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Il futuro dell’America Latina passa per la Cina?

L’America Latina sta affrontando una delle più gravi crisi che sia stata mai registrata. Gli sviluppi incerti del nuovo coronavirus e il timore per le ripercussioni economiche future non fanno presagire nulla di buono. Un supporto per ripartire potrebbe arrivare dalla Cina, dai primi anni duemila sempre più presente nell’area e pronta a scalzare definitivamente gli Stati Uniti dall’egemonia economica e commerciale che ancora vantano nella regione.

Il futuro dell’America Latina passa per la Cina? - Geopolitica.info

L’accelerazione del COVID-19 in America Latina sta mettendo in seria difficoltà la stabilità dei Paesi della regione, evidenziandone le lacune strutturali. La strada per superare la crisi sanitaria per il momento non è ancora stata trovata, nonostante molti Paesi abbiano adottato le consuete misure di contenimento. Le condizioni economiche non sono migliori; infatti stando a quanto riferito lo scorso aprile dalla Commissione Economia per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite (CEPAL), in un report sugli effetti economici e sociali della crisi sanitaria sulla regione, il PIL nel 2020 subirà un calo del 5,3%. La situazione risulta ancor più negativa secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale che, a giugno, segnano un -9,4% per l’anno corrente.

La risposta dei Paesi latinoamericani deve essere rapida e ben strutturata, oltre che supportata da una potenza mondiale che possa garantire slancio e investimenti. Gli Stati Uniti, storicamente dominanti nell’area e che, dall’enunciazione della Dottrina Monroe (1823), definiscono i territori a sud del Rio Grande come “il cortile di casa”, non sembrano in grado di poter soddisfare le necessità latinoamericane, a causa del progressivo disimpegno dell’amministrazione Trump dalla regione e di un contagio interno ancora non controllato. In questo spazio potrebbe inserirsi invece la Cina, già presente in America Latina e desiderosa di mostrare la qualità della propria leadership in ambito internazionale, accrescendo ulteriormente il suo peso commerciale e la sua influenza politica.

La rincorsa cinese alla supremazia americana è iniziata nei primi anni Duemila, quando il Neopresidente George W. Bush, dopo l’attentato dell’11 settembre, decise di alleggerire il controllo sull’area latinoamericana per concentrarsi sul Grande Medio Oriente. L’avanzata cinese è stata caratterizzata da investimenti e prestiti; dal 2000 al 2017, infatti, Pechino ha investito in America Latina 109 miliardi di dollari. Ancor più alta è la cifra dei prestiti erogati dal 2005 dalla China Development Bank e dalla Export-Import Bank of China, pari a 141 miliardi di dollari, di cui l’87% destinati a progetti infrastrutturali ed energetici. Per capire la portata dello sforzo cinese basti pensare che i fondi erogati da Pechino hanno superato quelli emessi dalla Banca interamericana di sviluppo, dalla Banca Mondiale e dalla Banca di sviluppo dell’America Latina.

Oltre al supporto economico-finanziario, la Cina ha trovato nell’America Latina un partner commerciale. L’interscambio tra le due aree è passato da un giro di affaridi 17 miliardi di dollari nel 2002 ai 307 miliardi del 2018. Questo rapido sviluppo è stato agevolato dall’estensione della Belt and Road Initiative verso il Centro e Sud America; in pochi anni sono stati siglati accordi con 18 Paesi dell’area e il prossimo obiettivo è quello di includere all’interno del programma, nonostante tutte le difficoltà del caso, almeno uno tra i Paesi più grandi della regione (Argentina, Brasile, Messico).

La corsa alla supremazia, soprattutto in un periodo come questo, passa necessariamente anche dai progetti di assistenza sanitaria. Come riportato dallo studio del Wilson Centre, istituto di ricerca indipendente americano, il supporto di forniture mediche ai Paesi dell’America Latina è stato, ed è ancora adesso, principalmente garantito da Pechino. A ricevere dispositivi di protezione individuale (DPI), ventilatori e kit diagnostici sono stati soprattutto Brasile (911mila DPI, 29.600 kit e 94 tra ventilatori e altri strumenti), Messico (250.000 DPI, 100.000 KIT e 1.280 ventilatori), Colombia (970.000 DPI, 30.000 kit e 500 ventilatori), Argentina (650.000 DPI, 53.000 kit e 723 ventilatori) e Perù (616.000 DPI, 60.000 kit e 636 ventilatori).

In un periodo di instabilità e incertezze, gli Stati Uniti non sembrano pronti a supportare in modo risolutivo la vicina America Latina. Proprio per questo e a causa di una recessione che metterebbe in discussione gli equilibri sociali, in alcuni casi precari, i Paesi latinoamericani potrebbero avvicinarsi autonomamente alla potenza asiatica, pronta ad assumere il ruolo di guida regionale e a proiettarsi verso una leadership internazionale mai come oggi incerta.

Stefano Di Giambattista
Geopolitica.info

Gli Stati Uniti chiudono i rapporti con l’OMS

Gli Stati Uniti sono il principale finanziatore dell’OMS con oltre 400 milioni di dollari all’anno su un budget annuale di circa 5 miliardi: un contributo di 10 volte superiore a quello della Cina. Negli ultimi mesi però, a causa del Covid-19, i rapporti tra Stati Uniti e Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono precipitati incredibilmente e, dopo aver annunciato la sospensione temporanea dei fondi, il 29 maggio Trump ha dichiarato la fine dei rapporti, con effetto immediato, con l’Organizzazione.

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La sospensione dei fondi

A metà aprile, il Presidente Trump ha annunciato la sospensione di fondi per un periodo tra 60 e 90 giorni accusando l’Organizzazione di aver gestito in maniera disastrosa la pandemia da Covid-19 e di aver insabbiato, insieme alla Cina, la diffusione dell’epidemia. Il Presidente americano ha poi criticato l’OMS per non aver agito abbastanza in fretta per contenere il virus e di essersi fidata dei dati forniti da Pechino: “Se l’OMS avesse fatto il suo lavoro, facendo arrivare subito i propri esperti in Cina per valutare la situazione in modo oggettivo e denunciando la mancanza di trasparenza da parte della Cina, sarebbe stato possibile contenere l’epidemia nel suo primo focolaio. Questo avrebbe permesso di salvare migliaia di vite e di evitare danni economici a livello mondiale”. Nel frattempo, Washington ha anche portato avanti un’indagine volta ad esaminare l’effettivo ruolo dell’OMS nella gestione negativa della pandemia. Il tycoon ha sottolineato, inoltre, come non sia giusto che gli Stati Uniti contribuiscano con una cifra di oltre 400 milioni rispetto ai circa 35 della Cina, considerando che il virus “è partito da loro”.

Non sono mancate le reazioni a questa mossa di Trump. Il primo ad intervenire è stato Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, che ha criticato la decisione del Presidente americano ribadendo l’importanza dell’unità della comunità internazionale nel contrasto al virus. Anche Russia e Cina non hanno esitato a dire la loro dichiarandosi preoccupati della scelta fatta dagli Stati Uniti. Successivamente è intervenuto l’Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell: “Non c’è ragione che giustifichi questa mossa, in un momento in cui gli sforzi dell’Organizzazione sono necessari sempre di più per contribuire a contenere e mitigare la pandemia”. 

La lettera al Direttore Generale dell’OMS e la risposta della Cina

Il 18 maggio si è riunita l’Assemblea Generale dell’OMS, dalla quale la stessa Organizzazione è uscita sotto inchiesta. Nella bozza di risoluzione, poi approvata da tutti e 194 i membri, si richiedeva una “valutazione imparziale, indipendente ed esaustiva” della risposta internazionale coordinata dall’OMS. Secondo i firmatari, l’esame avrebbe dovuto riguardare l’efficacia dei meccanismi a disposizione dell’OMS, il contributo dell’OMS agli sforzi dell’ONU e le azioni dell’Organizzazione e la loro tempistica rispetto alla pandemia causata dal Covid-19. 

Importante in questo contesto è stato il ruolo dell’Unione Europea che si è fatta promotrice della bozza di risoluzione per l’inchiesta. Germania e Francia hanno dichiarato di voler elaborare un piano di riforma dell’OMS con l’obiettivo di migliorare il suo lavoro di coordinamento e di ricevere informazioni in maniera più rapida qualora ci dovessero essere nuovi virus. 

