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Lo scacchiere asiatico

Nel panorama anarchico delle relazioni internazionali, i primi mesi del 2017 hanno rappresentato un periodo di decisivi cambiamenti geopolitici dall’esito piuttosto incerto e a tratti preoccupante. Non c’è settore che non sia stato investito da trasformazioni e crisi, e in questa cornice l’Estremo Oriente rappresenta uno degli scenari più interessanti e dinamici del globo. Usa, Cina, Corea del Sud, Corea del Nord, Giappone e Taiwan sono le pedine principali di uno scacchiere frenetico, in cui tensioni internazionali e crisi interne, frizioni militari e guerre commerciali avranno ripercussioni sugli equilibri delle relazioni internazionali in molte altre regioni.

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Di nuovo in Corea
La penisola coreana rappresenta, ancora una volta, il punto più caldo del quadrante Asia-Pacifico. Il 6 marzo, poco dopo l’inizio dell’annuale esercitazione congiunta tra forze armate statunitensi e forze armate coreane denominata Foal Eagle, la Corea del Nord ha simulato per la prima volta un attacco missilistico multiplo, di media gittata, diretto verso il Giappone e le basi statunitensi sul territorio giapponese, con tre missili caduti a circa 300 km dalla costa nipponica. A questa simulazione, in concomitanza con la visita del Segretario di Stato Usa Tillerson a Pechino, ha fatto seguito a stretto giro il test di un nuovo reattore missilistico che, secondo quanto riportato dalla stampa, potrebbe garantire al Pyongyang la capacità di lanciare satelliti oppure missili in grado di raggiungere il suolo statunitense. Questi due test sono stati solo l’ennesima dimostrazione di forza di un regime che negli ultimi sei anni, a seguito della salita al potere di Kim Jong Un, ha condotto decine di test missilistici e tre test nucleari, implementando le proprie capacità belliche.

Questa situazione ha chiaramente prodotto il solito teatrino di botta e risposta diplomatici, ma ha anche provocato un deterioramento delle relazioni nell’intero quadrante, con mosse che non si sono limitate a semplici scaramucce o accuse a mezzo stampa. Gli Usa hanno infatti accelerato lo schieramento, in Corea del Sud, del sistema di difesa missilistico THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) che verrà testato per la prima volta ad Aprile. Questa mossa repentina ha così generato una reazione da parte di Pechino e Mosca, con il regime cinese pronto ad azionare delle sanzioni nei confronti della Corea del Sud, che tuttavia al momento si sono manifestate in maniera piuttosto blanda.

Ciò nondimeno, le dinamiche geopolitiche della penisola coreana, come il dispiegamento del THAAD, sono in parte dettate anche dalle situazioni domestiche dei paesi dell’area, con particolare riferimento al governo di Seoul. Infatti la repubblica sudcoreana si trova oggi ad affrontare un delicato passaggio politico, dopo che l’ormai ex presidente, Park Geun-hye, è stata costretta a dimettersi a causa di una lunga e travagliata procedura di impeachment, nata a seguito di un processo per corruzione che ha già coinvolto svariati uomini del suo entourage e svariati manager delle maggiori aziende sudcoreane, tra cui la Samsung (un processo che, tra l’altro, potrebbe coinvolgere la stessa Park). A questo va aggiunto che in concomitanza con le elezioni presidenziali, indette per il 9 maggio prossimo, il Paese asiatico potrebbe affrontare anche un referendum costituzionale volto a limitare i poteri del presidente sudcoreano. È quindi lecito sospettare che gli Stati Uniti abbiano accelerato il dispiegamento del THAAD anche sulla base di questa crisi politica, che potrebbe portare al governo, fra due mesi, forze politiche meno inclini al forte impegno militare degli Usa in Corea del Sud.

In tutto questo, come già accennato, la settimana scorsa si è svolto il primo tour diplomatico di Rex Tillerson, capo della diplomazia statunitense dell’era Trump. Il tour, che ha avuto come prime tappe Seoul e Tokyo, si è concluso domenica a Pechino, dove il Segretario di Stato Usa ha incontrato le più alte cariche della Repubblica Popolare, compreso chiaramente il presidente Xi Jinping. Tillerson ha caratterizzato il suo tour premendo specialmente sulla questione nordcoreana, sottolineando come gli Stati Uniti abbiano ormai esaurito la pazienza nei confronti di Pyongyang e come, dopo l’evidente fallimento delle strategie utilizzate finora, tutte le opzioni siano oramai sul tavolo. A queste dichiarazioni sono seguite le richieste, supportate, via Twitter dal presidente Usa Donald Trump, di un maggior impegno da parte del governo cinese, principale alleato della Corea del Nord, a dissuadere il governo nordcoreano nel continuare i suoi progetti missilistici e nucleari.

Le altre caselle: Taiwan e Mar Cinese Meridionale
Dal canto suo, la Cina popolare, concluso da poco il Congresso nazionale dei rappresentanti del popolo, ha ribadito di avere tutto l’interesse affinché le relazioni con gli Usa rimangano stabili e proficue. Nulla di nuovo per un Paese che ad ogni occasione pubblica ha ribadito questa linea, ma che nei fatti ha avuto un atteggiamento ambiguo, mostrando quasi sempre una certa disinvoltura nell’utilizzo della leva economica e militare verso paesi alleati degli Stati Uniti, anche in settori diversi dalla storica linea di confronto-scontro sulla penisola coreana. Pechino e Washington infatti continuano a confrontarsi anche in altri settori, come lo stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, e anche in questo caso si parla di aree in cui il confronto tra le due potenze si protrae da anni se non decenni. Tuttavia lo switch della presidenza Trump dalla precedente strategia, molto incentrata sul soft-power, ad una fondata maggiormente sull’hard-power potrebbe portare ad evoluzioni inaspettate.

Taiwan, da quando si è insediata l’amministrazione di Tsai Ing-wen, è oggetto di una certa pressione politica da parte della Cina popolare. I rapporti tra l’isola e il continente sono di fatto congelati da mesi, ossia dall’elezione dell’attuale amministrazione. Il governo di Taipei, seppur intenzionato a inserire le negoziazioni con il regime cinese all’interno di un meccanismo istituzionalizzato, si è caratterizzato sin dal suo insediamento per una politica meno conciliatoria verso la Cina comunista rispetto alla precedente amministrazione taiwanese. Dall’altra parte dello stretto, il governo di Pechino ha continuato a mantenere una posizione apparentemente accondiscendente rispetto alla politica di Taiwan, pur tuttavia ribadendo la totale opposizione a qualsiasi opzione indipendentista dell’isola sulla base del principio della “unica Cina”, condiviso anche dall’amministrazione Trump – nonostante una certa ambiguità iniziale della nuova presidenza Usa. Ciò nonostante, la situazione appare meno fredda e lineare rispetto a quanto ostentato dalle dichiarazioni ufficiali. Da un lato, le notizie di nuove installazioni o di manovre militari delle forze armate di Pechino sullo stretto sono oramai all’ordine del giorno. Dall’altro lato, è probabile che Taiwan potrà giovare in parte della nuova politica muscolare di Washington e del relativo aumento delle spese militari statunitensi: è di pochi giorni fa, infatti, la notizia che nei prossimi mesi potrebbero arrivare nuovi rifornimenti militari per l’isola da parte dell’amministrazione Trump.

