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A tu per tu con Elena Croci: in Libia puntare sulla comunicazione culturale
In occasione della visita ufficiale a Bologna del sindaco di Benghasi Mahmoud Baziza e di una delegazione di politici, artisti e imprenditori libici (18-21 novembre 2013), Geopolitica.info ha incontrato  Elena Croci, tra gli organizzatori dell’evento e curatrice della mostra “Anime di materia” dell’artista bengasino Ali WakWak. Un’opportunità per approfondire il nuovo ruolo della comunicazione e della diplomazia culturale, strumenti fondamentali per la costruzione di una più solida piattaforma di cooperazione tra i due Paesi. Una strategia  recentemente sottolineata anche dal ministro della Cultura italiana Massimo Bray nel corso dell’incontro con il suo omologo libico Mohammed Al-Amin.

A tu per tu con Elena Croci: in Libia puntare sulla comunicazione culturale - Geopolitica.info
Tre giorni di meeting a Bologna con il mondo della politica, della cultura e dell’imprenditoria libica. Un’importante occasione di dialogo costruttivo che ci racconta una Libia diversa rispetto a quella disegnata dai media mainstream italiani.
Siamo  purtroppo di fronte a una distorsione tipica della stampa italiana che tende a focalizzarsi sulla Libia solo in corrispondenza di eventi traumatici. Se è indubbio che il Paese stia subendo i contraccolpi di una fase di transizione politico-istituzionale, è altrettanto vero che simili dinamiche sono in parte l’inevitabile prodotto dell’esperienza bellica conclusasi solo nel 2011. Non posso che condividere le parole spese in proposito dal sindaco di Benghasi e il suo invito a leggere gli eventi più recenti nella prospettiva di quanto accaduto in questi ultimi anni. La tre giorni di Bologna mira a porre l’accento su quanto di positivo è stato prodotto finora e lo fa, in primo luogo, con gli strumenti della cultura. 

È dunque questo il significato dell’installazione nel centro del capoluogo emiliano di una delle più apprezzate e riconosciute opere dell’artista Ali WakWak?
L’opera del maestro WakWak fonde il trauma della guerra con le aspirazioni al rinnovamento e alla rinascita che l’hanno seguita. L’obiettivo è sensibilizzare la cittadinanza sui legami e sulla vicinanza tra Italia e Libia, cercando di replicare, almeno in parte, il successo della mostra personale allestita in febbraio a Roma presso gli ambienti del Vittoriano (ndr 20.000 visitatori in pochi mesi). La creazione di un ponte culturale tra i due Paesi è un passaggio necessario e un incentivo per qualsiasi altra forma di cooperazione imprenditoriale o diplomatica. Al contempo credo che tali forme di comunicazione possano svolgere anche un ruolo fondamentale per la pacificazione interna della stessa Libia.

Ci spieghi più in dettaglio.
La matrice del linguaggio della cultura è per sua stessa natura universale. Quella cultura che può avvicinare le due sponde del Mediterraneo, può contribuire in Libia a cementificare i legami della cittadinanza sulla base di una memoria storica comune e condivisa, costruire identità, restituire fierezza e fiducia nel futuro.

Può l’Italia contribuire a questa valorizzazione della cultura e del patrimonio culturale libico?
Senza dubbio. Che ne se dica l’Italia dispone oggi di un vasto bagaglio di know how tecnico sviluppato nei progetti di restauro e valorizzazione dei suoi beni artistici: queste competenze dovranno essere trasmesse ai partner libici per mezzo della cooperazione. Al di là del  valore intrinseco legato alla preservazione delle grandi testimonianze artistiche, architettoniche e paesaggistiche del passato, tale interscambio aprirebbe opportunità economiche tanto per le imprese italiane quanto per quelle libiche. Le potenzialità in Libia del settore turistico, in particolare quello archeologico, meritano di essere sfruttate al meglio.
 
Italia-Azerbaijan: “Vision 2020 – My Azerbaijan My Future”
Si è aperto a Roma, a Parco dei Principi il Forum Internazionale dell’ASAIF, “Azerbaijani Students and Alumni International Forum” che ha ospitato 350 studenti azerbaigiani provenienti da tutto il mondo. Molte le personalità istituzionali partecipanti, tra cui il Ministro per la Gioventu’ e lo Sport, Azad Rahimov.

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I temi affrontati e di confronto sono stati: lo scambio di informazioni e idee, le aree di cooperazione, i programmi per la gioventù, new brands and new trends per l’Azerbaigian, lo sviluppo delle relazioni tra le associazioni studentesche e giovanili di entrambi gli Stati.

Il Ministro Azad Rahimov, soddisfatto per la riuscita dell’evento, ha dichiarato “E’ il primo meeting nel sud Europa, prima lo abbiamo tenuto a Bruxelles, Strasburgo, Londra, Vienna. Ora qui a Roma e devo dire che è il più grande mai organizzato, con 350 studenti provenienti da 45 Paesi in questo bellissimo posto. Molti i punti in agenda, che riassumo con tre parole: gioventù, Asaif (come l’organizzazione), Azerbaijan. Per quanto riguarda le relazioni tra Italia e Azerbaijan, queste continueranno a crescere. Dal punto di vista economico cresce sia l’export che l’import. Dal punto di vista politico e culturale abbiamo molti progetti, eventi, mostre che avvicinano i due paesi. Stiamo lavorando insieme anche nei campi dello sport e della gioventù con collaborazioni tra associazioni giovanili”.

“La direzione importante è quella di far crescere un gruppo di giovani azerbaigiani con grandi intellettualità, ha aggiunto Elnur Aslanov, capo del Dipartimento per l’Analisi e l’Informazione Politica dell’Amministrazione presidenziale dell’Azerbaijan, per questo migliaia di studenti azerbaigiani studiano all’estero con il programma definito per il 2007-2015. Alzando il livello di istruzione riusciamo ad alzare anche il livello dell’economia e della politica del Paese. Un’altra cosa che chiediamo ai nostri studenti all’estero è far conoscere le realtà di successo dell’Azerbaijan”. “Quando è cominciato questo programma le facoltà “strategiche” erano diverse – ha spiegato Aslanov – c’erano le relazioni internazionali, le materie umanitarie, oggi invece le direzioni strategiche sono nanotecnologia, medicina, telecomunicazioni. Il 35% degli studenti all’estero sono della facoltà di medicina. C’è anche il turismo. Il nostro scopo è quello di aumentare il numero degli studenti di turismo, cultura e arte”.

