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L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione.

L’Italia, rimasta indietro nella competizione economica con gli altri paesi UE sugli investimenti cinesi, si sta lanciando nella dubbia impresa di recuperare questo gap. La firma degli accordi relativi al memorandum di intesa oggetto della visita di questi giorni di Xi Jinping potrebbe aprire la strada ad una collaborazione lastricata d’oro per la classe politica ed imprenditoriale italiana, ma, nonostante le aspettative, avere conseguenze difficili da prevedere.

L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione. - Geopolitica.info

L’ultimo accordo, sulla scia dal Memorandum of Understanding fra Cina e Italia, è quello siglato martedì al Maxxi di Roma, quasi in parallelo all’arrivo di Xi Jinping, tra Sole 24 Ore e Economic Daily Group, su almeno 30 collaborazioni per lo sviluppo di prodotti editoriali rivolti alle imprese italiane e cinesi. Accanto a questo accordo la firma di un memorandum tra Class Editori e l’agenzia di stampa Xinhua News Agency. I due colossi dell’informazione cinese che contano più di 100 milioni di follower sull’account New China e 180 istituti all’estero sono la voce del Partito Comunista nel mondo.

La Cina arriverà anche in tv grazie ad un accordo tra China Media Group e Mediaset attraverso il lancio della versione italiana dei “Classici citati da Xi”, prodotta da CMG che fa capo al Dipartimento di Pubbliche Relazioni guidato dal Partito Comunista Cinese. Si tratta di una serie di video in cui il Presidente Xi Jinping legge e cita i classici cinesi e offre spiegazioni sulla società e la cultura contemporanee cinesi. Una versione per il pubblico italiano che andrà in onda su Class Editori e TgCom24 di Mediaset.

Il vicecapo redattore di China Daily, Sun Shangwu ha ricordato che “l’Italia diventerà il primo paese G7 a entrare nella Nuova Via della Seta”. La collaborazione tra Italia e Cina nel settore dell’informazione perciò sarà fondamentale e svolgerà ruolo di “ponte” dell’iniziativa della Belt and Road verso il resto d’Europa.

Presente all’evento anche l’ambasciatore Li Ruiyu, che ha ribadito  il  messaggio auspicando una sempre maggiore cooperazione tra Italia e Cina per espandere l’influenza del modello cinese nei rapporti internazionali e nei consessi multilaterali.

Opportunità ma anche rischi

Nelle aziende che hanno sottoscritto questi memorandum, giornalisti e editori dovranno interfacciarsi con l’apparato di propaganda del PCC per produrre contenuti e notizie. L’esposizione dei network alla cautela e a forme di auto censura è solo un’ipotesi che però non va sottovalutata. Una cooperazione fra media italiani e cinesi potrebbe rivelarsi in certe occasioni anche un limite alla nostra libertà di informazione. Sebbene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vito Crimi abbia rassicurato su questo, il livello di libertà di parola concesso in Cina viola i principi base su cui il nostro ordinamento democratico si fonda.

Nulla di nuovo. Da anni molte organizzazioni internazionali denunciano le violazioni di queste libertà in Cina, la stessa Unione Europea avrà in agenda la difesa dei diritti delle minoranze cinesi, su cui Pechino esercita un forte controllo politico. al meeting Europa – Cina di Aprile. Come non è nuova la pratica di bandire i giornalisti occidentali scomodi e indesiderati dal Paese.

Per anni l’approccio cinese ai mezzi di comunicazione occidentali è stato prettamente difensivo ma da poco più di un decennio un sistema molto più pragmatico cerca spazio nella rete del mainstream globale dell’informazione. L’apertura della sede britannica della China Global Television Network CGTN, a Londra è forse uno dei casi più eclatanti di questa volontà di espansione dei media maturata sotto la leadership di Xi Jinping a partire dal 2016.

Alla narrativa cinese dell’apertura e del mutuo vantaggio, “leitmotiv” della cooperazione sul modello win-win del “socialismo con caratteristiche cinesi” di Xi Jinping. l’Italia sta dando ampio credito con questi accordi.

La cooperazione tra media italiani e media cinesi getta le basi per uno strettissimo rapporto tra i due paesi. Tanto stretto che seppure apparentemente lastricato d’oro si trova esposto al rischio di vedere intrecciarsi, interessi politici, economici e strategici sulla via della seta da Roma a Pechino.

