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L’Alleanza e il Virus: la gestione Atlantica della minaccia pandemica

Secondo un’indiscrezione riportata dalla rivista tedesca Der Spiegel – ripresa poi da Politico.eu –  lo staff dell’Alleanza Atlantica starebbe ideando un piano per far fronte ad una potenziale seconda ondata di Covid-19. In attesa di capire meglio l’entità di questo progetto, diamo uno sguardo a ciò che l’Alleanza ha fatto, e sta facendo, per gestire la minaccia pandemica.

L’Alleanza e il Virus: la gestione Atlantica della minaccia pandemica - Geopolitica.info

Una sfida senza precedenti 

Nelle diverse conferenze stampa tenute a margine dei Consigli dei ministri dell’Alleanza, il Segretario Generale Jens Stoltenberg ha sottolineato più volte come l’Alleanza stia affrontando una minaccia che non ha precedenti nella storia del Trattato e come l’intera struttura atlantica stia supportando efficacemente alleati e partner colpiti da questa calamità: supporto che, rimarca Stoltenberg, non ha intaccato in nessun modo le capacità di deterrenza e difesa della NATO. Sebbene – quindi – una minaccia sanitaria di questa portata possa considerarsi come un fatto nuovo, l’attitudine dell’Alleanza verso i rischi sanitari non è una novità: se l’ultimo concetto strategico del 2010 aveva già integrato tali rischi all’interno del contesto di sicurezza NATO, nel 2016 – durante il summit di Varsavia – si decise di inserire la capacità di garantire la tenuta del sistema sanitario in gravi situazioni di crisi all’interno dei requisiti minimi per rafforzare la resilienza (Art. 3 Trattato Atlantico) degli alleati.

I principali attori in campo

Sebbene lo sforzo per affrontare la pandemia si presenti come un’azione corale messa in atto da tutte le strutture e le forze armate alleate, è bene soffermarsi su alcuni degli attori chiave impegnati nella lotta al Covid-19.

Principale meccanismo di risposta alle emergenze civili dell’area euro-atlantica, lo Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC) coordina tutte le richieste e le offerte di aiuto attivate dagli stati NATO e dai partner dell’Alleanza in caso di calamità naturali, disastri causati dall’uomo, crisi o azioni ex art.5 del Trattato Atlantico. Creato nel 1998 come importante strumento di coordinamento tra la NATO e gli stati membri della Partnership for Peace, lo EADRCC coordina attualmente 70 stati e agisce in stretta collaborazione con altre organizzazioni internazionali e sovranazionali: il 15 maggio 2020 lo EADRCC ha deciso di mettere a disposizione dello United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs i propri assetti per la distribuzione aerea del materiale sanitario in tutto il mondo. Dal 26 marzo 2020, il centro ha ricevuto richieste di aiuto da quindici stati. 

Il supporto logistico e l’organizzazione del trasporto – prevalentemente aereo – dei materiali e dei presidi sanitari necessari vengono gestiti dalla NATO Support and Procurement Agency (NSPA), organo esecutivo della NATO Support and Procurement Organisation. Oltre agli aspetti puramente logistici, la NSPA è impegnata anche nella stampa 3D delle valvole necessarie alla trasformazione delle maschere di una nota catena di prodotti sportivi in strumenti idonei alla terapia ospedaliera: il progetto, portato avanti dal NSPA team di Taranto, prevede la produzione di 25 valvole a settimana e si basa sull’idea innovativa di una startup italiana, ISINNOVA.

La NSPA sta sfruttando le capacità di trasporto aereo strategico della NATO, ovvero la Strategic Airlift International Solution (SALIS) e la Strategic Airlift Capability (SAC), per la consegna dei dispositivi sanitari: il primo strumento si basa sul noleggio di aerei commerciali, principalmente Antonov AN-124-100, mentre il secondo utilizza gli aerei cargo C-17 Globemaster di proprietà di un consorzio composto da stati alleati e partner. Per facilitare la distribuzione degli aiuti, il Consiglio Atlantico ha deciso attivare il c.d. NATO’s Rapid Air Mobility (RAM), ovvero una procedura che, assegnando ai voli dell’Alleanza un codice speciale, consente di velocizzare le normali procedure del traffico aereo.

L’azione dell’Alleanza, però, non si limita unicamente all’invio di materiali e al supporto dei sistemi sanitari degli alleati e dei partner: all’interno della cornice del NATO’s Science for Peace and Security (SPSProgramm e in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità italiano, il Policlinico dell’Università Roma Tor Vergata e il Policlinico dell’Università di Basilea, la NATO ha avviato un progetto scientifico volto a migliorare le capacità di diagnosi del nuovo Coronavirus.

L’altro contagio: la disinformazione

Caratterizzato da una velocità di trasmissione e da una pericolosità non inferiore a quella di un patogeno biologico, il contagio informativo si è diffuso con la stessa virulenza del contagio originato dal SARS-COV2. 

Il Segretario Generale Stoltenberg – in un’intervista per La Repubblica – ha stigmatizzato con forza le azioni di disinformazione, portate avanti da attori governativi e non governativi cinesi e russi, volte a destabilizzare l’Alleanza: la diffusione in tutta la Lituania di una falsa email, a firma dello stesso Stoltenberg, relativa ad un presunto ritiro delle truppe alleate dallo stato baltico è stata solo una delle diverse fake news confezionate ad arte per minare la solidità della compagine atlantica. 

Al fine di contrastare il fenomeno della disinformazione, l’Alleanza ha avviato un’ampia campagna di identificazione e monitoraggio dei principali nodi di trasmissione delle fake news, a cui si aggiunge una specifica azione di fact-checking: sul sito ufficiale della NATO, ad esempio, è presente una sezione dedicata esclusivamente alla confutazione dei “miti” più ricorrenti riguardo il tema NATO-COVID19.

Un nuovo adattamento?

Alle prese con la prima pandemia della sua storia, l’Alleanza Atlantica è riuscita – seppur tra mille difficoltà – a mettere in campo diversi strumenti per supportare al meglio alleati e partner. Sebbene – come affermato dal Segretario Generale Stoltenberg – l’attuale crisi sanitaria non abbia cancellato le sfide alla sicurezza preesistenti, bisogna riconoscere che la pandemia ha ampliato e complicato il quadro complessivo delle potenziali minacce, gettando una luce sui rischi biologici emergenti. In attesa di capire se il piano per una potenziale seconda ondata possa configurarsi come un primo passo verso un ulteriore adattamento, un punto resta cruciale: l’Alleanza deve decidere con prontezza quale ruolo giocare nelle prossime emergenze altrimenti tutti gli sforzi di queste settimane saranno vani.

Danilo Mattera,
Geopolitica.info

America Latina 2020, verso la peggiore recessione dal 1930, risvolti economici e sociali nel breve periodo.

Le nuove stime delle Nazioni Unite prevedono una contrazione dell’economia latinoamericana di circa 5,3% per il 2020, sarà la peggior performance della regione da oltre ottant’anni, paragonabile ai livelli della Grande Depressione. La diffusione del Covid-19 colpisce un’area del mondo in difficoltà, indebolendo ulteriormente il delicato equilibrio economico e sociale.

America Latina 2020, verso la peggiore recessione dal 1930, risvolti economici e sociali nel breve periodo. - Geopolitica.info

Lo scenario complesso prima del virus

L’America Latina è stata colpita dal Covid-19 in una fase di debolezza e vulnerabilità economica. Nel decennio successivo al 2008 la crescita del PIL regionale era scesa dal 6% allo 0,2%, accentuandosi a partire dal 2014 per il calo del prezzo delle commodities. La crisi si è fatta evidente lo scorso anno quando tasso di crescita è stato dello 0,1% e sono scoppiati duri focolai di protesta nella regione. Il malcontento sociale nei confronti dell’eccessiva disuguaglianza economica, istituzioni corrotte e politiche pubbliche insufficienti si è manifestato in diversi paesi, spesso in forma violenta. Non è solo la classe politica al governo ad essere messa in discussione, ma il modello economico dominante è percepito come ingiusto e indegno da parte del popolo. A seguito di questo diffuso malcontento interno, come non si vedeva da decenni, i governi hanno solo abbozzato modesti pacchetti di riforme e di spesa sociale. L’arrivo del virus nel continente ha fermato temporaneamente le proteste sulle strade e, deviando l’attenzione verso la crisi sanitaria, ha consentito ai governi di imporre misure repressive.

Lo shock esterno

Il 21 aprile 2020 la Commissione Economia per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite (CEPAL) ha presentato un report speciale sugli effetti economici e sociali di breve e medio periodo che il Covid-19 avrà sui paesi della regione. Le stime si basano sui dati disponibili al 17 aprile e i risultati sono sconfortanti: nel 2020 l’America Latina avrà una riduzione del PIL del 5,3% (vedi tabella). È la peggiore contrazione economica mai registrata nella sua storia contabile, per trovare dinamiche di ampiezza simile dobbiamo tornare agli anni alla crisi del 1930 (-5%) o a quella del 1914 (-4,9%). La crisi sarà globale, il Fondo Monetario Internazionale prevede anche una variazione del PIL degli Stati Uniti di -5,9%. Ciò significa crisi delle reti produttive di Messico e Centroamerica, legate per gravitazione al mercato statunitense. Gli Stati Uniti sono inoltre la principale destinazione per i migranti della regione. La crisi sanitaria avrà conseguenze dirette sui settori in cui sono impiegati in massa: costruzione, manutenzione e Horeca. Il conto capitale delle bilance dei pagamenti peggiorerà a causa della contrazione del flusso delle rimesse stimato in un 10-15%. Il turismo sarà uno dei settori più colpiti, con riduzioni del 20-30% e gravi conseguenze soprattutto per i paesi caraibici. I dati sul commercio prevedono un calo del valore delle esportazioni latinoamericane di oltre 14 punti percentuali. L’abbassamento del prezzo e della quantità delle materie prime scambiate peserà in misura ancora maggiore sulle bilance commerciali dei paesi sudamericani. Le esportazioni che più diminuiranno saranno quelle dirette in Cina (-24,4%) danneggiando in particolar modo Argentina, Brasile, Cile e Perù, mentre Messico e Venezuela dovranno fare i conti con il crollo del prezzo del petrolio. E le importazioni? La carenza nell’importazione di prodotti intermedi ha rallentato la produzione manifatturiera, fermandola in certi casi (settore automobilistico messicano e brasiliano). Infine le restrizioni alle esportazioni imposte dai paesi fornitori hanno provocato seri problemi alle importazioni di prodotti essenziali per combattere il virus.

