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Corsa al Corno d’Africa, tra guerre per procura e rivalità strategiche

Il Corno d’Africa rappresenta una delle regioni più instabili del mondo e al tempo stesso quella dove è più evidente la ‘regia’ delle grandi potenze i cui interessi divergenti e le guerre per procura emergono con tutte le loro contraddizioni.  

Corsa al Corno d’Africa, tra guerre per procura e rivalità strategiche - Geopolitica.info

Nell’area è in corso da tempo un processo di trasformazione dovuto principalmente all’attivismo e al coinvolgimento dei paesi mediorientali che hanno accentuato l’interdipendenza tra le due sponde del mar Rosso. Contestualmente, essi hanno favorito cambiamenti non soltanto nelle dinamiche interne ai singoli paesi della regione ma hanno anche cristallizzato attriti e tensioni, diretto riflesso dei conflitti che coinvolgono i paesi della penisola arabica e non solo.  

Alla base di questo nuovo allargamento del raggio d’azione degli attori regionali c’è l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, strategia dettata dalla volontà dell’amministrazione Bush, intrisa di ideologia neocon, di ridisegnare su scala globale l’egemonia americana e di creare i presupposti di un nuovo equilibrio in Medio Oriente. Al fallimento di quella strategia ha fatto seguito il disengagement promosso dalla nuova amministrazione Obama che ha così favorito l’affacciarsi su nuovi teatri delle potenze regionali specie quelle che ambivano a rafforzare la loro leadership come Arabia SauditaIran Turchia. Le rivolte del 2011 hanno fatto il resto cristallizzando la tripolarità e creando assetti nuovi come la vicinanza tra Turchia e Qatar contro le monarchie sunnite di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti incapaci sin qui di assumere un ruolo di leadership nonché di resistere alle ambizioni dell’Iran sciita e dei suoi satelliti (Hezbollah su tutti).  

Eppure, proprio il regno wahabita (l’Arabia Saudita) fu il primo a tentare di cambiare le carte in tavola delle relazioni nell’area: dopo lo choc delle primavere arabe e l’accordo tra Stati Uniti e Iran sul nucleare, Riyad ha trasformato il suo approccio rendendolo un vero e proprio rollback e applicando questa nuova strategia proprio nel Corno d’Africa anche a causa delle rivolte in Yemen che stavano assumendo proporzioni preoccupanti. La situazione di caos nel paese ha consentito al movimento degli Houthi di divenire un fattore decisivo nel conflitto grazie anche all’occupazione della capitale San’a. La presenza di una forza sciita a pochi chilometri dai suoi confini è per i sauditi un fatto inaccettabile e così da allora il regno, anche grazie al dinamismo del principe Mohammed Bin Salman, si è posto a capo di una coalizione che ha iniziato a condurre operazioni militari contro gli Houthi, misure a cui hanno partecipato anche alcuni stati africani come il Sudan. La presenza degli Houthi in Yemen viene vista da Riyad come una sfida diretta al suo prestigio da parte dell’internazionale sciita a guida iraniana, fatto questo che intriso ancor di più le rivalità regionali di matrici tipicamente settarie.  

L’Iran orienta la sua azione nella regione in modo diverso: a differenza delle monarchie del golfo Teheran ha sin qui adottato una politica attendista basata più sulla volontà di ridurre i margini di manovra dei rivali che su azioni dirette. Teheran in sintesi punta a limitare le scelte e le possibilità dei rivali, una strategia rivelatasi fin qui vincente in Iraq (tranne forse per l’omicidio del generale Qassem Suleimani) e che risponde al concetto di ‘profondità strategica’ più volte ribadito dalla guida suprema Ali Khamenei. Ciò consente all’Iran di allontanare potenziali conflitti dai propri confini e di selezionare quegli obiettivi capaci di incidere sulle prospettive politiche dei nemici. Corrisponde pienamente a questa strategia la politica adottata dall’Iran in Yemen.  

Un attivismo diverso da quello saudita ma non meno muscolare è quello invece adottato dalla Turchia imperniata sulla ‘dottrina Erdogan’ volta a compattare il consenso interno al leader attraverso la politica estera. Alla base di questa concezione c’è la volontà da parte di Ankara di adottare politiche preventive che presuppongono anche l’utilizzo dell’esercito: da qui l’installazione di una base militare in Qatar nel 2015 (in funzione anti emiratina) e il dispiegamento di truppe nel Sudan orientale. L’utilizzo dell’esercito nello scacchiere della penisola arabica se da un lato cristallizza l’asse privilegiato con il Qatar dell’emiro Al-Thani dall’altro lato enfatizza lo scontro con gli Emirati Arabi Uniti, rivalità allargatasi anche al Corno d’Africa. Proprio la sponda qatarina ha permesso a Erdogan un accesso pieno alla regione del Golfo e all’altra sponda del mar Rosso: una penetrazione prima umanitaria, grazie agli aiuti che Ankara (via Doha) ha fornito alle popolazioni dell’area ciclicamente colpite da siccità e carestie e poi propriamente politica con il sostegno al governo di Mogadiscio conseguente alla visita di Erdogan in terra somala nel 2011. 

Gli Emirati Arabi Uniti hanno creato dei veri e propri avamposti strategici, mezzo necessario per la proiezione strategica del regno di Mohammed bin Zayed. Gli emiratini, settimo produttore mondiale di greggio, sono impegnati principalmente a proteggere le rotte commerciali marittime e in particolari lo stretto di Bab al-Mandeb. Da ciò la necessità delle basi militari e, all’inizio della sua penetrazione nell’area, di rapporti privilegiati con Gibuti. Gli emiratini hanno scelto questa linea sia per controbilanciare il crescente peso di altri attori regionali come la Turchia e il Qatar, sia per rafforzare la loro posizione all’interno della stessa Lega Araba e del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Fondamentale resta però l’aspetto economico e cioè la ‘protezione’ delle rotte del greggio e in special modo dello stretto di Bab al Mandeb privilegiando la logistica marittima attraverso la propria ‘testa di ponte’, la società DP World e l’hub del porto di Dubai divenuto ponte tra i mercati asiatici e quelli dell’Africa orientale. L’obiettivo è quello di contendere alla Turchia la maggior parte degli investimenti nella regione, settori chiave come le costruzioni, il turismo, i generi alimentari (Abu Dhabi è importatore per quasi il 75% del proprio fabbisogno alimentare). Dopo una prima fase in cui gli Emirati hanno investito massicciamente a Gibuti è stata l’Eritrea l’oggetto di un sempre maggior interesse in funzione anti-iraniana: da qui la decisione di aprire una base militare ad Assab dopo la normalizzazione delle relazioni del paese africano con le monarchie sunnite. L’Eritrea in tale fase si è distinta per la capacità di giocare su più fronti anche se poi il suo presidente, Isaias Afewerki, è divenuto sempre più sponsor di Teheran nella regione divenendo di fatto testa di ponte per gli attacchi degli Houthi in Yemen. Politica cambiata nuovamente alla fine del 2015 quando l’Eritrea ha deciso di sposare la causa saudita in cambio di generose elargizioni da casa Saud visto il pessimo stato delle finanze del paese del Corno d’Africa. Un passo che è stato ‘apripista’ ad un altro evento, la normalizzazione dei rapporti con l’Etiopia fortemente sponsorizzata proprio da Rihad e Abu Dhabi.  

Il loro comune nemico nella regione, oltre all’Iran, resta l’ambizioso Qatar. Quest’ultimo ha iniziato la sua penetrazione grazie al finanziamento di Ong islamiche e scuole coraniche, elemento che l’ha resa, agli occhi degli attori del Corno, un partner affidabile. Proprio le buone relazioni sia con l’Eritrea che col Sudan ha permesso all’emiro Khalifa bin Hamad di giungere ad un accordo di normalizzazione nelle relazioni tra i due paesi, accordo siglato nella capitale qatarina Doha a suggello del ruolo svolto dal paese. Un ruolo svolto anche in occasione dei negoziati tra il Sudan e i ribelli del Darfur e tra il Gibuti e l’Eritrea  per la disputa territoriale di Ras Doumeria. Gli interessi qatarini vanno però oltre e coinvolgono direttamente anche la Somalia. Qui grazie alla diaspora e al ruolo delle scuole islamiche il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano di condanna delle azioni del governo federale di transizione (appoggiato dall’Etiopia) divenendo polo di attrazione per tutte le forze somale (anche estere) che condannarono l’invasione di Addis Abeba. Fondamentale la campagna lanciata da Al Jazeera in cui si condannavano gli abusi imposti alla popolazione dell’Ogaden dalle truppe etiopi, condanna che portò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Etiopia e Qatar spingendo il paese dell’emiro sempre più dalla parte dell’Eritrea.  

Alleanze e accordi che nel Corno d’Africa sono improntate alla flessibilità e a durata variabile, segni tangibili che il nuovo ‘fronte caldo’ del mondo potrebbe essere nel futuro prossimo quello tra le due sponde del Mar Rosso.  

Il porto di Massaua come nuova leva dei rapporti italo-cinesi nel Corno d’Africa

Il 16 settembre del 2018 a Gedda è stato firmato lo storico trattato di pace ed amicizia tra Eritrea ed Etiopia che ha posto fine a vent’anni di guerra tra le due ex colonie italiane. Nonostante l’Eritrea resti un “osservato speciale” della comunità internazionale, viste le violazioni dei diritti umani ed il regime autoritario del presidente Isaias Afewerki, la fine del conflitto con il vicino etiope ha comunque portato alla revoca delle sanzioni ONU contro Asmara grazie alla mediazione dell’Arabia Saudita presso gli Stati Uniti.

