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L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai come terreno per lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi

Molti osservatori hanno sottolineato di recente quanto le relazioni tra Cina e Russia, i due giganti eurasiatici che hanno assunto negli ultimi anni una postura revisionista nei confronti dell’ordine unipolare, siano più solide che mai.

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Questa considerazione è stata confermata da Sergei Shoigu, ministro della difesa della Russia, il quale ha affermato che le relazioni russo-cinesi stanno vivendo uno dei periodi migliori della loro storia. Tra i vari campi in cui i rapporti tra i due paesi stanno conoscendo una significativa evoluzione citiamo le Nazioni Unite, il BRICS e soprattutto l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai, organismo intergovernativo dedito ad assicurare la cooperazione economica, culturale e militare tra i suoi membri. L’analisi dell’organizzazione di Shangai ci consente di approfondire la conoscenza di uno dei corpi politici più rilevanti sotto il profilo geopolitico degli ultimi anni, ma forse ancora poco enfatizzato presso i mass media occidentali.

L’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Origini e struttura

Questo organismo venne fondato nel 2001 dai capi di stato di sei paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Nel 2017 si sono uniti India e Pakistan. Nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i paesi aderenti, l’Organizzazione è andata progressivamente istituzionalizzandosi, intensificando la cooperazione tra i suoi membri tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale. Il piano militare e di sicurezza è quello tuttavia più rilevante, all’insegna della comune volontà di contrastare tre fenomeni identificati come le principali minacce alla sicurezza regionale: il terrorismo, l’estremismo e il separatismo. Ciò testimonia come l’obiettivo primario degli stati membri sia quello di conservare lo status quo territoriale in una regione, quella eurasiatica, dove non mancano irredentismi, contrasti etnici, spinte secessioniste e ingerenze esterne.

La questione delle ingerenze delle potenze straniere, e degli USA in modo particolare, è un fattore determinante per l’Organizzazione. Fedeli al motto: “Eurasia agli eurasiatici”, i membri dell’Organizzazione contestano la massiccia presenza statunitense nell’area: ciò è apparso evidente sin dal 2005, momento in cui emerse la richiesta a Washington di calendarizzare il ritiro delle proprie installazioni e dei propri soldati presenti in Asia centrale.

Al fine di raggiungere i propri obiettivi, l’organizzazione si è data una struttura molto snella ed efficiente. Al vertice vi è il ‘Consiglio dei capi di stato’, il più importante organo decisionale: si riunisce una volta l’anno a rotazione in ciascuno degli stati membri. A seguire nella gerarchia vi sono il ‘Consiglio dei capi del governo ’ e il ‘Consiglio dei ministri degli esteri’. Il primo si occupa di approvare il budget dell’Organizzazione, di discutere gli ambiti e lo stato dell’arte della cooperazione multilaterale; il secondo invece discute le principali questioni dell’agenda politica internazionale e gestisce le relazioni tra l’organizzazione e gli altri organi multilaterali. Al Segretariato generale, organo amministrativo ed esecutivo, si affiancano diverse altre strutture e agenzie. Le azioni dell’Organizzazione vengono svolte sulla base del cosiddetto ‘Spirito di Shangai’: un sentimento fondato su fiducia reciproca, solidarietà, trasparenza e ricerca di un interesse comune.

Le relazioni russo-cinesi nell’ambito dell’Organizzazione

Dopo una prima fase di tensione, culminata con il rifiuto cinese di fornire un sostegno politico incondizionato alla Russia nel conflitto contro la Georgia del 2008, le relazioni russo-cinesi si sono fatte via via più strette a partire dal summit dell’Organizzazione del 2012. Al termine dell’incontro, Russia e Cina si accordarono per dichiarare che nessuno stato dell’Organizzazione era autorizzato a stipulare alleanze indirizzate contro altri membri della stessa, lasciando intendere una posizione di contrasto rispetto alla NATO e alle mire espansionistiche occidentali nella regione eurasiatica. Russia e Cina affermarono poi il netto rifiuto di qualsiasi intervento armato per risolvere la crisi in Siria e quella del nucleare iraniano.

Successivamente, Russia e Cina si sono trovate su posizioni convergenti nel sostegno ad Assad in Siria e al regime degli ayatollah in Iran. Sotto il profilo della sicurezza, le due potenze collaborano attivamente attraverso la ‘Commissione mista intergovernativa russo-cinese per la cooperazione tecnico-militare’. La cooperazione dinamica dell’industria militare e della difesa indica un livello speciale di fiducia politica nelle relazioni russo-cinesi. Ciò si riverbera altresì nella sfera energetica, attraverso il progetto “Power of Siberia” che prevede la costruzione di un gasdotto lungo 3000 km dal valore di 400 miliardi di dollari, che legherà fortemente le economie dei due giganti. “Power of Siberia” ha una valenza simbolica e geo-economica epocale, in quanto unisce in modo indissolubile la Russia, il più grande esportatore mondiale di gas naturale, e la Cina che, invece, ne rappresenta il principale mercato di importazione globale.

In definitiva, la Russia e la Cina, attraverso lo stretto rapporto personale tra i leader Putin e Xi Jinping e il coordinamento all’interno dell’Organizzazione di Shangai, intendono realizzare un asse continentale fondato sul balance of power e sul coordinamento internazionale nell’ambizioso tentativo di declinare la storica dottrina Monroe «America agli americani» in un «Eurasia alle potenze eurasiatiche».

Conclusioni

Per comprendere il potenziale di sviluppo dell’Organizzazione è sufficiente leggere i numeri. Secondo i dati del 2019, fanno parte di quest’organismo tre delle prime quattro potenze militari del pianeta (Russia, Cina e India) e due delle prime cinque potenze economiche (Cina e India). Come se non bastasse, Cina, Russia, India e Pakistan rappresentano altresì delle potenze nucleari. Le esercitazioni militari dell’Organizzazione sono sempre più frequenti. La prima si svolse nel 2003, e da allora vengono eseguite regolarmente con cadenza annuale o biennale. Le esercitazioni, che vengono chiamate ‘missioni di pace’, sono tenute su larga scala e coinvolgono migliaia di soldati. India e Pakistan si sono unite alle esercitazioni per la prima volta nel 2018.

E l’Occidente? Considerate le crescenti tensioni all’interno della NATO, con il presidente francese Macron che ha recentemente accusato il presidente americano Trump di aver voltato le spalle all’Europa e di aver contribuito a ridurre l’Alleanza Atlantica in uno stato di ‘morte cerebrale’, l’avanzata del potente blocco eurasiatico non può che aprire scenari inediti nello scacchiere internazionale. Compito della NATO sarà quello di ritrovare in fretta compattezza e spirito di unione, al fine di rispondere alla sfida globale che Russia e Cina sembrano porre in atto con convinzione e forza sempre maggiori.

Dall’archeologia riparte la cooperazione culturale tra Italia e Libia
A Roma – presso l’Accademia di Libia – si è svolto questa mattina, alla presenza dell’ambasciatore di Libia in Italia, il primo meeting tra tutte le nostre missioni archeologiche attive nel Paese NordAfricano, i rappresentanti della Cooperazione italiana e i vertici del “Dipartimento delle Antichità” di Tripoli.

Dall’archeologia riparte la cooperazione culturale tra Italia e Libia - Geopolitica.info

Si tratta di un passo avanti rispetto al protocollo d’intesa siglato all’inizio di aprile a Tripoli e che aveva portato alla costituzione di un gruppo di lavoro italo-libico per la salvaguardia del patrimonio archeologico libico.

