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I problemi tra Giappone e Corea Del Sud nella condivisione d’intelligence.

Alla fine di novembre del 2016 i governi di Giappone e Corea del Sud, dopo anni di complesse trattative, hanno firmato il cosiddetto ‘GSOMIA’, accordo sulla sicurezza generale delle informazioni militari volto a incrementare la condivisione d’intelligence tra i due paesi, particolarmente con riguardo alle analisi sui lanci di missili balistici nordcoreani e sulle attività della Cina nel Mar Cinese Meridionale.

I problemi tra Giappone e Corea Del Sud nella condivisione d’intelligence. - Geopolitica.info

Negli ultimi giorni, una fonte anonima appartenente alle forze armate giapponesi ha lamentato il rifiuto da parte sudcoreana di fornire informazioni riguardo alle attività militari cinesi.

Secondo la fonte, i sudcoreani si sarebbero limitati a informare circa i programmi nucleari e missilistici della Corea del Nord ma una condivisione d’intelligence di questo tipo viene ritenuta troppo scarna e certamente poco efficiente da parte dei giapponesi.

Alle origini dell’accordo GSOMIA. L’idea che Giappone e Corea del Sud potessero avviare un proficuo processo di condivisione dell’intelligence militare fu proposta per la prima volta dai sudcoreani alla fine degli anni Ottanta. La preoccupazione principale di Seoul risiedeva nella sua mancanza di intelligence satellitare, e nel corso del tempo il governo del paese ha sviluppato un ambizioso programma per dotarsi di quattro radar ad apertura sintetica (SAR) e di un satellite a infrarossi ottico entro il 2022.

In attesa della realizzazione del piano, la Corea del Sud ha assoluta necessità di colmare il vuoto esistente e la cooperazione con il vicino Giappone tramite l’accordo GSOMIA è stata ritenuta la soluzione più idonea.

La ‘Japan’s Self-Defense Force’ (SDF) gestisce infatti già quattro satelliti di intelligence per monitorare la parte settentrionale della penisola coreana e i giapponesi prevedono di aumentare il numero di satelliti fino a dieci nei prossimi anni. Inoltre, l’SDF possiede capacità antisottomarino di livello mondiale. Ciò è particolarmente rilevante ora che la Corea del Nord sta sviluppando il suo programma di lancio di missili balistici sottomarini (SLBM).

Il Giappone, dal canto suo, considera la Cina come una minaccia per la propria sicurezza nazionale e la cooperazione con la Corea del Sud risulta di fondamentale importanza per ottenere rapide informazioni sulle attività militari portate avanti sui mari dai cinesi.

Nel 2014 giapponesi e sudcoreani condividevano indirettamente le informazioni militari tramite l’accordo di condivisione delle informazioni trilaterale firmato dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti e dal Giappone, ma i militari dei due paesi asiatici avevano sottolineato la necessità di uno scambio di informazioni più diretto e più veloce tra i due paesi, senza passare forzatamente attraverso la mediazione dei lontani USA, viste le crescenti minacce nucleari e missilistiche provenienti dalla Corea del Nord.

L’accordo GSOMIA e le polemiche sudcoreane. Nel 2012 la firma dell’accordo GSOMIA sembrava essere a un passo, ma l’animosità pubblica sudcoreana derivante dalle nefaste memorie di un passato segnato dal lungo dominio coloniale giapponese sul paese (dominio durato dal 1910 al 1945) aveva condotto a un rinvio. Alla fine, l’accordo è stato firmato nel novembre del 2016 e si è trattato del primo patto militare tra i due paesi dalla liberazione della Corea del Sud dal dominio coloniale giapponese.

