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(Ancora) “confusione sotto il cielo”: nuove discrepanze tra USA e Cina

Il raggiungimento di una tregua nell’escalation protezionistica che ha impegnato Pechino e Washington negli ultimi mesi ha permesso ai mercati di tirare un sospiro di sollievo. Per i prossimi tre mesi, USA e Cina dovranno negoziare un accordo  che risolva la disputa, senza imporre nuovi dazi e riequilibrando la loro relazione commerciale. Ma è davvero questo che si sono impegnati a fare? Alcuni elementi fanno pensare di no.

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L’appuntamento di Buenos Aires era stato al centro dell’attenzione dei commentatori perché Donald Trump e Xi Jinping tornavano ad incontrarsi dopo un lungo anno di trade-war, da un lato, e di tensioni nel Mar Cinese Meridionale, dall’altro, che hanno deteriorato sensibilmente il rapporto tra le due potenze.

Quando le due delegazioni, quindi, si sono sedute al tavolo, il mondo ha tenuto il fiato sospeso aspettando di conoscere l’esito delle negoziazioni che se ha deluso i più ottimisti, non ha, neanche, confermato le previsioni dei più pessimisti. USA e Cina hanno, infatti, concordato una tregua i cui termini, però, non sembrano essere ben chiari ad entrambi.

Come ha rilevato Bloomberg, analizzando i due comunicati finali emergono, infatti, delle discrepanze significative. Se entrambi concordano sul fatto che i dazi di Trump, ora al 10 % per un valore di 200 miliardi di $, non saliranno (come inizialmente previsto) al 25 % il 1° gennaio 2019, non è chiaro se dopo la scadenza dei 90 giorni, il dazio salirà automaticamente a quota 25. Mentre gli americani sposano questa posizione, i cinesi non ne fanno menzione nel loro comunicato.

Non è chiaro, inoltre, quale sia il mandato delle delegazioni che nei prossimi tre mesi dovranno negoziare un accordo. Per Pechino, esso implicherà una rimozione di tutti i dazi, un progresso nelle relazioni in un’ottica di “mutuo beneficio” e una “maggiore apertura dei due mercati”. Al contrario, nel comunicato di Washington non appare nessun riferimento del genere. Confuso risulta, anche, l’impegno cinese ad acquistare un maggior numero di prodotti americani per correggere il deficit commerciale USA e se, ovviamente, negli editoriali inglesi l’importanza di tale promessa è ben evidenziata, in quelli cinesi merita solo una veloce menzione. Infine, piccole discrepanze emergono anche in merito ai dossier Fentanyl e Corea del Nord.

Non più chiara è la futura formazione che Trump schiererà in campo per le negoziazioni. A tal proposito, la presenza di Peter Navarro al summit ha fatto discutere: il Consigliere per il commercio è considerato, infatti, un “falco” quando si tratta di relazioni con la Cina. Fautore di una politica dura, Navarro è autore di un libro dal titolo emblematico, “Death by China”, e, se dovesse assumere la guida della delegazione americana, potrebbe imprimere una svolta ai negoziati.

Infine, un’altra figura che potrebbe assumere maggiore importanza nell’entourage trumpiano è Michael Pillsbury, direttore del Center on Chinese Strategy all’Hudson Institute, un think tank di orientamento conservatore a Washington in cui il vice-Presidente Mike Pence aveva tenuto il duro discorso con cui accusava la Cina di voler interferire con le elezioni di mid-term americane. Anche Pillsbury, a cui Trump si è riferito come il “maggiore esperto sulla Cina” e che si è guadagnato l’attenzione della Casa Bianca nelle scorse settimane pur essendo un personaggio controverso, è autore di un libro dal titolo indicativo, “The Hundred-Year Marathon: China’s Secret Strategy to Replace America as the Global Superpower”. Se ciò dovesse portare ad un ruolo più rilevante per Pillsbury all’interno dell’Amministrazione, c’è da aspettarsi che l’approccio di Trump alla Cina diventi ancora più risoluto.

Cosa è successo all’incontro tra Trump e Xi al G-20?

L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a Buenos Aires è giunto in un clima pesante per le relazioni tra USA e Repubblica Popolare Cinese. Al centro delle tensioni tra Cina e USA, due dossier principali: ca. 150 giorni di trade war e lo spettro di un’escalation militare nel Mar Cinese Meridionale.

Cosa è successo all’incontro tra Trump e Xi al G-20? - Geopolitica.info

 

 

Questo articolo inaugura Dazibao – Osservatorio strategico sulla Cina, una rubrica a cura di Lorenzo Termine. Puoi seguirla anche su Twitter: @dazibaocina

 

 

Pronti…

In ambito commerciale, durante l’estate, Trump aveva approvato il National Defense Authorization Act 2019 che dovrà garantire alla Casa Bianca un controllo più stringente sugli investimenti cinesi negli USA e sui trasferimenti di tecnologia verso l’estero e, successivamente, aveva imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi che è previsto arrivi al 25% nel gennaio 2019. La risposta di Pechino non si era fatta attendere: un dazio tra il 5 e il 10% su una lunga lista di prodotti americani per un valore complessivo di 60 miliardi di dollari. L’inizio della “guerra commerciale” tra Washington e Pechino ha destato inquietudini e paure in tutto il mondo per le possibili ripercussioni sull’economia globale. I negoziati per un accordo che ponesse fine alla disputa sono proceduti attraverso una mezza dozzina di round che, non solo, hanno prodotto un nulla de facto ma hanno anche aumentato la distanza tra le due parti.

In ottobre, era stato il turno del Mar Cinese Meridionale ad incrinare i rapporti tra Pechino e Washington. Le esercitazioni congiunte di Regno Unito e Giappone, al volo di B-52 americani, al passaggio di una nave da guerra sudcoreana e ad una nuova Freedom of Navigation Operation degli Stati Uniti (la settima condotta dall’Amministrazione Trump) nella zona avevano scatenato dure proteste cinesi. Durante quest’ultima operazione si sarebbe sfiorata la collisione evitata solo grazie ad una manovra di evasione della nave americana. Il 9 novembre il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Segretario alla Difesa James Mattis avevano ospitato il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghe e il membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e direttore della Commissione per gli Affari Esteri Yang Jiechi (nonché ex ambasciatore a Washington) per il secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue. Il summit non aveva portato ad alcun risultato degno di nota relativamente ai temi più caldi, Mar Cinese Meridionale, Taiwan, Xinjiang pur aprendo alla possibilità di un nuovo set di confidence-building measures che riducesse il rischio di incomprensioni.