Il porto di Massaua come nuova leva dei rapporti italo-cinesi nel Corno d’Africa - Geopolitica.info

Da quel momento l’Eritrea è stata parte in causa della “guerra degli approdi” tra le Potenze del Golfo che, in funzione di quanto accade sullo scacchiere yemenita (tornato improvvisamente d’attualità dopo gli attacchi contro i giacimenti sauditi di Buqayq e Khurais del 16 settembre scorso), hanno la necessità di tenere sotto controllo quanti più porti possibili affacciati sulla costa occidentale del Mar Rosso. Da qui anche l’interessamento della corte di Riad per l’Eritrea e per Gibuti: tra questi due Stati, importanti per gli equilibri strategici marittimi dell’area, sussiste una disputa quarantennale irrisolta per la regione di Dumeira occupata dalle truppe eritree; questione che oggi, grazie alla mediazione saudita, viene affrontata da entrambi i contendenti con spirito di collaborazione.

La guerra in Yemen e l’alto volume del traffico internazionale di petrolio che passa attraverso lo stretto di Babel Mandeb (nel 2016, secondo i dati del Dipartimento di Stato per l’Energia USA, ben 4,8 milioni di barili di greggio al giorno hanno attraversato lo stretto) hanno spinto molte delle Potenze impegnate nella nuova “corsa all’Africa” a puntare lo sguardo su un porto in crescente espansione come Massaua, prima capitale della Colonia italiana d’Eritrea ed oggi primo porto dell’Eritrea indipendente. Protetto dall’arcipelago Dahlak e vicino allo stretto di Babel Mandeb, il porto di Massaua è aperto agli investimenti dopo gli annunci in tal senso del presidente Afewerki e l’avvio del programma di modernizzazione infrastrutturale il cui obiettivo è fare della città un polo turistico e, soprattutto, produttivo oltre che di sosta obbligata per le navi petroliere e cargo che percorrono le rotte del “Cindoterraneo”.

Il porto nuovo di Massaua è uno dei più grandi del Corno d’Africa, costruito ed ampliato con capitali italiani e cinesi. Tuttavia, è stato il dragone cinese a fare la parte del leone con la costruzione dell’area dell’industria del freddo nel porto nuovo, giudicata un hub commerciale di primo livello per l’export di frutta e cereali, due tra le merci cardine del mercato eritreo. Gli investimenti nella zona di libero scambio del porto di Massaua sono parte integrante della strategia cinese di neo-colonizzazione del Corno d’Africa, senza contare che la Repubblica Popolare Cinese resta, tuttora, il riferimento ideologico-culturale del presidente Afewerki e del suo Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia.

L’ingombrante presenza cinese a Massaua ha condizionato non poco il ruolo italiano non solo in città ma in tutta l’Eritrea. Asmara ha prima blandito Roma per ottenere fondi e poi, una volta completate le opere, ha preferito puntare tutte le proprie carte su Pechino. Bisogna ricordare che l’Italia è considerata il “padre geopolitico” dell’Eritrea a fronte del “padre ideologico” cinese; nel 1890 gli italiani fondarono la Colonia Eritrea unendo per la prima volta tribù e gruppi umani che fino a quel momento non avevano avuto una consapevolezza unitaria, di pari passo la Cina maoista è sempre stata il riferimento ideale di Afewerki, il luogo in cui ha imparato le tecniche della guerriglia e della gestione di uno Stato socialista. I nuovi abboccamenti eritrei al governo italiano per l’ammodernamento della rete ferroviaria – che nel tratto che porta a Gibuti è stata interamente costruita con materiali e capitali cinesi – lasciano però ben sperare, a patto che Roma trovi un modus vivendi con la Cina.

Nella vicina Gibuti, da più parti definita come la “caserma del mondo”, esistono basi militari di diverse nazioni, tutte interessate a garantire la libertà e la sicurezza delle rotte commerciali nello stretto di Babel Mandeb ma altrettanto interessate a garantirsi un’area d’influenza più o meno ampia nel Corno d’Africa. Tra le Potenze che hanno militari schierati a Gibuti ci sono anche l’Italia e la Cina; con un piede ben piantato in Eritrea entrambe potrebbero ottenere sostanziali vantaggi rispetto ai rivali.

Il rafforzamento della posizione politica e strategica di una Potenza nel Corno d’Africa è legata alla capacità di essere considerata un buon investitore e, di conseguenza, un valido partner dagli Stati che affacciano sulla costa del Mar Rosso. L’Eritrea è uno di quei banchi di prova, forse uno dei più importanti, in cui la diplomazia italiana può testare l’utilità e la validità delle nuove frontiere aperte dalla “via della seta” che, inutile negarlo, in Africa ha una delle sue vie preferenziali di sviluppo. L’Eritrea, dalle frontiere con l’Etiopia fino allo scalo portuale di Massaua, è in continuo fermento modernizzatore e quindi è aperto alla penetrazione estera; due Potenze si trovano ad avere uguali interessi nell’area, la linea da seguire oscilla tra i due poli antitetici della collaborazione o dello scontro, tertium non datur.

Nonostante Roma abbia, inutile negarlo, alcuni obblighi nei confronti degli alleati occidentali – su tutti gli Stati Uniti – da rispettare, e dunque non può adottare una autonoma politica “cinese”, è anche vero che per quanto riguarda i rapporti con il mondo arabo e con le proprie ex colonie d’Africa l’Italia ha sempre goduto di ampia autonomia. Per la teoria dei “cerchi concentrici” della nostra politica estera infatti, le relazioni di Roma con l’Eritrea rientrano appieno nella “sfera creativa” e dunque autonoma della diplomazia nazionale. Dunque, ove non si possa adottare una politica di collaborazione diretta con la Cina, non bisogna perdere di vista la possibilità di dialogare – che significa essere disponibili ad investire capitali e risorse oltre che avere una strategia politica ben definita – con un partner come l’Eritrea, magari più approfonditamente di quanto non sia stato fatto nel corso degli ultimi anni.

 

La ferrovia Addis Abeba-Massaua: un’opportunità per l’Italia nella corsa all’Africa

Costruire una ferrovia per collegate la capitale etiopica Addis Abeba al porto eritreo di Massaua è sempre stato uno degli obiettivi strategici dell’Italia. Nella fase dell’imperialismo liberale (1882-1896) quella strada ferrata era vista da Roma come uno dei mezzi di penetrazione pacifica nell’Impero salomonide da attuare in concorso – in alcune fasi – o in alternativa alle armi. Nel breve, ma significativo, periodo d’esistenza dell’Africa Orientale Italiana (1936-1941) la costruzione della ferrovia, che avrebbe collegato la capitale dell’Impero al suo principale porto in espansione, fu avviata e mai terminata a causa della sconfitta italiana nella Seconda guerra mondiale.

La ferrovia Addis Abeba-Massaua: un’opportunità per l’Italia nella corsa all’Africa - Geopolitica.info

Costruita tra il 1887 ed il 1932, la ferrovia Massaua-Asmara è stata pensata dagli italiani come la prima frazione della più grande opera che si sarebbe spinta poi nel cuore dell’Impero d’Etiopia; interrotta a causa del conflitto eritreo-etiopico, è stata poi riattivata dal 1994 al 2003 ed oggi viene percorsa essenzialmente a scopo turistico poiché le autorità eritree non hanno a disposizione i mezzi adatti ad affrontare i dislivelli esistenti tra i capolinea.

La più importante opera ingegneristica della storia coloniale d’Italia è tornata improvvisamente agli onori della cronaca nel gennaio scorso quando il premier etiopico Abiy Ahmed ha incontrato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dichiarando in conferenza stampa che l’Italia avrebbe finanziato lo studio di fattibilità per la ferrovia Addis Abeba-Massaua il cui percorso passerebbe inevitabilmente per la linea Asmara-Massaua. In quella sede, non furono però comunicati né i tempi previsti, né la somma necessaria a condurre lo studio di quella che sarebbe, senza ombra di dubbio, non solo una grande opera atta a garantire maggiori profitti all’import/export etiopico e l’aumento dell’indotto commerciale per l’Eritrea, ma anche a consegnare a Roma le “chiavi” di un utile strumento di collaborazione e penetrazione nelle sue due ex colonie.

Sarebbe un peccato perdere questa occasione, a maggior ragione perché il Governo italiano ha mostrato, nel corso degli ultimi tempi, vivo interesse ad estendere la propria influenza in una regione d’interesse vitale come il Corno d’Africa ed il Mar Rosso. Per fare alcuni esempi basti ricordare la visita del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta a Gibuti durante il quale si è parlato delle operazioni militari di contrasto alla pirateria a Bab el Mandeb, il colloquio fruttuoso alla Farnesina tra i Ministri degli Esteri italiano ed eritreo e la Nave “Marceglia” della Marina Militare divenuta flagship della Missione Atalanta. Senza dimenticare poi l’apporto di aziende italiane di respiro internazionale come Calzedonia che ha scelto di aprire uno stabilimento produttivo a Macallè, città che rimanda alle glorie delle armi italiane durante l’assedio etiopico della città nel 1895-1896 ma che oggi è soprattutto uno dei principali centri economico-industriali dell’Etiopia con siti produttivi legati all’industria siderurgica e cementizia.

Proprio Macallè sarebbe una delle stazioni principali della ferrovia Addis Abeba-Massaua assieme alla capitale eritrea Asmara ed alla città etiopica di Auasc, nella regione dell’Afar. Quest’ultima è anche una delle stazioni della nuova ferrovia internazionale Addis Abeba-Gibuti, inaugurata nel 2016 dopo cinque anni di lavori e costruita interamente con capitali e materiali cinesi. Questa ferrovia è parte integrante della “corsa all’Africa” della Cina, con il governo di Pechino che punta alla colonizzazione finanziaria del Continente nero attraverso aiuti economici diretti – come i 60 miliardi di dollari del fondo comune per lo sviluppo dell’Africa voluto da Xi Jinping nel 2018 ed annunciato al Forum per la cooperazione tra Africa e Cina (FOCAC) – e la collaborazione cinese alla costruzione di infrastrutture, specie portuali e ferroviarie, nei Paesi che più sono indebitati con le banche d’investimento di Pechino come l’Angola, il Kenya, lo Zambia e, per l’appunto, Gibuti.  Gibuti è destinato ad assumere debiti pubblici pari a circa l’88% del Pil totale del paese, di 1,72 miliardi di dollari, con la Cina che ne detiene la maggior parte e che quindi ha preteso una fetta importante dei lavori sugli ammodernamenti infrastrutturali del piccolo ma strategico Stato del Corno d’Africa. La Dept Trap Diplomacy cinese ha nella stessa area d’interesse italiana un ruolo strategico fondamentale ed è proprio in Pechino che Roma dovrà cercare un partner fondamentale per portare a compimento i progetti, attualmente su carta, nella regione che dall’entroterra etiopico arriva fino alle sponde del Mar Rosso.

