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Covid-19 e turismo: impatto e scenari nel contesto italiano

L’impatto del Covid-19 sul turismo interno è andato di pari passo con l’escalation delle restrizioni e dei decreti di chiusura che il Governo Italiano ha emanato in conseguenza dello scoppio e con l’evolversi dell’emergenza sanitaria fin dai primi mesi del 2020.

Covid-19 e turismo: impatto e scenari nel contesto italiano - Geopolitica.info

I primi mesi del 2020 – Sulla scia del panorama europeo, anche per l’Italia, il 2020 rappresenterà un anno da record, non ovviamente in termini positivi come lo è stato il 2019, bensì come l’anno della più profonda crisi che il comparto turistico italiano abbia mai dovuto affrontare nella sua storia.

Chiusura delle frontiere, limitazioni alla mobilità e riduzioni delle offerte ricettive e di trasporto entrano inevitabilmente in contrasto con lo spirito e la natura del turismo, tanto da essere destinate a provocare una crisi senza precedenti in tutto il settore­, che nel 2019 ha contribuito al 13% del PIL italiano, per un totale di 232 miliardi di euro, garantendo inoltre un posto di lavoro a 3,5 milioni di persone, equivalenti al 15% del totale degli impiegati nel nostro paese.

Le totali misure ristrettive e di contenimento imposte alla mobilità dell’intera nazione attraverso il lockdown del 9 marzo e le consequenziali chiusure di confini regionali e nazionali hanno determinato un azzeramento dei flussi turistici in concomitanza di uno dei periodi più produttivi dell’intero anno, il trimestre marzo-maggio.

In base a quanto riportato dall’indagine Istat, nel solo trimestre primaverile del 2019, si sono registrate negli esercizi ricettivi italiani il 18,5% delle presenze di tutto l’anno, per un totale di circa 81 milioni di pernottamenti. Inoltre, sempre negli stessi mesi la componente straniera ha rappresentato il 56% delle presenze, percentuale più alta rispetto a qualsiasi altro periodo dell’anno. Sono quindi oltre 30 milioni i turisti, sia italiani che stranieri, persi nel solo trimestre primaverile. Il 2019 è stato un anno record anche in termini di entrate turistiche internazionali, intese come spese turistiche realizzate in Italia dai turisti non residenti, arrivate complessivamente a 44,3 miliardi di euro, di cui 9,4 miliardi derivanti solo dai tre mesi presi in esame. Il blocco totale della mobilità e dei flussi turistici internazionali rischia quindi di creare un vuoto nella bilancia turistica di quasi 10 miliardi di euro.

Solo dal 18 maggio in poi in Italia è stato possibile tornare a circolare liberamente all’interno della propria regione per qualsiasi motivazione, mentre è stato necessario attendere fino al 3 giugno per potersi spostare senza restrizioni non solo tra una regione e l’altra ma anche da e per gli altri 26 Stati membri dell’Unione Europea, per gli Stati facenti parte dell’accordo Schengen come Liechtenstein e Svizzera ma anche verso Gran Bretagna, Principato di Monaco, San Marino e Stato della Città del Vaticano.

Gli scenari per il 2020 – Nel nostro paese, dove il turismo rappresenta una delle industrie cardine dell’economia, le misure di contenimento attuate dal Governo e l’elevato numero di casi e decessi, che fanno dell’Italia uno dei paesi più colpiti dall’emergenza sanitaria, rischiano di creare un vuoto economico enorme, il cui risanamento è destinato a richiedere diversi anni.

Prendendo come riferimento gli scenari proposti dall’Agenzia Nazionale del Turismo, per l’anno ancora in corso di svolgimento si prospetta, secondo lo scenario base, un calo dei turisti totali di circa il 44%, equivalente a 51 milioni di turisti in meno rispetto al 2019. Al concretizzarsi dello scenario peggiore in realtà, da tenere sempre in considerazione a causa dell’imprevedibilità della situazione, la riduzione rischierebbe di essere ancor più drastica, arrivando a 69 milioni di turisti in meno.

Se venisse rispettato lo scenario base, fondato sulla ripresa degli arrivi internazionali a corto raggio da luglio, l’Italia rischierebbe di perdere quindi circa 67 miliardi di euro, derivanti da mancate entrate turistiche (sia di turisti residenti che stranieri) e rischierebbe di veder ridotte di 165 milioni il numero delle notti turistiche trascorse presso le strutture ricettive del suo territorio.

In entrata, inevitabilmente, a risentirne maggiormente, causa maggiori limitazioni, maggior senso di insicurezza e maggiori costi, sono destinati ad essere i viaggi internazionali: il numero di turisti stranieri rischia di crollare infatti del 55%, pari a 35 milioni di persone in meno, con un calo della spesa turistica di circa 23 miliardi di euro mentre per i turisti domestici si prospetta un calo inferiore, precisamente del 31%, uguale a 16 milioni di turisti, per un totale di 46 milioni di pernottamenti ma con una perdita, dal punto di vista delle entrate turistiche, di ben 43,6 miliardi di euro.

La percentuale relativa al calo di arrivi internazionali nel nostro paese è leggermente superiore rispetto sia a quella prevista per la Francia (-52%), sia in confronto a quella della Spagna (-50%), nostri due principali competitor. È invece inferiore rispetto alle altre principali mete dell’Europa Mediterranea come Croazia (-68%) e Grecia (-58%). Dal punto di vista economico invece, il contributo diretto, indiretto e indotto del turismo sul PIL nazionale è destinato a crollare di 5,8 punti percentuali, passando dal 13% del 2019 al 7,2% del 2020.


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Previsioni di ripresa? – Elaborare delle previsioni di ripresa è molto complesso, gli scenari proposti, infatti, seppur fondati su precise valutazioni, richiedono un continuo, a volte anche quotidiano, aggiornamento. L’eventualità di una ripresa della malattia, così come avvenuto in paesi extraeuropei come Stati Uniti, Australia e Corea del Sud o la reintroduzione di misure restrittive o di quarantena da parte dei Governi Nazionali, come accaduto in Spagna, nel caso del nuovo focolaio registratosi a Barcellona, potrebbero in qualsiasi momento stravolgere gli scenari e le previsioni fino a quel momento elaborate e rallentare la ripresa dei viaggi, così come dei voli a lungo raggio, che hanno rappresentano per l’Italia, nel 2019, il 29% degli arrivi internazionali totali.

Le caratteristiche del turismo nostrano, come ad esempio la maggior incidenza dei turisti stranieri rispetto a quelli residenti, che ormai da tre anni superano il 50% delle presenze totali presso le nostre strutture ricettive, se da un lato rendono l’Italia uno dei paesi più vulnerabili, dall’altro non facilitano di certo le previsioni di ripresa del nostro settore turistico. Secondo gli scenari elaborati dalla stessa Agenzia Nazionale del Turismo, soltanto nel 2022 il numero di turisti domestici dovrebbe tornare ai livelli registrati nel 2019, mentre per il turismo internazionale si prospetta una ripresa ancor più lenta, con i flussi turistici che potrebbero superare i volumi dello scorso anno soltanto dopo l’inizio del 2023. Con riferimento ai risultati del 2019 infatti, al termine del biennio 2020-2021, per cui ci si attende un segno pesantemente negativo rispetto ai trend pre-crisi, soltanto nel 2022, secondo lo scenario base, il numero di turisti residenti in viaggio nel nostro paese dovrebbe segnalare un aumento del 5% rispetto al 2019 mentre il volume di turisti internazionali in vacanza in Italia, nel miglior scenario possibile, dovrebbero tornare a segnalare un segno positivo soltanto nel 2023, con un 7% in più rispetto al livello precedente alla crisi sanitaria.

L’aquila, appollaiata sul minareto, tiene a bada il dragone.

L’emergenza derivata dalla pandemia non ha risparmiato nessun Paese del globo. La Cina, paese da cui ha originato il virus, ne ha contenuto l’effetto devastante in pochi mesi grazie ad un rigido protocollo di sicurezza, fatto che ha consentito a Pechino di intraprendere da marzo una rilevante politica di aiuti a molti Paesi colpiti e che le permetterà di guadagnare spazio e influenza, soprattutto in Europa. Il contagio ha colpito anche la principale potenza mondiale, gli USA, non impedendole però di continuare a perseguire precisi obiettivi internazionali, diversificati e in più quadranti, compreso quello mediorientale.Vasto paese dell’area, l’Iran attraversa una crisi economica che dura da più di un anno, causata da sanzioni e misure restrittive. A questa difficile situazione si aggiunge il COVID-19, che porta l’Iran in vetta alla drammatica classifica dei decessi in Medio Oriente. Teheran chiede a Washington una riduzione delle sanzioni sui prodotti medico-sanitari, il cui mancato successo sembra confermare il perseguimento, da parte americana, di una strategia di massima pressione. Le attuali relazioni internazionali tra Iran e USA sono il punto d’arrivo di una lunga storia tormentata e complessa.