Inoltre, quello stesso giorno Trump ha pubblicato sul suo profilo Twitter una lettera indirizzata al Direttore Generale dell’Organizzazione, Tedros Adhanom Ghebreyesus, in cui ha minacciato di rendere definitivo il blocco dei finanziamenti se entro 30 giorni l’Organizzazione non si fosse impegnata su sostanziali miglioramenti. Nel documento ufficiale, composto da 4 pagine, Trump ha elencato tutti gli errori commessi dall’OMS nella gestione della pandemia. In particolare, ha accusato l’Organizzazione di aver “sistematicamente ignorato notizie credibili sulla diffusione del virus a Wuhan ad inizio dicembre 2019 o anche prima” e diffuso informazioni imprecise o fuorvianti. Il tycoon ha poi attaccato anche la Cina per non aver informato tempestivamente l’OMS entro le 24 ore imposte dalle normative su quanto stava avvenendo a Wuhan e sul fatto che si stia continuando a rifiutare di condividere dati precisi e puntuali, tenendo per sé informazioni cruciali sul virus e le sue origini.

La risposta di Pechino è stata immediata attraverso Zhao Lijian, portavoce del ministero degli Esteri, affermando che Trump ha infangato la Cina ed ha ingannato l’opinione pubblica, cercando di deviare l’attenzione della sua risposta incompetente alla pandemia. Inoltre, durante l’Assemblea Generale, il Presidente cinese Xi Jinping è intervenuto annunciando che Pechino avrebbe donato circa 2 miliardi di dollari per combattere il coronavirus e spedire medici e forniture mediche in Africa ed in altri paesi in via di sviluppo. Il contributo, che sarà speso in due anni, equivale a più del doppio di quello che gli Stati Uniti avevano concesso all’agenzia sanitaria prima che Trump tagliasse il finanziamento americano. In particolare, molti funzionari americani, hanno visto questa mossa come un tentativo di distogliere l’attenzione sulla responsabilità cinese della diffusione del virus. 

È chiaro dunque come questa pandemia e, più in particolare la questione interna all’OMS, abbia accelerato la competizione Stati Uniti-Cina. La cosa interessante è che ogni qualvolta che Washington fa un passo indietro, Pechino sembra farne uno in avanti e proprio in questo Xi Jinping è stato in grado di sfruttare la progressiva perdita di leadership globale americana a proprio vantaggio.

La fine delle relazioni con l’OMS

I rapporti con l’OMS sono poi precipitati il 29 maggio quando Trump ha ufficialmente annunciato l’interruzione delle relazioni con l’Organizzazione, accusandola di essere sottomessa a Pechino e di aver gestito in maniera disastrosa la pandemia. “Il mondo ha bisogno di risposte dalla Cina sul virus. Abbiamo bisogno di trasparenza” ha affermato il tycoon. Nel suo discorso, il Presidente ha anche ribadito la colpa della Cina riguardo alla diffusione del virus e per aver “indotto una pandemia globale” che ha causato circa 100.000 morti negli Stati Uniti. In aggiunta, ha confermato l’imposizione di nuove sanzioni alla Cina per aver “violato la sua promessa di assicurare l’autonomia di Hong Kong”. L’Unione Europea, nel frattempo, ha escluso di voler imporre sanzioni a Pechino mentre Boris Johnson si è schierato con il Presidente americano. 

Non è chiaro quanto velocemente Trump possa ritirarsi dall’OMS e se necessiti di un’approvazione da parte del Congresso, i Democratici però si sono lamentati del fatto che Trump non abbia l’autorità per tagliare i finanziamenti all’Organizzazione, accusandolo di aver reso quest’ultima un capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai tentativi confusi e inadeguati di contrastare la diffusione del virus negli Stati Uniti, incluso l’ignorare mesi di avvertimenti da parte dell’intelligence americana su un’imminente minaccia.

Trump ha probabilmente ragione a notare che l’OMS abbia commesso alcuni errori nelle prime fasi della pandemia, come per esempio non forzare la Cina a consentire agli ispettori internazionali di entrare nel paese man mano che il virus si stava espandendo affermando erroneamente, inoltre, che le autorità cinesi non avevano trovato prove chiare della trasmissione del coronavirus da uomo a uomo. Tutto ciò però lungi dall’essere la prova di una speciale cospirazione tra OMS e Cina, come sostenuto da Trump. 

La decisione del tycoon sarà un duro colpo per l’Organizzazione perché ciò significherebbe perdere quasi 900 milioni di dollari ogni due anni. All’improvviso Trump ha reso più difficile il coordinamento per una risposta globale al virus peggiorando, probabilmente, le percezioni del mondo sugli Stati Uniti. Una cosa è certa: la pandemia ha accentuato il contrasto tra Pechino e Washington, non a caso c’è chi parla di una nuova Guerra Fredda. La comunità internazionale da che parte starà?

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Crisi istituzionale in Algeria: il coronavirus si rivela il miglior alleato del Pouvoir

A poco più di un anno dalla deposizione dello storico presidente ‘Abdelaziz Bouteflika, il Pouvoir algerino sembra non aver ancora trovato una soluzione definitiva alla profonda crisi istituzionale che dallo scorso febbraio attanaglia il Paese. 

Crisi istituzionale in Algeria: il coronavirus si rivela il miglior alleato del Pouvoir - Geopolitica.info

L’elezione del nuovo capo di Stato Abdelmaǧīd Tebboune, fortemente osteggiata dal popolo, è stata solo l’ultimo di una serie di cambiamenti di facciata che hanno permesso al regime di preservare il proprio potere, realizzando l’ennesima conferma di uno status quo invariato da ormai troppi decenni. In questo contesto, i divieti introdotti per contenere il coronavirus potrebbero fornire al regime quel pretesto che aspettava per poter finalmente mettere a tacere le ininterrotte manifestazioni contro il Sistema. Che la pandemia sia il vaccino migliore contro le proteste popolari?

“Aprile è il mese più crudele” recitava T. S. Eliot e, per il Pouvoir algerino, lo è stato veramente nel 2019. La candidatura di Bouteflika per quello che sarebbe stato il quinto mandato consecutivo, infatti, ha provocato un’accesa reazione tra gli algerini che, da allora, ogni settimana si sono riversati puntualmente nelle piazze delle maggiori città, dando vita a un pacifico e costante movimento di protesta contro tutti i simboli del regime. Se nell’aprile 2019 le strade algerine venivano invase da manifestanti in festa per le neo-annunciate dimissioni dello storico Presidente, che avevano fatto sperare in un reale ricambio ai vertici del Paese, a un anno di distanza lo scenario è decisamente mutato in favore della storica élite al potere. Le misure adottate lo scorso 17 marzo per contenere la diffusione del covid-19, infatti, hanno segnato inevitabilmente la fine delle contestazioni, costringendo l’Ḥirāk a sospendere, almeno per il momento, il puntuale appuntamento del venerdì. 

Nel continuo braccio di ferro tra Pouvoir e civili si inserisce quindi un terzo elemento, la pandemia, che potrebbe rivelarsi uno strumento perfetto per dare il colpo di grazia a un movimento popolare che, nonostante la grande perseveranza dimostrata finora, all’atto pratico non è riuscito a intaccare l’enorme potere del regime algerino. Ripercorrendo le tappe salienti dell’attuale crisi istituzionale, infatti, risulta evidente come dietro ai cosiddetti successi realizzati dall’ Ḥirāk si nasconda sempre un particolare interesse della classe dirigente. È il caso, ad esempio, delle dimissioni di Bouteflika, a lungo richieste dal popolo ma, di fatto, concretizzatosi solo dopo le pressioni dell’esercito e l’invocazione dell’art. 102 da parte dell’ex capo di stato maggiore Gaid Ṣalāḥ. Allo stesso modo si ricorda l’arresto di numerosi esponenti dell’entourage Bouteflika, ufficialmente mirato a soddisfare le richieste degli algerini, ma in realtà parte integrante del tentativo di delegittimazione della classe politica messo in atto dall’esercito per accrescere la propria influenza. A più di un anno dallo scoppio dei primi moti di protesta, quindi, le numerose spinte antisistema non sembrano aver messo realmente in discussione l’assetto politico-istituzionale del Paese, ancora fortemente centrato nelle mani della classe dirigente. Se, da un lato, le contestazioni popolari hanno avuto l’indiscutibile merito di portare alla luce gli evidenti limiti del Pouvoir algerino, da sempre incapace di avviare un effettivo rinnovamento tra le sue fila, dall’altro, però, quest’ultimo si è mostrato ancora una volta in grado di superare le fratture al proprio interno riconfermando quel ruolo determinante che, nella storia dell’Algeria indipendente, non ha mai realmente perso. 

