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Cosa sarebbe successo se Kim Jong-un fosse deceduto

Faccio un ragionamento semplificato di relazioni internazionali: in Corea del Nord non c’è una regola dinastica, ragion per cui la morte del Presidente nordcoreano avrebbe causato dapprima un periodo di vuoto politico caratterizzato da forte instabilità e disorientamento tra la popolazione, l’esercito e il partito, seguito successivamente da un’incognita sul suo successore che non si sa quale atteggiamento possa tenere con gli USA di Trump. Pertanto, Kim Jong-un ancora in vita sarebbe per assurdo una buona notizia.

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Il Presidente statunitense ha infatti dimostrato di saper trattare (con) Kim, non solo negli scambi di tweet – forse una iniziale prova di approccio con il dittatore – ma anche negli incontri avvenuti tra i due: dal primo avvenuto a Singapore a quello sulla linea di demarcazione militare coreana (ovvero il confine tra le due Coree) che ha reso Donald Trump il primo Presidente USA a mettere piede in Corea del Nord.

Sono 3 i possibili successori di Kim. La sorella di ferro Kim Yo-jong che, seppure braccio destro e consigliere di Kim, in quanto donna sarebbe penalizzata per una società nella quale ha già un ruolo unico nel partito (tra l’altro, recentemente nominata membro supplente del Politburo) ma la Presidenza potrebbe essere troppo anche per lei. La sorella minore di Kim Jong-un potrà essere invece il Presidente ombra nel caso in cui la dinastia continuasse con il fratello Kim Jong Chol, disinteressato alla politica e alla vita pubblica, che passa le giornate a suonare musica e ha un carattere ed un look decisamente inadatti a prendere le redini di una dittatura che si basa sulla durezza e sul rispetto di chi governa. L’ipotesi esterna alla successione dinastica è rappresentata poi dal presidente del Presidium dell’Assemblea suprema popolare e primo vicepresidente della Commissione Affari di Stato: Choe Ryong-hae, militare tanto spietato quanto Kim ma più austero. Tra gli anziani del partito sarebbe quello più quotato soprattutto per aver lavorato sempre a stretto contatto con Kim e per essere – con i suoi 70 anni – più giovane degli altri membri del Comitato permanente del Politburo. Il fatto che Kim Yo-jong sia sposata con il suo secondo figlio, potrebbe alimentare la probabilità che – anche grazie all’aiuto dell’esercito – si preferisca affidare il potere a un ufficiale della sua caratura, con sempre la sorella di Kim in posizione di Presidente de facto.

In ogni caso, Trump dovrà ricominciare da capo lo studio del nuovo Presidente e le trattative per la de-nuclearizzazione intraprese in questi anni. Le relazioni difficilmente potrebbero migliorare, e non è detto che le tattiche negoziali di Trump funzionino allo stesso modo. Anche se restasse lo status quo, passerebbero mesi di forte incertezza e si perderebbe nel migliore delle ipotesi tempo, nella peggiore ipotesi mesi di trattative e lo storico patto sul nucleare firmato a giugno 2019.
Dopo la pandemia di coronavirus, con gli USA che ne escono come Stato più colpito e a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, la morte di Kim sarebbe (stato) un elemento fortemente destabilizzante a livello geopolitico mondiale.

#Covid19: gli anni del miracolo coreano

Appena assunto il potere, il nuovo Governo militare volle imprimere anche alla politica economica una svolta in senso nazionalista, caratterizzata dall’impegno a trasformare la Corea del Sud da frammento di nazione, la cui riunificazione appariva ormai molto improbabile (tanto attraverso il negoziato tra i due blocchi quanto attraverso la riconquista militare delle provincie settentrionali), in un centro agglutinante attorno al quale l’altra Corea avrebbe finito inevitabilmente per gravitare.  

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Il governo di Park Chung Hee si diede ambiziosi obiettivi di sviluppo, destinati, da un lato a dimostrare la superiorità del sistema capitalista rispetto alla rozza tirannia socialista del Nord, e tendenti – dall’altro – a liberare la Corea da ogni complesso di inferiorità nei confronti dell’ex potenza coloniale, ora diventato il grande vicino dell’Est.  