Accanto a queste manovre e provocazioni tra Cina, Stati Uniti e alleati sullo stretto di Formosa, si aggiunge poi la delicata situazione del Mar Cinese Meridionale . Infatti, è noto da mesi che il governo di Pechino ha dato inizio alla costruzione di basi e installazioni sulle isole Paracel – rivendicate sia da Taiwan che dal Vietnam – e sulle isole Spratly – rivendicate dalle Filippine -, generando una serie di reazioni diplomatiche e operative da parte del governo di Manila, storico alleato statunitense orientato verso un rafforzamento delle proprie strutture di difesa.
A questo quadro già di per sé complicato bisogna aggiungere poi un altro elemento, ossia l’ingresso in campo del Giappone. Impegnato in prima linea nella complicata crisi coreana, Tokyo appare infatti determinata a giocare un ruolo nella crisi del Mar Cinese Meridionale, dove invierà la propria nave da battaglia Izumo per tre mesi, prima che questa partecipi a delle esercitazioni congiunte con la marina statunitense nell’Oceano Indiano. Questa mossa del governo nipponico, insieme ad altre iniziative, si inscrive all’interno delle logiche di confronto tra gli attori dell’area, ma è anche riconducibile dell’attuale corso della politica giapponese. Shinzo Abe, l’attuale primo ministro nipponico, è da anni sostenitore di un referendum che superi definitivamente il principio del “pacifismo assoluto”, così come previsto dall’articolo 9 della Costituzione giapponese. Questo consentirebbe al Giappone di partecipare o avviare con più disinvoltura azioni di sicurezza e militari, sia sul piano internazionale che quello regionale. Avendo ottenuto una modifica dello statuto del Partito Liberal Democratico che gli consentirà di rimanere leader del partito per altri tre anni, Abe si ripresenterà alle prossime elezioni alla testa dei liberaldemocratici, con la chiara possibilità di vincere le elezioni e quindi continuare la sua azione di governo. E nel caso vincesse, è molto probabile che il superamento del pacifismo assoluto diventi un punto cruciale del suo nuovo mandato. Tuttavia, è lecito sospettare che anche nel caso in cui il PLD non vincesse le prossime elezioni nazionali nel 2018, il tema del superamento dell’articolo 9 rimarrà sul tavolo della politica nipponica. Ed è altrettanto lecito sospettare che tutto questo avrà delle ripercussioni su tutto il quadrante Asia-Pacifico.

Le prossime mosse
Tirando le somme, lo scacchiere asiatico sembra destinata a complicarsi ulteriormente.
I problemi interni dei vari paesi coinvolti, sommati alle strategie regionali dei vari attori, suggeriscono un futuro fatto di crescenti tensioni. La crisi della penisola coreana vede il regime nordcoreano intenzionato a non retrocedere di un passo dalla strategia aggressiva a cui ci ha abituato in questi anni. Bisognerà vedere se e in quale misura la Cina di Xi Jinping riuscirà a placare l’atteggiamento belligerante di Kim Jong Un: tuttavia, per quanto frustrata dall’alleato, la Cina comunista continua a considerare il regime nordcoreano un elemento strategico della propria politica di difesa e pressione, malgrado gli eccessi di Pyongyang. Sull’altro lato della barricata, al di sotto della zona demilitarizzata, la Corea del Sud affronterà nei prossimi due mesi un travagliato periodo elettorale, che potrebbe portare al potere forze forse maggiormente aperte a qualche forma di dialogo con il regime di Pyongyang e sicuramente meno inclini all’impegno militare statunitense sul suolo sudcoreano. Un’eventualità che potrebbe creare qualche grana all’alleato statunitense, che pare ormai indirizzato ad affrontare le controversie dell’intero settore a muso duro, come dimostrano le vicende del sistema THAAD e le routinarie esercitazioni militari congiunte tra l’esercito statunitense e quello sudcoreano.

L’unico alleato sul quale gli Stati Uniti, ad oggi, pare possano fare affidamento ad occhi chiusi è il Giappone di Shinzo Abe: per quanto ancora frenato dalle costrizioni della carta del 1949, solo parzialmente superate dalla dottrina costituzionale nipponica, il governo di Tokyo sembra fermamente intenzionato a ottenere un ruolo sempre più attivo e centrale nelle dinamiche politiche e strategiche della penisola coreana e dell’intero quadrante. Tuttavia, bisognerà attendere più di un anno prima che queste aspirazioni possano effettivamente di divenire una realtà libera dalle limitazioni appena accennate.
Nel frattempo, anche le tensioni sullo stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale continueranno a mantenersi piuttosto elevate. Sia nel primo caso che nel secondo, tutte le pedine appaiono intenzionate a implementare le proprie risorse militari, senza contare altri attori sulla scena, come ad esempio il governo di Tokyo e il già citato caso della nave da battaglia diretta nelle zone calde dell’area.
È chiaro, in ogni caso, come tutte queste dinamiche, con accenti diversi, siano definitivamente legate alle scelte strategiche degli Stati Uniti e della Repubblica popolare cinese. La visita del Segretario di Stato statunitense sommata all’atteggiamento del governo di Pechino, sembrano aver scongiurato, per ora, un’accelerazione della più volte annunciata guerra commerciale tra le due potenze.Tuttavia, come già sottolineato, entrambi gli attori in campo non sembrano voler rinunciare a un atteggiamento muscolare, abbastanza esplicito sia guardando alla crisi coreana, che alle vicende di Taiwan che a quelle delle isole Spratly, Paracel e delle altre zone di tensione nel Mar Cinese Meridionale.

Per cui, la partita a scacchi asiatica si prolungherà per molti mesi e sarà centrale soprattutto capire: se e in quale forma Washington e Pechino riusciranno a trovare dei campi sui quali poter collaborare; se e in quale forma si evolverà il confronto tra i due Paesi, nei casi in cui non sarà possibile trovare un accordo. Ad oggi, fatte salve le dichiarazioni ufficiali, le due potenze sembrano intenzionate a sfruttare al massimo delle strategie fondate sull’hard-power, ma allo stesso tempo entrambi gli attori sembrano intenzionati a scongiurare soluzioni in grado di generare veri e propri conflitti nei settori già citati.
Difficile affermare chi tra i due principali competitor riuscirà ad aumentare la propria influenza. La Cina comunista ha dalla sua parte una strategia consolidata, ossia la capacità di combinare toni diplomatici (in alcuni casi più o meno aggressivi) con azioni spregiudicate. Inoltre la Cina avrà dalla sua la possibilità di espandere la sua influenza (e quindi il suo potenziale di ricatto) economico e commerciale sull’intero quadrante dopo la rinuncia della nuova amministrazione americana al Trans-Pacific Partnership (TPP). Tuttavia, le condizioni interne del paese, le irrisolte questioni di natura economica e finanziaria (come il rallentamento della crescita economica, la sovrapproduzione di materie prime o la preoccupante bolla immobiliare) potrebbero porre un freno alle azioni di Pechino.
Dall’altro lato, gli Stati Uniti potranno giovarsi ancora per un breve-medio periodo dello “effetto sorpresa” generato dalla elezione di Trump alla Casa Bianca. Tuttavia bisognerà vedere se e come questo effetto sorpresa verrà sfruttato. La strategia statunitense ha già subito alcuni cambi di rotta piuttosto significativi (basti pensare all’atteggiamento nei confronti della Corea del Nord, prima cauto e poi decisamente aggressivo) e il rischio è che questo possa minare la rotta che gli Usa sembrano aver imboccato in questi mesi. Senza contare la travagliata situazione politica che Donald Trump e la sua amministrazione saranno costretti ad affrontare a Washington, nei prossimi mesi.