Il patto, firmato dall’amministrazione Park, è stato fortemente criticato dai partiti di opposizione in Corea del Sud per il fatto che è stato concluso troppo frettolosamente e non ha preso in considerazione i sentimenti dell’opinione pubblica. Difatti, secondo un sondaggio condotto di recente dall’istituto ‘Gallup Korea’, il 59% dei sudcoreani si è detto contrario al rafforzamento della cooperazione militare con il Giappone perché Tokyo non avrebbe mai espresso rimorsi sufficienti riguardo alla sua occupazione coloniale della penisola coreana.

Secondo l’opinione dello studioso americano Jeff Kingston, esperto di questioni inerenti al Giappone e alle sue relazioni globali, sudcoreani e giapponesi si sono confrontati animatamente per anni su svariate questioni di rilevanza internazionale e non possono ancora considerarsi come paesi ‘amici’. Le relazioni bilaterali continuano a essere spesso contrassegnate da fasi di grande freddezza e di scarsa volontà di cooperazione, e considerati gli ultimi sviluppi non sembrano esserci grossi cambiamenti all’orizzonte.

Kingston ha concluso rimarcando un concetto significativo: tutto ciò che assomigli a una cooperazione militare con il Giappone sarà sempre molto impopolare presso i sudcoreani.

 Il ruolo di Moon Jae-in. La nuova amministrazione sudcoreana guidata da Moon Jae-in ha dimostrato maggiore freddezza verso i giapponesi, specie nell’ambito dell’accordo GSOMIA, e vari osservatori hanno interpretato questa strategia come un tentativo per conquistare il consenso di una popolazione che aveva giudicato in maniera molto negativa l’operato dell’ex presidente Park.

Moon Jae-in, pur ammettendo la rilevanza di legami più forti con il Giappone, specie in chiave anti-Corea del Nord, aveva chiarito sin dalle prime conferenze stampa da leader del paese che la cooperazione non si trasformerà in un’alleanza militare.

“Non penso sia appropriato sviluppare la cooperazione al livello di un’alleanza militare”, ha sostenuto Moon in una recente intervista al Singapore Channel News Asia. “La cooperazione è specificamente volta a contrastare le provocazioni nucleari e missilistiche della Corea del Nord”.

Attraverso tali dichiarazioni, Moon ha voluto implicitamente specificare il fatto che non ritiene lo scambio di informazioni sulle attività cinesi come un punto essenziale della cooperazione col Giappone. In fondo, i sudcoreani non considerano la Cina come una minaccia per la loro sicurezza nazionale. Oltretutto, Seoul, oltre a proficui rapporti economici con Pechino, ha bisogno anche della cooperazione cinese per quanto riguarda il “problema Corea del Nord”, questione che i sudcoreani intendono trattare giocando su più tavoli. A conferma di ciò, vi è il fatto che al momento la Corea del Sud è al centro di accordi di intelligence sharing con 33 paesi, Stati Uniti e Russia compresi. Dunque, la cooperazione col Giappone, nonostante l’accordo GSOMIA, non sarebbe un fattore prioritario per Seoul.

Secondo diversi analisti, l’accordo GSOMIA non sarebbe così forte, né in termini politici né in termini militari.

Per queste ragioni, Il ministero della Difesa della Corea del Sud ha rifiutato di commentare la notizia delle ‘lamentele’ giapponesi sulle scarse informazioni provenienti dai militari sudcoreani.

Nelle ultime ore, il presidente sudcoreano Moon ha affermato di esser pronto a recarsi in Giappone per un confronto con il premier nipponico, ma senza specificare la natura delle discussioni che intende portare avanti.

In conclusione, in merito al futuro delle relazioni tra Giappone e Corea del Sud, è sensato condividere le opinioni espresse da Kingston: nonostante alcuni tentativi di facciata di migliorare le relazioni tra i due paesi, i rapporti tra le amministrazioni sembrano destinati a permanere in una condizione di reciproco sospetto e latente freddezza.

