Archivio Tag: Cooperazione

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina

Alcuni giorni fa è uscito un articolo su South China Morning Post che ha destato particolare interesse tra i commentatori italiani.  L’editoriale dal titolo “Italy aims to be China’s first G7 partner on belt and road”, illustra il proposito del Governo italiano di siglare entro il 2018 un accordo con la Cina per approfondire la cooperazione nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI) diventando, in questo modo, il primo paese membro del G7 a farlo. Quali sono le prospettive di una più stretta cooperazione tra Italia e Cina? La BRI offre possibilità concrete per avanzare l’interesse nazionale italiano in termini di sicurezza e prosperità?

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina - Geopolitica.info (ANSA/AP Photo/Mark Schiefelbein) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

L’articolo sul famoso quotidiano hongkonghese è giunto nel mezzo di un vivace dibattito in Italia sull’ambizione del governo giallo-verde di negoziare con Pechino accordi più vantaggiosi e sfruttare le «imperdibili opportunità» che il mercato cinese offre per l’export italiano e mentre il vice-Premier Luigi di Maio era impegnato nel suo viaggio in Cina durante il quale ha incontrato numerose figure di spicco del Governo. La Cina offre effettivamente un gran numero di opportunità di crescita e benessere e non è del tutto nuovo il proposito di voler rafforzare la relazione con Pechino (come dimostrato dalla partecipazione di Paolo Gentiloni al BRI Forum nel maggio 2017). Nel perseguire quest’obiettivo, il Governo italiano deve considerare il complesso contesto internazionale che presenta un alto numero di sfide e ostacoli ma anche di occasioni e driver e i punti di forza e di debolezza del nostro Paese. Nell’analisi di questi fattori si procederà in senso discendente a partire dalla dimensione globale fino a quella più strettamente nazionale.

Il contesto globale: Donald Trump, Xi Jinping, la trade war

Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico».

Per far gravare sulle spalle cinesi maggiori costi e punirla per i suoi metodi economici, l’Amministrazione americana ha deciso di ricorrere agli strumenti commerciali e, dopo aver aperto la strada con misure iniziali dal valore di 3 e 50 miliardi di dollari, ha annunciato e poi imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi (settembre 2018) che salirà al 25% nel gennaio 2019, scatenando l’immediata rappresaglia cinese. L’inizio di quella che è stata definita una guerra commerciale tra Washington e Pechino ha destato preoccupazioni in tutto il mondo per le possibili conseguenze sull’economia globale.

Figura. I dazi di Trump contro la Cina

Fonte: Bloomberg

Il Governo italiano dovrà essere capace di destreggiarsi in un ambiente circostante sempre più delicato. Se da una parte il premier Conte ha cercato di stringere il legame bilaterale che lega Roma a Washington  durante la visita di luglio alla Casa Bianca e, sembrerebbe, anche durante l’Assemblea Generale ONU del settembre 2018, dall’altra è difficile immaginare che gli USA accetteranno tanto volentieri che l’Italia goda esplicitamente di maggiori vantaggi in seno alla BRI o ad altre iniziative cinesi, considerando che secondo le parole di Donald Trump i futuri dazi saranno ancora più pesanti e la stretta americana si farà sempre più forte. Se la Casa Bianca dovesse passare a metodi più duri come le sanzioni, l’Italia si troverebbe in mezzo ad un fuoco incrociato simile a quello che, oggi, si sta verificando per i partner dell’Iran.

La Belt and Road Initiative: a che punto siamo?

Più nello specifico è importante capire quale siano la natura e l’avanzamento della BRI. A cinque anni dal lancio dell’iniziativa, è difficile fare una valutazione univoca di quali siano i risultati raggiunti. L’impressione del Center for Strategic and International Studies è che l’iniziativa si sia arenata in termini di coerenza e corrispondenza agli interessi strategici cinesi limitandosi a realizzare alcuni progetti locali di corto respiro e che non di rado si trasformano in clamorosi insuccessi. Questo sarebbe vero specialmente per la Belt, la via terrestre di trasporto in cui 5 corridoi economici su 6 soffrirebbero un generale scollamento dal progetto infrastrutturale complessivo. La via marittima (Road), quella che interessa maggiormente il nostro paese, sembra invece procedere in maniera più solida e l’Italia, effettivamente, può ancora raggiungere risultati notevoli.

Figura. La Belt and Road Initiative: vie marittime e terrestri

Fonte: MERICS

In generale, la difficoltà che si incontra è associare un determinato progetto alla BRI visto che spesso l’investimento è stato deciso molto prima del lancio di BRI(es. Gwadar) o non è stata fatta menzione di un collegamento all’iniziativa se non in modo molto vago.

Quello che è certo è che alcuni paesi hanno sperimentato forti resistenze locali alla realizzazione di progetti legati a BRI e che per altri le condizioni finanziarie imposte dalla partecipazione all’iniziativa si sono a mano a mano rivelate più proibitive di quanto preventivato. Episodi del genere si sono verificati per esempio in Kazakistan, Bangladesh, Myanmar, Pakistan, Malesia, Sri Lanka.

Seguire con attenzione gli sviluppi di BRI anche in teatri lontani e valutarne lo stato dell’arte permetterà di attestare la capacità e la determinazione cinese nel portare avanti i progetti e garantirà una maggiore comprensione dell’approccio cinese alle controversie con i diversi paesi coinvolti. In questo senso è apprezzabile la creazione della task force BRI, prima, e della task force Cina, poi, in seno al Ministero degli Esteri e al Ministero dello Sviluppo Economico, nonostante non sia ancora possibile conoscere il lavoro svolto dai due gruppi.

L’Unione Europea: the man in the middle

Dal lancio della BRI nel 2013, l’Unione Europea non ha formulato una strategia unitaria e coerente per rispondere al progetto cinese, lasciando liberi i paesi membri di adottare approcci diversi al tema.  Mentre alcuni hanno optato per un proprio coinvolgimento già nella fase preparatoria dell’iniziativa e, poi, nei singoli progetti, altri hanno preferito attendere di conoscere meglio le reali intenzioni cinesi dietro la BRI ed altri hanno scelto di non partecipare ad alcuna fase dell’opera. La Germania, per esempio, pur condannando la condotta cinese in alcuni settori (diritti umani, democrazia, liberalizzazione del mercato, apertura del commercio, proprietà intellettuale) è un’attiva sostenitrice del progetto già dal 2015. Il vuoto politico europeo nei confronti di BRI ha fatto parlare alcuni analisti di un “clientelismo collettivo” dei paesi membri nei confronti di Pechino.

Decisamente più solido si è dimostrato il blocco dei paesi dell’Europa centro-orientale (Albania, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia) che ha istituito con Pechino uno specifico framework (il “16+1”) per la cooperazione in seno alla BRI e che si riunisce con regolarità (l’ultimo summit è stato lo scorso luglio).

È da notare che è in scadenza (2020) la EU-China Strategic Agenda for Cooperation, il documento che stabilisce le linee guida delle relazioni tra Bruxelles e Pechino, per cui sono già iniziate le discussioni per un suo aggiornamento. In questo senso è intervenuta l’Alto Rappresentante Federica Mogherini con una Joint-Communication (e il Consiglio con la successiva Decisione) del luglio 2016 in cui vengono delineati alcuni elementi essenziali del nuovo “engagement” europeo della Cina. Il Governo italiano dovrà tenere d’occhio il processo negoziale che porterà il Consiglio Europeo all’approvazione di una nuova Agenda per la cooperazione con Pechino per non rischiare di sottoscrivere un accordo svantaggioso per l’interesse nazionale.

Il Mediterraneo: il mare nostrum?