Mohamed Faraj Mohamed al-Faloos (presidente del Dipartimento dell’Antichità) ha aperto il suo intervento ringraziando “gli archeologi italiani che non ci hanno mai abbandonato e che, anche in una situazione precaria, continuano a mantenere una costante attenzione verso il nostro Paese”.

Luisa Musso (ordinario di Archeologia romana e delle provincie romane e decano degli archeologi italiani in Libia) ha voluto sottolineare l’importanza di “questo dialogo che rappresenta un solido terreno per condividere la nostra comune storia e le nostre radici mediterranee ed è la base per definire una piattaforma di sviluppo non solo culturale tra Italia e Libia”.

MART-Libia (Missione Archeologica Roma Tre) è presente da 27 anni nel Paese nord africano e – con il fattivo contributo del MAE, dell’Eni e della Fondazione Mediterraneo Antico – è attivamente impegnata nel recupero e nella salvaguardia di Villa Silin e nei progetti di cooperazione ‘Castello Rosso e Musei della Tripolitania’ e il progetto ‘Archivi Libici del ‘900’”.

All’incontro hanno partecipato 10 missioni in rappresentanza delle 13 attualmente attive in Libia.

Cornice di sicurezza degli operatori, trasparenza nella gestione e nella finalizzazione dei fondi, formazione degli addetti locali e la creazione di una cabina di regia e coordinamento della ricerca archeologica: questi i principali temi trattati.

Fabian Baroni – segretario generale della Fondazione MeDa – ha voluto lanciare un appello ai nuovi ministri Dario Franceschini e Luigi Di Maio: “affinché non lascino cadere la possibilità di riannodare e rilanciare la cooperazione culturale italo-libica, di cui questo evento, pur con tutte le difficoltà di cui siamo consapevoli, rappresenta un significativo contributo”.

L’Italia e le Vie della Seta
E’ oggettivamente presto per riuscire a comprendere la reale portata dell’accordo siglato a Roma tra Italia e Cina. Ci vorranno anni per capire la reale attuazione dei vari punti. Per poter analizzare sia l’accordo siglato sia le interazioni sino italiane può essere utile ripercorrere brevemente le interazioni tra Roma e Pechino negli ultimi decenni.

 

L’Italia e le Vie della Seta - Geopolitica.info

La via della Seta e il presunto neo colonialismo cinese sono stati al centro del dibattito politico e la Cina è diventata per qualche giorno lo scenario internazionale cruciale anche in Italia. Al termine della visita del presidente Xi restano molti dubbi su tante scelte, del presente e del passato, rispetto alla proiezione italiana nei confronti della Cina.

La visita di Xi Jinping a Roma ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, dalle consuete descrizioni dei banchetti ufficiali e dei vestiti della first lady, alle inconsuete interazioni con i giornalisti dei funzionari cinesi e alle dettagliate analisi della politica estera cinese. L’opinione pubblica italiana si è mostrata polarizzata, come sempre, rispetto alla valutazione degli accordi. Molti commenti sono stati dedicati alla mancanza di riferimenti alle violazioni dei diritti umani, dalla situazione dello Xinjiang, ai tanti giornalisti detenuti in Cina sino al mancato rispetto degli appelli per la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Si tratta di temi cruciali, che abbiamo trattato in maniera estesa in più occasioni, ma va ricordato che le precedenti missioni istituzionali italiane in Cina hanno seguito esattamente la stessa linea. I vari governi che si sono succeduti negli scorsi decenni hanno sempre accuratamente evitato ogni riferimento a temi sensibili a Pechino quando si sono trovati a siglare accordi economici. Le missioni in Cina durante i governi Renzi e Gentiloni, dalla visita del Presidente Mattarella a Pechino alle numerose e proficue iniziative nelle varie provincie cinese guidate dall’allora Sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, si sono sempre sottratti dal parlare di temi sensibili come quello dei diritti umani negati. Durante ognuna di quelle visite il confronto con la stampa italiana, sia durante sia al termine delle missioni, è stato ridotto all’essenziale. La comunicazione è avvenuta sempre attraverso comunicati congiunti e nessuno spazio è mai stato riservato a un reale confronto con i media.

La Repubblica Popolare cinese percepisce ogni accenno a temi come Taiwan, Tibet, Xinjiang, attivisti per i diritti civili imprigionati e questioni correlate come delle vere e proprie ingerenze nella proprie questioni interne. Negli scorsi anni varie nazioni europee hanno subito l’ostracismo di Pechino per aver sollevato dubbi su questi temi, dalla Norvegia per il Nobel a Liu Xiaobo alla Francia di Sarkozy per l’incontro con il Dalai Lama. Il governo italiano si è sempre tenuto bene alla larga da ogni possibile frizione con la RPC, lasciando l’arduo compito di ammonire Pechino sul rispetto dei diritti umani alla proiezione diplomatica dell’Unione Europea.

“L’operazione cinese” di Matteo Renzi portò notevoli benefici all’Italia che arrivò addirittura a superare la Francia, che ancora scontava la coda delle incomprensioni tra Sarkozy e Pechino, nei volumi di interscambio con la Cina. Il Partito Democratico si è sempre astenuto da qualsiasi critica nei confronti delle libertà civili in Cina, anche per quanto riguarda l’accordo siglato a Roma le principali obiezioni riguardano la natura politica dello stesso e non le possibili criticità legate alle condizioni dei lavoratori nei paesi della Belt Road Iniziative (BRI). Il centro destra ha sempre mantenuto un’approccio abbastanza distante rispetto alla Cina. E’ ben nota la difficoltà dei governi Berlusconi di mantenere una efficace proiezione italiana nei confronti del paese asiatico. Una significativa, ma minoritaria, parte del centro destra legata a una tradizione liberale ha sempre espresso in maniera netta le preoccupazioni rispetto ai temi dei diritti civili in Cina, senza però riuscire a catalizzare l’attenzione all’interno della propria coalizione.

Un’altro tema del dibattito è stato quello della possibilità di accesso al mercato cinese, essendo gli investimenti stranieri  sino ad ora fortemente limitati. L’annuncio dell’apertura dei mercati finanziari nello scorso anno ha generato una grande aspettativa negli investitori. Ma l’effettiva attuazione dell’annuncio cinese lascia tuttavia molti dubbi e gli investitori stranieri non hanno mostrato sinora troppo fiducia nella proposta di Pechino. Il tema della reciprocità dell’economia di mercato in Cina e delle presunte violazioni dei diritti umani sono relativamente deboli, vista la consuetudine italiana (ma anche europea) di dimenticare le criticità cinese quando si tratta di accordi bilaterali di carattere economico con Pechino.

La differenza della visita di Xi Jinping e della firma del memorandum sulla Via della Seta rispetto ai precedenti accordi risiede nella sua natura politica. L’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’accordo sino italiano è stata molto grande, sia in Europa e in America che in Asia. I giornali cinesi hanno dato grande risalto alla firma dell’accordo, presentato in Cina come una vera e propria “entrata” a pieno titolo dell’Italia nel progetto BRI.  Molti quotidiani cinesi hanno riportato le presunte ingerenze statunitensi nella politica italiana, sottolineando come la validità del progetto BRI abbia creato le condizioni per la firma italiana. I quotidiani giapponesi hanno evidenziato l’importanza dell’accordo di Roma sulla BRI mentre la visita di Xi e la firma del memorandum hanno conquistato le prime pagine su tutta la stampa occidentale.