Per questioni geografiche, politiche ed economiche, dunque strategiche, l’Italia ha la necessità di rimettere piede nel suo ex impero coloniale da partner dei governi di Asmara ed Addis Abeba; uno dei primi passi da compiere per spezzare la “corda” che tiene l’Italia segregata nel Mediterraneo e migliorare i rapporti bilaterali con l’Egitto che è padrone delle rotte commerciali che attraversano il Canale di Suez. Roma non potrà attuare una accorta politica di stabilizzazione mediterranea se, di pari passo, non sceglierà di inserirsi attivamente nella nuova corsa all’Africa delle grandi e medie Potenze.

 

 

 

L’Italia nel mar Rosso: riflessioni sintetiche su alcune scelte strategiche italiane tra Mediterraneo ed Oceano Indiano

L’Italia è una “Potenza anfibia” con interessi vitali tanto sulla terraferma quanto sui mari. A dare questa definizione, negli anni ’30 del secolo scorso, furono i fondatori della Scuola italiana di geopolitica Ernesto Massi e Giorgio Roletto che aggiunsero questo terzo elemento al dualismo conflittuale Potenze terrestri – Potenze marittime della geopolitica classica. Per la sua stessa conformazione geografica l’Italia è ancorata all’Europa e protesa allo stesso tempo nel Mediterraneo orientale. Per il “gioco delle proiezioni” e per la trasformazione degli scenari economico-commerciali mondiali il Mar Rosso diventa una regione fortemente attrattiva per gli interessi dell’Italia “anfibia”.

L’Italia nel mar Rosso: riflessioni sintetiche su alcune scelte strategiche italiane tra Mediterraneo ed Oceano Indiano - Geopolitica.info

Quando nel 1882 il governo italiano acquistò la Baia di Assab dalla Compagnia Rubattino, il ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini – tra i fondatori dell’ideologia coloniale italiana – giustificò in Parlamento questa operazione con la necessità per il nostro Paese di essere parte in causa nella nascita e nello sviluppo delle nuove rotte commerciali che, dal Canale di Suez, collegavano il Mediterraneo con l’Oceano Indiano. Il successivo rafforzamento della presenza militare e politico-amministrativa italiana nel Corno d’Africa, con l’estensione dei possedimenti di diretto dominio in Eritrea e Somalia, aveva come scopo strategico proprio quello di avere piedi ben piantati nelle acque del Mar Rosso. Nonostante le attenzioni di politici, diplomatici e militari italiani si fossero concentrate sull’Impero etiopico, in molti, su tutti il governatore dell’Eritrea Jacopo Gasparini, rimasero convinti che il vero nucleo dell’interesse nazionale fosse il Mar Rosso nel nome di una più ampia “proiezione imperiale” italiana.

L’evoluzione dell’economia mondiale, con la comparsa sullo scenario internazionale di attori come l’India e la Cina, lascia pensare che effettivamente Gasparini, Massi e Roletto non avessero torto a spostare la barra degli interessi italiani nel Mar Rosso che è tanto più importante quanto più identificato quale rotta preferenziale dei grandi traffici commerciali nell’epoca della globalizzazione. Una teoria ma anche una linea politica che spinga Roma ad avere un ruolo più importante nel Mar Rosso, con il rafforzamento dei rapporti bilaterali con gli Stati della sponda occidentale ed investimenti strategici ben mirati nell’area, non è in contrasto né con la nuova “Via della seta” (interessante se considerata alla luce della penetrazione economica e politica cinese nel Corno d’Africa) fortemente voluta dal presidente del consiglio Conte, né con le tradizionali direttrici euro-atlantiche della politica estera nazionale. Alcune scelte politico-diplomatiche del governo giallo-verde pare alludessero proprio ad una revisione del ruolo italiano nella regione, si pensi al viaggio di Giuseppe Conte in India, alla definizione di “Mediterraneo allargato” ed alla teorizzazione del “ruolo positivo dell’Africa negli scenari internazionali” che deve essere promosso in Europa proprio dall’Italia. Questa idea ancora evanescente, seppur affascinante, poggia comunque sul ruolo geografico e geostrategico che la Penisola italiana riveste quale “terminale” per i traffici commerciali del “Cindoterraneo” (Cina – Oceano Indiano – Mediterraneo) che è, ad oggi, la principale carta che la nostra diplomazia può giocare sui tavoli che contano.

Anche i rapporti bilaterali solidi con l’Eritrea, la nostra ex “Colonia primigenia”, contribuiscono a rafforzare la presenza italiana nel Mar Rosso. Lo scorso 4 luglio il ministro degli Esteri Moavero Milanesi ha incontrato alla Farnesina il suo omologo eritreo Osman Saleh ed il comunicato ufficiale parla di “forte interesse – da parte eritrea ndr – per gli investimenti italiani, segnatamente nel settore delle infrastrutture portuali, nel quadro della dinamica espansione che, grazie anche all’iniziativa italiana, stanno vivendo le rotte dei collegamenti marittimi tra il Mediterraneo e l’Asia Orientale, via l’Oceano indiano”.  Parole che ben evidenziano come la penetrazione italiana nel Mar Rosso passi attraverso le attività delle nostre aziende in una fase in cui Paesi dalle enormi potenzialità hanno la necessità di modernizzare ed in alcuni casi costruire da zero le proprie infrastrutture strategiche.

I rapporti con il governo somalo, nonostante le numerose attestazioni di stima, sono invece ancora soggetti al doppio livello d’una narrazione che vorrebbe l’Italia protagonista nel Paese, visto il suo passato prima come Potenza coloniale e poi come Potenza amministratrice, a fronte di un disimpegno politico-militare nella regione a partire dalla seconda metà degli anni ’90 che ha drasticamente minato le possibilità italiane di incidere profondamente sui meccanismi decisionali dello “Stato fallito” più instabile del Corno d’Africa.

Uno sguardo a parte va poi gettato sul Sudan dove l’Italia – pur nell’ambito della complessa transizione politica che la terra dei Dervisci sta attraversando – riesce, tramite l’approccio “interculturale” dei propri diplomatici in loco, non solo a contribuire in maniera determinante al programma di sminamento delle Nazioni Unite, ma anche a tenere aperte finestre di dialogo con le tante realtà locali comprendendone necessità e captandone gli obiettivi, come già riportato da Geopolitica.info nell’articolo di  Fabrizio Lobasso e Elenoire Laudieri di Biase.

In acque che lambiscono aree fortemente instabili la presenza militare è fondamentale. In questo quadro si inserisce l’importante ruolo rivestito dall’Italia nell’ambito dell’Operazione Atalanta per il contrasto della pirateria nel Corno d’Africa. Il 23 luglio scorso la fregata “Antonio Marceglia” della Marina Militare ha assunto il ruolo di Force Commander dell’Operazione decisa dal Consiglio Europeo nel 2008 e che sta dando importanti frutti contro un fenomeno, quello della pirateria nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, che rischia di minare pericolosamente i traffici commerciali lungo la rotta di Suez oltre a costituire una pressante minaccia per il trasporto degli aiuti umanitari del World Food Programme. La fregata comandata dal contrammiraglio Armando Simi sarà impegnata fino a dicembre 2019 nell’area del Golfo di Aden e dell’Oceano Indiano. Nonostante la scarsa attenzione mediatica, la Missione Atalanta ha un’importanza strategica vitale per i nostri interessi nazionali nel Mar Rosso che sono inevitabilmente connessi con la libertà di navigazione e l’espansione dei traffici commerciali nei “mari caldi”.

La politica italiana nel Mar Rosso è espressione tanto della diplomazia economica tanto di quella tradizionale, ma anche di dialogo interculturale tra realtà che, per un certo periodo della loro storia, hanno convissuto sotto la stessa bandiera. La commistione positiva di interessi economico-privati e politici-statali spinge necessariamente l’Italia verso il Mar Rosso che è regione di mercati emergenti e via di comunicazione fondamentale. Può sembrare che, indirettamente, la condotta italiana nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso abbia i suoi pilastri fondamentali nelle teorie espresse dalla Società Geografica Italiana tra gli anni ’60 e ’90 del XIX Secolo ma c’è ancora tanto da fare per ritagliarsi un’area d’influenza politico-economica propria al riparo dall’assalto dei giganti cinese ed indiano specialmente perché le regole del gioco ad oggi vedono ancora gli Stati nazionali come attori fondamentali e le organizzazioni sovranazionali come l’UE incapaci di dettare la linea e di avere una strategia comune.

 

 

 

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione”

Parafrasando le parole del prof. Kerry Brown possiamo affermare che, se le mire della Cina riguardo la BRI in qualche modo sono state decifrate, almeno dalla maggior parte degli osservatori, diverso discorso se si parla di Africa. In questo caso le opinioni appaiono decisamente divergenti e a seguire si cercherà di dare conto di alcune di queste diverse visioni.