Con il il 20% del traffico marittimo mondiale, la regione mediterranea si conferma un nodo centrale del commercio globale. Come rilevato da Panaro e Ferrara, la rotta che parte dall’Asia e giunge nel Mar Mediterraneo passando per il Sud-Est asiatico, il sub-continente indiano, i Paesi del Golfo e il Canale di Suez “assicura una pluralità di scali intermodali strategici e di carico medio superiore a tutte le altre rotte del traffico globale”. A ciò si associa anche una flessione vantaggiosa dei costi. All’inizio del 2018, infatti, il costo per spedire via mare un container da Shanghai in Europa ammontava a 797 $ se fatto attraverso il Mediterraneo e a 912 $ se fatto attraverso la rotta settentrionale. Gli investimenti cinesi in Spagna, Italia, Grecia, Turchia e Israele confermano l’attenzione di Pechino verso il Mediterraneo.

L’acquisizione del 67% del Porto del Pireo da parte di COSCO Shipping (il gigante del trasporto marittimo controllato dal governo cinese) è significativa. Se da una parte testimonia che la Cina ha già trovato un terminal principale per i traffici nel Mediterraneo inoltrato, dall’altra parte è vero anche che per arrivare in Europa Occidentale, gli scali intermodali italiani possono costituire un enorme vantaggio se adeguatamente sviluppati.

L’Italia: punti di forza e debolezza del nostro Paese

Il nostro paese è attualmente in una buona posizione commerciale rispetto alla Cina. In generale, l’Italia è il terzo paese europeo per volume di merci trattate in porti potendo contare su di un vasto numero di strutture marittime, seppur molte non adatte alle mega-navi, e il 64 % del commercio tra UE e Cina nel 2016 è passato via mare.  Terza destinazione di Foreign Direct Investments dopo Londra e Berlino, Roma è anche il quarto partner commerciale cinese tra i paesi europei sia per import che per export. L’acquisizione del 49,9 % del futuro terminal container di Vado Ligure, il più automatizzato che ci sarà nel nostro paese, da parte delle cinesi COSCO (40%) e Qingdao Port International Development (9,9%) giunge, quindi, a confermare l’interesse di Pechino per le nostre infrastrutture.

È da notare, però, che Roma sta perdendo posti nella classifica dei paesi più interessati dal commercio nel Mediterraneo. Se nel 2014 il 8,8% delle navi passanti dal canale di Suez erano dirette in o provenivano dall’Italia, nel 2017 tale percentuale è scesa al 6,6%. Inoltre, nello stesso anno l’import-export marittimo italiano ha registrato in termini di valore, il dato più basso dal 2010, con 159 miliardi scambi.

Rilevante potrà essere il sistema di Zone Economiche Speciali approvato lo scorso anno e che renderebbe il Mezzogiorno italiano, la macro area con “la più alta concentrazione di imprese marittime” in Italia come evidenziato dal Maritime Economy Report 2017 del Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, ancora più attrattivo riducendo i costi e i tempi necessari.

Conclusioni

In conclusione, un’attenta analisi dei driver e degli ostacoli che l’Italia incontra nella cooperazione con la Cina permetterebbe al decisore politico di arrivare al tavolo negoziale informato e consapevole dei reali interessi in gioco, delle opportunità possibili, dei potenziali rischi. A questo scopo il lavoro delle Task Force integrate nei Ministeri sarà fondamentale e l’attività parallela dei think tank potrà fungere da moltiplicatore di informazioni e analisi.

La diplomazia alternativa della Comunità di Sant’Egidio

Due avvenimenti, nel corso della fine del 2017, hanno attirato l’attenzione dei mass media su una realtà, all’apparenza ed a carattere generale da tutti conosciuta, come la Comunità di Sant’Egidio ma, effettivamente poi, in concreto e nei dettagli, per i più avvolta da un alone di mistero e d’indecifrabilità.

La diplomazia alternativa della Comunità  di Sant’Egidio - Geopolitica.info

Il primo focus mediatico si è avuto in occasione dello svolgimento dell’annuale incontro interreligioso internazionale organizzato, nel solco di una lunga serie iniziata ad Assisi nel 1986, dalla Comunità Igidina in Germania, a Münster ed Osnabrück dal 10 al 12 settembre 2017, con lo scopo di promuovere la conoscenza reciproca ed il dialogo tra le religioni, nell’orizzonte della Pace. All’appuntamento, dal titolo “Strade di Pace, hanno partecipato numerose personalità di spicco, laiche e religiose, tra le quali, ad esempio e per poterne capire la portata in termini di comunicazione, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente del Niger Mahamadou Issoufou, il Grande Imam di al – Azhar al – Tayyib, il Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani. Il secondo picco di attenzione su SE, si è concretizzato in concomitanza con la celebrazione del venticinquennale della firma degli Accordi Generali di Pace per il Mozambico, avvenuta a Roma il 4.10.1992, con i quali si poneva fine ad una guerra civile, durata sedici anni e che aveva causato centinaia di migliaia di morti e di profughi. La pace raggiunta concludeva un lungo processo negoziale, durato più di un anno, portato avanti, nella sede di Trastevere della Comunità, dal suo fondatore Andrea Riccardi, dall’epoca giovane sacerdote di quest’ultima ed oggi Arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi, da un Vescovo mozambicano, recentemente scomparso, Jaime Gonçalves e da un “facilitatore” del governo italiano, l’ex Sottosegretario agli esteri Mario Raffaelli. A questi gruppo mediatori, mossi non da interessi propri, ma solo dalla convinzione che la pace fosse comunque raggiungibile, riuscì l’impresa, sempre fallita dai professionisti della diplomazia, di far dialogare chi, fino ad allora, aveva conosciuto solo il linguaggio delle armi, ovvero, da una parte la guerriglia antigovernativa della Renamo (Resistenza nazionale mozambicana), dall’altra il governo di Maputo, guidato dal Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico). Il richiamo a questi due eventi, serve a sottolineare come SE sia diventata oggi, dopo aver mosso i suoi primi passi nel 1968 a Roma, una realtà che, oltre ad agire su una dimensione locale – quella sicuramente più nota, impegnata in favore dei poveri, degli anziani, degli immigrati, dei senza dimora, dei disabili, dei malati – al tempo stesso promuove sulla scena globale, il dialogo ecumenico e interreligioso, la tutela dei diritti umani, la soluzione pacifica dei conflitti. E’ proprio l’atipicità del modo con cui la Comunità romana si è spesa e tuttora si spende, per la ricerca della pace, che rende possibile parlare di un metodo diplomatico di SE. Per poter spiegare questa singolarità, è necessario precisare che SE  non è una ONG rivolta esclusivamente alle mediazioni di pace, non è l’emanazione di un governo, non si ritiene, almeno ufficialmente, una diplomazia parallela della Santa Sede, che opera informalmente dove quest’ultima non può o non vuole: quello che si può sicuramente affermare è che SE è un soggetto internazionale molto particolare, noto per il suo lavoro nelle situazioni di grave povertà nel mondo, chiamato con simpatia da un noto giornalista italiano, Igor Man, l’ONU di Trastevere per sottolinearne l’aspetto internazionale connesso paradossalmente al carattere familiare e romano, il quale non fa solo azioni diplomatiche o di pace, ma ha un suo spessore articolato di vita ed interventi. Diplomazia silenziosa, parallela, dal basso, dei profeti, rete di mistici sociali, sono molti gli appellativi che sono stati attribuiti alla Comunità trasteverina nel suo tentativo di realizzare una “via romana alla pace”, imperniata sulla centralità del fattore umano e sulla realizzazione, all’interno dei negoziati, di contatti diretti ed informali, attraverso i quali sciogliere i nodi intricati tra le parti in conflitto. Due sono le tipologie d’intervento, attraverso le quali si concretizza l’attività di mediazione di SE, ovvero quelle:

  • a carattere strettamente operativo, in relazione agli aspetti umanitari/emergenziali, effettuate dalle Comunità locali di Sant’Egidio, ossia del paese/area dove avviene l’intervento, con la collaborazione di alcuni appartenenti della struttura centrale, in sinergia con le organizzazioni non governative del posto. Questa modalità si rende necessaria per preservare l’indipendenza della sede di Roma, elemento portante della neutralità nelle mediazioni di pace;
  • correlate alla mediazione politica/religiosa per la ricerca della pace, le quali sono compiute sempre nella casa madre romana, con l’appoggio, ove possibile, delle grandi entità sovranazionali (Nazioni Unite, Unione Europea, Unione Africana, ecc.), con l’obiettivo, in contraltare a quello degli interventi operativi, di salvaguardare il livello locale dei membri della Comunità del paese/area oggetto di mediazione.