Al di là della reale portata e delle conseguenze dell’accordo, a livello politico la visita di Xi Jinping è stata un vero e proprio successo per la RPC. Nella percezione dell’opinione pubblica mondiale la visita è stata un ulteriore trionfo della nuova assertiva politica promossa dal presidente cinese. La scelta cinese di avviare progetti e iniziativa in zone a basso tasso di sviluppo economico in Italia, come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, dove sono presenti delle basi Nato rappresenta una vera e propria sfida all’alleanza atlantica agli occhi di molti osservatori. Mentre le possibili conseguenze dell’inserimento del tema delle telecomunicazioni nell’accordo firmato è un’altro elemento cruciale. Si tratta di una semplice menzione e sono del tutti assenti sia riferimenti precisi sia modalità di attuazione di progetti congiunti. Ma l’idea di una possibile sinergia con la Cina per lo sviluppo della rete infrastrutturale 5G ha spaventato gli alleati in Europa e in America.

In sostanza le modalità dell’accordo non presentano caratteri inediti, tutti i precedenti governi hanno trattato con la Cina in maniera simile. Riuscendo a tenere l’interscambio commerciale in positivo e mantenere la Repubblica Popolare Cinese nel ruolo di indispensabile partner commerciale, senza però tentare di avviare un reale dialogo su temi sensibili come i diritti umani e la reciprocità dell’economia di mercato.

Il progetto BRI presenta delle criticità, ben note, che rimangono tuttora irrisolte. Si tratta di un progetto mastodontico che ha cambiato la natura dei propri contenuti in varie occasioni e che deve ancora essere messo alla prova. La natura fortemente politica, e la rappresentazione dell’accordo al di fuori dei confini nazionali, è una novità assoluta. Sia i contrasti all’interno del governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, sia il mancato controllo sulla narrazione nei media nazionali e internazionali hanno determinato un effetto non positivo per l’immagine nazionale e un eccessivo sbilanciamento rispetto agli effettivi contenuti dell’accordo. La mancanza di un dibattito reale sulle delicate questioni strategiche e legate alla sicurezza nazionale che l’accordo evoca ha dimostrato una scarsa capacità dell’esecutivo di comprendere la portata di medio e lungo termine del memorandum. Soprattuto la finalità dell’accordo non risulta chiara mentre i vantaggi di Pechino in termini di immagine sono sin da subito evidenti. Agli occhi dei media mondiali l’accordo ha visto l’ingresso di una delle più importanti economie europee di un membro del G7,  di un paese fondatore della UE e della terza economia dell’Eurozona all’interno del progetto BRI. La realtà è sicuramente diversa ma l’incapacità di comunicare la vera natura dell’accordo è un elemento negativo, rispetto alla proiezione internazionale dell’Italia. Dall’altro lato i vantaggi italiani sembrano più incerti. L’accordo potrebbe generare un maggior interscambio tra i due paesi ma, ad oggi, non possiamo essere certi del risultato.

In Europa sino ad oggi solo la Germania ha mostrato di poter occasionalmente dialogare in maniera efficace con la Cina, mentre i tentativi di approccio bilaterale degli altri paesi non hanno conseguito risultati soddisfacenti. La dimostrazione di una capacità italiana per uno spazio di manovra con la Cina, al di fuori della cornice europea, era evidentemente uno dei principali obiettivi del memorandum appena siglato. Ma la divisione interna del Governo e i dubbi sulle modalità e sulla natura dell’accordo hanno parzialmente sconfessato il ruolo italiano.

L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione.

L’Italia, rimasta indietro nella competizione economica con gli altri paesi UE sugli investimenti cinesi, si sta lanciando nella dubbia impresa di recuperare questo gap. La firma degli accordi relativi al memorandum di intesa oggetto della visita di questi giorni di Xi Jinping potrebbe aprire la strada ad una collaborazione lastricata d’oro per la classe politica ed imprenditoriale italiana, ma, nonostante le aspettative, avere conseguenze difficili da prevedere.

L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione. - Geopolitica.info

L’ultimo accordo, sulla scia dal Memorandum of Understanding fra Cina e Italia, è quello siglato martedì al Maxxi di Roma, quasi in parallelo all’arrivo di Xi Jinping, tra Sole 24 Ore e Economic Daily Group, su almeno 30 collaborazioni per lo sviluppo di prodotti editoriali rivolti alle imprese italiane e cinesi. Accanto a questo accordo la firma di un memorandum tra Class Editori e l’agenzia di stampa Xinhua News Agency. I due colossi dell’informazione cinese che contano più di 100 milioni di follower sull’account New China e 180 istituti all’estero sono la voce del Partito Comunista nel mondo.

La Cina arriverà anche in tv grazie ad un accordo tra China Media Group e Mediaset attraverso il lancio della versione italiana dei “Classici citati da Xi”, prodotta da CMG che fa capo al Dipartimento di Pubbliche Relazioni guidato dal Partito Comunista Cinese. Si tratta di una serie di video in cui il Presidente Xi Jinping legge e cita i classici cinesi e offre spiegazioni sulla società e la cultura contemporanee cinesi. Una versione per il pubblico italiano che andrà in onda su Class Editori e TgCom24 di Mediaset.

Il vicecapo redattore di China Daily, Sun Shangwu ha ricordato che “l’Italia diventerà il primo paese G7 a entrare nella Nuova Via della Seta”. La collaborazione tra Italia e Cina nel settore dell’informazione perciò sarà fondamentale e svolgerà ruolo di “ponte” dell’iniziativa della Belt and Road verso il resto d’Europa.

Presente all’evento anche l’ambasciatore Li Ruiyu, che ha ribadito  il  messaggio auspicando una sempre maggiore cooperazione tra Italia e Cina per espandere l’influenza del modello cinese nei rapporti internazionali e nei consessi multilaterali.

Opportunità ma anche rischi

Nelle aziende che hanno sottoscritto questi memorandum, giornalisti e editori dovranno interfacciarsi con l’apparato di propaganda del PCC per produrre contenuti e notizie. L’esposizione dei network alla cautela e a forme di auto censura è solo un’ipotesi che però non va sottovalutata. Una cooperazione fra media italiani e cinesi potrebbe rivelarsi in certe occasioni anche un limite alla nostra libertà di informazione. Sebbene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vito Crimi abbia rassicurato su questo, il livello di libertà di parola concesso in Cina viola i principi base su cui il nostro ordinamento democratico si fonda.

Nulla di nuovo. Da anni molte organizzazioni internazionali denunciano le violazioni di queste libertà in Cina, la stessa Unione Europea avrà in agenda la difesa dei diritti delle minoranze cinesi, su cui Pechino esercita un forte controllo politico. al meeting Europa – Cina di Aprile. Come non è nuova la pratica di bandire i giornalisti occidentali scomodi e indesiderati dal Paese.

Per anni l’approccio cinese ai mezzi di comunicazione occidentali è stato prettamente difensivo ma da poco più di un decennio un sistema molto più pragmatico cerca spazio nella rete del mainstream globale dell’informazione. L’apertura della sede britannica della China Global Television Network CGTN, a Londra è forse uno dei casi più eclatanti di questa volontà di espansione dei media maturata sotto la leadership di Xi Jinping a partire dal 2016.

Alla narrativa cinese dell’apertura e del mutuo vantaggio, “leitmotiv” della cooperazione sul modello win-win del “socialismo con caratteristiche cinesi” di Xi Jinping. l’Italia sta dando ampio credito con questi accordi.

La cooperazione tra media italiani e media cinesi getta le basi per uno strettissimo rapporto tra i due paesi. Tanto stretto che seppure apparentemente lastricato d’oro si trova esposto al rischio di vedere intrecciarsi, interessi politici, economici e strategici sulla via della seta da Roma a Pechino.