Partenza…

Nei giorni precedenti il summit, la confusione ha regnato sovrana. Prima Donald Trump ha minacciato nuove sanzioni per un valore di 267 miliardi di $ se la Cina non si fosse mostrata più disponibile ad un accordo, ma ha, anche, dimostrato fiducia nel negoziato. Tutto ciò mentre Axios rivelava che fonti interne all’Amministrazione non prospettavano alcuna volontà di accordo o di allentamento delle tensioni da parte della Casa Bianca. L’attenzione è stata, quindi, tutta concentrata sul summit di Buenos Aires, considerando anche la notizia secondo cui Liu He, uno delle menti dietro la politica economica cinese, fosse a Washington per preparare l’incontro. In generale, l’opinione di molti era che un incontro al vertice avrebbe rappresentato solo una pausa nell’inasprimento delle tensioni, un successo tattico in una relazione strategica in crisi.

Via!

Le delegazioni cinese e statunitense si sono sedute al tavolo poco dopo le 17.30 (ora locale, mentre in Italia erano le 21.30) per una cena (anticipata) che sarebbe dovuta durare circa 2 ore ma si è prolungata ben oltre, concludendosi, infine, attorno alle 20.15 con un forte applauso che è risuonato in tutta la sala.

Nel breve discorso di apertura, Donald Trump ha pronosticato un risultato positivo per entrambi definendo “incredibile” la sua relazione con Xi. Dal canto suo, il presidente cinese ha ricordato il tempo trascorso dall’ultimo incontro di vertice e ha sottolineato la fondamentale importanza della cooperazione tra i due paesi.

Alla fine, un vero e proprio accordo non è stato raggiunto ma è stato concordato un cessate il fuoco. Donald Trump ha accettato di sospendere per altri 90 giorni l’innalzamento dei dazi al 25% (previsto inizialmente per gennaio 2019). La Cina, dal canto suo, si è impegnata ad acquistare immediatamente un “non specificato ma sostanzioso ammontare di prodotti americani nei settori agricolo, industriale ed energetico”. Entro i 90 giorni, le due parti dovranno raggiungere un accordo.

Interessante notare come i media cinesi non abbiano riportato il termine di 90 gg, limitandosi a riferire che Pechino e Washington hanno concordato di “evitare l’escalation” nella trade-war e di risolvere le “questioni economiche e commerciali” di interesse.

Per i prossimi tre mesi, quindi, le due delegazioni (sarà interessante vedere anche se verranno confermate le formazioni che negli scorsi mesi non sono riuscite a raggiungere un consenso) dovranno lavorare per raggiungere l’accordo oppure il G-20 sarà solo una boccata d’aria prima dell’escalation.

La delegazione cinese:
Xi Jinping
Ding Xuexiang, direttore dell’Ufficio Generale del Partito Comunista Cinese
Liu He, vice-Premier
Yang Jiechi, direttore del Segretariato del Central Leading Group on Foreign Affairs
Wang Yi, ministro degli Esteri
He Lifeng, capo della National Development and Reform Commission
Zhong Shan, ministro del Commercio
Cui Tiankai, ambasciatore della RPC negli USA
Wang Shouwen, vice-ministro del Commercio


La delegazione statunitense:
Donald Trump
Mike Pompeo, segretario di Stato
Steven Mnuchin, segretario del Tesoro
– Gen John Kelly, White House Chief of Staff
Robert Lighthizer, US Trade Representative
John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale
Jared Kushner, Senior Advisor del Presidente
Peter Navarro, consigliere per il commercio e la politica manifatturiera
Larry Kudlow,  consigliere per la politica economica
Matthew Pottinger, consigliere per gli affari asiatici

 

USA e Cina si incontrano a Washington. Un nulla de facto in attesa del G-20

Il 9 novembre il Segretario di Stato Mike Pompeo e il Segretario alla Difesa James Mattis hanno ospitato il Ministro della Difesa cinese Wei Fenghe e il membro del Politburo del Partito Comunista Cinese e direttore della Commissione per gli Affari Esteri Yang Jiechi (nonché ex ambasciatore a Washington) per il secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue.

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L’iniziativa, lanciata nell’incontro di Mar-a-Lago dell’aprile 2017 sotto ben altri auspici, aveva prodotto un primo summit nel giugno 2017. L’acuirsi delle tensioni (Corea del Nord, guerra commerciale) aveva impedito un nuovo summit fino al 9 novembre scorso. Un’analisi della conferenza stampa finale ci permette di avere un quadro dei dossier più importanti nella relazione strategica tra Cina e Stati Uniti.

Al termine del secondo summit il discorso di Mike Pompeo ha sottolineato quali siano i dossier più importanti nella relazione tra Cina e Stati Uniti. In ordine:

  • Mar Cinese Meridionale (MCM)
  • Taiwan
  • Xinjiang

In merito al MCM, Pompeo chiede alla Cina di rispettare gli accordi ed interromperne la militarizzazione. Nell’area nelle ultime settimane, la tensione è andata crescendo dopo una serie di esercitazioni congiunte di Regno Unito e Giappone, il volo di B-52 degli USA, il passaggio di una nave da guerra della Corea del Sud ed una nuova Freedom of Navigation Operation (FONOP) degli Stati Uniti nella zona (durante la quale si sarebbe rischiata collisione tra una nave americana e una cinese). Rispetto al precedente incontro, i riferimenti alla situazione nel MCM si sono moltiplicati.

Riguardo Taiwan, rimasta fuori dalla conferenza stampa del primo round del Dialogue, gli USA non avrebbero «cambiato politica» ma sono preoccupati del tentativo cinese di restringere lo «spazio internazionale» di Taiwan. Infine, Pompeo si è detto preoccupato della repressione religiosa di centinaia di migliaia di cristiani, musulmani e buddhisti con particolare riferimento allo Xinjiang (pur senza menzionarlo).

È da notare come il tema dominante della conferenza stampa del primo round del Dialogue era stata la Corea del Nord e poco spazio era stato dato agli altri dossier. In poco più di un anno, le priorità sembrano essere cambiate radicalmente.