Tutte le azioni diplomatiche di SE sono contraddistinguete da un decalogo di fattori, tra cui:

  • l’immagine positiva della Comunità di Sant’Egidio e del suo approccio “neutro” alla risoluzione dei conflitti. Tutti le operazioni di quest’ultima, infatti, possono contare sul buon nome che la Comunità stessa si è saputa costruire, nel tempo, grazie alla sua capacità di essere, nelle mediazioni di pace, attore neutro ma non vuoto, in grado di guardare sempre con particolare attenzione alle esperienze delle parti in contrasto ed alla possibilità di creare, tra loro, contatti umani diretti, decisiva ai fini del raggiungimento di un accordo di pace;
  • l’assenza, durante i tentativi della Comunità di composizione dei conflitti, di pressioni internazionali ed il loro, in ossequio a tale fine, svolgimento nella sede di Roma. La scelta degli esponenti di SE come conciliatori, avviene perché essi vengono, a priori, riconosciuti da parte dei belligeranti come honest brokers, i quali non sono loro imposti a causa d’interessi di parte. Inoltre, per tutelare questa peculiarità, tutte le mediazioni sono svolte nella struttura romana, per sottolinearne l’approccio confidenziale e sfruttare anche il fascino di Roma, sede della Chiesa Cattolica. Andrea Bonini, storico mediatore di SE così si esprime […] un’altra peculiarità della “formula italiana” di risoluzione dei conflitti, rappresentata da Sant’Egidio, discende dalla sua collocazione geografica. Il fatto di essere nata e cresciuta in una città come Roma, capitale italiana e centro della Chiesa cattolica, ha favorito la dimensione internazionale della Comunità e che nonostante il suo impegno per la risoluzione dei conflitti l’abbia fatta percepire, da parte di diversi ambienti, come un’emanazione diretta o indiretta della Segreteria di Stato vaticana o del Ministero degli Esteri italiano, Sant’Egidio si è sempre assunta in prima persona la responsabilità delle sue azioni […];
  • il fattore tempo. Il fattore tempo è fondamentale per la firma di un accordo di pace e perché esso sia duraturo. Infatti, oltre alla fissazione di un calendario preciso accompagnato anche da meccanismi chiari per poterlo modificare, sono necessari tempi lunghi, poiché bisogna avvicinare mondi diversi che procedono secondo logiche proprie, in un cammino composto da memoria, tentativo di stabilire sentimenti di amicizia, calore umano, conoscenza della storia dei partecipanti. Andrea Riccardi così descrive l’importanza di questa componente […] non è facile passare dalla mentalità del guerrigliero, il cui scopo è colpire il nemico, anche quando sa che non riuscirà a vincere, a quella del politico che accetta la coabitazione nella pace. Non è facile passare dalla mentalità di governo, che considera criminale la guerriglia, ad un’accettazione dell’avversario in armi, come interlocutore politico. C’è bisogno di tempo che faccia evolvere la mentalità. In questo senso, spesso, i negoziati sono anche una scuola di politica, segnando il passaggio dal conflitto armato al dibattito politico. Ma per questo occorre la consapevolezza che la vittoria non è possibile, che continuare a combattere costa dolore e sangue, che il futuro può essere migliore per tutti. La fiducia non sboccia spontanea e immediata. Non si tratta di riconciliazione tra nemici innanzi tutto, ma d’iniziare un dialogo tra mondi che si sono odiati, che hanno sognato per anni la morte dell’altro e la sua eliminazione […];
  • la mancanza di soluzioni predefinite. Negli sforzi di conciliazione di SE non ci sono soluzioni predefinite. Queste devono essere trovate ad opera degli stessi protagonisti del dialogo (i protagonisti del dialogo sono i protagonisti delle soluzioni) e non devono essere imposte dai mediatori. La Comunità trasteverina, in tali frangenti, non esercita nessun tipo d’indirizzo preordinato, asseconda le parti per far emergere ciò che unisce gli attori del dialogo, in quanto le sue mediazioni non hanno nessun mandato politico. Questa assenza di input, di qualunque tipo, se da un lato attribuisce una forza debole alla Comunità di igidina, allo stesso tempo, però, ne diventa proprio un carattere peculiare, il più importante, rendendo esplicito che essa è mossa esclusivamente dalla volontà di raggiungimento della pace. Questo principio si trova nelle parole di Roberto Morozzo della Rocca, anch’egli membro storico di SE, con cui narra la mediazione mozambicana […] i quattro mediatori della trattativa mozambicana non disponevano di strumenti militari o economici, ma hanno saputo decifrare i complessi termini delle questioni, sul piano politico e sul piano umano. Non hanno comprato la pace offrendo denaro, come in qualche negoziato si tenta di fare. La forza dei mediatori era quella di rappresentare l’unica via percorribile e dal, paradossalmente, anche non aver interessi specifici da difendere nel paese, se non quello di una pace solida e rapida […].
  • la definizione di meccanismi chiari nei testi degli accordi, elencando tutti i dettagli, per evitare interpretazioni elastiche o, potenzialmente, divergenti, la presenza di garanzie nazionali che tutelino, in particolare modo, la parte che si sente perdente ed infine la dotazione di un fondamento economico all’accordo politico raggiunto. Nelle sue mediazioni SE è molto attento a che esse avvengano cercando la collaborazione ed il sostegno di altri governi, grandi entità sovranazionali ed organizzazioni non governative e del fatto che la pace, per funzionare, ha bisogno d’incentivi, anche materiali e di garanzie future. In questo, ancora, le parole di Roberto Morozzo della Rocca […] tuttavia elementi che sulle prime parevano di debolezza si sono rivelati indispensabili al buon fine dei negoziati. Si è avuta una sinergia di forze diverse. I mediatori di Sant’Egidio hanno creato l’atmosfera per i colloqui e poi hanno lavorato per la creazione di un clima umano tra le parti. Il lavoro di spola, tra alberghi di Roma e capitali dell’Africa, ha esaltato le doti di pazienza e di perseveranza dei mediatori, pur quando le parti sembravano al limite della rottura. Il governo italiano ha fornito un sostegno tecnico-diplomatico, lasciando che i mediatori si avvalessero, nel corso delle trattative, dell’ombrello rappresentato dallo Stato italiano. L’ambasciatore italiano a Maputo, Incisa di Camerana, ha lavorato per le trattative non senza rischi personali, come del resto tutti gli attori della vicenda. La formula di Sant’Egidio ha avuto la capacità di aggregare attorno a sé risorse ed energie di vari paesi, da quelle americane a quelle del nuovo Sudafrica, a quelle dello Zimbabwe, desideroso di tirarsi fuori dall’imbroglio mozambicano. I mediatori hanno passato l’intero dossier mozambicano ai garanti internazionali dell’accordo, in primis alle Nazioni Unite, perché provvedessero a tutelarne l’applicazione, sino alle elezioni e alla definitiva pacificazione […]. Per SE uno degli aspetti procedurali essenziali per la positiva riuscita delle sue attività diplomatiche, è costituito dalle “garanzie future” da offrire ai belligeranti nella fase post conflittuale. Quest’ultime, infatti, sono le fondamenta del ponte che SE, metaforicamente attraverso la sua diplomazia informale, tenta di costruire tra i contendenti, ben consapevole che c’è bisogno di tempo per unire ciò che la guerra ha separato. Su questo aspetto Riccardi offre una preziosa descrizione […] è necessario costruire un quadro politico per il futuro, che dia garanzie di sopravvivenza e di libertà. Le garanzie sono decisive, anche perché chi combatte è sempre tentato dal fare pace tenendosi aperta la possibilità di un nuovo ricorso alle armi qualora si sentisse penalizzato. Le garanzie internazionali ed interne all’orizzonte nazionale sono un punto fondamentale di ogni accordo di pace. Bisogna creare strumenti, istituzioni, processi che consentano di applicare l’accordo e che diano sicurezza alla parte più debole. Le garanzie vogliono avviare ad una corretta prassi democratica, in cui le opinioni, la libertà e la vita di tutti siano protette. Ma non si arriva alla democrazia in qualche mese, soprattutto dopo anni di guerra. Chi combatte spesso non riesce a considerare possibile la pace. Non si tratta solo di far crescere la fiducia tra le parti, ma di lasciarsi conquistare da una visione di pace: insomma, lasciarsi convincere che la pace è possibile per il paese, per la propria parte politica, per la propria famiglia, per se stessi. Se si comincia a gustare la prospettiva della pace, anche gli odi si smussano. La pace ha una sua forza convincente, ragionevole ed anche emotivamente seducente […].