Veniamo infine al resto del MoU. Di progetti lanciati ce ne sono diversi, ancora prima della firma di questo memorandum che ha e avrà sicuramente per l’Italia una valenza politica. Non va dimenticato, infatti, che uno degli obiettivi dell’Intesa potrebbe essere la cooperazione con l’Africa, in tre direzioni: la gestione del flusso migratorio, la disponibilità di accesso a nuovi mercati per le nostre imprese, nonché iniziative di sviluppo economico congiunto assieme ai Paesi africani. Nella visione del Sottosegretario Geraci, la cooperazione con la Cina potrà aiutare l’Italia ad arginare l’immigrazione illegale dall’Africa e offrire così sostegno concreto a politiche di sicurezza nell’area.

In ambito nazionale, i progetti i più discussi sono certamente quelli che riguardano le vie di comunicazione marittime, i porti che potrebbero potenzialmente fungere da accesso all’Europa delle merci cinesi e viceversa. Molto si è detto tirando spesso ad indovinare su quali e quanti sarebbero stati i porti scelti come approdo italiano alle vie della seta. Non è mai emersa infatti una chiara direzione degli investimenti cinesi verso un solo scalo. Presumibilmente non ci saranno investimenti faraonici in una grande opera ma una serie di finanziamenti mirati ad allacciare la viabilità tra i diversi paesi europei o balcanici che avranno firmato i MoU con la Cina. Un esempio in questa direzione è il caso di Venezia che già dallo scorso novembre, aveva ottenuto un investimento dalla Cosco Shipping Company per attivare un collegamento tra il Pireo e il terminal Vecon, accordo finalizzato a febbraio tra il presidente dell’autorità portuale del Nord Adriatico, Pino Musolino, e il CEO dell’autorità portuale del Pireo, Fu Chengqiu. Credo che dovremo abituarci a questo tipo di accordi. Su Trieste, ancora ieri Zeno D’Agostino, a capo dell’autorità di Trieste, si dichiarava disposto ad accettare anche finanziamenti americani, qualora questi dovessero bussare alla sua porta.

Quelli che vediamo oggi sono i risultati dell’intesa tra il governo di Xi Jinping e quello di Conte, come effetti della neo-costituita Task Force Cina voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Il rafforzamento della cooperazione Italia-Cina e l’evoluzione degli accordi delle ultime ore, sono il risultato della loro politica di apertura cinese. Operato che si era posto in linea di continuità con i governi precedenti: già Gentiloni nel 2017 era stato l’unico leader del G7 a partecipare al vertice BRI organizzato da Xi Jinping a Pechino. Ottimi rapporti con l’élite politica cinese intercorrevano anche con Matteo Renzi che più volte è stato invitato in Cina a titolo personale.

Oggi assistiamo ad una evoluzione, molto accelerata certamente dalla figura di Michele Geraci, ma non così inaspettata dei legami tra Roma e Pechino. Da un punto di vista prettamente geopolitico la centralità italiana nel Mediterraneo ne fa uno snodo naturale delle vie della seta ma agire isolata dall’Europa mette l’Italia in una condizione non sostenibile. Inoltre, rappresenta il preludio al sostegno incondizionato verso la politica estera di Pechino. In questa delicata situazione l’Italia non dovrebbe sottovalutare l’impostazione tuttavia autoritaria del suo governo.

Il rischio quindi è che la firma del Memorandum possa autorizzare il sistema economico italiano o parte del suo sistema-paese a sottoscrivere accordi e collaborazioni senza vagliare politicamente la natura degli interlocutori con cui si confronta, diventando una sorta di lascia-passare pericoloso per la Cina in Italia.

L’Italia, la Cina e il commercio globale: intervista a Luigi Bidoia

Il governo giallo-verde ha dimostrato sin dall’inizio del suo mandato di voler rafforzare la cooperazione con la Repubblica Popolare Cinese nell’ambito, in particolare, della Belt and Road Initiative (BRI), l’imponente progetto infrastrutturale varato nel 2013. Le visite in Cina del Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, del Sottosegretario allo Sviluppo Economico, Michele Geraci e del Vice-Premier Luigi DI Maio hanno confermato tale proposito. Pur non essendo riuscito a firmarlo  entro il 2018, nell’ambito della BRI, l’Esecutivo italiano sembrerebbe intenzionato a voler raggiungere un protocollo d’intesa in occasione della visita del Presidente Xi Jinping, arrivato oggi in Italia.