Accettando l’idea che la divisione del Paese doveva essere considerata irreversibile per un periodo indefinito di tempo, il regime di Park rappresenta l’accettazione della sfida – da parte del popolo sudcoreano – a costruire, nella metà meridionale del territorio nazionale, una società moderna e sviluppata, capace di far emergere la Corea del Sud come la “vera” Corea, e in prospettiva – come in effetti è avvenuto – in grado di relegare la monarchia comunista del Nord in una posizione di irrilevanza, di marginalità e in definitiva di satellizzazione.  

Pochi mesi dopo l’avvento al potere, il governo militare elaborò il primo di una serie di Piani quinquennali di sviluppo, un documento nel quale per la prima volta, lo sviluppo economico veniva presentato come un obiettivo nazionale cui era collegata la sopravvivenza di un piccolo Stato che si trovava di fronte a un nemico estremamente aggressivo, e aggrappato al margine estremo di un continente totalmente dominato da forze ostili.  

Park Chung Hee, resterà al potere dal 1961 sino al suo assassinio nell’ottobre del 1979: sono di diciotto anni cruciali nella storia della Corea moderna, nel corso dei quali, il Paese subirà trasformazioni economiche e sociali profondissime.  

Molto è stato scritto sul carattere repressivo del regime instaurato dal colpo di Stato militare del 1961; minore attenzione ha invece suscitato la svolta di politica economica rappresentata da questo regime, esplicitamente impegnato nello sviluppo economico, e che si dimostrerà, alla prova dei fatti, capace di tradurre il suo impegno in straordinari risultati. 

La strategia attraverso cui – nel corso degli anni ’60 e ’70 – la Corea sarebbe uscita dalle tragiche condizioni che avevano caratterizzato gli anni ’50, era fondata anche questa volta tre elementi, ma profondamente diversi dai precedenti. 1) In primo luogo una riforma della struttura economica che conferisse al settore pubblico il controllo dei centri nevralgici dell’economia. 2) La creazione di uno stretto rapporto di collaborazione tra lo Stato e la classe capitalista dominante, tale da consentire – seguendo il modello Giapponese – di definire le priorità di sviluppo in armonia con gli interessi imprenditoriali, e di utilizzare tanto un sistema formale che informale “per trasmettere” dall’alto in basso gli impulsi governativi e per mettere in atto le azioni dei programmi. 3) La definizione di un meccanismo efficiente, discrezionale e selettivo per guidare la allocazione delle risorse nel modo desiderato.  

In questo senso, lo Stato sudcoreano utilizzò il suo enorme potere per creare un mercato del credito estremamente differenziato: il costo del denaro per gli imprenditori poteva variare moltissimo a seconda della priorità attribuita a ciascun settore dell’economia. Questa politica di sviluppo, in cui l’intervento pubblico svolge un forte ruolo di orientamento, rende il caso coreano per certi versi simile a quello dei non pochi Paesi del Terzo Mondo le cui esperienze di sviluppo industriale si sono invece spesso risolte in clamorosi e talora disastrosi insuccessi.  

C’è però da notare che, a differenza di quanto accade di norma nei Paesi arretrati che adottano politiche di industrializzazione fondate sull’intervento pubblico – le autorità coreane non hanno fatto ricorso, per indirizzare gli investimenti, solo di interventi sul mercato, cioè a restrizioni delle importazioni che si volevano sostituire.  

In realtà la Repubblica di Corea non aveva bisogno di ricorrere a questa pratica poco efficace e spesso controproducente, perché aveva sufficiente potere sul mercato dei capitali per intervenire direttamente sull’allocazione degli investimenti. Accanto al controllo del sistema creditizio, l’altro elemento utilizzato per attribuire al potere pubblico il dominio dei punti nevralgici del meccanismo di sviluppo fu proprio l’espansione della proprietà statale nel settore produttivo.  