Pechino in Africa, “una storia in cerca di copione” - Geopolitica.info Photo credit: GovernmentZA on Visual Hunt / CC BY-ND

 

La presenza cinese nel continente subsahariano

Sappiamo – vedi corso online a cura del prof. Marco Cochi – che gli specialisti di numerose discipline individuano principalmente tre aree di interesse in merito alla presenza cinese in Africa: 1) acquisizione di materie prime; 2) ricerca di nuovi mercati; 3) supporto africano nelle istituzioni internazionali.

Scriveva infatti pochi anni fa Giovanni Carbone che quello cinese non è tanto uno sbarco – in riferimento alla crescita esponenziale della presenza di Pechino nelle vicende del continente africano – quanto un ritorno. Infatti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso si erano sviluppati dei legami con i paesi neoindipendenti della regione, motivati, secondo il politologo, da ragioni politico-ideologiche. Poi negli anni Ottanta una sorta di ripiegamento per una Cina interamente assorbita dal riprogettare il proprio sviluppo interno. Le cose cambiano nuovamente negli anni Novanta e in particolare nel 1993 quando la Cina divenne importatore netto di petrolio. La presenza economico-finanziaria avrebbe in seguito avuto un forte regia centrale, in presenza oltretutto dei forum Cina-Africa organizzati ogni tre anni. Secondo Carbone quindi gli obiettivi economici sono stati da subito cruciali, non fosse altro perché il paese asiatico è costantemente alla ricerca di combustibile. Per non parlare della prospettiva di sfruttare la produzione agricola di un continente a densità di popolazione relativa bassa. Non tutte rose e fiori, come intuibile, visto ad esempio le violente proteste nel 2008 in Zambia riguardo la presenza di manovalanza importata dalla Cina. Parimenti si evidenziano le ragioni politiche, come ad esempio la ricerca di alleati che appoggiassero una linea di non ingerenza di fronte ai massacri di Tiananmen. L’aspetto tipicamente “cinese” inoltre è che la grande potenza del sol levante ha prestato il suo sostegno – inteso anche come forniture di armi – senza discriminare i paesi in base ad eventuali loro mancanze in merito alla lesione di diritti umani. Salvo dover considerare la richiesta non negoziabile in merito alla “one-China policy”, ovvero la pretesa di non riconoscere ufficialmente Taiwan. Un aspetto che ci riporta al terzo punto.

Peraltro – ed è constatazione che riguarda questi ultimissimi anni – da quando Xi Jinping è salito al potere è scomparsa proprio ogni idea di riforma politica reale, la “democrazia è una parola che non ha mai pronunciato”; ed è quindi un contesto che ancor di più evidenzia l’atteggiamento cinese che, in Africa e altrove, non pone problemi riguardo l’eventuale lesione dei diritti umani, civili, politici, economici da parte dei suoi interlocutori internazionali.

Come ha scritto Simone Pieranni – e il concetto vale più che mai per il continente africano – “alla Cina interessa che il mercato sia aperto, che le potenzialità di investimento siano alte, che non ci siano barriere doganali a complicare le cose: per il resto ciascun stato faccia quello che vuole”. Insomma, una globalizzazione alla cinese che non contempla il politicamente corretto delle nostre democrazie.

Kerry Brown, che sembra più attento alle motivazioni politiche della Cina in Africa, ha scritto più diffusamente delle pressioni operate nei confronti dei paesi africani nel contesto della “battaglia per il riconoscimento diplomatico che si disputò tra la Repubblica di Cina a Taiwan e la RPC”.

Se poi è vero che Europa e Stati Uniti sono stati da sempre diffidenti sulla presenza cinese in Africa, non c’è dubbio che il passato colonialista degli occidentali non ha permesso di esprimere critiche senza finire di esser accusati di ipocrisia. Nel frattempo, anche gli studiosi, che magari guardavano con più attenzione alle strategie strettamente politiche dei cinesi, hanno dovuto prendere atto che nel XXI secolo la Cina continua ad essere presente e con atteggiamenti che non hanno nulla a che fare con la sfera ideologica. Uno studioso come Stephen Chan, che oltretutto ha vissuto diversi anni in Africa prima di trasferirsi in Gran Bretagna, ha parlato di una mentalità cinese chiusa e culturalmente insensibile – in riferimento alla presenza di lavoratori cinesi e alle metodologia di investimento – intendendo sostanzialmente che l’interazione economica e il comportamento cinese sono ormai ravvisabili per il loro carattere opportunistico, piuttosto che guidati da un progetto strategico ampio e pienamente intellegibile.

Mentalità – ripetiamolo ancora – che si è scontrata con i sospetti di una popolazione autoctona molto urtata dal fatto che i beni cinesi stessero invadendo i mercati locali e che i lavoratori asiatici potessero togliere loro il lavoro.

Forse più allarmanti le analisi di Antonio Selvatici che riguardo la presenza cinese in Africa scrive di una “tendenza consolidata di conquista”, di Africa come “primo obiettivo della strategia d’espansione cinese”

Negli ultimi anni, fa ancora notare Kerry Brown, si è assistito ad una parziale svolta nei rapporti tra Cina e Africa, in particolare in riferimento ai nuovi piani a lungo termine che hanno voluto dire incrementare la presenza militare. Consideriamo infatti che la Cina non è ancora una vera e propria potenza marittima, ma Xi Jinping ha inteso stabilire un avamposto nel corno d’Africa, ovvero nel povero stato di Gibuti. Le autorità cinesi hanno ribadito che la realizzazione di questo avamposto rappresenta innanzitutto una protezione per le navi che trasportano il petrolio dal Medio Oriente (con conseguenti investimenti nella costruzione di aeroporti): una risposta ufficiale a quegli analisti statunitensi che in questo distaccamento cinese in terra d’Africa vi hanno visto semmai una strategia di Xi Jinping, ormai intento a trasformare l’assetto militare cinese ben al di là della difesa dei confini nazionali.

 

Conclusioni

Possiamo rilevare che Xi Jinping riguardo il continente africano non si è ancora espresso diffusamente con narrazioni enfatiche e quindi il ruolo della Cina in Africa agli occhi degli osservatori rimane ancor di più enigmatico. Una situazione in divenire, non del tutto chiara, che quindi ci riporta al titolo di “una storia in cerca di copione”.

Does Foreign Direct Investment (FDI) Accelerate Economic Growth in Djibouti?

Djibouti is a country located in the Horn of Africa. It is bordered by Eritrea in the north, Ethiopia in the west and south and Somalia in the southeast, is strategically placed between Africa, Asia and Europe. Djibouti enjoys peaceful social coexistence and relevant political stability. Growth in annual gross domestic product (GDP) increased from an average of 4.2 % in the period 2002-2012to 5 % in 2013. Foreign Direct Investment (FDI) percent of GDP increased from an average of 8.7 % in the period 2002-2012 to 19.6 % in 2013. Since the early 2000s, Djibouti incorporated foreign direct investment matters in its policy documents; more over in 2001 the country established the National Agency for Investment Promotion (ANPI) to promote investment in the country.

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Political, Economic and social context

More importantly the government of Djibouti adopted the National Initiative for Social Development (INDS) in 2007 to boost economic growth via development of private sector and they pointed out the importance of FDI, so to increase the inflows at 20 % of GDP over the period of 2011-2015.In the 2000s the country has never received considerable FDI flows that higher than in 2007 (23 % of GDP) so Djibouti performing better than the other countries in the Common Market for Eastern and Southern Africa (COMESA).Although great efforts made to promote FDI, the country does not yet have a formal strategy to attract FDI.

Djibouti is located in a conflict-vulnerable region, it enjoys over a decade-long period of political stability. Djibouti is a semi-presidential republic; the executive power is under the control of Djibouti government while the legislative power is shared by both the government and country’s parliament. National assembly represents the legislative branch of the government of Djibouti which consists of 65 members. The constitution is influenced by the French constitution. France was the formal colonial power in the East African region.

The president is democratically elected to the post and he has the power to appoint ministers. The current president is Ismael Omer Guellah from People’s Rally for Progress (PRP) party, who has been in power since May 8th, 1999, was re-elected with strong majority for third term on April 8th, 2011. At the regional level, Djibouti tries to keep good relations with neighbouring countries of Ethiopia and Somalia.It played important role in Somalia by arranging discussions that progressed to the Djibouti agreements of August and December 2008 instituting the transitional federal government of Somalia.

Economic and Social context

Since the beginning of the new millennium, the country launched enormous infrastructural investment programme to take advantage of its Geo-strategic location in the Horn of Africa aims to extend electricity and water supply besides increasing trade with neighbouring countries e.g Ethiopia, Somalia, Gulf countries,…etc. GDPis continuing the acceleration that begun in 2012, the rate of growth increased from 3% to 5% and the sources of growth are port activity and FDI flows generate revenue from service activities.

The economy in Djibouti faces many issues. It is relying on Ports (free zone and transhipment to landlocked Ethiopia) and revenue from the existence of foreign military bases. Therefore; some international financial institutions such as International Monetary Fund (IMF) attempting to persuade the government of Djibouti to address and rectify some macroeconomic and fiscal problems but the government of Djibouti has been resisting to these reforms. The reforms that have been strongly proposed such as: an increase on FDI and diversification of the economy not to depend only on ports besides reforms to increase economic growth to enhance business climate and better allocation of funds for the alleviation of unemployment and poverty. Moreover the IMF in 2013 talks with the government of Djibouti to increase domestic funding through reforming tax      exemption and reducing invisible oilproduct.

Port activity represents the backbone of the economy. Djibouti concluded commercial agreement with landlocked Ethiopia and after the independence of South Sudan in July 2011, Djibouti signed with South Sudan an economic co-operation in 2012 and the agreement comprises the construction of oil pipeline, freight and rail infrastructure linking South Sudan to Djibouti via Ethiopia.

The average of FDI inflows (% of GDP) during 2006-2008 was 20% which demonstrates that the highest level of FDI inflows in the country that boosted the growth during that time and the FDI inflows mainly from the Gulf States for instance Dubai, Saudi Arabia and Kuwait. In 2013 FDI rose to 18.6 % of GDP and most of it coming from China, a new investor in the region.