Le sanzioni ONU condizioneranno Pyongyang?

Le tensioni nella penisola coreana, dovute soprattutto all’escalation nucleare nordcoreana, non accennano a diminuire. Nell’arco di quest’anno la Corea del Nord, ignorando le sanzioni internazionali, ha più volte testato bombe nucleari sotterranee e missili (che potrebbero teoricamente trasportare testate nucleari in un ipotetico lancio contro gli Stati Uniti).

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Gli USA, nonostante le obiezioni di Cina e Russia, intendono installare un sofisticato sistema antimissile (THAAD) in Corea del Sud per contrastare la minaccia nordcoreana.

Per gli Stati Uniti e per la comunità internazionale, la Corea del Nord rimane una delle sfide più critiche per la sicurezza. La determinazione della Corea del Nord nel perseguire lo sviluppo di armi nucleari e missili balistici a lunga gittata e la proliferazione delle armi, in violazione alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (UNSCR), costituiscono una seria minaccia per gli Stati Uniti e per la regione.

Il leader nordcoreano, Kim Jong-un, sulle orme della politica dei suoi predecessori, continua a ignorare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sfidando la comunità internazionale e mantenendo alta la tensione nella penisola.

Una situazione che rischia di diventare incandescente giorno dopo giorno.

Le sanzioni imposte a Pyongyang saranno in grado di modificare l’atteggiamento nordcoreano? Ci sono opinioni diverse tra gli addetti ai lavori delle parti in causa. Alcuni giorni fa (25 ottobre) un alto funzionario dell’intelligence americana, James R. Clapper Jr., direttore dell’intelligence nazionale USA,  ha espresso, durante il Council on Foreign Relations (che copre una molteplicità di crisi internazionali), profondo scetticismo circa la prospettiva di convincere la Corea del Nord a rinunciare alle armi nucleari, dichiarando che si tratta “probabilmente di una causa persa (…) penso che l’idea di ottenere dai nordcoreani la denuclearizzazione sia probabilmente una causa persa”. “Loro non lo faranno”, ha detto. “Questo è il loro “ticket” per la sopravvivenza”. Il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby ha riferito, in una consueta conferenza stampa a Washington, che la posizione degli Stati Uniti sulla Corea del Nord è rimasta invariata, “vogliamo vedere un ritorno al processo dei colloqui a sei, e questo significa che abbiamo bisogno di vedere la Corea del Nord mostrare la volontà e la capacità di tornare a quel processo, cosa che non ha ancora fatto”. “Il nostro obiettivo politico è quello di cercare, di ottenere una denuclearizzazione verificabile della penisola coreana”, ha aggiunto. “Questa è la politica”.

Da parte nordcoreana, Pang Kwang Hyok, vice direttore del dipartimento delle organizzazioni internazionali presso il Ministero nordcoreano degli Esteri, ha affermato che “le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, riguardo alle sanzioni, sono documenti criminali”.  Lo stesso giorno, la missione della Corea del Nord alle Nazioni Unite ha rilasciato una dichiarazione simile, diffusa dai media di stato nordcoreani.

Pang ha anche dichiarato: “queste risoluzioni hanno sancito che i nostri test nucleari e i lanci di satelliti rappresentano una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, ma allora perché il Consiglio di Sicurezza U.N. non ha mai intrapreso misure contro i test nucleari ei  lanci di satelliti effettuati da altri paesi?”. Pang ha ribadito che le sanzioni non fermeranno Pyongyang nello sviluppo del suo arsenale nucleare. “Posso affermare che si tratta di un errore di calcolo pensare che qualsiasi sanzione o pressione possa avere alcun effetto su di noi”.

Le Nazioni Unite hanno imposto sanzioni contro la Corea del Nord dal 2006 per i suoi test nucleari e lanci di razzi. La scorsa settimana, il Consiglio di Sicurezza ha invitato i membri a “raddoppiare le sanzioni.”

La questione si è intensificata dopo che Stati Uniti e Corea del Sud hanno rilevato due test missilistici, falliti, effettuati questo mese dalla Corea del Nord, probabilmente con missili balistici a medio raggio “Musudan”.

Le Nazioni Unite, in una dichiarazione approvata la scorsa settimana dai suoi 15 membri, ha deplorato tutti i test missilistici della Corea del Nord, sostenendo che lo sviluppo dei sistemi di lancio di testate nucleari contribuiscono “all’aumento delle tensioni.

I membri del Consiglio di Sicurezza hanno invitato tutti i paesi “a raddoppiare le sanzioni” esprimendo rammarico sul fatto che Pyongyang stia distogliendo risorse ai suoi cittadini nel momento in cui “hanno grandi bisogni”.

  • Le condizioni della popolazione sono sicuramente deprecabili, un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), del 13 settembre, riferiva che il governo aveva confermato la notizia circa la morte di 138 persone, di 400 dispersi e di circa 68.000 sfollati a causa di una delle peggiori inondazioni nel nord del paese. In un rapporto del WFP (World Food Programm) si esprimeva preoccupazione per la continua vulnerabilità delle persone, proprio in concomitanza dell’arrivo del freddo invernale.

Oggi, resta da chiedersi quanto siano state efficaci le sanzioni dell’ONU, applicate finora, contro il governo nordcoreano. Di certo non hanno mancato di far sentire i loro effetti sulle condizioni di vita già durissime della popolazione, anche se appare ormai chiaro che questa non sarà una motivazione sufficiente a far invertire la condotta a Pyongyang.

Il “Grande Sole” d’Asia

Si chiude con una grande cerimonia a Pyongyang il VII Congresso del Partito dei Lavoratori di Corea, un evento storico, concluso dopo 4 giorni di lavoro da Kim Jong-Un in persona; tanti i temi toccati tra cui nucleare ed economia, ma come spesso accade a rubare la scena sono le dichiarazioni di quello che da ieri viene celebrato dai nordcoreani come “il Grande Sole del XXI secolo”.

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Nei mesi che hanno preceduto l’apertura del VII congresso, definito “sacro” dal quotidiano ufficiale nordcoreano «Rodong Sinmun», abbiamo assistito ad una escalation di tensione, tra lanci missilistici, test nucleari e continue provocazioni dirette verso l’asse Seul-Washington. Allo stesso tempo Kim ha rafforzato il suo potere all’interno del Paese, allontanando le minacce di una destituzione e attuando una politica diversa da quella paterna. Vere e proprie “purghe” in stile staliniano hanno colpito soprattutto l’élite governativa, tra cui Jang Song-thaek, zio di Kim e numero due del Regime dopo la morte di Kim Jong-Il. Di fatto una mossa in pieno stile dittatoriale, laddove ad un cambio al vertice corrisponde il rinnovamento dello Stato Maggiore, sostituendo la “vecchia guardia” con una nuova ed estremamente fedele al nuovo leader. Come anticipato in precedenza sono molti gli elementi di discontinuità rispetto alla condotta paterna, a cominciare dal rapporto con la stampa straniera, invitata ad osservare da vicino il Congresso (hanno partecipato circa 130 giornalisti stranieri), alludendo ad una parziale apertura verso l’esterno di quello che è definito “il Paese più isolato del Mondo”.
“Corea del Nord: fame e atomica” così titolava il libro di Pierre Rigoulot edito nel 2004, riassumendo alla perfezione, anche a distanza di anni, quella che è la situazione attuale del paese asiatico e gli elementi toccati durante il Congresso: economia e nucleare.