Lo shock interno

La recessione economica avrà duri effetti sulla domanda e offerta interna con conseguenze negative sulla occupazione e aumento di povertà e disuguaglianza. Secondo le stime della CEPAL la disoccupazione aumenterà del 3,4%. I settori più colpiti saranno: commercio al dettaglio e all’ingrosso, riparazioni, Horeca, trasporti e servizi in generale. Le imprese più coinvolte quelle di dimensioni micro e medio-piccole, che peraltro danno lavoro alla metà della popolazione. Da considerare anche l’alta percentuale di lavoro informale che rende questi lavoratori ancora più esposti agli effetti della pandemia. Il divario di genere si acuirà per effetto delle misure anticontagio. La chiusura delle scuole, l’isolamento sociale e l’aumento delle persone malate aggraverà la mole di lavoro delle donne, sottraendo loro tempo da dedicare alle attività lavorative remunerate. La caduta del PIL e l’aumento della disoccupazione incideranno sui redditi familiari. Il numero di persone sotto la soglia di povertà aumenterà di oltre 28 milioni passando a un totale di 214 milioni, ovvero il 35% circa dell’intera popolazione latinoamericana. Parallelamente la popolazione in estrema povertà aumenterà di 16 milioni raggiungendo un totale di 83,4 milioni nel 2020. A questi fattori si sommerà la diminuzione dei redditi da lavoro dipendente con conseguente incremento del coefficiente di Gini. Il risultato sarà uno solo: un ulteriore aumento della disuguaglianza in America Latina. La regione non solo vede allontanarsi il traguardo degli obiettivi di sviluppo sostenibile 2030, ma farà dei passi indietro per quanto riguarda povertà estrema e fabbisogno alimentare.

Conclusioni nel breve e interrogativi nel medio periodo

L’America Latina sta entrando in una dolorosa recessione a causa del virus Sars-Cov-2. La gravità dell’impatto e la capacità di reazione di ciascun paese dipenderanno dal livello di integrazione nelle global value chain (GVC) e dalla struttura produttiva esistente. I problemi di ordine economico e sociale si stanno amplificando e nello stesso tempo sorgono almeno 4 grandi interrogativi e dubbi per il medio e lungo periodo. 1) L’emergenza devia le risorse preziose che erano state destinate a un aumento della spesa pubblica per far fronte alle pressanti richieste sociali. È possibile che la crisi economica riaccenda l’ondata di proteste nelle piazze di Ecuador, Cile, Colombia, Bolivia, Haiti e Honduras. A tal proposito l’accademia e la società civile organizzata hanno reso pubbliche varie preoccupazioni. La “guerra” al virus ha di fatto legittimato i poteri speciali di polizia e militari, in una regione dove storicamente le decisioni delle forze armate sono state decisive nei momenti di crisi. 2) In generale i governi hanno annunciato impegni fiscali maggiori di quelli usati durante la crisi del 2008. Molti paesi hanno sollecitato finanziamenti di emergenza, accompagnati da richieste di sconti e condoni sul debito pubblico. Oltre a un suo aumento si prevedono problemi di accesso al credito per aziende e cittadini e diminuzione del flusso di investimenti esteri. Quali saranno le ripercussioni nei paesi più a rischio come Venezuela e Argentina? L’aspetto finanziario regionale dovrà essere tenuto sotto attenta osservazione. 3) L’interruzione nelle GVC ha messo in evidenza i rischi di un’elevata dipendenza regionale dai componenti manifatturieri importati. 4) Una stretta concertazione plurilaterale regionale è dunque necessaria per far fronte alla crisi sanitaria e per gestire la conseguente crisi economico-finanziaria. Tuttavia le misure prese fino ad ora sono state di tipo nazionale (come anche nel resto del mondo). Se il contesto internazionale post Covid-19 andrà verso processi di regionalizzazione delle produzioni, l’integrazione regionale diventerà la chiave per le strategie di sviluppo dell’America Latina. Questo pone una sfida e un obiettivo agli attuali sistemi di integrazione regionale: riusciranno a superare la frammentazione e debolezza (vedi l’incapacità di agire nei confronti della crisi in Venezuela)?

 Fonte: CEPAL, aprile 2020
Hezbollah alla prova del COVID-19 e della crisi in Libano: tra minacce e opportunità

Mentre Washington aumenta il suo pressing su Hezbollah, il “Partito di Dio” cerca di incrementare la sua influenza sul paese dei cedri. La crisi sanitaria e quella economica potrebbero essere un’opportunità per il Partito di guadagnare consensi e influenza, ma c’è il rischio di perderli.

Hezbollah alla prova del COVID-19 e della crisi in Libano: tra minacce e opportunità - Geopolitica.info fonte: atlanticoquotidiano.it

Lo scorso 30 aprile la Germania ha designato l’intera organizzazione di Hezbollah come terroristica. All’atto diplomatico ha fatto seguito la chiusura di tutte le attività del movimento sciita in territorio tedesco. Così facendo la Germania si uniforma alla linea statunitense e israeliana di lotta al “Partito di Dio”. La chiusura di importanti assets economici di Hezbollah in Germania denota la volontà di colpire indirettamente l’Iran, indebolendo quello che è da molti considerato come il suo maggiore alleato nella regione. La mossa di Berlino è solo l’ultimo tassello, in termini cronologici, di una più ampia lotta contro le attività di Hezbollah. Fin dall’indicazione come organizzazione terroristica da parte statunitense nel ‘95, la pressione su Hezbollah è aumentata proporzionalmente ai suoi attacchi. Ciò, unito al contrasto con Israele, ha contribuito ad alimentare la narrativa del “Partito di Dio” come movimento di resistenza contro il sionismo e contro le ingerenze occidentali in Libano. Fin dalla sua fondazione negli anni ’80, Hezbollah ha tenuto in vita la narrativa della “resistenza”. Anche quando Israele ha ritirato le proprie truppe dal Libano nel 2000, Il Partito ha reiterato tale immagine rivendicando le cosiddette “fattorie di Sheb’a”, occupate da Gerusalemme nel ’67 insieme alle alture del Golan. Ciò che invece è mutato nel corso degli anni è stata la sua postura verso la politica interna libanese. Hezbollah è stato capace, negli ultimi tre decenni, di radicarsi nel sistema libanese, trasformandosi da milizia rivoluzionaria pronta a sovvertire l’ordinamento del Libano, a un partito politico perfettamente integrato nel tessuto socio politico del paese. Ciò gli ha permesso di legittimare la sua presenza nel paese, pur mantenendo il suo arsenale, vero e proprio strumento coercitivo del “Partito di Dio”. La complessa struttura piramidale intorno alla quale è organizzato rappresenta un caso unico in Libano: attraverso una fitta rete di servizi sociali rivolti ai più poveri, inclusi finanziamenti a scuole e ospedali nelle aree più depresse del paese, il Partito si è guadagnato le simpatie e l’appoggio di buona parte dei libanesi, riuscendo in più occasioni ad entrare nella maggioranza di governo. Dallo scorso dicembre Hezbollah è al governo insieme ad Amal e al Free Patriotic Movement del Presidente della Repubblica Aoun. L’alleanza fra i tre partiti, suggellata con un accordo nel 2006, testimonia un ulteriore mutamento all’interno del “Partito di Dio”, ormai capace di strutturare alleanze trans confessionali stabili (il FPM ha infatti una forte base maronita), a dimostrazione di quanto la sua integrazione nel complesso panorama politico libanese sia ormai completa. Se la pressione esterna e le dinamiche interne hanno sempre messo a dura prova l’esistenza di Hezbollah, occorre sottolineare quanto la sua capacità di rinnovamento e adattamento all’ambiente che lo circonda gli abbia sempre permesso di sopravvivere. Il merito di tutto ciò va all’Iran, sponsor principale di Hezbollah,  ma nel corso degli anni, il “Partito di Dio” è cresciuto al punto tale da essere oggi in grado non solo di muoversi autonomamente nel contesto regionale del Mashreq, ma anche di diversificare le proprie fonti di finanziamento (anche grazie al riciclaggio di denaro e al traffico internazionale di droga), pur mantenendo fortissimo il legame con Teheran.

COVID-19: un nuovo nemico per Hezbollah o un’opportunità?

Oggi il Libano si presenta alla prova COVID-19 nel peggiore dei modi: il suo sistema sanitario non è in grado di assicurare una risposta efficace e adeguata ad una eventuale esplosione del virus (ad oggi i casi non superano il migliaio), mentre le misure di lockdown hanno solo parzialmente bloccato la mobilità dei cittadini, che in diverse città sono scesi in strada per manifestare contro il carovita. Alla luce della nuova emergenza sanitaria, Hezbollah si è presentato come attore complementare dello Stato, al servizio di tutti i libanesi, mobilitando la sua rete sanitaria parallela attraverso la fornitura di materiale medico e l’invio di volontari e specialisti. La capacità del Partito di raggiungere le zone più depresse del paese, che difficilmente verrebbero raggiunte dagli aiuti statali, gli permette quindi di raccogliere altri consensi, reiterando la sua immagine di movimento a sostegno di tutta la popolazione a discapito dell’appartenenza religiosa. In uno dei suoi recenti discorsi, il segretario del Partito, Hasan Nasrallah, ha definito il COVID-19 come un nuovo nemico per Hezbollah e per tutti i libanesi, sottolineando ancora una volta il suo ruolo come resistenza contro un nemico stavolta invisibile. Al netto della retorica del Partito, appare chiaro come di fronte a questa nuova crisi, Hezbollah stia ora raccogliendo i frutti di anni di politiche di assistenza sociale e sul territorio, provando inoltre ad allargare la propria base di consensi anche ad altre fasce della popolazione.