Questo elenco di regole a cui si attiene SE, è stato sintetizzato, da Boutros-Ghali, a proposito del Mozambico […] la Comunità di Sant’Egidio ha adottato tecniche diverse da quelle dei mediatori di pace professionisti, particolarmente efficace si è rivelata la loro capacità di coinvolgere gli altri nella ricerca di soluzioni. La comunità utilizza le proprie tecniche, che si potrebbero definire discrete e informali e si integrano in maniera armonica con le tecniche ufficiali dei Governi e delle organizzazioni internazionali. Partendo dall’esperienza del Mozambico, si è coniata l’espressione formula italiana per indicare questo impegno per la pace che è unico nel suo genere, in questa sua dipendenza ed indipendenza dai Governi. Il rispetto nei confronti di coloro che sono parte in causa nel conflitto e di coloro che di volta in volta vi sono coinvolti è decisivo per il successo di queste iniziative […]. Proprio il Mozambico rappresenta il prototipo dei successi diplomatici di SE, il cui fattore principale è costituito dalla capacità di sapersi “sporcare le mani” nella ricerca della pace e dell’essere in grado di ovviare alla mancanza, nel dialogo diplomatico, dell’elemento umano, inteso come comprensione della diversità dell’interlocutore, grazie al quale offrire, contestualmente, alle parti in disaccordo, una visione nuova del loro futuro. Questo caso, il più eclatante di una lunga, successiva, storia di opere di pace, dimostra proprio che la perfetta conoscenza delle peculiari realtà del contesto in cui si è deciso d’intervenire, acquisita attraverso un lavoro preparatorio a carattere umanitario di lungo corso, unitamente all’alta affidabilità offerta dai suoi interpreti, sono gli elementi peculiari che permettono alla Comunità trasteverina di riuscire con successo, anche nelle mediazioni all’apparenza impossibili, soprattutto per gli apparati diplomatici istituzionali. Sono dunque gli “strumenti semplici” del contatto umano e dell’accurata preparazione geopolitica dei processi diplomatici che attua, le caratteristiche che contraddistinguono gli attori della diplomazia di SE e che li rendono, agli occhi di tutti, dei mediatori affidabili, disinteressati ed efficaci, al di sopra delle logiche che guidano gli equilibri di potere e gli interessi nazionali. In Mozambico SE era presente già dal 1975, ben prima dell’inizio delle trattative di Roma, avendo avuto, grazie al lavoro di anni ed alla condivisione dei problemi della gente del posto, la possibilità di conoscere a fondo la situazione locale e le sue specificità, consapevolezza senza di cui ben difficilmente i suoi appartenenti sarebbero stati ritenuti interlocutori credibili da entrambe le fazioni in lotta. L’analisi di quanto finora esposto, ci permette di classificare SE non nel novero degli attori della track one diplomacy, ma a cavallo tra la track two e la multitrack diplomacy presentando alcuni aspetti peculiari, tra i quali ci sono la:

  • sua organizzazione snella, gerarchica, segreta, decisionista, verticistica, priva dei vincoli delle burocrazie degli apparati istituzionali. Non si creda che la Comunità sia un’organizzazione pesante, ricca di personale e mezzi economici, non si tratta di un gruppo di diplomatici in concorrenza con le diplomazie ufficiali, ma di una ristretta realtà di donne e uomini, religiosamente ispirati, non professionisti della diplomazia;
  • modalità di realizzazione della rete di contatti, alimentata anche dalla grande maestria dei suoi esponenti nel portare avanti il dialogo interreligioso. SE ritiene che le religioni possano essere una forza di pace e per questo organizza annualmente un meeting internazionale, nello spirito del primo incontro promosso ad Assisi, nel 1986, da Giovanni Paolo II. A tale proposito Roberto Morozzo della Rocca precisa […] l’originalità è già quella di accostare esponenti religiosi come patriarchi cristiani, muftì, rabbini o leader buddisti. Nel quadro di questi incontri si sviluppano momenti di dialogo anche su questioni non solo di natura teologica, ma anche inerenti determinate situazioni di conflitto. Così a Bruxelles, accanto a una tavola rotonda sulla Città Santa tra il patriarca cattolico di Gerusalemme, quello armeno, un rabbino e un esponente musulmano, c’era un incontro tra un vescovo croato e un vescovo serbo sulla crisi nell’ex Jugoslavia. Il dialogo tra i diversi mondi religiosi è quindi una delle dimensioni del lavoro di Sant’Egidio propedeutici alla realizzazione dei processi di pace […];
  • figura del volontario aderente a SE ed in particolare quella dei suoi mediatori di pace. Il modo con cui sono condotte le mediazioni da parte degli operatori di questa componente diplomatica della Comunità trasteverina, deriva proprio ed in gran parte dall’osservanza di questa forma di disciplina religiosa che regola la vita all’interno di essa, sotto forma di azioni ed atteggiamenti, in particolare a partire proprio dal mediatore passando per il volontario comune e proseguendo attraverso la persona comune, il senzatetto, l’immigrato. La forza e l’efficacia dei volontari di SE deriva dalla disciplina, intesa nel senso religioso del termine, che permea la Comunità, infatti è quest’ultima che supporta sia l’ascesi personale sia la coesione di gruppo. Se questo principio è valido per il comune volontario, lo è ancora di più per il gruppo dei mediatori della Comunità igidina, una ventina di persone quasi tutte appartenenti alla Sede di Roma, le quali, a partire dal membro più anziano, sono profondamente coinvolte nella Comunità. Per questa élite la mediazione non è una tecnica ma un etica, fortemente ed indissolubilmente legata al progetto spirituale e antropologico di SE: la preghiera, la fraternità, l’obbedienza, la fedeltà, la disponibilità al coinvolgimento assoluto per il bene di essa.