L’Italia, la Cina e il commercio globale: intervista a Luigi Bidoia - Geopolitica.info

Se tale intesa sarà raggiunta l’Italia diventerebbe il primo paese membro del G7 a farlo.  In merito alle prospettive future della cooperazione tra Italia e Cina abbiamo intervistato Luigi Bidoia, Economista Industriale, Data Scientist e  Intraprenditore.

Dottor Bidoia, quali pensa siano le prospettive del commercio globale, dato l’attuale contesto di incertezza economica e il rallentamento dell’economia cinese: si è già verificato una riduzione degli scambi commerciali mondiali?

Per raccontare quello che sta accadendo oggi forse è opportuno fare una piccola digressione sull’evoluzione del commercio mondiale. Dall’inizio del nuovo millennio fino alla Grande Recessione gli scambi internazionali hanno sperimentato una cresciuta sostenuta. Si pensi, che tra il 2000 e il 2007 il valore dei flussi commerciali è più che raddoppiato (+138%). Un driver fondamentale di questa dinamica è stato sicuramente l’entrata nel WTO della Cina, nel dicembre 2001, che ha provocato uno shift epocale nella struttura del commercio internazionale. La Grande Recessione ha segnato una decisa inversione di rotta, ma dopo il recupero dei livelli di scambio pre-crisi, avvenuto solo nella seconda metà del 2010, si è assistito ad una dinamica caratterizzata da quelli che potremmo definire “mini cicli” congiunturali, che proseguono tuttora. È il caso, ad esempio, della contrazione di breve termine dei flussi di scambio a seguito della crisi dei debiti sovrani, oppure del rallentamento del 2016 a causa dell’incertezza politica (Brexit, elezione di Trump) e del peggioramento delle condizioni economico-finanziarie dei mercati emergenti; fino ad arrivare alla sostanziale stabilità che ha caratterizzato il 2018. Nell’attuale congiuntura, la Brexit e la guerra commerciale Usa-Cina hanno generato un clima di incertezza economica senza precedenti. A questa incertezza si è aggiunto la minor crescita dell’economia cinese. Il risultato complessivo è stato il rallentamento del ritmo di crescita degli scambi internazionale a cui si è assistito. Qualora nei prossimi mesi la trattativa in atto tra Stati Uniti e Cina portasse ad un superamento dell’attuale guerra commerciale, allora potrebbe venir meno un fattore importante dell’attuale fase di rallentamento. Abbiamo, perciò, buone ragioni per credere che dalla seconda metà del 2019 il commercio mondiale possa, almeno in parte, recuperare.

I cicli del commercio internazionale

 

Nel settembre 2018 l’Amministrazione americana ha imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi a cui è seguita la rappresaglia cinese. Durante l’incontro di Buenos Aires tra Trump e Xi Jiping l’innalzamento del dazio al 25%, previsto per gennaio 2019, è stato scongiurato dal raggiungimento di una tregua. Le parti hanno già raggiunto un accordo per una proroga della scadenza e si dicono disponibili al dialogo. Quali sono, a suo giudizio, le ripercussioni per l’Italia dello scontro tra due superpotenze come Usa e Cina?

All’origine del deficit commerciale americano con la Cina vi è una forte complementarietà in termini di specializzazione produttiva delle due economie; il video proposto consente di evidenziare bene tale struttura.