La crisi economica e le tensioni con Israele rischiano di compromettere la posizione di Hezbollah

Se Hezbollah mira a raccogliere consensi attraverso la lotta al COVID-19, la recente crisi economica e finanziaria, la peggiore della storia del Libano, rischia di mettere a dura prova la sua posizione. Le proteste che sono scoppiate nelle ultime settimane, tanto contro il carovita, quanto contro logiche di potere ancora legate a vecchi schemi clientelari, hanno interessato anche le roccaforti di Hezbollah, a dimostrazione che le proteste sono rivolte a tutti i partiti, nessuno escluso. Fino a due mesi fa, l’inflessibilità del Partito dinanzi ad un possibile intervento del Fondo Monetario Internazionale in Libano rendeva impossibile qualsiasi tipo di negoziato, lo scorso mese invece, Nasrallah ha lanciato segnali di apertura, rendendo tuttavia l’intervento soggetto a condizioni di protezione della sovranità del Libano. Il cambio di postura di Hezbollah nei confronti dell’FMI è legato a doppio filo alla necessità di mantenere alto il consenso della fascia più povera del Paese, la sua base elettorale fin dagli anni ‘90. Inoltre, le continue frizioni al confine con Israele, da ultimo uno sconfinamento delle truppe israeliane in territorio libanese, e il continuo coinvolgimento del Partito nella guerra civile siriana, rischiano di compromettere ulteriormente la posizione di Hezbollah. Un eventuale conflitto armato fra le due parti potrebbe non trovare l’appoggio dei libanesi, dal momento in cui la popolazione è già spinta allo stremo dopo anni di crisi economica e politica. La popolarità del “Partito di Dio” rischia quindi di essere compromessa da fattori endogeni ed esogeni intorno ai quali Nasrallah dovrà necessariamente destreggiarsi.

Hezbollah cerca di mettere le mani sulla Banca Centrale Libanese?

Nell’ultimo mese, il Governo si è scagliato contro l’istituzione che più di tutti ha segnato la storia libanese degli ultimi due decenni: la Banca Centrale Libanese. Ha fatto scalpore il recente attacco lanciato dal Premier, Hassan Diab, e da alcuni parlamentari di Hezbollah, contro il Governatore della Banca Centrale, Riad Salameh, alla guida dell’istituto da quasi 30 anni. Salameh ha avuto un ruolo di primo piano nel mitigare le conseguenze della crisi finanziaria del 2008 e nel mantenere stabile il valore della lira alla luce dei numerosi eventi che hanno scosso la Repubblica nell’ultimo ventennio. Il Primo Ministro ha scaricato la colpa della crisi finanziaria sul Governatore, reo di aver attuato politiche monetarie che hanno condotto al crollo della lira rispetto al dollaro. Al netto del tentativo di allontanare da sé le colpe della crisi, queste accuse potrebbero nascondere la volontà del “Partito di Dio” di sostituire il Governatore con un loro uomo di fiducia; ciò permetterebbe al Partito di espandere significativamente la propria sfera di influenza sul Libano. Un attacco del genere arriva in un momento in cui le finanze di Hezbollah sono bersaglio degli attacchi congiunti dei paesi occidentali. Lo stesso Salameh negli anni si è sempre mostrato disponibile verso la comunità internazionale per quanto riguarda la lotta al riciclaggio di denaro, una delle maggiori fonti di finanziamento del “Partito di Dio”. 

Le capacità di sopravvivenza e adattamento di Hezbollah saranno nuovamente messe alla prova nei prossimi mesi. Ciò che appare evidente è che il sistema Libano, di cui il Partito è ormai parte integrante, si sta lentamente dirigendo verso l’implosione: le crescenti proteste represse nel sangue, la crisi economica e finanziaria, una crisi migratoria che affligge il paese da anni e da ultimo la crisi sanitaria, sono tutti elementi che stanno contribuendo al suo collasso. 

Nicolò Rascaglia,
Geopolitica.info

Crisi istituzionale in Algeria: il coronavirus si rivela il miglior alleato del Pouvoir

A poco più di un anno dalla deposizione dello storico presidente ‘Abdelaziz Bouteflika, il Pouvoir algerino sembra non aver ancora trovato una soluzione definitiva alla profonda crisi istituzionale che dallo scorso febbraio attanaglia il Paese. 

Crisi istituzionale in Algeria: il coronavirus si rivela il miglior alleato del Pouvoir - Geopolitica.info

L’elezione del nuovo capo di Stato Abdelmaǧīd Tebboune, fortemente osteggiata dal popolo, è stata solo l’ultimo di una serie di cambiamenti di facciata che hanno permesso al regime di preservare il proprio potere, realizzando l’ennesima conferma di uno status quo invariato da ormai troppi decenni. In questo contesto, i divieti introdotti per contenere il coronavirus potrebbero fornire al regime quel pretesto che aspettava per poter finalmente mettere a tacere le ininterrotte manifestazioni contro il Sistema. Che la pandemia sia il vaccino migliore contro le proteste popolari?

“Aprile è il mese più crudele” recitava T. S. Eliot e, per il Pouvoir algerino, lo è stato veramente nel 2019. La candidatura di Bouteflika per quello che sarebbe stato il quinto mandato consecutivo, infatti, ha provocato un’accesa reazione tra gli algerini che, da allora, ogni settimana si sono riversati puntualmente nelle piazze delle maggiori città, dando vita a un pacifico e costante movimento di protesta contro tutti i simboli del regime. Se nell’aprile 2019 le strade algerine venivano invase da manifestanti in festa per le neo-annunciate dimissioni dello storico Presidente, che avevano fatto sperare in un reale ricambio ai vertici del Paese, a un anno di distanza lo scenario è decisamente mutato in favore della storica élite al potere. Le misure adottate lo scorso 17 marzo per contenere la diffusione del covid-19, infatti, hanno segnato inevitabilmente la fine delle contestazioni, costringendo l’Ḥirāk a sospendere, almeno per il momento, il puntuale appuntamento del venerdì. 

Nel continuo braccio di ferro tra Pouvoir e civili si inserisce quindi un terzo elemento, la pandemia, che potrebbe rivelarsi uno strumento perfetto per dare il colpo di grazia a un movimento popolare che, nonostante la grande perseveranza dimostrata finora, all’atto pratico non è riuscito a intaccare l’enorme potere del regime algerino. Ripercorrendo le tappe salienti dell’attuale crisi istituzionale, infatti, risulta evidente come dietro ai cosiddetti successi realizzati dall’ Ḥirāk si nasconda sempre un particolare interesse della classe dirigente. È il caso, ad esempio, delle dimissioni di Bouteflika, a lungo richieste dal popolo ma, di fatto, concretizzatosi solo dopo le pressioni dell’esercito e l’invocazione dell’art. 102 da parte dell’ex capo di stato maggiore Gaid Ṣalāḥ. Allo stesso modo si ricorda l’arresto di numerosi esponenti dell’entourage Bouteflika, ufficialmente mirato a soddisfare le richieste degli algerini, ma in realtà parte integrante del tentativo di delegittimazione della classe politica messo in atto dall’esercito per accrescere la propria influenza. A più di un anno dallo scoppio dei primi moti di protesta, quindi, le numerose spinte antisistema non sembrano aver messo realmente in discussione l’assetto politico-istituzionale del Paese, ancora fortemente centrato nelle mani della classe dirigente. Se, da un lato, le contestazioni popolari hanno avuto l’indiscutibile merito di portare alla luce gli evidenti limiti del Pouvoir algerino, da sempre incapace di avviare un effettivo rinnovamento tra le sue fila, dall’altro, però, quest’ultimo si è mostrato ancora una volta in grado di superare le fratture al proprio interno riconfermando quel ruolo determinante che, nella storia dell’Algeria indipendente, non ha mai realmente perso. 

In questo contesto, l’arrivo provvidenziale del coronavirus sembra aver regalato al regime un’opportunità unica per giustificare l’ennesima stretta autoritaria in termini di difesa della comunità. Mentre la preoccupante diffusione del covid-19 metteva in ginocchio anche i grandi della Terra, costringendoli a volgere lo sguardo verso le proprie problematiche interne, il regime algerino si preparava silenziosamente a sferrare l’attacco decisivo. Il divieto di assembramenti imposto a fine marzo, infatti, è stato seguito da un’ondata di arresti arbitrari che hanno interessato numerosi esponenti del movimento popolare. Al contempo, la censura si è abbattuta sulle nuove modalità di protesta online organizzate dagli attivisti nelle ultime settimane per far fronte all’inaspettata situazione d’emergenza. Con gli oltre 3000 casi positivi registrati, infatti, l’Algeria si inserisce attualmente tra i Paesi africani più colpiti dalla pandemia.  Alla grave situazione sanitaria si aggiungono, inoltre, le crescenti difficoltà economiche legate al crollo dei prezzi del greggio, da sempre il vero tallone d’Achille dell’economia algerina. In tal senso, è innegabile che la ridistribuzione dei proventi del petrolio sotto forma di utili sociali si sia rivelata l’arma vincente della classe dirigente nei periodi di maggiore criticità. Posto di fronte al bivio “pane” o “libertà”, infatti, per anni il popolo algerino si è visto costretto a chiudere gli occhi di fronte alle violazioni e ai giochi di potere dell’élite. D’altra parte, però, la forte dipendenza da un mercato volubile come quello dell’energia ha dato vita a un equilibrio estremamente fragile che non ha tardato a mostrare tutti i suoi limiti, anche nel corso dell’attuale crisi istituzionale. Un sistema che “galleggia” sul petrolio, infatti, rischia inevitabilmente di annegare. E mentre l’economia algerina lentamente affonda, il Pouvoir sembra aver trovato ancora una volta il modo di rimanere a galla.   In conclusione, mentre l’epidemia mette in ginocchio l’economia del Paese, inasprendo una crisi presente da tempo, il Pouvoir si dice pronto a “difendere” la propria Nazione, soffocando, ancora una volta, le richieste del suo popolo.