LA “BYUNGJIN LINE” – Letteralmente “linee parallele”, è la politica in atto dal 2013 che prevede lo sviluppo parallelo e contemporaneo degli armamenti nucleari e dell’economia. Fortemente voluta da Kim Jong-Un, si lega all’elemento innovativo annunciato nel corso del Congresso, ovvero il “Piano economico quinquennale”, che prevede una maggiore meccanizzazione dell’agricoltura, l’automazione delle fabbriche e un sostanziale aumento della produzione del carbone. Per capire l’importanza vitale di questa mossa basta evidenziare l’assenza di precedenti riforme in materia economica nei primi sei decenni di vita della Repubblica Popolare Democratica di Corea; lacuna che ha ridotto alla fame la popolazione nordcoreana, alle prese con un tasso di malnutrizione cronica del 40%, e che ha visto il PIL abbassarsi costantemente nel corso degli ultimi 60 anni. Un’economia messa in ginocchio dalle sanzioni Onu, ma anche dall’isolamento volontario a cui la Corea si sottopone, rincorrendo l’ideale politico della “Juche” (tradotto “autosufficienza”) su cui si fonda il regime. Una politica che “affama” la popolazione, ma che non impedisce al Regime di investire ingenti fondi nelle spese militari (ufficialmente si parla dell’8% del PIL destinato agli armamenti, mentre fonti non ufficiali stimano il 25%).

IL “PARADOSSO ATOMICO” – Tra i discorsi pronunciati da Kim di fronte al congresso trova spazio quello che consegna alla Storia l’autodefinizione della Corea del Nord come una “Potenza nucleare responsabile”. Il leader, infatti, ha dichiarato che l’utilizzo delle armi nucleari è finalizzato alla difesa dei propri confini territoriali, quindi solo nel caso in cui la Corea del Nord si sentirà minacciata. Tuttavia restano molti dubbi e preoccupazioni riguardo i casi in cui possa considerarsi legittimo e/o reale il sentore di una minaccia. Kim ha capito i tempi; sa che oggi possedere l’atomica vuol dire avere il più grande deterrente per poter difendere se stesso ed il suo Regime. Caso simile, per fare un paragone, a quello iraniano: anche in quel caso si ostenta (o si ostentava) il possedimento dell’arma atomica non tanto per utilizzarla, ma per avere, in realtà, un elemento di minaccia costante che costringa gli avversari a muoversi in maniera cauta. Iran che assieme alla Corea del Nord, non a caso, fa parte, o faceva parte (considerazione doverosa visti gli ultimi sviluppi sull’asse Teheran-Washington), dei cosiddetti ‘Stati Canaglia’, locuzione coniata dagli Usa per indicare tutti quegli Stati considerati una minaccia per la pace mondiale.

L’INCORONAZIONE – Durante l’ultimo giorno del Congresso Kim Jong-Il è stato nominato “Presidente e Grande Sole del XXI secolo”, una carica creata ad personam per il leader nordcoreano, che si affianca alle nomine di “Presidente Eterno” assegnata a Kim Il-sung, e di “Caro leader”, conferita invece a Kim Jong-Il, rispettivamente nonno e padre dell’attuale dittatore. Questo evento rende ufficiale la presa del potere di Kim, ultimo anello della prima dinastia dittatoriale comunista della storia. La nomina è stata votata plebiscitariamente da tutti i membri partecipanti al Congresso, ed è stata festeggiata dai sudditi raccolti di fronte alla “Casa della Cultura 25 Aprile”, luogo dedicato allo svolgimento dei lavori congressuali. Quella che può essere considerata la Notre-Dame di Kim, ha sancito la concentrazione del potere nelle sue mani, legittimandolo alla guida del Paese. Ma come sono state accolte dalla comunità estera le notizie e le novità introdotte dal VII Congresso del Partito dei Lavoratori di Corea?

La comunità internazionale ha notato un’innovativa ed insperata apertura verso l’esterno del Regime, più volte appellato come “Paese eremita”, che in questa occasione ha mostrato al mondo la sua città-vetrina Pyongyang (in pieno stile sovietico), dietro la quale però si nascondono i gravi problemi di un popolo stretto dalla fame, dai soprusi e dalla totale mancanza di democrazia.

LA BELLA DEMOCRAZIA –  Secondo la rivista «The Economist», la cosiddetta ‘Bella Democrazia’ è, in realtà, lo “Stato meno democratico del mondo”, dove ad oggi troviamo ancora campi di prigionia per avversari e dissidenti politici, dove la colpa e il tradimento vengono trasmesse da padre in figlio costringendo intere famiglie alla prigionia. Non a caso già nel Marzo del 2003 la Commissione dei diritti dell’uomo, relativamente alla Corea del Nord, si esprime con queste parole:

La Commissione si dichiara preoccupata per le violazioni sistematiche, massicce e gravi nella Repubblica Popolare della Corea del Nord, specialmente per l’uso della tortura e di altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti: le esecuzioni pubbliche, l’uso della pena capitale per ragioni politiche, la presenza di un gran numero di campi di prigionia, il frequente ricorso ai lavori forzati, la mancanza di rispetto dei diritti della persona per coloro che sono detenuti, le limitazioni gravi ed incessanti alla libertà di pensiero, di religione, di opinione, di riunione pacifica, di associazione, di accesso all’informazione, oltre che di circolazione all’interno del Paese e al diritto di recarsi all’estero; a tutto ciò si aggiungono i degradanti trattamenti verso i bambini portatori di handicap e verso la libertà delle donne”.

Nel 2005, invece, Amnesty International aggiunge:

La libertà di espressione è molto scarsa, i mezzi di comunicazione strettamente controllati da parte del Partito Unico, al quale tutti i giornalisti sono costretti ad aderire. Da alcune fonti veniamo a sapere che molti giornalisti sono stati sottoposti ad un severo programma rieducativo, perché colpevoli di aver commesso errori banali come trascrivere erroneamente il nome di un alto funzionario del regime.

Corea del Nord: potenza nucleare o semplice propaganda?

L’ inizio del 2016 ci ha consegnato un Kim Jong-Un sempre più in prima linea nella guerra agli “imperialisti americani”. Una guerra ancora mediatica che però viaggia sul filo della provocazione continua. Il leader della Corea del Nord, di fatto un regime totalitario socialista a partito unico nonostante ufficialmente si parli di Repubblica Popolare, è alla guida del paese da 4 anni.

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Sin dagli inizi ha portato avanti una politica anti-americana e anti-sudcoreana, senza toccare però i livelli di tensione mediatica in cui ci troviamo dal gennaio scorso. L’ ultima provocazione in ordine di tempo è arrivata il 9 aprile 2016, quando Pyongyang ha annunciato di aver “testato un nuovo missile intercontinentale”. La notizia arriva subito dopo le minacce nordcoreane di un “attacco preventivo contro gli Usa”, ma soprattutto dopo il test nucleare di Gennaio ed il lancio nel mese successivo di 5 missili che hanno terminato la loro corsa nel Mar del Giappone.