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La questione nucleare nelle relazioni USA-Iran

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, priorità degli USA in Medio Oriente sono il contenimento dell’Unione Sovietica, l’accesso alle enormi risorse energetiche della regione e la stabilità politica israeliana. Per circa 35 anni i rapporti politico-diplomatici fra Teheran e Washington sono positivi: l’Iran sostiene gli USA grazie al suo importante ruolo nell’OPEC e nel Golfo Persico, gli USA  appoggiano lo Shah durante il colpo di stato contro Mossadeq.Firmato nel 1957 l’accordo di cooperazione per lo sviluppo del nucleare civile, l’Iran diviene alleato strategico e principale fornitore di gas e petrolio degli USA. Nel 1970 Reza Palhavi ratifica il Trattato di non proliferazione, circoscrivendo le conoscenze scientifiche e tecnologiche al solo uso civile. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, per incompatibilità con il credo sciita, l’ayatollah Khomeini interrompe il programma nucleare. Durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, l’Iran riavvia il proprio programma nucleare in violazione del Trattato, da cui deriva una serie di soluzioni diplomatiche proposte da Parigi, Berlino e Londra, nell’intento di convincere Teheran ad aderire ai protocolli dell’Agenzia per l’energia nucleare. Nel frattempo l’Iran rivendica il diritto di proseguire il proprio programma nucleare nel rispetto del Trattato. Dal 2003, con la caduta di Saddam Hussein, inizia per l’Iran un processo di riaffermazione nella regione tramite la riconquista degli spazi perduti nel ventennio precedente. Dinamica, pare, sottovalutata da parte degli Stati Uniti e che suscita l’atteggiamento ostile di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Nel 2005, con le elezioni di Ahmadinejad, il presidente iraniano rivendica il diritto del Paese di proseguire il programma di arricchimento, rigettando gli accordi precedenti con l’UE-3. Fin dal 2008 è intenzione del presidente statunitense Obama superare l’empasse diplomaticamente: in occasione delle contestate rielezioni nel 2009 di Ahmadinejad, il governo americano temporeggia nel condannare il governo iraniano per le gravi violazioni dei diritti umani, denunciate dal Movimento Verde. Nel contesto delle Primavere Arabe del 2011, l’Iran aumenta il controllo in Iraq dopo il ritiro degli USA, contrasta l’ISIS ed è vicino ad Assad in Siria e ai ribelli Houthi in Yemen. Nel 2013, con l’arrivo del presidente pragmatista Hassan Rohani, si riscontra un miglioramento delle relazioni diplomatiche. Obama riconosce all’Iran il diritto di proseguire il programma nucleare, nel solo ambito civile e nel rispetto del Trattato. Nel 2015, la firma del JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Act) annulla le sanzioni derivate dalla risoluzione 1747, in cambio dell’eliminazione della quasi totalità delle riserve di uranio a medio e basso arricchimento e una drastica riduzione di centrifughe a gas. L’Iran è interlocutore internazionale: nasce nella regione un vero e proprio asse tra quei paesi che cercano di isolarlo, supponendolo emergente “potenza egemone”, legittimata dall’esterno.Dopo l’uscita di Trump dal JSPOA nel maggio 2018, nuove sanzioni indeboliscono l’economia iraniana, a seguito della pressione sull’esportazione del greggio.


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Investimenti cinesi in Iran: un processo travagliato

Fino ad allora la Cina, maggior importatore di greggio del pianeta, sfrutta al massimo i benefici del JSPOA, aumentando le importazioni dall’Iran ed elevandone la collaborazione a Partnership Strategica Globale. Le sanzioni americane, però, costringono Pechino a rivolgersi ad altri Paesi come l’Arabia Saudita. Questo si traduce nella diminuzione del 60% degli acquisti di greggio iraniano nel 2019 rispetto all’anno precedente. Dal 2000 Pechino investe economicamente in Medio Oriente. L’Iran occupa una posizione geografica di rilievo all’interno del mastodontico progetto cinese della BRI (Belt and Road Initiative). Uno dei corridoi terrestri che collegherà l’Oriente all’Europa attraversa Teheran per proseguire in Turchia, costituendo il fulcro del passaggio mediorientale del ponte eurasiatico. Gli investimenti cinesi sono perciò concentrati nella costruzione della linea ferroviaria Teheran-Isfahan e nella elettrificazione della tratta Teheran-Mashhad. Ma la difficile situazione mediorientale attuale (guerra siriana in primis) e la guerra dei dazi innescata da Washington, costituiscono un evidente ostacolo ai progetti cinesi. Pechino, fedele alla sua politica di non interferenza, preferisce adattarsi ad ogni situazione, cercando di trarre il massimo vantaggio dai rapporti economici con i Paesi della regione, senza “inimicarsi” troppo gli USA. In questo complicato mosaico si inserisce l’accordo commerciale del 15 gennaio 2020 con gli USA, il cui settimo capitolo impone alla Cina di acquistare, tra il 2020 e il 2021, 200 miliardi di dollari di merci americane in più rispetto al 2017. In cambio la Trade war iniziata da Trump nel marzo 2018 si arresta, con il dimezzamento di parte dei dazi esistenti. Nonostante il governo cinese si sia dichiarato impermeabile ai dazi statunitensi, l’esoso impegno economico derivato dall’accordo conferma quanto il ridimensionamento delle gabelle sia vitale per l’economia di Pechino, in difficoltà. 

Un mondo post-americano?

In posizione difensiva rispetto all’incedere del progetto BRI, strumento che potrebbe elevare la Cina a principale attore economico del pianeta, gli USA sembrano trarre vantaggio dalla prudente politica del dragone, sempre più orientata a scopi commerciali. L’America di Trump resta dunque all’offensiva, e il propagandato disimpegno americano sembra essere ingannevole: affinché in Medio Oriente non emerga un egemone, riprende piede la strategia del contenimento, che passa per l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo di al-Quds. Auspica forse l’America un cambio di regime? Certo è che l’Iran sembra non avere alcuna capacità egemonica in Medio Oriente, a causa della presenza di Israele e a causa di quei Paesi arabi che, per ragioni etnico-culturali, sono poco disposti a ricadere nella sfera di influenza persiana.


Un mondo post-americano sembrerebbe, oggi, un ossimoro.

In Tunisia la rivoluzione è incompiuta e la geopolitica bussa alla porta

La Tunisia contemporanea è specchio di diversi processi che stanno attraversando la regione mediterranea, sia a livello socio-economico sia geopolitico. Sul piano domestico, soprattutto a causa delle conseguenze della crisi del Covid-19, il Paese riscopre gli scheletri nell’armadio del post- Jasmin Revolution e gli scenari sono tutt’altro che rosei. Su quello geopolitico, la politica tunisina dimostra di essere uno straordinario termometro del conflitto in atto tra Francia e Turchia. Ovvero lo scontro -diretto o per procura- che attraverserà inevitabilmente le acque del Mare Nostrum nei prossimi anni, non solo in Libia. (Stati Uniti permettendo).

In Tunisia la rivoluzione è incompiuta e la geopolitica bussa alla porta - Geopolitica.info

Se le “rivoluzioni arabe” non sono “rivoluzioni”

La parola “rivoluzione” è usata (e abusata) in qualsiasi teatro politico, ovunque nel globo e sempre nella storia. Sebbene venga impiegata per convenienza da coloro che mirano al sovvertimento del potere costituito, in realtà è anche definibile oggettivamente come un processo che porta a un cambiamento netto e duraturo della struttura politica, economica, sociale e culturale di un Paese. È un giro di 180° da un sistema A a un altro B. Un percorso complesso talvolta però vanificato da imprevisti che disegnano un giro di 360° o addirittura di 0°. È necessario allora giudicare la storia solo ex post, per non farsi sedurre dalle sirene della (legittima) retorica strumentale degli attori in gioco. A tale proposito, le straordinarie rivolte antisistema che nel 2011, partite dalla Tunisia, interessarono Libia, Egitto e Siria, note come “primavere arabe” o “rivoluzioni arabe”, cavalcate successivamente (e non create) da alcuni soggetti europei –in primis Francia e Regno Unito- si rivelarono invero fenomeni drammatici dai risvolti opposti a quelli prefissati. Non si riscontra in essi alcuna transizione sostanziale da un sistema a un altro, né tantomeno dunque possono essere definiti come “rivoluzioni” o “primavere”. A meno che non intendiamo come “rivoluzione” la presa di coscienza socio-politica da parte di questi popoli e il loro coraggioso tentativo (talvolta riuscito) di esautorare il capo di stato di turno. Ma ciò sarebbe alquanto riduttivo. Rivoluzione significa molto di più.

In Tunisia la rivoluzione è incompiuta

La Jasmin Revolution, madre delle cosiddette “primavere arabe” è stata allora effettivamente una revolution?