Social context and human development   

Crucial improvement has been made in education as the level of gross primary school enrolment rose to 82.8% in 2012. Maternal mortality still high, at 300 per thousand births in 2010 while infant mortality is 58.0 per thousand in 2012.

Although the number of health workers has noticeably increased, they are at administrative level than in the field. Malnutrition affects almost one third of the population while poverty reduction is the main challenge for the government of Djibouti and there is a great effort to tackle this issue, many projects were started in 2014 such as the distribution of coupons to buy food. The country also faces continuous flow of immigrants from Ethiopia, Somalia and Eritrea on their way to Arabian Peninsula (according to the International Organization for Migration100 000 people pass the country each year).

Trends in Foreign Direct Investment inflows

In 2013 FDI inflows reached to levels not seen since the global economic crisis in 2008 growing by 260% to an estimated 286 million. In 2008 the level of FDI was 228 million declined to 37 million in 2010 due to the economic crisis of 2007-2008 then started to increase in 2011 and 2012 until it reached a new high record of 286 million in 2013. In 2007 FDI totalled 23% of Djibouti’s GDP then decreased to 3% in 2010 and started to grow to reach about 20% in 2013.

Investment climate

Djibouti belongs to many regional organizations such as Common Market for Eastern and Southern Africa (COMESA), which consist of 19 member states into a common market, Inter-Governmental Authority on Development (IGAD) and a member of World Trade Organization (WTO) since May 31, 1995 (GATT: December 16, 1994). Country’s law favours foreign investment, in 2011 the government established National Investment Promotion Agency (NIPA) to promotes and facilitates investment operations. Djibouti has no restrictions on foreign exchange. Djibouti signed several bilateral investment agreements with, France, Sudan, South Sudan, Egypt, Malaysia, China, Ethiopia, Yemen and India.

Djibouti is politically stable when compared with the other countries in the region such as Somalia, Eritrea and Yemen. Regarding efficient capital markets and portfolio investment, there are two large Banks control country’s banking sector these bank are Industry Mer Rouge and Bank of Africa. There are some issues related to corruption and labour ; Djiboutian laws and regulations proscribing  corrupt practices, but punishment for corruption is few and far between and also labour laws favour the employee.

Conclusion

It can be said that the correlation between FDI net inflows % of GDP and GDP growth is estimated to be strong positive (0.64) and the relevant coefficient estimate (0.306) statistically is highly significant. Some impacts of FDI in the host country cannot be seen for short run and also cannot be evaluated or calculated quantitatively for instance technology and knowledge acquisition, and it may take a considerable time before these variables affect growth.

When attracting FDI it should be directed to some specific sector where foreign investment is needed most to address and solve major issues in the host country.In order to maximize the positive impacts of foreign investment,government of Djibouti should verify that the existing policies, regulations and institutions are adequate, and consultations with all stakeholders.For further empirical studies, it will be interesting to study how FDI inflow contributes to economic development in Djibouti.

Il lento processo di state building somalo

Al giorno d’oggi si possono contare sulle dita di una mano gli stati considerati “falliti”, ossia quei paesi dove il governo ha qualche problema a esercitare, o addirittura non ha più alcuno tipo di autorità sul territorio nazionale. Uno dei più famosi tra questi paesi è senza dubbio la Somalia. Questo paese vive da circa trent’anni, con fasi alterne e con diversi contendenti, in uno stato di guerra civile.

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Quest’ex colonia italiana diventa formalmente indipendente il 1° luglio 1960, quando la ex Somalia italiana e la ex Somalia Britannica si riunirono in un unico stato, la Repubblica di Somalia. Le cose per il neonato stato somalo, come per la maggior parte di stati ex colonie  europee in Africa che acquisirono l’indipendenza proprio in quell’anno, non furono facili e già dopo quattro anni dalla proclamazione d’indipendenza e in seguito nel 1977 questa nazione si trovò coinvolta in una guerra con il suo vicino etiope per delle dispute territoriali riguardanti il territorio dell’Ogaden, territorio a maggioranza somala, ma sotto la giurisdizione etiope. L’Etiopia vinse la guerra e ottenne il controllo formale sull’Ogaden, il quale è ancora oggi un territorio instabile, dove imperversa una  guerriglia che pretende l’indipendenza dall’Etiopia.

 

Nel 1969 il presidente legittimamente eletto della repubblica somala, Ali Scarmarke Abdirashid, fu assassinato dalla sua guardia del corpo durante una visita ufficiale, e, una settimana dopo la sua morte, l’esercito organizzò un colpo di stato non cruento, facendo salire al potere il suo comandante in capo, il generale Siad Barre. Ex ufficiale dei carabinieri, poi passato all’esercito, Siad Barre cercò di creare in Somalia uno stato forte,su base marxista, con la costruzione di infrastrutture pubbliche e la creazione di un sistema scolastico e sanitario gratuito. Tuttavia, quest’idillio durò poco, e già negli anni 70 il suo potere si incanalò sempre più verso una feroce dittatura. In seguito a una manifestazione contro il suo governo, avvenuta nel 1990 in uno stadio della capitale, Barre fece aprire il fuoco sui manifestanti. L’animosità verso la dittatura portò alla nascita di diverse fazioni che osteggiavano la politica di Barre. Queste decisero di prendere le armi contro il potere centrale, operando soprattutto nel nord del paese, supportate dal nemico principale di Barre, l’Etiopia. Ciò diede inizio all’escalation di violenza che ancora oggi non vede una fine. Gli scontri si espansero in tutto il paese e il dittatore fu costretto a fuggire nella zona sud ovest della Somalia, l’unica ancora sotto il suo pieno controllo e da lì cercò a dirigere le operazioni e  riprendere il controllo della capitale, senza riuscirvi. Nel maggio 1992, Siad Barre fuggì definitivamente dal paese, riparando a Nairobi.

In questo scenario trovò spazio un nuovo protagonista, Mohammed Farah Hassan, soprannominato Aidid, il “vittorioso” in lingua somala. Questo ex generale dell’esercito somalo aveva guidato la rivolta contro Siad Barre, cacciando le truppe governative da Mogadiscio nel gennaio 1991. Dopo la cacciata delle truppe del dittatore dalla capitale, il Congresso della Somalia Unita (USC), l’organo che si era opposto alla dittatura, nominò Ali Mahdi Mohamed, e non Aidid, presidente della repubblica somala. Questa decisione diede avvio a una nuova fase della guerra civile, che non vedeva più truppe ribelli scontrarsi contro la dittatura, ma le truppe di Aidid scontrarsi contro le formazioni del neonato governo, che era stato confermato durante la conferenza di Gibuti del luglio 1991, che aveva come argomento proprio la pace in Somalia. In quel frangente, l’ex Somalia britannica dichiarò la propria indipendenza dal resto del paese, divenendo così quella che oggi è conosciuta come Somaliland.

Intanto, in quello che restava di Mogadiscio e dello stato somalo, le milizie dei due contendenti si scontravano in una lotta senza quartiere, coinvolgendo anche la popolazione civile. Questo caos causò così una terribile crisi umanitaria, la quale spinse le Nazioni Unite alla decisione di intervenire per ristabilire la pace e l’ordine nel martoriato stato africano. Con la risoluzione ONU 733 e la 746 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si diede vita alla missione UNISOM, con l’intento di far cessare le ostilità e aiutare la popolazione somala. Con la risoluzione 792 invece si mobilitava una coalizione internazionale, capeggiata dagli Stati Uniti, la cosiddetta UNITAF, conosciuta anche come Restore Hope. Della missione facevano parte paesi come gli Stati Uniti appunto, il Belgio, la Francia e anche l’Italia.

Il 2 dicembre 1992 le forze statunitensi entrarono in Somalia, seguite poi da quelle degli altri paesi. Le truppe sul terreno iniziarono la loro opera di ripristino della vita civile, distribuendo cibo, fornendo assistenza medica, ma soprattutto, disarmando le fazioni in lotta. La missione UNITAF finì nel maggio 1993 e fu sostituita dalla missione UNISOM II.

I rapporti con la popolazione e anche con le varie milizie locali furono abbastanza buoni fino a quando le truppe internazionali non decisero di cambiare la strategia e provare a catturare il capo ribelle più famoso, Aidid. Il 5 giugno 1993 rimasero uccisi 24 soldati ONU pakistani, mentre questi avevano cercato di occupare una stazione radio utilizzata dalle milizie di Aidid. Il 2 luglio fu la volta degli italiani, che a seguito di un rastrellamento, durante il quale si erano avvicinati troppo al ricercato numero uno somalo, furono coinvolti in una battaglia per le strade di Mogadiscio, dove rimasero uccisi tre soldati. Tuttavia, l’episodio più famoso è forse quello che coinvolse gli americani il 3 ottobre di quell’anno. Nel tentativo di catturare Aidid, gli americani caddero in un’imboscata nelle strade della capitale, che causò 19 morti tra le fila statunitensi e portò al fallimento completo dell’operazione, che non riuscì a ottenere i suoi obbiettivi.

 

Gli USA ritirarono i soldati nel marzo del 1994, dopo pesanti critiche sull’operato dell’esercito e sull’utilità della missione. Le truppe ONU, le ultime ad andarsene, lasciarono definitivamente la Somalia il 3 marzo del 1995, senza aver raggiunto ciò che si erano prefissate, abbandonando il paese nel caos più assoluto.

Con il ritiro degli eserciti internazionali, Aidid si proclamò presidente del paese, ponendo fine al governo di Ali Mahdi Mohamed, che esisteva ancora solo in maniera formale. Nonostante ciò,neanche il potente signore della guerra riuscì a ottenere il controllo di tutto il paese, e perfino sulla capitale la sua autorità rimaneva debole, in quanto le milizie del’ex presidente Mahdi non si erano arrese e continuavano a portare avanti la lotta contro il loro nemico per eccellenza.