Veniamo infine al resto del MoU. Di progetti lanciati ce ne sono diversi, ancora prima della firma di questo memorandum che ha e avrà sicuramente per l’Italia una valenza politica. Non va dimenticato, infatti, che uno degli obiettivi dell’Intesa potrebbe essere la cooperazione con l’Africa, in tre direzioni: la gestione del flusso migratorio, la disponibilità di accesso a nuovi mercati per le nostre imprese, nonché iniziative di sviluppo economico congiunto assieme ai Paesi africani. Nella visione del Sottosegretario Geraci, la cooperazione con la Cina potrà aiutare l’Italia ad arginare l’immigrazione illegale dall’Africa e offrire così sostegno concreto a politiche di sicurezza nell’area.

In ambito nazionale, i progetti i più discussi sono certamente quelli che riguardano le vie di comunicazione marittime, i porti che potrebbero potenzialmente fungere da accesso all’Europa delle merci cinesi e viceversa. Molto si è detto tirando spesso ad indovinare su quali e quanti sarebbero stati i porti scelti come approdo italiano alle vie della seta. Non è mai emersa infatti una chiara direzione degli investimenti cinesi verso un solo scalo. Presumibilmente non ci saranno investimenti faraonici in una grande opera ma una serie di finanziamenti mirati ad allacciare la viabilità tra i diversi paesi europei o balcanici che avranno firmato i MoU con la Cina. Un esempio in questa direzione è il caso di Venezia che già dallo scorso novembre, aveva ottenuto un investimento dalla Cosco Shipping Company per attivare un collegamento tra il Pireo e il terminal Vecon, accordo finalizzato a febbraio tra il presidente dell’autorità portuale del Nord Adriatico, Pino Musolino, e il CEO dell’autorità portuale del Pireo, Fu Chengqiu. Credo che dovremo abituarci a questo tipo di accordi. Su Trieste, ancora ieri Zeno D’Agostino, a capo dell’autorità di Trieste, si dichiarava disposto ad accettare anche finanziamenti americani, qualora questi dovessero bussare alla sua porta.

Quelli che vediamo oggi sono i risultati dell’intesa tra il governo di Xi Jinping e quello di Conte, come effetti della neo-costituita Task Force Cina voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Il rafforzamento della cooperazione Italia-Cina e l’evoluzione degli accordi delle ultime ore, sono il risultato della loro politica di apertura cinese. Operato che si era posto in linea di continuità con i governi precedenti: già Gentiloni nel 2017 era stato l’unico leader del G7 a partecipare al vertice BRI organizzato da Xi Jinping a Pechino. Ottimi rapporti con l’élite politica cinese intercorrevano anche con Matteo Renzi che più volte è stato invitato in Cina a titolo personale.

Oggi assistiamo ad una evoluzione, molto accelerata certamente dalla figura di Michele Geraci, ma non così inaspettata dei legami tra Roma e Pechino. Da un punto di vista prettamente geopolitico la centralità italiana nel Mediterraneo ne fa uno snodo naturale delle vie della seta ma agire isolata dall’Europa mette l’Italia in una condizione non sostenibile. Inoltre, rappresenta il preludio al sostegno incondizionato verso la politica estera di Pechino. In questa delicata situazione l’Italia non dovrebbe sottovalutare l’impostazione tuttavia autoritaria del suo governo.

Il rischio quindi è che la firma del Memorandum possa autorizzare il sistema economico italiano o parte del suo sistema-paese a sottoscrivere accordi e collaborazioni senza vagliare politicamente la natura degli interlocutori con cui si confronta, diventando una sorta di lascia-passare pericoloso per la Cina in Italia.

L’Italia, la Cina e il commercio globale: intervista a Luigi Bidoia

Il governo giallo-verde ha dimostrato sin dall’inizio del suo mandato di voler rafforzare la cooperazione con la Repubblica Popolare Cinese nell’ambito, in particolare, della Belt and Road Initiative (BRI), l’imponente progetto infrastrutturale varato nel 2013. Le visite in Cina del Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, del Sottosegretario allo Sviluppo Economico, Michele Geraci e del Vice-Premier Luigi DI Maio hanno confermato tale proposito. Pur non essendo riuscito a firmarlo  entro il 2018, nell’ambito della BRI, l’Esecutivo italiano sembrerebbe intenzionato a voler raggiungere un protocollo d’intesa in occasione della visita del Presidente Xi Jinping, arrivato oggi in Italia.

L’Italia, la Cina e il commercio globale: intervista a Luigi Bidoia - Geopolitica.info

Se tale intesa sarà raggiunta l’Italia diventerebbe il primo paese membro del G7 a farlo.  In merito alle prospettive future della cooperazione tra Italia e Cina abbiamo intervistato Luigi Bidoia, Economista Industriale, Data Scientist e  Intraprenditore.

Dottor Bidoia, quali pensa siano le prospettive del commercio globale, dato l’attuale contesto di incertezza economica e il rallentamento dell’economia cinese: si è già verificato una riduzione degli scambi commerciali mondiali?

Per raccontare quello che sta accadendo oggi forse è opportuno fare una piccola digressione sull’evoluzione del commercio mondiale. Dall’inizio del nuovo millennio fino alla Grande Recessione gli scambi internazionali hanno sperimentato una cresciuta sostenuta. Si pensi, che tra il 2000 e il 2007 il valore dei flussi commerciali è più che raddoppiato (+138%). Un driver fondamentale di questa dinamica è stato sicuramente l’entrata nel WTO della Cina, nel dicembre 2001, che ha provocato uno shift epocale nella struttura del commercio internazionale. La Grande Recessione ha segnato una decisa inversione di rotta, ma dopo il recupero dei livelli di scambio pre-crisi, avvenuto solo nella seconda metà del 2010, si è assistito ad una dinamica caratterizzata da quelli che potremmo definire “mini cicli” congiunturali, che proseguono tuttora. È il caso, ad esempio, della contrazione di breve termine dei flussi di scambio a seguito della crisi dei debiti sovrani, oppure del rallentamento del 2016 a causa dell’incertezza politica (Brexit, elezione di Trump) e del peggioramento delle condizioni economico-finanziarie dei mercati emergenti; fino ad arrivare alla sostanziale stabilità che ha caratterizzato il 2018. Nell’attuale congiuntura, la Brexit e la guerra commerciale Usa-Cina hanno generato un clima di incertezza economica senza precedenti. A questa incertezza si è aggiunto la minor crescita dell’economia cinese. Il risultato complessivo è stato il rallentamento del ritmo di crescita degli scambi internazionale a cui si è assistito. Qualora nei prossimi mesi la trattativa in atto tra Stati Uniti e Cina portasse ad un superamento dell’attuale guerra commerciale, allora potrebbe venir meno un fattore importante dell’attuale fase di rallentamento. Abbiamo, perciò, buone ragioni per credere che dalla seconda metà del 2019 il commercio mondiale possa, almeno in parte, recuperare.

I cicli del commercio internazionale

 

Nel settembre 2018 l’Amministrazione americana ha imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi a cui è seguita la rappresaglia cinese. Durante l’incontro di Buenos Aires tra Trump e Xi Jiping l’innalzamento del dazio al 25%, previsto per gennaio 2019, è stato scongiurato dal raggiungimento di una tregua. Le parti hanno già raggiunto un accordo per una proroga della scadenza e si dicono disponibili al dialogo. Quali sono, a suo giudizio, le ripercussioni per l’Italia dello scontro tra due superpotenze come Usa e Cina?

All’origine del deficit commerciale americano con la Cina vi è una forte complementarietà in termini di specializzazione produttiva delle due economie; il video proposto consente di evidenziare bene tale struttura.