In questo contesto, l’arrivo provvidenziale del coronavirus sembra aver regalato al regime un’opportunità unica per giustificare l’ennesima stretta autoritaria in termini di difesa della comunità. Mentre la preoccupante diffusione del covid-19 metteva in ginocchio anche i grandi della Terra, costringendoli a volgere lo sguardo verso le proprie problematiche interne, il regime algerino si preparava silenziosamente a sferrare l’attacco decisivo. Il divieto di assembramenti imposto a fine marzo, infatti, è stato seguito da un’ondata di arresti arbitrari che hanno interessato numerosi esponenti del movimento popolare. Al contempo, la censura si è abbattuta sulle nuove modalità di protesta online organizzate dagli attivisti nelle ultime settimane per far fronte all’inaspettata situazione d’emergenza. Con gli oltre 3000 casi positivi registrati, infatti, l’Algeria si inserisce attualmente tra i Paesi africani più colpiti dalla pandemia.  Alla grave situazione sanitaria si aggiungono, inoltre, le crescenti difficoltà economiche legate al crollo dei prezzi del greggio, da sempre il vero tallone d’Achille dell’economia algerina. In tal senso, è innegabile che la ridistribuzione dei proventi del petrolio sotto forma di utili sociali si sia rivelata l’arma vincente della classe dirigente nei periodi di maggiore criticità. Posto di fronte al bivio “pane” o “libertà”, infatti, per anni il popolo algerino si è visto costretto a chiudere gli occhi di fronte alle violazioni e ai giochi di potere dell’élite. D’altra parte, però, la forte dipendenza da un mercato volubile come quello dell’energia ha dato vita a un equilibrio estremamente fragile che non ha tardato a mostrare tutti i suoi limiti, anche nel corso dell’attuale crisi istituzionale. Un sistema che “galleggia” sul petrolio, infatti, rischia inevitabilmente di annegare. E mentre l’economia algerina lentamente affonda, il Pouvoir sembra aver trovato ancora una volta il modo di rimanere a galla.   In conclusione, mentre l’epidemia mette in ginocchio l’economia del Paese, inasprendo una crisi presente da tempo, il Pouvoir si dice pronto a “difendere” la propria Nazione, soffocando, ancora una volta, le richieste del suo popolo.

L’atteggiamento repressivo delle ultime settimane nei confronti di una protesta che non ha mai perso il proprio carattere pacifico, infatti, ha lanciato un chiaro messaggio: il regime non accetterà alcuna tregua. Se lo scorso aprile a quest’ora le strade di Algeri si coloravano delle speranze e delle bandiere di un popolo in festa, a un anno di distanza quei momenti sembrano ormai un ricordo lontano.  Mentre gli attivisti algerini compiono gli ultimi disperati tentativi di salvare un movimento già sconfitto in partenza, il Pouvoir, che ora ha dalla sua parte anche l’emergenza sanitaria, si prepara a celebrare l’ennesima vittoria.

Regno Unito, le trattative della Brexit continuano tra Coronavirus e lockdown

Vi ricordate quando si parlava continuamente di Brexit, delle conseguenze per l’Unione Europea e per il Regno Unito o delle motivazioni che avevano spinto la popolazione britannica a votare per il ‘leave’? L’emergenza del Covid-19 sembra aver messo tutto in stand by ma in realtà il processo di uscita sta continuando, con alti e bassi e a fari spenti.

Regno Unito, le trattative della Brexit continuano tra Coronavirus e lockdown - Geopolitica.info

Dal 1° febbraio, lo sappiamo, il Regno Unito è formalmente fuori dall’Unione Europea, anche se l’accordo prevede che le parti in causa continuino a dialogare e discutere per risolvere le questioni ancora in piedi, il tutto entro la fine di dicembre 2020. Evidentemente nessuno si aspettava l’arrivo dell’epidemia Covid-19, che ha stravolto gli ordini del giorno di ogni agenda (politica e non) e le stesse negoziazioni si sono trovate davanti diversi ostacoli.

Il Covid-19 ha infatti colpito molti dei protagonisti impegnati nelle trattative: primo in ordine cronologico è stato il capo negoziatore europeo, Michel Barnier, che a marzo è risultato positivo al tampone.  Ha così dovuto ‘scontare’ un periodo di isolamento domiciliare di qualche settimana prima di guarire. Anche il corrispettivo britannico David Frost si è posto in autoisolamento dopo aver mostrato i sintomi di un possibile contagio. In maniera più grave il virus ha colpito il premier Boris Johnson; il leader conservatore è stato infatti prima ricoverato in ospedale e, a seguito di un peggioramento, è stato trasferito in terapia intensiva per essere poi dimesso dopo solo qualche giorno. Ha quindi solo da poco potuto riprendere le redini delle attività governative.

Dopo un periodo di stallo sono così ripresi i negoziati, con gli incontri fissati al 20 aprile, 11 maggio e 1° giugno, tutti in videoconferenza per evitare spostamenti o possibili contagi. Durante la prima sessione di incontri, una delle tematiche su cui le parti si sono scontrate è stata la possibile creazione di un ufficio tecnico o di una sorta di ambasciata (in versione ridotta) targata UE a Belfast. Proposta osteggiata dal governo britannico, ma voluta dall’Unione e appoggiata dalla maggioranza dei parlamentari nordirlandesi a Westminster. Quest’ultimi ritengono sia un modo per garantire i diritti dei cittadini dell’Ulster, che potranno avere sia passaporto britannico che irlandese, mentre secondo gli unionisti del DUP nordirlandese, fortemente contrari, sarebbe invece un elemento divisivo.

Nel frattempo, prevedibilmente, si sono alzate diverse voci per richiedere di posticipare la data finale del periodo dei negoziati. Una su tutte quella della managing director del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, la quale ha richiesto un’estensione del periodo di transizione, per cercare di contrastare l’incertezza economica nel mondo dopo il Covid-19. 

Altra voce da tenere in considerazione, sulla stessa lunghezza d’onda, è quella di Michael Russel, segretario di Gabinetto scozzese, che ha chiesto un prolungamento dei negoziati di due anni, per evitare che gli scozzesi, e la loro economia, si ritrovino a dover affrontare contemporaneamente sia l’emergenza globale sia una possibile hard Brexit. Russell ha poi richiesto all’esecutivo di tener conto maggiormente delle richieste dei governi di tutte le nazioni britanniche, Scozia in primis. Lo scontro tra Edimburgo e Londra si fa sempre più netto ed è molto probabile che nel prossimo futuro avrà un peso importante nella politica al di là del canale della Manica, come anche le istanze indipendentiste della comunità nazionalista cattolica dell’Irlanda del Nord.

Da Londra, però, non sembrano volerne sapere. Come risposta alla direttrice del FMI diversi portavoce britannici hanno confermato l’idea di lasciare definitivamente l’Unione Europea il 31 dicembre, con o senza un accordo. In questadecisione un ruolo può essere attribuito anche all’epidemia attuale; nel governo Johnson, infatti, sono in molti a sostenere la necessità di svincolarsi da determinati dettami UE nel momento in cui dovranno essere decise e adottate le misure economiche per la ripartenza. La richiesta di proroga della transizione può essere richiesta entro il mese di giugno, ma lo stesso Barnier ha confermato l’attuale decisione britannica di non volerla presentare. Quel che appare è che non siano stati fatti molti progressi, mentre il tempo scorre e ci si comincia a preparare per un esito negativo su molte questioni ancora irrisolte.

Intanto nel Regno Unito il coronavirus continua a causare danni enormi, anche per via di un colpevole ritardo del governo nell’intraprendere misure contenitive. In termini di vite umane sono stati registrati più di 29mila decessi, posizionando il Regno Unito come terzo nella triste classifica mondiale delle vittime accertate. Non sono ancora calcolabili i danni provocati al tessuto produttivo ed economico del Paese ma Johnson ha sottolineato come sia la più grande sfida economica dal secondo dopoguerra, utilizzando quello che è ormai un refrain utilizzato da tutti i leader politici. Sarà forse una frase banale ma fa capire come anche a Londra ci si debba aspettare il peggio. La ripresa britannica si intreccerà senza dubbio con l’inizio del percorso del Regno Unito fuori dall’UE, e ciò comporta un’ulteriore difficoltà nelle previsioni economiche del futuro.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze

Le missioni mediche e militari che alcuni Paesi hanno realizzato in Italia per contribuire alla lotta al Coronavirus hanno reso evidente come la loro componente solidaristica sia difficilmente separabile da quella politico-strategica. A costo di passare per dei cinici realisti, è necessario ricordare come – soprattutto nella dimensione internazionale – nessuno faccia niente in cambio di nulla o, meglio, faccia qualcosa in nome del più alto valore della solidarietà. Sarebbe sicuramente una storia bella da raccontare e da raccontarci ma, se ci cascassimo, rischieremmo di non essere in grado di guardare dentro alla realtà e di interagirvi efficacemente.

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze - Geopolitica.info fonte: piccolenote.ilgiornale.it

L’emergenza COVID-19, infatti, si è attestata come un nuovo terreno di confronto tra i garanti dell’ordine liberale – gli Stati Uniti e i loro alleati (al netto delle crepe che tra questi stanno emergendo) – e quelle che la National Security Strategy 2017 ha definito come potenze “revisioniste” – in primis la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. 