L’atteggiamento repressivo delle ultime settimane nei confronti di una protesta che non ha mai perso il proprio carattere pacifico, infatti, ha lanciato un chiaro messaggio: il regime non accetterà alcuna tregua. Se lo scorso aprile a quest’ora le strade di Algeri si coloravano delle speranze e delle bandiere di un popolo in festa, a un anno di distanza quei momenti sembrano ormai un ricordo lontano.  Mentre gli attivisti algerini compiono gli ultimi disperati tentativi di salvare un movimento già sconfitto in partenza, il Pouvoir, che ora ha dalla sua parte anche l’emergenza sanitaria, si prepara a celebrare l’ennesima vittoria.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone

In un periodo di grande incertezza generata dal COVID-19 abbiamo intervistato l’Onorevole Luca Frusone, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, per sapere come si sta muovendo l’Alleanza Atlantica, nel supporto ai paesi membri ma anche nella gestione delle nuove minacce che incombono su di essa e, in particolare, sull’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone - Geopolitica.info

1) Onorevole Frusone la ringraziamo per averci dato la possibilità di intervistarla. Qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che la crisi posta dal coronavirus non rimuove le sfide di sicurezza con cui l’Alleanza si doveva confrontare già da prima. Le volevamo chiedere, in quanto Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, come sta rispondendo l’Alleanza a questa crisi causata dal COVID-19 e come, contemporaneamente, sta continuando a garantire la sicurezza ai propri Alleati.

La crisi provocata dal Covid-19 ha avuto un impatto dirompente sulla nostra vita. La NATO fin dal primo momento si è messa in moto per assistere, attraverso le sue strutture, gli alleati più colpiti, tra cui l’Italia. L’assistenza fornita dall’Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC), attraverso materiali ed altri strumenti sanitari, è stata fondamentale. 

Un altro interessante esempio è stata la capacità di ridurre la burocrazia attraverso la mobilità aerea rapida: speciali codici aerei assegnati dalla NATO, con conseguente maggiore garanzia e velocità di dispiegamento per i voli che sorvolano gli spazi aerei dei paesi alleati. Inoltre, la NATO si pone anche come piattaforma per la condivisione di informazioni e best practice tra gli alleati, che continuano e continueranno a sostenersi a vicenda. In questo momento di crisi è stato più volte invocato l’articolo 3 del Trattato, che racchiude in sé il concetto di resilienza. L’Alleanza da tempo insiste su come la resilienza civile e le capacità militari siano elementi complementari, parti di uno stesso compito: garantire la sicurezza.

Il momento di crisi non ha indebolito l’Alleanza ma ne ha incrementato l’impegno nel mantenere i suoi obiettivi, continuando a fornire strumenti e misure di deterrenza e di difesa credibili ed efficaci.

Sotto questo punto l’attenzione verso il Southern Flank rimane prioritaria anche alla luce del protrarsi del conflitto libico e della lotta al terrorismo. L’obiettivo principale della NATO è garantire la sicurezza e la stabilità. In un momento in cui le strutture statali sono concentrate sulla pandemia, ecco che l’aiuto di un’organizzazione internazionale solida, diventa fondamentale. La crisi economica che colpirà anche la regione del MENA – pensiamo al contraccolpo che subirà ad esempio l’Egitto con il calo dell’afflusso turistico – porterà ad un rafforzamento di gruppi terroristici e di altri attori non statali, amplificando la destabilizzazione della regione già in atto. Può sembrare paradossale ma è in questo momento che dare un maggior supporto oltre i nostri confini eviterà in futuro di intervenire in situazioni già compromesse. Nelle missioni internazionali l’impegno rimane massimo, grazie alla decisione di incrementare lo sforzo degli alleati nell’attività di addestramento e formazione condotto sotto l’egida della Coalizione Internazionale, nell’ambito della missione NATO in Iraq per rafforzare le forze irachene nella lotta contro Daesh. Molto lavoro si sta svolgendo nel contrasto alle continue campagne di disinformazione che si sono verificate nel corso della crisi sanitaria. A tal proposito, sottolineo come l’Assemblea parlamentare della NATO avrà certamente un ruolo fondamentale, anche portando all’interno dei parlamenti nazionali una maggiore attenzione su questi temi. 

2) L’Italia è uno dei paesi più colpiti da questa pandemia. In una videoconferenza alla quale hanno partecipato tutti ministri della Difesa degli Stati membri della NATO, il nostro ministro Lorenzo Guerini ha sottolineato l’importanza delle Forze Armate italiane in un momento così delicato. Quale è stato e quale è il loro ruolo nella gestione di questa crisi?

La ringrazio per la domanda che mi permette di evidenziare l’encomiabile lavoro che le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate stanno svolgendo. Quando si parla di ripartire velocemente, di concetti come resilienza e capacità di resistere ad uno shock, dobbiamo ringraziare prima di tutto la professionalità e la dedizione dei nostri militari. Fin dallo scoppio dell’epidemia, poi diventata pandemia, la Difesa si è mossa subito attraverso il Comando Operativo di vertice Interforze (COI), guidato dal Generale Luciano Portolano, che ha messo in piedi una sala operativa 24h/24h per la gestione dell’emergenza. Il COI infatti è stato identificato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Enzo Vecciarelli, quale referente unico delle Forze Armate per la gestione dell’emergenza sanitaria, in coordinamento con le altre istituzioni coinvolte. Da qui sono partite e sono state coordinate tutte le operazioni che hanno visto i nostri militari rispondere presente alla chiamata alle armi contro il COVID-19. Per dare qualche numero: al 5 maggio sono oltre 45.000 le donne e gli uomini delle Forze Armate schierati. 

In pochissimo tempo sono stati messi a disposizione 5.700 posti letto in 2.290 stanze in tutta Italia. Sono 163, al momento, le missioni di volo a scopo sanitario. Ben 2.378 mezzi (tra generici, ambulanze, bus) a cui aggiungere 313 assetti (elicotteri, velivoli, autocarri). Inoltre, non bisogna dimenticare il prezioso apporto fornito al Supporto alla Pubblica Sicurezza. Nonostante questi numeri però c’è un aspetto da approfondire. In questi mesi, attraverso i social network molti cittadini hanno invocato l’uso dell’Esercito al fine di garantire il rispetto delle misure di contenimento della pandemia. Un errore che hanno commesso anche molti rappresentati delle istituzioni locali. Questo fa capire come non ci sia molta conoscenza delle Forze Armate. Non è più tempo di focalizzarci sui numeri: l’efficienza dei nostri uomini è più importante. Purtroppo, l’età media negli ultimi anni è aumentata. Questo dovrebbe spingerci a non considerare, ripeto, il numero effettivo dei nostri militari. La vera sfida per il futuro non sarà incrementare di oltre 30.000 unità gli effettivi, come molti suggeriscono. Il nostro impegno dovrà essere garantire un numero sempre crescente di personale altamente specializzato, adeguatamente addestrato e prontamente impiegabile, con un elevato grado di interoperabilità con le altre forze di sicurezza e con mezzi e strumenti necessari efficienti e validi. Un tema che cercherò di portare all’attenzione della commissione difesa, visto che nei diversi Paesi alleati se ne parla già da tempo.

3) La legge n. 56/2012 consente al Governo di poter esercitare poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. La legge in questione permette l’intervento su qualsiasi società considerata di rilevanza strategica. Con la legge n. 41/2019 la sfera di intervento viene ampliata ai servizi di comunicazione elettronica basati sulla tecnologia 5G. L’8 aprile, invece, è stato introdotto un nuovo decreto-legge, il n.23/2020 – chiamato anche decreto liquidità – con il quale sono state introdotte delle modifiche relative al “golden power”. Ci può spiegare cosa cambia con questa nuova normativa?

L’emergenza COVID-19 ha travolto insieme alle nostre vite anche il settore industriale. Gli schemi che governavano il mercato fino a pochi mesi fa sono saltati, causando forti perdite di valore di molte società italiane – quotate e non – che sono diventate possibili bersagli di scalate a prezzi di saldo da parte di investitori esteri. Non possiamo permetterlo. Con il nuovo decreto liquidità si è voluto rispondere a questa emergenza con l’estensione della “golden power” in tutela delle società operanti in ulteriori settori giudicati strategici per l’economia e la sicurezza del sistema Paese, quali l’alimentare, l’assicurativo, il sanitario e il finanziario. Per spiegare in parole povere il “golden power”, lo si può paragonare ad uno scudo con il quale il Governo protegge le imprese appartenenti a settori strategici da eventuali operazioni di acquisto al ribasso operate da investitori stranieri. Con il nuovo decreto i poteri di veto del Governo vengono estesi anche alle operazioni di acquisizioni all’interno dell’Unione Europea per il controllo e per l’acquisizione di quote del 10% in su. Sarà possibile avviare d’ufficio l’esercizio dei poteri speciali anche per operazioni non notificate. Si è operato inoltre sull’articolo 120 del Testo unico in materia finanziaria (TUF), rivedendo al ribasso le soglie per le comunicazioni alla Consob ed estendendo l’obbligo anche alle società ad azionariato diffuso. Vengono inoltre potenziati gli obblighi di comunicazione alla Presidenza del consiglio. Il tutto ci consentirà di estendere di fatto la protezione anche alle PMI e con esse alle principali filiere produttive del nostro Paese. 