L’escalation di tensione portata avanti dal dittatore, provocata dalle esercitazioni militari coordinate tra Usa e Corea del Sud proprio nel paese asiatico, è stata condannata da tutte le potenze mondiali, ma soprattutto dall’Onu, che ha dato il via libera a nuove sanzioni contro la Corea del Nord.

Tuttavia la domanda che ci si pone a livello mondiale è un’altra: Kim Jong-Un ha veramente a disposizione un arsenale nucleare tale da poter minacciare la stabilità mondiale? Oppure si tratta solo di una fine propaganda totalitaria?

Kim non fa trasparire nessun dubbio a riguardo, annunciando a cadenza mensile continui – o presunti tali – progressi della Corea del Nord dal punto di vista della tecnica militare. Perché, allora, malgrado le continue notizie positive che Pyongyang celebra, gli esperti si dicono perplessi riguardo le reali possibilità tecnico-militari della Corea del Nord? Il motivo, forse, può essere ricostruito andando ad analizzare, passo dopo passo, il tempo, il modo e il fine delle informazioni che la Kcna (l’agenzia ufficiale del regime nordcoreano) pubblica da gennaio in maniera intensiva.

TEMPO- Abbiamo già detto come la cadenza degli annunci da parte della Kcna sia quasi a cadenza mensile. Ebbene, per la precisione, dal 10 dicembre le notizie ufficiali sugli sviluppi militari sono state pubblicate il 6 gennaio, il 7 febbraio, il 14 marzo ed infine il 9 aprile. La domanda perciò è lecita: perché questa improvvisa accelerazione mediatica del regime?

MODO- Le notizie, dal punto di vista “tecnico”, rivelano, al loro interno, una forte componente propagandistica, che a volte ci consegna una situazione utopica e del tutto irreale della situazione nordcoreana. Potremmo citare le numerose frasi celebrative sui progressi della Corea del Nord pronunciate da Kim Jong-Un, ma forse niente è più esplicativo del video, dal titolo enfatizzante, “Ultima possibilità”, pubblicato dalla Kctv (la controparte televisiva della Kcna) lo scorso 26 marzo. Il tema è quello della celebrazione dei successi nordcoreani sugli avversari americani dal 15 agosto 1945 (giorno della nascita della Repubblica Popolare) fino ai giorni nostri. Il piatto forte, però, è la simulazione, tramite la computer grafica, di un attacco nucleare su Washington.

Il video, se analizzato, ci consegna tre elementi fortemente propagandistici: innanzitutto la celebrazione degli eventi passati vittoriosi; in seconda battuta il fornire allo spettatore la convinzione che un attacco contro gli Usa, se voluto, sia realmente possibile; e per finire l’elemento probabilmente meno evidente, ma che allo stesso tempo ci fa capire come un controllo “totalitario” possa intervenire sulla realtà plasmandola. Fermando il video al minuto 0:48 ci troveremo di fronte ad un frame rate che raffigura una cartina geografica con centro nel Pacifico. Analizzandola troveremo tre indizi: il primo riguarda la grandezza della Corea del Nord, che appare in rosso ed unificata alla Corea del Sud, come se fosse una proiezione di un pensiero espansionistico di Kim; il secondo indizio è il rapporto di grandezza Corea-Usa, sbilanciato a favore della prima, che ci consegna una proporzione fisica del tutto errata e che fa apparire meno maestoso l’ avversario più temibile; il terzo indizio è invece la distanza tra i due Paesi che qui ci appare diminuita, fornendo in questo caso una speranza di “raggiungibilità” dell’ avversario.

FINE- Le domande che ci siamo posti sembrano trovare una risposta in una data ben precisa, quella del 7 maggio, quando, dopo 36 anni, si terrà il “Congresso del partito dei lavoratori”. In quell’ occasione Kim Jong-Un dovrà fronteggiare le critiche dei suoi opponenti e la sua unica arma saranno i progressi militari acquisiti. Sarà l’apice della campagna mediatica, basata sul nucleare, che va avanti ormai da mesi e che ha consegnato al mondo intero notizie ancora tutte da verificare; informazioni che non vanno ignorate, ma che probabilmente celano la voglia del leader di lasciare accesi i fari del mondo sulla Corea del Nord. Una scelta in pieno stile totalitario quindi che da una parte accende l’orgoglio dei sudditi mentre, dall’ altra, preoccupa gli avversari.

Corea del Nord: l’immortalità dei leader nordcoreani

Medici e ricercatori del Mansoomoogang Institute (o Long Live the Leader Institute) erano convinti, ma erroneamente, che Kim Il-sung, che nel 1948 aveva fondato la Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord, sarebbe vissuto fino all’età di 150 anni. Dal 2012 l’ospedale è di nuovo funzionante perché suo nipote Kim Jong-un, alla guida del paese dal 2011, è preoccupato del suo sovrappeso.

Corea del Nord: l’immortalità dei leader nordcoreani - Geopolitica.info

Leggo sul Korea Times del 7 maggio 2014, uno dei principali quotidiani della Corea del Sud, che Kim Jong-il, il Caro leader, ordinò la chiusura del Long Live the Leader Institute perché suo padre Kim Il-sung  (l’Eterno leader), cui era stata «diagnosticata» una lunga vita, morì improvvisamente a soli 82 anni proprio mentre erano ancora in corso a Ginevra (Svizzera) i negoziati con gli Stati Uniti che si sarebbero conclusi con l’Accordo quadro (21 ottobre 1994) che, in pratica, «congelò» il programma nucleare per scopi militari della Corea del Nord, in cambio di aiuti economici ed energetici internazionali.

E’ l’immortalità dei leader della Corea del Nord, comunque, associabile al principio della continuità dinastica sostenuto così improvvidamente dalla famiglia Kim che, in pratica, detiene interrottamente il potere dalla fine della seconda guerra mondiale? In altre parole, potrebbe la morte del leader nordcoreano causare il collasso del regime autoritario di Pyongyang?

Nell’antica Cina, ad esempio, il re Wu Ti (l’Imperatore Marziale della dinastia Han che regnò dal 141 all’87 a. C.) soggiacque quasi sempre all’influenza dei maghi taoisti, colmandoli di onori e ricchezze ed eliminandoli poi dopo l’inevitabile delusione di ottenere l’elisir dell’immortalità che, in sostanza, avrebbe dovuto assicurare la continuità dinastica in nome della propria famiglia. Si pensava, infatti, che il cinabro (solfuro di mercurio rosso), che è in realtà un veleno, fosse utile allo scopo.

Il futuro della famiglia Kim rimane incerto sia per le lotte interne che rendono il suo potere meno «assolutistico» sia per le misure economiche e finanziarie coercitive (economic coercion) degli Stati Uniti che mirano a destabilizzare, nel lungo termine, il regime di Pyongyang.

Ma vi è un altro aspetto politico-sociale da considerare quando si parla della continuità dinastica in Corea del Nord. La popolazione nordcoreana non vuole perire per inedia né può essere oggetto di considerazione del regime di Pyongyang solo come fonte di entrate fiscali o come prestatrice di corvée. Se l’obiettivo prioritario di Kim Jong-un, il Brillante Compagno  (in coreano Yongmyong-han Dongji), è quello di provvedere con larghezza al suo mantenimento e di preservare i privilegi della sua famiglia, cosa deve aspettarsi dai propri sudditi che manifestano la loro insoddisfazione con ripetuti tentativi di fuga dal paese?