L’invio di personale medico e materiale sanitario di Pechino, così la missione From Russia with Love di Mosca, hanno sollevato un dibattito a cui abbiamo preso parte anche dalle pagine di Geopolitica.info. Questo ha toccato alcuni dilemmi irrisolti degli aiuti esterni, come le loro conseguenze materiali (utili o inutili?), i loro costi (donazioni o vendite?) e le loro ragioni (umanitarie o strategiche?), culminando nel botta e risposta tra il quotidiano torinese La Stampa e l’Ambasciatore della Federazione Russa, così come nella denuncia del ritorno in Italia “a pagamento” delle mascherine precedentemente donate alla Cina.

I commentatori hanno sottolineato più o meno esplicitamente un doppio ordine di obiettivi che avrebbe ispirato sia Mosca che Pechino. Quello più citato è legato alla dimensione del soft power. In tal prospettiva, la Russia avrebbe prestato soccorso all’Italia per crearsi un credito da spendere sulla questione delle sanzioni e su quella della Enhanced Forward Presence della NATO nell’Europa settentrionale. La Cina, dal canto suo, lo avrebbe fatto per preparare il terreno a un’ulteriore accelerazione del progetto One Belt, One Road, che potrebbe tradursi nell’acquisizione di alcuni asset strategici italiani (in particolare, le infrastrutture portuali) sul modello di quanto già fatto in Grecia (si pensi al porto del Pireo). Il secondo obiettivo, meno citato ma sempre strisciante in tutti i ragionamenti, è quello legato alla componente di hard power, ovvero alle informazioni militari che tanto l’equipe medica cinese quanto il contingente russo avrebbe potuto carpire in Italia.

Entrambe le criticità, sebbene da non sottovalutare, sembrano legate a un paradigma strategico da Guerra fredda, fondato su una propaganda volta a rovesciare gli allineamenti consolidati e la ricerca di una superiorità militare in vista di un confronto apocalittico e decisivo. Tuttavia, fanno sì che non siano tenuti in dovuto conto due elementi essenziali delle dinamiche internazionali odierne. Da una parte, il fatto che il confronto tra grandi potenze prende forma su terreni nuovi (biotecnologie, calcolatori quantistici, intelligenza artificiale, reti di comunicazione, big data) che non possono essere ridotti a degli epifenomeni delle dimensioni “tradizionali”. Questi hanno una loro autonomia e devono prevedere una riflessione strategica, dei modelli di comportamento e degli obiettivi specifici. Dall’altra, a causa del differenziale di potenza con gli Stati Uniti che ancora li vede sfavoriti nel settore militare, la Federazione Russa o la Repubblica Popolare Cinese potrebbero essere interessate a compiere salti di paradigma strategico proprio su terreni “nuovi” della competizione internazionale. Se questo fosse vero ne potrebbero discendere due obiettivi principali che affiancherebbero – o sopravanzerebbero – quelli precedentemente discussi.

Il primo, relativo alla dimensione del potere nelle relazioni internazionali, riguarda le future evoluzioni della competizione tra le grandi potenze. Fondati o meno che siano i sospetti dell’Amministrazione Trump sulla fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan, la crisi innescata dal COVID-19 ha dimostrato che l’arma batteriologica può rappresentare uno strumento efficace per infliggere perdite umane ed economiche, oltre che per piegare il morale della popolazione dei Paesi nemici. Occorre ricordare, d’altronde, che i documenti strategici americani parlano della necessità di sviluppare una capacità di risposta alle pandemie e agli attacchi alla salute pubblica sin dalla National Security Strategy del 2006. Pertanto, occorre essere pronti a farvi fronte, avendo sviluppato quelle conoscenze che saranno indispensabili nel momento del bisogno. Dalla prospettiva russa e cinese, l’Italia potrebbe avere rappresentato un laboratorio a cielo aperto dove addestrare e testare equipe mediche e reparti dell’esercito specializzati nei settori della difesa chimica, radiologica e biologica.

Il secondo obiettivo, relativo al tema del prestigio nelle relazioni internazionali, chiama in causa l’utilizzo di quelle informazioni strategiche che potrebbero essere state carpite sul nostro territorio. Si fa naturalmente riferimento a quelle relative al Coronavirus, dagli studi in corso nel nostro Paese (ricordiamolo, ancora all’avanguardia in campo medico) alla casistica dei pazienti italiani, passando per le procedure e i protocolli attivati. Ma anche, più in generale, a quelle custodite dal nostro sistema sanitario nazionale. In altre parole, missioni ufficialmente realizzate in nome della solidarietà potrebbero rivelarsi, nella migliore delle ipotesi, delle grandi operazioni di data mining. In tal prospettiva, sarebbe interessante sapere quale livello di accesso abbiano avuto i team inviati da Mosca e Pechino ai big data custoditi nei nostri ospedali, aziende sanitarie e RSA. In tal prospettiva, non si dimentichi che la conferenza stampa della missione cinese si è tenuta in una struttura strategica al giorno d’oggi come l’INMI Lazzaro Spallanzani che, tuttavia. non è pensata – come le altre – per doversi difendere da qualcuno o da qualcosa.

Se ciò fosse vero, l’utilizzo immediato che si potrebbe fare delle informazioni reperite in Italia sarebbe quello ai fini della scoperta di un vaccino russo o cinese per il COVID-19. Questo risultato sarebbe fondamentale in termini di potere e di prestigio per gli sfidanti dell’ordine internazionale, così come per i suoi garanti. Tale sfida in nome del progresso scientifico trova un illustre precedente in un altro momento critico della storia contemporanea che, oltre a essere denso di suggestioni, può risultare utile per comprendere quale modello di conoscenza e contrasto del Coronavirus potrebbe essere necessrio adottare.

Il salto indietro ci porta nella Copenaghen del 1941, occupata dalle truppe della Germania nazista. Qui il fisico tedesco Werner Karl Heisenberg (nazista più per opportunità di carriera che non per convinzione ideologica) fa visita al suo vecchio maestro Niels Bohr (ebreo da parte di madre). Entrambi sono attivamente coinvolti, su fronti opposti, nella ricerca scientifica che mira a realizzare la bomba atomica. I due hanno una conversazione nel giardino della casa di Bohr. La maggior parte degli storici ritiene che Heisenberg – a capo del programma nucleare militare tedesco – volesse capire a che punto fossero gli alleati nello sviluppo dell’arma suprema, perché riteneva che Bohr ne avesse contezza (nel 1943 il fisico danese riparerà negli Stati Uniti dove parteciperà attivamente al Progetto Manhattan insieme a molti altri ebrei fuggiti da un’Europa in fiamme). I due fisici (diventati anche i protagonisti di una fortunata pièce teatrale di Michael Frayn) rappresentano due visioni contrastanti della scienza. Da un lato Heisenberg, fautore dello sforzo titanico di un solo Paese e disponibile a piegare la scoperta scientifica alla politica di potenza di una nazione. Dall’altro Bohr, fautore del progresso scientifico per accumulazione e dell’idea di società aperta.

Anche oggi sembra consumarsi lo stesso confronto, con le società aperte identificabili – nonostante qualche sbandamento sia da parte americana che europea – nelle potenze garanti dello status quo emerso dalla fine della Guerra fredda e le società chiuse nelle potenze revisioniste. Nell’ambito di tale dinamica di interazione, è inverosimile che l’Italia, al netto delle stravaganti uscite di qualche politico (senza distinzione tra partiti), possa disallinearsi dal primo campo nel breve-medio periodo. Il fronte euro-atlantico, d’altronde, è contraddistinto dalla presenza di un sistema di vincoli reciproci altamente istituzionalizzati che, congiuntamente a questioni di ordine economico e culturale, rendono i rapporti tra i Paesi che vi partecipano particolarmente “vischiosi”. Tuttavia, alcune scelte compiute in questa fase dal nostro Paese – non è dato sapere se intenzionali o meno – potrebbero comunque contribuire a rafforzare il fronte dei Paesi revisionisti in questo nuovo terreno di contestazione dell’ordine liberale. Come sistema-Paese dovremmo esserne coscienti, magari dibattendone pubblicamente senza pregiudizi e sensazionalismi, e agire di conseguenza. Per decidere insieme dove, come e in compagnia di chi immaginiamo l’Italia da qui ai prossimi vent’anni. 

Gabriele Natalizia,
Geopolitica.info e Sapienza Università di Roma

Salvatore Santangelo,
Geopolitica.info e Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Considerazioni per il post Covid-19

In questa fase di espansione della pandemia numerose sono le questioni che stanno nascendo. Uno dei temi fondamentali e più vicini a noi, è sicuramente il tema del futuro dell’Unione Europea, Unione che per diversi motivi fatica a prendere una decisione concreta per far fronte alle necessità dei paesi maggiormente colpiti dall’emergenza sanitaria, che per tutta una serie di ragioni si tramuterà in emergenza economica, se è vero come è vero che le stime di caduta del nostro Pil da parte del Fondo Monetario Internazionale sono negative con un crollo stimato di circa il 9%.

