Archivio Tag: Cina

Le minacce di Xi, la replica di Tsai e le opinioni dei taiwanesi sulla democrazia e il regime cinese

In un recente discorso ai “compatrioti taiwanesi” il presidente “a vita” cinese Xi Jinping ha ribadito la volontà del suo regime di arrivare, anche con l’uso della forza militare, all’unificazione con Taiwan, proponendo come carota il modello applicato ad Hong Kong. Un discorso al quale Tsai Ing-Wen, presidente taiwanese, ha replicato ribadendo l’esistenza di una Taiwan libera e democratica, respingendo al mittente la prospettiva di una unificazione secondo il modello proposto da Xi i cui esiti negativi sono sotto gli occhi di tutti. Ma cosa ne pensano i cittadini di Taiwan, del proprio regime democratico, della Cina comunista, e dell’ennesimo botta e risposta tra Pechino e Taipei?

Nel discorso dedicato al quarantesimo anniversario della fine del confronto militare tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica di Cina (Taiwan), il presidente della Cina comunista, Xi Jinping, ha rivolto un messaggio ai “compatrioti taiwanesi”, definendo la “riunificazione” come l’unico esito possibile dello status quo relativamente pacifico instauratosi tra le due sponde dello stretto di Formosa. Nel suo discorso, Xi ha dichiarato di voler perseguire i suoi obiettivi seguendo il modello “un paese, due sistemi” – ossia, il regime relativamente tollerante ma non democratico imposto all’ex colonia britannica di Hong Kong, la cui amministrazione è controllata ed eterodiretta da Pechino – e che la Cina non rinuncerà all’uso della forza nel caso in cui Taiwan dovesse spingere verso l’indipendenza formale. A stretto giro, la presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, ha replicato che la riapertura dei negoziati tra le due parti non potrà partire senza il riconoscimento dell’esistenza della democrazia taiwanese, e ha ribadito il suo rifiuto del “1992 consensus”, ossia l’accordo ufficioso tra il regime di Pechino e l’allora governo di Taipei guidato dal Kuomintang (KMT), in cui era stato coniato il principio dell’esistenza di una “unica Cina”. Non una novità, dato che il mandato della Tsai, iniziato nel 2016, era stato segnato proprio dal non riconoscimento di quell’accordo variamente inteso e interpretato da entrambe le sponde dello Stretto, a seconda delle proprie necessità politiche. Il capo di Stato taiwanese, nella sua risposta, ha poi affermato che la maggioranza dei cittadini dell’Isola è fermamente contraria al modello proposto da Pechino e che il regime cinese, piuttosto che cercare di influenzare con minacce e pressioni la vita democratica della società taiwanese, dovrebbe rispettare l’attaccamento ai valori liberali, fondati sul fondamentale principio del “Rule of Law“, dimostrato negli ultimi decenni dai cittadini di Taiwan. Ma qual è l’opinione dei taiwanesi? La democrazia rappresenta il loro regime politico preferito? Quali sono i loro punti di vista sul decennale confronto tra Taipei e Pechino e, più in generale, nei confronti della Cina popolare? Come si identificano i cittadini di Taiwan? Si sentono cinesi, taiwanesi o qualcosa a metà strada tra le due identità?

Il dibattito sulla democrazia taiwanese e sul reale sostegno popolare alle sue istituzioni da parte della popolazione dell’Isola, come altre discussioni relative all’identità nazionale, culturale ed etnica dei cittadini di Taiwan, rappresentano alcuni dei classici temi del confronto politico tra Taipei e Pechino, e interno ai due Paesi. Questi temi sono di conseguenza entrati nell’agenda di accademici, ricercatori e commentatori interessati al quadrante Asia-Pacifico, che negli ultimi decenni ne hanno analizzato le caratteristiche, cause e implicazioni per mezzo delle più diverse metodologie d’indagine, provocando dibattiti non meno intensi – concettualmente parlando – di quelli osservati in ambito politico.

All’interno di questa discussione, non raramente sviluppata sul confine tra accademia e arena politica, è possibile inserire un recente articolo pubblicato sul portale di Channel AsiaNews della professoressa Yew Chiew Ping, dell’Università delle scienze sociali di Singapore, in cui la docente singaporiana ha sostenuto che il recente discorso di Xi – come anche le altre azioni e pressioni diplomatiche e politiche intraprese dalla Cina negli ultimi due anni, ossia a partire dall’elezione dell’amministrazione Tsai – potrebbe aver provocato reazioni del tutto opposte a quelle sperate dalla nomenclatura comunista di Pechino. Consultando i dati di diversi sondaggi condotti a Taiwan negli ultimi decenni – principalmente, a partire dalla transizione democratica completata con le elezioni presidenziali del 1996 – la professoressa Yew, ha infatti mostrato come i cittadini di Taiwan si riconoscano sempre di più nell’attuale dinamico sistema democratico, si sentano sempre più taiwanesi – piuttosto che cinesi – e abbiano sviluppato un’opinione sempre più scettica e refrattaria nei confronti della Cina. Le rilevazioni più recenti, del 2018, mostrano infatti come il 55,8% degli intervistati si ritenga “taiwanese” (piuttosto che “cinese”, 3,5%, o “sia taiwanese sia cinese”, 37,2%); il 76,4% pensi che la democrazia (anche se segnata da problemi di lieve entità) sia la miglior forma di governo possibile, e che il 68,1% di essi ricorrerebbe alle armi nel caso in cui Pechino attaccasse l’Isola.

Seppur non disponendo di informazioni così aggiornate, i dati consultati da Geopolitica.info sembrano confermare il “trend” proposto dalla professoressa Yew, ma con alcune sfumature rispetto ai dati presentati dall’accademica singaporiana. I sondaggi presi in esame – ossia, la banca dati dell’Asian Barometer Survey (ABS), prodotta dal Center for East Asia Democratic Studies dell’Università Nazionale di Taiwan (NTU) – affrontano due delle tematiche menzionate precedentemente, offrendo la possibilità di guardare il supporto per la democrazia tra il 2001 e il 2014, e le valutazioni dei taiwanesi sulla Cina tra il 2010 e il 2014.

Osservando i primi tre grafici, è possibile notare che durante i 15 anni presi in esame la maggioranza assoluta e/o relativa degli intervistati ha sempre espresso un’opinione positiva sul funzionamento e l’efficacia del proprio regime democratico e lo ha sempre preferito a uno di natura autoritaria. Bisogna però notare come le risposte in favore della democrazia, sia intesa come sistema di governo ideale che riferite al funzionamento del sistema taiwanese, abbiano avuto un andamento non lineare.

Il primo grafico (Fig. 1) mostra come vi sia stato un leggero peggioramento delle opinioni degli intervistati nei confronti del funzionamento della democrazia taiwanese nel 2014 rispetto al 2010, seppure con percentuali di risposta positiva al di sopra della media delle quattro rilevazioni prese nel loro complesso.
Nel secondo grafico (Fig. 2), l’andamento delle opinioni dei taiwanesi a proposito delle preferenze per un sistema democratico (sempre e comunque) o autoritario (in alcune circostanze) ha seguito un andamento simile al precedente, con una lieve flessione dei “democratici”, e un aumento degli “indecisi” e degli “autoritari”.
Infine, anche il terzo grafico (Fig. 3), riguardante una domanda sull’efficacia della democrazia nel risolvere i problemi del Paese, sembra seguire lo stesso trend crescente fino al 2010 e decrescente nel 2014.


Difficile dire se queste oscillazioni siano state determinate dal clima politico del 2014 – estremamente polarizzato e segnato, ad esempio, dalla sconfitta alle elezioni amministrative del KMT e le conseguenti dimissioni dell’allora presidente in carica, Ma Ying-jeou, da segretario del partito nazionalista -, o sia il segno di un aumento, peraltro contenuto, della sfiducia dei taiwanesi nei confronti del loro assetto istituzionale, o sia il frutto di altri fattori. Il quadro presentato dai dati a disposizione sembra però suggerire un leggero raffreddamento delle opinioni dei taiwanesi nei confronti della democrazia – idealmente e concretamente parlando – nel 2014.