A seguire, l’intervento di Jiang è iniziato proprio da Taiwan, accusata di essere la principale minaccia alla stabilità nello stretto. In merito all’isola, ha chiesto a Washington di non uscire dal solco tracciato della “One China policy” e muoversi cautamente. Interessante come Jiang abbia, poi, giustificato la militarizzazione delle isole nel MCM: pur riconoscendo lo scopo militare di alcune installazioni (novità rilevante), esse servirebbero a difendersi dalle minacce di chi conduce FONOP nell’area. In merito alla questione dei diritti umani, Jiang non ammette alcuna interferenza sostenendo che la Cina rispetta e protegge i diritti umani dei suoi cittadini.

Il discorso di James Mattis ha aggiunto una serie di dettagli alla posizione statunitense. Il Segretario alla Difesa ha sottolineato come la National Security Strategy 2017 riconosca una dinamica di competizione tra Cina e USA ma non si arrende all’inevitabilità del conflitto tra le due potenze. In merito al MCM, Mattis ha menzionato anche la Guardia Costiera e la Milizia Marittima, due soggetti para-militari che negli ultimi anni hanno guadagnato crescente attenzione, dimostrando la rilevanza strategica che hanno assunto. Secondo l’analista militare Andrew Erickson, infatti, la Milizia costituirebbe una vera e propria terza forza marittima, nominalmente irregolare ma controllata dall’Esercito Popolare di Liberazione, con la missione di incalzare le navi straniere all’interno del Mar Cinese Meridionale.

Pur evidenziando la completa divergenza di vedute tra i due paesi in merito ai dossier elencati, entrambe le parti sembrano aver raggiunto un minimo di consenso sulla necessità di stabilire un sistema di prevenzione dell’escalation attraverso contatti militari-militari più frequenti e un rafforzamento delle Confidence Building Measures. Un simile meccanismo potrebbe fare la differenza se la tensione dovesse crescere ulteriormente.

L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a margine del G-20 in Argentina del 30 novembre-1° dicembre aggiungerà un tassello importante agli sforzi per ridurre gli attriti tra i due paesi.

La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Dopo 40 anni di crescita economica, la Cina è, oggi, una grande potenza intenzionata a perseguire i propri interessi strategici. A livello globale, però, soffre i vincoli che l’ordine unipolare impone attraverso le proprie strutture, istituzioni, procedure e regole e, inoltre, a livello regionale è condizionata dalla presenza di numerosi attori cardine dell’architettura di sicurezza americano-centrica.

La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista - Geopolitica.info

 

⇒ Estratto da La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista, Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione, 3/2018

 

 

La teoria del mutamento sistemico di Robert Gilpin (1989) spiega il cambiamento all’interno dei sistemi internazionali in base a due possibili percorsi: incrementale e rivoluzionario. Sarebbe la «crescita differenziata o disuguale del potere tra gli stati di un sistema» (Gilpin, 1989, p. 148) a spingere la potenza in ascesa a modificare il sistema vigente e lo status quo: più aumentano i benefici attesi da un mutamento del sistema a fronte di costi stabili o decrescenti, più la potenza riterrà vantaggioso modificare l’ordine costituito (p. 15).

La strategia seguita dalla Cina per il mutamento sistemico internazionale non è, ad oggi, di tipo rivoluzionario (Buzan, 2010; Feigenbaum, 2017) ma implica, piuttosto, una progressiva spinta per la revisione dello status quo nei settori che la leadership cinese ritiene vitali per la sicurezza nazionale.

Nell’immediato, l’azione revisionista della Cina sembra sostanziarsi in due dimensioni fondamentali.

La prima è globale-economica e in ordine crescente per importanza ma decrescente per semplicità dell’azione revisionista, sono tre le misure della sfida economica cinese. La prima è la possibilità di assurgere a modello di sviluppo economico per gli altri Paesi in Via di Sviluppo, proponendo un una politica economica (Halper, 2010) distante dal Washington Consensus. La seconda la spiega di nuovo Robert Gilpin (1989): l’aumento del potere relativo di uno stato determina la facoltà di estendere il proprio «dominio sull’economia internazionale» (p. 163) articolandone le istituzioni, le procedure e le norme e aumentando esponenzialmente la propria presenza economica nel mondo, anche in aree dove la proiezione militare non arriva. L’ultima attiene alla possibilità per la potenza in ascesa di «convertire il prodotto economico in potere militare e capacità tecnologica» (Brooks e Wohlforth, 2016, p. 26) tanto da superare quelle dell’egemone.

La seconda dimensione dell’attuale sfida è regionale-militare. L’azione revisionista di Pechino nel contesto asiatico si svolge su due livelli principali: uno micro, di natura strettamente militare, e uno macro, di natura politico-militare. A livello micro, la Cina sta perseguendo l’obiettivo di creare aree A2/AD (anti-access/area denial, nei testi cinesi sono indicate come aree di «active defense») nei mari attigui, ossia aree in cui l’utilizzo coordinato di missili, sensori, radar, mine e altre tecnologie, convenzionali e non, possa impedire la libertà di movimento di eventuali nemici. A livello politico-militare, Pechino si è espressa più volte contro l’architettura di sicurezza «hub-and-spoke» di matrice americana (Liff, 2017), basata su un sistema di relazioni bilaterali di sicurezza e multilaterali di carattere economico (Ikenberry, 2004), suggerendo la possibilità di una nuova architettura asiatica indigena.

Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy (NDS, il cui Summary è stato pubblicato nel gennaio 2018) individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati» (DoD, 2018 p. 1), dopo un periodo di «atrofia strategica» (ibidem) in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy (NSS), pubblicata il 18 dicembre 2017, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» (Trump 2017, p. 3). A livello economico, la Cina adotterebbe un modello di crescita economica illiberale e non equo, mentre a livello militare starebbe modernizzando e accrescendo le proprie capacità offensive. A livello regionale, la Cina starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale» (DoD, 2018 p. 1), «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica» (p.2) contro il quale l’amministrazione Trump promuove una free and open Indo-Pacific strategy. Date tali premesse, la NSS 17 conclude che Pechino stia tenendo una postura revisionista rispetto all’ordine internazionale unipolare sorto con la fine della Guerra Fredda, e promuovendo una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA» (Trump 2017, p. 25).