Perseguire una strategia tariffaria, perciò, imporrebbe costi significativi su entrambe le economie. L’analisi dei flussi commerciali degli ultimi 6 mesi mostra in modo evidente come di per sé l’imposizione tariffaria si sia rivelata uno strumento inefficace per ridurre il deficit commerciale americano verso la Cina, che in realtà nel corso del 2018 è cresciuto ulteriormente raggiungendo la quota di 413 miliardi di $.  Il deficit commerciale è pari alla differenza tra le importazioni e le esportazioni tra i flussi di beni e servizi tra i due Paesi, e se le importazioni cinesi hanno mostrato nel corso del 2018 una crescita lenta sul mercato americano, la performance delle esportazioni americane sul mercato asiatico ha subito un significativo peggioramento. Lo strumento delle tariffe, sostanzialmente, si è esplicitato in una mera minaccia per entrambe le economie coinvolte, oltre che per l’intera economia mondiale. Sul fronte orientale, infatti, l’attività manifatturiera cinese ha dato segnali di rallentamento, mentre, sul fronte occidentale, i produttori agricoli statunitensi sono stati duramente colpiti dalla guerra commerciale. Allo stesso tempo, bisogna però evidenziare come lo strumento tariffario abbia giocato un ruolo di primaria importanza nella relazione tra le due economie. Esso ha rappresentato, di fatto, il mezzo attraverso il quale Cina e Stati Uniti hanno ritrovato le basi per un dialogo bilaterale. Se questo dialogo dovesse essere infruttuoso e lo scontro diventasse frontale, le ripercussioni per il nostro Paese non sarebbero meramente commerciali, ma di carattere più squisitamente politico. Il Belpaese si troverebbe, infatti, a scegliere tra un alleato storico come l’America e le opportunità offerte dalla politica di apertura cinese, all’interno di una già frammentata Europa.

In questo contesto qual è lo stato delle relazioni commerciali tra Italia e Cina e quali sono i punti di forza e di debolezza dell’export italiano?

Al crescente ruolo assunto dalla Cina sul panorama internazionale, il sistema industriale italiano ha saputo rispondere attraverso una specializzazione produttiva verticale. Tra i due sistemi economici è, infatti, esistita una complementarietà nelle strutture produttive e nei prodotti scambiati. L’Italia ha conquistato quote di mercato attraverso la differenziazione verso fasce premium-price, la Cina, invece, ha sfruttato i significativi vantaggi di costo come driver della penetrazione sui mercati esteri.  Tuttavia, oggi la Cina si sta riposizionando verso prodotti knowledge-intensive e questo pone delle sfide rilevanti: affinché l’Italia possa difendere gli spazi di mercato conquistati è necessario attuare una rinnovata politica di sviluppo che tenga conto delle nuove dinamiche dell’economia cinese. I dati del Sistema Informativo Ulisse permettono di segnalare chiaramente come le esportazioni cinesi verso l’Europa e versi gli Stati Uniti si siano gradualmente ricollocate verso fasce di mercato maggiormente premianti. L’obiettivo per le imprese italiane, perciò, a mio avviso è quello di adottare una strategia di differenziazione ulteriore, che possa distinguere i nostri prodotti dai competitor, naturalmente in questo quadro diventa di primaria importanza lo strumento dell’innovazione.

Export cinese verso USA Export cinese verso UE

Si ringraziano Francesco Lomonaco e Marzia Moccia per il contributo all’elaborazione dei dati.
 

Aquisgrana 2019: Francia e Germania oltre l’Unione Europea

Esattamente a 56 anni dall’”Accordo dell’Eliseo” stipulato il 22 gennaio 1963, Emmanuel Macron e Angela Merkel rinnovano e rinforzano l’asse franco-tedesco, ma a differenza dell’accordo tra De Gaulle e Adenauer, l’attuale ha connotati e caratteristiche ben diverse, dovute al contesto odierno: i due Paesi hanno creato e sono il motore d’Europa e la minaccia sovietica è svanita da anni. Quello attuale è un trattato di cooperazione che spazia dall’economia alla difesa e il nemico ideologico attuale da combattere insieme è il sovranismo.

Aquisgrana 2019: Francia e Germania oltre l’Unione Europea - Geopolitica.info ANSA/AP Photo/Michael Sohn

Ma cosa tratta il nuovo accordo franco-tedesco?
In primis i leader dei due Paesi hanno deciso di confrontarsi preventivamente in vista delle più importanti riunioni a livello europeo in modo tale da assumere posizioni condivise su temi di primaria importanza come difesa e sicurezza comune, Macron si è sempre detto favorevole alla creazione di un “esercito europeo”, e nel contesto mondiale attuale, dominato da potenze come Stati Uniti, Cina e Russia, l’Europa
deve trovare una sua dimensione non solo sociale, politica ed economica ma anche militare. Sappiamo bene però che questa opzione non è gradita né al presidente Trump né alla NATO.
Sul piano militare l’accordo va ben oltre il contesto comunitario e prevede una clausola bilaterale di solidarietà in caso di aggressione, e ciò vale anche per gli attentati terroristici.
Merkel e Macron hanno inoltre posto le basi per aprire la strada alla Germania per ottenere un seggio permanente alle Nazioni Unite. Proprio quest’ultima decisione ha creato più d’uno scontento a livello non solo europeo ma anche globale (Italia e Russia in primis).
Importante novità sul piano storico è la volontà, promossa da Parigi, di creare una zona franca sul confine tra i due Paesi (proprio il confine franco-tedesco, lungo ben 451 Km, fu più volte oggetto del contendere tra Francia e Germania), che con l’aumento degli scambi commerciali e l’inserimento del bilinguismo dovrebbe aumentare la cooperazione e la coesione tra i due Stati. Proprio quest’ultima proposta è contestata dalle rispettive formazioni nazionalistiche sia a Parigi (da Rassemblement National, l’ex “Front National”) sia a Berlino (qui invece a contestare l’accordo è l’AfD).

Quali i significati politici dell’accordo?
Innanzitutto l’accordo è un chiaro segnale di unità e coesione dell’asse franco-tedesco: Francia e Germania, alla luce della Brexit, vogliono “dare l’esempio”, mostrando come attraverso un percorso con obiettivi comuni si possa costruire un’Europa sempre più unita e forte (vedi la volontà di creare un esercito europeo), e di come quest’ultima debba essere l’unica soluzione per affrontare, insieme, le sfide globali.
Chiaro è il monito ai governi sovranisti che oggi più spaventano Bruxelles, è lo stesso Macron a dire che “Il nuovo Trattato franco-tedesco è la comune risposta al rafforzamento del populismo e del nazionalismo”.
Si può dare comunque un’altra interpretazione all’accordo del 22 gennaio: Berlino e Parigi hanno deciso di mostrare i muscoli (in vista delle future elezioni europee di maggio) e porre le basi per un’eventuale Europa “a due velocità”, lanciando un monito a quei Paesi ostili ad entrare nell’unione monetaria o che attualmente stanno vivendo un momento di forte euroscetticismo.
E l’Italia? Certo l’alternanza di governi più o meno favorevoli all’attuale asset europeo non ci aiuta. Il governo attuale pone una riga di rottura rispetto ai precedenti in materia di politiche europee. Semplicemente la nostra classe politica deve disegnare insieme una strategia ben definita e decidere se riavvicinarsi all’asse franco-tedesco tornando al centro del progetto europeo oppure andare oltre, cercare alleanze (anche innaturali) sia con eventuali governi “euroscettici” sia con i Paesi del “Gruppo di Visegrad” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) per impostare una nuova visione della “casa comune europea”.

Axis of convenience: la sfida di Mosca e Pechino all’ordine unipolare

La crescita delle relazioni politiche ed economiche tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, accompagnata da un progressivo disimpegno statunitense dall’Europa e dal Medio Oriente, ha fatto sì che vecchie narrazioni e immagini suggestive prendessero nuovamente consistenza recuperando l’idea dell’”Heartland” euroasiatica contrapposta alla talassocrazia americana, ma è doveroso chiedersi: si può parlare davvero di un’alleanza tra Mosca e Pechino?