A queste variazioni, va poi aggiunto un dato apparentemente incoerente rispetto agli altri: ossia una maggioranza degli intervistati (una media del 76,24% lungo le quattro rilevazioni) che ritengono più importante lo sviluppo economico rispetto alla possibilità di avere un regime democratico (Fig. 4). La domanda, più precisamente, recita (traduzione nostra, nda): “Se si trovasse a scegliere tra democrazia e sviluppo economico, cosa riterrebbe più importante?”. Com’è facile notare, si tratta di una questione molto astratta, che implica una scelta tra due concetti che non si escludono a vicenda, e che potrebbe essere stata inserita nel questionario per “catturare” le preferenze dei taiwanesi nei confronti di una situazione più concreta: ossia, la possibilità che essi rinuncino ai propri diritti politici in cambio di un maggior sviluppo economico che potrebbe essere offerto dalla ipotetica unificazione con la Cina popolare. Tuttavia, non è detto che gli intervistati abbiano interpretato la domanda secondo le (possibili) intenzioni dei ricercatori dell’ABS. Come già sottolineato, la questione appare posta in maniera astratta ed è possibile, quindi, che molti intervistati non abbiano realmente colto la concretezza che la domanda sottintende o, meglio, potrebbe sottintendere.

D’altronde, passando al tema delle opinioni dei taiwanesi nei confronti della Cina, va ricordato che la maggioranza dei taiwanesi intervistati da altre organizzazioni – come è possibile evincere dall’articolo della professoressa Yew – si sia esplicitamente espressa per un mantenimento dello status quo tra i due Paesi, ossia un mantenimento dell’indipendenza di fatto di Taiwan rispetto alla Cina comunista che, va ricordato, dalla sua nascita nel 1949 mai ha esercitato alcuna giurisdizione sul territorio, sullo spazio aereo e marittimo, e sulla popolazione di Taiwan.
Inoltre, come mostrano gli ultimi due grafici, le opinioni dei taiwanesi sul ruolo di Pechino come attore regionale (Fig. 5) e nei confronti di Taiwan (Fig. 6) non dimostrano una gran “simpatia” dei taiwanesi verso la Cina, anche se, nel secondo caso, le opinioni negative e positive sono rimaste complessivamente stabili tra il 2010 e il 2014, con posizioni meno radicali nella seconda rilevazione rispetto alla prima.

È chiaro che semplici percentuali di risposta ad un sondaggio non possano offrire indicazioni univoche rispetto a tematiche al centro del dibattito politico e accademico. Tuttavia, quel che traspare da questi dati è che esista una stabile larga maggioranza del popolo taiwanese fondamentalmente democratica. L’unico dato che potrebbe lasciare spazio ad una interpretazione diversa è rappresentato dalla domanda relativa alla preferenza tra sistema democratico e sviluppo economico (Fig. 4). Tuttavia, come già sottolineato, appare arduo interpretare quel dato come il segno di una maggioranza dei taiwanesi disposta a rinunciare al proprio assetto libero e pluralista, sia guardando alla natura della domanda sia considerando i risultati delle altre domande poste agli intervistati. Appare inoltre assai difficile e improbabile che questo dato segnali una qualche forma di accettazione del processo di unificazione con la Cina comunista.

È chiaro che di fronte ad un eventuale tracollo dell’economia taiwanese si possa intravedere un calo delle opinioni favorevoli al regime politico democratico e l’apertura di un periodo di sua regressione. Ma ad oggi un fenomeno del genere appare lontano e, soprattutto, è ancor più difficile pensare che i taiwanesi, sperando di salvare la propria economia, si consegnino nelle braccia di Pechino. Anche perché – nonostante Xi jinping abbia espresso la volontà di rispettare i costumi, il sistema sociale ed economico dell’Isola – i taiwanesi conoscono benissimo quanto valgano le promesse comuniste e hanno sempre presente la vicenda di Hong Kong e il significato autentico del modello “un paese, due sistemi”: una formula che ha portato l’ex colonia britannica a ottenere un livello di tolleranza superiore rispetto alla dura realtà imperante nel resto del territorio cinese, ma che ha consentito al regime comunista di controllare con i suoi noti sistemi le vicende della città, in barba a tutte le promesse di liberalizzazione politica fatte dalla Cina alla comunità internazionale, prima dell’annessione.

Forze leggere per Pechino

Al giorno d’oggi vi sono degli asset che bisogna possedere per essere annoverati nella cerchia ristretta delle grandi potenze. Per assurgere a tale prestigio sul mare occorre essere dotati del binomio portaerei-sottomarino nucleare. La PRC sta investendo ingenti risorse per tale scopo.

Forze leggere per Pechino - Geopolitica.info

Il programma portaerei procede speditamente e la Type001A (in foto), prima nave di questo tipo costruita interamente con know-how cinese, è prossima all’entrata in servizio. I sottomarini a propulsione nucleare al contrario, sia SSN che SSBM, si sono rivelati di qualità deludente. La tecnologia impiegata e le caratteristiche progettuali sarebbero adeguate agli standard sovietici della fine degli anni ’70.

Stante questa situazione sugli oceani del mondo, la PRC, con le sue quasi illimitate coste, deve i fare i conti con una serie di possibili minacce provenienti da vicini ostili.

Sempre crescenti tensioni hanno visto la Cina al centro di contrasti con il Vietnam per il golfo del Tonchino, con Le Filippine per lo stretto di Luzon, con gli USA e Taiwan per lo stretto di Formosa e con la Corea del Sud per via del suo programma di costruzioni navali che potrebbe dar luce ad un nuovo attore nel Mar Giallo. Per far fronte ad una situazione di tale complessità e per garantire gli interessi cinesi in quelle acque litoranee e mari stretti, tanto importanti per gli interessi di Pechino, la PLAN è decisamente ben equipaggiata.

Le acque costiere e poco profonde sono inadatte al grosso naviglio oceanico come le portaerei o gli incrociatori. Anche gli stessi sottomarini nucleari diventano più vulnerabili per via del rumore in acque basse. I cinesi ben consci delle loro capacità limitate nella costruzione di complesso naviglio di grosso tonnellaggio hanno dato il meglio nella produzione in numero impressionante di forze leggere. La grande semplicità ed economicità di motomissilistiche, corvette e sottomarini convenzionali li rendono ideali per l’industria cinese ma anche per la conformazione geografica del gigante asiatico.

La PLAN possiede più di trenta sottomarini a propulsione diesel elettrica o AIP, che sebbene siano meno sofisticati delle controparti tedesche o russe sono comunque perfettamente in grado di svolgere il loro compito di sorveglianza delle coste e spie silenziose dagli abissi. Le corvette della classe Type 056 sono piccole ed affidabili oltre ad esse prodotte su vastissima scala, più di cento. Ma particolare attenzione va posta alla motomissilistica Type 022(in foto). Benché prodotta in oltre 80 esemplari la sua particolare virtù sono i sistemi di comunicazione, dispone infatti di capacità C4 così che possa svolgere sia ruoli di combattimento che di ricognizione.

Sebbene non possieda ancora una Blue Water Navy la PRC è dunque in grado di proteggere la propria zona economica esclusiva così come il proprio traffico mercantile nei mari prossimi ai suoi porti. Nessun’altro attore della regione possiede un tale numero di scafi eccetto la Corea del Nord che però è uno stretto alleato della Cina. La USN gode sì di una superiorità netta in termini qualitativi ma di fronte ai numeri cinesi lo strapotere statunitense potrebbe trovare un valido avversario. Dopotutto Pechino sta intraprendendo una politica di piccoli passi e di progressiva rivendicazione di sempre maggiori spazi marittimi. Le forze leggere sono insostituibili per svolgere quei ruoli funzionali al perseguimento di una tale politica e la PLNA essendone ben dotata è in ultima analisi un valido strumento militare, adatto alle necessità politiche.