4) Onorevole Frusone, ho trovato molto interessante il suo intervento, lo scorso 6 febbraio, alla conferenza “NATO: Implementing the 360-Degree Approach”. Intervento nel quale ha sottolineato l’importanza che ricopre il “Fianco Sud” per la NATO. Infatti, abbiamo visto come negli ultimi anni l’Alleanza Atlantica si sia impegnata a rafforzare il suo ruolo proprio in quell’area. Quali sono le reali minacce che provengono dal “Fianco Sud” e quale è la risposta della NATO?

Per l’Italia e la NATO il Southern Flank rappresenta sempre di più una priorità. Quando si parla di Fianco Sud si indica un insieme di scenari eterogenei di crisi che necessitano di politiche dedicate e soluzioni precise. In questi anni, il MENA è stato caratterizzato dalla lotta a Daesh e agli altri gruppi politici di matrice jihadista. I problemi economici, sociali ed ambientali sono i fattori chiave di questa situazione di costante insicurezza nella regione. 

Proprio mentre stiamo parlando, nella vicina Libia, le forze dell’esercito guidato dal maresciallo Khalifa Haftar e le forze tripoline si stanno preparando per nuove operazioni militari. 

In questo quadro ormai noti sono gli interessi presenti da parte di nuovi attori geopolitici nel Mediterraneo: parliamo di Russia e Cina.

La dimostrazione è data dall’ultimo report delle Nazioni Unite del 6 maggio, dove si riferisce di 800-1200 mercenari russi o filorussi della Wagner schierati a fianco del Libyan National Army

Si è sviluppato nel territorio libico un sistema di alleanze a geometria variabile, incentrate in gran parte su reciproci vantaggi economici piuttosto che su comunanze ideologiche: sfruttando i porosi confini libici sempre più terroristi partecipano ai traffici di armi, droga e esseri umani e attraggono nuove reclute.

In questo momento di confusione globale l’attenzione verso i possibili sviluppi nella regione deve rimanere massima, tenendo conto anche di un eventuale spinta propulsiva alle crisi causata dal COVID-19.

La Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO ha puntato ad un riconoscimento e ad un supporto del ruolo italiano nel Fianco Sud, al fine di prevenire il più possibile il rischio d’instabilità ai confini dell’Alleanza. Questo anche grazie al potenziamento delle capacità dell’Allied Joint Force Command (JFC) e dell’Hub per il Sud della NATO. La concretizzazione di questo lavoro lo troviamo nella Risoluzione n. 451 volta a “Rafforzare il contributo della NATO per affrontare le sfide provenienti da Sud” approvata nella sessione dell’Assemblea annuale 2018 tenutasi ad Halifax.

Il nostro obiettivo è stato quello di far comprendere l’importanza della questione anche per i Paesi che per latitudini geograficamente differenti, possano percepire in modo alterato i rischi di un Mediterraneo nel caos. Inoltre, ho voluto fortemente che gli atti approvati dall’assemblea iniziassero ad essere discussi anche all’interno delle nostre commissioni nazionali. Ciò è avvenuto la prima volta lo scorso 15 maggio, dove la discussione sulla risoluzione n. 451 è stata approvata all’unanimità.

5) Ultima domanda. Nell’ultimo decennio nuovi tipi di minacce hanno sfidato la coesione e la stabilità della NATO: quella cyber e quella ibrida. L’Alleanza da sempre, però, ha mostrato una grande capacità di adattamento al contesto che la circonda. In che modo ci si sta muovendo per garantire la sicurezza e la difesa degli Alleati da queste due nuove minacce? 

La NATO è pronta ad assistere a venire in soccorso degli alleati contro minacce ibride nell’ambito della difesa collettiva. L’Alleanza ha sviluppato una strategia sul suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida per aiutare a far fronte a queste minacce che si estrinseca in tre fasi: preparazione, identificazione e risposta.

Per far fronte a queste, già nel luglio 2018, i leader della NATO hanno concordato di istituire squadre di supporto counter-hybrid, che forniscono assistenza mirata su misura agli alleati su loro richiesta, nella preparazione e risposta alle attività ibride. A dimostrazione di questo recentemente il Presidente del Comitato militare della Nato, Air Chief Marshal Sir Stuart Peach, ha annunciato la formazione della prima squadra anti-ibrida NATO, affermando che “è stata schierata nel nostro stato alleato, il Montenegro, con l’obiettivo di contribuire a rafforzare le capacità del Montenegro e scoraggiare le incursioni di tipo ibrido”.

Sono inoltre continui anche gli scambi di know-how tra i partner della NATO sul tema, rafforzando la propria capacità di coordinamento. Anche l’intelligence riveste un ruolo di primo piano attraverso la Joint Intelligence and Security Division che ha dedicato una sezione esclusivamente alle minacce ibride. 

Grandissimo sforzo si sta facendo per contrastare le campagne di disinformazione attraverso la comunicazione dei fatti che la NATO compie ogni giorno per la sicurezza dei cittadini. Alla luce di quanto detto non sorprende che la sicurezza, la difesa e la deterrenza cibernetica siano diventate questioni urgenti per l’Alleanza Atlantica.

Come dichiarato più volte dal Segretario Generale Jens Stoltenberg, l’Alleanza registra ogni giorno eventi informatici sospetti, segnalando un aumento costante delle intrusioni nelle reti ed infrastrutture governative degli Alleati.

Solo nel 2019 si stimano danni per 2.1 trilioni di dollari causati da attacchi cyber. La NATO da tempo sta correndo ai ripari mettendo in piedi un sistema volto ancora una volta la sicurezza degli alleati. La cyberdefence è divenuta una core task della NATO durante il vertice di Varsavia nel 2016, che ha riconosciuto il cyberspazio quale nuovo dominio operativo da difendere alla stregua di terra, mare, aria. 

Il tutto visto in ottica difensiva con lo scopo di proteggere dalle minacce informatiche gli alleati. 

Pur mantenendo la titolarità della propria difesa ogni stato alleato viene supportato dalle numerose strutture dell’Alleanza attraverso un’azione di:

  • condivisione in tempo reale di minacce attraverso piattaforme e best practices;
  • invio di squadre di pronto intervento in ottica cyberdefence;
  • sviluppo di obiettivi comuni per facilitare un approccio alla capacità di difesa;
  • investimento nella formazione ed esercitazioni, come la Cyber Coalition, una delle più grandi simulazioni di cyberdefence al mondo.

Vorrei sottolineare inoltre il lavoro del NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence di Tallinn, in Estonia, che l’Italia supporta in qualità di Sponsoring Nation. Infatti, il Centro di Eccellenza di Tallin, vero e proprio think tank internazionale, organizza, ogni anno, due esercitazioni: la Crossed Swords, evento riservato a personale tecnico dei Red Team e la Locked Shields.

Locked Shields, in particolare, è la flagship exercise del Centro ed è la più complessa esercitazione live-fire (ovvero attacco-difesa in tempo reale) al mondo. L’edizione del 2018 ha impegnato i Blue Team di circa 30 nazioni partecipanti nella difesa di sistemi virtuali complessi – come centrali elettriche, reti 4G, sistemi di pilotaggio droni, sistemi di comunicazione – da oltre 2.500 attacchi di varia natura.

In poche parole, la NATO dimostra di sapersi adattare alle sfide sulla sicurezza che gli scenari moderni stanno ponendo. L’aspetto sul quale però si dovrà lavorare molto è quello politico. Se da una parte la NATO emerge come valido provider di sicurezza in diversi campi, dall’altro alcune azioni e alcuni comportamenti dei singoli Stati rischiano di minare, non tanto all’interno ma all’esterno, l’immagine della NATO. Su questo si dovrà lavorare ancora molto.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Il “senso” della storia ai tempi del coronavirus

In tempi di incertezza globale e coronavirus è naturale per gli uomini interrogarsi su questioni che stimolano il loro intelletto da tempo immemore e che hanno animato discussioni tra filosofi fin dall’antichità. Una tra queste domande irrisolte riguarda niente di meno che il senso stesso della storia o, meglio, se la storia abbia o meno un “senso”. 

Il “senso” della storia ai tempi del coronavirus - Geopolitica.info

Due diverse visioni si scontrano su questo punto: chi attribuisce alla storia una visione teleologica, ossia orientata ad un fine e quindi in continua evoluzione, e chi, invece, concepisce la storia in maniera ciclica, riprendendo, in parte, quella teoria dell’eterno ritorno di nietzschiana memoria. 

Visione teleologica e dottrina cristiana

Tra i propugnatori della prima scuola di pensiero possiamo certamente annoverare gli appartenenti alla dottrina cristiana, che vedono nel raggiungimento del regno divino il senso ultimo della vita umana. Questa visione, che dovrebbe trovare spazio nella sola sfera intima del singolo, è stata estesa ad interi popoli, in particolare al mondo anglosassone e protestante che, come teorizzato da Max Weber un secolo fa, ha gettato le basi e informato il capitalismo. In base a questa dottrina, il successo del singolo sulla Terra altro non è che la manifestazione divina della Grazia concessa lui e destinata ad attuarsi pienamente nel Regno dei Cieli. Ecco quindi che la storia individuale si riempie di significato e si orienta ad un fine ultimo, ossia il successo in questo mondo, anticamera del successo nella vita ultraterrena. Questa idea, semplice e potente al tempo stesso, ha gettato le basi per la costruzione dell’unica superpotenza, protestante, oggi esistente: gli Stati Uniti d’America

La visione che gli americani hanno della loro storia e del loro ruolo nel mondo si può forse riassumere nella frase articolata nel 1630 da John Winthrop, primo governatore del Massachusetts: “Dobbiamo tener conto del fatto che saremo come una città su una collina, gli occhi di tutti sono su di noi”. Questa opinione poggia sulla convinzione che l’esperienza degli Stati Uniti sia in qualche modo “eccezionale”, poiché predestinata e appoggiata da Dio. Da qui l’idea della “pax Americana” che poggia sulla diffusione della democrazia nel mondo e nel “regime change” dei sistemi dittatoriali anche a costo di gravi tributi di sangue. Questa visione altro non è che una versione 2.0 della missione civilizzatrice dell’uomo bianco che, oberato dal suo “fardello” (per citare Kipling), era costretto a colonizzare le popolazioni inferiori (vale a dire non bianche) e a portare loro la civiltà. Nella teoria delle relazioni internazionali questa visione è ben radicata nella cosiddetta “pace democratica” che, fin dai tempi di Kant, ritiene che le democrazie siano intrinsecamente pacifiche e impossibilitate a farsi la guerra tra loro. Ergo: se tutti i Paesi del mondo adottassero un sistema democratico simile a quello a stelle e strisce non ci sarebbero più guerre e il mondo sarebbe finalmente in pace. Questo comporterebbe in automatico la fine della storia e l’unificazione del sistema internazionale come suggerito da Francis Fukuyama: l’acme della visione teleologica dunque, sebbene fortemente di parte e a senso unico.