E’, dunque, grazie al suo stile diplomatico ed all’oculatezza con cui SE cura e gestisce l’aspetto degli aiuti umanitari destinati alle zone del mondo afflitte dal tormento della guerra e della povertà endemica, che SE è in grado di seminare il terreno della pace, facendolo germogliare, al momento giusto. Occorre sottolineare, comunque, per poter comprendere a fondo l’eterogeneità delle tecniche utilizzate da SE che, anche se il passo dalla mensa dei poveri ai trattati internazionali non è stato poi così lungo, la Comunità igidina non è raffigurabile solo come “una tecnica diplomatica”, ma è un soggetto il quale, grazie alle sue peculiarità, è stato in grado di farsi apprezzare, senza remore, trasversalmente. Quello che rende esclusivi i cromosomi di SE agli occhi della comunità internazionale, in un mondo che sembra conoscere solo logiche di forza e sopraffazione, è la sua capacità di fornire una risposta alle richieste di mediazione per certi versi rivoluzionaria, rispetto ad altri assetti a ciò deputati, essendo basata sul dialogo e la ricerca di una modalità pragmatica di pacifica convivenza tra le parti in lotta.

Si delinea, quindi, una tesi ben precisa, strutturata su due assiomi, riguardo a questo peculiare attore diplomatico di natura religiosa ed in particolare su quale sia il compito che esso stesso si è dato, soprattutto nell’ambito della ricerca della pace: il primo è che l’idea di fondo, su cui SE costruisce tutto il suo agire pacificatore, è quella secondo cui le religioni nelle relazioni internazionali, le quali possono essere acqua o benzina rispetto alle guerre, dovrebbero avere il compito, insostituibile, di allontanare il flagello degli scontri; il secondo, invece, si fonda sull’immagine di una Comunità che percorre le strade del mondo con l’obiettivo di realizzare e costruire quella “civiltà del convivere” che ha permesso, usando sempre le parole di Andrea Riccardi […] in diversi contesti, di superare guerre fratricide e conflitti interetnici, per arrivare alla pace…quella pace “fuori agenda”, raggiunta da SE in tante delle sue mediazioni, che ci dice che la guerra non è lo strumento giusto per risolvere le controversie […].

Amicizia Italia – Marocco: intervista all’On. Nicola Ciracì

Intervista all’Onorevole Nicola Ciracì, presidente dell’intergruppo parlamentare di amicizia Italia – Marocco.

Amicizia Italia – Marocco: intervista all’On. Nicola Ciracì - Geopolitica.info

Il Marocco è per ragioni geopolitiche un paese di grande rilevanza per l’Italia. Ma qual è lo stato dell’arte delle relazioni economico-culturali tra i due paesi?

Nei rapporti vi sono vincoli antichi di amicizia e stretta collaborazione, ribaditi con la firma dell’accordo di conversione del debito verso l’Italia dell’aprile 2013 che ha certificato la totale solidarietà tra i due popoli. D’altronde Re Mohammed VI ha definito l’Italia “l’avvocato del Marocco in Europa”. Ancora oggi l’emigrazione marocchina nel nostro Paese è in crescita e tuttora rimane il terzo paese europeo per il flusso migratorio, a dire il vero quasi a senso unico. Basti pensare alle sole rimesse economiche degli emigrati che rappresentano la maggiore entrata per il bilancio del Marocco, prima anche del turismo, per comprendere quanto siano fondamentali i rapporti con il nostro paese. L’Italia e’ il sesto partner commerciale sia per importazione che per esportazione, con un saldo commerciale a favore del nostro parse. Va rammentato che dal 2008 l’Unione europea ha concesso al Marocco il cosiddetto “stato avanzato” facilitando di molto la collaborazione con i paesi europei. D’altronde, verso l’Italia, c’è sempre stata la visione di naturale partner libero da qualsiasi reminiscenze coloniali.

Che vantaggio potrebbe avere l’Italia in una maggiore cooperazione con il Marocco? Cosa invece si aspetta il Marocco dall’Italia?

Il vantaggio dell’Italia nel cementificare i rapporti con il Marocco sono soprattutto in termini di sicurezza. Nel dicembre 2010 il Nord Africa è stato travolto dalle “primavere arabe” che, oltre a spazzare i dittatori, hanno azzerato nazioni, confini ed eserciti aprendo le porte a Al Qaeda, ISIS, estremismi islamici e soprattutto creando le condizioni per quella emigrazione incontrollata che investe le nostre coste. In questo contesto di debolezza altrui, il Regno del Marocco ha continuato e rafforzato il proprio percorso riformatore con l’adozione della Costituzione del 2011 che ha rafforzato il concetto di Stato, rendendo il Paese affidabile verso l’estero. In questi anni c’è stato un grade impegno verso le nuove tecnologie che hanno ridotto ” le differenze”. Di fatto il Marocco, per prodotto interno lordo, prodotto interno digitale, tenuta dei confini, allargamento delle libertà e rafforzamento del concetto di Stato grazie a una monarchia laica e moderna è forse oggi l’unica “nazione” nordafricana nel senso occidentale del termine. Di fatto l’unica nazione affidabile anche in termini di sicurezza e lotta al terrorismo. Credo che il Marocco si aspetti da noi una maggiore presenza imprenditoriale e culturale che testimoni il gran lavoro svolto sulla sicurezza.

Quali sono le azioni che sta intraprendendo il gruppo interparlamentare di amicizia Italia – Marocco?

Siamo da poco tornati da un viaggio di rappresentanza in Marocco, durate il quale abbiamo gettato le basi del progetto di futura cooperazione tra i due Paesi. Siamo stati ricevuti dal Presidente marocchino della Camera dei Rappresentanti Habib El Maliki e dal Vice Presidente della Camera dei Consiglieri M. Abdelilah Hallouti. Abbiamo, inoltre, incontrato il Segretario di Stato presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Mounia Boucetta, il Presidente della Commissione degli Affari Esteri, della difesa nazionale, degli affari islamici e dei marocchini residenti all’estero, Youssef Gharbi e siamo stati ospiti dell’Ambasciatore italiano a Rabat Roberto Natali. Per finire abbiamo incontrato Serge Berdurgo, Segretario Generale della Comunità israelita del Marocco, e visitato la Camera del Commercio di Marrakech.

In questi giorni, in occasione di una loro visita istituzionale, abbiamo ospitato a Roma l’onorevole Yahfed Benmbarek, Presidente del Gruppo di amicizia Regno del Marocco-Italia e sei parlamentari di vari gruppi politici che componevano la delegazione, con lo scopo di rafforzare la collaborazione e il rapporto di amicizia fra i due gruppi, cogliendo l’occasione per conoscere meglio alcune città come Safì, Dakhla e Agadir.

Quali saranno i prossimi passi per rafforzare questa cooperazione?

Durante l’incontro con i Presidenti delle due Camere del Regno del Marocco, abbiamo ripreso un progetto risalente a due anni fa, che non aveva ancora trovato accoglimento da parte dell’Italia: la creazione di un Forum parlamentare bilaterale, che testimoni i rapporti eccellenti che intercorrono tra i due Paesi e che possa incrementare la cooperazione tra Italia e Marocco sul tema della sicurezza e immigrazione. A tal proposito, durante la conferenza stampa tenuta alla Camera il 6 luglio scorso, alla presenza dell’Ambasciatore del Regno del Marocco Hassan Abouyoub, abbiamo lanciato ufficialmente ai Presidenti Grasso e Boldrini, la proposta di realizzare il Forum in questione. A fine settembre, inoltre, saremo di nuovo in Marocco, accompagnati da un pool di imprenditori, poiché sono sicuro che in Marocco ci siano grandi opportunità economiche per le nostre imprese presenti ancora in un numero troppo ridotto, rispetto alle potenzialità e alla sicurezza che quel Paese offre.