 

L’acqua dell’Himalaya e la proiezione di potenza della Cina

La disponibilità di acqua dolce pro capite colloca la Cina al 162esimo posto mondiale, secondo l’indicatore redatto dalla Banca Mondiale (dati 2014). Tale disponibilità è inficiata dalle conseguenze del recente ed impetuoso sviluppo economico, che hanno reso inadatte per alcuni usi umani il 70% delle acque interne a causa dell’inquinamento.

L’acqua dell’Himalaya e la proiezione di potenza della Cina - Geopolitica.info

Nel dettaglio, a fronte di un’abbondanza di acque dolci nella zona sud orientale, vaste aree della Cina molto popolate (nord est) o aride, quali le zone occidentali che sono candidate ad un più vigoroso sviluppo economico, soffrono di una scarsità acuta della risorsa. Allo stesso tempo, in territorio cinese principiano i bacini dei maggiori fiumi asiatici. Tale posizione ha fornito alla Cina una condizione di vantaggio per lo sfruttamento delle risorse idriche di alta quota, specie per la produzione idroelettrica. In alcuni casi, come nella gestione del bacino del Mekong, la Cina ha impostato un’intensa e fattiva collaborazione con gli stati confinanti. Il plateau tibetano è invece al centro di numerose contese e tensioni internazionali. La principale riguarda la gestione delle acque del fiume Brahmaputra, che in territorio cinese è denominato Yarlung Tsangpo. Il bacino del Brahmaputra serve 4 Stati, Cina, India, Nepal e Bangladesh, e coinvolge aree contese: esiste un esteso fronte nello stato indiano dell’Arunachal Pradesh con territori rivendicati dalla Cina come “Tibet meridionale” e oggetto di alcuni conflitti e contrapposizioni anche recenti, laddove si sviluppa il tratto iniziale del bacino del Brahmaputra. Alle contese territoriali si sono aggiunti contrasti sulla realizzazione di dighe per la produzione di energia elettrica, sulla corretta condivisione dei dati meteo al fine di evitare alluvioni e polemiche sulle possibili deviazioni da parte della Cina dei flussi idrici.

La contesa nel bacino del Brahmaputra

La posizione della Cina come primo stato nella corsa del Brahmaputra verso il mare ha alimentato diffuse preoccupazioni. Vengono contestati alla Cina numerosi progetti di dighe, alcune delle quali già realizzate, e la possibilità che tali impianti possano servire per limitare i flussi di acqua verso valle. Il Governo cinese ha sottolineato come i progetti non abbiano questo fine, e in alcuni casi la funzione non sia di trattenere la risorsa trattandosi di centrali idroelettriche ad acqua fluente. L’India si trova in condizioni non dissimili: numerose dighe sono state progettate e realizzate nello Stato dell’Arunachal Pradesh, suscitando diverse proteste. La Cina contesta che tali opere abbiano il principale scopo di instaurare dei diritti reali sui territori, rafforzando la propria posizione nella disputa di confine. Il Bangladesh, trovandosi a chiusura di bacino, contesta alle due controparti gli effetti sul proprio territorio; infatti l’effetto cumulativo delle opere di sbarramento o parziale deviazione si traduce in una forte diminuzione del trasporto solido fluviale. Il delta del Bengala è soggetto a sommersione ed incursioni saline e, a causa dei cambiamenti climatici, i fenomeni catastrofici che rendono inabitabili intere aree potrebbero assumere una tale frequenza da determinare crisi umanitarie irreversibili.

Le posture dei contendenti e la mancanza di una gestione

La Cina ha storicamente perseguito una strategia di disarticolazione della proiezione di potenza indiana, sfruttando il non allineamento nelle relazioni internazionali dell’India. Oltre alla citata contesa sui confini hymalaiani, la Cina ha stretto rapporti privilegiati con Pakistan e Bangladesh, con una visibile funzione di contenimento nei confronti di Nuova Delhi. D’altro canto l’India non ha mai rinunciato alle rivendicazioni territoriali, sfruttando la difesa della propria posizione come rinvigorente per il nazionalismo interno. Il quadro è completato da uno sviluppo economico, tecnologico, militare e demografico che consentono all’India di sostenere la postura nei confronti del gigante cinese. Le polemiche sulla gestione delle acque del Brahmaputra hanno confermato le tendenze delle due potenze, complicando i rapporti bilaterali che entrambi gli Stati mantengono con il Bangladesh. Alcuni elementi appaiono di difficile controllo da parte delle autorità centrali: tra questi le pressanti esigenze dell’apparato economico, per la domanda di energia elettrica; sul fronte indiano, il protagonismo degli amministratori degli stati di confine, in virtù della propria autonomia, e le proteste delle comunità locali minacciate dai progetti delle dighe. La mancanza di coordinamento tra gli Stati ha ispirato diverse ipotesi di soluzione, tra cui quello di sfruttare tavoli di confronto esistenti come il Bangladesh-China-India-Myanmar Initiative. Tuttavia le implicazioni tecniche ed ecologiche suggeriscono, da più parti, la necessità di adottare strutture di confronto più articolate.

Prospettive

Le dispute transfrontaliere sulle risorse idriche sono state considerate difficilmente foriere di conflitti armati, soprattutto per la natura dell’acqua come bene poco concentrato e difficilmente trasportabile. Tuttavia alcune recenti analisi mettono in discussione tale interpretazione, soprattutto di fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici. La tendenza della Cina e dell’India ad evitare consessi multilaterali privilegiando i rapporti bilaterali appare inadeguata di fronte al problema del Brahmaputra. Cina e India condividono importanti iniziative, come quella dei BRICS, che si pongono obiettivi ambiziosi di revisione delle relazioni finanziarie internazionali. Eventuali forzature cinesi potrebbero spingere l’India sulle posizioni degli Stati Uniti in alcuni dossier strategici. Infine, nella lettura per cui l’affermazione di una potenza egemone regionale richiede un esteso riconoscimento da parte degli altri Stati, appare imprudente stimolare in Nuova Delhi una postura eccessivamente assertiva sulla gestione delle acque del Brahmaputra, bene vitale per vaste aree del Paese. Le numerose dichiarazioni concilianti di Pechino e gli accordi per la condivisione dei dati meteorologici dimostrano la volontà di evitare incidenti dalle conseguenze imprevedibili. Circa la gestione del bacino del Brahmaputra vengono da più parti suggeriti esempi regionali, come quello del Mekong o come il Trattato dell’Indo tra India e Pakistan. Tuttavia, è ipotizzabile che il modello della Convenzione delle Alpi o dell’ACTO amazzonico possa essere il più adatto per la vastità degli argomenti da sottoporre a trattative e per spostare l’attenzione dalla contesa delle acque alla cooperazione scientifica, tecnica ed economica.

La libertà religiosa secondo Pechino: controllo e “caratteristiche cinesi”

Ad una conferenza a New York dell’Asia Society Policy Institute il 5 dicembre, l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd ha affermato che in merito alla libertà religiosa, la Cina fosse “molto meglio ora di prima”, scatenando un’ondata di indignazione sui social media e la disapprovazione di molti netizen. Non prendendo in esame il caso delle persecuzioni contro la popolazione uigura musulmana, in effetti oggi milioni di cinesi possono praticare il culto delle proprie religioni in istituzioni e sedi approvate dal governo e il numero di credenti in Cina sta crescendo notevolmente.