Tutto ciò non deve far credere che il presidente Park e il suo entourage non fossero convinti sostenitori del sistema privatistico. Al contrario – pur con tutta l’enfasi posta sullo sviluppo del settore di proprietà o a partecipazione pubblica – essi restavano fermamente convinti che l’esistenza delle partecipazioni statali fosse necessaria solo al fine di assistere e sostenere la crescita di un’economia pienamente capitalista.  

E ciò in perfetta coerenza con i loro obiettivi politici generali – nazionalisti e anticomunisti – che puntavano a fare della Corea del Sud un Paese industrialmente forte e sviluppato, nel quadro di un’aperta sfida nei confronti della Corea del Nord e del suo sistema di dispotismo asiatico a matrice collettivistica.  

Per dirla con le stesse parole del Presidente: «la proprietà privata dei mezzi di produzione deve essere incoraggiata incondizionatamente, tranne nei casi in cui è necessario controllarla per stimolare lo sviluppo nazionale e proteggere gli interessi del Paese».  

Come appare evidente, si tratta di una filosofia molto simile a quella che ha favorito la nascita del settore pubblico in molti Paesi occidentali – e tra questi l’Italia – nel periodo tra le due guerre, e al suo rafforzamento nel secondo dopoguerra.  

Accanto alla presenza proprietaria dello Stato nel settore bancario e in quello produttivo, l’altra parte della strategia di sviluppo della presidenza Park – fu come già detto – la creazione di un vincolo di collaborazione molto stretto tra il governo e l’ambiente imprenditoriale. Questa strategia neo-corporativa della gestione della politica economica ricorda a tal punto il modello giapponese, da far parlare dell’esistenza di una “Azienda Corea”, così come si parla di Japan Inc.  

Nel corso dei diciotto anni del regime Park sono stati redatti e parzialmente attuati quattro Piani quinquennali, relativi rispettivamente ai periodi 1961-66, 1967-71, 1972-76, 1977-81. La realizzazione dell’ultimo venne interrotta dai disordini politici che seguirono all’uccisione dello stesso Park, disordini successivamente aggravati dalla crisi mondiale che segnò il passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80.  

Inoltre, tutti i Piani – a eccezione del secondo – sono stati disturbati nella loro attuazione da eventi esterni che portarono a una revisioni degli obiettivi previsti. Ma la filosofia generale che li ispirava rimase sostanzialmente la stessa in tutto l’arco di tempo che va dal ’61 al ’79: tutti i Piani, infatti, si ponevano come obiettivi: 1) l’aumento del risparmio interno; 2) la riduzione del controllo sulle importazioni; 3) la promozione delle esportazioni; 3) la import-substitution selettiva nel campo dei beni capitali e intermedi; 4) l’investimento nel capitale fisso sociale; 5) l’autosufficienza in campo cerealicolo.  

I risultati del secondo piano di sviluppo furono particolarmente significativi; di fatto mancò tutti i suoi obiettivi, nel senso che lo sviluppo ottenuto fu di gran lunga superiore a quello previsto dal piano stesso. Tutte le “cifre di controllo” furono superate, una per tutte: l’obiettivo di espansione delle esportazioni prevedeva un incremento annuo del 17%, mentre in realtà fu del 37,8%.  

Negli anni successivi, tra il 1970 e il 1979, il tasso medio di crescita reale del Pil su base annua fu del 9,7%, mentre quello pro-capite correva al tasso annuo del 7-8 per cento.  

Questi dati spettacolari – che sembrano mostrare la continuità dello sviluppo coreano tra un decennio e l’altro (e successivamente anche nel cambio di regime e nella riconquista delle piene libertà politiche) – non possono tuttavia celare il fatto che le caratteristiche dell’economia coreana e la sua collocazione sui mercati internazionali sono andate rapidamente trasformandosi.  