Relazioni UE-Paesi ACP: quale futuro per la Convenzione di Cotonou?

La Convenzione di Cotonou rappresenta uno dei principali pilastri attorno ai quali l’Unione europea ha a lungo costruito la propria politica estera.

Relazioni UE-Paesi ACP: quale futuro per la Convenzione di Cotonou? - Geopolitica.info

La Convenzione fu firmata a Cotonou, in Benin, il 23 giugno 2000 al fine di gestire i rapporti di cooperazione allo sviluppo tra l’Unione europea e il gruppo degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP).

L’accordo, che venne siglato per una durata di venti anni con una clausola che prevede delle revisioni intermedie ogni cinque anni, è destinato ad estinguersi nel 2020 e l’Unione europea deve ora lavorare alla definizione di una strategia futura per la gestione delle relazioni con  i Paesi ACP.

Le discussioni sul futuro delle relazioni con il gruppo degli Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico sono attualmente in corso e le principali istituzioni europee hanno già sottolineato come un rinnovamento automatico della convenzione esistente non rappresenti ad oggi la soluzione più auspicabile, dal momento che ci troviamo di fronte ad un cambiamento evidente degli equilibri geopolitici globali e ad un’evoluzione nelle ambizioni delle stesse istituzioni europee.

Di fronte alle nuove esigenze, nell’ottobre 2015 il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) e la Commissione europea hanno lanciato un processo di consultazione per preparare una nuova fase degli accordi con i Paesi ACP, definita “fase post-Cotonou”. L’obiettivo di questa “nuova era” è di partire dai risultati positivi della Convenzione per migliorarne l’aspetto più strettamente politico.

Secondo un briefing del Parlamento europeo, la Convenzione di Cotonou ha infatti avuto impatti particolarmente significativi nell’ambito delle relazioni commerciali e dello sviluppo economico; tuttavia, l’accordo presenta ancora evidenti lacune nella sua dimensione politica, dimensione in cui rientrano questioni chiave come la gestione dei flussi migratori, la gestione dei cambiamenti climatici e la lotta al terrorismo.

Mentre infatti le relazioni economiche sono regolate in maniera piuttosto efficace da Accordi di Partenariato Economico (APE) che vincolano gli Stati ACP al rispetto di “principi essenziali”, quali democrazia, tutela dei diritti umani e stato di diritto, gli ambiti di migrazione e sicurezza in particolare presentano una situazione più eterogenea  e, di conseguenza, più difficile da gestire nell’ambito della Convenzione. La regolamentazione di questi due settori è perciò spesso affidata ad altre iniziative europee come l’Approccio Globale per la Migrazione e la Mobilità, l’Agenda Europea sulla Migrazione, il Fondo per la Pace in Africa e il Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa.

Di fronte a queste difficoltà, le principali istituzioni europee hanno già discusso una serie di scenari possibili sui quali le relazioni tra l’Unione europea e gli Stati del gruppo Africa, Caraibi e Pacifico potrebbero costruirsi a partire dal 2020.

Tra questi scenari, che sono stati debitamente studiati dal Centro europeo per la gestione delle politiche di sviluppo (ECDPM), quello maggiormente in linea con la strategia globale dell’Unione europea sembra essere il seguente: da una parte, la conferma di un accordo generale (umbrella agreement) giuridicamente vincolante per tutti gli Stati ACP al fine di regolamentare ambiti di interesse comune e per i quali la differenziazione geografica non è rilevante, quali i cambiamenti climatici, i diritti umani, il rispetto per i principi democratici e lo stato di diritto; dall’altra parte, l’introduzione di una serie di accordi regionali e tematici paralleli (compresi gli Accordi di Partenariato Economici che continueranno ad esistere) che permetteranno all’Unione europea di definire un approccio più coerente ed efficace in merito a specifiche regioni e con riferimento a determinati campi strategici, migrazione e sicurezza in primis, e ai Paesi ACP di ricevere assistenza specifica nella realizzazione di obiettivi di sviluppo come l’eradicazione o la riduzione della povertà.

In definitiva, un accordo di questo tipo sarebbe in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile promossi dalle Nazioni Unite nella sua Agenda 2030 e permetterebbe all’Unione europea di adattarsi ai cambiamenti geopolitici in corso e, allo stesso tempo, di rispettare le ambizioni dei Paesi ACP partner. Questi ultimi, di fronte alla mancata volontà dell’Unione europea di ripensare gli Accordi di Cotonou in chiave più egalitaria e sostenibile, potrebbero rivolgersi al cosiddetto “Sud globale”.

I Paesi emergenti (i cosiddetti BRICS), guidati in prima linea dalla Cina, potrebbero infatti mescolare le carte in materia di cooperazione internazionale a sfavore dell’Unione europea. Agli occhi dei Paesi ACP, i BRICS appaiono a tutti gli effetti una valida alternativa al modello europeo di cooperazione, poiché sono disposti a fornire aiuti allo sviluppo non vincolati al rispetto dei diritti umani, dei principi democratici e dello stato di diritto.

Se, dunque, l’Unione europea spera di riconfermare i propri rapporti di cooperazione con i Paesi ACP, una riforma strutturale della Convenzione di Cotonou appare necessaria e urgente.

 

AfroFocus, cercando l’Africa vera – a cura di Marco Cochi

AfroFocus è il blog che Marco Cochi – redattore di Geopolitica.info fin dai suoi primi passi nella rete – dedica all’Africa e al suo percorso di sviluppo nel Ventunesimo secolo.

AfroFocus, cercando l’Africa vera – a cura di Marco Cochi - Geopolitica.info

Lontano dagli stereotipi del mondo occidentale, AfroFocus racconta un continente dinamico e ottimista con approfondimenti che spaziano dalla economia, alla politica passando per la cultura e la protezione dei diritti umani.

AFROFOCUS

 

A tu per tu con Bahia Kanoun: delegato del Ministero della Cultura libico

Nel quadro della visita bolognese del sindaco di Benghasi Mahmoud Baziza, accompagnato da una delegazione di imprenditori, politici e artisti libici, Geopolitica.info ha intervisto Bahia Kanoun, già sottosegretario alle politiche per la famiglia del Governo di Transizione, presidente dell’ong Libya Initiative e oggi delegata del Ministro della Cultura per l’evento. Un’occasione per approfondire le dinamiche dell’odierno sviluppo  culturale  ed economico libico e il potenziale ruolo di quest’ultimo come vettore per la cooperazione con l’Italia.

A tu per tu con Bahia Kanoun: delegato del Ministero della Cultura libico - Geopolitica.info

Dottoressa, Bologna ha recentemente ospitato (ndr 18-21 novembre) una tre giorni di incontri e conferenze tra la Libia e i rappresentati istituzionali e imprenditoriali del territorio emiliano. Qual è il suo bilancio dell’iniziativa?

Estremamente positivo. Un opportunità per conoscere e farci conoscere in Italia, Paese con il quale la Libia condivide da sempre stretti legami storici ed economici. Come era nelle mie aspettative, i feedback più importanti sono arrivati dal mondo dell’imprenditoria: le realtà aziendali italiane si sono dimostrate molto recettive e propositive, ci sono i margini per consolidare una stretta rete di relazioni commerciali tra i due Paesi. I libici, del resto, hanno grande fiducia nel comparto industriale italiano, nella sua esperienza e nei know how tecnici che ha elaborato nel tempo. Un patrimonio che troverebbe nel mercato della Libia un terreno di crescita e rilancio. Se in passato l’interscambio economico con l’estero era dominato da logiche clientelistiche, oggi il mio Paese offre un contesto di libera concorrenza da cui tutti potranno giovare. Tuttavia, ritengo fondamentale che la cooperazione si traduca in uno stimolo per la crescita delle capacità e delle competenze delle aziende libiche attraverso programmi di formazione affiancati alle intese commerciali.