Descrivere la postura della Repubblica Popolare Cinese rispetto all’ordine internazionale a guida statunitense è un compito arduo. Un attore complesso come la Cina in un contesto dinamico e mutevole come quello asiatico difficilmente riesce ad essere inquadrato in una formula. Nella trattazione si è tenuto in considerazione il duplice binario del dibattito: quello accademico e quello politico-strategico. Da una parte, quindi, si è tentato di chiarire quali siano i principali orientamenti degli studiosi, evidenziandone gli elementi considerati più utili ai fini di una maggiore comprensione della materia e, dall’altra, quali siano stati gli approcci strategici delle amministrazioni statunitensi verso l’ascesa economica, politica e militare della Repubblica Popolare Cinese. Si è cercato, in particolare, di inquadrare la politica estera di Donald Trump all’interno di un quadro di riferimento più ampio, per quello che è deducibile dai documenti strategici dell’esecutivo americano. L’obiettivo, in tutta l’analisi, è stato di chiarire la natura e gli scopi della postura cinese nei confronti dell’ordine unipolare e saggiare lo stato della relazione tra Pechino e Washington durante l’amministrazione Trump.


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La rivoluzione energetica degli Stati Uniti

L’amministrazione Trump è stata fin da subito una delle più amichevoli nei confronti dell’industria energetica. Segnali molti chiari sono stati dati fin dalle prime mosse del nuovo inquilino della Casa Bianca, che ha mantenuto la promessa di uscire dagli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (PCA) e deregolamentato gli standard di controllo ambientale sul carbone e altri combustibili inquinanti applicati da suo predecessore.

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Trump ha rimosso o ridotto anche le regolamentazioni che contenevano l’espansione dell’industria energetica, comprese quelle che impedivano le perforazioni off-shore in entrambe le coste degli Stati Uniti, allentando anche in questo caso le rigide normative di sicurezza istituite dall’amministrazione precedente dopo il disastroso sversamento di petrolio causato dall’incidente della piattaforma di BP nel Golfo del Messico.

Negli Stati Uniti è iniziata una nuova epoca per tutto il settore, le riserve naturali un tempo protette ora sono aperte all’esplorazione e alla perforazione per la prima volta da generazioni, mentre le normative che per anni hanno proibito l’esportazione di greggio americano sono state eliminate. Adesso, l’America è uno dei principali attori nel settore energetico globale.

Trump ha abbracciato la rivoluzione dello shale gas, considerato uno dei settori in grado di tenere alta la crescita e portare il paese all’indipendenza energetica. Durante il decennio 2000-2010 la produzione di shale gas negli USA è passata da 10 a 140 miliardi di metri cubi, un aumento che ha avvicinato il paese all’indipendenza energetica e fatto crollare i prezzi del metano a livello mondiale, conseguenza del fatto che gli USA sono diventati esportatori invece che importatori. Il gas naturale normalmente viene trasportato attraverso i gasdotti, ma la tecnologia della liquefazione permette di ridurre il volume specifico del gas naturale liquefatto (LNG) di circa 600 volte, consentendo il trasporto oltreoceano per mezzo di navi metaniere.

Trump è diventato il principale promotore dell’aumento delle esportazioni di LNG prodotto negli Stati Uniti e ha dimostrato di essere disposto a mettere sul tavolo dei negoziati commerciali l’export di LNG come strumento di riequilibrio dei deficit che gli Stati Uniti hanno con praticamente tutte le regioni del mondo.

Un esempio evidente di questo nuovo driver della strategia statunitense si è visto durante l’ultima visita del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker alla Casa Bianca per discutere le tensioni commerciali tra USA e Unione Europea (il 25 luglio di quest’anno). In quell’occasione, Trump ha promesso una revisione dei dazi su acciaio e alluminio imposti all’inizio dell’anno in cambio di un impegno dell’UE ad acquistare più LNG dagli Stati Uniti, gettando le basi per quella che sarà una nuova era del mercato energetico europeo. Anche la minaccia di imporre sanzioni economiche alle industrie che parteciperanno alla costruzione del nuovo gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 – che punta a raddoppiare le forniture di gas naturale dalla Russia alla Germania – rientra in questo disegno, la minaccia di sanzioni infatti è stata affiancata all’offerta del LNG statunitense alla Germania come valido sostituto del gas russo, accompagnato da un altro messaggio molto chiaro: Berlino deve ridurre la dipendenza energetica da Mosca.

Berlino sta comunque andando avanti con la realizzazione del progetto Nord Stream 2 ma sta anche costruendo le infrastrutture necessarie per “accogliere” le importazioni di LNG provenienti dall’Atlantico del Nord, in quello che è stato apertamente definito come un gesto di amicizia nei confronti dell’alleato. Polonia e Lituania invece aderiscono con molto più entusiasmo alla possibilità di affrancarsi dalla dipendenza energetica da Mosca stringendo un rapporto energetico con gli Stati Uniti, e stanno costruendo anch’esse dei rigassificatori per accogliere LNG americano e distribuirlo nel resto dell’Europa orientale.

Nonostante i costi molti più alti rispetto a quelli del gas russo e norvegese, ormai molti esperti del settore cominciano a considerare inevitabile che in futuro una componente del mercato energetico europeo sarà composta da LNG proveniente dagli Stati Uniti. Una scelta del genere ha senso anche semplicemente per mantenere buoni rapporti con Washington e garantire ai membri dell’UE l’accesso al mercato statunitense, un’apertura in grado di placare i proclami di Trump sul commercio sleale degli alleati europei. Poco importa che il deficit commerciale transatlantico si concentri soprattutto sull’industria automobilistica tedesca piuttosto che sull’energia: se la vendita di LNG serve a ridurre il deficit commerciale tra UE e Stati Uniti, entrambe le parti saranno soddisfatte e il rapporto transatlantico ne uscirebbe rafforzato.