Perseguire una strategia tariffaria, perciò, imporrebbe costi significativi su entrambe le economie. L’analisi dei flussi commerciali degli ultimi 6 mesi mostra in modo evidente come di per sé l’imposizione tariffaria si sia rivelata uno strumento inefficace per ridurre il deficit commerciale americano verso la Cina, che in realtà nel corso del 2018 è cresciuto ulteriormente raggiungendo la quota di 413 miliardi di $.  Il deficit commerciale è pari alla differenza tra le importazioni e le esportazioni tra i flussi di beni e servizi tra i due Paesi, e se le importazioni cinesi hanno mostrato nel corso del 2018 una crescita lenta sul mercato americano, la performance delle esportazioni americane sul mercato asiatico ha subito un significativo peggioramento. Lo strumento delle tariffe, sostanzialmente, si è esplicitato in una mera minaccia per entrambe le economie coinvolte, oltre che per l’intera economia mondiale. Sul fronte orientale, infatti, l’attività manifatturiera cinese ha dato segnali di rallentamento, mentre, sul fronte occidentale, i produttori agricoli statunitensi sono stati duramente colpiti dalla guerra commerciale. Allo stesso tempo, bisogna però evidenziare come lo strumento tariffario abbia giocato un ruolo di primaria importanza nella relazione tra le due economie. Esso ha rappresentato, di fatto, il mezzo attraverso il quale Cina e Stati Uniti hanno ritrovato le basi per un dialogo bilaterale. Se questo dialogo dovesse essere infruttuoso e lo scontro diventasse frontale, le ripercussioni per il nostro Paese non sarebbero meramente commerciali, ma di carattere più squisitamente politico. Il Belpaese si troverebbe, infatti, a scegliere tra un alleato storico come l’America e le opportunità offerte dalla politica di apertura cinese, all’interno di una già frammentata Europa.

In questo contesto qual è lo stato delle relazioni commerciali tra Italia e Cina e quali sono i punti di forza e di debolezza dell’export italiano?

Al crescente ruolo assunto dalla Cina sul panorama internazionale, il sistema industriale italiano ha saputo rispondere attraverso una specializzazione produttiva verticale. Tra i due sistemi economici è, infatti, esistita una complementarietà nelle strutture produttive e nei prodotti scambiati. L’Italia ha conquistato quote di mercato attraverso la differenziazione verso fasce premium-price, la Cina, invece, ha sfruttato i significativi vantaggi di costo come driver della penetrazione sui mercati esteri.  Tuttavia, oggi la Cina si sta riposizionando verso prodotti knowledge-intensive e questo pone delle sfide rilevanti: affinché l’Italia possa difendere gli spazi di mercato conquistati è necessario attuare una rinnovata politica di sviluppo che tenga conto delle nuove dinamiche dell’economia cinese. I dati del Sistema Informativo Ulisse permettono di segnalare chiaramente come le esportazioni cinesi verso l’Europa e versi gli Stati Uniti si siano gradualmente ricollocate verso fasce di mercato maggiormente premianti. L’obiettivo per le imprese italiane, perciò, a mio avviso è quello di adottare una strategia di differenziazione ulteriore, che possa distinguere i nostri prodotti dai competitor, naturalmente in questo quadro diventa di primaria importanza lo strumento dell’innovazione.

Export cinese verso USA Export cinese verso UE

Si ringraziano Francesco Lomonaco e Marzia Moccia per il contributo all’elaborazione dei dati.
 

Ricerca e sviluppo delle tecnologie quantistiche

Sia nella sfera civile che militare, l’innovazione tecnologica è un obiettivo politico estremamente importante per i governi dalle economie più avanzate e per i paesi come Stati Uniti, Israele, Cina e paesi dell’Europa occidentale impegnati nella ricerca e nei quali molte tecnologie emergenti sono ancora in fase di sviluppo e test. L’impiego “dual use” di macchine con capacità quantiche nei settori dell’industria, comunicazione, sanità, energetico, economico e sicurezza permetterà di raggiungere la supremazia nello spazio dell’informazione sui competitor internazionali.

Ricerca e sviluppo delle tecnologie quantistiche - Geopolitica.info ANSA

L’integrazione tecnologica civile – militare

L’aspetto militare dell’innovazione tecnologica è cruciale nonostante non siano state ancora completamente integrate nelle forze armate. Tra i principali attori la Cina è impegnata nel colmare il divario con l’Occidente, fornendo il massimo sostegno normativo e finanziario alle industrie nazionali per farle progredire nelle tecnologie competitive in settori chiave come il calcolo quantico, robotica, A.I., tecnologia spaziale, armi ipersoniche ed a energia diretta. Alle imprese straniere che vogliono entrare nel mercato interno la Cina ha imposto degli obblighi come la conservazione dei dati e la limitazione delle vendite di I.C.T. estere. Il programma spaziale cinese è stato reso possibile grazie alla cooperazione con le organizzazioni europee e l’Agenzia Spaziale Europea. Sono state incrementate le capacità di sorveglianza, counterspace, difesa missilistica e jammer satellitare per mezzo della serie di satelliti Yaogan (impiegati per l’imaging satellitare) e del sistema di navigazione Beidou (l’equivalente del GPS statutinetense e GALILEO europeo).