La visita bolognese è stata anche un occasione di divulgazione culturale: l’installazione de “Il milite ignoto” di Ali Wak Wak nella centralissima Piazza de Celestini, ha dato modo alla cittadinanza bolognese di avvicinarsi alla recente esperienza della rivoluzione anti-gheddafiana del 2011. Ma quale invece potrebbe essere oggi il ruolo della cultura in Libia e quale contributo potrebbe apportare alla cristallizzazione di una comune identità nazionale?

La cultura è per sua stessa natura uno strumento del cambiamento. Confido nelle sue capacità di rilanciare il senso di appartenenza verso una terra martoriata dalla guerra, ma pronta a ricucire gli strappi del passato e a costruire un futuro di unità e benessere. Sono questi, in fondo, i messaggi dell’opera del maestro Ali Wak Wak. Mi permetto altresì di sottolineare che quella stessa cultura potrebbe trasformarsi in un valido strumento per il rilancio economico, la Libia dispone di un potenziale completamente inesplorato nel settore del turismo culturale, un comparto che presto sarà regolato da un’adatta disciplina normativa. Anche in questo campo, la cooperazione con Roma non potrebbe che rivelarsi positiva, data la grande esperienza italiana nella promozione e valorizzazione dei beni archeologici.

In una prospettiva più ampia, quali sono gli obiettivi prioritari che la Libia intende perseguire nel breve e nel lungo termine?

Personalmente ritengo il consolidamento economico-industriale la vera chiave di volta per il rilancio della Libia, una conditio sine qua non cui non possiamo rinunciare se intendiamo dare risposta alle grandi aspettative della rivoluzione. Come già detto, la cooperazione con l’estero e in particolare il rafforzamento della partnership con il vostro Paese rappresentano un strumento per conseguire questo obiettivo. Al momento i soggetti maggiormente attivi sul territorio libico sono prevalentemente cinesi e turchi, ma non faccio mistero della mia predilezione per l’Italia. Chiamiamo ai vostri amministratori e imprenditori di avere il coraggio di rivolgere maggiori attenzioni sul nostro Paese, ne potremmo beneficiare tutti.

Azerbaigian, una realtà in crescita

Nei giorni 31 ottobre – 1^ novembre 2013 si è svolto a Baku, in Azerbaigian, un evento internazionale molto importante: il Baku International Humanitarian Forum. Con la presenza di personalità del mondo politico internazionale, alti funzionari, diplomatici, accademici e esperti provenienti da tutto il mondo, il Forum si è articolato in una serie di sessioni di discussione sui temi riguardanti gli aspetti umanitari dello sviluppo economico, le innovazioni scientifiche e la diffusione dell’educazione, lo sviluppo sostenibile, l’identità nazionale, le biotecnologie, il ruolo dei mass media nel sistema di informazione globale.

Azerbaigian, una realtà in crescita - Geopolitica.info

L’ampiezza dei temi non ha impedito che al margine delle sessioni si svolgesse una fruttuosa opera di networking, ad ogni livello. Il Forum si è aperto con il discorso del presidente azerbaigiano Ilham Aliyev, è proseguito con il messaggio del presidente russo Vladimir Putin e quello del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon. La lista dei partecipanti ha previsto l’intervento di 7 ex presidente e capi di Stato, 13 premi Nobel e oltre 100 personalità pubbliche di livello mondiale, nel contesto di circa 800 partecipanti totali in rappresentanza di 70 paesi da tutti i continenti. La presenza di ex capi di stato, ambasciatori, personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, ha dato anche un profilo mondano all’evento.

Dall’Italia spiccano i nomi dell’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, del rettore dell’Università di Siena Angelo Riccaboni, del prof. Sergio Marchisio della Sapienza Università di Roma, del senatore prof.ssa Stefania Giannini, nonché del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che incontrando l’omologo azerbaigiano di Baku ha confermato il rilancio del gemellaggio esistente tra le due città, Napoli e Baku, che notoriamente si caratterizzano per un golfo simile e una vocazione marittima che risulta essere sostanziale anche nel carattere aperto e ospitale di italiani e azerbaigiani. L’Azerbaigian è un Paese che colpisce per l’evidente crescita economica, la società giovane e laica, un mondo culturale capace di creatività e innovazione: questi fattori sono elementi reali per il vero sviluppo di uno Stato.

La possibilità di grandi risorse energetiche, infatti, sta fungendo da volano anche per le politiche sociali, educative e culturali. Certo, il processo di costruzione della nazione non è ancora compiutamente raggiunto così come le istituzioni stanno svolgendo un percorso ancora lungo per il pieno raggiungimento degli standard occidentali di libertà e democrazia: tuttavia si può ben dire che le premesse per dei risultati fruttuosi nel futuro dell’Azerbaigian sono reali. Infatti in una regione complessa, al margine tra grandi aree culturali, l’Azerbaigian si trova al centro di questioni geopolitiche complesse e di grande interesse. Baku è infatti un punto di riferimento anche per Bruxelles, in una prospettiva di sempre maggiore integrazione con l’Unione Europea all’interno del programma di partnership orientale.

La cultura laica che è alla base dell’islam sciita è la pietra angolare per costruire la prospettiva di un Paese orientato verso i valori occidentali, ma con ascendenze orientali e radici turche saldamente asiatiche. La storia della costruzione dello Stato azerbaigiano, con la prima indipendenza raggiunta al crollo dell’Impero zarista (1918-1920), è un punto di riferimento storico-culturale per la definizione di un Paese che ha ritrovato la strada dell’indipendenza dall’Unione Sovietica solo nel 1991. In quel periodo, però, si è anche riaperta la questione nazionale con l’Armenia, che ha avuto come conseguenza il conflitto armato per il Karabagh e l’occupazione da parte armena della regione contesa insieme a quella delle regioni limitrofe.

La situazione sul campo è sostanzialmente congelata – è solitamente definito un frozen conflict – ma la presenza di centinaia di rifugiati dalla regione e il fallimento delle trattative che da anni sono ferme al mantenimento del cessate il fuoco, è per certo un elemento di tensione all’interno del Paese e nella regione. Nonostante ciò l’Azerbaigian tenta di mantenersi un Paese affidabile e persevera una politica di equilibrio tra le “superpotenze” (Russia e Stati Uniti) e le potenze regionali (Turchia, Iran), mentre tra i suoi vicini l’Armenia è più chiaramente orientata verso la Russia e la Georgia è stata notevolmente vicina all’Occidente. In tale contesto la scelta migliore per le piccole e medie repubbliche del Caucaso meridionale è sicuramente quella di perseguire una politica estera “multi-vettoriale”, con una prospettiva geopolitica multidirezionale.

Il mantenimento di un delicato ma importante equilibrio – per la stabilità e la sicurezza internazionale in una regione chiave per l’approvvigionamento energetico – nell’area del Caucaso e del Mar Caspio appare il modo migliore per mantenere il Paese in una condizione di reale indipendenza e di autonomia nella gestione delle ingenti risorse energetiche.