Visione realista ed eterno ritorno

D’altre parte abbiamo la teoria dell’eterno ritorno: gli uomini non imparano dalla storia e, anche ammesso che lo facciano, non possono sfuggire ad essa. Gli imperi nascono e muoiono, un egemone si succede ad un altro, gli Dei sono perituri come gli uomini che li adorano e ad una fase di espansione segue una di contrazione. Rievocando le parole dell’I Ching, l’antico libro millenario di saggezza cinese, “l’unica cosa che non muta è il mutamento stesso”. Da qui l’idea che quando lo yang raggiunge il suo massimo apice comincia inevitabilmente lo yin in un processo senza fine che ricorda, per certi aspetti, la teoria dell’imperial overstretch. Quando infatti un impero raggiunge il massimo della sua espansione e utilizza risorse fuori dalla sua portata per espandersi ulteriormente, segna automaticamente la sua contrazione e l’inizio dell’espansione di un nuovo egemone. 

La storia è ricca di esempi che confermano tale ipotesi, talmente tanto ricca che il lettore potrà pensare ad un impero qualsiasi (personalmente suggerirei quello romano ma solo per una mia suggestione romantico/idealistica) per rendersi conto di come questa chiave di lettura possa adeguarsi e spiegare l’esempio da lui scelto. La visione della storia orientata ad un fine di certo ci alletta, se non altro perché alimenta il nostro ego e ci dona la speranza di un futuro migliore ma, purtroppo, non trova riscontro in quella che è la realtà empirica dei fatti. Meglio quindi arrendersi all’idea che la storia non si muova verso un qualche paradiso divino/istituzionale ma che trascenda le speranze e le illusioni di noi uomini poiché, in quanto determinata da noi uomini fallaci e limitati, non può che ripresentarsi ogni volta uguale e diversa al tempo stesso, in un processo di creazione e distruzione senza fine. 

Covid-19 e settore turistico. Impatto, cambiamenti e nuova competitività

Il Covid-19 rappresenta un momento di svolta epocale anche per il settore turistico, dove i danni sono innumerevoli. Il cambiamento portato dalla crisi pandemica coinvolge sia il nostro modo di essere e sentirci turisti, indirizzandoci verso un nuovo tipo di domanda, ma rappresenta soprattutto un’importante opportunità che potrebbe portarci alla tanto agognata competitività turistica. Sapremo coglierla? 

Covid-19 e settore turistico. Impatto, cambiamenti e nuova competitività - Geopolitica.info fonte: teamsystem.com

Uno dei settori più danneggiati dall’emergenza Covid-19 è senza dubbio quello turistico e con esso un suo aspetto fondamentale: il turismo siamo noi, siamo nati viaggiatori e il cambiamento che investirà questo settore avrà fortissime ripercussioni anche sulla nostra individualità, sul nostro stesso sentirci turisti. 

Il settore turistico costituisce il 13% del PIL italiano e genera 4,2 milioni di occupati nel settore; solo ad ottobre 2019 la spesa dei viaggiatori internazionali ha raggiunto i 40 miliardi, con una crescita del 6%. Considerato che il 2018 si era chiuso con la cifra di 41 miliardi, a gennaio – appena prima della crisi – si auspicava un superamento notevole dell’anno precedente. Si vedeva nel 2020 l’anno propizio per il nuovo obiettivo che ci si era posti, quello di “diversificare” l’offerta puntando su altre tipologie di turismo, in particolare sul turismo culturale. Proprio quest’anno, infatti, ricorrono i 500 anni dalla morte di Raffaello e i 100 dalla nascita di Fellini ed erano quindi previsti festeggiamenti e numerose iniziative a livello nazionale. Tutte sospese poi, a causa del lockdown. 

Quindi cosa aspettarci? 

Secondo i dati ENIT pubblicati il 27 aprile, l’Italia ha registrato un calo degli arrivi aeroportuali del -38,2% nei mesi di gennaio-marzo 2020 rispetto allo stesso trimestre del 2019, con perdite del -56,7% per il periodo dal 1° gennaio al 12 aprile e un calo del -84,6% delle prenotazioni per il periodo che va dal 13 aprile al 24 maggio. Il recupero degli arrivi che ci permetterà di tornare ai livelli del 2019 è previsto solo nel 2023. 

Assistiamo quindi ad una seria crisi della domanda, le cui cause sono varie e tutte dipendenti dal lockdown. Per citarne alcune: la riduzione del monte ferie, poiché queste sono state utilizzate dalle varie agenzie ed enti per la copertura del periodo di inattività con conseguente riduzione della capacità di spesa dei dipendenti, che potrebbe portare i viaggiatori a rivolgersi verso un turismo più economico, o al non considerare il viaggio nel breve periodo; il rischio long-haul travel, i viaggi su lunga tratta, poiché potrebbe essere difficile rientrare in Italia qualora dovesse ripresentarsi l’emergenza epidemica. A causa delle nuove misure di sicurezza, le compagnie aeree ammetteranno un minor numero di passeggeri su ogni volo, con conseguente riduzione della booking window. Alcune compagnie, inoltre, già nel primo periodo di emergenza Covid-19, hanno restituito le loro tratte certe che, una volta ristabilitasi la normalità, non riusciranno comunque a ripartire. Altre, invece, come Easy Jet, hanno deciso di consentire la prenotazione con cancellazione gratuita, considerando un possibile rimborso come un danno minore rispetto ad un’entrata mancata. È possibile anche che, data la situazione assai difficile, alcune strutture alberghiere decidano di non riaprire per il 2020. 

La crisi della domanda investirà anche i prodotti turistici di Mare, Città d’Arte e Business Travel. L’agenzia THRENDS, basandosi su un ipotetico termine del lockdown al 15 maggio, stima un calo del -55%, con una relativa perdita di presenze di 153 milioni per tutto il 2020. Per quanto riguarda poi nello specifico Mare e Città d’arte, i due più rilevanti prodotti turistici dell’offerta italiana, l’agenzia ipotizza per il Mare oltre il 50% di presenze in meno sia per il mercato italiano che per il mercato estero, mentre per le Città d’arte si è già registrato un impatto notevole nei mesi di marzo-aprile e maggio, che da soli costituivano un quarto delle presenze turistiche annuali. Si prevede per la fine dell’anno una riduzione delle presenze fino a quasi il 60%. Il Business Travel, poi, registrerà una riduzione del 50% per il mercato italiano e fino al 60% per il mercato estero. 

Avremo poi la crisi della destinazione turistica, specialmente estera, in favore di un turismo più domestico. Il Covid-19 ha sollevato un po’ il velo di Maya del mondo, per dirla alla Schopenhauer. Paesi che prima del Coronavirus si erano costruiti una certa immagine di potenze inaffondabili, intoccabili, non danneggiabili, quali Stati Uniti e Cina ad esempio, vedono adesso la loro reputazione indebolirsi a causa della gestione dell’emergenza e dei sospetti sulla veridicità delle informazioni da loro fornite al resto del mondo. Quante persone vorranno ancora viaggiare all’estero con la stessa leggerezza di prima, sapendo che c’è una minaccia pandemica? E quante vorranno ancora farlo in paesi dei quali dubitano?

Poi, naturalmente, la crisi degli spazi pubblici. Il turismo di per sé si sviluppa proprio in questi, basti pensare che il fulcro della nostra offerta turistica nel mondo sono le città, nello specifico Venezia, Roma e Firenze, con i loro monumenti ma anche soprattutto con le loro piazze. Pensiamo al turismo come l’abbiamo sempre conosciuto, in una città come Roma, ma in un contesto ancora influenzato dal virus. Come si può pensare di visitare una Piazza di Spagna o una San Pietro tenendo le distanze di sicurezza? O i Musei Vaticani dove, se ci limitassimo semplicemente ad applicare tali distanze alle code già interminabili, queste diventerebbero decisamente più lunghe; senza contare poi i visitatori all’interno, dove notoriamente si creano quelli che oggi, in un’ottica pandemica, chiameremmo assembramenti. E ancora, si avrà comunque voglia di andare in spiaggia, o al ristorante, sapendo di essere circondati da plexiglass? Occorrerà trovare delle soluzioni per rendere ugualmente allettante l’offerta turistica, il più possibile simile a quella cui eravamo abituati, ma tenendo conto delle misure di sicurezza. Per questo motivo sicuramente cambierà l’urbanistica, e con essa il nostro modo di pensare la città e gli spazi aperti. 