Sempre in Cina, il «Mandato del Cielo» era riservato agli eroi o semidei per aver operato per il bene della collettività. Il leader nordcoreano non sembra, invece, illuminato. Egli, finora, si è preoccupato soprattutto di consolidare il suo potere con purghe ed epurazioni che hanno colpito, in primis,suo zio Jang Song-thaek (il marito della sorella di suo padre Kim Jong-il che avrebbe dovuto esercitare provvisoriamente il potere dittatoriale come reggente), e con avvicendamenti, da lui ordinati, nella scala gerarchica politico-militare dello Stato leninista sempre più isolato sul piano internazionale.

Kim Jong-un ha inoltre fatto sapere tramite il suo mentore «occidentale», il cestita americano Dennis Rodman al quale è legato da una profonda amicizia tanto da concedergli il privilegio di essere accolto più di una volta e con tutti gli onori del caso nello Stato più impenetrabile di una “cortina di ferro”, di voler interloquire con il presidente americano Barack Obama.

In realtà, il regime di Pyongyang non vuole rinunciare alla sua politica militare (military-first). Non è, infatti, escluso che la Corea del Nord effettui un nuovo test nucleare dopo quelli del 2006, 2009 e 2013. L’ultimo test missilistico, eseguito in occasione della ricorrenza della stipulazione dell’Armistizio di Panmunjom che il 27 luglio 1953 pose fine alla guerra di Corea (1950-53), testimonia la sua bellicosità. E, al contempo, è un espediente della strategia della tensione utilizzato per attirare su di sé l’attenzione internazionale quando le difficoltà economiche del paese si accentuano; in particolare, degli Stati Uniti con i quali vorrebbe stipulare un trattato di pace e stabilire, così, le relazioni diplomatiche.

Gli equilibri strategici in Asia Orientale si stanno modificando. In particolare, la tradizionale alleanza tra Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti non appare più solida come in passato. La minaccia militare nordcoreana ha determinato un avvicinamento della Corea del Sud alla Cina. I due paesi che, peraltro, hanno i solidi legami commerciali, spingono per una soluzione diplomatica della crisi nucleare, mentre i governi degli Stati Uniti e del Giappone, con quest’ultimo che vorrebbe abrogare l’articolo 9 della Costituzione pacifista sulla rinuncia al riarmo, non escludono, – a priori-, un attacco missilistico (a pre-emptive strike) per distruggere gli impianti nucleari di Yongbyon (situati a nord della capitale nordcoreana), Cina permettendo. Ma Kim Jong-un continua a preoccuparsi della sua salute piuttosto che dell’integrità politico – territoriale della Corea del Nord.

Corea del Nord: l’impasse della diplomazia americana

Il giovane leader della Corea del Nord Kim Jong-un rimane fedele alla tradizionale linea di condotta degli affari internazionali dei suoi predecessori. Egli è, in particolare, irremovibile riguardo all’obiettivo primario della politica militare (military-first) che è la trasformazione della Corea del Nord in uno «stato nucleare». E a nulla sono valsi finora gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti per convincerlo ad abbandonare le sue «ambizioni nucleari».

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Il presidente americano Barack Obama, che sta esercitando forti pressioni sul collega della Federazione Russa Vladimir Putin nel tentativo di dirimere con la diplomazia la «questione ucraina», si è recato in visita ufficiale a Tokyo (in Giappone) e poi nella capitale sud-coreana, Seoul, al fine di rassicurare gli alleati dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti per «denuclearizzare» la Penisola di Corea.

Dal 1993, cioè da quando il regime di Pyongyang minacciò per la prima volta il suo ritiro dal Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT), la «denuclearizzazione» della Penisola di Corea è diventata uno degli obiettivi prioritari della politica estera americana in Asia Orientale. Gli Stati Uniti sono, difatti, i principali promotori del regime internazionale di non proliferazione degli armamenti nucleari.

La Corea del Nord, che testò il suo primo ordigno nucleare il 9 ottobre 2006, è, dunque, seriamente intenzionata ad acquisire lo status di potenza nucleare. Sul suo territorio sono presenti impianti per il «riprocessamento» chimico delle barre di combustibile utilizzato per alimentare il reattore di 5 Mwe di Yongbyon (che si trova 80 km circa a nord della capitale Pyongyang) e da cui viene separato il materiale fissile (Pu-239) per i test nucleari, l’ultimo dei quali è stato effettuato nel febbraio del 2013. Inoltre lo stato eremita del nord-est asiatico ha costruito le sue centrifughe gassose per l’arricchimento dell’uranio naturale (Highly Enriched Uranium). Un ulteriore duro colpo inflitto dalla Corea del Nord al regime internazionale della non-proliferazione nucleare di cui il NPT è dal 1968 il pilastro portante.

La minaccia militare della Corea del Nord è, peraltro, resa più credibile dallo sviluppo della tecnologica missilistica. Essa continua ad effettuare lanci missilistici per verificare i progressi compiuti nella miniaturizzazione delle testate che dovrebbero essere condotte a bersaglio con assoluta precisione. Gli ultimi sono stati eseguiti lo scorso marzo mentre erano in corso le periodiche esercitazioni aero-navali congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud.

La tensione nella Penisola di Corea rimane, pertanto, alta. Lo testimoniano i recenti scambi di colpi d’artiglieria lungo la linea di demarcazione marittima tra le due Coree (Northern Limit Line), ad ovest della penisola. Il regime di Pyongyang vuole che sia spostata più a sud rispetto al limite attuale delle acque territoriali tra i due paesi stabilito dagli Stati Uniti, nel luglio del 1953, a Panmunjom, un piccolo villaggio situato a ridosso della zona smilitarizzata (DMZ) che corre lungo il 38° parallelo, dove fu firmato l’armistizio che pose fine alle ostilità della guerra di Corea scoppiata nel giugno del 1950.

La presenza di una Corea del Nord dotata di armi di distruzione di massa (WMD) è concausa di una spasmodica corsa al riarmo degli Stati del nord-est asiatico (effetto domino). Cina, Corea del Sud e Giappone hanno incrementato notevolmente le loro spese militari. Ad esempio, il governo di Tokyo, che in passato aveva utilizzato meno dell’1% del Pil per scopi militari, ha pianificato un ragguardevole aumento della sua spesa militare, raggiungendo il 2.8% entro il 2015. Aspetto non trascurabile quando si menziona una delle prime economie al mondo.

Tuttavia, un attacco preventivo per distruggere gli impianti nucleari di Yongbyon equivarrebbe, per il regime di Pyongyang, a una dichiarazione di guerra. Kim Jong-un non esiterebbe un solo istante a utilizzare le sue armi atomiche pur di garantire la sicurezza e l’integrità territoriale del Paese, nonché per allontanare lo spettro della dissoluzione ideologica e materiale del suo potere. Una seconda guerra di Corea, le cui operazioni militari potrebbero questa volta interessare anche gli stati limitrofi, con conseguenze catastrofiche per l’intero nord-est asiatico.