Manuela Traldi, Presidente dell’istituto per il commercio italo-azerbaigiano ha asserito che “Il settore più sviluppato è quello Oil & Gas, siamo i primi importatori di petrolio e l’interscambio tra Italia e Azerbaijan è di 8 milioni di euro l’anno. C’è poi da sviluppare sempre di più il settore non Oil, in particolare è rivolta molta attenzione in Azerbaijan per l’energia rinnovabile, per le infrastrutture, per l’agroalimentare e il turismo”.

Presidente dell’associazione Italia-Azerbaijan – Paola Casagrande – ha concluso il suo intervento ribadendo che “I rapporti di amicizia tra Italia e Azerbaijan sono sempre stati ottimi ed ora si stanno molto rafforzando sotto il profilo accademico, economico, politico e culturale, c’è molta affinità con il nostro Paese. L’associazione Italia-Azerbaijan nasce sull’onda della collaborazione tra i due Paesi e con lo scopo di sviluppare le relazioni tra essi sia in ambito istituzionale che – per esempio – scolastico”.

  

Le Relazioni italo-libiche tra storia e prospettive di collaborazione nella macro-regione del Mediterraneo
È ancora “primavera” nel mondo arabo? Prima di rispondere a questa domanda, occorre tentare di comprendere se un fenomeno politico di portata regionale che abbia legato attraverso una vicenda comune contesti domestici differenti, si sia effettivamente sviluppato tra il dicembre del 2010 fino ad oggi. Senz’altro simili appaiono le condizioni politiche, economiche e sociali in cui versavano gli Stati del Maghreb e del Medio oriente nel momento in cui la prima scintilla della rivolta ha preso vita in Tunisia. 

Le Relazioni italo-libiche tra storia e prospettive di collaborazione nella macro-regione del Mediterraneo - Geopolitica.info
La prima condizione comune era quella politica, che vedeva la presenza esclusiva di Paesi con regimi refrattari alla democrazia, tanto da far descrivere la regione da Samuel Huntington come l’unica al mondo mai lambita da nessuna delle tre ondate di democratizzazione (1828-1926, 1943-1962 e 1974-giorni nostri), e dalla sclerotizzazione di un sistema di potere che in alcuni casi era nelle mani dello stesso gruppo da più di mezzo secolo. La seconda condizione era quella economica che vedeva lo stanco trascinarsi di economie stagnanti, o appiattite su un unico settore, dove lo Stato rappresentava il gestore unico o il socio di maggioranza di quasi tutte le imprese di un qualche rilievo. La terza condizione era quella sociale, per cui circa il 50% della popolazione è tuttora ricompresa in una fascia di età inferiore ai 25 anni (molti studi hanno sostenuto la tesi che l’incidenza di rivoluzioni e guerre è maggiore negli Stati in cui l’età media della popolazione è bassa). 
Il principale risultato di questo scontro è stata la manifestazione di una generale volontà di rigenerazione politica che ha portato all’esaurimento della stagione del nazionalismo laico e del pan-arabismo.

Occorre, tuttavia, tracciare un distinguo tra i diversi eventi di cui si compone la “primavera araba”. In Tunisia, Egitto, Marocco, Giordania, Bahrein le proteste non hanno mai generato un clima di anarchia e il cambiamento politico è oscillato tra l’allontanamento del capo di Stato e il cambio di governo e una maggiore apertura dei sistemi politici verso i principali strumenti di democrazia (maggiore libertà di aggregazione e più ampia possibilità di partecipazione alle competizioni elettorali). Laddove la violenza, come in Libia e in Siria, è stata – o è – più elevata, ha preso forma – o potrebbe prenderla – un vero e proprio regime change (la guerra civile in Yemen più difficilmente può essere analizzata all’interno di tali categorie in quanto il Paese vive nel baratro della guerra civile ormai dal 1967). Essendo le vicende relative alla sopravvivenza del regime di Damasco ancora in corso, è preferibile affrontare il tema delle “primavere arabe” analizzando il caso libico, che grazie alla realizzazione di una prima tornata elettorale e alla formazione di un nuovo governo ha già compiuto, similmente alla Tunisia e all’Egitto, un passo in avanti sulla via della trasformazione da un sistema di potere accentrato verso un sistema maggiormente pluralista. Il 1 novembre, infatti, è stato presentato il governo di coalizione presieduto da Ali Zeidan, il primo che dal 1969 potrà godere della legittimazione democratica di un Parlamento eletto liberamente. A confortare le speranze sulla possibilità di un cambiamento effettivo sono intervenuti anche i dati sulla partecipazione popolare al voto, che ha registrato l’afflusso del 62% degli uomini e delle donne aventi diritto.

Non si può, tuttavia, cedere alla tentazione di ridurre l’idea di democrazia alla sua definizione “minima”, ossia democrazia uguale elezioni, in quanto il semplice ricorso al processo elettorale per l’attribuzione del potere potrebbe persino essere pericoloso per la stabilità del Paese. Occorre ricordare che la Libia è attraversata dalla frattura “rokkaniana” centro-periferia, che ha già contribuito alla fine del regime di Gheddafi e allo scoppio della guerra civile, per cui il suo territorio si contraddistingue per la presenza di clan rivali che determinano tre divisioni politico-spaziali principali: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Questa suddivisione potrebbe ancora costituire in futuro una forza centrifuga in grado di mettere a repentaglio l’unità dello Stato libico, soprattutto qualora attraverso le elezioni una componente clanico-geografica finisse per prevalere in misura schiacciante sulle altre. Sembra indispensabile, quindi, che la Libia assuma un assetto di tipo federalista, che sappia mantenere la coesione, senza finire con lo schiacciare le singole identità locali, sul modello di quanto avvenuto – con successo – a cavallo tra il XIX e il XX secolo in Brasile e in Argentina.