Sicuramente torneremo a viaggiare, poiché il viaggio è insito nella nostra cultura, e ben prima nella nostra natura, ma lo faremo profondamente mutati. Il Covid-19 è per noi un trauma ed è dunque possibile che, in reazione ad esso, andremo a ricercare qualcosa di familiare e confortevole, che ci faccia sentire al sicuro e protetti. Non solo il nostro Paese, la nostra casa, ma soprattutto le esperienze che fanno parte delle nostre radici: gli spazi piccoli, le tradizioni e la genuinità. Un turismo più esperienziale.

Se tuttavia la crisi della domanda gioca un ruolo fondamentale, ugualmente importante è l’offerta. Il Coronavirus, infatti, ha portato, e porterà, un grande cambiamento nel nostro modo di sentirci turisti ma è chiaro che esso investirà anche l’aspetto più pratico ed economico: la scelta della destinazione, gli interessi, i gusti, le preferenze per i soggiorni e di conseguenza anche la scelta della struttura ricettiva, soprattutto in base al prezzo. 

Poiché i futuri viaggiatori di quest’anno non avranno la stessa liquidità rispetto agli anni precedenti a causa delle misure per i lavoratori adottate dalle imprese durante la pandemia, il loro interesse si rivolgerà verso strutture più economiche, quali piccoli agriturismi, bed and breakfast o addirittura verso quelle nuove soluzioni ricettive che si sono affermate negli ultimi anni, come Airbnb. 

A questo, aggiungiamo anche la quasi del tutto certa assenza di turismo inbound per questa stagione (e probabilmente per le due stagioni a seguire). L’inbound si rivolgeva per lo più alle grandi catene alberghiere, che ora, invece, vedono dimezzarsi (se non annullarsi del tutto) il numero dei loro clienti. Potremmo forse sperare in un turismo più europeo, ma sarebbe un azzardo puntare esclusivamente su quello, poiché non sappiamo quando ci saranno le condizioni per viaggiare in sicurezza in Europa, né se queste saranno nel breve periodo. 

Quello che è certo è che bisognerà necessariamente avere il coraggio di rivedere la nostra offerta turistica, partendo innanzitutto dalla politica dei prezzi. Sebbene siano previste delle sovvenzioni statali per le strutture ricettive e dei Bonus Vacanze per le famiglie, esse non basteranno se le strutture ricettive stesse pretenderanno di mantenere il tenore di offerta cui erano abituati. Sarà necessario quindi rimodularla. Non aumentando i prezzi, sebbene viviamo da sempre l’illusione che il guadagno immediato porta benessere. Occorrerà, invece, con pazienza, investire. Capitalizzare quei pochi turisti che ci saranno, magari con la creazione di nuove reti, partnership e pacchetti. Fidelizzarli, in altre parole, per assicurarsi un guadagno sul lungo periodo che ci consentirà in futuro non solo di rialzarci, ma anche di non dover vivere più una così grave crisi del settore. 

Non solo. L’Italia ha perso il suo primato turistico da ormai 50 anni. Secondo il Travel & Tourism Competitiveness Report 2019, attualmente occupiamo l’ottavo posto, preceduti da Australia, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone. Sul podio, invece, Germania, Francia e Spagna al primo posto. Non siamo più competitivi, i turisti da tutto il mondo scelgono la “destinazione Italia” esclusivamente perché è una delle tante mete della ben più attrattiva Europa. 

Dunque, questa crisi può decretare la distruzione del settore turistico oppure può essere una grande opportunità per riflettere e rimettere discussione il nostro modo di offrire turismo, un modo che, evidentemente, finora non è stato abbastanza efficace. È quindi il momento di iniziare a valorizzare, capitalizzare ciò che abbiamo, i nostri innumerevoli attrattori. Che non sono solamente le grandi città d’arte, ma i borghi, i parchi, il nostro cibo, le tradizioni e la nostra cultura. Se faremo ciò saremo anche in grado di risalire la china, abbandonando l’idea obsoleta dell’Italia che “si vende da sola”, diventando finalmente degli investitori, dei lungimiranti imprenditori. In altre parole, competitivi.  

Cina, Coronavirus e Taiwan: illecito internazionale o affari interni?

Il recente caso Coronavirus, scoppiato nel dicembre 2019 a Wuhan, nella provincia cinese di Hubei, e diffusasi in seguito negli altri paesi, ha richiamato all’attenzione una questione non dimenticata, ma senz’altro caduta in secondo piano, ovvero l’assenza della Repubblica di Cina (Taiwan) all’OMS. Una questione su cui si è tanto dibattuto in passato e che aveva trovato un compromesso rivelatosi presto non duraturo. Col ritorno di una situazione d’emergenza concreta, ci troviamo ora in presenza di un atto che andrebbe interpretato come un grave illecito internazionale da parte di uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, o una legittima gestione degli affari interni allo Stato cinese?

Cina, Coronavirus e Taiwan: illecito internazionale o affari interni? - Geopolitica.info

Nel 1946 l’allora Repubblica di Cina fu tra i primi Stati firmatari della Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dopo la sua espulsione dalle Nazioni Unite avvenuta nel 1971 però, non ne fece più parte a causa del riconoscimento al suo posto della Repubblica Popolare Cinese (Cina). L’esperienza dell’epidemia di SARS, arrivata sull’isola nel 2003, aveva portato a riflettere sulle gravi conseguenze dell’esclusione dal sistema sanitario internazionale di uno Stato, seppur contestato. Dal 2009 al 2016 infatti, grazie a un accordo raggiunto con la Cina, Taiwan ha partecipato alle Assemblee dell’OMS in veste di membro osservatore. Ma a partire dal 2017, in occorrenza della 70° Assemblea, non fu più invitata dietro pressione di Pechino e al cambiamento della linea adottata fino a quel momento dal governo di Taipei riguardo la “One China Policy”. 

La Cina considera tuttora l’isola di Taiwan non come uno Stato indipendente, ma come una sua “provincia ribelle”, nonostante non ricada nei fatti sotto la sua sovranità. In quanto tale, sarebbe stato dovere del governo centrale cinese informare le autorità locali di Taiwan che, non avendo più il seggio dell’OMS, dipendevano ora dai cugini d’oltremare. Come sappiamo, ciò non avvenne in termini sufficientemente tempestivi per evitare i successivi contagi. Se da un lato il governo di Pechino dichiara che Taiwan è parte di un’unica Cina, dall’altra è perfettamente cosciente che nella realtà essa rappresenti uno Stato a parte a tutti gli effetti, con proprie alleanze anche avverse alla Cina Popolare, in primis gli Stati Uniti, a cui perciò non può assolutamente condividere informazioni sensibili. Questo spiega anche il ritardo e l’esitazione con cui è stato dato l’allarme dell’epidemia di COVID-19, per paura di una fuga di notizie per mano di Taipei, su cui Pechino ripone poca fiducia. Nonostante le continue rivendicazioni, la Cina non dispone di un potere diretto di censura dei media taiwanesi, rendendo difficile, se non impossibile, contenere la pubblicazione dei numeri reali dei suoi malati una volta resi noti. Non sarebbe azzardato pensare che la decisione della Cina di non avvertire Taiwan in tempo e di negare la sua presenza all’OMS, vada vista nell’ottica di un preciso disegno politico per spingere l’isola ad accettare l’idea di una prossima riunificazione con la madrepatria. Facendo leva sul sentimento di paura ed incertezza dei cittadini taiwanesi, suscitando quindi malcontento verso i loro rappresentanti, il governo cinese può esercitare una maggiore pressione diplomatica, mostrando i benefici dell’unione e della condivisione delle informazioni con Pechino, e i costi invece della loro reclamata libertà. 

Fortunatamente, disponendo di alleati membri dell’OMS, Taiwan è riuscita ad essere avvisata e a organizzarsi per combattere l’emergenza sanitaria, malgrado l’impedimento iniziale. Alla luce di quest’ultimi sviluppi, la Cina non ha potuto far altro che collaborare anch’essa al meglio delle sue possibilità, come avrebbe dovuto fare fin dall’inizio. Sennonché, non hanno tardato ad arrivare le accuse di malamministrazione rivolte al gigante asiatico, e in risposta, l’intervento di Stati terzi è stato ritenuto dalle autorità cinesi come un’ingerenza negli affari interni del paese, verso cui però ha mostrato scarsa considerazione fino ad allora. La Cina continentale ha il fondato timore che la divulgazione delle condizioni della terraferma all’isola ribelle possa screditare il suo operato, ma allo stesso tempo, non permette a Taiwan di occuparsi autonomamente della faccenda in quanto ciò la allontanerebbe dalle sue mire d’influenza, minando inoltre la pretesa di sovranità esclusiva sul territorio. Sarebbe dunque banale rimarcare la difficile posizione in cui si trovano i dirigenti del Partito Comunista Cinese. In effetti, un’ammissione dell’incapacità di Pechino nel gestire la situazione potrebbe essere usato come la perfetta arma di propaganda politica da Taipei per sottolineare l’illegittimità del governo comunista e rafforzare la posizione della nazione insulare come la vera rappresentante della Cina. Se tale atteggiamento si rivelerà in seguito intenzionale e non il risultato di una mancanza accidentale, ci potremmo trovare di fronte a una possibile violazione del diritto universale alla salute per logiche di mero interesse politico. 