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L’asse per convenienza: il nemico del mio nemico è mio alleato

Il nuovo corso delle relazioni sino-russe può essere efficacemente descritto utilizzando la formula “axis of convenience”, che Bobo Lo impiega nel suo omonimo testo al fine di rappresentare l’unione tra Mosca e Pechino, ovvero una cooperazione che può unicamente svilupparsi nella misura in cui le due potenze necessitano della collaborazione l’una dell’altra al fine di erodere progressivamente l’egemonia americana nel sistema internazionale. La formazione di questo asse di convenienza, che Lo descrive già a partire dal 2008, può dirsi apertamente consolidata solo nel 2012, anno in cui la cooperazione bilaterale inizia a prendere la forma di una strutturata collaborazione che dalle tradizionali questioni di sicurezza, quali la lotta al terrorismo e il controllo dei confini, muove verso una più approfondita cooperazione militare e economica. A guidare la ritrovata unione sono tre settori prioritari: lo sviluppo congiunto di capacità militari, la cooperazione in materia di Ricerca e Sviluppo e, da ultimo, lo sfruttamento di risorse energetiche e l’apertura di nuove vie di comunicazione tra Oriente e Occidente.

Il lancio di vaste esercitazioni militari congiunte non è una novità assoluta nella storia della cooperazione russo-cinese, già nel 2005 le forze armate delle due potenze avevano avviato una serie di esercitazioni antiterrorismo e, ancor prima, nel 2003 avevano collaborato nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, ma il lancio delle “Joint Sea” rappresenta un radicale cambiamento. I war games che si sono articolati a partire dal 2012 hanno visto una vasta partecipazione delle Marine dei due paesi nell’ambito di simulazioni di assalti anfibi, azioni di scorta in acque contese e difesa attiva antisommergibile e antinave, con ottimi risultati in termini di integrazione delle forze e interoperabilità. Le Joint Sea rappresentano quindi uno strumento per dimostrare plasticamente la propria forza, soprattutto nelle acque contese dell’Estremo Oriente o al confine con la NATO in Europa, come è accaduto in occasione dell’esercitazione congiunta del 2015, che ha visto una prima fase nel Mediterraneo Orientale e una seconda nelle acque della Baia di Pietro il Grande, o della “Joint Sea 2017” tenutasi tra l’exclave di Kaliningrad e le acque contese del Mar del Giappone. La cooperazione militare ha avuto ampio seguito anche sulla terraferma con una serie di esercitazioni di minor portata nell’ambito del Gruppo di Shangai e un vasto war game tenutosi nel 2018, il Vostok 2018 forte di 290.000 uomini, che, pur vedendo le forze cinesi nel solo ruolo di osservatori, dalle parole del Ministro della Difesa Russo Sergey Shoigu, sarà solo la prima di una più ampia serie di esercitazioni congiunte.

Contestualmente all’aumento delle esercitazioni congiunte è esponenzialmente cresciuta la cooperazione tecnica e lo sviluppo di programmi di ricerca comuni. Attualmente le industrie russe e cinesi svolgono due ruoli tra loro complementari: le prime sono fornitrici di componentistica e sensoristica high-tech, mentre le seconde offrono capitali altrimenti insostenibili per la Russia finalizzati al finanziamento di programmi di ricerca e sviluppo congiunti. Fondamentali sono quindi i settori di investimento, primo fra tutti la componentistica ad alta tecnologia per lo sviluppo di caccia multiruolo di V generazione, lo sviluppo di adeguate capacità di difesa e offesa cibernetica e, soprattutto, lo sviluppo di capacità A2/AD (Anti Access/Area Denial), cruciali per limitare la capacità di proiezione di forze avversarie.

Da ultimo, è opportuno guardare allo sviluppo della cooperazione economica e energetica, settore in cui la struttura portante della cooperazione russo-cinese si manifesta plasticamente in forma di gasdotti e nuove rotte commerciali. La firma nel 2014 dell’accordo tra Gazprom, il gigante russo dell’energia, e la China National Petroleum Corporation ha aperto la strada alla costruzione di un’immensa rete di infrastrutture, la “Potenza della siberia”, che forte di 3000 km di conduttore sarà in grado di portare 38 miliardi di metri cubi di Gas Naturale Liquefatto dagli impianti siberiani alle regioni più interne della Cina a partire dalla fine del 2019. L’accordo oltre alla valenza economica, circa 400 miliardi in 30 anni, comporta un evidente riorientamento della politica energetica russa verso oriente rispetto alla tradizionale proiezione occidentale imperniata sugli storici gasdotti passanti per i territori dell’ex Unione Sovietica e il Mar Baltico. Con il lancio della Belt and Road Initiative, la Cina ha dimostrato una crescente attenzione per la possibilità di sfruttare l’artico russo come nuova fonte di idrocarburi (si veda la costruzione del Yamal LGN Megaproject) e come rotta settentrionale delle “nuove vie della seta”. Lo scioglimento dei ghiacciai nell’estremo nord ha permesso l’apertura, quasi annuale, del passaggio a nord-est consentendo il transito senza l’ausilio di navi rompighiaccio di un volume sempre crescente di merci rendendo la rotta artica, nelle parole del Governo cinese, “una delle rotte marittime del XXI secolo”.

Oltre la Geopolitica: limiti e contraddizioni dell’asse Mosca-Pechino

Malgrado il quadro finora esposto, molte sono le perplessità che accompagnano il percorso di avvicinamento tra Russia e Cina. L’assenza di strutture di cooperazione istituzionalizzate fa sì che i sospetti reciproci e le incomprensioni, retaggio di un passato segnato da profonde differenze politiche e culturali, continuino a permanere nella forma di un timore russo per una prossima “nuova invasione mongola” e di un sempre presente preconcetto cinese verso il “barbaro” e imperiale vicino. Oltre gli aspetti culturali però, questioni politiche dirimenti segnano tutti i limiti di questa insolita alleanza. Pur guardando a Oriente, la politica estera russa ha sempre visto il proprio baricentro nelle relazioni con l’Occidente e i recenti interventi in Ucraina e Siria dimostrano l’assoluta centralità che Europa e Mediterraneo ricoprono nell’azione diplomatica del Cremlino. Ulteriormente, l’ascesa cinese si scontra con la tradizionale presenza russa in Asia Centrale e gli interessi commerciali nell’Estremo Oriente che vedono Giappone, India e Vietnam essere i principali acquirenti di risorse energetiche e armamenti russi e, allo stesso tempo, alcuni dei principali oppositori alle rivendicazioni cinesi nell’Asia-Pacifico. Contestualmente la Repubblica Popolare Cinese sembra essere il motore trainante della nuova alleanza e, pur riconoscendo a Mosca il grado di grande potenza militare, potrebbe non essere così disposta a dividere i frutti del proprio successo con quello che è, nei fatti, il proprio junior partner. Ulteriormente, la Russia lotta per vedersi riconosciuto il proprio status, la Cina lotta per vedersi riabilitata internazionalmente dopo il “secolo della vergogna”, assumendo quindi una spiccata proiezione globale contrapposta alla volontà russa di riconoscimento della propria sfera di influenza regionale.