La Cina ha ottenuto e reso operativi sistemi integrati per un monitoraggio intelligente di allarme precoce, mirato a migliorare le capacità di ricognizione, sorveglianza ed intelligence. Sul piano informatico sviluppare tecnologie quantiche permetterà ai governi ed alle big company informatiche di accrescere le potenzialità di gestione nel cyberspazio soprattutto in materia di sicurezza. Grazie alla crittografia quantica sarà possibile garantire l’impenetrabilità dei sistemi informatici. Per risparmiare in ricerca e sviluppo, cinesi e russi attraverso attacchi informatici nei confronti delle reti governative, dei server delle società, delle università ed istituti di ricerca hanno beneficiato delle tecnologie e proprietà intellettuali delle stesse. L’ U.E. per sfruttare e proteggere i propri vantaggi strategici nel settore ha istituito la Joint European Disruptive Initiative (JEDI), per riportare l’Europa alla pari con gli Stati Uniti e la Cina nelle tecnologie rivoluzionarie.

 

L’impatto del mercato digitale

Nel 2018 il numero dei dispositivi connessi al worldwide nel mondo è salito a 17 miliardi di cui 7 miliardi sono dispositivi IoT (Internet of Things). Il numero dei dispositivi connessi con IoT è stimato a crescere in modo esponenziale fino a raggiungere i 22 miliardi entro il 2025. L’utilizzo della BlockChain, la crescita delle intelligenze artificiali e l’IoT porteranno ad un maggiore impiego dei device connessi introducendo novità in vari settori imprenditoriali, nei programmi di analisi dei dati e servizi personalizzati. I sistemi di connessione riguardano le WLAN (Wireless Local Area Network), le LPWAN (Low-power Wide Area Networks), l’ M2M (Machine to machiMe in generale ci si riferisce a tecnologie ed applicazioni di telemetria e telematica che utilizzano le reti wireless) ed il 5G (standard che assicura una elevata velocità di download ed upload e che permette di far interagire i dispositivi IoT).

Lo sviluppo dei software e delle piattaforme cloud continueranno così come per i sistemi di raccolta e analisi dei big data. In generale il mercato IoT crescerà così come il valore di hardware, software, systems integration, servizi dati e cloud computing. Secondo uno studio, in tre anni il valore del mercato europeo dei dispositivi IoT aumenterà arrivando a toccare entro il 2020 quota 80 miliardi di euro. In Italia il mercato è  destinato ad aumentare grazie ad una serie di misure istituzionali per il passaggio all’industria 4.0 da parte delle aziende.

 

Il primato sulle tecnologie quantistiche

Le leggi della meccanica quantistica descrivono un mondo dove tutto è probabilistico nell’universo microscopico della materia. I princìpi della fisica quantistica  scoperti nella prima metà del ‘900 da Plank, Bohr, Feynman e Einstein hanno costituito la base per la prima rivoluzione quantistica, che nella seconda metà del secolo ha determinato le nuove regole che presiedono la realtà fisica. La seconda rivoluzione quantistica utilizzerà queste regole per sviluppare la tecnologia quantistica dell’informazione, sistemi elettromeccanici quantistici, elettronica quantistica coerente, ottica quantistica e la tecnologia di materia coerente. Le particolarità della fisica quantistica saranno  usate ed ingegnerizzate per costruire nuovi dispositivi dalle prestazioni enormemente più grandi delle attuali.

Nel piano europeo, sulla base degli obiettivi indicati dalla Commissione Europea nel documento “Quantum Manifesto: A new Era of Technology” si è scelto di investire in progetti di ricerca per proporre un’agenda strategica.  Negli USA, IBM, Microsoft, Intel e Google stanno puntando sul calcolo quantistico e della possibile realizzazione del “supremacy chip”, il primo chip quantistico che realizzerà calcoli complessi.