La Tunisia è oggi ancora nel mezzo del processo rivoluzionario. Dal 2011 il Paese ha attraversato cambiamenti sostanziali inediti, in particolare a livello costituzionale e nel campo dei diritti civili. La Tunisia può a buon diritto essere annoverata –con squisita retorica orientalista– come una democrazia. Sono ad esempio presenti elezioni effettive, pluripartitismo, dibattito civile libero, associazionismo dal basso, organi intermedi e una costituzione dallo straordinario compromesso tra islam politico e stato moderno. Tuttavia le deficienze strutturali, soprattutto di carattere socio-economico tra centro e periferia, sono troppe e portano il popolo a protestare nelle strade contro una classe politica a suo giudizio corrotta. Nelle parole di Giuliana Sgrena: “Immolarsi non fa più notizia in Tunisia”. Ebbene sì, in questi nove anni le promesse di lotta alle disparità sociali, alla corruzione ealle economie informali sono state in gran parte eluse e deluse e le immolazioni persistono ma non hanno la stessa eco che ebbe quella del venditore ambulante Mohammed Bouazizi, iniziatore della “Rivoluzione dei Gelsomini”. La recente crisi del Covid-19 ha messo a nudo i limiti della struttura statale: sebbene a livello sanitario il virus abbia causato ufficialmente “solo” 50 vittime, la crisi economica è profonda e probabilmente è solo l’inizio. Le periferie, specialmente quelle del sud del Paese, come la città di Tataouine, sono tornate in piazza. Questa volta chiedendo soprattutto (o solo) il pane. La rivoluzione è un processo lungo e la Tunisia lo dimostra. Parlare di “rivoluzione” o di “primavera” tunisina è corretto nella misura in cui si descriva un processo in fieri, ma rischia di celare totalmente la situazione di reale precarietà in cui versa il Paese. Mantenere tale sguardo distaccato e severo permette di essere rispettosi verso un popolo che troppo spesso ha fame e, drammaticamente, della democrazia liberale non sa che farsene.

Il 15 luglio scorso, Elyes Fakhfakh, leader del governo di coalizione, si è dimesso. Le dimissioni sono arrivate al culmine di un braccio di ferro con il partito islamico Ennahda, partner della coalizione di governo, che accusava il primo ministro di conflitti d’interesse, tema sul quale ha presentato una mozione di sfiducia. Le sue dimissioni, depositate prima del voto di sfiducia, investono il Presidente della Repubblica Kais Saied, del compito di formare un nuovo governo.

La Tunisia: metro di giudizio del conflitto mediterraneo di oggi e di domani tra Francia e Turchia.

La Tunisia subisce e non crea la geopolitica. Il Paese, fin dai tempi di Ben Ali, arbitro e non giocatore dei conflitti regionali, è chiamato oggi per impellenza geografica a schierarsi in merito al dossier libico. La frontiera tunisina con l’ex colonia italiana è di 459 km e i pericoli securitari che scaturiscono da questa poroso confine sono enormi: su tutti la circolazione di milizie jihadiste in uscita e in entrata (la Tunisia è tra i più grandi incubatori di foreign fighters e nel 2015 l’ONU ne contò circa 5000 in uscita verso Siria e Libia). Il conflitto libico mostra oggi in modo eccellente come nuovi processi geopolitici siano in atto. Gli USA, sebbene ancora policeman della regione, non si curano della Libia –proprio come accadde nel 2011. Il Mediterraneo soffre allora di un’ apparente venir meno della pax americana e i vuoti vengono, quasi per leggi fisiche, colmati dai più capaci attori in loco: Turchia e Francia. La Turchia ha ormai messo le tende in Libia e non le leverà. Anzi, probabilmente combatterà sino alla fine senza aspettare spartizioni “pacifiche” del territorio. La Francia, da una parte, teme l’uscita del dominus americano e, dall’altra, coglie la straordinaria opportunità della “morte cerebrale della NATO” e pensa di sostituirsi a Washington per tornare a essere ciò che è sempre stata: un impero. Lo scenario bellico vede, da un lato, il blocco filo-Fratellanza Musulmana impersonato dalla Turchia e dal Qatar e rappresentato a Tripoli dal Presidente internazionalmente riconosciuto Fayez al-Sarraj e, dall’altro, il blocco dalle petro-monarchie del Golfo (EAU ed Arabia Saudita) con l’aggiunta di Egitto, Russia e Francia, rappresentato dal fragilissimo warlord Khalifa Haftar.  

Le spaccature interne riguardo al dossier libico

La guerra libica dà vita in Tunisia a gravi spaccature politiche sia all’interno del Parlamento sorto in Ottobre 2019, sia tra lo Speaker della Camera Rashid Ghannouchi e il Presidente della Repubblica Kais Saied. Ghannouchi, leader di Ennahda (partito di maggioranza relativa, vicino alla Fratellanza e il più grande fruitore della rivolta del 2011) si è schierato al fianco di al-Serraj tanto da congratularsi via telefono con questo dopo la presa della base al-Fattiwa del 18 Maggio. Questa diplomazia parallela di Ghannouchi cozza drasticamente con la struttura costituzionale, per la quale è il Presidente della Repubblica a dirigere la politica estera, e ha scatenato l’ira di numerosi partiti (non solo dell’opposizione). Ormai in Parlamento è aspro scontro tra Ghannouchi e Abir Moussi, leader del Partito Libero Destouriano (il quinto partito per seggi in Parlamento, fondato su un’ideologia bourhighibista, in parte nostalgico del periodo pre-2011 e sostenitore di Haftar). La crisi intra-parlamentare ha visto il suo picco quando il 3 Giugno, su proposta di Moussi, è stata votata e tuttavia bocciata una mozione tesa al rifiuto di ogni intervento straniero in Libia, in altre parole un tentativo di sfiducia verso il leader di Ennahda.

Più importante ancora è forse lo scontro tra Ghannouchi e il Presidente Saied. Quest’ultimo, rigoroso uomo di legge, riafferma la costituzione e ha continuato a sostenere una soluzione pacifica delle controversie in Libia. Tuttavia, da un po’ di tempo non risparmia accuse più o meno dirette contro lo Speaker della Camera e, dopo lavisita all’Eliseo del 22 Giugno, sembra che la sua linea si sia nettamente acuita. La conferenza stampa con Macrone le dichiarazioni postume lasciano intendere uno scenario chiaro: la Tunisia non appoggia più a tempo indeterminato al-Serraj e si schiera sempre più al fianco di Parigi. La Francia si è fatta sentire e a gran voce: Saied contro Ghannouchi significa Parigi contro Ankara. A esacerbare il dissidio è infine la notizia che in una riunione speciale sulla sicurezza presieduta da Saied con i massimi dirigenti dell’esercito e della sicurezza il 9 luglio, Ghannouchi non è nemmeno stato invitato.

Sono passati nove anni ma il copione non è variato di molto: alla crisi in Libia segue un grande attivismo francese e un disinteresse americano. L’unica variante è l’intervento armato della Turchia, che allora rimase attore importante ma non arrivò alle mani.

Se la Tunisia non si occuperà della Libia la Libia si occuperà di lei.

La popolazione del Regno Unito e il desiderio di “Global Britain”

Per il Regno Unito e la sua popolazione, il 2020, già prima della crisi del virus poteva essere considerato un anno molto particolare e decisivo. Ovviamente la diffusione del Covid-19 ha costretto a ripensare le priorità di tutti i paesi del mondo ma Londra era già impegnata nel percorso verso l’ufficialità della Brexit, con le sue conseguenze economiche e politiche, e nel rilancio di una Gran Bretagna globale.

Il concetto di Global Britain

I termini dell’uscita definitiva dall’Unione Europea sono tuttora in fase di discussione, con diversi ostacoli ancora da superare da entrambe le parti. Nonostante non siano ancora certe le dinamiche della Brexit, da dopo il referendum del 2016, nel Regno Unito si parla del possibile futuro luminoso che attende la ‘Global Britain’. Proprio questo concetto è stato promosso quattro anni fa per rilanciare l’immagine del Regno Unito a livello globale, agli occhi dell’opinione pubblica interna e a degli osservatori dei paesi esteri.

Il governo britannico ha sottolineato l’idea “che la ‘Global Britain’ voglia reinvestire nelle proprie relazioni, difendendo l’ordine basato sulle regole internazionali”. Nondimeno, sempre secondo ciò che viene scritto nel sito ufficiale del governo, il Regno Unito punterà “ad essere aperto, propenso a rivolgere verso l’esterno il proprio sguardo e ad essere fiducioso sulla scena mondiale”. Dominic Raab, Primo Segretario di Stato e Segretario di Stato per gli Affari Esteri, nonché uno dei fedelissimi di Boris Johnson, in una lettera al “Sunday Telegraph” nel settembre dello scorso anno, ha ribadito che la ‘Global Britain’ è qualcosa che va oltre la Brexit o il libero commercio e che il Regno Unito vuole accrescere il suo ruolo da ‘buon cittadino globale’ nel palcoscenico internazionale.

Sebbene lo sforzo comunicativo sia stato forte, è rimasta la vaghezza di questo progetto, intrinseca nello stesso slogan. Oltretutto ad essere poco chiari sono le modalità e i mezzi con cui l’obiettivo di una Gran Bretagna globale possa essere raggiunta. Alcuni infatti sostengono che sarà il rafforzamento dei legami con i paesi del Commonwealth britannico a dettare la linea politica di Londra, altri il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, nonostante ultimamente ci siano state alcune ‘incomprensioni’ con Washington (per esempio sul fronte 5G-Huawei). Al di là delle possibili intese commerciali, volendo analizzare il modo in cui nei territori britannici viene vista e vissuta questa strategia racchiusa nello slogan citato, affiora una situazione particolare.