Aidid morì nel 1996 e a lui successe suo figlio Hussein, il quale si proclamò presidente della Somalia, senza che però nessuno lo riconoscesse. Il regno di Hussein durò poco. Già nel 1997 egli rinunciò alle sue pretese di divenire presidente firmando la Dichiarazione del Cairo, mantenendo comunque il suo potere informale.

Nel 1998 Hussein e Mahdi elaborarono un trattato di pace con il quale si spartirono la città di Mogadiscio, che dopo 7 anni di lotte intestine vedeva finalmente una tregua tra le due fazioni in lotta.

La Somalia avrebbe dovuto però  attendere fino al 2000 per vedere di nuovo un presidente della repubblica formalmente riconosciuto a livello internazionale, Abdiqasim Salad Hassan. Durante la conferenza di pace  Gibuti nello stesso anno veniva creato il Governo Nazionale di Transizione  Somalo, con a capo proprio Hassan. Tuttavia, questo governo non venne riconosciuto dalla maggior parte dei signori della guerra, compreso Hussein.

Nonostante queste premesse, due anni dopo si riuscì a firmare un cessate il fuoco tra il Governo Nazionale di Transizione e le varie fazioni che vi si opponevano. Nel 2004 vi fu la creazione del Governo Federale di Transizione Somalo (TFG), con presidente Abdullah Yusuf Ahmed. Comunque, questo governo non godeva certo di una  piena autonomia e legittimità, in quanto non eletto e presieduto quasi esclusivamente dai signori della guerra, i quali non erano certo disposti a cedere i propri feudi costruiti negli anni, con il rischio di favorire qualche altro capo milizia. Questa nuova istituzione riuscì finalmente a ritornare in Somalia solo nel 2006, stabilendo la sede Baidoa.

Una nuova sfida però attendeva il governo appena insediato. Agl’inizi degli anni 2000, quasi a voler legittimare il loro potere dinanzi agli Stati Uniti e alla Comunità internazionale, diverse fazioni, tra cui anche quella di Hussein, si erano eletti paladine nella lotta contro il proliferare del fanatismo islamico. Facendo così però, le milizie iniziarono a prendere di mira i numerosissimi musulmani somali, che non videro altra scelta che prendere le armi e difendersi contro questi soprusi, creando così l’Unione delle Corti Islamiche. Nel 2006, queste nuove milizie religiose, sovvenzionate da Libia, Arabia Saudita e Iran, riuscirono a scacciare le altre fazioni dalla capitale e a prenderne il controllo. Il Governo Federale di Transizione così perse il controllo di Mogadiscio. Le Corti in poco tempo riuscirono a guadagnare terreno e a impossessarsi di una grande porzione del territorio somalo.

Per ben due volte si cercò di trovare un accordo tra le fazioni islamiche e il Governo, con l’aiuto di organismi internazionali come l’ONU e la Lega Araba, senza però avere successo. Il 14 agosto 2006,la regione del Galmudug, visto il caos regnante nel resto del paese, decisero di auto dichiararsi  stato indipendente dal resto della Somalia.

Nel frattempo, le Corti Islamiche erano riuscite a introdurre una sorta di tranquillità nelle zone a loro sottoposte, favorendo la riapertura di negozi e perfino dell’aeroporto. Nonostante ciò, il clima di violenza era presente in tutte le aree a loro assoggettate e questi nuovi signori della guerra non si inibivano dall’usare brutalità contro la popolazione, motivando le loro azioni con la necessità di far rispettare i precetti dell’Islam.

Il contesto arrivò ad aggravarsi a tal punto che l’Etiopia, alleato del governo di Baidoa, decise di intervenire, e, dopo pesanti scontri, riuscì a ottenere il controllo della capitale somala nel mese di dicembre, provocando però migliaia di morti tra i civili  e suscitando indignazione a livello internazionale.

Il 9 gennaio 2007, anche gli Stati Uniti entrarono effettivamente nel conflitto, fornendo supporto aereo alle truppe del governo somalo e a quelle etiopi. Questi bombardamenti causarono diverse vittime tra la popolazione civile, e numerose critiche furono fatte agli USA per il modo in cui stavano operando nell’area.

Nel marzo 2007, truppe ugandesi della missione di pace dell’Unione Africana (AMISOM) entrarono a Mogadiscio, incaricate di ristabilire l’ordine e contrastare un ritorno delle milizie islamiche. Questo diede avvio a una nuova fase della guerra, divenendo questi “caschi verdi”, ossia le forze di pace costituite dagli eserciti africani, il bersaglio degli islamisti. La situazione a Mogadiscio peggiorò notevolmente, vedendo scontri tra le principali forze di opposizione all’avanzata delle corti islamiche e gli stessi integralisti.

Nel corso del 2008 la situazione non presentò alcun tipo di miglioramento. La città di Mogadiscio era quasi completamente abbandonata dalla popolazione civile,in quanto epicentro degli scontri più violenti. È soprattutto in quest’anno che Al Shaabab, la frangia più radicale presente nelle Corti islamiche, iniziò a ritagliarsi un ruolo di protagonista all’interno dello scacchiere somalo. L’obbiettivo di quest’ala dei miliziani islamisti era, com’era del resto quello della restante parte delle milizie islamiste, cacciare gli etiopi dalla Somalia e instaurare un loro califfato sulle basi della Sharia. Non appena gli etiopi si ritirarono effettivamente dalla Somalia nel gennaio 2009, Al Shaabab iniziò la sua campagna contro quello che restava del Governo Nazionale di Transizione, che dal 31 gennaio era comandato dal capo della fazione più moderata all’interno dell’Unione delle Corti Islamiche,  Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, e le truppe dell’AMISOM, ottenendo anche svariati successi, come la conquista di Baidoa del 26 gennaio 2009. Proprio la nomina del nuovo presidente del governo nazionale di transizione aveva segnato una spaccatura all’interno dell’Unione islamica, facendo emergere Al Shaabab come il principale avversario del governo e delle truppe internazionali e del TFG .

 

Sempre in questi anni si assistette a un incremento degli atti di pirateria a largo delle coste somale. Ex pescatori, miliziani e ex soldati dell’esercito somalo iniziarono ad attaccare le navi mercantili che transitavano vicino alla Somalia. Si pensa che la pirateria possa essere una fonte di guadagno anche per gli stessi miliziani di Al Shaabab. L’aggravarsi del contesto portò la comunità internazionale ad approvare un intervento marittimo nella zona, l’operazione Ocean Shield, alla fine del 2008, tuttora in azione.

Negli ultimi tre anni, Al Shaabab ha visto diminuire la sua sfera di influenza. Il 6 agosto 2011 le milizie islamiche furono definitivamente cacciate da Mogadiscio in seguito alla campagna lanciata dal Governo nazionale di transizione e le truppe dell’AMISOM. Mentre dal 2012, in successione quasi tutte le rimanenti roccaforti dell’organizzazione caddero l’una dopo l’altra. Ormai Al Shaabab controlla solo piccole parti della Somalia, da dove lancia azioni di guerriglia e attentati, senza però essere in grado di recuperare il territorio perduto.

Oggi la Somalia è ancora uno dei paesi più poveri e pericolosi al mondo, terra di trafficanti e terroristi, prostata da numerose carestie e ondate di siccità che hanno piegato un’economia già di per sé debolissima. La speranza è che le truppe dell’AMISOM e del  TFG riescano a battere finalmente Al Shaabab e a riportare la pace dopo più di 25 anni di guerra.

Yemen: Tra intervento americano e soluzioni regionali cresce l'incertezza

Il fallito attentato del 25 dicembre del 2009, condotto dal giovane nigeriano Abdulmutallab sul Volo 253 Amsterdam-Detroit della Delta Airlines, ha riportato l’attenzione dei media e della comunità internazionale sullo Yemen, sospettato di essere il paese di addestramento dell’attentatore. Secondo alcuni, ciò potrebbe far diventare lo Yemen, insieme alla prospiciente Somalia, un nuovo fronte della lotta al terrorismo internazionale, dopo l’Afghanistan e l’Iraq. L’instabilità politica e l’assenza di un governo forte, insieme alla frammentazione tribale e alla povertà, hanno reso il paese una comoda base per le attività di al-Qaeda, con alcune fonti d’intelligence statunitensi che parlano di circa 200 miliziani di legati alla rete operativi nel sud del paese.

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Nel gennaio dello scorso anno il leader del gruppo al-Qaeda in Yemen, Nasir al-Wahayshi, ha annunciato via internet la formazione di un nuovo gruppo, al-Qaeda per la Penisola Araba (AQAP), comprendente anche alcuni membri della formazione di al-Qaeda in Arabia Saudita, cacciata dal paese nel 2007.

In precedenza vi sono stati segni della preoccupazione americana nei confronti di forze jihadiste in Yemen; già con l’attentato alla USS Cole del 2000, e poi con la scoperta, dopo l’11 settembre, dello Yemen come antica dimora di Osama bin Laden, gli americani si mobilitarono affinché il governo di Sana’a aumentasse la sua capacità di controllare queste forze all’interno del paese. Nel 2005 gli Usa dichiararono che due fucili AK-47, usati nell’attacco al consolato americano a Jeddah, provenivano dall’esercito yemenita; Washington inoltre ha spesso denunciato la presenza di combattenti stranieri arrivati in Iraq dopo l’invasione del 2003 provenienti dallo Yemen. Nel 2008 vi furono poi vari attacchi contro l’ambasciata statunitense a Sana’a.
La situazione però diventa assai più complicata se la si osserva in relazione alle tensioni che si verificano ad un diversa scala di grandezza, vale a dire tra gli elementi interni allo Stato yemenita e le loro implicazioni regionali. In questo momento il governo di Sana’a è impegnato nello scontro con il movimento autonomista del sud, l’al-harakat al-ganubiyyat (Southern Movement), soprattutto da quando Tariq al-Fadhli, un ex leader jihadista già arruolato tra i Mujahideen in Afghanistan, ha rotto l’alleanza con il governo, iniziata nel 1994, quando il Presidente Ali Abdullah Saleh lo assoldò, insieme ad alcuni seguaci del movimento salafita, per contrastare le aspirazione del Partito Socialista dello Yemen. Il movimento del sud opera nella provincia di Aden ed è particolarmente forte nel governatorato di Hadhramaut, zona ricca di petrolio, e infatti, oltre alla rivendicazione di una parità di diritti di cittadinanza e di un governo più trasparente, vi è la richiesta, da parte del movimento, di una maggiore redistribuzione dei proventi derivanti dalla vendita del petrolio (almeno il 20 %).