L’applicazione della quantistica, così come  avvenne con il piano dell’atomica grazie agli studi e ricerche degli scienziati Hoppenheimer, Teller e Fermi, quest’ultimo collega di Majorana all’istituto di fisica di Via Panisperna dove fu condotto il primo esperimento nucleare, produrrà forti mutamenti globali. La scienza e la tecnica hanno sempre influenzato il corso della storia e continueranno ad avere un ruolo di primo piano negli equilibri internazionali, interessi geopolitici e nell’evoluzione della specie umana.

La Third Offset Strategy statunitense e l’Europa: una sfida sistemica per la NATO?

Con il crollo definitivo dell’Unione Sovietica nel 1991 Francis Fukuyama arrivò a parlare di fine della storia: gli Stati Uniti avevano vinto, il modello produttivo capitalistico americano si affermava inesorabilmente in tutto il mondo e il primato tecnologico militare statunitense sembrava incolmabile.  

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Tuttavia all’interno del Pentagono, già a metà anni ‘90, cominciarono a prospettarsi dei possibili scenari internazionali  in cui paesi emergenti  come la Cina avrebbero potuto assumere il ruolo di futuri competitor degli USA.  La guerra al terrore successiva all’11 settembre ha però comportato l’impiego di ingenti risorse economiche e la ridefinizione dei target prioritari delle amministrazioni e delle forze armate americane.

Tutto ciò ha fatto sì che, mentre gli USA erano impegnati in operazioni di stabilizzazione in Medio Oriente, paesi come Cina e Russia  abbiano investito in enormi programmi di modernizzazione, tanto da mettere in discussione il vantaggio tecnologico-militare statunitense.

In questa traiettoria si inserisce la Third Offset Strategy (3 OS) del Pentagono, ovvero un insieme di politiche miranti  a produrre nuovi concetti operativi e innovazioni tecnologiche per garantire la superiorità  statunitense rispetto ai propri avversari; a tutto ciò deve aggiungersi  la necessità di Washington di mantenere la proiezione convenzionale globale del potere.
Lo sviluppo di una 3 OS muove principalmente dall’intenzione statunitense di rivolgere la propria attenzione nell’Asia-Pacifico e dalle sfide tecnologiche e operative che questa regione pone in essere.

Gli USA e la sfida cinese

Uno dei principali motivi di preoccupazione è stato, infatti, lo sviluppo di capacità cinesi Anti-Access/Area-Denial (A2/AD). Il concetto di Anti-Access/Area-denial fa riferimento all’idea di utilizzare una serie di strati difensivi di vario genere per proteggere la dimensione terrestre, aerea e marittima, così da precludere l’avanzamento delle truppe nemiche.

Vengono, infatti, messe a rischio le basi regionali statunitensi nel Western Pacific Theatre of Operations, soprattutto lungo la “prima catena di isole”, cioè lo spazio geografico che separa la Cina dalle isole Kurili attraverso le Filippine settentrionali fino al Borneo. Tuttavia, la portata della minaccia di Pechino si estende anche nello spazio esterno. Il test molto pubblicizzato del 2007, nel quale è stato abbattuto un satellite meteorologico a 865 km di altitudine, ha dimostrato la capacità della Cina di distruggere satelliti in bassa orbita terrestre. Risulta lampante che le capacità A2/AD della Cina potrebbero minacciare non solo gli alleati regionali e le basi vicine degli Stati Uniti, ma anche intaccare alcune delle fondamenta più profonde della proiezione di potenza globale degli Stati Uniti.

A questo punto è importante chiedersi quali dei concetti operativi e quali tecnologie al centro della 3 OS potranno essere utili nel contesto delle sfide che i partner europei della NATO devono affrontare nel loro orizzonte strategico.

Il contesto europeo

Le precedenti ondate di innovazione militare statunitense sono state caratterizzate da un’intensa attività per convogliare tecnologie all’avanguardia nelle forze armate dei principali alleati europei dell’America. Ciò è stato facilitato dal fatto che statunitensi ed europei avevano una percezione simile sull’importanza della minaccia sovietica e sulla necessità di utilizzare il potere militare per farvi fronte. In altre parole, le basi politiche, strategiche e tecnologiche della coesione transatlantica sono andate di pari passo sotto l’egida americana. Ne consegue che il relativo disinteresse dell’Europa negli sviluppi della regione Asia-Pacifico  possa rappresentare una sfida sistemica per la coesione della NATO.