Questa indeterminatezza del termine rende allettante l’idea di collegarla al “semplice” desiderio profondo del Regno Unito di un ritorno all’età imperialista, di quel passato ruolo di egemone dei mari e di tutti i continenti che ha ricoperto fino al secolo scorso. Una deriva come detto allettante, ma forse un po’ semplicistica.

Lo studio sulla politica estera

Su questo punto, una recente ricerca condotta dal British Foreign Policy Group ha indagato su quali siano le opinioni della popolazione britannica riguardo la politica estera e il ruolo internazionale del Regno Unito. Prendendo un campione di 4000 adulti ne è emerso che, nonostante le costanti dichiarazioni governative sui contorni della ‘Global Britain’, il significato vero di questo concetto non è ancora delineato accuratamente nella mente dei cittadini oltremanica. Il lavoro tratta diversi temi con molteplici domande, comparando le risposte con le diverse provenienze regionali e sociali degli intervistati, le appartenenze politiche e le fasce anagrafiche di riferimento, per rendere l’analisi il più completa possibile.

Alla domanda “cosa significa per il Regno Unito essere una vera Global Britain?” le risposte sono state molteplici e variegate. La prima risposta più votata è che il Regno Unito deve diventare un “campione” nel libero commercio e nella globalizzazione. La seconda opzione più votata è risultata essere quella in cui la Gran Bretagna diventi una potenza diplomatica. La terza posizione è quella forse più controversa: più di un quarto delle persone prese in considerazione infatti ha indicato come significato di “Global Britain” quello di una nazione con confini sicuri e forti, concentrata sui propri affari interni. Appare evidente che il riuscire a riaffermarsi come attore mondiale si scontra con quest’ultima posizione, più conservativa e probabilmente specchio di quel sentimento isolazionista che ha portato all’uscita dall’Unione Europea. Sono inoltre in molti tra gli intervistati a riconoscere di non saperne il significato o ad essere insicuri sulle risposte da dare.

Le differenze regionali e l’impatto del Covid-19

Senza addentrarsi in maniera capillare nel sostanzioso report, è interessante notare sia i dati nel loro insieme, sia evidenziare le preferenze rilevate in alcune delle ‘province’ britanniche che fanno risaltare una innegabile differenza di vedute all’interno del Paese.

Per esempio tra gli intervistati in Irlanda del Nord, regione nuovamente sotto i riflettori a causa della Brexit, è alta sia la percentuale di chi non vuole che il Regno Unito prenda parte attivamente alle controversie mondiali (21%), sia di chi sostiene la necessità di concentrarsi solo entro i propri confini rendendoli sicuri (34%), sia di chi non ha una specifica posizione sull’interventismo britannico e sul dispiegamento di truppe negli scenari critici globali (34%). Anche nell’East Midlands e in Scozia, una grande fetta di popolazione si schiera contro un possibile interventismo. Mentre i residenti nel South East sono i più propensi a supportare l’uso di mezzi e uomini negli scenari internazionali.

Una menzione a parte va fatta per Londra, vera e propria città-stato globale, quasi sempre in controtendenza rispetto alle regioni più popolari e profonde del paese. Non a caso, nella capitale, il supporto all’opzione di una Gran Bretagna costantemente attiva nel mondo è tra i più alti di tutti (circa il 31%) mentre solo il 2% dei residenti londinesi intervistati ha espresso un’opinione favorevole riguardo l’isolazionismo.

Le differenze regionali contano e si faranno sentire, in un Regno Unito sempre più disunito. La popolazione britannica dimostra di seguire con fatica la vaporosità del concetto di “Global Britain” e di una azione esterna spesso non meglio definita. L’arrivo del Covid-19, con la crisi sanitaria ed economica impone l’urgente necessità di una salda visione politica interna ed estera. Il premier Boris Johnson, in un discorso alla Camera dei Comuni del 16 giugno, ha dichiarato di aver iniziato nel Regno Unito “la più grande revisione della politica estera, di difesa e di sviluppo dalla fine della Guerra Fredda” con l’obiettivo di massimizzare l’influenza britannica nel mondo. Un progetto ambizioso e sicuramente necessario per il paese, specialmente in un momento storico fondamentale come questo. A patto che riesca a non cadere nella ormai sterile nostalgia imperialista, riportando il Regno Unito nel ruolo di protagonista tra i player mondiali nel mondo che verrà.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

Il bivio tra il passato sovietico e la pandemia: la giornata della vittoria 2020

Quest’oggi si terranno le celebrazioni della giornata della vittoria, la parata in memoria della fine della Seconda Guerra mondale prevista il 9 maggio era stata infatti rimandata a causa del coronavirus. L’evento ricorda i 75 anni della vittoria dell’Armata Rossa sulla Germania nazista. In questa occasione si tiene la famosa “Parata della Vittoria” nella piazza Rossa di Mosca. La ricorrenza è molto sentita dalla popolazione russa, infatti oltre ad assistere alla tradizionale sfilata dei soldati, dei veterani e dei veicoli militari storici, i cittadini partecipano anche alla cosiddetta parata del “Reggimento Immortale”, esibendo fotografie dei parenti che hanno combattuto contro i nazisti.

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Tuttavia, il 9 maggio di quest’anno, la condivisione dei ricordi e delle foto di guerra è avvenuta online ed il presidente Putin si è limitato a omaggiare con dei fiori il memoriale del milite ignoto. La Russia, infatti, aveva proclamato il lockdown a marzo, presto diventando il terzo paese più colpito del Covid-19 con più di 500.000 casi. Tuttavia, negli ultimi giorni il numero dei nuovi contagiati ha iniziato a diminuire, scendendo sotto la soglia degli 8000 al giorno, registrando il dato più basso dal 30 aprile

Il vero significato dell’evento

Le celebrazioni per la fine della Grande Guerra Patriottica (come viene definita la Seconda guerra mondiale in Russia) si tengono in tutta la Federazione e in molti Stati ex-Sovietici. Questo tipo di eventi hanno una forte connotazione politica: essi assumono una valenza fondamentale nel processo di costruzione dell’identità nazionale.

Il fatto che l’Unione Sovietica sia stata il principale responsabile della sconfitta della Germania nazista è un elemento cruciale per la memoria storica russa. A questo proposito, la Duma di Stato ha recentemente deciso di spostare la data che segna la fine della Seconda guerra mondiale dal 2 al 3 settembre. La scelta è stata motivata attraverso una dichiarazione del vicepresidente della Duma Jurij Švytkin: l’obiettivo è ribadire la tradizione sovietica invece che quella internazionale; in un’ottica fortemente patriottica si è così deciso di incentivare la memoria storica sottolineando il ruolo dell’URSS come il maggiore vincitore della Seconda guerra mondiale.Infatti, la data del 2 settembre 1945, riconosciuta internazionalmente, segna la resa del Giappone firmata a bordo della corazzata americana Missouri. Tuttavia, secondo i documenti sovietici del tempo, sarebbe il 3 settembre il giorno in cui l’URSS avviò l’azione decisiva che portò alla ritirata delle truppe giapponesi.

Nonostante ciò, la decisione della Duma ha suscitato alcune critiche ed è stata presa come un’offesa specialmente dall’Ossezia del Nord, una delle Repubbliche russe del Caucaso settentrionale. Infatti, il 3 settembre è anche la data di commemorazione delle vittime dell’attentato terroristico alla scuola di Beslan del 2004 in cui morirono 334 persone, di cui la maggior parte bambini.

In conclusione, il processo di costruzione di un’identità nazionale è comunque problematico. Ricorrere alla celebrazione degli elementi gloriosi del comune passato sovietico non deve quindi essere intesa come una strategia scontata; queste pratiche non costituiscono necessariamente una base solida per far sì che tutte le regioni e le repubbliche russe si sentano parte “della stessa Russia”. Inoltre, quest’anno la celebrazione del settantacinquesimo anniversario dalla vittoria della Seconda guerra mondiale non costituiva solo un evento patriottico, volto a rinvigorire il consenso interno del Cremlino, ma sarebbe stato anche un evento rilevante dal punto di vista internazionale. Infatti, molti dei capi di stato avrebbero dovuto partecipare alla parata, tra cui anche Emmanuel Macron e Giuseppe Conte. Sarebbe stato un significativo seppur piccolo segnale di distensione dei rapporti tra UE e Russia. È da chiedersi, dunque, se la portata di tale celebrazione, carica di valori politici nazionali ed internazionali per la Russia, manterrà un significato così forte anche oggi, nonostante gli effetti della pandemia.

Nicaragua: la pandemia complica ancora di più la conferma di Ortega

L’emergenza sanitaria di COVID-19, sottovalutata e nascosta dal Governo Ortega, sta destabilizzando il Nicaragua. Il Paese centroamericano, già indebolito da una situazione economica difficile, sta vedendo collassare il proprio sistema sanitario; il Presidente, duramente criticato due anni fa, deve agire rapidamente se vuole essere confermato alla guida del Paese.