Altra questione esiziale per il proseguo della democratizzazione in Libia sono gli effetti ambivalenti del rapporto tra sfera politica e sfera religiosa. La reazione alla deposizione di un regime laicista potrebbe verosimilmente portare all’imposizione della sharia quale fonte primaria del diritto nel Paese. L’effetto positivo che questa scelta potrebbe generare è l’individuazione di minimo comun denominatore culturale intorno al quale coagulare il processo di nation building, che rappresenta una condizione necessaria anche se non sufficiente per l’affermazione della democrazia, e che era sempre mancato nel passato nonostante il velleitario tentativo ideologico compiuto da Gheddafi. L’effetto negativo, invece, sarebbe la paradossale evoluzione di uno Stato che non appena riguadagnata la libertà – goduta nella sua storia solo tra il 1951 e il 1969 – decide volontariamente di rinunciarvi attraverso l’adozione di un sistema normativo che limita in molti campi la libertà individuale e le cui conseguenze sono verificabili in molti Stati dell’area (Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi…).

Non bisogna dimenticare, infine, che le evoluzioni politiche domestiche sono strettamente collegate alla dimensione internazionale.

La Libia è inserita nel cuore del Mediterraneo e questa sua posizione le impone un rapporto diretto e continuativo con l’Occidente. La percezione sia da parte del nuovo governo, che della popolazione (su cui già il vecchio regime aveva fatto opera di propaganda), che gli Stati occidentali siano orientati solo da obiettivi predatori nei confronti del Paese, potrebbe indurre Tripoli ad adottare modelli antitetici ai nostri e ad avvicinarsi agli Stati che a livello regionale guidano le spinte all’equilibrio del potere in senso sfavorevole agli Stati Uniti e ai loro alleati. L’Italia in particolare, che grazie alla vicinanza delle sue coste a quelle libiche è fisiologicamente il partner privilegiato della Libia, deve allontanare dalla sua azione politica il cinismo del paradigma sicurezza/affari nei suoi rapporti con Tripoli, ma – proprio nel suo interesse nazionale – deve dimostrare la sua capacità di saper bilanciare il perseguimento dei suoi obiettivi internazionali con dei pilastri etici intorno ai quali far ruotare la sua azione. È quello che negli Stati Uniti chiamerebbero soft power, e Washington grazie a questo potere ha vinto la Guerra fredda.

Al seguente link potrete visualizzare il servizio sulla conferenza “Le relazioni Italo-Libiche.Tra storia e prospettive di collaborazione nella macro-regione del Mediterraneo”.  http://uniroma.tv/?id=22144
 

 

A tu per tu: Marco Cochi e l’Africa che verrà

Geopolitica.info ha discusso con Marco Cochi, giornalista professionista esperto di questioni legate al continente africano e da tre anni alla direzione dell’Ufficio cooperazione decentrata di Roma Capitale.  
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A tu per tu: Marco Cochi e l’Africa che verrà - Geopolitica.info

Lo scorso giugno, l’Ocse ha pubblicato l’edizione 2011 del “Rapporto sulle prospettive economiche del continente nero”. Quello che emerge dall’analisi fatta è che l’Africa ha già superato la crisi economica mondiale e dal 2010 fa segnare l’avvio della ripresa. L’aumento dei generi alimentari e l’aumento del greggio, hanno rallentato la media del Pil africano che, comunque alla fine del 2011 la stima è stata intorno al +3,7%, mentre le previsioni per il 2012 sono di una crescita vicino al 6%. Pensa che sia incominciato il riscatto?

Non c’è dubbio che l’Ocse nel “Rapporto sulle prospettive economiche del continente nero” rilevi che l’Africa ha già superato la crisi economica mondiale e che ben sei Stati africani figurano nella classifica mondiale dei dieci paesi che hanno registrato la crescita economica più rapida. Dati confortanti che lasciano spazio a un cauto ottimismo, ma non possiamo non considerare che gli indicatori utilizzati dagli analisti Ocse tendono a valutare come una singola entità il secondo continente più vasto del mondo dopo l’Asia. Con un’estensione più che tripla rispetto all’Europa e con 55 Stati, ognuno sensibilmente diverso l’uno dall’altro. Dove il Sudafrica, da solo, produce il 45 per cento di tutto il prodotto interno lordo del continente e dove lo Zimbabwe viaggia al ritmo del meno 4,4 per cento, con un’inflazione che nel 2008 raggiunse il 150.888,87 per cento.

Se proviamo ad esaminare la situazione economica del continente nella sua globalità possiamo constatare che 300 milioni di africani hanno in media una possibilità di spesa variabile tra i 2 e i 10 dollari, accompagnata da un alto tasso di povertà. Mentre il 60 per cento non può usufruire di un sistema sanitario né di quello scolastico. E tutto questo mentre Aids, tubercolosi, malaria e non solo, continuano a imperversare, anche grazie a un’industria farmaceutica che impegna più risorse nel tentativo di difendere i propri brevetti che in ricerca e sviluppo.

Comincerei quindi a parlare di riscatto quando i tassi di crescita saranno accompagnati da una significativa riduzione della povertà.

Il land grabbing più semplicemente noto alla cronaca come “accaparramento delle terre” nel sud del mondo, sta diventando un fenomeno di proporzioni piuttosto preoccupanti, tanto che molti parlano già di “colonialismo comprato”. L’Africa sotto questo punto di vista come e in che modo ne è coinvolta? Può spiegarci di cosa si tratta?

Come ha specificato nella domanda, land grabbing è la locuzione inglese entrata in uso per indicare il fenomeno dell’accaparramento delle terre, in termini compiuti si intende l’acquisto o l’affitto di estese superfici di terra arabile in Africa e in forma minore in Asia e in America latina da parte di soggetti stranieri pubblici o privati. Una formula tanto in voga nei paesi emergenti, che ha subito una forte accelerazione dopo la crisi economica del 2008.

A dare il via all’acquisto di grandi appezzamenti di terreni in Africa e in Sud America è stato re Abdullah dell’Arabia Saudita, che sulla scia della crisi alimentare del 2008, si è accorto che il petrolio portava miliardi di dollari, ma che in tutto il suo immenso regno galleggiante su un mare di greggio non c’era un solo angolo di terra che producesse qualcosa di commestibile per i suoi sudditi.