Senza l’intervento degli Stati Uniti la guerra civile tra le due Coree (1950-53) si sarebbe conclusa in modo diverso per la superiorità militare della Corea del Nord. Da allora, il governo di Washington ha provato a isolare il regime di Pyongyang sul piano internazionale per destabilizzarlo, ma senza riuscirvi. Esso, infatti, continua a beneficiare del sostegno economico del governo di Pechino. Inoltre, l’alleanza militare con la Cina, formalizzata nel 1961 con la stipulazione del Treaty of Friendship, Cooperation, and Mutual Assistance, costituisce un solido scudo difensivo. La Corea del Nord è storicamente, per la sua vicinanza geografica, uno Stato ricadente nella sfera d’influenza di Pechino.

L’Armistizio di Panmunjom non è mai stato sostituito da un trattato di pace tra le due Coree. I due paesi sono “tecnicamente” in guerra. E sebbene Washington dichiari di propendere per una soluzione diplomatica della crisi nucleare nord-coreana, non è possibile escludere, a priori, altre opzioni soprattutto se i negoziati multilaterali di Pechino, cui prendono parte gli Stati Uniti, la Cina, la Federazione Russa, il Giappone e le due Coree, e in impasse dal 2009, non dovessero sancire la rinunzia di Kim Jong-un all’arma atomica. 

Corea del Nord: quale scenario internazionale dopo il caso Rodman

Il «caso Rodman» ha aperto una finestra sulla realtà politica e sociale della Corea del Nord dove il controllo dell’informazione ha contribuito a mantenere in vita il regime oligarchico di Pyongyang rappresentato dalla famiglia Kim, che dal 1948 ha in mano il potere. L’esecuzione, per ordine del leader Kim Jong-un, di Jang Song-thaek, marito della sorella di suo padre Kim Jong-il, e, come sembra, dei suoi parenti più stretti, apparentemente non per aver architettato un coup d’état ma semplicemente per aver cercato di appropriarsi indebitamente dei proventi di attività commerciali considerate vitali per la sopravvivenza del regime stesso, alimenta alcuni dubbi sulla stabilità del regime nordcoreano sempre più isolato, economicamente e politicamente, sul piano internazionale.

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Il «caso Rodman» ha finito per rendere ancora più manifesta la determinazione del leader nordcoreano Kim Jong-un nel voler preservare, ad ogni costo, la stabilità del regime di Pyongyang. Il famoso cestita americano Dennis Rodman si è, dunque, recato in Corea del Nord per organizzare un incontro tra la rappresentativa nazionale locale e un team di ex professionisti della prestigiosa lega di pallacanestro americana NBA, prima del quale ha canticchiato “Happy Birthday” per il trentesimo compleanno di Kim Jong-un (8 gennaio scorso), sebbene la sua età non sia mai stata confermata ufficialmente. E nel corso di un’intervista con la CNN, incalzato dal giornalista Chris Cuomo, asseriva in modo inequivocabile che si trovava in Corea del Nord al solo scopo di incontrare il suo amico Jong-un e che ogni questione politica era, quindi, da considerarsi disgiunta dall’evento prettamente sportivo. In altre parole, egli non era lì per convincerlo a rilasciare il prigioniero americano Kenneth Bae meritevole, a suo avviso, della condanna a 15 anni di lavori forzati. Successivamente, Rodman si sarebbe scusato pubblicamente con la sua famiglia per quanto espresso, incautamente, sotto l’effetto dell’alcool.

Il leader nordcoreano Kim Jong-un sta consolidando il suo potere eliminando i suoi nemici. La storia, da Joseph Stalin a Saddam Hussein, ci offre alcuni esempi di «pulizia politica». La sanguinosa lotta intestina tra le due fazioni ha evidenziato, in realtà, la frattura esistente nell’élite di Pyongyang riguardo alla gestione del denaro straniero, soprattutto renminbi, essendo la Cina il principale alleato militare e partner commerciale della Corea del Nord. Il generale Jang Song-thaek era il numero due nelle gerarchie del regime di Pyongyang che, come reggente, avrebbe dovuto sopperire alla inesperienza nella gestione degli affari interni e internazionali del giovane Kim Jong-un.

Un lucroso business per le autorità nordcoreane è costituito dalle esportazioni di carbone, di cui ha bisogno la Cina, ma anche di crostacei e molluschi molto apprezzati dal suo mercato. Da anni i profitti commerciali finiscono in mano all’élite militare che finora li ha utilizzati principalmente per mantenere alto il tenore di vita della famiglia Kim. Jang si era distinto per essere un fautore della restrizione del potere economico del North KoreanPeople’sArmy, uno degli eserciti più numerosi al mondo.

La lotta intestina potrebbe inasprirsi e minare il regime di Kim Jong-un soprattutto se questi non avesse più la legittimazione popolare. La società nordcoreana è una società di controllo, dominata dalla propaganda degli organi d’informazione di cui il «caso Rodman» non è che un esempio di strumentalizzazione politica. Gli slogan del regime, una sorta di linguaggio propagandistico tendenzioso, o «newspeak», che distorce la realtà per assicurarsi la lealtà del popolo, esaltano, difatti, la sua abilità nel tenere in scacco il mondo intero, e in particolare gli Stati Uniti. Lo dimostrano le recenti minacce contro i governi di Washington e di Seoul per le annuali esercitazioni congiunte (KeyResolveeFoalEagle) alle quali partecipano reparti militari americani e sudcoreani per un addestramento periodico finalizzato al contenimento di un attacco armato della Corea del Nord.

Il Comitato per la Riunificazione Pacifica della Patria, uno degli organi di propaganda del regime di Pyongyang, ha paragonato le esercitazioni militari congiunte, che gli Stati Uniti e la Corea del Sud condurranno nel periodo marzo-aprile e in prossimità del confine tra le due Coree divise politicamente e territorialmente dal 1945, al tentativo di invadere ed annettere la Corea del Nord.

L’obiettivo primario degli Stati Uniti è un «cambio di regime» in Corea del Nord. Nel mentre, essi provano a dissuadere la famiglia Kim dal bellicoso disegno di trasformare la Corea del Nord in uno «stato nucleare». La Corea del Nord continua ad effettuare lanci missilistici per migliorare la capacità vettoriale di condurre a bersaglio ordigni atomici (nuclear strike capacity). L’ultimo test nucleare risale invece al febbraio del 2013.

Il rischio è che tensioni incontrollate possano sfociare in un nuovo conflitto nella Penisola di Corea dopo la guerra del 1950-53. Ad esempio, il ministro della Difesa della Corea del Sud ha affermato di recente che se durante le esercitazioni congiunte con l’alleato americano i nordcoreani dovessero rendersi protagonisti di iniziative militari, essi «saranno puniti senza pietà». Intanto il Pentagono ha appena annunciato la decisione di inviare altri 800 soldati, oltre a nuove armi ad alta tecnologia, a sostegno delle forze americane-sudcoreane schierate a protezione della linea di demarcazione territoriale (DMZ) tra le due Coree. Essi appartengono alla 1st US Cavalry Division; per nove mesi saranno di stanza in Corea del Sud dove sono già operativi circa 28.000 soldati statunitensi.Potrebbero, inoltre, essere impiegati temporaneamente alcuni aerei da combattimento (F-16 fighter jets).   

Mentre i negoziati di Pechino, che la Cina ha voluto ospitare per preservare lo status quo nella Penisola di Corea, sono in un’impasse dal 2009. Ad essi prendono parte dal 2003, oltre alle due Coree, gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e la Federazione Russa.