La libertà religiosa secondo Pechino: controllo e “caratteristiche cinesi” - Geopolitica.info

Eppure, la situazione dei fedeli delle cinque religioni riconosciute nella Repubblica Popolare Cinese può essere considerata “migliorata” solo perché il governo è riuscito nel suo intento di subordinarle ad uno stretto controllo organizzativo e ideologico e, contemporaneamente, di colpire i gruppi e le fedi che Pechino considera divergenti e pericolose. Nel non cogliere la differenza tra libertà di culto e libertà di religione risiede l’errore di Rudd: in Cina, infatti, milioni di persone sono autorizzate a praticare il proprio culto in congregazioni e spazi accordati dall’autorità centrale ma una libertà di religione, ovvero la libertà di credere e praticare senza l’interferenza del governo, non è garantita. Un approfondimento della natura e degli scopi della politica religiosa del Partito Comunista cinese può aiutare a valutare la veridicità dell’affermazione di Rudd.

Nella Cina imperiale, lo stato incoraggiava il culto popolare di quelle divinità che promuovessero una condotta rispettosa delle leggi mentre contrastava quello che fomentasse instabilità e dissidi sociali. In sostanza, l’imperatore, che tra i tanti appellativi era anche chiamato “figlio del Cielo”, pretendeva che le fedi religiose giurassero fedeltà alla sua autorità e riconoscessero la sua giurisdizione in materia religiosa così da poter essere incaricate del benessere spirituale della popolazione. Coerentemente con questo primato dello stato sulla religione, il potere civile esercitava l’autorità in materia di sicurezza senza alcun riguardo per le questioni religiose.

Dopo aver preso il potere nel 1949, i comunisti cinesi aggiunsero al tradizionale approccio imperiale la visione negativa delle religioni tipica del Marxismo facendo sì che patriottismo e socialismo vincolassero tanto i credenti quanto i non credenti. La libertà religiosa concessa rimaneva, quindi, condizionata all’obbedienza alle leggi dello stato e alla subordinazione alle politiche e alle decisioni governative.

La politica religiosa del Partito è fondamentalmente duplice: da un lato punta a coinvolgere i gruppi religiosi per trasformarli in forze sociali utili al raggiungimento di fini politici e dall’altro mira a contenerne lo spazio di manovra. La sottomissione delle organizzazioni alla guida politica del Partito e la supervisione delle loro attività da parte di istituzioni governative sono requisiti fondamentali perché la religione funga da strumento socio-culturale per raccogliere consenso e perseguire l’agenda politica cinese. Se nazionalizzato e edulcorato politicamente, “l’oppio dei popoli” può, quindi, servire a supportare il potere del Partito. Ciononostante, dal punto di vista di Pechino, il contenimento della religione è un requisito essenziale che si deve fondare su tre concetti: adattamento, legislazione e indipendenza.

Il concetto di adattamento delle religioni al sistema socio-politico viene ripetuto in molti documenti nell’ultimo decennio. Nonostante sia presentato come reciproco, appare chiaro come il Partito pretenda che questo processo di adattamento si svolga in maniera unidirezionale, ovvero che le fedi religiose si mostrino flessibili, soddisfacendo i criteri imposti dal governo, e si conformino alla volontà politica centrale.

L’attività legislativa è lo strumento principale per ottenere questo “adattamento”. In sintesi, il Partito utilizza misure legislative e repressive per rendere le religioni e le attività religiose innocue. Analogamente a quanto fatto dagli imperatori nei secoli passati, il governo comunista si è arrogato l’autorità legislativa di decidere quali siano le fedi permesse e quali attività religiose siano da considerare “normali” e quali no, per, infine, emarginare e bandire quelle che resistono al controllo centrale. Inoltre, le autorità civili hanno stretto un cordone sanitario intorno ai gruppi religiosi per tagliarli fuori dai settori della vita pubblica su cui lo stato ambisce ad esercitare un monopolio: educazione, matrimonio, politica demografica, pubblica morale etc.

Il terzo elemento della strategia di contenimento è il concetto di indipendenza, ovvero il riconoscimento da parte delle organizzazioni religiosa che nessuna autorità è superiore al governo centrale. Pur essendo un leitmotiv della politica religiosa comunista già dai tempi di Mao, la leadership attuale ha ritenuto che il nuovo contesto sociale richiedesse un aggiornamento del concetto di indipendenza in modo tale da frenare la penetrazione nel paese di culti esogeni e limitare, per quanto possibile, l’influenza che organizzazioni e personalità religiose straniere possono esercitare sui fedeli in Cina. La crescente intensità degli scambi culturali favorisce, infatti, la diffusione di nuove idee religiose tra i fedeli di tutto il mondo rendendo il confine cinese più poroso alle influenze culturali. Secondo il governo di Pechino, ciò starebbe aumentando i rischi che i credenti cinesi vengano etero-diretti da parte di soggetti stranieri, invece di lasciarsi “guidare” e perseguire l’agenda politica del Partito e, perciò, il Partito sta tentando di mantenere questi gruppi “indipendenti”, ovvero di costringerli alla sinizzazione.

In sintesi, sembra che per il governo cinese libertà religiosa significhi piuttosto soggezione al controllo statale secondo il dogma “tutto per lo stato; nulla al di fuori dello stato; nulla contro lo stato”. Secondo questa visione statolatrica, la religione deve rimanere un appalto statale e rinunciare alla propria natura per essere ridotta ad un mero cerimoniale diretto dal governo. Anche il “molto meglio ora di prima” di Kevin Rudd ha, quindi, “caratteristiche cinesi”.

 

Axis of convenience: la sfida di Mosca e Pechino all’ordine unipolare

La crescita delle relazioni politiche ed economiche tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, accompagnata da un progressivo disimpegno statunitense dall’Europa e dal Medio Oriente, ha fatto sì che vecchie narrazioni e immagini suggestive prendessero nuovamente consistenza recuperando l’idea dell’”Heartland” euroasiatica contrapposta alla talassocrazia americana, ma è doveroso chiedersi: si può parlare davvero di un’alleanza tra Mosca e Pechino?

Axis of convenience: la sfida di Mosca e Pechino all’ordine unipolare - Geopolitica.info The Washington Times

L’asse per convenienza: il nemico del mio nemico è mio alleato

Il nuovo corso delle relazioni sino-russe può essere efficacemente descritto utilizzando la formula “axis of convenience”, che Bobo Lo impiega nel suo omonimo testo al fine di rappresentare l’unione tra Mosca e Pechino, ovvero una cooperazione che può unicamente svilupparsi nella misura in cui le due potenze necessitano della collaborazione l’una dell’altra al fine di erodere progressivamente l’egemonia americana nel sistema internazionale. La formazione di questo asse di convenienza, che Lo descrive già a partire dal 2008, può dirsi apertamente consolidata solo nel 2012, anno in cui la cooperazione bilaterale inizia a prendere la forma di una strutturata collaborazione che dalle tradizionali questioni di sicurezza, quali la lotta al terrorismo e il controllo dei confini, muove verso una più approfondita cooperazione militare e economica. A guidare la ritrovata unione sono tre settori prioritari: lo sviluppo congiunto di capacità militari, la cooperazione in materia di Ricerca e Sviluppo e, da ultimo, lo sfruttamento di risorse energetiche e l’apertura di nuove vie di comunicazione tra Oriente e Occidente.