Così ha deciso di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia e affittare immensi appezzamenti di terra in Zambia e in Tanzania, dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno.

La Cina, sempre in cerca di risorse alimentari e minerarie, ha seguito subito l’esempio del sovrano saudita, dando vita a un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale, come prova l’acquisto di due milioni e 800 mila ettari nella Repubblica democratica del Congo, di due milioni di ettari in Zambia, di diecimila in Camerun, di quattromila in Uganda e di tremila in Tanzania.

Dopo la Cina a lanciarsi nel land grabbing è stata un’altra potenza emergente: l’India. Usando lo stesso sistema cinese, Nuova Delhi ha iniziato a comprare centinaia di migliaia di ettari di terreno in Argentina, in Etiopia, in Malesia e in Madagascar.

Senza tralasciare il dinamismo della Corea del Sud che, attraverso le multinazionali Daewoo e Hyundai, sta comprando terreni in tutta l’Africa. Poi ci sono anche Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti che usano i petrodollari per acquistare centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile in Africa e in Sud America.

Le drammatiche dimensioni raggiunte dal fenomeno del land grabbing sono testimoniate da un recente rapporto dell’International Food Policy Research Institute che rileva come in pochissimi anni le transazioni concluse e in corso riguardano circa 50 milioni di ettari (una superficie pari a quella della Spagna); mentre dalla metà del 2008 alla fine del 2010 sono stati conclusi più di 200 accordi commerciali (la maggior parte dei quali proprio in Africa).

Ovviamente, gli investitori stranieri assicurano ai governi ospitanti la costruzione di infrastrutture, la creazione di migliaia di posti di lavoro e grazie all’introduzione di nuove tecnologie, un aumento della produttività tale da soddisfare non solo le richieste dei mercati di destinazione ma anche i bisogni alimentari delle popolazioni locali. Tuttavia, tali transazioni possono definirsi davvero convenienti per i paesi destinatari degli investimenti, solo se condotte in maniera trasparente, nel rispetto dei diritti di proprietà esistenti e se consentono una ridistribuzione a livello locale dei profitti.

Nella realtà dei fatti i prodotti coltivati su queste terre acquistate da soggetti stranieri sono destinati alle esportazioni e non al mercato locale. Mentre è evidente che questa corsa all’accaparramento delle terre nasconde una forma insidiosa di sfruttamento e rischia di instaurare un nuovo colonialismo in Africa. E sarebbe anche lecito chiedersi perché si vendano per pochi soldi questi terreni, quando nel Corno d’Africa la gente muore di fame.

In riferimento alle energie rinnovabili, è dell’ultimo mese la notizia che la commissione economica dell’ Onu per l’Africa ha lanciato un piano da 623 mila dollari che riguarderà “meccanismi innovativi” per finanziare progetti di energia rinnovabile nei paesi del Nordafrica. Secondo Lei in Africa è in atto un piano strategico per quanto riguarda le energie rinnovabili? E se si, cosa potrebbe cambiare?

Dopo la chiusura del recente vertice di Durban sul cambiamento climatico, il continente africano ha dato prova di voler promuovere con maggior vigore lo sviluppo delle energie rinnovabili. In questa direzione giungono molti segnali da diversi paesi, a cominciare proprio dal Sudafrica, che ha ospitato la conferenza internazionale.

L’esecutivo di Pretoria riceverà un forte sostegno nella realizzazione di progetti nel campo delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica in seguito a un accordo sottoscritto con Regno Unito, Germania, Danimarca, Norvegia e la Banca europea degli investimenti. In Burkina Faso, invece, sorgerà la più grande centrale termosolare dell’Africa sub-sahariana. Anche in Nord Africa, esattamente in Tunisia, sarà presto avviata una serie di progetti nel settore delle rinnovabili, finanziati con un prestito di oltre 80 milioni di euro concessi dalla Germania nel quadro di un accordo di cooperazione tecnica e finanziaria tra i due paesi.

Il settore delle cosiddette “energie alternative” riveste sicuramente un’importanza strategica per il continente africano, che per mezzo di un opportuno sfruttamento delle fonti rinnovabili potrebbe emanciparsi dalla sua dipendenza energetica, da sempre uno tra gli ostacoli principali al suo sviluppo. Allo stesso modo, il ricorso alle tecnologie verdi potrebbe rappresentare per l’Africa un’importante opportunità di crescita economica, diretta a favorire gli investimenti interni e ad attrarre quelli internazionali. L’incremento dell’energia verde potrebbe anche svolgere un ruolo determinante per lo sviluppo sociale del continente, contribuendo a migliorarne gli standard di vita della popolazione, che in termini occupazionali beneficerebbe della realizzazione di impianti solari, geotermici, idroelettrici o eolici.

E’ di questi ultimi giorni la notizia che dietro l’attacco compiuto lo scorso 20 febbraio al mercato di Maiduguri, nel nord della Nigeria, c’è la mano della setta Boko Haram, legata al fondamentalismo islamico, il bilancio dell’attacco non è ancora chiaro, ma si parla di trenta vittime. Tali rivolte secondo Lei, indicano un forte antioccidentalismo o è il cosiddetto “falso obiettivo” per celare interessi ai più nascosti da giochi geopolitici molto più elevati? Quali interessi possono nascondersi dietro questa setta?

Poco più di due mesi fa il presidente Jonathan Goodluck definì “la situazione odierna nella Nigeria peggiore di quella dei tempi della guerra civile”. Facendo esplicito riferimento al rischio dello scoppio di un conflitto etnico-tribale nello Stato dell’Africa occidentale, addirittura più sanguinoso di quello che tra il luglio 1967 e il gennaio 1970 provocò un milione di morti per la secessione delle province sudorientali costituitesi nella Repubblica autonoma del Biafra.