Il principale cambiamento è relativo alla composizione delle esportazioni. Nei primi anni ’60, i principali beni esportati erano minerali metallici e loro concentrati, pesce e seta greggia. Nella seconda metà di quello stesso decennio, erano emersi come i prodotti più venduti all’estero quelli del settore tessile-abbigliamento, i compensati in legno e le parrucche. A metà degli anni ’70 le calzature, i prodotti siderurgici e quelli elettronici si erano aggiunti alla lista dei beni che la Corea riusciva a esportare con successo nel mondo. In seguito, diventano importanti fonti di valuta estera i macchinari elettrici e non elettrici e le esportazioni di ingegneria, e alla fine del decennio le autorità coreane incominciarono a promuovere con vigore produzioni ed esportazioni nella cantieristica navale (di cui sono diventati presto leader mondiali), nella petrolchimica e nell’industria automobilistica. Inoltre, verso la metà degli anni settanta, il Paese era anche diventato autosufficiente da un punto di vista alimentare e la sua “battaglia del grano” poteva dirsi conclusa e vinta.

I problemi tra Giappone e Corea Del Sud nella condivisione d’intelligence.

Alla fine di novembre del 2016 i governi di Giappone e Corea del Sud, dopo anni di complesse trattative, hanno firmato il cosiddetto ‘GSOMIA’, accordo sulla sicurezza generale delle informazioni militari volto a incrementare la condivisione d’intelligence tra i due paesi, particolarmente con riguardo alle analisi sui lanci di missili balistici nordcoreani e sulle attività della Cina nel Mar Cinese Meridionale.

I problemi tra Giappone e Corea Del Sud nella condivisione d’intelligence. - Geopolitica.info

Negli ultimi giorni, una fonte anonima appartenente alle forze armate giapponesi ha lamentato il rifiuto da parte sudcoreana di fornire informazioni riguardo alle attività militari cinesi.

Secondo la fonte, i sudcoreani si sarebbero limitati a informare circa i programmi nucleari e missilistici della Corea del Nord ma una condivisione d’intelligence di questo tipo viene ritenuta troppo scarna e certamente poco efficiente da parte dei giapponesi.

Alle origini dell’accordo GSOMIA. L’idea che Giappone e Corea del Sud potessero avviare un proficuo processo di condivisione dell’intelligence militare fu proposta per la prima volta dai sudcoreani alla fine degli anni Ottanta. La preoccupazione principale di Seoul risiedeva nella sua mancanza di intelligence satellitare, e nel corso del tempo il governo del paese ha sviluppato un ambizioso programma per dotarsi di quattro radar ad apertura sintetica (SAR) e di un satellite a infrarossi ottico entro il 2022.

In attesa della realizzazione del piano, la Corea del Sud ha assoluta necessità di colmare il vuoto esistente e la cooperazione con il vicino Giappone tramite l’accordo GSOMIA è stata ritenuta la soluzione più idonea.

La ‘Japan’s Self-Defense Force’ (SDF) gestisce infatti già quattro satelliti di intelligence per monitorare la parte settentrionale della penisola coreana e i giapponesi prevedono di aumentare il numero di satelliti fino a dieci nei prossimi anni. Inoltre, l’SDF possiede capacità antisottomarino di livello mondiale. Ciò è particolarmente rilevante ora che la Corea del Nord sta sviluppando il suo programma di lancio di missili balistici sottomarini (SLBM).

Il Giappone, dal canto suo, considera la Cina come una minaccia per la propria sicurezza nazionale e la cooperazione con la Corea del Sud risulta di fondamentale importanza per ottenere rapide informazioni sulle attività militari portate avanti sui mari dai cinesi.

Nel 2014 giapponesi e sudcoreani condividevano indirettamente le informazioni militari tramite l’accordo di condivisione delle informazioni trilaterale firmato dalla Corea del Sud, dagli Stati Uniti e dal Giappone, ma i militari dei due paesi asiatici avevano sottolineato la necessità di uno scambio di informazioni più diretto e più veloce tra i due paesi, senza passare forzatamente attraverso la mediazione dei lontani USA, viste le crescenti minacce nucleari e missilistiche provenienti dalla Corea del Nord.