L’Heartland euroasiatico è quindi ben lontano dall’essere un blocco compatto, ma, almeno nel breve periodo, le contraddizioni e i limiti di tale insolita alleanza non sembrano minare la stabilità dell’unione tra l’Orso e il Dragone. A spingere i due verso una maggiore cooperazione è inoltre l’atteggiamento perseguito dall’Amministrazione Trump che nella propria National Security Strategy 2017 definisce i due rivali come potenze revisioniste sfidanti l’ordine unipolare americano. In ragione di ciò la pressione costante cui Mosca e, soprattutto, Pechino sono sottoposte potrebbe aumentare gli stimoli alla cooperazione creando così davvero un unico blocco orientato a sfidare la posizione degli Stati Uniti.

Morfologia dell’assistenza cinese allo sviluppo per l’Africa

Da un punto di vista terminologico, i programmi di sviluppo promossi dalla Cina sono identificabili più come una forma di cooperazione, piuttosto che come un’assistenza: quest’ultima delinea una condizione nella quale inevitabilmente viene ad instaurarsi un rapporto di subalternità tra un donatore e un beneficiario. Al contrario, e in linea con il principio della south-south cooperation, Pechino si propone di offrire al continente africano l’opportunità di conseguire lo sviluppo e di crescere autonomamente mettendo a frutto quelle potenzialità che il Dragone, forse prima dell’Occidente, ha colto in anticipo e in modo lungimirante.

Morfologia dell’assistenza cinese allo sviluppo per l’Africa - Geopolitica.info The Straits Times

Non si instaurerebbe, quindi, un rapporto di natura gerarchica tra la Cina e l’Africa ma una relazione di cooperazione su basi e condizioni di equità. Sono emblematiche a tal proposito le parole pronunciate dal Presidente cinese Hu Jintao in occasione del 4° Forum di Cooperazione sino-africana (2006) a Pechino : «The different civilisations can learn from each other through communication so as to enrich and develop themselves respectively in this way».
L’aiuto allo sviluppo offerto dalla Cina non si sostanzia in donazioni unilaterali verso il continente africano, ma in un supporto fornito all’Africa attraverso l’apertura di canali commerciali, risorse ed investimenti diretti che la Cina impiega per progetti da realizzarsi sul continente.

La natura degli aiuti finanziari offerti dalla Cina è inoltre difficilmente riconducibile alla tradizionale definizione di Official Development Aid (ODA), fornita dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE).
Gli ODA sono definiti come un flusso di finanziamenti ufficiali concessi a Paesi o territori o ad organizzazioni multilaterali, enti governativi statali, locali o agenzie istituzionali di altro tipo. Essi hanno come scopo principale quello di promuovere lo sviluppo economico e il benessere dei Paesi in via di sviluppo e si caratterizzano per offrire condizioni di prestito agevolate rispetto a quelle di mercato (es. tassi di interesse particolarmente bassi).
Sono esclusi da questa definizione i prestiti concessi da parte di agenzie di credito con lo scopo di favorire le esportazioni, oltre che le risorse stanziate per l’aiuto militare, comprese quelle per le operazioni di peacekeeping.
A questi si aggiungono poi gli Other Official Flows (OOF), definiti come quel flusso stanziato da parte di enti governativi per scopi diversi da quelli inerenti lo sviluppo del Paese.

Diversamente, l’assistenza cinese, svincolata da condizionalità politiche ed economiche verso i paesi beneficiari, prevede donazioni, prestiti senza interesse e prestiti a condizioni agevolate, che comportano un abbuono di interesse e riduzioni del debito. Spesso la restituzione del prestito è legata all’esportazione di prodotti locali come nel caso dell’Angola, per la quale i prestiti cinesi sono subordinati all’offerta di greggio.

Le prime due forme di finanziamento sono gestite dal Ministero del commercio; mentre l’ultimo viene trasferito direttamente dalla China EXIMBank – sulla base delle indicazioni fornite dal governo cinese – al governo del Paese beneficiario.
Molto spesso poi negli aiuti per l’estero la Cina include anche spese militari o borse di studio per la formazione tecnica, o ancora, sovvenzioni alle imprese cinesi che operano all’estero.

Data la natura di questi strumenti di assistenza è logico ritenere che buona parte degli strumenti usati dalla Cina sono classificabili più come OOF anziché come ODA.

Ispirandosi alla propria esperienza di crescita conseguita nel corso degli ultimi trent’anni, Pechino sembra seguire un modello di sviluppo particolarmente attento alle componenti economiche di un Paese. Tra i principali settori per cui la Cina fornisce assistenza all’Africa, vi sono infatti quello infrastrutturale, agricolo, industriale e dell’assistenza umanitaria; mancano invece programmi relativi allo sviluppo politico ed istituzionale dei Paesi africani, dato il principio di non interferenza, cardine della politica estera cinese, che indurrebbe Pechino a non intervenire nell’impianto politico di un Paese.

Le grandi opere infrastrutturali hanno una rilevanza notevole per Pechino, che dal 2000 ad oggi continua ad investire moltissimo in questo settore, riuscendo così a guadagnare la fiducia e la stima da parte delle popolazioni africane. In un trend riportato dal network di ricerca Afrobarometer risulta che per il 48% della popolazione africana, il fattore che contribuisce maggiormente a rendere positiva l’immagine della Cina nel continente siano proprio gli investimenti nelle infrastrutture; e nel complesso il 56% dei Paesi africani si dice soddisfatto dell’assistenza fornita dalla Cina.

Non va dimenticato, infine, che la crescita del continente africano può rivelarsi una carta fondamentale per una potenza economica come la Cina, che necessita di soddisfare una crescente domanda interna di beni e materie prime.
In tal senso, il settore commerciale (utile a garantire le importazioni dei beni e delle materie prime necessarie al fabbisogno interno), quello agricolo (vitale per compensare la carenza di campi coltivabili di cui la Cina non dispone più per via dell’eccessiva urbanizzazione) e infine, ma soprattutto, il settore energetico, costituiscono tutt’ora dei punti fondamentali nell’agenda politica di Pechino per lo sviluppo dell’Africa.

L’Economia circolare tra Ue e Cina: il partenariato strategico globale

Durante il 20° vertice tra Cina e UE, tenutosi nella capitale cinese, è stato firmato dai due blocchi un memorandum d’intesa congiunto (MoU) sulla cooperazione economica circolare. Secondo la Ellen MacAurthur Foundation, lo storico accordo potrebbe spianare la strada alla Cina e all’UE per l’allineamento dei meccanismi più importanti e potenzialmente creare le basi per gli standard e le politiche sui prodotti, che possono consentire un’economia circolare efficace, ad esempio per quanto riguarda la plastica.

L’Economia circolare tra Ue e Cina: il partenariato strategico globale - Geopolitica.info

La plastica è da qualche tempo argomento politico rilevante; fin dal 2017 l’UE lo ritiene tema centrale dell’agenda per l’economia circolare, dettato soprattutto dal divieto di importazione di rifiuti stranieri, tra cui la Cina. Secondo un’affermazione del Presidente cinese risalente allo scorso anno, la Cina vuole seriamente impegnarsi all’interno dell’economia circolare, seguendo quanto stabilito in merito dalla Commissione europea nel 2015: azione significativa e calendario per la sua attuazione. Secondo sempre la Ellen MacArthur Foundation, la transizione verso un’economia circolare potrebbe aggiungere 0,9 trilioni di euro al PIL europeo entro il 2030. Tutto ciò offrirebbe enormi benefici sociali, tra cui un aumento di €3.000 all’anno del reddito delle famiglie, una riduzione del 16% del costo del tempo perso per la congestione e un dimezzamento delle emissioni di biossido di carbonio rispetto ai livelli attuali. La transizione verso un’economia circolare nelle due maggiori economie del mondo potrebbe accelerare la sua adozione a livello globale. “La Cina è stata a lungo un pioniere delle politiche e delle pratiche dell’economia circolare e le città cinesi sono centri di innovazione dell’economia circolare”, sostiene Dame Ellen MacArthur, che aggiunge: “la transizione verso un’economia circolare offre alle città cinesi notevoli opportunità per creare nuovo valore, crescita economica, e promuove ulteriormente innovazioni che rendono più vivibile la città per gli abitanti. La collaborazione e la condivisione di conoscenze e buone pratiche sono la chiave per sbloccare queste opportunità. Un più stretto allineamento sull’economia circolare tra la Cina e l’UE è quindi un passo significativo, che spiana la strada a uno spostamento globale verso un sistema economico che funzioni sia per le imprese, che per le persone e l’ambiente”.