Considerazioni per il post Covid-19 - Geopolitica.info

Il dibattito sugli eurobond sta mettendo in luce e portando in superficie quelle ambiguità di fondo e quelle divergenze dei baricentri di vedute, che di fatto hanno impedito negli ultimi anni una vera azione coordinata in campo economico dell’Europa. Nonostante la realizzazione dell’Unione Monetaria, l’Europa è ancora lontana da una vera politica economica europea che passa attraverso una politica fiscale comune. I divari da cui si parte sono forti e difficili da colmare anche perchè manca un vera e propria “volontà comunitaria” cioè quel senso dello stare insieme che vada oltre l’economia ed il diritto, le problematiche divisive ruotano attorno al debito pubblico rilevante di alcuni paesi, che con un’unica politica fiscale di fatto verrebbe caricato sui paesi virtuosi.

Il tema degli eurobond, primo passo per una politica fiscale unica in Europa, diviene quindi baricentrico, perché esso viene visto come il grimaldello attraverso cui far passare l’idea di una politica fiscale unica in Europa. Certo in un’epoca di sovranismi è faticoso far accettare l’idea che l’Europa debba fare uno sforzo solidale per arrivare ad trasformare i differenti debiti pubblici in un unico debito pubblico europeo, ma se una lezione dobbiamo imparare dal coronavirus è quella che i sovranismi hanno il fiato corto e di fronte alle emergenze non sanno dare risposte. Non ci aspettiamo uno slancio di generosità da parte dei paesi virtuosi, ma dal punto di vista economico il sacrificio di accettare il carico del debito unico, potrebbe esser più che compensato dai vantaggi che ne potrebbero derivare nel breve e nel medio periodo. Quando il cancelliere Kohl decise di unire la Germania, facendosi carico delle debolezze della ex Repubblica Democratica Tedesca, dopo una fase iniziale di sopportazione del peso della riunificazione, si sono inziati a vedere i risultati sperati da Kohl, ed oggi possiamo affermare senza tema di essere smentiti che quell’operazione sia stata uno dei più grandi successi economici del XX secolo, oltre che un grande successo dal punto di vista politico e sociale, pur con tutte le difficoltà che tutt’oggi permangono sia in termini di differenze economiche tra le due aree della Germania, che in termini socio-culturali. Lo stesso spirito dovrebbe animare oggi l’Unione Europea e traendo spunto dalla ricostruzione post covid 19, avviare le basi per una vera Unione, unico e vero antidoto per poter affrontare al meglio la complessità del mondo attuale.

Infatti stiamo attraversando una fase della storia del mondo complessa e difficile, le cui difficoltà vanno oltre il grave problema sanitario dovuto all’infezione del Covid-19. Il dopo emergenza sanitaria sarà caratterizzato molto probabilmente da più problematiche concomitanti: economica e finanziaria prima di tutto.

La risposta alla crisi post covid è quella di affrontare l’emergenza
economica attraverso mezzi non convenzionali così come si fece subito dopo la crisi del ’29, con un “New Deal” europeo fatto di investimenti finanziari ed infrastrutturali concreti ed immediati in modo da consentire una ripresa veloce dell’economia comunitaria e non solo; altro tema necessario e quello interno al nostro paese, dove bene possiamo dire per le attuali misure adottate dal Governo Conte come ad esempio il potenziamento della cosiddetta Golden Power cioè quello strumento a tutela dei settori fondamentali per l’economia nazionale, che giustamente è stato esteso a più settori per evitare possibili scalate ostili in settori domestici considerati strategici, una carta essenziale che non denota debolezza come qualche commentatore ha sostenuto bensì a nostro avviso denota la capacità di risposta di un sistema paese che si difende attraverso quegli strumenti atti a tal proposito (come avviene in tanti altri paesi al mondo).

Invece per quanto riguarda l’impalcatura delle relazioni internazionali e geopolitica, la politica degli aiuti ha dettato una iniziale spinta emotiva pro o contro qualche alleato di vecchia o nuova data, ma l’elemento che a nostro avviso risalta agli occhi è che questa emergenza ha sancito un rallentamento di quel processo di globalizzazione che sembrava inarrestabile, ma che invece sotto i colpi inferti dal virus ha rallentato fortemente. Ci siamo resi conto inoltre che il ruolo degli Stati è centrale, infatti  essi tornano al centro della scena globale, quali arbitri insostituibili, dopo essere stati a volte considerati quasi superati dai “nuovi attori globali” come ad esempio le grandi multinazionali o le megalopoli (che sono e restano dei players importanti ma pur sempre secondari), l’emergenza ha fatto riaffiorare inoltre delle tensioni che erano latenti come una infezione cutanea che non appena si abbassano le difese immunitarie per una qualsiasi ragione riaffiora e si fa vedere nel suo inestetismo.

Un mondo che il post emergenza Covid-19 lascerà più complesso come è avvenuto dopo il 1989 con la caduta del Muro o dopo l’11 settembre 2001 con la caduta delle Torri Gemelle e dopo ancora con la caduta dell’economia mondiale con la crisi del 2008, cadute dalle quali il mondo si è rialzato più o meno forte ma anche più o meno diverso rispetto a prima, e a volte più impreparato, ed è proprio questo che va evitato l’impreparazione, attuando piani di gestione del rischio e delle emergenze nazionali e comunitari, prevedendo ad esempio piani di difesa civile, piani di riconversione industriale per far fronte alle necessità locali in caso di chiusura delle frontiere (come è avvenuto con il virus), prevedendo nuove figure professionali capaci di gestire l’emergenza come questa situazione ci ha insegnato, ad esempio sostenendo la ricerca scientifica perché uno degli insegnamenti che si posso trarre da questa situazione, è che non si può tralasciare la scienza favorendo l’improvvisazione. Un mondo quello del post Covid-19 che potrebbe ripartire più forte, se ci fosse la consapevolezza che il perno dei rapporti debba tornare ad essere la politica e non l’economia, l’uomo e non l’interesse. Il mondo del dopo virus sarà un mondo ancora più complesso, poiché ha messo in evidenza tra le altre cose, la debolezza di un mondo che ha perso di vista l’essenziale per far spazio al superfluo.

Domenico Marino e Pietro Stilo,
Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria

Italy, Libya, and the Threat of Coronavirus

Since Italy first announced its first confirmed case of  coronavirus in late January, the virus has spread throughout the country with unprecedented speed. Today, Italy has become one of the major epicenters of the pandemic as the number of confirmed cases and deaths continues to climb, though restrictive social distancing measures are offering some hope to Italians. 

Italy, Libya, and the Threat of Coronavirus - Geopolitica.info

As the government’s strict coronavirus lockdown has upended the lives of many individuals, the epidemic is also impacting Italy as a Mediterranean state. On the one hand, Italy’s large migrant population, largely from African states, is at particular risk for becoming a new cluster for spreading the virus. From a macro-perspective, other countries’ responses to the Italian tragedy are causing Italians of all backgrounds to band together, while increasing their frustration with the European Union. This realignment may impact public opinion on major foreign policy issues, such as Libya. 

How Refugees Complicate Italy’s Lockdown 

With the entire country on mandatory lockdown and all non-essential businesses closed, Italy’s large refugee population is particularly vulnerable. Italy is a common destination for many North African and sub-Saharan migrants looking to flee to Europe, with approximately 82 percent of migrants traveling to Europe via the sea route between Libya and Italy. Between January 2015 and March 2020, 492,841 total refugees and migrants have arrived in Italy by boat. 

The journey by sea between Libya and Italy is already lethally treacherous; around 10,000 people have drowned since 2015. The threat of drowning is further complicated by the pandemic as there have been no rescue missions since the end of February. NGOs normally patrol the waters of the central Mediterranean rescue migrants from capsized boats but have ceased operation due to the severity of the coronavirus outbreak in Europe. Previously, the Italian coastguard has rescued as many as 5,000 people in a single day. 

In addition, the Italian government requires a two-week quarantine for all ships docking at Italian ports given the threat of the virus’s spread. Many services that aim to help refugees have been temporarily suspended or reduced their staffs in compliance with Italy’s lockdown. 

With the severity of the outbreak in Italy, many fear of vulnerable populations will be the worst affected. Individuals who successfully completed the journey from Libya to Italy may also be at a higher risk of infection because of the poor conditions in Italy’s overcrowded shelters. In some of these centers, there are ten people to one room, making it impossible to implement the recommended conditions for sanitation and social distancing. These threats are compounded by a shortage of running water and sterile materials in those centers, especially those in southern Italy. These dire circumstances have prompted Interior Minister Luciana Lamorghese to demand a plan that includes the redistribution of these migrants to the various centers in Italy in an attempt to ease pressure on accommodation centers on the front lines. 