Lo stesso si può dire del deficit commerciale tra USA e Cina. L’Impero di Mezzo è un grande consumatore di energia, condizione che offre al paese l’opportunità di ridurre il deficit commerciale con gli Stati Uniti importando LNG statunitense. Pechino ha già un accordo ventennale con la Cheniere Energy, una delle compagnie americane leader nel settore e può facilmente ridurre le quote di import da altri paesi (la lista è ampia: Qatar, Iran, Russia, Australia, Nuova Guinea) per sostituirle con LNG americano. All’atto pratico per la Cina non cambierebbe molto, ma otterrebbe un importante dividendo geopolitico grazie al riequilibrio del surplus commerciale su cui Trump ha costruito parte del suo successo elettorale. Nel mese di maggio, la Cina ha sottoscritto accordi per 25 miliardi di importazioni di LNG statunitense. Se ipotizziamo uno scenario in cui un negoziato USA-Cina porti a sottoscrivere altri 25 miliardi di importazioni di LNG, le esportazioni degli USA verso la Cina arriverebbero a un valore di 180 miliardi rendendo più accettabile il deficit con la Cina per Washington e per l’opinione pubblica americana. Trump otterrebbe il primo successo concreto nella guerra commerciale con Pechino. La debolezza di questo scenario è data dalla presunzione che entrambe le parti coinvolte vogliano davvero trovare una soluzione alla disputa commerciale quando è altrettanto corretto pensare che i dazi USA alla Cina abbiano ben poco a che fare con il commercio e molto con l’obiettivo di contenere la crescita economica e militare della Cina, a partire dalla disputa nel Mar Cinese Meridionale.

Tuttavia, una cosa non esclude l’altra. Così come gli Stati Uniti hanno iniziato a “militarizzare” il dollaro usando i dazi, possono fare lo stesso anche con l’export di LNG, che a questo punto si prospetta come un pretesto per ridurre i deficit e aumentare la dipendenza con alleati e potenze da contenere, fermo restando che le questioni strategiche – in questo caso contenere la Cina – hanno la priorità su quelle economiche. Per i Repubblicani però ottenere un vittoria concreta nella disputa commerciale con la Cina è fondamentale. Trump ha recentemente dichiarato di essere pronto a parlare del commercio con la Cina. Un incontro tra Trump e Xi Jinping dovrebbe avere luogo durante  il G20 previsto in Argentina alla fine del mese prossimo (dopo le elezioni di metà mandato del 6 novembre), ma potrebbe anche avvenire prima.

Un accordo di questo tipo con la Cina potrebbe essere utilizzato dagli Stati Uniti come modello per accordi analoghi con Giappone, India e Corea del Sud, i prossimi maggiori importatori asiatici di gas naturale. Non è una coincidenza il fatto che, proprio come l’Unione Europea, questi paesi importatori di energia sono minacciati in qualche modo dai dazi statunitensi per un rapporto commerciale definito “ingiusto” dalla Casa Bianca. Non è un caso che le sanzioni americane che non lasciano spazio a una trattativa siano contro la Russia e l’Iran, giganti del settore energetico mondiale con una propria capacità di proiezione geopolitica. Al contrario, sta diventando molto chiaro che gli Stati Uniti invece di “ripiegarsi” in vista di un presunto declino in favore di un mondo multipolare stanno invece adottando una postura più assertiva che mai usando la supremazia del dollaro, la minaccia della guerra commerciale e l’eventualità di un conflitto militare come leva per scardinare le dinamiche esistenti e aprire i mercati al nuovo attore del mercato energetico mondiale.

Science of Military Strategy 2013 e la dottrina nucleare cinese

Un recente articolo su Foreign Affairs ha riacceso il dibattito sulle possibilità di un conflitto nucleare tra Stati Uniti e Cina. Un valido punto di partenza per analizzare la questione è un documento strategico cinese rilasciato dall’Accademia delle Scienze Militari dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) nel 2013. Concepito come pubblicazione interna, “Science of Military Strategy 2013” (SMS-13) è stato, poi, ottenuto e divulgato dalla Federation of American Scientists, permettendo di avere un quadro molto più dettagliato del dibattito strategico e della dottrina nucleare cinese.

Science of Military Strategy 2013 e la dottrina nucleare cinese - Geopolitica.info © Photo: Feng Li/Getty Images

Il dibattito sulle implicazioni strategiche di questo documento è articolato e in questa sede si semplificheranno temi e posizioni. Riassumendo, da una parte, alcuni esperti convengono che il documento non introduce novità considerevoli nella strategia nucleare della RPC. Dall’altra, alcuni analisti ne sottolineano il carattere innovativo e i rischi connessi, soprattutto se associati alla modernizzazione nucleare in corso in Cina.

In effetti, il documento conferma l’adesione alla politica del No First Use (NFU) ribadendo la natura difensiva della capacità nucleare di Pechino e ribadisce il limitato ruolo del nucleare nella strategia militare cinese. SMS-13 si inserirebbe, quindi, nel lungo solco della dottrina nucleare della RPC, rimasta sostanzialmente invariata nei decenni e il cui deterrente è stato definito “minimo”, “di auto-sufficienza”, “ridotto ma efficace”, “esistenziale”. Ne conseguirebbe che, data la politica del NFU, Pechino non utilizzerà l’arma nucleare:

  • per colpire o minacciare uno stato non nucleare,
  • in seguito ad un attacco convenzionale contro la Cina.

Per rimanere efficace, quindi, il deterrente cinese si dovrebbe “limitare” ad assicurare un second strike contro uno stato nucleare che abbia già attaccato: un nemico intenzionato ad attaccare nuclearmente la Cina, mirerebbe ad inibirne la capacità di risposta nucleare e a neutralizzarne, quindi, la deterrenza colpendo le piattaforme di lancio. Pechino, allora, dovrebbe impiegare (e impiega) tecniche che aumentino le chances di sopravvivenza tramite occultamento della forza missilistica strategica, sistemi anti-missile e maggiore mobilità delle piattaforme.

Anche sul lato della progettazione dei vettori e degli ordigni, il NFU ha determinato alcune conseguenze rilevanti. Un deterrente minimo come quello cinese non dovrà coprire il vasto spettro di opzioni di quelli americani o russi e non dovrà dimostrare un elevato livello di precisione e accuratezza. Per dirla con le parole di Zhang Aiping, Ministro della Difesa cinese negli anni ’80 e figura chiave della transizione strategica avviata dalla leadership di Deng Xiaoping: «Alla Cina non serve raggiungere un’eccessiva precisione degli strike. In caso di conflitto con l’URSS, infatti, non penso faccia troppa differenza se un missile intercontinentale cinese colpisca il Cremlino oppure il Teatro Bol’šoj». Mutatis mutandis, il principio sarebbe da impiegare oggi per gli Stati Uniti».