La guerra del Biafra aveva radici etniche e politiche, mentre gli attentati della setta radicale islamica Boko Haram, oltre alle componenti etniche e politiche, implicano anche dimensioni sociali, religiose e criminali. C’è poi da considerare che durante la guerra civile il governo si trovò ad affrontare un nemico convenzionale e non un esercito di “senzavolto”, che negli ultimi due anni ha insanguinato il Nord scuotendo nelle fondamenta un paese di quasi 160 milioni di abitanti, primo esportatore di petrolio del continente, secondo alcuni analisti destinato a scalzare il Sudafrica entro 15 anni come principale economia africana.

C’è innanzi tutto da constatare che la linea dura decisa dall’esecutivo di Abuja – nonostante i danni inflitti al gruppo islamico fondato nel 2002 dal leader religioso Mohammed Yusuf – non ha raggiunto l’obiettivo sperato, soprattutto a causa di un’inefficace attività preventiva di intelligence e la mancanza di cooperazione tra le forze di sicurezza e le parti sociali interessate. Questo ha permesso a Boko Haram di acquisire notorietà a livello nazionale e di presentarsi come una guida per i musulmani.

Oltre al fanatismo religioso, il movimento integralista fa leva su una crisi economica che ha avuto nella vicenda dell’aumento del prezzo della benzina il suo più evidente indicatore. Dal primo gennaio 2012 il prezzo della benzina è raddoppiato da un giorno all’altro, con l’immediato effetto di far decollare il costo della vita, a cominciare dal prezzo del biglietto dei mezzi pubblici, usati dalla grande maggioranza dei nigeriani, il cui reddito procapite è di due dollari al giorno.

Il governo ha motivato il provvedimento di aumento del prezzo del carburante con il desiderio di liberare risorse per costruire infrastrutture e creare posti di lavoro. Ma ai nigeriani riesce difficile fidarsi di una burocrazia tra le più corrotte al mondo, accettando un simile provvedimento nel primo paese produttore di petrolio del continente africano.

In questo contesto, fatto di conflittualità etnica, di epurazioni religiose, di tensione sociale e di mancanza di prospettiva, i gruppi intransigenti musulmani sunniti e wahabiti, riccamente finanziati da fondazioni saudite, trovano terreno fertile nel penetrare nel ventre molle della società rurale del Nord con il loro sostegno finanziario e la loro politica di proselitismo.

Si sono formulate varie ipotesi per capire quali siano gli obiettivi e gli interessi che si muovono dietro alla sigla di Boko Haram. L’obiettivo dichiarato del gruppo è quello di istituire un nuovo califfato, estendendo la sharia a tutto il territorio nazionale (da notare che la legge coranica è già in vigore in 12 Stati della Federazione). Per quanto riguarda gli interessi grava il sospetto che il gruppo conti sul sostegno di settori delle élite del nord musulmano che non hanno digerito l’elezione di Goodluck, un presidente del sud petrolifero e cristiano. Questo appoggio è stato importante anche in passato. Politici e governatori di Stati del nord ebbero il sostegno di Boko Haram dieci anni fa, quando introdussero la sharia come fonte legislativa. In questo modo, peggiorarono le cose…

Per concludere, il continente Africano che è stato e si spera sia sempre meno territorio di conquista sia dal punto economico che di spoliazione delle sue risorse, ha bisogno di una propria autonomia, sostegno che può derivare solo da una forte classe dirigenziale e da un appoggio sincero delle potenze occidentali ed orientali. Cosa si può augurare nel prossimo futuro per rendere l’Africa più stabile e prospera?

Ci vorrà ancora parecchio tempo prima che l’Africa diventi un continente stabile e prospero, ma è pur vero che negli ultimi anni le economie di alcuni paesi africani si sono dimostrate competitive, diversificate e impegnate su un percorso di crescita. L’Africa ha imparato a commerciare in modo più efficace affidandosi di più al settore privato e aprendo i suoi mercati ai capitali esteri. Inoltre, la sua giovane popolazione e le sue abbondanti risorse naturali creano le premesse affinché possa diventare un continente ricco di promesse per milioni di persone.

I programmi di aggiustamento strutturale per i PVS: una mappa dei problemi

Nel 1994 Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale festeggiarono, a Bretton Woods, i loro primi cinquanta anni dalla fondazione mentre una nuova istituzione, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), controparte commerciale delle due istituzioni finanziarie, prendeva forma sulla base dell’Uruguay Round sancendo la definitiva trasformazione del GATT da accordo generale a organismo internazionale permanente.

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Le celebrazioni non riuscirono tuttavia a mascherare la crisi di identità che, alla luce dei fallimenti delle politiche del Washington Consensus nei Paesi in via di sviluppo ancora fortemente indebitati, aveva investito proprio FMI e WB. Tra le file della destra economica si alzarono voci contro l’inefficienza delle stesse istituzioni nel tentativo estremo di salvaguardare l’impianto ideologico del laissez-faire; mentre le critiche nell’ambiente accademico degli studi sullo sviluppo si concentrarono sulle drammatiche conseguenze causate dalle politiche di aggiustamento strutturale e dalla cancellazione dello Stato nelle dinamiche di sviluppo dei singoli Paesi. 
Per comprendere, tuttavia, il passaggio che condusse le strategie di sviluppo oltre il cosiddetto Washington Consensus verso una fase di Post-Washington Consensus, dobbiamo in primo luogo far riferimento al contributo di Joseph Stiglitz, economista insignito del Premio Nobel nel 2001 e tra i principali protagonisti – alla fine degli anni ’90 – del processo di definizione della nuova agenda economico-politica mondiale. In qualità di Senior Vice President e Chief Economist alla Banca Mondiale dichiarò che, alla luce degli evidenti fallimenti conseguiti nei Pvs, le preoccupazioni del Washington Consensus non avrebbero più potuto concentrarsi sul solo obiettivo del contenimento dell’inflazione; da quel momento in poi sarebbe stato necessario riconsiderare, nelle “regole del gioco” politico-economico globale, anche il ruolo regolatore dello Stato soprattutto in settori chiave e particolarmente delicati quali quello dell’educazione e della salute, delle politiche economiche, industriali e di welfare. In sintesi Stato e Mercato non avrebbero più dovuto essere considerati come due entità autonome, indipendenti ed in reciproca contrapposizione; bensì l’uno complementare all’altro. 
La proposta di un cosiddetto Post-Washington Consensus fu dunque incentrata sulla necessità di riconoscere, e correggere, le imperfezioni del mercato attraverso interventi meno dogmatici rispetto a quelli applicati nel corso degli anni Ottanta.