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Stando ai dati ufficiali di poche settimane fa, il Nicaragua sembrava uno dei pochi Paesi dell’America Latina ad aver contenuto il contagio di coronavirus. In linea con questi dati, il Governo guidato da Daniel Ortega, ininterrottamente a capo del Paese centroamericano dal 2007, ha deciso di non adottare alcuna restrizione, lasciando aperte scuole e attività commerciali e invitando i cittadini a partecipare a eventi sportivi e musicali. A ciò si aggiunge la decisione di non far rispettare il distanziamento sociale, in controtendenza rispetto alle disposizioni indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

A criticare questo approccio non sono stati solo gli oppositori interni, tra cui medici e operatori sanitari, ma anche importanti organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Panamericana della Salute (OPS), l’Alto Commissariato dei Diritti Umani dell’ONU, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani e Human Rights Watch, che hanno contestato i dati ufficiali e invitato il Paese a prendere misure più rigide. Inizialmente il Governo ha risposto alle accuse sostenendo di aver utilizzato un approccio simile a quello svedese, dal momento che, a detta di Ortega, “se il Paese smette di lavorare, muore”. Inoltre, per screditare le accuse dei detrattori e rafforzare la fiducia nel Presidente sono state organizzate numerose manifestazioni in suo sostegno. Nel giro di poco tempo, però, l’impennata del numero dei decessi (inizialmente collegati ad altre patologie), tra cui quelli di numerosi esponenti di spicco del partito al potere, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, ha spinto il Ministero della Salute nicaraguense a riconoscere che il Paese è vittima di un aumento esponenziale delle infezioni.

L’emergenza sanitaria in atto sta colpendo un Paese già in difficoltà economica; le stime per l’anno corrente non sono affatto confortanti, il PIL dovrebbe calare del 5,4% mentre il tasso di disoccupazione arriverebbe al 32,1%. A complicare ancor di più la situazione sono le sanzioni economiche adottate nei confronti del Paese centroamericano da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Alla base di queste restrizioni c’è la volontà delle due potenze occidentali di mettere pressione a Managua affinché rispetti i diritti umani, contrasti la corruzione e garantisca elezioni libere. Il rapporto con Washington in particolare è ormai compromesso, tanto che Ortega ha commentato il gran numero di infezioni negli Stati Uniti come un “segno di Dio” contro il loro approccio considerato guerrafondaio, aggiungendo che “le forze transnazionali vogliono solo prendere il controllo del pianeta; questo è un peccato, e il Signore ci sta mandando un segno”.

Le problematiche economiche e sanitarie continuano ad allargare lo scollamento tra Ortega e la società nicaraguense, che già nel 2018 aveva portato ad importanti proteste antigovernative, soppresse solo con l’uso della violenza. Nonostante le critiche ricevute nel corso degli ultimi due anni, il Presidente ha sempre rifiutato di anticipare le elezioni, come richiesto da molti settori della società civile e da alcune organizzazioni internazionali come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Proprio l’intervento di quest’ultima nelle elezioni boliviane dello scorso anno, che portarono poi Evo Morales all’esilio, hanno convinto Ortega che sarebbe dovuto rimanere alla guida del Paese fino al termine del mandato.

Salvo novità improvvise, solo nel novembre 2021 sarà possibile verificare se Daniel Ortega verrà eletto per il suo quarto mandato consecutivo. Ad oggi, la situazione economica e sanitaria del Paese e la possibilità di nuove proteste potrebbero indicare la volontà di una nuova linea politica ma, prima di dare per sconfitto il leader che ha caratterizzato la vita politica del Nicaragua degli ultimi 40 anni, è bene attendere e valutare i prossimi sviluppi.

Stefano Di Giambattista,
Geopolitica.info

L’ultima chance per il Libano è il FMI

La dura crisi economica e monetaria che il Libano è chiamato ad affrontare vede il Movimento sciita Hezbollah, come ago della bilancia nella maggioranza di governo e nella ridefinizione delle temute condizionalità del FMI. Queste ultime tacciate negli anni di forti ingerenze nel potere sovrano, di incapacità risolutiva, e persino di aggravamento delle crisi dei debiti sovrani.

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Hezbollah al governo.

La Repubblica Parlamentare libanese affonda le sue radici nel fragile equilibrio del confessionalismo politico, delineato dagli Accordi di Tai’f. Accordi raggiunti al termine della lunga guerra civile (1975-1990) al fine di garantire una maggiore coesione sociale, grazie ad una distribuzione più equa dei seggi parlamentari tra le frange maronite, sunnite e sciite della popolazione. La distribuzione delle libertà civili su base religiosa ha, però, ingenerato la debolezza istituzionale del Paese. Una debolezza sfruttata dai diversi gruppi confessionali che hanno sopperito alle mancanze dell’apparato centrale in interi settori del Welfare. E, perciò, un ruolo primario nella gestione dei servizi educativi, culturali, sanitari e sociali è stato svolto da Hezbollah (Partito di Dio). In questo modo, Hezbollah è asceso a protagonista ineluttabile della vita politica del Paese e, per mezzo delle risorse finanziarie iraniane, è stato in grado di rispondere alle esigenze di intere parti della popolazione, come dimostrano le risorse umane e materiali messe in capo per far fonte all’emergenza Covid-19. Dopo le proteste di piazza dell’autunno scorso, che hanno dato voce alle complesse fragilità del sistema politico ed economico, il Partito di Dio è entrato nella maggioranza di governo del neo insediato Hassad Diab. Fin da subito, però, sono risultate evidenti le divergenze in merito alla scelta delle politiche da adottare per far fronte alla grave crisi debitoria del Paese.

Le prime reazioni di Hezbollah.

Sin dalla dichiarazione del presidente Diab di inadempimento delle tranche di debito pubblico in scadenza tra marzo ed aprile, Hezbollah ha manifestato una forte opposizione a qualunque forma di intervento da parte del FMI. Un’opposizione giustificata dal timore dell’applicazione di condizionalità strutturali. L’opposizione di Hezbollah è rilevabile nelle parole di uno dei suoi uomini più illustri, lo shaykh Naim Qassem, che ha definito il FMI come “un’emanazione del grande satana”. Anche il partito cristiano maronita del presidente Michel Aoun, al governo insieme ad Hezbollah, non è apparso inizialmente aperto a forme di dialogo con entità sovranazionali. Il problema è nato e deve essere risolto nel Paese, anche attraverso il ricorso a forme di ingegneria finanziaria e derivati: questa la prima posizione assunta dai vertici della Banca centrale libanese. È stato l’avvertimento rivolto da Fitch alle autorità libanesi, in merito ad un declassamento peggiorativo in caso di ricorso a soluzioni di ingegneria finanziaria, a rendere evidente l’impossibilità di una soluzione esclusivamente interna

Il FMI e le crisi: cenni.

La Conferenza di Bretton Woods ha fatto del FMI il baluardo della stabilità monetaria internazionale quale presupposto di una prosperità economica nazionale e internazionale (art. I, Statuto FMI). Ed effettivamente per più di 30 anni il FMI si è limitato a gestire situazioni temporanee di squilibrio monetario dei Paesi Membri, coincidenti con scarsezza di valuta estera. La temporaneità dello squilibrio si rifletteva nella percentuale relativamente bassa di risorse messe a disposizione dal FMI e nella previsione di tempi brevi per la loro restituzione. In questo modo, il FMI si muoveva esclusivamente come autorità monetaria sovranazionale. Invece, a partire dagli anni ’80, il FMI si è posto come autorità internazionale principalmente finanziaria. Ciò in virtù della mutata situazione del mercato globale: in particolare, a causa della sospensione, per unilaterale decisione americana, della convertibilità dollaro-oro che ha attribuito un ruolo maggiore al mercato nella determinazione del valore delle singole monete. L’opinione del mercato, così, ha assunto rilevanza e capacità di influenza sulle scelte politiche statuali sempre più finanziariamente sostenute. Da qui, l’inasprimento del numero delle crisi per eccessivo livello di indebitamento esterno che hanno spinto il FMI ad adottare politiche speciali di sostegno, caratterizzate da piani di attuazione di medio-lungo periodo e dall’erogazione di risorse superiori a quelle previste, originariamente, dal suo Statuto. Politiche che si sostanziano nell’adozione di programmi di aggiustamento dell’organizzazione bancaria, previdenziale e finanziaria oltreché istituzionale del Paese in crisi. L’attività finanziaria del Fondo, pertanto, si è legata alla creazione (c.d. condizionalità strutturali) di nuovi assetti istituzionali e normativi ritenuti più confacenti alle esigenze del mercato globale. Condizionalità attuate anche in Europa, durante la crisi del debito sovrano, risultando in alcuni casi non risolutive. Infatti, a parere di autorevole dottrina (tra gli altri, J.E Stiglitz) tali condizionalità sono state le principali cause dell’inasprimento della crisi.

Il FMI a Beirut.