L’unione di al-Fadhli col movimento del sud impensierisce non poco il Presidente Saleh, il quale è però, al tempo stesso, alle prese con un altro confronto, quello con il movimento zaydita capeggiato dall’imām Abdel Malik al-Houthi (dato per morto nel dicembre del 2009); anche questa formazione, per una sorta di nemesi storica, si è rivoltata nel 2004 contro il governo che lo aveva armato e finanziato dal 1994 per bilanciare la diffusione delle scuole wahhabite nel Paese; fu guidato dal 2004 dall’imām Hussein Badr Eddin al-Houthi, col nome di Shabab al-Muomineen (Gioventù Credente), ma questi venne ucciso dopo pochi mesi dall’inizio del conflitto di Saada.
É qui che però si innesta una dinamica regionale che vede contrapposti, così come in altri contesti del Medio Oriente, Iran ed Arabia Saudita, laddove il primo è sospettato di sostenere il movimento di al-Houthi, che si dice inoltre si sarebbe spostato dottrinalmente dalla corrente zaydita verso quella duodecimana, prevalente in Iran; mentre il secondo, che sostiene il movimento wahhabita al-Tajammu al-Yamani li l-Islah (Raggruppamento Yemenita per le Riforme), teme che una eventuale autonomia della provincia di Saada, al confine con l’Arabia Saudita, possa contagiare la componente sciita all’interno del paese, in special modo quella stanziata nella regione orientale, ricca di pozzi petroliferi. Obiettivo di Riyadh è quello di impedire sconfinamenti da parte dei miliziani zayditi, e per questo scopo finanzia e sostiene militarmente il governo yemenita, ed è anche intervenuto in maniera diretta nel novembre scorso, in seguito alla crisi in cui era precipitato il governo di Sana’a dopo l’operazione “Terra Bruciata” di agosto.

Delineato questo quadro conflittuale intrecciato e multi-livello, si possono effettuare alcune brevi considerazioni. Uno degli interrogativi posti in questi giorni è quello relativo ad un possibile intervento statunitense nel Paese mirante a sgominare la presenza qaedista. L’obiettivo di Washington è condiviso sia dai sauditi che dal governo yemenita; entrambi, specialmente la monarchia saudita, temono un rafforzamento della presenza di al-Qaeda sul loro territorio, ed è noto che questa assume come nemici proprio i governi arabi che si piegano alle richieste degli Stati Uniti. D’altra parte la presenza di al-Qaeda è osteggiata anche dagli altri movimenti religiosi, come quello di al-Fadhli, sia per una diversità di visione, sia forse proprio per l’eventualità di una internazionalizzazione del problema. Secondo questa considerazione, al-Qaeda avrebbe già i suoi nemici, e l’amministrazione Obama, che da poco ha preso l’importante decisione di inviare altri 30mila soldati in Afghanistan, non potrà facilmente impegnarsi militarmente in un nuovo contesto; è pensabile che lasci fare al suo alleato strategico, l’Arabia Saudita, l’arsenale del Medio Oriente (le cui spese militari, ammontanti a 38,2 miliardi di dollari, la collocano al nono posto nel mondo – Sipri Yearbook 2009) e che chiami in causa il Qatar per impegnarlo, come fece nel caso degli scontri in estate, in una mediazione per una temporanea soluzione nel confronto tra governo e ribelli di al-Houthi.

Un eventuale intervento diretto americano non sarebbe ben accetto dallo Yemen, come ha fatto sapere alla CNN qualche settimana fa il ministro degli esteri Abu Bakr al Qirbi; l’obiettivo del governo è quello di ristabilire un equilibrio tra le componenti tribali/religiose del paese, e per far questo ha bisogno di nuove risorse economiche. In tal caso la Cina fornisce un rapporto meno impegnativo, ma più utile, in quanto rappresenta uno dei maggiori partner commerciali, con un interscambio che supera i 3 miliardi di dollari (con la Cina che assorbe il 37,3 % delle esportazioni yemenite). Pechino non ostacola di certo i tentativi americani di reprimere il terrorismo di matrice islamica, dato che anch’esso condivide l’obiettivo di contrastare il fondamentalismo religioso, ma va considerato anche che per ora il suo rimane un problema locale, e che il nemico principale dei terroristi resta, per il momento, il massimo rappresentante dei valori e del potere occidentale, cioè gli Stati Uniti. Ma è vero pure che il governo cinese sta sempre più guardando il Medio Oriente come area di approvvigionamento energetico, per cui lo Stretto di Bab al-Mandab, uno dei 10 più importanti chokepoints del mondo, rappresenta un elemento importante per la sua sicurezza energetica, e che attraverso la loro presenza gli Stati Uniti potrebbero effettuare una sorta di sea denial a svantaggio dei cinesi. Oltretutto il Golfo stesso fa parte, per i cinesi, della regione dell’Oceano Indiano, e la sua gestione rappresenta una questione relativa alla sua sicurezza strategica. Per alcuni l’interesse americano in Yemen può perciò essere letto come segno di una partita più geopolitica che relativa alla guerra al terrore, andando a militarizzare una zona strategica per i trasporti e per il controllo marittimo, e in cui inizia a prendere corpo una gestione dei capitali più autonoma, anche attraverso il progetto di una nuova moneta, il “Gulfo”, che potrà essere utilizzata per le transazioni dei paesi del Golfo.

Per ora il Presidente Obama ha dichiarato di non avere intenzione di inviare truppe in Yemen o in Somalia, e che preferisce affidare la soluzione del problema alla cooperazione con i partner locali; una decisione pro-intervento non sarebbe ben accolta dall’opinione pubblica americana, anche perché aggiungerebbe una nuova voce in passivo al bilancio federale.
Per ora il governo Usa si è buy viagra in las vegas limitato a sostenere economicamente Sana’a (si parla di aiuti per 70 miliardi di dollari) e l’alleato saudita (con l’offerta di un pacchetto militare da 20 miliardi di dollari in 5 anni), ma resta da vedere quanto le esigenze di geo-sicurezza peseranno rispetto ai costi, politici ed economici, di una azione diretta.

 

Corno d’Africa: la pirateria che condiziona la politica ed i commerci della regione

Il fenomeno della pirateria è tornato a registrare un costante aumento a partire dalla fine della Guerra fredda. Nel primi tre mesi del 2009 si è avuto un incremento del 20% di attacchi pirateschi rispetto agli ultimi tre mesi del 2008. Dal 2007 al 2008 l’incremento di queste attività illegali nel mondo è stato pari all’11%, per un totale di 293 incidenti in tutto il mondo. 32 membri di equipaggi sono stati feriti, 11 uccisi e altri 21 risultano dispersi – presumibilmente morti. Le armi sono state utilizzate in ben 139 attacchi nel 2008. Nei primi tre mesi del 2009, secondo l’International Maritime Bureau, le azioni illecite di cui sono imputabili i pirati somali hanno raggiunto la cifra record di 102, quasi il doppio rispetto ai 53 registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. Un totale di 178 membri di equipaggio sono stati presi in ostaggio, 9 sono stati feriti, 5 sequestrati, e 2 uccisi.

Corno d’Africa: la pirateria che condiziona la politica ed i commerci della regione - Geopolitica.info

Il quadrante del Corno d’Africa è il punto cruciale dell’attività piratesca nel mondo: solo nel 2008 si sono avuti in questa zona 111 incidenti, con un incremento pari al 200% rispetto all’anno precedente. Nel solo mese di settembre se ne sono contati 19 e nel primo quarto del 2009 61 dei 102 attacchi totali sono avvenuti a largo delle coste somale e nel Golfo di Aden. Sul Golfo di Aden transitano ogni anno circa 20 mila navi, di cui 600 italiane e 2 mila legate ad interessi italiani.
I motivi alla base degli attacchi pirateschi sono buy generic cialis online molteplici e di diversa natura:

1) Problemi di natura politica: Lo status politico della Somalia, considerato – secondo la graduatoria del Fund for Peace che considera gli aspetti sociali, politici ed economici dei Paesi – il primo ed unico failed state nel mondo. Un governo capace di controllare l’intero territorio somalo è assente dal 1991, anno del decesso del dittatore Siad Barre. Da allora, il Paese è stato frammentato in zone poste sotto l’autorità di capo-clan e dei c.d. “signori della guerra”. Questi hanno sfruttato le risorse presenti nel Corno d’Africa senza provvedere ad assolvere quelle funzioni imprescindibili per lo sviluppo sociale e tradizionalmente avocate dallo Stato: garantire la stabilità e, di conseguenza, l’ordine. Nel 2006, sono salite agli onori delle cronache le Corti Islamiche, dapprima sotto forma di tribunali che utilizzano la sharia quale metodo di giudizio e di composizione delle controversie, poi in veste di milizie armate in grado di estendere la propria influenza su di una porzione più che maggioritaria del territorio nazionale. Paventando i legami delle Corti con il network terroristico di al-Qaeda (e sospettando un loro legame con la rivale Eritrea), le truppe etiopi hanno invaso il Paese, appoggiando il governo di transizione nominato dalle Nazioni Unite e stanziato a Baidoa. Al ritiro delle truppe di Addis Abeba, sono ripresi gli scontri tra le frange più radicali degli islamisti ed i gruppi, già inquadrati nelle Corti, che sono stati cooptati nel nuovo governo di transizione. Nei territori dove non è tornata ad affermarsi nessuna forma di autorità qualsiasi forma di aggregazione ed attività umana è messa seriamente a repentaglio. L’assenza di un monopolio legittimo della coercizione fisica ha generato effetti negativi soprattutto sul mare, il cui controllo è tradizionalmente più controverso. Le forze di polizia normalmente operanti nelle acque territoriali, sono ormai assenti in Somalia. Il personale inquadrato in questi corpi non è più attivo, per effetto del mancato pagamento degli stipendi da parte delle autorità a ciò preposte. A differenza del resto della Somalia, nel Puntland sono attivi circa 300 uomini, dotati di alcune imbarcazioni, con funzioni ascrivibili all’attività di controllo delle acque territoriali. È stata evidenziata l’iniziale connivenza di questi corpi con le bande di pirati, poi sostituita, sulla scorta delle pressioni esercitate dalle autorità locali, dall’attività di contrasto che è loro richiesta. 