La storia dell’ultimo decennio può tuttavia essere interpretata seguendo due percorsi distinti a seconda che si riconosca un’effettiva presa di distanze del Post-Washington Consensus dal Washington Consensus, o che si ravvisi nel paradigma degli anni ‘90 una forma riveduta e corretta – edulcorata da un linguaggio positivo ed accattivante – delle stesse strategie di sviluppo degli anni ’80; paradossalmente, infatti, anche nel Post-Washington Consensus l’influenza del riduzionismo economico non ha permesso quell’autentica ridefinizione delle sfere economica e sociale che avrebbe facilitato un passo in avanti rispetto al passato. Inoltre, la nozione di Good Governance cominciò a farsi spazio nei documenti ufficiali delle organizzazioni internazionali e nelle riflessioni accademiche. Lavorando su “come” il governo avrebbe dovuto essere realmente esercitato, si tentò infatti di stabilire un collegamento tra la dimensione politico-istituzionale e quella amministrativo-gestionale. La Good Governance, comprensiva dei principi della partecipazione, dell’inclusione e del capitale sociale, divenne presto lo strumento per eccellenza, nel gioco della sostenibilità dei processi di sviluppo, per definire l’ “idoneità” di un Paese piuttosto che di un altro a ricevere aiuto economico o infrastrutturale. Anch’essa, come lo strumento della condizionalità, finì per essere impiegata all’interno di strategie volte ad appoggiare riforme istituzionali disegnate dall’alto e fu così svuotata del suo originario significato politico. La dimensione gestionale dell’efficacia, incorniciata nel contesto privilegiato del libero mercato, fu evocata soprattutto dalla Banca Mondiale ed associata ad una Good Governance in chiave tecnica e finanziaria. Il fine, non diversamente dai decenni precedenti, era certo quello di rafforzare istituzioni favorevoli ai mercati migliorandone la performance e riducendone l’impianto burocratico, sulla base del cosiddetto New Public Management, in gran voga nella decade riformista degli anni Ottanta.

E’ evidente quanto la flessibilità e l’ambiguità che accompagnano, ancora oggi, non solo la nozione di Good Governance ma l’intero nuovo linguaggio dello sviluppo (ad es. i termini partecipazione, sviluppo umano, sviluppo sostenibile, approccio bottom up) siano finalizzate a far convergere e mescolare principi della mainstream dello sviluppo con soluzioni vagamente innovative ed alternative. Più che di una debolezza concettuale sembra si sia trattato di un disegno minuzioso di veicolazione del consenso, rispondente all’esigenza generalizzata di giustizia e di trasparenza.

Dato ancor più rilevante, FMI e WB hanno tentato, ieri come oggi, di incorporare governi e realtà nazionali nel processo stesso di formulazione delle politiche di aggiustamento strutturale al fine di presentarle come il frutto della contrattazione democratica e della partecipazione locale della società civile. Al contrario, questi piani di programmazione economico-finanziaria non tennero nella dovuta considerazione la diversità delle culture dei popoli, l’adattabilità di questi ultimi a nuove tipologie di organizzazione economica, il grado di istruzione delle comunità e i costi dell’impatto sociale che avrebbero indotto. Per tutti fu una ricetta eguale e severa che, a detta dei dirigenti della BM e del FMI, avrebbe causato “un breve male per un bene duraturo”.
Inoltre, il rapporto tra i Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS), dell’era del Washington Consensus, e i Documenti Strategici per la Riduzione della Povertà (PRSPs) elaborati nella fase Post è tutt’altro che casuale. Questi ultimi hanno infatti lo scopo di rimediare agli errori irrisolti dai PAS lasciando maggiore libertà ai governi indebitati nell’elaborazione delle strategie. Eppure le condizionalità richieste nell’ambito dei PRSPs non si distinguono da quelle imposte nell’ambito dei PAS e, ugualmente, l’approvazione degli organismi finanziari internazionali risulta fondamentale per l’erogazione stessa dell’aiuto anche nell’ambito dell’iniziativa a favore della riduzione del debito dei HIPC (Heavily Indebted Poor Countries). Verso la metà degli anni Novanta, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha formulato una lista di obiettivi, gli International Development Targets (IDT), ripresi poi nel 2000 dalle Nazioni Unite con la denominazione di Millennium Development Goals (MDG) che, in sintesi, hanno avanzato la riduzione della povertà e lo sradicamento della fame estrema; la garanzia dell’ istruzione primaria; l’attuazione di politiche per le pari opportunità tra uomini e donne; la riduzione della mortalità infantile e delle madri al momento del parto; la lotta contro gravi virus quali l’HIV e la malaria; la promozione della sostenibilità ambientale; lo sviluppo di una partnership globale per lo sviluppo.

La conferenza, chiusa a New York nel settembre del 2000, ha sintetizzato e ribadito, conformemente alle prescrizioni del Post-Washington Consensus, i principi e le conclusioni delle conferenze precedenti e ad essa collegati, proponendoli come obiettivi del prossimo secolo. Tuttavia, i temi più dibattuti, come quello della riduzione del debito estero, dell’accesso ai mercati, della definizione di un sistema di tassazione delle transazioni finanziarie o del rapporto tra investimenti diretti esteri (IDE) e processi di sviluppo, sono tuttavia rimasti fuori dall’agenda politica o sono stati risolti con timidi compromessi. E la situazione – all’indomani della devastante crisi economico-finanziaria che ha investito il globo nel 2009 – non sembra essere mutata.
Anche i recenti rapporti dell’UNDP (United Nations Development Programme) su “Lo sviluppo umano” hanno evidenziato come, nonostante il consenso sui principi collegialmente espressi ed approvati nelle occasioni internazionali, importanti differenze continuano ad esistere nelle strategie di intervento allo sviluppo. L’UNDP, da parte sua, ha posto alla base del Patto di Sviluppo del Millennio la condivisione delle responsabilità e delle tendenze della globalizzazione e dello sviluppo tra i paesi ricchi ed i paesi poveri, così come tra agenzie internazionali, governi locali, società civile ed attori economici.