Come si è mosso il Comitato esecutivo del FMI nella vicenda libanese? In un primo tempo ha operato valutazioni economico-finanziarie, sulla base del solo mandato esplorativo di sorveglianza ex art. IV Sez. 3 dello Statuto. Infatti, ha inviato una delegazione, guidata da Martin Cerisola, che ha evidenziato le fragilità economico-istituzionali e finanziarie del Paese in un colloquio definito come produttivo con il Ministro delle finanze Ghazi Wazni e il primo ministro Diab. Un colloquio che ha rappresentato il primo passo verso l’apertura di una apposita linea di credito da parte del Fondo. Una apertura che non è mai automatica ma presuppone una richiesta formale (c.d. lettera di intenti) firmata dal Ministro dell’Economia e dal Presidente della Banca Centrale. Una apertura che, al contempo, non è mai nemmeno disinteressata da parte del FMI; dietro la lettera di intenti delle autorità nazionali vi si individua, di solito, una decisiva influenza del Segretariato. Il Segretariato ha concordato tanto con il Ministro dell’Economia Wazni quanto con il presidente della Banca Centrale Riad Salameh un’inevitabile intermediazione del FMI nella risoluzione dell’alquanto complessa crisi. Infatti, molteplici sono i fattori che l’hanno generata: eccessiva dipendenza del settore pubblico dagli investimenti esteri per dare attuazione alle politiche sociali, centralità delle rimesse straniere per incentivare il settore privato, sfiducia del mercato finanziario internazionale e conseguente penuria di valuta estera. Fattori tra loro complementari la cui gestione non può che passare attraverso nuove iniezioni di liquidità; liquidità che i mercati rifiutano di concedere e che può essere recuperata solo per mezzo dell’attività di sostegno ex art. V degli accordi di Bretton Woods. Attività, come evidenziato, coordinata tra autorità nazionali e FMI, eppure la diretta responsabilità ricade interamente sugli organi nazionali.  Si tratta, infatti, di politiche presentate come soluzioni che, anche in assenza di sostegno del FMI, sarebbero adottate dagli organi governativi; in caso contrario sarebbero espressione di eccessiva ingerenza sovranazionale nell’autonomia decisionale governativa.

Il cambio di passo di Hezbollah.

Il primo maggio, Diab e Whazi hanno formalmente presentato la richiesta (lettera di intenti) di accesso alle risorse del FMI. Cosa ha spinto Hezbollah a cambiare idea? Da un lato, l’emergenza Covid-19 che ha costretto il Libano a richiedere l’esborso di ben 40 milioni di dollari statunitensi da parte della Banca Mondiale per l’acquisto di respiratori e di tamponi; dall’altro, il ricorso da parte di Teheran, principale finanziatore di Hezbollah, al sistema di sostegno del FMI. Anche il radicale regime di Khamenei, in una situazione di insostenibilità sanitaria e finanziaria, ha compiuto un passo che sino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile: quello di permettere l’ingerenza del Washington Consensus nelle politiche nazionali. Tale decisione funge da exemplum per un mutamento di posizione da parte di Hezbollah. Il Partito di Dio è ben conscio che un controllo diretto dei conti di Teheran da parte del FMI, potrebbe tradursi inevitabilmente in un ostacolo al proprio sostentamento, fortemente dipendente dall’Iran. Per questo, Hezbollah ha ritenuto opportuno non continuare ad opporsi al sostegno del FMI a patto che “non comporti condizioni che danneggino l’interesse nazionale” come precisato in una nota. Tuttavia il Partito è consapevole che forme di condizionalità non potranno mancare.

Il piano di ristrutturazione in discussione.

Diab mira ad ottenere non solo i 10 miliardi di dollari che verrebbero stanziati dal FMI, ma anche altri 11 già stanziati durante la nota “Conférence Economique pour le Développement par les Réformes et avec les Entreprises” (CEDRE) di Parigi del 6 aprile 2018, la cui erogazione è sospesa a fronte della mancata attuazione delle promesse riforme strutturali e settoriali. Riforme ora ricomprese nel programma di aggiustamento in discussione. Quali sono queste riforme? In primis, una ristrutturazione dei settori bancario e finanziario i cui utili legati alle operazioni di ingegneria finanziaria sono definiti dal governo come conseguiti a scapito dell’economia nazionale. In secundis, uno sconto sul debito sovrano detenuto alla Banca del Libano (BDL) e alle banche commerciali, fino a $ 38 miliardi. Infine, una riduzione del numero delle banche commerciali. Ciò, al fine di ridurre il disavanzo pubblico al 5,6% entro il 2022. Tale piano vede l’opposizione dell’élite bancaria e di ampie frange della popolazione. Dal canto suo, Hezbollah prediligerebbe un suo uomo di fiducia al timone delle riforme. Ecco perché il Partito di Dio ha identificato il capro espiatorio della crisi in Salameh, uno dei governatori bancari più longevi del mondo, cristiano maronita, con l’intento di sostituirlo.

L’incognita giapponese.

La questione più spinosa si traduce anche nella difficoltà di raggiungere un’approvazione del piano di risanamento da parte del Comitato Esecutivo del FMI. Beirut teme una possibile ritorsione da parte del Giappone per aver dato asilo all’amministratore delegato della Nissan, Carlos Ghosn. Ghosn, infatti, è accusato dalla giustizia giapponese di aver deliberatamente sottostimato i propri compensi di fronte alle autorità della borsa e di aver usato beni aziendali per il valore di ben 5 milioni di euro a fini personali. Dopo una rocambolesca fuga attraverso Ankara, si è rifugiato a Beirut e la sua estradizione inevitabilmente finisce con il costituire l’ago della bilancia in seno al FMI. La particolare ponderazione del voto nel Comitato Esecutivo, infatti, permette ai principali finanziatori del FMI di poter esercitare una sorta di potere di veto. Tra questi vi e’il Giappone. Si palesa, così, lo spettro di una possibile mancata erogazione del sostegno. Se ciò si verificasse il Libano sarebbe condannato definitivamente agli appetiti territoriali degli altri competitors regionali.

Il mondo dopo il COVID-19: competizione e frammentazione internazionale

L’emergenza coronavirus ha accelerato alcuni processi internazionali che costituivano già la cifra fondamentale della nostra epoca. Si fa riferimento, anzitutto, alla competizione tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese (RPC), che ha fatto intravedere a molti analisti il profilarsi della “trappola di Tucidide”. In secondo luogo, al graduale allontanamento dell’Europa dalle priorità strategiche di Washington e alle lacerazioni interne al nostro continente.

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Più in generale, la crisi appare quale epifenomeno di un mutamento di interazione tra le grandi potenze che ha preso forma sia nella dimensione distributiva (relativa a come è diffuso il potere tra gli attori), sia in quella normativa (relativa ai fondamenti etico-giuridici dell’ordine internazionale), e che trova la sua origine nella monumentale ascesa della Cina.

All’interno di tale perimetro politico-strategico, tuttavia, non è ancora chiaro se la crisi COVID-19 presenti più rischi o più opportunità per Pechino. Il suo atteggiamento, d’altronde, è apparso ondivago. E non per volubilità, ma per consapevolezza delle proprie risorse e dei propri limiti. La RPC, infatti, si è dimostrata fragile in tema di proposte concrete per il contrasto al virus. Al netto delle ambiguità nel rapporto con l’OMS e dell’opacità su quanto avviene nei laboratori di ricerca nel Paese, anche la proposta della Health Silk Road è apparsa zoppa. Oltre alla vaghezza dei suoi contenuti, infatti, si dovrebbe appoggiare a quella Belt and Road Initiative, che proprio a causa del Coronavirus ha subito un duro colpo sia in termini di immagine che di fattibilità finanziaria. Allo stesso tempo, la crisi ha richiesto di lanciare una campagna di propaganda nei confronti delle opinioni pubbliche e dei decision-maker europei. Tra gli obiettivi sottesi nell’immediato, quello di smorzare le critiche nei suoi confronti, promuovere un’immagine positiva del Paese e far cadere nell’oblio il fatto che il virus abbia avuto origine a Wuhan. Tra i risultati attesi nel medio termine, invece, il principale resta assestare un colpo alla legittimità dell’ordine liberale, nei cui confronti Pechino ha assunto una postura “revisionista”. 

Quanto è accaduto nel campo occidentale in questi mesi a causa del COVID-19 deve essere stato accolto positivamente a Pechino. D’altronde, i primi feedback di Washington sulla crisi sembravano confermare quella politica del retrechment varata da Barack Obama e confermata da Donald Trump che presuppone un parziale distacco dell’America dall’Europa. La combinazione tra il riorientamento strategico verso l’Indo-Pacifico (introdotto nella National Security 2015 e poi confermato nel 2017), le prossime elezioni presidenziali (che incentivano il presidente a non farsi vedere troppo impegnato nei problemi europei) e uno stile personale dell’inquilino della Casa Bianca che lascia spesso spaesati i suoi alleati hanno fatto sì che la volontà di guida americana sia stata percepita come incerta. Il successivo cambio di atteggiamento – il cui principale risultato va ricercato nel Memorandum on Providing COVID-19 Assistance to the Italian Republic – appare comunque come un tentativo tardivo di riparare a un errore ormai commesso.

Le lacerazioni, inoltre, hanno preso forma anche all’interno del continente europeo. La forte disapprovazione degli italiani verso l’operato dell’UE nelle prime settimane della crisi ha spinto il presidente della Commissione Ursula von der Leyen ad un inusuale mea culpa. Ciononostante, nelle settimane successive la musica ha faticato a cambiare. La distanza tra l’Europa meridionale e quella settentrionale, infatti, è aumentata sempre di più in tema di rigore di bilancio, MES e, infine, sulla proposta di costituire corridoi turistici preferenziali verso i Paesi meno colpiti dal virus (Grecia, Slovenia e Croazia), che penalizzano implicitamente Italia e Spagna. Non sarà certo un caso se gli ultimi sondaggi della SWG fotografano una disaffezione generale della nostra opinione pubblica verso Bruxelles.