However, some organizations are making greater efforts to include this population by navigating the language barrier. Much of the informative content on the coronavirus ignores the large portion of the population who may require instruction in other languages. Therefore, a number of Italian civil society organizations have launched campaigns to raise awareness among immigrants about the dangers of the virus and how to stop its spread. For example, the “ARCA DI NOÈ” association has produced educational films and electronic platforms in multiple languages, including Arabic and other languages on the best practices for dampening the virus’s spread. 

In an attempt to curb the flow of illegal immigration from Libya, the EU and Italy created a series of projects to secure the borders of Libya. The three-year-old agreement between Italy and Libya has assisted Libya’s maritime authorities in stopping boats and returning people to detention centers. Italy has trained and equipped the Libyan Coast Guard and other authorities to keep people in Libya. Since the deal was initially struck in 2017, around 40,000 individuals have been intercepted and returned to Libya, including 947 just in January of this year.  

A Potential Identity Shift: Italians’ Response to Coronavirus 

In contrast, one unexpected silver lining of the epidemic has been its ability to unify Italians, regardless of background. Residents of various religions and nationalities have exhibited unprecedented signs of solidarity in the collective effort to overcome the pandemic. Such solidarity is necessary; the devastating effects of this virus are likely to impact the country for years, and the situation has already been described as worse than the devastation after the Second World War. 

The Muslim community in Italy, which has doubled over the past twenty years to approximately a million and a half, has shown remarkable solidarity with the Italian people under these circumstances. Some imams have been active on social media sites via live streams from the afflicted cities demanding that Muslims adhere to the laws and quarantines put in place to combat the virus. Imams have also launched support initiatives for hospitals, including efforts to donate thousands of medical masks. There have also been major efforts to fight rumors and ensure that congregations have access to the facts of the virus, focusing especially on combating rumors that have been reported of cremation among the deceased who are infected with the virus—a practice staunchly against Muslim belief and one that could have caused major unrest among Muslims. It is notable that Italy has in fact maintained respect for the customs and traditions of all religions during this sensitive time. Authorities have delivered the bodies of Muslims to imams to ensure burial according to Islamic practice, provided that safe conditions are provided for the burial process so that the burial does not put others at risk of contamination. 

It is notable that this sense of unifying ‘Italianness’ is emerging at a time when Italians are becoming widely critical of the European Union for its failures to help Italy. While Germany and the Czech Republic have both prevented the transfer of vital supplies, and as borders within the Schengen zone close, demonstrating the limits of this agreement, both China and Russia have stepped in ways that are building a genuine sense of good-will among Italians. If this goodwill becomes more permanent, it is possible that such a shift would also impact Italy’s foreign policy in the Mediterranean region, as the European Union, Russia, and China pursue their interests across North Africa. 

The question of growing Russian and, to a lesser extent, Chinese influence in North Africa is not a new issue, but the visible fissures within the European Union given the strain of coronavirus also suggest a potential shift in its attitudes towards conflicts in the Middle East where the EU and Russia have clashed. As Europe struggles, Italy may be inclined to support—or at least remain neutral on—increased Russian and Chinese influence in countries like Libya and Syria. 

Libya has particular importance for Italy given the two countries’ close proximity and Italy’s colonial past in the country. Today, the ongoing civil war in Libya is considered an issue of national security for Rome, given the illegal immigration and terrorism from Libya. At present, Italy supports the UN-backed Al-Wefaq government. In contrast, Russia has given major support to General Haftar with France also standing in contrast to Rome’s position, Italy may increasingly concede its current position, especially given its failed efforts to mediate the conflict

The coronavirus epidemic is likely to shape Italy’s future for years to come, and in ways not directly connected to issues of healthcare. Between Italy’s ongoing migration challenges and Italy’s population coming together at this strange time, Italy may also see a shift in its identity that becomes a more permanent feature of the country. 

This item was originally published on the Fikra Forum. 

Umiltà e determinazione: come Macron intende uscire dalla crisi del Coronavirus

Ci stiamo tutti imbarcando nell’impensabile”, con queste parole rilasciate al Financial Times, il Capo dell’Eliseo ha voluto descrivere la situazione di emergenza che l’intera comunità internazionale è costretta ad affrontare a causa dell’esplosione del Covid-19.

Umiltà e determinazione: come Macron intende uscire dalla crisi del Coronavirus - Geopolitica.info

La Francia, con più di 146,000 casi e quasi 18,000 morti (dati del Ministère des Solidarités et de la Santé), è il quinto paese al mondo per numero di contagi di Coronavirus, e quarto per numero di vittime. Al Financial Times, il Presidente francese ha ammesso dell’alta dose di incertezza che circonda questa crisi, chiamando i governi a rimanere umili e a non essere troppo ottimisti.

 Al contrario dei proclami di alcuni leader mondiali, fra tutti Donald Trump, Macron invita ad essere cauti e definisce questa crisi come un “evento esistenziale” per l’umanità, destinato a cambiare la natura della globalizzazione e perfino la struttura del modello economico capitalista. In aggiunta, il Presidente ha intenzione di utilizzare questa pandemia, che ha costretto i governi a prioritizzare la salvaguardia della vita umana rispetto alla crescita economica, per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sugli effetti del cambiamento climatico, una tematica passata forse troppo sottotraccia in questo periodo. Infatti, ha comparato la dispnea da Coronavirus agli gli effetti dell’inquinamento atmosferico, affermando che se i cittadini sono stati chiamati a sacrifici immensi per fermare la pandemia, lo stesso potrebbe accadere per quanto riguarda la salvaguardia dell’ambiente. Nel corso dell’intervista, sono emersi tre fronti sui quali il Presidente sta giocando la sua battaglia per vincere la sfida lanciata dal Coronavirus ma anche quella per la sopravvivenza della sua visione politica liberare e internazionalista: il fronte interno, quello europeo e quello cinese. Andiamo ad analizzarli.

La situazione francese

A partire dal 24 gennaio (giorno del contagio n°1 in Francia) ad oggi, il Capo dell’Eliseo ha parlato per ben 4 volte alla nazione. Tuttavia, se nel discorso del 16 marzo, nel quale veniva annunciato il lockdown del paese, aveva ripetuto per ben sei volte di come la nazione francese si trovasse di fronte ad una guerra, i toni usati nell’ultimo discorso, quello di lunedì 16 aprile, sono stati molto più delicati e meno drammatici, facendo un insolito mea culpa ed ammettendo di aver avuto delle lacune nella gestione dell’emergenza, riuscendo a ricucire almeno una parte di quello squarcio creatosi con i cittadini francesi. Infatti, ad inizio emergenza, l’Eliseo era stato ripetutamente attaccato dall’opinione pubblica e dall’opposizione per aver sottovalutato la situazione, come dimostrava la testarda insistenza verso il volere tenere a tutti i costi il primo turno delle elezioni amministrative, svoltosi il 15 Marzo ( con un record minimo di affluenza) e le indicazioni contrastanti circa l’utilizzo delle mascherine in pubblico, prima sconsigliate e poi incoraggiate, probabilmente a causa della mancanza di DPI (Dispositivi di protezione individuale).

Ma nel corso delle settimane seguenti, l’abilità del giovane Presidente nel riuscire ad avere una comunicazione efficace, che cercasse di sopperire alla mancanza di fiducia fra popolo ed establishment sembra aver funzionato, almeno a giudicare dagli indici di gradimento, saliti ai massimi livelli da due anni. Probabilmente, su questi ultimi ha pesato anche la notizia della sospensione delle riforme macroniane del sistema pensionistico e del mercato del lavoro, cheprovocarono l’ondata di proteste dei gilets jaunes e il più grande sciopero sindacale nella storia della Francia, avvenuto soltanto quattro mesi fa. Oggi le piazze francesi sono vuote, ed i cittadini si stringono attorno al loro Enfant Prodige, il più giovane Capo di Stato francese dai tempi di Napoleone, il quale con la gestione di questa enorme crisi si sta anche giocando la sua rielezione politica fra due anni.  

Fronte Europeo

Riguardo l’Europa, Macron vede sia dei pericoli che delle opportunità. Riguardo ai primi, l’attuale pandemia è il primo evento dalla Seconda guerra mondiale che mette di fronte agli europei la morte sistematica e la paura, la quale fa riemergere un primitivo istinto di sopravvivenza che comporta un aumento dello spirito di competizione ed un danneggiamento del motore della solidarietà e dell’integrazione europea. Secondo Macron, se l’Unione Europea non riuscisse a garantire una risposta solidale e decisa soprattutto nei confronti dei paesi più colpiti da Covid-19, il rischio è quello di veder collassare il progetto comunitario e l’ascesa dei populismi nazionalisti, a partire da Italia e Spagna ma anche in Francia. Riguardo alla politica economica europea, il Capo dell’Eliseo si è attivato soprattutto per la realizzazione di un Recovery Fund, della durata limitata di 5 o 10 anni, il quale permetterebbe una mutualizzazione del debito dei paesi europei per finanziare la ripresa economia, all’interno del suddetto fondo, cercando quindi di mediare le due posizioni, quasi inconciliabili, della linea interventista (con a capo Francia, Italia e Spagna),favorevole ad una mutualizzazione del debito pubblico, e quella rigorista (in primis Germania, Olanda e Svezia), contraria ad ogni sorta di condivisione debitoria.