Cooperazione ambientale dell’Ue, quali obiettivi?

Dopo la kermesse danese, conclusasi a detta dei più con un nulla di fatto, sono ancora in corso le trattative per il futuro del Protocollo di Kyoto. La strada appare in salita: dai principali player coinvolti non giungono segnali incoraggianti, ed alla sbandierata disponibilità al dialogo fa da contraltare la chiusura verso impegni vincolanti ed onerosi. Il Wall Street Journal ha già decretato la fine del “catastrofismo climatico”, considerandolo una moda ormai desueta, destinata ad essere sorpassata, nell’immaginario collettivo, da nuove calamità. La stessa parabola dell’ecobusiness ha un destino incerto, benché le amministrazioni del mondo intero la assumano quale direttrice della ripresa economica. Il New York Times constata che la Giornata della Terra, nata decenni or sono con chiari intenti anticapitalisti, è oggi un appuntamento sfruttato dalle multinazionali per mostrarsi ambientalmente responsabili. L’Unione europea persevera nei suoi sforzi tesi a garantirle la leadership nei settori strategici delle rinnovabili e dell’innovazione ecocompatibile, ma va registrato che la Cina, senza proclami, già detiene un primato produttivo che pochi si aspettavano.

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Anche la cooperazione allo sviluppo promossa da Bruxelles e dai Paesi membri fa leva sulla protezione ambientale: l’Europa primeggia tanto negli investimenti CDM quanto nelle risorse destinate alla cooperazione internazionale. La volontà di Bruxelles di assumere la leadership globale in fatto di politiche ambientali è ormai consolidata. Non ci si soffermerà, in questa sede, sulle motivazioni che hanno spinto le istituzioni dell’Unione europea a battersi con tale costanza ed audacia per la promozione dello sviluppo sostenibile. Basti rilevare che la tutela ambientale richiama oggi l’attenzione della pubblica opinione in varie zone del mondo, e che un’assunzione di responsabilità in questo ambito può restituire al Vecchio Continente parte del soft power perduto.
Nell’ambito di un settore di intervento tanto vasto come la conservazione ambientale, i cambiamenti climatici rappresentano una priorità indiscussa della politica europea: sono stati addirittura menzionati nel Trattato di Lisbona, sancendone la definitiva consacrazione a leitmotiv dell’agenda internazionale di Bruxelles. 
Le misure in fase di attuazione a livello interno sono note anche al grande pubblico, in particolare gli obiettivi 20+20+20 contenuti nel cd. pacchetto clima/energia proposto dal Consiglio europeo nel gennaio 2007, entrato definitivamente in vigore lo scorso giugno.

Ma le istituzioni sovranazionali europee non si sono limitate a stimolare un radicale cambiamento nei Paesi membri, prestando altrettanta attenzione alle forme cooperative con gli Stati extra-Ue. 
E’ acclarata la portata dell’impegno europeo in tema di cooperazione allo sviluppo: più precisamente, il 59% della quota mondiale di aiuti proviene dalla sponda orientale dell’Atlantico. Ciò significa che un cittadino europeo dona 93 euro l’anno a fronte dei 53 di un americano e dei 44 di un giapponese. Parte di questi fondi è direttamente indirizzato al contrasto al global warming, mentre un’altra porzione degli stessi, mirando al raggiungimento degli obiettivi del millennio, si situa comunque lungo la direttrice della sostenibilità. Si è posto il problema dell’addizionalità, ossia della necessità di prevedere risorse ulteriori per la lotta ai cambiamenti climatici rispetto a quelle già stanziate per le attività di cooperazione allo sviluppo nel loro complesso.

In una recente comunicazione intitolata “Maggiori investimenti internazionali per il clima: una proposta europea in vista di Copenaghen”, la Commissione ha esposto le più aggiornate previsioni in materia di flussi finanziari destinati ad adattamento e mitigazione. Oltre a sottolineare la necessità di un deciso impegno europeo in termini di donazioni, la comunicazione in esame pone l’accento sui metodi di reperimento del denaro necessario ad attuare le misure previste. I circa 100 miliardi di euro l’anno sino al 2020 ipotizzati dalla Commissione deriveranno per un 40% dai finanziamenti nazionali, pubblici e privati, nella stessa misura dai proventi dei mercati del carbonio, mentre il 20% rimanente dovrà provenire dalle casse degli organismi internazionali. Nella tabella allegata alla comunicazione sono stati evidenziati i settori di intervento prioritari: nel lungo termine (2020), sarà probabilmente l’adattamento a ricevere il maggior sostegno, seguito dalla mitigazione. Anche l’agricoltura riceverà una fetta cospicua degli stanziamenti, mentre minore sarà l’apporto dei contributi internazionali alla ricerca e diffusione di tecnologie, al rafforzamento delle capacità ed al settore energetico ed industriale.

Non sono ancora stati accertati i risultati conseguiti dalla cooperazione ambientale dell’Ue. Il rischio è che il settore si caratterizzi, alla pari dell’aiuto allo sviluppo in accezione più lata, per una difficoltà nel raggiungere gli obiettivi talvolta così palese da far dubitare del suo stesso potenziale. Il rischio è che le risorse accantonate per incentivare la tutela dell’ambiente siano assorbite nella fase progettuale o dal mantenimento delle strutture (governative e non), restando lacunose sul piano attuativo.

Così, la cooperazione ambientale dell’Unione europea ripropone alcune questioni centrali nel dibattito: le attività di aiuto allo sviluppo sono in grado di ottenere risultati concreti? E’ necessario rivedere i presupposti per la concessione dei fondi? La mitigazione del cambiamento climatico è una strada concreta da percorrere, o è meglio puntare sull’adattamento? Si può affermare che nel campo della protezione ambientale le possibilità di successo siano superiori, legando a filo doppio il territorio, gli aiuti e le azioni di tutela, nell’intento di creare le condizioni per lo sviluppo. Azioni contestualizzate, che parrebbero di corto respiro, assumono nel mondo interconnesso rilevanza sempre maggiore. Un’opera irrigua in una zona dell’Africa a rischio di desertificazione non impedirà un cambiamento climatico ormai in atto, ma favorirà l’agricoltura, scongiurando il pericolo di migrazioni e conflitti per le risorse. Contenere l’innalzamento della temperatura è un nobile obiettivo, irraggiungibile però singolarmente. In assenza di un accordo globale, l’adattamento è la via maestra da percorrere: all’interno dei confini europei come al di fuori degli stessi.