A discapito delle diverse critiche ricevute, il modello autoritario cinese è riuscito in poco tempo ad attrezzarsi per affrontare la pandemia, per mezzo di rigide misure restrittive e la notevole capacità di movimentare ingenti risorse nazionali, impensabili per altri sistemi politici vigenti. Non solo, avendo già acquisito dimestichezza con le procedure d’urgenza da attuare in questi casi, la Cina può permettersi di offrire supporto materiale medico e la preziosa conoscenza dei suoi esperti per aiutare i paesi in crisi che sono stati colti impreparati. Facendo ciò, la leadership cinese ha saputo volgere abilmente a suo favore una circostanza che appariva più che pessima, mostrando viceversa tutta la benevolenza della potenza asiatica che l’ha portata a guadagnare consenso intorno al mondo. Non sembrano esagerati allora i titoli delle testate giornalistiche, dove si annuncia che la Cina ha vinto il Coronavirus e che ora è il padrone del mondo. A differenza del rivale americano, la dirigenza di Pechino ha sempre negato formalmente di voler esportare negli altri paesi il sistema politico-economico cinese per rispetto della loro sovranità statale. Al contempo, la prassi degli ultimi anni, con l’emergere della nuova Cina, ci mostra uno spostamento dei valori a livello mondiale verso il tema della sicurezza collettiva, a perdita delle libertà individuali non più ritenute sufficienti come una volta. Una libertà che la repubblica insulare si ostina a difendere per ribattere il suo autogoverno. Tant’è vero che il modello taiwanese nella gestione del Coronavirus rifiuta la soluzione del lockdown, intrapreso persino da alcuni paesi europei, e evidenzia ancora una volta l’importanza del mantenimento dei diritti democratici anche in contesti di insicurezza globale. Dal suo lato, Taiwan non si è lasciata sfuggire l’occasione per manifestare il suo disappunto alla comunità internazionale e per rinnovare la sua volontà all’autodeterminazione, attaccato dalla stampa cinese come tentativo di sfruttare questa infelice situazione per tentare una separazione non consensuale da Pechino, il quale non permetterà mai che ciò avvenga. 

Comprensibilmente, un’eventuale risposta alla domanda iniziale non può essere squisitamente giuridica e priva di connotazioni politiche di parte. In conclusione, ci troviamo davanti a un’opportunità per riflettere su una nuova concezione più inclusiva dei diritti umani, che superi i limiti posti dall’ordinamento giuridico internazionale attuale. 

Verso la fine del petrolio?

L’epidemia di Covid-19 ha colto alla sprovvista l’industria degli idrocarburi, spingendo il prezzo del petrolio ai suoi minimi storici. A peggiorare ulteriormente la situazione, la guerra dei prezzi combattuta tra Arabia Saudita e Russia, due tra i maggiori produttori di petrolio, ha avuto un forte impatto sul prezzo di mercato, il quale ha raggiunto i 20 dollari al barile. 

Verso la fine del petrolio? - Geopolitica.info

Dopo intere giornate di negoziati, il gruppo di Stati che costituisce l’OPEC+, ossia una versione allargata del cartello economico fondato nel 1960, è giunta ad un accordo sui tagli da applicare al prezzo del petrolio. La domanda è se ciò sarà sufficiente a evitare il collasso totale dell’industria petrolifera, la quale deve fare i conti con nuove sfide.

Effetto COVID-19

Fin dalla sua comparsa nella cronaca internazionale, il COVID-19 ha destabilizzato l’economia mondiale, colpendo alcuni settori in maniera particolare, come il mercato del petrolio. Esso ha subito un vero e proprio shock, in particolar modo dal lato della domanda, diminuita di 30 milioni di barili al giorno, ossia circa il 30% della fornitura totale. Ciò è dovuto a due motivi principali. Innanzitutto, le misure di contenimento previste in 150 Paesi hanno imposto un rallentamento dell’attività produttiva dell’industria, principale consumatore dei prodotti petroliferi. Inoltre, le restrizioni agli spostamenti hanno prodotto un crollo imponente della domanda in quanto, negli ultimi anni, il settore dell’aviazione ha avuto un forte impatto sulla sua crescita. In secondo luogo, l’incertezza riguardo alla durata del lockdown dovuta al peggioramento dell’emergenza in Europa e Stati Uniti, unita ai segnali incerti sulla ripresa economica cinese, ha diffuso tra gli investitori un sentimento di sfiducia riguardo ad una ripresa della domanda globale di petrolio, portando ad un ulteriore abbassamento dei prezzi

L’azione dell’OPEC+

Davanti ad una situazione già critica, la guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita ha innescato un peggioramento immediato della crisi. Tutto è iniziato i primi di marzo, con il vertice dell’OPEC+ a Vienna. Durante tale incontro, l’Arabia Saudita non è riuscita a convincere la Russia a aderire ad un accordo in grado di ridurre la produzione del gregge, necessario per affrontare il calo della domanda. Secondo la strategia russa, infatti, contenere la produzione avrebbe solo favorito gli avversari statunitensi nella produzione dello shale oil. D’altro canto, invece di armonizzare i prezzi, Riad ha deciso di rispondere alla Russia con l’annuncio di un aumento della produzione fino a 12.3 milioni di barili al giorno, offrendo sconti sul prezzo del suo petrolio. 

E gli Stati Uniti? Fin da subito il presidente Trump ha esercitato pressioni affinché si trovasse un accordo, proponendosi addirittura come mediatore tra le parti. Le motivazioni che hanno spinto gli Stati Uniti ad esercitare il loro potere di nazione egemone sono numerose. Con la scommessa fatta negli idrocarburi non convenzionali, Trump non può assolutamente permettere che tale industria fallisca. Con il prezzo del petrolio così basso, infatti, le entrate non sarebbero sufficienti a ricoprire gli ingenti costi derivanti dal fracking, ossia la metodologia utilizzata per l’estrazione di shale oil e gas. Inoltre, le grandi società petrolifere statunitensi subiscono da anni una riduzione dei propri profitti, dovuti sia alla competizione con la succitata estrazione non tradizionale, sia per motivi logistici derivanti dagli elevati costi di trasporto. Considerato che molte di queste compagnie sono quotate sui mercati finanziari, la questione dei prezzi potrebbe avere serie ripercussioni anche in campo finanziario. 

Dopo una lunga serie di videochiamate e di negoziati serrati tra i vari leader dell’OPEC+, si è giunti ad un accordo senza precedenti. Oltre ad avere messo fine agli scontri tra Russia ed Arabia Saudita, esso prevede una delle maggiori riduzioni nella storia, pari a 9,7 milioni di barili al giorno, il doppio di quanto previsto dopo la crisi del 2008. I tagli inizieranno nel mese di maggio e dureranno fino a giugno, per poi diminuire a 8 milioni da luglio a dicembre e a 6 milioni da gennaio 2021 ad aprile 2022. Nonostante la portata storica dell’accordo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) è convinta che nessun intervento sarà in grado di limitare le perdite nel breve periodo. Ciò è ancora più difficile a causa della scarsa partecipazione dei Paesi del G20 agli impegni nel contenere l’offerta del gregge tramite la riduzione della produzione e l’accumulo di risorse strategiche. Al di fuori dell’Opec plus, infatti, solo Stati Uniti, Canada, Brasile e Norvegia effettueranno tagli di 3,5-3,6 milioni di barili al giorno, mentre le uniche potenze che acquisteranno gregge saranno Stati Uniti, Cina, India e Corea del Sud, per un totale di 200 milioni di barili.

Verso la fine del petrolio?

Ad intervenire sulle sorti del petrolio vi è la questione della transizione energetica verso fonti più sostenibili. Secondo un’analisi del think tank inglese Carbon Tracker, il picco del petrolio si sarebbe dovuto verificare nel 2023, ma l’epidemia potrebbe aver anticipato tale evento. Secondo questa teoria, quindi, il 2019 sarebbe stato l’anno con il più alto numero di emissioni e, nonostante la possibilità di ulteriori aumenti nel 2022, ormai gli idrocarburi subiranno una riduzione della domanda irreversibile. Inoltre, secondo le analisi della Wood MacKenzie, assumendo un pezzo del petrolio a 35$, il 75% dei progetti globali non riuscirebbe a ricoprire il costo del capitale investito. Ciò comporterebbe un crollo del tasso di rendimento interno (IRR) dal 20% al 6%, ossia una percentuale molto simile a quella derivante da progetti su energie rinnovabili. Secondo questa analisi, quindi, gli investimenti nei progetti legati al petrolio diventerebbero poco convenienti a causa dei rendimenti ridotti, dei grandi rischi connessi e delle emissioni. 

Ciononostante, ciò potrebbe non significare necessariamente un’accelerazione della transizione energetica. Innanzitutto, i prezzi bassi potrebbero favorire un aumento nell’utilizzo del petrolio, come verificatosi dopo la crisi finanziaria del 2008. Inoltre, negli ultimi anni, molte compagnie impegnate nel campo degli idrocarburi hanno aumentato il loro impegno nella riduzione delle emissioni per un duplice motivo: da un lato, rispettare le misure adottate da molti Paesi per favorire soluzioni più rispettose dell’ambiente; dall’altro, incontrare il favore degli investitori soddisfando i criteri ESG (Environmental, Social, Governance). Di conseguenza, il crollo dei profitti dovuto al prezzo del petrolio potrebbe portare le compagnie a decidere di sacrificare gli investimenti in progetti più sostenibili, favorendo soluzioni più convenienti ma maggiormente impattanti sull’ambiente. Tale possibilità diventa ancora più concreta se si considerano i provvedimenti intrapresi da alcuni Stati: il governo canadese sta programmando una serie di prestiti al settore petrolifero, mentre nel pacchetto emergenza degli Stati Uniti sono stati previsti 60 miliardi dollari alle compagnie aree e prestiti agevolati all’industria senza vincoli riguardanti l’adozione di misure per il clima. 

Nonostante l’incertezza derivante dalla situazione emergenziale attuale, una cosa è certa: l’azione dei governi avrà un forte impatto sul destino del petrolio. I vari Stati stanno pianificando numerosi provvedimenti mirati al contenimento dei danni economici derivanti dalla pandemia, stanziando ingenti quantità di denaro, di cui cinquemila miliardi di dollari solo nei Paesi del G20. Questi pacchetti sono un’opportunità enorme per la questione ambientale, la quale rischia di essere oscurata da logiche dettate dall’immediatezza, noncuranti dei risvolti del lungo periodo. In qualunque modo andrà a finire, l’industria petrolifera non sarà più la stessa. E neanche il mondo come siamo abituati a conoscerlo.