 “Siamo al momento della verità, il quale è decidere se l’Unione Europea sia un progetto politico o soltanto un progetto di mercato. Io penso sia un progetto politico.” Con queste parole Macron vorrebbe cercare di cogliere l’opportunità di rilanciare il progetto d’integrazione europeo, in un momento in cui l’attore preponderante, la Germania, sembrerebbe soddisfatto dello status quo dell’architettura istituzionale europea, da Berlino largamente influenzata. La Francia al contrario, con le aspirazioni del suo Presidente, vede l’UE come un moltiplicatore di potenza e vorrebbe spingere per una più forte integrazione economica ed un maggior peso da parte delle istituzioni comunitarie in ambito sanitario. Quest’ultimo infatti è stato il settore più colpito dall’attuale crisi ma è anche quello in cui la competenza europea è più limitata.

Ormai la spaccatura Nord-Sud è evidente, non solo in ambito economico, ma anche politico, dato che si sono palesate due visioni differenti di Europa: una “soft”, meno federale e più economica, sostenuta dai paesi che orbitano nella sfera d’influenza tedesca, e una “hard” che contempla una maggiore condivisione di responsabilità politica fra gli Stati Europei, con Francia, Italia e Spagna in prima linea.  Dalla risposta del Consiglio Europeo del prossimo 23 aprile si vedrà se prevarrà la linea del compromesso o dell’intransigenza.

Le relazioni con la Repubblica Popolare Cinese

Interessante è la parte dell’intervista dedicata alla Cina. Infatti, Macron ha affermato la necessità di non mostrarsi “così ingenui”, al punto da credere che la gestione dell’epidemia da parte della Repubblica Popolare sia stata così efficace e trasparente come ci viene fatto credere: “Ci sono certamente cose che sono successe di cui non siamo a conoscenza” ed è difficile fidarsi delle informazioni provenienti da paesi in cui il dissenso è sistematicamente represso. Questi commenti sono l’apice della polemica scaturita in Francia da qualche settimana, da quando l’ambasciata cinese a Parigi ha pubblicato un post sul proprio sito, intitolato “Restoring distorted facts”, in cui viene difesa la gestione della crisi sanitaria da parte della Cina e vengono lanciate accuse nei confronti delle democrazie occidentali, colpevoli di comportamenti sconsiderati, tra cui l’accusa che gli operatori sanitari francesi abbiano lasciato gli anziani a morire in case di cura. A causa del trambusto politico generato da queste parole, l’ambasciatore cinese in Francia, Lu Shaye è stato convocato di fronte al Ministro degli Esteri Le Drian giovedì, per chiarire la posizione del suo paese. Interessante notare come nella giornata di venerdì, la municipalità di Wuhan, abbia rivisto i propri dati sul contagio, aumentando il numero di morti del 50% rispetto ai dati comunicati fino ad ora.

In secondo luogo, la polemica con la Cina è anche scaturita dalla “diplomazia delle mascherine” attuata da Pechino, la quale sta sfruttando la sua ampia disponibilità di materiale sanitario per “redimere” le sue colpe di paziente 0, effettuando un enorme sforzo diplomatico e di soft power inviando aiuti sanitari a numerosi paesi europei, soprattutto all’Italia, e pubblicizzando ampiamente tale sforzo. Tuttavia, il 19 febbraio l’Unione Europea aveva spedito 56 tonnellate di materiale sanitario alla Cina, di cui 17 tonnellate solo dalla Francia, la quale aveva cortesemente chiesto il basso profilo di questi aiuti ma Pechino ha deciso di non ricambiare il favore.  Il Presidente francese ha ribadito quindi la necessità di allentare la dipendenza dei paesi europei nei confronti della Cina riguardo all’approvvigionamento di materiale sanitario, spingendo verso un’autonomia europea in questo campo attraverso una messa in sicurezza delle catene produttive ed un potenziamento del mercato comune.

In questa interessante intervista, abbiamo potuto osservare un Macron molto più pragmatico del solito, lasciando da parte i toni bellicosi adottati in precedenza e chiamando i leader mondiali ad essere umili, e non azzardati, nella gestione dell’emergenza. In ambito nazionale, bisognerà attendere per vedere se la nuova popolarità del Presidente sia dovuta soprattutto all’effetto del “Rally ’round the flag”, e se riuscirà ad essere capitalizzata per mettere al sicuro la sua rielezione. Per quanto riguarda l’Europa, Macron sembra determinato a voler cambiare il volto di un’Unione seriamente danneggiata da questa sfida, sollecitando i suoi colleghi ad una maggiore condivisione di responsabilità, altrimenti il rischio è quello di un trionfo populista. Il Presidente francese è convinto di trovarsi di fronte ad un evento decisivo per la Francia, per l’Europa e per l’intera comunità internazionale. Un evento impossibile da controllare autonomamente segnato dall’impossibilità di prevederne la fine, il quale necessita di un affidamento “nelle mani del destino” e nel cercare di “comprendere quello che prima sembrava impensabile”. 

Thomas Bastianelli,
Centro Studi Geopolitica.info

Il Coronavirus e le migrazioni del futuro

Tra gli impatti più importanti che ha avuto l’epidemia di Covid-19 in questi ultimi mesi vi è stato il radicale cambiamento della mobilità degli individui in tutto il mondo. Questa alterazione della dinamica degli spostamenti umani non ha solo mutato lo stile di vita di tutti i giorni ma ha profondamente influenzato tutte le direttrici di spostamento mondiale incluse le rotte migratorie. 

Il Coronavirus e le migrazioni del futuro - Geopolitica.info

Il Covid-19 e le migrazioni 

La pandemia non ha solo ridotto al minimo la massa di persone che effettua una migrazione ma ha relegato questo fenomeno sullo sfondo di un contesto internazionale oggi focalizzato sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Uno studio del CSIS ha cercato di comprendere come i processi migratori potrebbero essere influenzati dalla diffusione del Coronavirus e, soprattutto, delle possibili problematiche che potrebbero emergere nel medio e lungo periodo. 

Uno dei motivi della preoccupazione sulle ripercussioni a medio/lungo termine è dato dai moderni flussi migratori che vedono, abitualmente, lo spostamento di milioni di persone lungo tratte consolidate. La sospensione di quasi ogni possibilità di circolazione sia interna agli stati sia internazionale si presenta come un fenomeno sostanzialmente inedito e del tutto nuovo per la società odierna in cui i fenomeni migratori hanno assunto un ruolo di rilievo nelle economie avanzate come in quelle in via di sviluppo. Se le migrazioni sono parte dell’economia globale e sono alla base di molte delle sue attività il blocco odierno della circolazione delle persone assume quindi una prospettiva ancora più negativa. Sono quindi stati ipotizzati diversi scenari che provano a gettare luce su come l’attuale pandemia di Coronavirus possa influenzare il futuro dei flussi migratori. 

Possibili impatti sul futuro delle migrazioni 

Il primo prospetto riguarda un possibile radicale mutamento del mercato del lavoro basato sui migranti che sono la forza lavoro base di diverse attività produttive. Ad oggi il blocco coinvolge anche chi si mette in viaggio per motivi lavorativi impedendo a molti di potersi procurare una fonte di reddito. Questo elemento va a creare delle criticità in primis negli ambiti familiari, infatti va ricordato come molti individui non siano in grado di poter tornare alle proprie famiglie o di non poter più garantire loro un sostegno economico con tutte le conseguenze che questo comporta. Ai problemi familiari si aggiungono quelli economici dato che soprattutto gli stati in via di sviluppo hanno una quota importante di capitale in entrata derivata dalle rimesse di chi è migrato, i flussi delle rimesse infatti vanno in parte a compensare la perdita di capitale umano o finanziario derivato dalla partenza degli individui. Sempre riguardo a questo aspetto è opportuno fare ulteriori precisazioni. L’ammontare di questi flussi dipende non solo dal numero di emigrati ma anche dalla loro retribuzione che, in paesi avanzati è mediamente più alta. L’attuale pandemia è andata a colpire più duramente proprio quei paesi che, sempre in via generale, garantiscono introiti maggiori (Europa e Nord America) e di conseguenza il loro lockdown va a tradursi nella chiusura di una fonte importante di capitale. I gruppi sociali vedono così complicarsi la loro situazione economica che di conseguenza si va a ripercuotere non solo sulla possibilità di aspirare ad un migliore tenore di vita (ad esempio un maggiore livello di scolarizzazione delle nuove generazioni) ma soprattutto la possibilità di accedere ai servizi sanitari di base e ad una sufficiente quantità di viveri. La questione della Food and Health Security è particolarmente delicata proprio in quelle aree in via di sviluppo dato che nel settore della produzione alimentare è rilevante la quota di lavoratori stagionali. Se questi lavoratori sono impossibilitati a spostarsi dalle loro zone di origine o entrano a contatto con ambienti che favoriscono il diffondersi del virus si potrebbe avere un crollo della produzione di beni essenziali con conseguenze disastrose per intere popolazioni. 