Non solo la stabilità e la sicurezza nel Nord-Est asiatico sono a rischio, ma gli stessi equilibri di potere (balance of power) potrebbero essere alterati da una nuova guerra o da un improvviso collasso del regime di Pyongyang che determinerebbero un vuoto di potere (politicalvacuum) nel nord della Penisola di Corea. 

Giappone: assalto diplomatico a Pyongyang
Un altro duro colpo ai negoziati multilaterali di Pechino, ai quali prendono parte dal 2003 oltre alle due Coree, la Cina, il Giappone, la Federazione Russa e gli Stati Uniti, che si prefiggono la «denuclearizzazione» della Penisola di Corea, – divisa geograficamente dal 38° parallelo che corre lungo la linea di demarcazione territoriale (DMZ) sempre più militarizzata dopo la guerra di Corea (1950 – 1953) -, è stato, di recente, inferto dal Giappone che ha gettato l’amo degli aiuti economici nelle acque antistanti alla costa orientale della Corea del Nord sperando che il regime di Pyongyang abboccasse, dopo le nuove sanzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’ultimo test nucleare (ris. n S/RES/2094 del 7 marzo 2013).  

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Il Sol Levante ha un conto in sospeso con la Corea del Nord. Negli anni ‘70-’80 alcuni suoi cittadini furono rapiti dai nordcoreani per addestrare le loro spie. Inoltre dal 1998 l’esercito nordcoreano (Korean People’s Army) continua ad intimorire gli abitanti dell’arcipelago con continui lanci missilistici. Kim Jong-un, il leader del regime di Pyongyang, preferisce, infatti, seguire la strada della deterrenza nucleare (military first- policy) intrapresa dal padre Kim Jong-il (il Caro Leader) su suggerimento del nonno Kim Il-sung, il Grande ed Eterno Leader fondatore della Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord (DPRK) che ha già effettuato tre test nucleari dal 2006.

È accaduto, in realtà, che il governo di Tokyo ha tentato un nuovo «assalto diplomatico» al regime di Pyongyang con l’obiettivo di stabilire con esso, mediante la possibile soluzione del problema del rimpatrio dei cittadini giapponesi tuttora in mano ai nordcoreani, relazioni privilegiate. Ma Kim Jong-un, che non è un vero e proprio sprovveduto come è stato invece dipinto, un po’ improvvidamente, da alcuni studiosi di relazioni internazionali dopo la morte di Kim Jong-il nel dicembre del 2011, ha colto la palla al balzo per screditare il blocco diplomatico USA/Giappone/Corea del Sud che dovrebbe impedire alla Corea del Nord di entrare a far parte del club degli «stati nucleari».

Il primo ministro giapponese Shinzo Abe, che ha già ricoperto in passato la stessa carica come presidente del partito liberal-democratico (LDP), è il promotore di questa nuova iniziativa diplomatica affidata ad uno dei suoi più abili consiglieri, Isao Iijima. Egli è tornato a governare il paese (dal 26 dicembre 2012) dopo aver scalzato Yoshihiko Noda che assieme al suo partito (Partito Democratico del Giappone) erano stati duramente criticati dagli avversari politici per aver gestito male la disputa territoriale con la Cina per il possesso delle isole Senkaku (Diaoyutai in cinese), rivendicate anche da Taiwan. L’acquisto da parte del governo di Tokyo delle isole contese da un privato cittadino giapponese ha alimentato in Cina, in realtà, una serie di proteste pubbliche antinipponiche.

Durante la sua precedente esperienza di governo (20 settembre 2006 – 26 settembre 2007), Abe sostenne una politica a favore di una maggiore autonomia difensiva militare senza sminuire, tuttavia, l’importanza del ROK/U.S. Mutual Security Agreement (1954) come deterrente nei confronti di stati nemici e per controbilanciare il peso dell’alleanza militare tra la Cina e la Corea del Nord legate dal 1961 da un trattato di amicizia, cooperazione ed assistenza reciproca (Sino-North Korean Treaty of Friendship, Cooperation, and Mutual Assistance).

Il nuovo «assalto diplomatico» al regime di Pyongyang è una chiara manifestazione della volontà del governo di Tokyo di rimarcare i propri margini di autonomia politica dagli Stati Uniti, alleato cui il Paese ha delegato la propria sicurezza nazionale all’indomani della seconda guerra mondiale. Inoltre Abe vorrebbe trasformare le forze di autodifesa giapponesi (Self-Defense Forces) in un esercito moderno in grado di intervenire militarmente in difesa di uno stato alleato. Potrebbe trattarsi di un escamotage per abrogare l’art. 9 della MacArthur’s Japanese Constitution, in vigore dal 3 maggio del 1947, che proibisce al Paese del Sol Levante di riarmarsi (“Aspiring sincerely to an international peace based on justice and order, the Japanese people forever renounce war as a sovereign right of the nation and the threat or use of force as means of settling international disputes…). Il Giappone appare, quindi, piuttosto irrequieto per le «ambizioni nucleari» della Corea del Nord, oltre per la crescita militare della Cina.

Altro elemento di debolezza del blocco diplomatico USA/Giappone/Corea del Sud è costituito dalla evidente fragilità delle relazioni tra gli ultimi due. Il retaggio storico della colonizzazione giapponese della Penisola di Corea (1905-1945) continua, infatti, ad essere il principale motivo di attrito tra i due paesi. Ad aggiungere nuove tensioni alle relazioni nippo-sudcoreane è inoltre la controversia territoriale per la sovranità sulle isole Dokdo (Takeshima, in giapponese). Quando l’ex presidente sudcoreano Lee Myung-bak visitò lo scorso agosto queste piccolissime isole, che si trovano nel Mar del Giappone e i cui fondali marini che le circondano custodiscono con ogni probabilità ricchi di giacimenti di gas naturale, il governo di Tokyo, che le considera parte integrante ed inalienabile del territorio giapponese, in segno di protesta richiamò immediatamente il suo ambasciatore dalla capitale sudcoreana.

Il blocco diplomatico USA/Giappone/Corea del Sud cerca di far leva sul peso economico-politico che la Cina ha sul regime di Pyongyang. Ma il Paese del Centro considera la tradizionale amicizia con la Corea del Nord un efficace deterrente «nucleare» contro una nuova invasione militare giapponese dopo quella del 1937. La Cina, pertanto, protegge militarmente il suo antico alleato dopo lo smembramento dell’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) nel 1991. L’affermazione di Mao Zedong che «la Cina e la Corea del Nord sono vicine come i denti alle labbra» simboleggia la natura delle relazioni tra i due paesi. E sebbene Pechino sia irritata per l’ultimo test nucleare della Corea del Nord, che con la sua military first-policy rischia di destabilizzare l’economia del Nord-Est asiatico, le sue relazioni con il regime di Pyongyang restano amichevoli e stabili.

Mentre la Federazione Russa cerca di dirimere con gli Stati Uniti la controversia legata allo scudo missilistico europeo, -il presidente americano Barack Obama incontrerà il collega russo Vladimir Putin prima del summit del G20, – che si terrà dal 2 al 5 settembre prossimo a San Pietroburgo (Federazione Russa) -, il Paese del Sol Levante ha provato ad «avvicinare» (approcher) il leader nordcoreano Kim Jong-un, ma senza successo. Ciò testimonia la difficoltà di creare un fronte diplomatico coeso e determinato per ottenere lo smantellamento completo, verificabile ed irreversibile (CVID) del programma nucleare della Corea del Nord.
 

 

  

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