 

La radice storica dell’atomica cinese è da ricercare nell’esperienza traumatica delle crisi dello stretto di Taiwan

 

Alcuni analisti hanno, però, sottolineato la novità di alcuni passaggi contenuti in SMS-13 chiedendosi se alcune innovazioni non possano determinare scenari meno chiari e nitidi. Il documento, infatti, prevede la possibilità di un preemptive strike cinese in caso di imminente impatto nucleare contro la Cina. Questa postura launch-on-warning se da una parte può essere considerata in linea con il NFU, dall’altra prospetta un ambiente strategico meno limpidotrasparente.

Oltre ai possibili errori nell’individuazione e nel tracciamento di un attacco nucleare (vedere alla voce Stanislav Petrov o alla voce Incidente del missile norvegese), sono gli stessi sistemi utilizzati per l’early warning strategico che creano alcune complicazioni. Prendiamo il caso dei satelliti ed elaboriamo uno scenario futuro non improbabile. Un conflitto locale (Taiwan? Mar Cinese Meridionale? Mar Cinese Orientale?) spinge gli USA a neutralizzare i sistemi in orbita utilizzati da Pechino tra le altre cose anche per l’intelligence navale. Se il satellite fosse destinato anche per l’early warning strategico, tale evento potrebbe essere letto sia come una manovra con scopi limitati che come un preludio ad uno strike nucleare contro il territorio cinese. La soglia nucleare verrebbe drasticamente abbassata e i rischi di escalation connessi aumenterebbero esponenzialmente.

La lettura di SMS-13 andrebbe, allora, integrata con il testo “Science of Second Artillery Campaigns 2004” dell’allora Secondo Corpo d’Artiglieria (oggi Forza Missilistica dell’EPL) da molti, invece, considerato un bluff per indurre dubbio e confusione. Il documento riporta che un attacco nucleare cinese sarebbe da considerare possibile, non solo dopo un first strike nucleare nemico, ma anche dopo la semplice minaccia di esso, in seguito ad un attacco convenzionale contro impianti nucleari (con conseguente pericolo di radioattività) o contro «importanti obiettivi strategici cinesi», in caso di bombardamento convenzionale prolungato e ad alta intensità da parte di un attore più forte (sia convenzionalmente che strategicamente) che causino danni insostenibili.

Il crescendo di tensioni e attriti in merito allo status quo dell’Asia orientale non facilita la relazione strategica tra Washington e Pechino. Inoltre, l’architettura regionale di sicurezza fortemente dipendente dagli USA (hub-and-spoke) se da una parte è funzionale agli interessi di Washington, dall’altra rischia di tirare gli Stati Uniti nel mezzo di crisi in cui la sicurezza nazionale non è minacciata. Un impegno comune verso un sistema di confidence- and security-building measures, di hotline più stringenti al massimo livello decisionale e di maggiore trasparenza strategica potrebbe portare benefici ed evitare crisi nei prossimi anni, nonostante la relazione strategica sia turbata dalla tradizionale dinamica della potenza in ascesa.

 

L’ultimo mese segna il punto più basso delle relazioni tra Cina e USA dall’insediamento dell’Amministrazione Trump

 

Donald Trump e il Trattato INF: l’avvento di una nuova deterrenza?

“Porremo fine all’intesa che Mosca viola da anni”. Con queste parole il Presidente americano Donald Trump ha annunciato, lo scorso 20 Ottobre, la volontà di voler ritirare gli Stati Uniti dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), lo storico accordo firmato nel 1987 a Washington dall’allora Presidente Ronald Reagan e dal leader sovietico Michail Gorbachev.

Donald Trump e il Trattato INF: l’avvento di una nuova deterrenza? - Geopolitica.info © Manuele Cecconi, 2017

L’intesa raggiunta tra le due superpotenze poneva fine alla corsa agli armamenti sul continente europeo, chiudendo la “Crisi degli Euromissili”, aperta a inizio decennio dalla decisone sovietica di modernizzare il proprio arsenale missilistico ormai antiquato e dalla conseguente reazione dell’Alleanza Atlantica di dislocare i nuovi missili Cruise e Pershing-2 contrastando così gli SS-20 sovietici di recente costruzione. L’accordo infine firmato a Washington nel 1987 poneva fine alle tensioni che gravavano sull’Europa, prevendendo l’eliminazione e distruzione da ambo le parti dei vettori a gittata intermedia (500 – 5500 Km) prevedendo un sistema di ispezioni reciproche e ponendo le basi per il successivo dialogo sulla diminuzione progressiva degli arsenali strategici.

Considerato come un capostipite della politica di disarmo internazionale, il Trattato INF non è mai stato messo ufficialmente in discussione sebbene nell’ultimo decennio, in più occasioni, le due Parti si fossero vicendevolmente accusate di violarne le disposizioni.

In particolar modo, a destare preoccupazione alla Casa Bianca è stata la politica di modernizzazione delle forze missilistiche russe, avviata dal 2007, che ha portato nel 2014 ad una prima fase di test e al successivo dispiegamento di nuovi vettori basati a terra. Le armi contestate appartengono ad una nuova generazione di missili formalmente non rientranti nelle categorie bandite dal trattato INF, quali il Missile Balistico Intercontinentale (ICBM) RS-26 “Rubezh” (apparentemente congelato durante quest’anno) e il vettore R-500 (SSC-8 nella nomenclatura NATO) imbarcabile su sistemi missilistici Iskander. I due nuovi vettori hanno sollevato le proteste dell’Amministrazione Obama in quanto i primi, pur essendo formalmente ICBM, sono stati testati su distanze inferiori ai 5500 Km, lasciando presagire un possibile uso a livello di teatro, mentre i secondi, ufficialmente dislocati come batterie difensive con una gittata non superiore ai 500 Km, risultano essere in grado di lanciare missili Cruise, quali gli R-500, con gittata massima gittata molto superiore ai 500 km, violando così le disposizioni del Trattato. Le proteste americane sono state ribadite nel dicembre 2017, quando l’intelligence statunitense ha riscontrato l’avvenuto dispiegamento degli SSC-8 in alcune basi in territorio russo minacciando non solo nuove sanzioni ma anche la denuncia stessa del Trattato INF.