 

 

#IlCongressodiXi – Il futuro delle relazioni tra Cina e Corea del Nord

All’indomani del diciannovesimo congresso del Partito Comunista Cinese, che ha segnato la storica affermazione della leadership di Xi Jinping, la questione nord coreana rimane il principale pericolo per la stabilità della regione. Le mosse di Pechino negli ultimi mesi sono state fortemente influenzate dalla necessità di mantenere un basso profilo proprio in vista dello svolgimento del Congresso. Tuttavia la complessità della questione nord coreana lascia presupporre che l’impasse rimarrà in una condizione di “emergenza permanente” per i prossimi mesi.

#IlCongressodiXi – Il futuro delle relazioni tra Cina e Corea del Nord - Geopolitica.info

Negli scorsi giorni, Kim Jong-Un ha inviato un messaggio di congratulazioni a Xi Jinping, un avvenimento non scontato. Il leader nord coreano, infatti, invia messaggi personali molto raramente e le tensioni tra i due paesi sono state molto intense negli ultimi mesi. In ogni caso, il ruolo della Cina per la sopravvivenza della Corea del Nord resta determinante, essendo Pechino tuttora il principale fornitore di cibo, materie prime e, soprattutto, energia.

Le ragioni alla base del continuo supporto nei confronti di Pyongyang sono molteplici, dal sentimento filiale che sia il governo che la popolazione cinese hanno sempre nutrito nei confronti del popolo nordcoreano ma è soprattutto legato alla volontà di evitare una crisi politica in un paese confinante. In particolare, un eventuale esodo di profughi lungo un confine terrestre di quasi 1500 km costituirebbe una vera e propria calamità per Pechino.

Già dal 2006 la Cina, appoggiando la risoluzione 1717 al Consiglio di sicurezza dell’ONU per le sanzioni a seguito di un test nucleare, ha mostrato una sempre maggiore insofferenza nei confronti della politica nord coreana pur mantenendo una distanza rispetto alla posizione occidentale. L’atteggiamento di Pechino è stato ambivalente, nel 2014 e 2015 ha criticato una dettagliata relazione di abusi dei diritti umani nel paese, che arrivava a delineare dei veri e propri crimini contro l’umanità mentre nel 2017 la risoluzione 2375 delle Nazioni Unite è stata modificata eliminando l’embargo petrolifero e altre misure proprio dietro esplicite pressioni cinesi.

Molti analisti sostengono che anche le restrizioni commerciali approvate da Pechino siano in realtà state aggirate in tutti questi anni. La reale capacità delle sanzioni economiche è stata messa più volte in discussione, nel caso nord coreano un eventuale inasprimento dei blocchi economici avrebbe innanzitutto una forte ripercussione sulla popolazione civile ma potrebbe non bastare per piegare il regime di Pyongyang.

Negli ultimi mesi l’imbarazzo di Pechino nei confronti dello scomodo vicino è stato palese, i riferimenti di Washington alla presunta incapacità cinese di gestire un alleato costituiscono un grave affronto all’immagine che la Cina sta cercando di proiettare. I test nucleari e i lanci missilistici di Pyongyang intaccano gli equilibri della regione ma soprattutto il ruolo della Cina nell’area Asia-Pacifico. Lo stop alle importazioni di carbone dalla Corea del Nord rappresenta un grave colpo per Pyongyang, trattandosi della principale modalità di ingresso di valuta straniera per il paese mentre anche le esportazioni cinesi di carburante sono decisamente rallentate nelle ultime settimane. Nonostante tutto i principali analisti rimangono scettici sulla reale volontà cinese di colpire duramente il regime di Kim Jong-un.

La stampa cinese sta criticando le scelte nord coreane e anche i blogger, ormai negli ultimi anni veri e propri termometri dell’opinione pubblica del paese più popoloso del mondo, mostrano sempre più fastidio nei confronti di Pyongyang. Un eventuale conflitto militare nel paese rappresenterebbe un pericolo ancora maggiore per Pechino, uno dei problemi è costituito dai profughi nord coreani che inevitabilmente cercherebbero rifugio in Cina. Già centinaia di nord coreani riescono a scappare in Cina ogni mese, per essere puntualmente rimandati al paese d’origine tra le proteste degli attivisti per i diritti umani, ma la prospettiva di centinaia di migliaia di persone in fuga da un conflitto preoccupa seriamente Pechino.