Il lancio di vaste esercitazioni militari congiunte non è una novità assoluta nella storia della cooperazione russo-cinese, già nel 2005 le forze armate delle due potenze avevano avviato una serie di esercitazioni antiterrorismo e, ancor prima, nel 2003 avevano collaborato nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, ma il lancio delle “Joint Sea” rappresenta un radicale cambiamento. I war games che si sono articolati a partire dal 2012 hanno visto una vasta partecipazione delle Marine dei due paesi nell’ambito di simulazioni di assalti anfibi, azioni di scorta in acque contese e difesa attiva antisommergibile e antinave, con ottimi risultati in termini di integrazione delle forze e interoperabilità. Le Joint Sea rappresentano quindi uno strumento per dimostrare plasticamente la propria forza, soprattutto nelle acque contese dell’Estremo Oriente o al confine con la NATO in Europa, come è accaduto in occasione dell’esercitazione congiunta del 2015, che ha visto una prima fase nel Mediterraneo Orientale e una seconda nelle acque della Baia di Pietro il Grande, o della “Joint Sea 2017” tenutasi tra l’exclave di Kaliningrad e le acque contese del Mar del Giappone. La cooperazione militare ha avuto ampio seguito anche sulla terraferma con una serie di esercitazioni di minor portata nell’ambito del Gruppo di Shangai e un vasto war game tenutosi nel 2018, il Vostok 2018 forte di 290.000 uomini, che, pur vedendo le forze cinesi nel solo ruolo di osservatori, dalle parole del Ministro della Difesa Russo Sergey Shoigu, sarà solo la prima di una più ampia serie di esercitazioni congiunte.

Contestualmente all’aumento delle esercitazioni congiunte è esponenzialmente cresciuta la cooperazione tecnica e lo sviluppo di programmi di ricerca comuni. Attualmente le industrie russe e cinesi svolgono due ruoli tra loro complementari: le prime sono fornitrici di componentistica e sensoristica high-tech, mentre le seconde offrono capitali altrimenti insostenibili per la Russia finalizzati al finanziamento di programmi di ricerca e sviluppo congiunti. Fondamentali sono quindi i settori di investimento, primo fra tutti la componentistica ad alta tecnologia per lo sviluppo di caccia multiruolo di V generazione, lo sviluppo di adeguate capacità di difesa e offesa cibernetica e, soprattutto, lo sviluppo di capacità A2/AD (Anti Access/Area Denial), cruciali per limitare la capacità di proiezione di forze avversarie.

Da ultimo, è opportuno guardare allo sviluppo della cooperazione economica e energetica, settore in cui la struttura portante della cooperazione russo-cinese si manifesta plasticamente in forma di gasdotti e nuove rotte commerciali. La firma nel 2014 dell’accordo tra Gazprom, il gigante russo dell’energia, e la China National Petroleum Corporation ha aperto la strada alla costruzione di un’immensa rete di infrastrutture, la “Potenza della siberia”, che forte di 3000 km di conduttore sarà in grado di portare 38 miliardi di metri cubi di Gas Naturale Liquefatto dagli impianti siberiani alle regioni più interne della Cina a partire dalla fine del 2019. L’accordo oltre alla valenza economica, circa 400 miliardi in 30 anni, comporta un evidente riorientamento della politica energetica russa verso oriente rispetto alla tradizionale proiezione occidentale imperniata sugli storici gasdotti passanti per i territori dell’ex Unione Sovietica e il Mar Baltico. Con il lancio della Belt and Road Initiative, la Cina ha dimostrato una crescente attenzione per la possibilità di sfruttare l’artico russo come nuova fonte di idrocarburi (si veda la costruzione del Yamal LGN Megaproject) e come rotta settentrionale delle “nuove vie della seta”. Lo scioglimento dei ghiacciai nell’estremo nord ha permesso l’apertura, quasi annuale, del passaggio a nord-est consentendo il transito senza l’ausilio di navi rompighiaccio di un volume sempre crescente di merci rendendo la rotta artica, nelle parole del Governo cinese, “una delle rotte marittime del XXI secolo”.

Oltre la Geopolitica: limiti e contraddizioni dell’asse Mosca-Pechino

Malgrado il quadro finora esposto, molte sono le perplessità che accompagnano il percorso di avvicinamento tra Russia e Cina. L’assenza di strutture di cooperazione istituzionalizzate fa sì che i sospetti reciproci e le incomprensioni, retaggio di un passato segnato da profonde differenze politiche e culturali, continuino a permanere nella forma di un timore russo per una prossima “nuova invasione mongola” e di un sempre presente preconcetto cinese verso il “barbaro” e imperiale vicino. Oltre gli aspetti culturali però, questioni politiche dirimenti segnano tutti i limiti di questa insolita alleanza. Pur guardando a Oriente, la politica estera russa ha sempre visto il proprio baricentro nelle relazioni con l’Occidente e i recenti interventi in Ucraina e Siria dimostrano l’assoluta centralità che Europa e Mediterraneo ricoprono nell’azione diplomatica del Cremlino. Ulteriormente, l’ascesa cinese si scontra con la tradizionale presenza russa in Asia Centrale e gli interessi commerciali nell’Estremo Oriente che vedono Giappone, India e Vietnam essere i principali acquirenti di risorse energetiche e armamenti russi e, allo stesso tempo, alcuni dei principali oppositori alle rivendicazioni cinesi nell’Asia-Pacifico. Contestualmente la Repubblica Popolare Cinese sembra essere il motore trainante della nuova alleanza e, pur riconoscendo a Mosca il grado di grande potenza militare, potrebbe non essere così disposta a dividere i frutti del proprio successo con quello che è, nei fatti, il proprio junior partner. Ulteriormente, la Russia lotta per vedersi riconosciuto il proprio status, la Cina lotta per vedersi riabilitata internazionalmente dopo il “secolo della vergogna”, assumendo quindi una spiccata proiezione globale contrapposta alla volontà russa di riconoscimento della propria sfera di influenza regionale.

L’Heartland euroasiatico è quindi ben lontano dall’essere un blocco compatto, ma, almeno nel breve periodo, le contraddizioni e i limiti di tale insolita alleanza non sembrano minare la stabilità dell’unione tra l’Orso e il Dragone. A spingere i due verso una maggiore cooperazione è inoltre l’atteggiamento perseguito dall’Amministrazione Trump che nella propria National Security Strategy 2017 definisce i due rivali come potenze revisioniste sfidanti l’ordine unipolare americano. In ragione di ciò la pressione costante cui Mosca e, soprattutto, Pechino sono sottoposte potrebbe aumentare gli stimoli alla cooperazione creando così davvero un unico blocco orientato a sfidare la posizione degli Stati Uniti.

Who is who: Zhang Youxia

Nome: Zhang Youxia (张又侠)
Nazionalità: Cinese
Data di nascita: luglio 1950
Ruolo: Generale dell’EPL, vice-Presidente della Commissione Militare Centrale

Who is who: Zhang Youxia - Geopolitica.info

Zhang Youxia è un politico e militare della Repubblica Popolare Cinese, attualmente vice-Presidente della CMC, massimo organo decisionale in materia di strategia e difesa, al cui vertice c’è solitamente il Segretario del Partito.

Nato nella municipalità di Weinan nella provincia dello Shaanxi, non distante dalla antica capitale imperiale di Xi’an, Zhang è il figlio di Zhang Zongxun, generale dell’Esercito Popolare durante la Guerra Civile, e ciò fa di lui uno dei “principi rossi” (太子党). Inoltre, il padre fu compagno d’armi e caro amico di Xi Zhongxun, originario anche lui di Weinan e padre dell’attuale Segretario e Presidente della RPC, Xi Jinping. I due padri hanno lavorato insieme come comandante, Zhang, e come commissario politico, Xi, durante le ultime fasi della Guerra Civile. Il rapporto tra i due genitori è citato da molti come uno dei motivi del forte legame tra Zhang e Xi.

Frequentate le scuole alla Beijing Jingshan School, prestigiosa scuola nella capitale, Zhang è entrato nell’esercito a 18 anni per essere spostato al 14esimo Gruppo d’Armata di stanza a Kunming, nella regione militare di Chengdu. A partire dal 1979 prende parte al conflitto di confine con il Vietnam e diventa vice-comandante, prima, e comandante, poi, del 13esimo Gruppo d’Armata. Nel 2005 è promosso a vice-Comandante dell’intera regione militare di Pechino e, poi, comandante della regione militare di Shenyang. Nel 2007 entra nel 17esimo Comitato Centrale del Partito.