L’accordo GSOMIA e le polemiche sudcoreane. Nel 2012 la firma dell’accordo GSOMIA sembrava essere a un passo, ma l’animosità pubblica sudcoreana derivante dalle nefaste memorie di un passato segnato dal lungo dominio coloniale giapponese sul paese (dominio durato dal 1910 al 1945) aveva condotto a un rinvio. Alla fine, l’accordo è stato firmato nel novembre del 2016 e si è trattato del primo patto militare tra i due paesi dalla liberazione della Corea del Sud dal dominio coloniale giapponese.

Il patto, firmato dall’amministrazione Park, è stato fortemente criticato dai partiti di opposizione in Corea del Sud per il fatto che è stato concluso troppo frettolosamente e non ha preso in considerazione i sentimenti dell’opinione pubblica. Difatti, secondo un sondaggio condotto di recente dall’istituto ‘Gallup Korea’, il 59% dei sudcoreani si è detto contrario al rafforzamento della cooperazione militare con il Giappone perché Tokyo non avrebbe mai espresso rimorsi sufficienti riguardo alla sua occupazione coloniale della penisola coreana.

Secondo l’opinione dello studioso americano Jeff Kingston, esperto di questioni inerenti al Giappone e alle sue relazioni globali, sudcoreani e giapponesi si sono confrontati animatamente per anni su svariate questioni di rilevanza internazionale e non possono ancora considerarsi come paesi ‘amici’. Le relazioni bilaterali continuano a essere spesso contrassegnate da fasi di grande freddezza e di scarsa volontà di cooperazione, e considerati gli ultimi sviluppi non sembrano esserci grossi cambiamenti all’orizzonte.

Kingston ha concluso rimarcando un concetto significativo: tutto ciò che assomigli a una cooperazione militare con il Giappone sarà sempre molto impopolare presso i sudcoreani.

 Il ruolo di Moon Jae-in. La nuova amministrazione sudcoreana guidata da Moon Jae-in ha dimostrato maggiore freddezza verso i giapponesi, specie nell’ambito dell’accordo GSOMIA, e vari osservatori hanno interpretato questa strategia come un tentativo per conquistare il consenso di una popolazione che aveva giudicato in maniera molto negativa l’operato dell’ex presidente Park.

Moon Jae-in, pur ammettendo la rilevanza di legami più forti con il Giappone, specie in chiave anti-Corea del Nord, aveva chiarito sin dalle prime conferenze stampa da leader del paese che la cooperazione non si trasformerà in un’alleanza militare.

“Non penso sia appropriato sviluppare la cooperazione al livello di un’alleanza militare”, ha sostenuto Moon in una recente intervista al Singapore Channel News Asia. “La cooperazione è specificamente volta a contrastare le provocazioni nucleari e missilistiche della Corea del Nord”.

Attraverso tali dichiarazioni, Moon ha voluto implicitamente specificare il fatto che non ritiene lo scambio di informazioni sulle attività cinesi come un punto essenziale della cooperazione col Giappone. In fondo, i sudcoreani non considerano la Cina come una minaccia per la loro sicurezza nazionale. Oltretutto, Seoul, oltre a proficui rapporti economici con Pechino, ha bisogno anche della cooperazione cinese per quanto riguarda il “problema Corea del Nord”, questione che i sudcoreani intendono trattare giocando su più tavoli. A conferma di ciò, vi è il fatto che al momento la Corea del Sud è al centro di accordi di intelligence sharing con 33 paesi, Stati Uniti e Russia compresi. Dunque, la cooperazione col Giappone, nonostante l’accordo GSOMIA, non sarebbe un fattore prioritario per Seoul.

Secondo diversi analisti, l’accordo GSOMIA non sarebbe così forte, né in termini politici né in termini militari.

Per queste ragioni, Il ministero della Difesa della Corea del Sud ha rifiutato di commentare la notizia delle ‘lamentele’ giapponesi sulle scarse informazioni provenienti dai militari sudcoreani.

Nelle ultime ore, il presidente sudcoreano Moon ha affermato di esser pronto a recarsi in Giappone per un confronto con il premier nipponico, ma senza specificare la natura delle discussioni che intende portare avanti.