Queste dinamiche tuttavia vanno a coinvolgere anche i paesi più sviluppati dato che alcuni settori produttivi hanno quote rilevanti di lavoratori stagionali. Più in generale la presenza di un ingente numero di migranti, che siano stabili o temporanei, in questi paesi potrebbe creare problemi al momento della fine della crisi sanitaria in quanto, come afferma E. Yaboke (Deputy Director and Senior Fellow nel Project on Prosperity and Development e nel Project on U.S. Leadership in Development del CSIS): “when jobs do become available [molti governi] will undoubtedly encourage businesses to hire citizens over migrantsSuch decisions will have lasting effects on migrant workers, their families, and their communities.” Per poi concludere: “The inability of labor to move efficiently—or at all—will impact future global output while putting migrant families themselves under greater financial strain. This will, in turn, increase global inequality.” Queste prospettive gettano un’ombra sulle sfide future che dovranno essere affrontate dopo la fine di questa pandemia. 

Un secondo scenario, correlato al primo, vede l’aumento delle disparità a livello globale. Come già anticipato questo aumento si lega alle conseguenze di medio/lungo periodo sulle migrazioni di tipo economico. Ancora una volta tornano utili i dati sui flussi di rimesse verso le aree in via di sviluppo. Nella regione Asia-Pacifico nel 2018 il flusso totale delle rimesse era di 148 miliardi di dollari con una crescita del 7% rispetto all’anno precedente. Di questi, 34 miliardi erano destinati alle sole Filippine mentre impressionante è la crescita del 25% degli introiti del 2018 destinati all’Indonesia. Altro dato interessante è quello dato dall’Africa sub-sahariana che ha visto nello stesso periodo una crescita regionale del 10% guidata da Liberia, Zimbawe, Ghana e Nigeria. Al 2018 i flussi totali delle rimesse nei paesi in via di sviluppo hanno raggiunto un valore totale di circa 529 miliardi di dollari. (Qui i dati per i singoli paesi) Le cifre mostrano quindi la fondamentale importanza che i flussi migratori hanno assunto in molti stati sia a livello nazionale sia a livello sociale, garantendo quindi il proseguire dello sviluppo di molte aree geografiche insieme ad una trasformazione delle rispettive società. 

Un terzo scenario deriva dai possibili risvolti politici futuri. Il grande dubbio che si ha riguardo il futuro è che, se le misure restrittive adottate contro il Covid-19 hanno un carattere temporaneo, alcune di esse potrebbero essere estese ben oltre le necessità da governi che già prima della crisi si erano mostrati insofferenti al fenomeno migratorio. In questo caso l’esempio ungherese, che ha visto assegnati i pieni poteri al presidente V. Orbán, si dimostra un efficace modello in quanto l’Ungheria già da prima della pandemia aveva di fatto chiuso le proprie frontiere all’immigrazione. Potrebbero essere sfruttate le misure odierne per adottare un regime ancora più restrittivo in futuro e, come l’Ungheria, molti altri stati sarebbero tentati di seguire questo percorso, soprattutto se si pensa ai risultati elettorali degli ultimi anni. La spinta avuta verso una maggiore chiusura e il progressivo avanzare di idee xenofobe non solo ha portato al governo partiti fautori di politiche restrittive ma l’arrivo della pandemia potrebbe innescare una meccanica per il consolidamento del loro potere. Quanto fatto per la salvaguardia del paese, a crisi passata, potrebbe infatti rivelarsi una potente arma elettorale. 

Un altro problema che è emerso e che potrebbe rimanere insoluto a medio termine è la questione dei Forced Migrants ovvero quella grande categoria di migranti in cui rientrano i richiedenti asilo, i rifugiati, gli sfollati e chiunque si veda costretto a migrare. Questa categoria di individui ha visto progressivamente ridursi le opzioni di viaggio e l’aumentare dei rischi dello stesso. Con la chiusura dei traffici di confine e un aumento dei controlli arrivare alla meta scelta risulta estremamente più complesso e in media più dispendioso, a questo si somma il rischio di rimanere bloccati in paesi ove i diritti umani non sono garantiti o in cui vi sono dei conflitti. Un caso che riguarda l’Italia e l’Europa da vicino è la condizione dei migranti che transitano per la Libia, con i flussi praticamente fermi chi si trova bloccato nel paese rischia non solo di venire trasferito nei centri appositamente predisposti ma anche di finire coinvolto nell’attuale conflitto. A tutto ciò ovviamente vanno sommate le condizioni igieniche che amplificano notevolmente i rischi sanitari non solo legati al Coronavirus e che mettono costantemente a rischio migliaia di soggetti in viaggio. 
Le stesse agenzie dell’ONU hanno sottolineato come questa possa diventare una situazione diffusa in tutto il mondo con migliaia migranti bloccati in campi sovraffollati o in aree urbane densamente popolate con difficoltà di accesso anche ai servizi sanitari di base. Le conseguenze sarebbero disastrose in quanto le probabilità dell’esplosione di nuovi focolai sono concrete e potrebbero comportare un ulteriore irrigidimento delle norme sulla circolazione ed una ulteriore proroga delle stesse. A livello sistemico il rischio è che i tempi di ritorno alla “normalità” potrebbero dilatarsi notevolmente. Quanto espresso da J. Konyndyk (Senior Policy Fellow del Center for Global Development) nel 2014 riguardo l’ebola risulta ancora valido: “[You] would have a hard time designing a more dangerous setting for the spread of this disease than an informal IDP settlement. You have a crowded population, very poor sanitation . . . very poor disease surveillance, very poor health services. This could be extraordinarily dangerous.” In questo contesto ha assunto rilievo anche un altro problema ovvero il fatto che attori non statali potrebbero cogliere questa occasione per esercitare pressioni verso governi già in gravi difficoltà e favorire la creazione di nuovi flussi irregolari più difficilmente rintracciabili con tutte le conseguenze del caso sulla sicurezza e la salute degli individui. 

Questo ultimo fattore apre la strada ad un possibile trend che potrebbe confermarsi nel futuro. Le migrazioni potrebbero entrare in una fase dove gli spostamenti irregolari sarebbero molto più diffusi. Le conseguenze della pandemia sopra elencate potrebbero portare un numero crescente di individui e gruppi familiari alla disperata ricerca di condizioni di vita migliori e favorire così la nascita di un fiorente flusso sotterraneo di masse che spostandosi nell’ombra favoriscono il prosperare di organizzazioni illecite legate non solo al traffico di esseri umani ma più in generale alla criminalità organizzata locale ed internazionale. 

Breve sguardo al caso italiano 

L’Italia è già stata colpita molto duramente dalla pandemia e le conseguenze di questo periodo si potrebbero protrarre per lungo tempo anche dopo la soluzione del problema. L’evolversi della situazione futura potrebbe, in via ipotetica, presentare due problemi principali.  

L’Italia potrebbe essere tra i primi paesi a tornare ad uno stato di quasi “normalità” riaprendo alla libera circolazione degli individui. Questo tuttavia difficilmente corrisponderà con una riapertura analoga degli altri paesi e, considerando le zone di origine dei flussi migratori, questa situazione potrebbe anche durare per mesi. In questo caso i flussi potrebbero ridursi drasticamente ed assumere una forma più sotterranea ed ancora più illegale come si evidenziava nel paragrafo precedente. A questo si somma ovviamente il problema sanitario che obbligherebbe, come già è accaduto, a mettere in quarantena chiunque arrivi sul territorio correndo il rischio di sovraccaricare le già problematiche (e spesso non attrezzate) strutture di accoglienza. Il secondo problema è figlio del carattere delle migrazioni che passano per l’Italia, queste essendo principalmente di transito potrebbero creare notevoli criticità in caso i principali paesi di destinazione decidano di mantenere regimi più restrittivi per un tempo più lungo. In questo caso si potrebbero sostanziare situazioni analoghe a quanto visto negli anni precedenti lungo la Balkan Route, a Idomeni o a Calais. 
Questi possibili scenari combinati con un possibile ritorno di un ambiente politico turbolento proiettano un’ombra sul futuro italiano soprattutto nel caso le istituzioni non riuscissero ad adottare una strategia a medio/lungo termine per affrontare tutti i problemi che lascerà questa pandemia. Un elemento che spesso è stato assente nella programmazione politica italiana.