Le evoluzioni della crisi nel mondo occidentale, tuttavia, non rappresentano comunque un “pranzo di gala” dalla prospettiva cinese. In particolare, la posizione dell’opinione pubblica tedesca, francese e britannica, che era già sospettosa nei confronti della RPC prima del virus, ora ha assunto quasi i tratti dell’ostilità. Anche nel nostro Paese, per quanto una certa narrazione lo descriva come “innamorato” della Cina, un recente studio IAI-LAPS conferma un trend non troppo dissimile da quello europeo. Agli italiani, infatti, la provenienza del virus (Wuhan) risulta ben chiara e circa l’80% degli intervistati è convinto che Pechino debba riconoscere le proprie responsabilità nella malagestione dell’emergenza. Per un Paese la cui capacità di sfidare l’ordine internazionale dipende, in questa fase, dalla capacità di accumulare risorse ed essere percepito come “benevolo” non è di certo una buona notizia.

Gabriele Natalizia,
Sapienza Università di Roma, Centro Studi Geopolitica.info

Lorenzo Termine,
Sapienza Università di Roma, Centro Studi Geopolitica.info

Lenín Moreno tra proteste e disillusione

Dopo le misure di austerità lanciate dal governo ecuadoriano per fronteggiare la crisi generata dall’emergenza sanitaria, nel Paese sudamericano sono montate nuove proteste. Le contestazioni, in continuità con quelle dello scorso ottobre, criticano le scelte economiche e mettono in discussione la figura del Presidente Moreno, sempre più distante dal suo predecessore.

Lenín Moreno tra proteste e disillusione - Geopolitica.info

A un anno dalle nuove elezioni presidenziali, l’Ecuador sta fronteggiando una situazione estremamente complicata dal punto di vista sanitario, politico e sociale. La pandemia, che ha colpito in modo particolarmente forte il Paese sudamericano, ha causato, e continuerà a causare in futuro, diverse difficoltà all’economia ecuadoriana. Infatti, stando a quanto riportato dalla Banca Mondiale nel suo rapporto semestrale “L’economia ai tempi del Covid-19”, l’Ecuador nel 2020 subirà una perdita del 6% del PIL.

Come annunciato in un discorso alla nazione dal Presidente Lenín Moreno, l’emergenza sanitaria ha già causato la perdita di 150 mila posti di lavoro e di 12 miliardi di dollari per le casse pubbliche. Per evitare il collasso dell’economia nazionale, il governo ha così deciso di introdurre delle misure economiche stringenti. Tra le misure adottate rientrano un taglio di 4 miliardi di dollari alla spesa pubblica, tra cui 98 milioni all’università, la riduzione dell’orario di lavoro e del relativo stipendio ai dipendenti pubblici e le liquidazioni di alcune imprese statali. A ciò deve aggiungersi la decisone governativa di liberalizzare, per la seconda volta in sette mesi, il prezzo dei carburanti, eliminando i sussidi statali in grado di rendere stabili i prezzi; tale scelta ad ottobre aveva generato delle violente proteste, sedate solamente con la decisone di revocare il decreto con il quale veniva cancellato il contributo statale.

Anche in questo caso le proteste non si sono fatte attendere e, nonostante la pandemia in atto, lavoratori, studenti e indigeni si sono riversati in strada per esprimere il proprio dissenso. In più di qualche occasione, come riportato dai media nazionali, ci sono stati momenti di tensione e le forze di polizia sono ricorse all’uso di gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti.

Il solco sociale e politico che è emerso in Ecuador negli ultimi sette mesi sembra ormai insanabile. Il Presidente Lenín Moreno, a tre anni dall’inizio del suo mandato, ha perso il consenso che lo aveva portato alla vittoria; il gradimento nei suoi confronti al mese di maggio è del 18,7%, in rialzo rispetto all’8% ottenuto nell’ottobre del 2019, ma ben lontano dal 77% che lo aveva caratterizzato durante il suo primo anno di presidenza. La discontinuità rispetto ai dieci anni del suo predecessore Rafael Correa, che ha supportato come Vice Presidente dal 2007-2013, è sempre più evidente. I due politici, nonostante siano stati eletti entrambi per il partito Alianza Pais, hanno attuato politiche economiche diametralmente opposte, di stampo socialista quelle di Correa e neoliberiste quelle di Moreno. La contrapposizione politica è diventata una vera e propria rivalità tanto che l’attuale Presidente ha spiegato come le difficoltà del suo Paese siano legate a “10 anni di sprechi e corruzione e a debiti che ammontano a 60 miliardi di dollari”.

Ad acuire ancor di più la contrapposizione tra le due figure politiche e ad allontanare il sogno socialista di Correa ha contribuito la politica estera del Paese degli ultimi tre anni. A livello regionale, il Presidente Moreno ha infatti deciso di rompere la decennale alleanza con il governo venezuelano; in tal senso vanno lette l’uscita nel 2018 dall’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), progetto di cooperazione politico e economico di matrice socialista promosso da Cuba e Venezuela nel 2004, e il ritiro dello scorso anno dall’UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas), organizzazione regionale sorta su iniziativa di Hugo Chavez e Luiz Inácio Lula da Silva. In tutta risposta, però, l’Ecuador ha deciso di allinearsi in modo netto, aderendo al PROSUR (Foro para el Progreso y Desarrollo de América del Sur), nuova organizzazione sudamericana, contrapposta all’UNASUR e guidata da Sebastián Piñera, Presidente neoliberista del Cile.

La svolta definitiva dello spostamento dell’Ecuador nello scacchiere internazionale è avvenuta, però, lo scorso febbraio quando, per la prima volta dopo diciassette anni, un Presidente ecuadoriano è tornato a fare visita al Presidente degli Stati Uniti d’America. Il meeting, legato prevalentemente a questioni commerciali, ha messo definitivamente fine agli attriti degli ultimi dieci anni tra i due Paesi; nel 2011, momento di massima tensione, il Presidente Correa aveva deciso di espellere l’ambasciatore americano Heather Hodges, ritenuta colpevole di aver divulgato un documento riguardo a un possibile caso di corruzione nella polizia nazionale.

Simbolo del cambio di orientamento ecuadoriano è stato inoltre la gestione del caso Assange. Rafael Correa, nel 2012, aveva concesso asilo politico al fondatore di Wikileaks presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra. Questa scelta aveva creato un caso diplomatico con Washington che lo aveva accusato di spionaggio e per lungo tempo ne ha richiesto l’estradizione. La situazione è cambiata però nel 2019, quando il Presidente Lenín Moreno ha espulso Assange dall’ambasciata, lasciando che fosse arrestato dalle autorità britanniche. Tale decisione ha ricevuto la durissima critica dell’ex Presidente ecuadoriano che ha definito il gesto come “un crimine che l’umanità non dimenticherà mai” e il suo successore come “il più grande traditore nella storia ecuadoriana e latinoamericana”.

Con molta probabilità l’Ecuador dal 2021 non avrà alla sua guida queste due figure che, per quasi quindici anni, ne hanno caratterizzato la vita politica. Infatti, la candidatura di Lenín Moreno alle prossime elezioni presidenziali è ancora in dubbio. Il caso di Correa è di gran lunga più spinoso; l’ex leader ecuadoriano è stato condannato a otto anni di reclusione per corruzione e, se la sentenza verrà confermata nell’ultimo grado di giudizio, non potrà ricoprire alcun incarico pubblico all’interno del Paese per 25 anni, venendo di fatto estromesso dalle presidenziali. Ciò che è certo è che in un anno molte questioni dovranno essere risolte, sia all’interno del campo progressista che nel Paese.

Stefano Di Gianbattista,

Geopolitica.ifo

Transizione energetica in Russia: è possibile?

Il Ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, ha affermato, in riferimento alla crisi attuale del petrolio, che gli idrocarburi nel prossimo futuro rimarranno la principale fonte di energia per la Russia e per il mondo: “E’ certo che stando alle previsioni, lo sfruttamento globale del petrolio si ridurrà. Nonostante ciò, in termini assoluti, l’economia degli idrocarburi resterà la base energetica per i prossimi vent’anni, e non ci sono alternative”. Risulta molto difficile, evidentemente, per un paese come la Russia affrancarsi da una risorsa come il petrolio che rappresenta la principale fonte delle entrate per lo stato.

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Nonostante sia il Paese più grande al mondo e abbia un patrimonio naturale unico, la Russia non è conosciuta per la sua particolare attenzione nei confronti dei temi ambientali, ma proprio questo rende il suo territorio maggiormente sensibile ai cambiamenti climatici rispetto ad altri paesi. Dato particolarmente drammatico è che la Russia è tra i primi paesi al mondo per emissioni di gas serra (5%) dopo Cina, Stati Uniti e India.

Il termine “sostenibile” in Russia non è mai stato popolare sin dagli anni ‘90, ossia sin da quando si iniziò ad utilizzarlo nei Paesi occidentali. Nonostante le motivazioni che si possono considerare, il dato di fatto è che le proteste ambientaliste degli ultimi anni sono state molto ridotte in Russia, se non totalmente assenti. Inoltre, per un paese come la Russia, caratterizzato da ampi territori perennemente ghiacciati, l’innalzamento delle temperature viene visto da alcuni addirittura come un fattore positivo se si considera l’aumento dei terreni coltivabili, delle risorse utilizzabili e l’aumento temporale del periodo di navigabilità della Rotta Transpolare grazie allo scongelamento dei ghiacci.