In conclusione, in merito al futuro delle relazioni tra Giappone e Corea del Sud, è sensato condividere le opinioni espresse da Kingston: nonostante alcuni tentativi di facciata di migliorare le relazioni tra i due paesi, i rapporti tra le amministrazioni sembrano destinati a permanere in una condizione di reciproco sospetto e latente freddezza.

 

 

#IlCongressodiXi – Il futuro delle relazioni tra Cina e Corea del Nord

All’indomani del diciannovesimo congresso del Partito Comunista Cinese, che ha segnato la storica affermazione della leadership di Xi Jinping, la questione nord coreana rimane il principale pericolo per la stabilità della regione. Le mosse di Pechino negli ultimi mesi sono state fortemente influenzate dalla necessità di mantenere un basso profilo proprio in vista dello svolgimento del Congresso. Tuttavia la complessità della questione nord coreana lascia presupporre che l’impasse rimarrà in una condizione di “emergenza permanente” per i prossimi mesi.

#IlCongressodiXi – Il futuro delle relazioni tra Cina e Corea del Nord - Geopolitica.info

Negli scorsi giorni, Kim Jong-Un ha inviato un messaggio di congratulazioni a Xi Jinping, un avvenimento non scontato. Il leader nord coreano, infatti, invia messaggi personali molto raramente e le tensioni tra i due paesi sono state molto intense negli ultimi mesi. In ogni caso, il ruolo della Cina per la sopravvivenza della Corea del Nord resta determinante, essendo Pechino tuttora il principale fornitore di cibo, materie prime e, soprattutto, energia.

Le ragioni alla base del continuo supporto nei confronti di Pyongyang sono molteplici, dal sentimento filiale che sia il governo che la popolazione cinese hanno sempre nutrito nei confronti del popolo nordcoreano ma è soprattutto legato alla volontà di evitare una crisi politica in un paese confinante. In particolare, un eventuale esodo di profughi lungo un confine terrestre di quasi 1500 km costituirebbe una vera e propria calamità per Pechino.

Già dal 2006 la Cina, appoggiando la risoluzione 1717 al Consiglio di sicurezza dell’ONU per le sanzioni a seguito di un test nucleare, ha mostrato una sempre maggiore insofferenza nei confronti della politica nord coreana pur mantenendo una distanza rispetto alla posizione occidentale. L’atteggiamento di Pechino è stato ambivalente, nel 2014 e 2015 ha criticato una dettagliata relazione di abusi dei diritti umani nel paese, che arrivava a delineare dei veri e propri crimini contro l’umanità mentre nel 2017 la risoluzione 2375 delle Nazioni Unite è stata modificata eliminando l’embargo petrolifero e altre misure proprio dietro esplicite pressioni cinesi.

Molti analisti sostengono che anche le restrizioni commerciali approvate da Pechino siano in realtà state aggirate in tutti questi anni. La reale capacità delle sanzioni economiche è stata messa più volte in discussione, nel caso nord coreano un eventuale inasprimento dei blocchi economici avrebbe innanzitutto una forte ripercussione sulla popolazione civile ma potrebbe non bastare per piegare il regime di Pyongyang.

Negli ultimi mesi l’imbarazzo di Pechino nei confronti dello scomodo vicino è stato palese, i riferimenti di Washington alla presunta incapacità cinese di gestire un alleato costituiscono un grave affronto all’immagine che la Cina sta cercando di proiettare. I test nucleari e i lanci missilistici di Pyongyang intaccano gli equilibri della regione ma soprattutto il ruolo della Cina nell’area Asia-Pacifico. Lo stop alle importazioni di carbone dalla Corea del Nord rappresenta un grave colpo per Pyongyang, trattandosi della principale modalità di ingresso di valuta straniera per il paese mentre anche le esportazioni cinesi di carburante sono decisamente rallentate nelle ultime settimane. Nonostante tutto i principali analisti rimangono scettici sulla reale volontà cinese di colpire duramente il regime di Kim Jong-un.