Cosa è l’economia circolare?

Il mondo moderno ha aumentato il consumo di risorse naturali non energetiche in modo esponenziale, estendendosi a quasi tutta la tavola periodica degli elementi. I trend in atto ne sono una conferma: secondo i dati UNEP, negli ultimi quarant’anni l’uso globale di materiali è quasi triplicato, passando dai 26,7 miliardi di tonnellate del 1970 agli 84,4 miliardi di tonnellate del 2015. Rispetto all’approvvigionamento di queste materie prime, l’economia industriale europea è in una posizione di forte vulnerabilità, come è stato sottolineato dalla Raw Material Initiative. Questa Iniziativa della Commissione europea nel 2013 ha identificato un elenco di 20 materie prime critiche, strategiche per l’Unione, evidenziando una situazione fortemente a rischio dal punto di vista degli approvvigionamenti, con pochi Paesi che detengono la quasi totalità della produzione nel mondo. L’Italia, secondo Paese manifatturiero dell’UE, è tra i Paesi a maggior rischio a causa della sua forte dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di materie prime: con l’aumento dei prezzi delle risorse e dei costi di trattamento del fine vita questo rischio è destinato a crescere. Una risposta viene dall’economia circolare – pilastro fondamentale della green economy – che sostituisce il concetto di rifiuto con quello di risorsa, puntando a ridurre il consumo di materie prime e aumentando l’efficienza nell’uso dei materiali. Con lo sviluppo di questo modello economico si arriva a una progressiva eliminazione dei rifiuti attraverso una progettazione innovativa dei materiali e dei prodotti e a una massimizzazione del riutilizzo e del riciclo. L’economia circolare è un sistema industriale rigenerativo che copia dalla natura la capacità di trasformare lo scarto di un ciclo produttivo in materia utile a un altro ciclo produttivo (dalla culla alla culla). Sostituisce il concetto di fine vita con quello di ripristino. La costruzione di un’economia circolare ha dunque un grande valore strategico sia dal punto di vista ambientale che da quello della competitività economica. I benefici connessi a una transizione verso l’economia circolare sono maggiori dei costi da sostenere. Secondo la Commissione Europea la costruzione di un’economia circolare può far risparmiare ogni anno tra il 10% e il 17% di risorse primarie, una percentuale che può crescere fino al 24% entro il 2030 con l’introduzione di nuove tecnologie di produzione e riciclo. Ciò potrebbe comportare, secondo uno studio della Ellen Mc Arthur Foundation, un risparmio netto annuo per il sistema manifatturiero europeo fino a 640 miliardi di dollari sul costo di approvvigionamento dei materiali , pari al 20% circa del costo attualmente sostenuto. Dal punto di vista ambientale il raggiungimento degli obiettivi di riciclo indicati dall’Unione Europea consentirebbe una ulteriore riduzione delle emissioni di gas serra, in aggiunta agli obiettivi già prefissati, compresa tra 424 e 617 milioni di tonnellate.

Il memorandum d’intesa congiunto sull’economia circolare tra UE e Cina

Il 16 Luglio 2018 si è svolto a Pechino il ventesimo vertice tra L’UE e la Repubblica popolare Cinese. Il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker e il Presidente del Consiglio europeo hanno rappresentato l’UE al vertice, mentre la Repubblica popolare cinese era rappresentata dal suo primo ministro, Li Keqiang. La dichiarazione congiunta concordata dall’UE e dalla Cina e gli effetti positivi di un tale partenariato, particolarmente per quanto riguarda le sfide globali e regionali come i cambiamenti climatici, le minacce comuni per la sicurezza, la promozione del multilateralismo e la promozione di un commercio equo e aperto. Oltre alla dichiarazione congiunta sono stati raggiunti altri risultati concreti, tra cui un memorandum d’intesa sulla cooperazione in materia di economia circolare. L’intesa Europa-Cina allinea i due maggiori mercati del mondo e crea le premesse per la definizione degli standard e delle politiche necessari a far decollare sistemi produttivi basati sul recupero della materia e sulle fonti rinnovabili. Una spinta cino-europea verso l’ecodesign delle merci, la sharing economy, l’ecolabelling può dare un contributo fondamentale alla corsa verso l’economia low carbon necessaria a raggiungere gli obiettivi di stabilizzazione climatica indicati dal vertice Onu di Parigi del 2015. L’apertura di Pechino fa seguito a una serie di prese di posizione che avevano preparato il terreno per una svolta in materia di economia circolare. Ventisei miliardi di euro sono stati stanziati nel periodo 2017-2020 per migliorare la gestione dei rifiuti. Standard molto più rigorosi rispetto al passato sono stati adottati per l’ingresso in Cina di materiali derivati da raccolta differenziata e l’import di alcune tipologie è stato vietato in maniera secca. Infine controlli più rigorosi sono stati stabiliti per bloccare i traffici illegali di rifiuti. E l’Europa, da parte sua, ha già approvato il pacchetto sull’economia circolare (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale europea il 14 giugno scorso) fissando al 65% al 2035 il livello minimo di riciclo dei rifiuti urbani. E ha deciso di investire 941 milioni di euro entro il 2020 per sostenere il rilancio dell’economia circolare.

Conclusioni

Per quanto riguarda il memorandum d’intesa sulla cooperazione in materia di economia circolare, la cooperazione riguarderà le strategie, la legislazione, le politiche e le attività di ricerca, da attuare in settori di reciproco interesse. Essa affronterà la gestione dei sistemi e degli strumenti politici quali la progettazione ecocompatibile, i marchi di qualità ecologica, la responsabilità estesa del produttore e le catene di approvvigionamento verde, nonché il finanziamento dell’economia circolare. Entrambe le parti si scambieranno le migliori pratiche in settori chiave come i parchi industriali, i prodotti chimici, le materie plastiche e i rifiuti. Ora la sinergia tra questi due processi può creare un effetto moltiplicatore: si può andare verso un mercato globale dell’economia circolare in grado di attrarre altri attori economici di prima grandezza. A cominciare da grandi aziende e Stati americani che considerano pericoloso l’isolazionismo economico di Trump.

Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Secondo la National Security Strategy 2017 la Russia rappresenta – insieme alla Repubblica Popolare Cinese – il principale sfidante dell’ordine internazionale a guida americana. Considerando il mantenimento dello status quo come il principale obiettivo di Washington dopo la fine della Guerra fredda, l’articolo si interroga sull’approccio americano al “problema” russo negli anni 2009-2018. Sia l’Amministrazione Obama che quella Trump, d’altronde, si sono confrontate con una sfida crescente alla leadership globale americana. L’ipotesi di ricerca è che, nonostante le differenze politiche e personali, entrambi i presidenti abbiano tentato di integrare Mosca nell’ordine internazionale, preferendo l’engagement al containment. Tuttavia, il risultato dei loro sforzi è stato l’inesorabile ritorno a una competizione serrata, che nel caso dell’Amministrazione Trump ha subito un’accelerazione come conseguenza del Russiagate. -> LEGGI IL PAPER

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