Figura. Un SS-20, tra i vettori proibiti dal Trattato INF

© Manuele Cecconi, 2017


Parallelamente, Mosca ha  lamentato la denuncia statunitense del trattato ABM e la dislocazione in Europa dei nuovi sistemi di difesa missilistica nell’ambito del “NATO missile defence system”, un sistema integrato volto all’intercettazione e abbattimento di eventuali vettori di paesi ostili indirizzati verso l’Europa. A sollevare le proteste di Mosca è stato, in particolare, il posizionamento nel 2016 dei sistemi di lancio Mk-41 fondamentali per rendere pienamente efficace lo scudo missilistico. A causa di tali sistemi Mosca non si sentirebbe più sicura in quanto la sua capacità di rappresaglia non è garantita e avrebbe iniziato una nuova corsa missilistica. Di conseguenza, la Russia ha più volte minacciato non solo l’uscita dal Trattato INF ma anche dal Trattato New START, firmato nell’Aprile 2010 dal Presidente americano Barack Obama e l’omologo russo Dmitrij Medvedev.

Quanto è avvenuto negli ultimi giorni quindi segna solo l’ultimo atto in un crescendo di accuse reciproche che negli ultimi anni ha portato a temere una nuova corsa agli armamenti che per i più sembrava confinata ai libri di storia. La scelta dell’Amministrazione Trump non deve però sorprendere se letta alla luce di una progressiva ridiscussione degli obblighi internazionali degli Stati Uniti che sembrano oggi essere più insofferenti ai limiti posti da trattati multilaterali giudicati svantaggiosi se paragonati alla libertà di azione di cui godono possibili competitor. In particolar modo è da sottolineare come nella dichiarazione con cui il Presidente Trump affermava di voler ritirare gli USA dall’accordo INF, egli si sia soffermato sulla necessità di ridiscutere gli obblighi derivanti dal trattato e, soprattutto, di inserire tra le parti coinvolte anche la Repubblica Popolare Cinese. Come affermato da Stratfor, proprio la crescita della capacità militari cinesi in Estremo Oriente è oggi la principale preoccupazione della Casa Bianca tanto che lo U.S. Army prevedeva il possibile dislocamento di forze missilistiche terrestri in grado di colpire postazioni e unità navali cinesi nelle acque turbolente del Mar Cinese Meridionale e Orientale. La fuoriuscita dal Trattato lascerebbe gli Stati Uniti liberi di perseguire tale obiettivo potendo armare con nuovi vettori le principali basi nel Pacifico Occidentale, prime tra tutte Okinawa e Guam.

Le reazioni alle dichiarazioni di Donald Trump manifestano però tutta la preoccupazione di una comunità internazionale che teme per una nuova corsa agli armenti nel caso in cui il ritiro statunitense si concretizzasse e non si giungesse a nessuna ulteriore intesa. Direttamente coinvolta nella decisione dell’Amministrazione americana, Mosca ha giudicato le dichiarazioni di Trump come un vero e proprio “tentativo di ricatto” sostenendo di essere pronta ad attuare tutte le misure necessarie per reagire alla decisione statunitense. Malgrado la retorica, è opportuno sottolineare come il ritiro americano possa essere funzionale agli interessi russi, concedendo al Cremlino maggiori margini di manovra nel processo di modernizzazione del proprio arsenale. La possibilità di sviluppare e dispiegare tali nuovi armamenti consentirebbe alla Russia di procedere più speditamente nell’aggiornamento delle proprie capacità offensive grazie ai minori costi che gli armamenti di teatro richiederebbero rispetto agli ICBM e alla luce delle forti costrizioni cui è sottoposta l’economia russa.

Diversamente dalla Russia che pur temendo una nuova corsa agli armamenti potrebbe eventualmente trarre vantaggio da un’eventuale rinegoziazione del Trattato INF, l’Unione Europea, per voce dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, ha riaffermato la centralità dell’accordo per la sicurezza europea richiamando gli Stati Uniti e la Russia a valutare attentamente le possibili conseguenze di un’eventuale abolizione del trattato per la stabilità del Vecchio Continente.

Analogamente, il Ministero degli Esteri cinese, per mezzo di un proprio portavoce, ha affermato la propria contrarietà all’abolizione del Trattato, considerato come una pietra angolare della sicurezza internazionale ma ha taciuto sulla possibilità di avviare trattative a tre in tal senso rivendicando la dimensione bilaterale dell’accordo e le possibili conseguenze multilaterali che un’eventuale sua eliminazione avrebbe.

Data la complessità della situazione e i bruschi cambi di rotta cui l’Amministrazione Trump ci ha abituato, immaginare una soluzione a breve termine della controversia è estremamente difficile. Come annunciato lo scorso 24 Ottobre, una prima indicazione della direzione che assumerà il dialogo sugli armamenti nucleari sarà data dall’incontro che si terrà a Parigi il prossimo 11 Novembre: in tale occasione, Donald Trump e Vladimir Putin avranno modo di confrontarsi sulla questione nell’ambito di un incontro multilaterale per la commemorazione dei 100 anni della conclusione della Prima Guerra Mondiale. La volontà americana di far pressione su Russia e Cina, giudicati i due principali sfidanti all’ordine internazionale americano nella National Security Strategy dell’Amministrazione Trump, è quanto mai evidente e la leva del Trattato INF è sicuramente uno strumento per forzare i due paesi a dialogare su diverse basi con Washington.

L’era di Trump. Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare

Il Centro Studi Geopolitica.info ha promosso questa Special Issue della Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione – studi di ricerca e scienza sociale.

L’era di Trump.  Gli Stati Uniti e le sfide all ‘ordine unipolare - Geopolitica.info

 

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Il numero è a cura di Gabriele Natalizia e contiene i contributi di:

Gaspare Nevola Professore Ordinario di Scienza Politica – Università di Trento
Introduzione: Il “momento Trump” e il rifacimento della politica internazionale

 

Parte prima
L’area Indo-Pacifica

 

Stefano Pelaggi Taiwan Strategy Research Association
Il ruolo strategico di Taiwan nella nuova politica statunitense nell’Indo-Pacifico

Lorenzo Termine Junior Fellow Cina e Indo-Pacifico – Geopolitica.info
La Cina nell’ordine unipolare. Obiettivi e strategie di una potenza revisionista

Ilaria De Angelis Centro Studi Geopolitica.info
India, il contrappeso della Cina?

