempo senza perdere la faccia, in virtù di una malriposta speranza nella possibilità che Trump non venga rieletto. Gli oltranzisti invece sono disposti a mandare tutto a monte, togliendo di mezzo i pragmatici rappresentati da Rouhani in favore di una rinnovata svolta rivoluzionaria.  

Gli europei, dal canto loro, vorrebbero semplicemente sfruttare le opportunità commerciali dell’apertura del mercato iraniano, ma non sono disposti a farsi carico del costo economico di un’azione politica del genere. Stati gregari che si credono egemoni e indipendenti dalle decisioni prese al di là dell’Atlantico, un’illusione ben rappresentata dalla finzione che il JCPOA sia stato un grande risultato della politica estera dell’Unione europea. Se Trump ha un merito, di sicuro è quello di aver riportato molte persone alla realtà.  

 

Etiopia: tra golpe e crisi politica

Tra il 22 e il 23 di Giugno l’Etiopia è stata scossa da un tentato colpo di Stato, subito sventato. Sono ancora poco chiari i motivi che hanno portato a un’azione così violenta, ma a una prima analisi gli attori coinvolti paiono essere molteplici.

Etiopia: tra golpe e crisi politica - Geopolitica.info

I fatti
Il 22 Giugno a Bahir Dar, 500 km a Nord di Addis Abeba, è in corso un meeting negli uffici del governatore della regione dell’Amhara, Ambachew Mekonnen. L’incontro è in corso quando una ‘hit squad’ (così definita dal portavoce del governo etiope, Billene Seyoum) irrompe uccidendo il governatore, il suo consigliere, Azeze Wasse e Migbaru Kebede, alto ufficiale dello stato dell’Amhara che, gravemente ferito, morirà due giorni dopo. A condurre l’operazione è il generale Asamnew Tsige, capo delle forze di sicurezza della regione.
Poche ore dopo nella capitale, Addis Abeba, è condotta un’operazione simile. Seare Mekonnen, il capo di Stato Maggiore delle forze di sicurezza nazionale, è ucciso dalla sua stessa guardia del corpo, mentre si trova nella sua abitazione. Con lui è presente il suo consigliere Gezai Abera, un generale in pensione, morto anch’esso.
Nella mattinata del 23 Giugno, il brigadiere Tefera Mamo, capo delle forze speciali dell’Amhara, comunica che la maggior parte dei golpisti è stata arrestata. Poco più tardi il braccio armato del golpe, Asamnew Tsige, muore in uno scontro a fuoco.
Il bilancio finale è di cinque alti ufficiali colpiti nel giro di poche ore e l’accesso a internet, ripristinato da pochi giorni, bloccato in tutta l’Etiopia. Nella tarda serata del 22 Giugno Abiy Ahmed, il premier etiope appare in televisione, condannando con fermezza l’attacco e invitando la popolazione alla calma. Unanime la condanna internazionale degli eventi (Unione Africana, Nazione Unite, Unione Europea, Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Eritrea, Somalia, Turchia, Qatar).

Tra personalismi, etnie e politica 

È stato chiaro, fin dalle prime notizie, che le due azioni siano state organizzate e gestite dal medesimo gruppo. Nonostante l’assenza di comunicati ufficiali da parte del governo etiope, riguardo al movente del tentato golpe sono state formulate alcune ipotesi. Non tutti gli analisti sono infatti concordi nel definire questa serie di omicidi come colpo di Stato. Il ricercatore Gerard Prunier rileva che non c’è stato un vero e proprio movimento di truppe, tantomeno il tentativo di prendere il controllo di strutture strategiche come aeroporti o media. Per William Davison, analista dell’International Crisis Group, i golpisti non avevano ambizioni nazionali, ma strettamente regionali. In ogni caso, questi eventi hanno riportato sotto gli occhi della comunità internazionale la profonda crisi politica in Etiopia.

Da un’analisi più completa degli eventi emergono alcuni interessanti elementi, che forniscono un quadro variegato, in cui s’intersecano ambizioni personali, scontri politici su base etnica e, forse, potenze regionali.

Il primo elemento da considerare è l’esecutore del tentato golpe: Asamnew Tsige. Il generale era stato scarcerato un anno fa grazie a un’amnistia. Tsige era in carcere dal 2009 per un tentato colpo di Stato. Dopo la scarcerazione gli era stato concesso un incarico elevato, come segno di distensione del clima politico. L’ex capo delle forze di sicurezza dell’Amhara è descritto come etnonazionalista e favorevole all’uso della forza. Una settimana prima del tentato golpe, il generale aveva rilasciato su Facebook un video in cui invitava la popolazione di etnia Amhara a prepararsi per la lotta armata. Il tema al centro del meeting di Bahir Dar era proprio l’allontanamento di Asamnew Tsige. La sua deriva è apparsa irreversibile, dal momento in cui ha iniziato reclutare Amhara per la creazione di una milizia su base etnica.