La cooperazione energetica come strumento di stabilità

La stagione estiva appena conclusa è stata ricca di avvenimenti importanti per la politica internazionale. Gli attori più attivi nel contesto mediorientale sono stati sicuramente Turchia, Siria ed Iraq, che hanno realizzato una fitta rete di incontri per discutere di politiche energetiche e di sicurezza. La maturità raggiunta da questi paesi, per quanto concerne la politica regionale, è tale da far presagire l’intenzione di creare una strategia comune per la gestione delle risorse naturali. Nel mese di maggio a Bagdad si è tenuto l’ultimo di una serie di incontri tra i ministri dell’energia di Siria, Turchia, Iran ed Iraq, per continuare a ragionare sulla creazione di una piattaforma regionale comune, come quella creata tra i paesi arabi del Gulf Cooperation Council.

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Il summit della capitale irachena è stato seguito da diversi incontri bilaterali che hanno portato ad accordi di importanza rilevante, non solo per gli equilibri regionali ma anche per le politiche energetiche di attori quali Usa, Ue e Russia. Lo strumento della cooperazione in materia energetica sta avendo i suoi frutti e potrebbe essere la principale fonte di stabilità nel contesto mediorientale. Il recente accordo per la costruzione di un oleodotto tra Turchia e Siria è l’ennesima prova di come le relazioni tra i due paesi, dal trattato di Adana in poi, siano notevolmente migliorate, grazie alla cooperazione per lo sfruttamento del fiume Eufrate, che in passato causò non poche tensioni.

Anche l’Iraq ha stretto nuove alleanze, sia con la Turchia che con l’Iran, per poter supplire alla carenza di energia dovuta alla mancanza di infrastrutture, mentre le relazioni con la Siria si stanno notevolmente intensificando per tre ragioni: sicurezza, petrolio e risorse idriche. La questione relativa alla sicurezza del confine tra Siria ed Iraq è di primaria importanza per prevenire possibili infiltrazioni di gruppi terroristici quali al-Qaeda, considerando come l’amministrazione di Baghdad – molto probabilmente a gennaio – dovrà decidere se rinnovare l’accordo SOFA relativo alla presenza militare americana nel paese. La recente frattura diplomatica tra i due paesi è stata causata dal presunto appoggio di Damasco ad alcuni esponenti del Baath siriano, considerati i mandanti di una serie di attentati nella capitale irachena: il ruolo della Turchia si è rivelato di cruciale importanza per ristabilire una linea di dialogo che altrimenti avrebbe incrinato gli equilibri regionali. Le stesse politiche energetiche, relative al petrolio e all’acqua, potrebbero riallacciare le relazioni tra i due paesi: dal 2001 Siria e Iraq hanno pianificato una politica comune per quanto concerne la sfruttamento delle acque dell’Eufrate.

Molti analisti sono del parere che la risorsa principale che muoverà le politiche regionali mediorientali nei prossimi anni sarà proprio l’oro blu; Stanley A. Weiss, presidente fondatore di Business Executives for National Security, sostiene che l’acqua possa essere l’elemento catalizzatore capace di portare stabilità nella regione, chiosando come il ruolo degli Stati Uniti sia di cruciale importanza e debba essere incentrato nel creare un dialogo tra Israele e i paesi arabi, tramite la condivisione di quelle competenze e tecnologie nel settore idrico che lo stato israeliano già possiede. Anche il ruolo della Turchia è fondamentale, essendo il paese con la più alta concentrazione di acqua dolce nella regione, con un sistema di dighe in grado di gestire un grande flusso verso i paesi vicini. Sundeep Waslekar, direttore del Strategic Foresight e editorialista del Journal of Turkish Weekly, sostiene che l’aspetto ambientale sarà al centro della futura politica internazionale, con il relativo obbligo di affrontare il tema delle risorse energetiche come petrolio, gas ed acqua, elementi che potrebbero destabilizzare gli equilibri mondiali se non si dovesse trovare una soluzione di compromesso.

L’importanza di stabilire una cooperazione regionale deriva dalla necessità di prevenire futuri conflitti o attriti causati dallo sfruttamento delle risorse naturali. La storia ci insegna come la questione legata alle risorse strategiche sia stata per gli Stati causa di conflitti ma anche di preziose e durevoli alleanze. Dopo il secondo conflitto mondiale paesi come Francia, Benelux e Germania dell’ovest strinsero un accordo, denominato CECA, che diede il via al processo di formazione dell’attuale Unione Europea: ebbe un ruolo determinante nel sopire le tensioni derivanti dallo sfruttamento delle regioni minerarie dell’Alsazia-Lorena e del bacino della Ruhr, ricche di carbone ed acciaio, e con l’abbattimento delle tariffe doganali e la nascita di un’area di libero scambio si realizzò un importante precedente per poter creare le basi di un’alleanza strategica.

La letteratura geopolitica è ricca di spunti sul concetto di “struttura sovranazionale” riferendosi alla necessità di alcuni paesi, uniti da un legame di interdipendenza che può essere geografico, etnico, religioso o politico-economico, di creare una sovrastruttura in grado di coordinarne le politiche in modo tale da preservare gli interessi dei singoli membri (Stati). Non stupisce perciò come il nuovo modus operandi di alcuni paesi, quali Turchia o Siria, sia legato ad una concezione politica molto più occidentale di quanto si possa immaginare. Forse, come sottolineava E. Said nel suo “Orientalismo”, dovremmo ripensare la concezione eurocentrica relativa alla politica mediorientale, cioè quella basata sul concetto della prevalenza dei nazionalismi sopra ogni altro tipo di accordo, per poter evidenziare quali siano i reali cambiamenti in questa regione e le possibili ripercussioni sullo scenario internazionale.

 

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