La visita di Mohammed VI del Marocco a Obama

Nella competizione tradizionale, divenuta negli ultimi mesi ancor più tesa ed incalzante, tra Marocco ed Algeria per la posizione di paese leader dell’area MENA (Middle East, North Africa), la diplomazia marocchina sembra aver conquistato punti decisivi in suo favore. Nonostante la destabilizzazione subita dal governo di Rabat alcune settimane fa, con la destituzione del Ministro degli Interni e del Ministro degli Esteri da parte del Re, la visita ufficiale di Mohamed VI negli Stati Uniti è infatti stata coronata da un pieno successo.

La visita di Mohammed VI del Marocco a Obama - Geopolitica.info

L’incontro alla Casa Bianca tra il monarca marocchino e il Presidente Obama era stato preceduto, il 18 novembre, da una lettera ufficiale di 9 diplomatici americani che negli ultimi 32 anni avevano prestato servizio presso l’ambasciata USA in Marocco.

Nella missiva costoro avevano fortemente caldeggiato un rafforzamento della cooperazione e della tradizionale amicizia tra i due stati, con particolare riferimento anche alla situazione del Sahara Occidentale. A quanto pare il loro invito è stato fatto proprio da Washington. Nel comunicato congiunto del Presidente degli Stati Uniti e del Re del Marocco reso pubblico venerdì 22 novembre al termine del vertice, gli USA definiscono il piano marocchino, volto alla costruzione di un “Sahara Occidentale dotato di autonomia amministrativa sotto sovranità marocchina”, una soluzione “seria realista e credibile”: in pratica, la base di lavoro sulla quale far convergere le parti in causa.

A questo vanno aggiunti una serie di accordi congiunti su questioni legate alle relazioni commerciali, culturali ed anche militari dei due paesi e, soprattutto, il riconoscimento del Marocco come partner privilegiato degli USA in quell’area geografica e l’auspicio di una stretta collaborazione tra i due paesi e l’Unione Europea finalizzata alla stabilizzazione del MENA (dopo la recente crisi del Mali) e dell’intero Nord Africa, al collasso dopo le varie Primavere Arabe.

In effetti il programma di riforme democratiche e costituzionali messo in atto da Mohammed VI nell’ultimo decennio viene proposto come un vero e proprio modello per condurre i paesi arabi sulla strada della democrazia. Complessivamente si è trattato di un colpo molto duro inferto alle ambizioni algerine. In particolare la diplomazia guidata da Ramtane Lamamra paga le vistose turbolenze provocate dai gruppi terroristici dislocati nei territori al confine tra Algeria e Mali in questi mesi che Algeri non ha saputo controllare, rendendo precarie le condizioni di sicurezza delle imprese occidentali operanti in zona, impegnate soprattutto nell’estrazione di petrolio e gas.

A poco è valso, dunque, il recente attivismo diplomatico algerino, anche a sostegno del Fronte Polisario che, proprio tra il 15 e il 17 novembre scorso, aveva organizzato, proprio a Roma, una conferenza internazionale a supporto delle rivendicazioni anti-marocchine dei polisariani. Lo smacco ha provocato reazioni anche sulla stampa algerina. Sull’edizione on-line di Le Matin (www.lematindz.net) è possibile, ad esempio, leggere una dura analisi a firma Yacine K., datata 26 novembre 2013, molto dura nei confronti di Bouteflika e della sua dispendiosa, ma inconcludente politica estera.

E’ plausibile che tutto questo porterà significativi e, forse, clamorosi, sviluppi negli assetti politici della regione. Per ora Re Mohammed e Barack Obama si sono dati appuntamento per il 2014, questa volta a Rabat, per approfondire il dialogo strategico tra i due paesi e rafforzarne ulteriormente le cooperazione.

A tu per tu con Mahmoud Baziza: sindaco di Benghasi
A tu per tu con Mahmoud Baziza: sindaco di Benghasi - Geopolitica.info
style="text-align: justify;">La città di Bologna ha ospitato una delegazione di imprenditori e amministratori libici, tra cui il sindaco di Benghasi Mahmoud Farag Baziza e la rappresentante del ministero della cultura libica Bahia Kanoun. Si tratta di un evento promosso da “Libia Consul” e da Hrs (spin off dell’università di Bologna) in collaborazione con il Comune emiliano. Geopolitica.info ha avuto l’occasione di incontrare il primo cittadino della seconda città della Libia.
 

Il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, ha denunciato a Bruxelles che sui barconi, oltre a poveri disgraziati, ci sono anche jihadisti infiltrati che vogliono arrivare in Europa. Le risulta una minaccia del genere e quali sono i loro scopi?
La minaccia non mi sembra fondata, perché gli jihadisti sono oggi più interessati a combattere in altri teatri – in primis la Siria – che non in Europa. Detto questo, è chiaro che la parte est della Libia è particolarmente permeabile e quindi è fondamentale una collaborazione sempre più stretta per la gestione dei flussi migratori. La Libia è la diga dell’Europa e faremo quanto è nelle nostre possibilità, ma anche il nostro è un Paese di immigrazione e non solo di transito e quindi dobbiamo affrontare problemi sociali, igienici e di ordine pubblico sempre più drammatici. La Libia è estremamente estesa e abbiamo bisogno del supporto anche nel campo delle nuove tecnologie e del controllo remoto.

L’Italia assieme alla Bulgaria si sta preparando ad assistere all’addestrare 9mila militari libici. Il nuovo esercito sarà in grado di garantire la sicurezza del Paese disarmando le milizie, che negli ultimi giorni hanno sparato sui manifestanti a Tripoli? 
Questi numeri si aggiungono ai 3000 in addestramento in Francia e ai 5000 negli Usa. Si tratta del nucleo del nuovo esercito nazionale ma non dimentichiamo che il disarmo delle milizie è un problema eminentemente politico che passa anche per una loro eventuale integrazione nelle forze di sicurezza.
 
Com’è la situazione di sicurezza a Benghasi? La Cirenaica è a rischio secessione? Tutto ciò può favorire la crescita delle cellule jihadiste e provocare una nuova Somalia o Afghanistan?
 
Mi sono fatto promotore di numerose iniziative per impegnare il governo centrale su questo problema e oggi la situazione è in via di miglioramento grazie anche a una maggiore presenza dell’esercito sul territorio con posti di blocco che filtrano gli accessi verso il nucleo abitato. Per esempio vengono bloccati ed eventualmente sequestrati tutti i veicoli con i vetri oscurati o senza targa… Per quanto riguarda il tema della secessione, neanche i federalisti più spinti la chiedono davvero. Viene per lo più usata come un’arma di ricatto politico, ma la maggioranza della popolazione anche in Cirenaica, vuole continuare a vivere in una Libia unita, anche per questo abbiamo combattuto contro Gheddafi.
 
I berberi hanno bloccato il gas per l’Italia, Ibrahim al Jathran controlla i terminal petroliferi dell’Est. Le esportazioni delle risorse energetiche libiche verso l’Europa sono a  rischio?
Ripristinare l’approvvigionamento è un interesse primario del Paese e su questo si giocherà la credibilità dell’autorità centrale. Per quanto riguarda la specifica situazione dei berberi essi sono l’1 per cento della popolazione concentrata in una parte specifica del Paese. I loro diritti dovranno essere tutelati, ma la richiesta di estendere l’insegnamento in tutte le scuole del Paese della loro lingua mi sembra eccessiva. Oggi stanno usando il petrolio come arma di pressione, ma l’emergenza verrà risolta al più presto. Quello di  Mellitah è un problema che non riguarda tanto l’Italia quanto appunto una questione di ordine interno.
Il primo ministro ha recentemente dichiarato, che se la Libia continuerà a scivolare verso il caos si rischia un intervento internazionale. È possibile?  
Penso che non sia né giusto né proponibile.
ddd