Nel 2012, ad un anno dalla sua promozione a Generale, Zhang giunge a dirigere il prestigioso Dipartimento Generale degli Armamenti ed entra nel 18esimo Comitato Centrale, il primo con Xi Jinping Segretario del Partito.  Fonti riportano che Zhang abbia personalmente aiutato Xi Jinping a gestire gli effetti del caso Bo Xilai e del presunto colpo di stato tentato da Zhou Yongkang, nel marzo 2012 e che, per questo, Xi lo avesse voluto con sé nella Commissione Militare Centrale e lo avesse proposto già allora come vice-Presidente della CMC.

Nel 2017 viene confermato membro del 19esimo Comitato Centrale, entra anche nel Politburo, dimostrando il prestigio ottenuto e viene nominato vice-Presidente della Commissione Militare Centrale, facendo parlare di sé come “fratello giurato” di Xi Jinping.

 

Il pericolo che il Caso Huawei possa nascondere un affare sensibile di sicurezza nazionale

Nonostante l’invito dei giorni scorsi del Presidente canadese Justin Trudeau ai giornalisti, a non considerare gli arresti di Kovrig e Spavor come casi collegati al fermo della CEO di Huawei Sabrina Meng Wanzhou, la recente accusa di spionaggio da parte degli Stati Uniti a due cittadini cinesi pone il caso sotto una nuova luce, quella che unisce l’azienda ad una presunta operazione delle agenzie di Intelligence dei “Five Eyes Countries” – Usa, Canada, Nuova Zelanda, Australia e Gran Bretagna – per fare chiarezza sulla minaccia cyber cinese ai sistemi informatici occidentali.

Il pericolo che il Caso Huawei possa nascondere un affare sensibile di sicurezza nazionale - Geopolitica.info

Dopo l’arresto della CEO di Huawei Sabrina Meng, tre cittadini canadesi, il diplomatico Michael Kovrig, l’imprenditore Michael Spavor e un’insegnante di inglese Sarah McIver, vengono trattenuti dalle autorità cinesi. E’ da subito difficile credere che tra gli arresti e il fermo della Meng non ci sia un nesso. Dei tre cittadini canadesi detenuti in Cina non si hanno notizie certe, quello che trapela però non è rassicurante. I fermi hanno tutta l’aria di essere dei tentativi di ritorsione nei confronti della detenzione della Meng.

Un torbido precedente

Nel 2014 una coppia di cittadini canadesi residenti nella cittadina di Dangdong, sul confine Nord Coreano, vengono arrestati dalle autorità cinesi in circostanze poco chiare, senza che verso di loro fosse stata pronunciata alcuna accusa formale. Il fatto accadeva solo qualche giorno dopo l’arresto dell’imprenditore cinese Su Bin residente in Canada. Nei sui confronti la Corte di Giustizia americana aveva pronunciato formalmente un atto d’accusa per spionaggio. Su era stato ritenuto responsabile di furto di brevetti cibernetici, segreti tecnologici e militari, dietro mandato del Governo cinese per conto del People’s Liberation Army, PLA. Come racconta in un lungo articolo Wired U.S., l’imprenditore, che si faceva chiamare Stephen all’occidentale possedeva una società di tecnologia aeronautica di 80 dipendenti chiamata Lode-Tech. Nel 2012, era stato intervistato dal Wall Street Journal a cui aveva raccontato di aver fatto milioni come imprenditore aerospaziale. Dalle ricostruzioni degli agenti Su aveva operato come spia cinese fin dal 2009. Attraverso Lode-Tech aveva costruito una fitta rete di contatti industriali di cui aveva hackerato le email nel tentativo di penetrare gli account di posta elettronica dei dirigenti aziendali e, da lì, accedere alle reti aziendali riservate. Secondo quanto raccolto dalle agenzie di Intelligence americane, Su, assieme a due partner cinesi avrebbe avuto accesso a più di 630 mila file riservati.

Per arrestare Su, l’FBI doveva avere l’appoggio delle autorità canadesi. Il Canada nello stesso periodo si trovò sotto un massiccio attacco cinese perpetuato ai danni del National Research Council, che motivò le autorità a collaborare. Pochi giorni prima del suo rientro in Cina, Su Bin viene fermato. L’ordine di estradizione si rivela però un affare più complicato del previsto perché la Cina decide di passare ad una contro mossa lasciando chiaramente intendere di sapere dove e chi colpire come ritorsione. L’arresto dei coniugi canadesi Kevin e Julia Garratts avviene dunque dopo che il Canada decide di dare il suo sostegno per l’estradizione. Kevin Garratts, ha raccontato di non aver mai conosciuto né sentito nominare Su Bin e di non avere idea di chi fosse al momento del suo arresto. Il canadese sarà accusato dalla Cina di essere a sua volta una spia e di aver sottratto importanti progetti di ricerca sulla difesa nazionale e su obiettivi militari.

L’analisi

Dietro il caso Huawei potrebbe esserci una operazione di Intelligence coordinata dei “Five Eyes” per smascherare un’intensa attività di spionaggio cinese ai danni dell’industria e della disesa occidentali. Almeno tre i fattori che fanno dell’arresto Huawei un caso sensibile. Innanzitutto perché coinvolge la più importante azienda tecnologica cinese, leader mondiale del mercato dei dispositivi per telecomunicazioni e principale competitor commerciale di alcune delle aziende di punta statunitensi, lanciata del business del 5G e principale candidata allo sviluppo di queste tecnologie a livello globale; secondo perché avviene in tempo di “guerra”, quella commerciale tra le due potenze che oggi si contendono la posizione di leadership politica ed economica; infine perché coinvolge apertamente almeno uno degli alleati degli USA: il Canada.

Gli Stati Uniti, che temono ripercussioni alla sicurezza nazionale attraverso la minaccia che Pechino rappresenta per la cyber-sicurezza sono preoccupati che l’azienda della Meng possa utilizzare smartphone e dispositivi elettronici per condurre attività di spionaggio tecnologico, sia in ambito civile che militare, e ne hanno sconsigliato l’adozione sopratutto in ambito governativo. La campagna di attenzione nei confronti di aziende come Huawei e ZTE portata avanti dal Presidente Trump durante il 2018 è stata giustificata da queste preoccupazioni e dalle informazioni diffuse dalla principali agenzie di Intelligence americane CIA, FBI, NSA, riguardo alle provate attività di hacker cinesi, specialmente a partire dal luglio di questo anno, che per il momento non legano la Meng con nessuna accusa diretta. La CEO di Huawei era stata arrestata il Primo Dicembre per frode. Nello specifico, per aver firmato accordi nascosti con l’Iran, operando in violazione delle sanzioni commerciali contro in paese. Ad oggi non sono state rivelate prove depositate di un coinvolgimento di Huawei in alcuna operazione di spionaggio ma il caso si fa sempre più complesso perché proprio su Huawei anche le agenzie Australiane hanno dichiarato preoccupazione. Come riporta il South China Morning Post il 6 dicembre, il capo del Servizio di sicurezza canadese, David Vigneault, nel suo primo discorso al pubblico in occasione dell’incontro dei “Five Eyes” ha avvertito la necessità di annunciare una minaccia emergente per il Canada, nelle aree più vulnerabili dell’intelligenza artificiale e del 5G. “Nessuno – si dichiara nell’articolo del SCMP – aveva alcun dubbio che stesse parlando della Cina” e pare che un divieto formale su Huawei e ZTE da Ottawa sia previsto entro poche settimane. Il Canada si aggiungerebbe così alla lunga lista di paesi occidentali che hanno bandito Huawei, tra questi l’Australia, la Nuova Zelanda e la Gran Bretagna.