2) Problemi di natura giuridica: secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata a Montego Bay nel 1982, costituiscono pirateria gli atti di depredazione o di violenza compiuti in alto mare o in zone non soggette alla giurisdizione di alcuno Stato per fini privati dall’equipaggio di una nave ai danni di un’altra nave privata. Se gli atti di pirateria avvengono non in alto mare, ma in acque territoriali, sono da considerarsi “rapina a mano armata”. Oggi circa l’80% degli attacchi avviene in acque territoriali, e questo incide sulla risoluzione del problema, perché la giurisdizione non coinvolge la comunità internazionale, ma ricade sullo Stato cui appartengono le acque territoriali all’interno delle quali è avvenuto l’attacco. La forza di polizia somala non è in grado di contrastare il fenomeno, mentre la possibilità di intervento da parte di altri attori internazionali è vincolato ai limiti di natura giuridica nonché dal timore del sorgere di un precedente poi applicabile in contesti ben differenti. Per ovviare a tali criticità sono stati stipulati dall’Unione europea una serie di trattati che consentono alle imbarcazioni operanti nel quadro della Missione Atalanta di penetrare nelle acque territoriali di Somalia, Kenia e Gibuti. 

3) Problemi di natura sociale: L’estrema povertà della popolazione somala spinge gli abitanti delle regioni costiere ad intraprendere azioni di attacco contro le navi che transitano nella zona. Le operazioni piratesche rappresentano un mezzo di sostentamento pressoché immediato, con un basso coefficiente di rischio ed altamente redditizio. Il riscatto medio pagato dagli armatori o dalle assicurazioni per la liberazione di mezzi ed equipaggi ammonta ad una cifra compresa tra 1 milione ed 1,5 milioni di $. L’inedia in cui versa la popolazione costituisce il bando di arruolamento ideale per uomini (e donne) cui il ricorso alla violenza in mare appare come una possibilità di salvezza da una morte per stenti. Alcuni segnali indicano tuttavia un innalzamento del livello qualitativo delle scorribande (di quello quantitativo s’è già accennato): la capacità dei pirati di operare a grande distanza dalle coste del Puntland, ove sono ubicate le principali basi logistiche, ha raggiunto le 350 miglia al largo delle isole Maldive e le 800 miglia al largo del litorale africano; l’incremento della disponibilità di armi sofisticate e costose sul mercato clandestino, il cui acquisto solitamente presuppone contatti con intermediari specializzati ed ingenti liquidità; un sistema di riciclaggio dei proventi delle attività illecite capace di far leva sui meccanismi finanziari transnazionali e sul segreto vigente nei c.d. paradisi fiscali, oltre che su metodi informali di allocazione dei capitali verso luoghi sicuri (es. l’hawala). Queste dinamiche dimostrano che la pirateria nel Golfo di Aden ha assunto le caratteristiche di una vera e propria attività imprenditoriale: parte dei proventi viene indirizzata a beneficio delle popolazioni residenti in territorio somalo, alleviandone le sofferenze, mentre un’altra viene reinvestita nell’ammodernamento delle imbarcazioni, nell’acquisto di armi, nei circuiti finanziari. L’intreccio tra traffico di armi, pirateria e contrabbando è stato più volte evidenziato, anche in riferimento al rapporto intercorrente tra violazione dell’embargo sulla vendita di materiale bellico alla Somalia (in vigore dal 1992) e crescita del fenomeno piratesco. 

4) Problemi di natura geopolitica: Il Golfo di Aden costituisce uno tra gli choke points strategicamente più importanti per il globo. Il trasporto del petrolio dal Medio Oriente (3,3 milioni di barili ogni anno, pari al 12% del totale) passa attraverso il Golfo di Aden di fronte alle coste somale per raggiungere il Canale di Suez. Non solo, il traffico di merci prodotte dalle principali economie del continente asiatico (Giappone, Cina, India, Vietnam, Malesia e Indonesia) e dirette verso l’Europa e la costa orientale delle Americhe passa in buona parte proprio per questo punto di snodo. Al pari dell’utilizzo dell’inglese e di internet, la preservazione della stabilità nelle aree core dell’economia mondiale si attesta quale fattore imprescindibile per il consolidamento e lo sviluppo del processo di globalizzazione. La navigazione dei mari nel XXI secolo rappresenta ancora la via di comunicazione più veloce e più economica anche tra quadranti molto lontani, ma rischia di non essere più la più sicura. In questa prospettiva il 95% degli aiuti del World Food Program destinati a riportare un livello minimo di pace sociale in Somalia raggiungono per motivi logistici il paese via mare. Tra gli obiettivi della Missione Atalanta, nonché delle altre forze navali presenti nella regione, figura la messa in sicurezza degli aiuti umanitari, in particolare attraverso la predisposizione di un servizio di scorta alle navi. 
5) Problemi di natura ambientale: A causa dell’assenza di controlli, ha preso piede il fenomeno dello smaltimento, nel mare territoriale somalo, di notevoli quantità di rifiuti tossici la cui movimentazione è regolata da trattati internazionali quali la Convenzione di Basilea e quella di Bamako. Il traffico di rifiuti, segnatamente pericolosi, rappresenta attualmente una delle attività criminali più redditizie: lo smaltimento in sicurezza di una tonnellata di materiale inservibile costa mediamente 50$, mentre per la stessa quantità, versata fraudolentemente in mare in assenza di controlli, l’esborso non supera i 2$. In seguito allo tsunami del 2004, sono stati rinvenuti sul litorale del Puntland rifiuti tossici di natura eterogenea, in grado di provocare effetti negativi ed immediati sulla salute umana, nonché danni irreversibili all’ambiente. Altrettanto grave è il fenomeno della pesca illegale in acque somale. Il patrimonio ittico costituisce una delle principali risorse in un territorio altrimenti avaro di beni di primaria necessità per il sostentamento della vita umana. Una norma internazionale di jus cogens stabilisce la possibilità per ogni Stato di sfruttare le proprie risorse naturali, alle condizioni che esso stesso impone, in quanto soggetto sovrano in seno alla comunità internazionale. Le condizioni di assenza di un’autorità capace di garantire il rispetto delle leggi hanno favorito il fiorire della pesca di frodo da parte di imbarcazioni battenti bandiera di Stati stranieri. Gli abitanti delle zone costiere hanno dichiarato che le attività di pirateria sono cominciate come semplici operazioni di vigilanza armata delle acque territoriali, atte a scongiurare eventuali fenomeni di pesca illecita. 

La pirateria comporta non solo un danno emergente, a causa dei problemi arrecati alla fluidità del commercio internazionale (numerose flotte commerciali stanno optando per la circumnavigazione dell’Africa che comporta un aumento dei tempi di navigazione compreso tra i 5 e gli 8), per l’incremento dei premi assicurativi (decuplicati nell’ultimo anno) e il pagamento di riscatti, ma anche altresì un lucro cessante: la propensione agli investimenti esteri decresce in presenza di condizioni di instabilità nelle aree nevralgiche.
Le prime navi inviate a pattugliare questo quadrante appartengono alle flotte di Cina, India e Giappone, che presentano un interesse diretto nel tutelare la rotta che collega il Golfo di Aden all’Oceano Indiano e al Mar Mediterraneo. Gli Stati Uniti, al contrario, guidano la Combined Task Force 150, una forza multinazionale presente nel Golfo di Aden per la lotta al terrorismo organizzata in supporto dell’Operazione Enduring Freedom. L’Unione Europea è impegnata nel Golfo di Aden dal 13 dicembre 2008 con l’operazione Atalanta (EU-NAVCO/EU-NAVFOR), che impegna cinque Paesi europei (Spagna, Germania, Francia, Svezia e Grecia), che hanno contribuito a stanziare mezzi e uomini per scorta alle navi del World Food Programme in prevenzione di attacchi di pirateria. La missione è guidata dall’ammiraglio britannico Philip Jones.
L’Italia, in questo contesto, svolge un ruolo importante, sia dal punto di vista storico che operativo per il futuro. Storico, perché lo status politico somalo deriva anche dall’esperienza coloniale italiana, dalla sua gestione del paese nel periodo compreso tra la fine della seconda guerra mondiale e l’indipendenza di Mogadiscio e dalle operazioni svolte negli anni Novanta sul territorio. Operativo, perché potrà contribuire con l’attivazione di forze di pattugliamento della zona oltre che inviando uomini per un supporto allo stabilimento delle normali attività politico-amministrative e la ricostituzione dello Stato e il ripristino dell’ordine.

* Questo articolo è tratto da un’ampia analisi curata da Gabriele Natalizia, Alessandro Ricci e Francesco Tajani su incarico dell’Ufficio del Rappresentante Personale per l’Africa del Presidente del Consiglio dei Ministri in occasione del vertice G-8 del luglio 2009.