Quindi la domanda che può sorgere spontanea è quale sia il motivo per il quale i politici russi negli ultimi tempi abbiano iniziato ad avanzare proposte, seppur limitate, di politiche favorevoli alla promozione delle energie rinnovabili.

Tra le varie risposte in effetti, vi è la marginale conoscenza sugli effetti che vi sarebbero con lo scongelamento dei ghiacci perenni, che rischierebbero di sprigionare sostanze, o batteri, ancora poco conosciuti e potenzialmente pericolosi. Lo stesso ex-Capo del Governo, Medvedev, ha dichiarato che proprio queste sostanze metterebbero in serio pericolo lo sviluppo di molti settori chiave come quello dell’agricoltura, ma soprattutto metterebbero in pericolo la sicurezza della popolazione russa. Un aspetto, questo, che se inserito peraltro nella situazione di pandemia globale in cui ci troviamo, risulta essere alquanto rischioso e da evitare. La crisi ambientale in Russia non è una novità, dimostrata anche dal fatto che dall’inizio del 2020 ci sono stati circa 5,600 incendi costringendo il Ministro delle Risorse Naturali e dell’Ambiante, Dmitry Kobylkin, a dichiarare lo stato di emergenza in ben quattro regioni della Siberia. Il cambiamento climatico nel Paese sta avvenendo molto più velocemente rispetto al resto del mondo, con dei tassi d’inquinamento elevatissimi e con ondate di caldo e freddo sempre più repentine.

Quali sono gli interessi?

Un chiaro segno di inversione di tendenza, seppur ancora limitato, oltre l’introduzione nel 2009 di una legge federale sull’efficienza energetica e nel 2010 di una legge federale sul riscaldamento nelle abitazioni, è arrivato proprio a settembre del 2019, quando la Russia ha ufficialmente aderito agli accordi di Parigi. La strategia dietro questo cambiamento di rotta, però, non è legata esclusivamente alla preoccupazione per la salvaguardia dell’ambiente. Molti si sono chiesti chi ci sia dietro questo cambiamento, dal momento che il potere delle compagnie energetiche non avrebbe nessun vantaggio nel permetterlo, oltre al fatto che la Russia possiede attualmente pochissime infrastrutture per una produzione sostanziale di energie rinnovabili. Il settore energetico russo è dominato da colossi statali come Gazprom, Lukoil, Rosneft e Rosatom fortemente legati al potere governativo, che renderebbero molto difficile aprire spazi nella promozione delle rinnovabili. La decentralizzazione del potere è un tema molto dibattuto e avversato, sia dalle autorità, che dai principali attori economici. Risulta evidente quindi, che il cambiamento sia stato avviato con il consenso delle stesse compagnie. Tra i vari possibili motivi che spiegherebbero tale cambiamento vi è quello degli incentivi dati alla riconversione degli impianti più inquinanti in cambio di maggiori sussidi statali, che a loro volta potrebbero favorire un maggior rendimento delle stesse industrie. Ne è un esempio la recente riqualificazione della stazione idroelettrica di Belorechenskaya da parte della Lukoil, che in questo modo ha incrementato dell’80% la produzione di energia elettrica pulita.

Un’altra delle ipotesi è quella che il Presidente Putin voglia sfruttare il momento per favorire una strategia per la diversificazione delle entrate essendo i russi, come d’altronde lo sono i sauditi all’interno dell’OPEC+, fortemente dipendenti dalle esportazioni degli idrocarburi.

Inoltre, c’è anche un altro aspetto riconducibile ad una volontà di espansione della propria influenza che la Russia vuole riacquisire nel mondo e cha sta già perseguendo in diverse aree, come in Medio Oriente e in Africa, attraverso un’azione di persuasione e attrazione a sé. È possibile che un’inversione di tendenza sulle rinnovabili rientri in questa strategia, contrapponendosi in questo senso agli Stati Uniti, che dal 2016 sembrano essersi ormai avviati su una strada di rinuncia alla collaborazione con la comunità internazionale per la lotta al cambiamento climatico, o quanto meno non sembrano attribuirgli particolare rilevanza, dimostrato dalla fuoriuscita di Trump dagli accordi di Parigi.

La competizione del mercato interno

Le fonti energetiche come quella eolica e quella solare sembrano ora essere maggiormente promettenti. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Rinnovabile, le ragioni principali del favorire questo tipo di risorse in Russia risultano essere: lo sviluppo economico e la creazione di nuovo lavoro, lo sviluppo scientifico e tecnologico, il miglioramento ambientale e il rifornimento energetico in zone della Russia dove risulta difficile il trasporto viste le difficili condizioni climatiche e territoriali. Proprio in merito a questa ultima ragione, ci sono regioni sulle coste del Nord, dove portare gas e petrolio ha dei costi talmente elevati che il vento e il sole rappresenterebbero una valida fonte di energia alternativa.

È importante ricordare che nonostante la Russia non sia tra i paesi più all’avanguardia dal punto di vista delle energie rinnovabili, negli ultimi anni sono state costruite fabbriche con impianti fotovoltaici che possono già ora fare concorrenza all’imponente industria cinese, che ha puntato molto sullo sviluppo delle energie rinnovabili. Secondo la strategia energetica nazionale, l’estremo nord rappresenta in questo senso un’area pilota che potrà rappresentare la base per molti progetti di sviluppo energetico per il Paese.

Fino ad ora, non sono molti gli attori che sono stati in grado di avviare progetti nell’ambito delle energie rinnovabili. Si tratta principalmente dell’azienda statale Rosatom, responsabile dell’energia nucleare, entrata da poco nel mercato delle rinnovabili grazie anche a degli investimenti governativi nell’energia eolica. Oltre a questa ci sono principalmente attori esteri, come la finlandese Fortum, impegnata sia nell’eolico, che nel solare, la danese Vestas, nonché l’italiana ENEL, anch’essa impegnata nell’eolico con ben 3 progetti (Azov, Kolskaya e Rodnikovsky) e divenuta il principale investitore in questo settore.

Il mercato interno russo in questo ambito non è ancora particolarmente sviluppato. Proprio per questo motivo il Governo sta lavorando al fine di stimolare la competizione. Il Cremlino incentiva la produzione d’energia rinnovabile attraverso dei sussidi concessi alle aziende che, proponendo progetti che garantiscono la riduzione maggiore di emissioni di CO2, si aggiudicano delle aste. Tutto ciò rientra nell’obiettivo stabilito dalla Strategia Energetica del governo, di perseguire, entro il 2024, una transizione alle energie rinnovabili pari al 4.5%, anche se alcuni ritengono che questo obiettivo sia raggiungibile non prima del 2030.

Conclusioni

Nonostante gli elementi che possano far intravedere un cambiamento incisivo siano ancora insufficienti rispetto ad altri paesi e sia di fatto impossibile affrancarsi completamente dagli idrocarburi, almeno nel medio termine, la Russia sta lanciando dei segnali importanti.

Da una prospettiva europea, l’Unione non può che vedere positivamente i, seppur ridotti e ancora limitati, cambiamenti in tal senso. La vicinanza tra i Paesi europei e la Federazione russa rende necessario un coordinamento nella gestione dei progetti futuri per l’ambiente a favore della riduzione delle emissioni.

Tutto ciò rientra sicuramente nella più ampia strategia russa di voler aumentare le sue capacità di soft power, riacquisendo quel ruolo di importante soggetto d’influenza geopolitica globale perso successivamente al crollo dell’Unione Sovietica.

Gli idrocarburi sono stati il fondamento del sistema energetico globale per almeno un secolo, avendo ciò contribuito alla costituzione e alla stabilizzazione di un certo sistema delle relazioni internazionali. La transizione energetica che si sta profilando favorisce, e favorirà, una cambiamento radicale nelle dinamiche dei rapporti tra i paesi. L’energia rinnovabile non avrà solo come risultato quello d’invertire la rotta dell’impatto dell’uomo sull’ambiente, ma ne avrà anche uno molto più radicale. La maggior parte dei paesi potranno aspirare ad una maggiore indipendenza energetica e molte meno economie saranno a rischio a causa del mancato rifornimento energetico da parte dei paesi esportatori. Ciò pone un paese come la Russia in una situazione con cui deve fare necessariamente i conti, essendo la sua economia estremamente dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas. Il tutto viene accentuato oggi dalla crisi mondiale causata dal Coronavirus e la conseguente crisi petrolifera che sta mettendo in ginocchio l’intero sistema di produzione, sottolineando l’instabilità che deriva dall’essere troppo dipendenti dal greggio.

La transizione energetica, oggi, sembra essere non più un’esclusiva prerogativa strategica dei Paesi maggiormente sensibili ai temi ambientali, ma piuttosto, sembrerebbe un cambiamento necessario per ragioni che oltrepassano quelle ambientali, arrivando ad investire questioni di natura economica e strategica che avranno come conseguenza la costituzione di un nuovo scenario internazionale.