 

Parte seconda
La Russia e lo Spazio Post-Sovietico

 

Gabriele Natalizia e Marco Valigi Link Lab, Link Campus University e Università di Bologna
Una competizione inevitabile? Le relazioni Stati Uniti-Russia (2009-2018)

Carlo Frappi Università di Venezia “Ca’ Foscari”
Le strategie di adattamento dell’Azerbaigian alla competizione di potenza nel Caucaso meridionale

Renata Gravina Sapienza Università di Roma
Russia, Ucraina, la sfida in Europa orientale

Artur Viktorovič Ataev Ph.d. Facoltà di Politologia dell’Università Statale di Mosca “Lomonosov”
Società civile e organizzazioni terroristiche: analisi della progressiva espansione della base sociale del terrorismo nel Caucaso del Nord – Traduzione dall’originale russo a cura di Alessandra Carbone.

 

Parte terza
Il quadrante mediorientale

 

Alessandro Ricci Ricercatore di Geografia Politica-Economica Università di Roma “Tor Vergata”
Lo Stato Islamico: sfida globale all’ordine geopolitico mondiale

Lorenzo Zacchi Centro Studi Geopolitica.info
L’Iran e l’Arabia Saudita. Nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Fabrizio Anselmo Research Fellow Centro Studi Geopolitica e Relazioni Internazionali Geopolitica.info
L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

 

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Il sistema di credito sociale cinese – l’avanzamento tecnologico come strumento di controllo

A lungo i prodotti dall’etichetta made in China sono stati associati a scelte economiche, scarsa qualità e mancanza di affidabilità: Made in China 2025 è il nome del piano di sviluppo industriale con cui la Cina vuole ribaltare questo paradigma, concentrando i propri sforzi prevalentemente nel campo dell’intelligenza artificiale, verso il quale Pechino ha destinato negli ultimi cinque anni più della metà degli investimenti mondiali nel settore.

Il sistema di credito sociale cinese – l’avanzamento tecnologico come strumento di controllo - Geopolitica.info

Un risultato di questo impegno in campo tecnologico può essere già osservato nel diffuso sistema di sorveglianza ad opera di telecamere presente nel paese: ad oggi ne sono attive circa duecento milioni nelle maggiori città del paese, prevalentemente appartenenti alle più grandi compagnie di videosorveglianza al mondo, Hikvision e Dahua, rendendo possibile un sistema di controllo sulle persone basato su riconoscimento facciale, body scanner e geolocalizzazione. Questo sistema nasce apparentemente con lo scopo di prevenire e ridurre la criminalità, facilitando di molto il classico lavoro delle forze dell’ordine: un video realizzato da un corrispondente della BBC nella città di  Guiyang dimostra come grazie all’utilizzo delle telecamere di sicurezza siano necessari solo sette minuti affinché le autorità competenti riescano a localizzare e fermare un “sospettato”. Un altro utilizzo è quello che ne viene fatto agli incroci delle strade, quando le telecamere riprendono chi cammina fuori dalle strisce o attraversa con il rosso, lo identificano e ne mostrano nome, cognome e numero della carta d’identità su dei megaschermi, in modo tale che tutti possano sapere l’identità di chi commette un’infrazione.

La presenza sul territorio di un numero di telecamere elevato contribuisce in maniera fondamentale ad un altro progetto portato avanti dal governo di Pechino: la creazione, nell’arco dei prossimi anni, di un “Social credit system”, un sistema di credito sociale all’interno del quale a ogni cittadino venga attribuito un determinato punteggio a seconda del proprio comportamento. Per raggiungere questo risultato l’uso delle telecamere è affiancato dalla sorveglianza dei social media, dell’uso di determinate app sui dispositivi mobili e degli acquisti online – aspetti d’altronde di cui si è già a conoscenza. Un reportage del Foreign Correspondent si è occupato proprio di questo progetto sociale e ha riportato due pareri contrastanti su di esso, rappresentati dalle testimonianze di due cittadini cinesi che già ne fanno parte.

Fonte: ABC news

Fan DanDan è una ragazza di Pechino orgogliosa del nuovo programma: non è preoccupata all’idea che per attribuirle un punteggio sociale vengano utilizzati non solo i suoi risultati accademici, i suoi dati medici e la sua fedina penale, ma anche le informazioni circa quello che mette nel carrello della spesa e le persone che frequenta; è convinta infatti che chi non ha nulla da nascondere non abbia niente di cui preoccuparsi e che un sistema del genere, anche se non del tutto perfetto e ancora da migliorare, la renda più sicura nel proprio paese. Leo Hu è un giornalista investigativo che si è occupato durante la sua carriera di casi di corruzione all’interno del Partito ed è un esempio invece di come l’attribuzione di un punteggio basso possa essere legato ai più vari motivi, non ultimi quelli politici. L’aspetto più rilevante di tutto questo è che il sistema prevede “premi” e “punizioni”: mentre l’alto punteggio di Fan DanDan le assicura alcuni vantaggi, come l’esenzione dal pagamento di un deposito quando decide di affittare una macchina o di prenotare la stanza di un albergo, il punteggio basso di Leo Hu limita la sua possibilità di viaggiare, restringendo la sua abilità di prenotare un posto su aerei o su treni ad alta velocità, e lo isola dagli amici, che teme possano subire lo stesso destino.

L’obiettivo di questo grande piano legato all’utilizzo delle telecamere e delle nuove tecnologie è quello di realizzare un sistema di grandezza nazionale, descritto come il più sofisticato sistema di sorveglianza al mondo, coinvolgendo circa 1.4 miliardi di persone; ma anche se questo risultato sembra necessitare ancora tempo e sforzi le sue conseguenze non tardano a farsi attendere: nel momento in cui i cittadini non sono pienamente consapevoli di quale sia il livello di accuratezza di tale sistema tenderanno probabilmente in ogni caso a comportarsi seguendo nel migliore modo le regole, per paura di subire potenziali ripercussioni.

Ma proprio qui nascono le domande: in una società come quella cinese, dove casi di censura, discriminazione e persecuzione non mancano, a cosa può portare un sistema di questo tipo? Se da una parte è comprensibile il punto di vista di chi la pensa come Fan DanDan, dall’altra cosa previene che lo sguardo costante delle telecamere non diventi uno strumento di controllo e di oppressione delle minoranze etniche e religiose, come quella degli Uiguri dello Xinjiang, o degli oppositori politici? Con la realizzazione del sistema sociale di credito cosa può assicurare ai semplici cittadini che comportamenti quotidiani ed espressione della propria libertà personale, come quello di comprare alcool al supermercato o di pubblicare le proprie idee sui media, non vengano etichettati come atti pericolosi in grado di causare conseguenze sproporzionate?