Le prove dello spionaggio cinese

Veniamo alla notizia riportata dalla Associated Press ieri (21 dicembre) di un atto ufficiale di accusa da parte del Governo americano verso due presunti hacker cinesi, Zhu Hua e Zhang Shillong, che  arriva dunque dopo una escalation dell’affare Huawei sulla scia della spirale mediatica e di questo crescendo di tensione politica, e mette in luce un’evidenza che il Dipartimento di Giustizia americano aveva già espresso lo scorso ottobre depositando un atto ufficiale contro diversi funzionari e hacker dell’intelligence cinese.

Come riportato ancora da e Wired US e da diverse fonti dell BBC, tra il 2011 e il 2013, negli Stati Uniti si comincia a parlare pubblicamente dello spionaggio economico cinese, nel 2012, il Direttore della National Security Agency (NSA) Keith Alexander lo definisce “il più grande trasferimento di ricchezza nella storia”. L’FBI dichiara di aver intercettato un numero ingente di email e messaggi tra agenti cinesi, il cui contenuto sarebbe in grado di fornire un’immagine incredibilmente dettagliata del funzionamento interno di una loro operazione di spionaggio. Nonostante l’evidenza delle segnalazioni dell’Intelligence la Cina nega. Presumibilmente guidata da interessi economici, l’industria americana dichiara di non volere l’intervento del Governo, preoccupata che una qualsiasi azione limitativa possa danneggiare il business, sottovalutandone però i rischi di sicurezza per il paese. I furti hanno infatti interessato gran parte dell’industria militare statunitense. Alcune fonti, tra cui lo stesso Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, avevano denunciato già negli anni nel 2012 un’ampia operazione di spionaggio ad opera di hacker informatici cinesi ai danni dell’industria militare, con la missione di sottrarre i dettagli della progettazione di pezzi meccanici utilizzati negli arsenali americani, dai caccia ai veicoli terrestri, ai robot, individuando come mandante delle azioni il China’s Ministry of State Security.

I rapporti tra Google e Huawei

Una prova ancora più evidente di quanto sia avanzata la campagna anti-huawei è la reazione del Congresso alla volontà di Google di sviluppare un motore di ricerca per il mercato cinese, una notizia non accolta bene da Washington che ha ufficialmente  aperto un’inchiesta per accertare i legami tra l’azienda ‘di casa’ e l’azienda cinese. Nelle recenti interrogazioni apparse sui media nazionali statunitensi alcuni membri del Congresso rivolgono al CEO di Google Sundar Pinchai domande pressanti sul funzionamento dei dispositivi di posizionamento di Google, mostrando il timore che la privacy sui dati degli utenti possa essere  violata, dimostrando una preoccupazione eccessiva e una leggera vena ‘naive’ . Ma tornando a Huawei, alcuni esponenti politici americani, lo scorso giugno, in una lettera inviata allo stesso Pinchai, firmata dai Senatori Repubblicani Tom Cotton e Marco Rubio, dai Rappresentati del Partito Repubblicano Michael Conaway e Liz Cheney, e da Dutch Ruppersberg, Rappresentante del Partito Democratico, lamentavano la scarsa considerazione di alcune grandi aziende nazionali nei confronti della minaccia cinese, intimando a Google di riconsiderare i rapporti con l’azienda cinese. I senatori hanno manifestato una forte insofferenza per la scelta di Google di non rinnovare con gli USA il contratto di Project Maven, l’intelligenza artificiale applicata ai droni militari, sostenendo a tal proposito la necessità di avviare un’indagine per esaminare i rapporti tra il colosso cinese e Google, accusata di essere in qualche modo ‘partigiana’. Priorità nazionale dunque evitare che le aziende cinesi possano ricoprire una posizione di potere sulle reti di telecomunicazione americane o sui dispositivi militari del futuro, esercitando un qualsiasi controllo su infrastrutture sensibili.

Conclusioni

La guerra commerciale contro la Cina scatenata da Trump, con l’appoggio del Congresso e del Dipartimento della Difesa, ha di fatto rimesso in discussione anche la questione della cyber-sicurezza, con toni decisamente più aspri dell’approccio distensivo tenuto da Obama, e verso obiettivi su cui difficilmente questa amministrazione potrà soprassedere. Definendo quella cinese come una delle più vaste campagne di spionaggio e di interferenza straniera mai rilevata, gli USA hanno così determinato l’ambito della minaccia cinese – menzionato nella National Security Strategy – come un pericoloso caso di ingerenza-interferenza negli affari economici americani attraverso un ampio sistema di furto tecnologico che rivela molto anche degli obiettivi strategici delle due cyber potenze.

L’accusa che oggi molti governi occidentali muovono a Pechino è di essere diventata una delle economie più avanzate del mondo in gran parte attraverso il furto della proprietà intellettuale di altri paesi, con la delocalizzazione del settore R&D e la condivisione forzata dei brevetti. Le attività di cyber-spionaggio industriale sarebbero la parte nascosta di questa azione, volta principalmente a carpire i segreti dell’industria militare americana e occidentale, tra gli aspetti più sensibili di violazione alla sicurezza nazionale. La Germania che ha fatto per anni affari con Pechino, oggi dichiara che probabilmente non accetterà Huawei nella prossima gara per l’assegnazione dello sviluppo della tecnologia 5G su cui l’azienda cinese era precedentemente data per favorita. Il più grande fornitore di reti mobili del Regno Unito ha annunciato che avrebbe smesso di fabbricare prodotti cinesi pochi giorni dopo l’arresto di Meng. Gli Stati Uniti, l’Australia e la Nuova Zelanda hanno già dichiarato di non voler utilizzare le apparecchiature Huawei per le reti mobili di prossima generazione. E l’Italia, come si prepara ad affrontare la sfida?

 

 

Morfologia dell’assistenza cinese allo sviluppo per l’Africa

Da un punto di vista terminologico, i programmi di sviluppo promossi dalla Cina sono identificabili più come una forma di cooperazione, piuttosto che come un’assistenza: quest’ultima delinea una condizione nella quale inevitabilmente viene ad instaurarsi un rapporto di subalternità tra un donatore e un beneficiario. Al contrario, e in linea con il principio della south-south cooperation, Pechino si propone di offrire al continente africano l’opportunità di conseguire lo sviluppo e di crescere autonomamente mettendo a frutto quelle potenzialità che il Dragone, forse prima dell’Occidente, ha colto in anticipo e in modo lungimirante.

Morfologia dell’assistenza cinese allo sviluppo per l’Africa - Geopolitica.info The Straits Times

Non si instaurerebbe, quindi, un rapporto di natura gerarchica tra la Cina e l’Africa ma una relazione di cooperazione su basi e condizioni di equità. Sono emblematiche a tal proposito le parole pronunciate dal Presidente cinese Hu Jintao in occasione del 4° Forum di Cooperazione sino-africana (2006) a Pechino : «The different civilisations can learn from each other through communication so as to enrich and develop themselves respectively in this way».
L’aiuto allo sviluppo offerto dalla Cina non si sostanzia in donazioni unilaterali verso il continente africano, ma in un supporto fornito all’Africa attraverso l’apertura di canali commerciali, risorse ed investimenti diretti che la Cina impiega per progetti da realizzarsi sul continente.

La natura degli aiuti finanziari offerti dalla Cina è inoltre difficilmente riconducibile alla tradizionale definizione di Official Development Aid (ODA), fornita dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE).
Gli ODA sono definiti come un flusso di finanziamenti ufficiali concessi a Paesi o territori o ad organizzazioni multilaterali, enti governativi statali, locali o agenzie istituzionali di altro tipo. Essi hanno come scopo principale quello di promuovere lo sviluppo economico e il benessere dei Paesi in via di sviluppo e si caratterizzano per offrire condizioni di prestito agevolate rispetto a quelle di mercato (es. tassi di interesse particolarmente bassi).
Sono esclusi da questa definizione i prestiti concessi da parte di agenzie di credito con lo scopo di favorire le esportazioni, oltre che le risorse stanziate per l’aiuto militare, comprese quelle per le operazioni di peacekeeping.
A questi si aggiungono poi gli Other Official Flows (OOF), definiti come quel flusso stanziato da parte di enti governativi per scopi diversi da quelli inerenti lo sviluppo del Paese.