La stampa cinese sta criticando le scelte nord coreane e anche i blogger, ormai negli ultimi anni veri e propri termometri dell’opinione pubblica del paese più popoloso del mondo, mostrano sempre più fastidio nei confronti di Pyongyang. Un eventuale conflitto militare nel paese rappresenterebbe un pericolo ancora maggiore per Pechino, uno dei problemi è costituito dai profughi nord coreani che inevitabilmente cercherebbero rifugio in Cina. Già centinaia di nord coreani riescono a scappare in Cina ogni mese, per essere puntualmente rimandati al paese d’origine tra le proteste degli attivisti per i diritti umani, ma la prospettiva di centinaia di migliaia di persone in fuga da un conflitto preoccupa seriamente Pechino.

Tutti i possibili scenari legati ad un evento bellico nel paese presuppongo un alto numero di vittime civili e un pericolo enorme per la popolazione sudcoreana. La dotazione balistica della Corea del Nord è una vera e propria spina nel fianco per tutti gli attori coinvolti. I sistemi di difesa non garantiscono la sicurezza totale in caso di una deflagrazione del conflitto e le conseguenze potrebbero essere fatali per molti cittadini sudcoreani.

Anche l’immagine di potenza benevola, ma in grado di mantenere un equilibrio armonico, che la Cina sta cercando di proiettare nella regione verrebbe notevolmente scalfita da una escalation del conflitto. Un possibile canale di comunicazione con Mosca, evocato più volte dalla stampa, non può costituire una via d’uscita dalla intricata vicenda nord coreana. Anche se i rapporti con Mosca si intensificano naturalmente di fronte al raffreddamento con Pechino e all’inasprirsi delle sanzioni internazionali, i sentimenti che tutto il popolo nord coreano prova nei confronti della Russia rimangono incentrati sulla sfiducia. Pyongyang non metterebbe mai il suo destino nelle mani della Russia o della Cina e giudica entrambe le potenze colpevoli di aver fatto mancare il proprio appoggio in molte occasioni, prima tra tutte la guerra di Corea. Va ricordato che la dimensione storica in Corea del Nord è sostanzialmente diversa a quella occidentale, il regime di Pyongyang è stato costruito e viene alimentato proprio da categorie storiche che altrove verrebbero considerate non determinanti o quantomeno superate. Quindi eventi storici che risalgono a 65 anni fa costituiscono delle variabili importanti per comprendere l’atteggiamento e l’orientamento della politica nordcoreana odierna.

In caso di deflagrazione del conflitto, una eventuale vittoria statunitense e sudcoreana nei confronti della Corea del Nord non è affatto scontata. Le ostilità potrebbe arrivare ad una situazione di stallo militare a meno che non si decida di adottare decisioni drastiche. Anche in caso di vittoria, la gestione post conflitto pone molti interrogativi, tutti gli analisti escludono la possibilità che gli Stati Uniti vengano accolti come “liberatori”. Il massiccio lavoro di propaganda portato avanti dal regime negli anni ha fortemente influenzato l’intera popolazione e la possibilità di una vera e propria resistenza armata è molto probabile. Tra l’altro tutti i nordcoreani, di entrambi i sessi, hanno ricevuto una adeguata preparazione militare mentre una riunificazione, sulla scia di quanto avvenuto in Germania, è assolutamente impensabile in quanto sarebbe vissuta nel Nord come una annessione da parte del Sud. La possibilità di una insurrezione interna appare improbabile, non è possibile conoscere la reale situazione nei palazzi di Pyongyang ma un golpe è una opzione veramente lontana.

La vicenda nordcoreana è innanzitutto una parte, ad oggi probabilmente la più importante, della contesa tra Usa e Cina. L’imminente incontro in Cina tra il presidente Trump e il premier cinese, che è appena stato elevato al rango di Mao dal recente congresso del Partito Comunista, sarà un momento importante per comprendere il futuro delle relazioni tra Pyongyang e Pechino.

Entrambi gli attori sono interamente focalizzati sulle ripercussioni di ogni singola azione sugli equilibri della regione, visto che nessuna soluzione può garantire ad alcune delle parti un successo o un vantaggio sul contendente la probabilità che l’impasse in Nord Corea rimanga in uno stato di “emergenza permanente” è l’opzione più plausibile al momento.

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