Tutti i possibili scenari legati ad un evento bellico nel paese presuppongo un alto numero di vittime civili e un pericolo enorme per la popolazione sudcoreana. La dotazione balistica della Corea del Nord è una vera e propria spina nel fianco per tutti gli attori coinvolti. I sistemi di difesa non garantiscono la sicurezza totale in caso di una deflagrazione del conflitto e le conseguenze potrebbero essere fatali per molti cittadini sudcoreani.

Anche l’immagine di potenza benevola, ma in grado di mantenere un equilibrio armonico, che la Cina sta cercando di proiettare nella regione verrebbe notevolmente scalfita da una escalation del conflitto. Un possibile canale di comunicazione con Mosca, evocato più volte dalla stampa, non può costituire una via d’uscita dalla intricata vicenda nord coreana. Anche se i rapporti con Mosca si intensificano naturalmente di fronte al raffreddamento con Pechino e all’inasprirsi delle sanzioni internazionali, i sentimenti che tutto il popolo nord coreano prova nei confronti della Russia rimangono incentrati sulla sfiducia. Pyongyang non metterebbe mai il suo destino nelle mani della Russia o della Cina e giudica entrambe le potenze colpevoli di aver fatto mancare il proprio appoggio in molte occasioni, prima tra tutte la guerra di Corea. Va ricordato che la dimensione storica in Corea del Nord è sostanzialmente diversa a quella occidentale, il regime di Pyongyang è stato costruito e viene alimentato proprio da categorie storiche che altrove verrebbero considerate non determinanti o quantomeno superate. Quindi eventi storici che risalgono a 65 anni fa costituiscono delle variabili importanti per comprendere l’atteggiamento e l’orientamento della politica nordcoreana odierna.

In caso di deflagrazione del conflitto, una eventuale vittoria statunitense e sudcoreana nei confronti della Corea del Nord non è affatto scontata. Le ostilità potrebbe arrivare ad una situazione di stallo militare a meno che non si decida di adottare decisioni drastiche. Anche in caso di vittoria, la gestione post conflitto pone molti interrogativi, tutti gli analisti escludono la possibilità che gli Stati Uniti vengano accolti come “liberatori”. Il massiccio lavoro di propaganda portato avanti dal regime negli anni ha fortemente influenzato l’intera popolazione e la possibilità di una vera e propria resistenza armata è molto probabile. Tra l’altro tutti i nordcoreani, di entrambi i sessi, hanno ricevuto una adeguata preparazione militare mentre una riunificazione, sulla scia di quanto avvenuto in Germania, è assolutamente impensabile in quanto sarebbe vissuta nel Nord come una annessione da parte del Sud. La possibilità di una insurrezione interna appare improbabile, non è possibile conoscere la reale situazione nei palazzi di Pyongyang ma un golpe è una opzione veramente lontana.

La vicenda nordcoreana è innanzitutto una parte, ad oggi probabilmente la più importante, della contesa tra Usa e Cina. L’imminente incontro in Cina tra il presidente Trump e il premier cinese, che è appena stato elevato al rango di Mao dal recente congresso del Partito Comunista, sarà un momento importante per comprendere il futuro delle relazioni tra Pyongyang e Pechino.

Entrambi gli attori sono interamente focalizzati sulle ripercussioni di ogni singola azione sugli equilibri della regione, visto che nessuna soluzione può garantire ad alcune delle parti un successo o un vantaggio sul contendente la probabilità che l’impasse in Nord Corea rimanga in uno stato di “emergenza permanente” è l’opzione più plausibile al momento.

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