Il secondo elemento che emerge è l’aspetto politico ed etnico del golpe. Gli eventi del 22 Giugno s’inseriscono in una fase di radicale cambiamento dei quadri dirigenziali. L’Etiopia consta di oltre 80 etnie e altrettante lingue, ma quella ufficiale è l’amarico. La preponderanza politica dell’Amhara ha radici storiche che risalgono al XIII secolo. La profonda disparità tra peso politico e dimensione demografica delle etnie riguarda anche il partito di governo, l’ERPDF (Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front). Ben lontano dall’essere un partito unico, l’ERPDF è diviso in sottosezioni: Oromo Democratic Party, Amhara Democratic e Tigray Pepole’s Liberation Front, di fatto le principali componenti della popolazione etiope (a queste sezioni si aggiungo alcuni rami con base regionale). Dal 1991 a oggi, l’Etiopia è stata guidata dalle fazioni Amhara e Tigrina, rispettivamente il 27% e il 4,49% della popolazione. Gli Oromo (25,4%), l’etnia con il maggior peso, hanno ottenuto legittimazione politica solo nel 2018. Dopo due anni di scontri, rivolte, morti e milioni di sfollati, nell’Aprile 2018 è nominato premier Abiy Ahmed, un’oromo. Inizia una nuova fase fatta di amnistie, liberazione di prigionieri politici, dialogo con le opposizioni, apertura delle frontiere e numerose riforme, attuate anche grazie al cambio di dirigenti in settori chiave come l’Intelligence e la Sicurezza. Oggi, il primo ministro si trova a fronteggiare una forte opposizione interna. Nemici che sfruttano l’elemento etnico per fini politici. Gli Amhara, e in misura minore i Tigrini, si sentono defraudati di un potere che per secoli è stato nelle loro mani, mentre oggi è ridistribuito con maggiore democrazia. Nel 2020 sono previste libere elezioni, indette dallo stesso Abiy Ahmed, che potrebbero conferire ulteriore legittimità per un’Etiopia a guida Oromo. Il tentato golpe è stato mosso da questo malcontento, che ha trovato espressione chiara nella figura di Asamnew Tsige: un’esponente Amhara, inserito nelle forze di sicurezza, con idee evidentemente radicali. Un chiaro messaggio per Abiy Ahmed.

Infine, è utile mettere in risalto gli eventi regionali che hanno preceduto il tentativo di golpe. L’Etiopia è l’egemone imperfetto del Corno d’Africa, in quanto aspira a essere la guida della regione, pur non avendone la potenza. Abiy Ahmed ha incarnato questa tendenza volta a rendere l’Etiopia il principale player della regione, cercando di proporsi come mediatore e garante delle crisi nel Corno d’Africa. Attualmente il Sudan è guidato dal CMT, il comitato militare insediatosi alla guida del paese dopo la caduta di Omar al Bashir, storico dittatore del paese. La deposizione è avvenuta l’11 di Aprile dopo mesi di proteste e grazie all’intervento dell’esercito, passato dalla parte dei manifestanti. Da quel momento in poi si è aperta una trattativa tra le opposizioni civili e il CMT. È opinione diffusa che i militari abbiano sacrificato al Bashir come capro espiatorio, per continuare a condurre le sorti del Sudan. La compagine civile, molto eterogenea, ha ottenuto il supporto dell’UA e della comunità internazionale; di contro il CMT è appoggiato, logisticamente ed economicamente, dalla Russia, dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. Poche ore prima del fallito golpe tra Bahir Dar e Addis Abeba, il CMT ha rifiutato un piano di transizione politica proposto dall’Etiopia, che, invece, era stato accolto con favore dalle opposizioni. Il piano avrebbe previsto un governo formato da esponenti di ambo le parti, delegittimando l’attuale guida sudanese. Questo tentativo di mediazione potrebbe esser stato inteso come un’ingerenza non gradita da parte del Comitato Militare di Transizione e i suoi alleati.

Il tentato colpo di Stato in Etiopia arriva un anno dopo il fallito attentato ad Abiy Ahmed, durante un comizio ad Addis Abeba. Finora il governo etiope è stato capace di rispondere colpo su colpo a questi tentativi di destabilizzazione, è auspicabile che conservi questa capacità per la stabilità e la sicurezza di tutta la regione.

 


  • Pagina 1 di 3
  • 1
  • 2
  • 3
  • >