Diversamente, l’assistenza cinese, svincolata da condizionalità politiche ed economiche verso i paesi beneficiari, prevede donazioni, prestiti senza interesse e prestiti a condizioni agevolate, che comportano un abbuono di interesse e riduzioni del debito. Spesso la restituzione del prestito è legata all’esportazione di prodotti locali come nel caso dell’Angola, per la quale i prestiti cinesi sono subordinati all’offerta di greggio.

Le prime due forme di finanziamento sono gestite dal Ministero del commercio; mentre l’ultimo viene trasferito direttamente dalla China EXIMBank – sulla base delle indicazioni fornite dal governo cinese – al governo del Paese beneficiario.
Molto spesso poi negli aiuti per l’estero la Cina include anche spese militari o borse di studio per la formazione tecnica, o ancora, sovvenzioni alle imprese cinesi che operano all’estero.

Data la natura di questi strumenti di assistenza è logico ritenere che buona parte degli strumenti usati dalla Cina sono classificabili più come OOF anziché come ODA.

Ispirandosi alla propria esperienza di crescita conseguita nel corso degli ultimi trent’anni, Pechino sembra seguire un modello di sviluppo particolarmente attento alle componenti economiche di un Paese. Tra i principali settori per cui la Cina fornisce assistenza all’Africa, vi sono infatti quello infrastrutturale, agricolo, industriale e dell’assistenza umanitaria; mancano invece programmi relativi allo sviluppo politico ed istituzionale dei Paesi africani, dato il principio di non interferenza, cardine della politica estera cinese, che indurrebbe Pechino a non intervenire nell’impianto politico di un Paese.

Le grandi opere infrastrutturali hanno una rilevanza notevole per Pechino, che dal 2000 ad oggi continua ad investire moltissimo in questo settore, riuscendo così a guadagnare la fiducia e la stima da parte delle popolazioni africane. In un trend riportato dal network di ricerca Afrobarometer risulta che per il 48% della popolazione africana, il fattore che contribuisce maggiormente a rendere positiva l’immagine della Cina nel continente siano proprio gli investimenti nelle infrastrutture; e nel complesso il 56% dei Paesi africani si dice soddisfatto dell’assistenza fornita dalla Cina.

Non va dimenticato, infine, che la crescita del continente africano può rivelarsi una carta fondamentale per una potenza economica come la Cina, che necessita di soddisfare una crescente domanda interna di beni e materie prime.
In tal senso, il settore commerciale (utile a garantire le importazioni dei beni e delle materie prime necessarie al fabbisogno interno), quello agricolo (vitale per compensare la carenza di campi coltivabili di cui la Cina non dispone più per via dell’eccessiva urbanizzazione) e infine, ma soprattutto, il settore energetico, costituiscono tutt’ora dei punti fondamentali nell’agenda politica di Pechino per lo sviluppo dell’Africa.

Tradizione e modernità nel pensiero politico della Cina Contemporanea: l’eredità tardo-imperiale e l’incontro con l’Occidente

L’ordine cinese, a metà ottocento non resse l’impatto con un sistema eurocentrico di stati-nazione. Con il crollo dell’ultima dinastia imperiale (1911), la Cina conobbe un fase di forte frammentazione interna. Sposando le teorie Marxiste uscì paradossalmente dall’isolamento internazionale ed entrò nell’era moderna, in cui l’Occidente tecnicamente avanzato, aveva fondato un ordine mondiale sul primato del potere statale, della diplomazia e della difesa dei propri confini.

Tradizione e modernità nel pensiero politico della Cina Contemporanea: l’eredità tardo-imperiale e l’incontro con l’Occidente - Geopolitica.info

 

     ↓      Scarica il dossier a cura di Federica Santoro

 

 

In questo ordine, l’Impero di Centro cinese, ha necessità di trovare una sua collocazione storica prima che politica. E’ impossibile leggere la storia cinese moderna, che comprende l’esperimento rivoluzionario di Mao, escludendo la parentesi repubblicana che seguì all’incontro con l’Occidente. Basandoci sulle teorie classiche ogni cosa è portata a seguire una “relazione di tipo armonico” yin-yang. Aprendosi alla contaminazione delle idee di rinnovamento sociale esposte dal Marxismo, la Rivoluzione Culturale Cinese cancellò la sua lunghissima storia imperiale per poter rientrare nella “Storia” con la S maiuscola, in adesione, a quello che era ormai ritenuto il corso universale del progresso sociale. Lo shock susseguito alla colonizzazione occidentale era stato tale da prevedere un ripensamento identitario e una chiusura. Nel periodo storico che seguì al 1949, i concetti di tradizione e modernità furono ampiamente sostituiti nel dibattito politico dall’unico termine: Rivoluzione. La Cina oggi ha ancora bisogno delle categorie del paradigma rivoluzionario per essere interpretata? La risposta è probabilmente no. Una risposta che sembrerebbe quasi scontata ma che per molti analisti oggi ancora non lo è.

E’ possibile identificare una forte volontà politica cinese di ricucire un rapporto tra passato e presente della Cina, tanto nei discorsi quanto nella pragmatica politica di Xi per il quale il “grande passato imperiale” e il “grande futuro” che spetta alla Cina moderna oggi è ‘possibile’. Non lo era ai tempi di Deng quando la Cina aveva appena cominciato la sua pacifica ascesa, e la sua apertura al resto del mondo nell’ottica di trasformare la relazione di alterità con l’Occidente. Nella formulazione della Teoria dei Tre Mondi di Deng, la Cina sosteneva l’unione del secondo e del terzo mondo in funzione anticapitalistica. Ma sbaglieremmo qui a pensare che allora la Cina di Deng fosse ancora ispirata ai principi rivoluzionari. Quello che ho inteso sottolineare fin dall’inizio di questa analisi è la necessità, per comprendere il mondo cinese contemporaneo, di sciogliere le categorie deterministiche di capitale e lavoro per interpretarne modernità e la direzione politica in chiave rinnovata.  Ne è un esempio la narrativa di Xi, che persegue l’ideale nazional-patriottico promosso dalle classi intellettuali dirigenti della sua fazione nel Partito, fissando nel superamento della povertà il riscatto delle classi povere e rurali, perseguendo l’accentramento del potere, una più rigida presenza dell’apparato di controllo e di propaganda statale, unitamente ad una strenua lotta alla corruzione. Obiettivi che hanno di fatto concesso una libertà di azione al Presidente, oggi a capo di quasi ogni organo politico cinese, quasi totale.

Quello a cui stiamo assistendo è l’espressione più completa di quel socialismo con caratteristiche cinesi, di origine denghiana, – concetto probabilmente formulato a partire dalla necessità dei cinesi stessi di essere compresi e meglio raccontati dagli occidentali – come via cinese alla modernità, caratterizzata da una sostanziale stabilità politica, con il potere nelle mani di un unico Partito il PCC cui espressione diretta è il Congresso, (ufficialmente il più importante organo politico), e dall’apertura all’Occidente. Non è questa la sede per valutare se in ciò risieda una minaccia all’ordine occidentale attuale oppure no. Certo, è sotto gli occhi di tutti, analisti, operatori del mercato, governi e comuni cittadini, come la forte presenza cinese in termini di hard power economico stia trasformando alcune delle alleanze più consolidate. Oggi la Cina è un Paese moderno e tradizionale allo stesso tempo che bussa alla nostra porta e al quale dovremmo presto imparare a rispondere, con o senza l’aiuto di Marx.

 

     ↓      Scarica il dossier a cura di Federica Santoro