L’idea di operare in contesti strategici accessibili continua a permeare l’atteggiamento europeo nei confronti delle proprie politiche di difesa. Tuttavia, lo sviluppo di capacità A2/AD da parte di diversi attori sembra sfidare proprio questa ipotesi, sia nel contesto della difesa e della deterrenza sul flank orientale della NATO, sia in quello mediorientale. Ad est gli stati membri della NATO che confinano con la Russia sono senza dubbio quelli maggiormente minacciati dalla crescita militare di Mosca. Il sistema integrato di difesa aerea di Mosca e i missili terrestri a corto raggio coprono gli Stati baltici  e quasi tutto il territorio polacco, inoltre la presunta presenza di missili russi S400 a Kaliningrad e la militarizzazione russa di Sebastopoli  stanno  portando alla formazione di  “bolle” A2/AD in porzioni crescenti di territorio che vanno dall’Europa fino al Levante.

Anche i progressi  dei paesi mediorientali nel campo A2/AD sono particolarmente preoccupanti per gli Stati Uniti e per i loro alleati europei, che non solo hanno interessi energetici ed economici nella zona, ma anche l’ambizione di operarvi. Persino attori non statali o parastatali si stanno avvicinando all’armamento di precisione. Inoltre, il possesso di capacità A2/AD potrebbe incoraggiare alcuni paesi e attori in Africa e Medio Oriente a impegnarsi in futuro in forme di guerra asimmetrica. In definitiva, l’aumento di bolle A2/AD nel vicinato meridionale dell’Europa sfida il presupposto che gli europei possano accedere in sicurezza alla maggior parte dei teatri operativi in Africa e in Medio Oriente.

Una discussione transatlantica sulle implicazioni della Terza Offset Strategy richiederebbe una comprensione comune dell’ambiente della sicurezza e sul modo in cui l’innovazione tecnologica possa contribuire a risolvere le sfide a lungo termine.  Lo stato del dibattito strategico negli Stati Uniti, su cui è stata costruita la logica della 3 OS, è però molto diverso da quello europeo. Le potenze europee dovrebbero elaborare una visione strategica unitaria sulle questioni industriali e tecnologiche a lungo termine, se vogliono essere parte di un ripensamento della sicurezza. I partner transatlantici devono affrontare una moltitudine di sfide in materia di sicurezza e il divario di percezione e di orizzonte strategico con gli USA si è notevolmente ampliato negli ultimi anni. Il conflitto ucraino, la crisi dei rifugiati e la diffusione del terrorismo islamico hanno messo in secondo piano tutte le altre questioni. La leadership politica europea è sottoposta ad un’immensa pressione per trovare risposte adeguate a queste sfide, ne consegue che l’investimento per perseguire obiettivi a lungo termine è stato più limitato. La Terza Offset Strategy, che deriva principalmente da una riflessione strategica sull’ascesa della potenza militare cinese, semplicemente non corrisponde alla percezione europea della minaccia.

Per le potenze europee, il ruolo della Cina nel sistema internazionale è affrontato essenzialmente da una prospettiva economica, e gli interessi commerciali finiscono per oscurare la maggior parte delle considerazioni strategiche. Inoltre, il contesto di bilancio, proprio di una grande potenza, che consente agli Stati Uniti di lanciare la Terza Offset Strategy è semplicemente irrealistico per la maggior parte delle potenze europee.

Verso un trend comune

Tuttavia, esistono dei punti d’incontro fra il trend europeo e quello statunitense. Ad esempio, le basi tecnologiche militari della sfida A2/AD per i paesi europei sono molto simili a quelle che gli Stati Uniti stanno affrontando altrove. E’ ormai conclamato l’interesse europeo rivolto all’acquisizione di tecnologia stealth in campo aereo, marittimo e terrestre. Vi è una tendenza generalizzata a passare da grandi e pesanti formazioni militari a formazioni più piccole, più leggere e più flessibili, privilegiando la qualità rispetto alla quantità. Vengono esplorate nuove modalità di trasporto delle truppe verso e all’interno dei campi di  battaglia. Con l’adozione della filosofia NEC (Network Enabled Capability) i paesi europei della NATO hanno fatto proprio il concetto americano di “network centric warfare”, mirante a costruire delle FFAA digitalizzate e capaci di operare negli scenari internazionali più disparati.

Nella misura in cui sia l’Europa orientale che il Medio Oriente sono geograficamente vicini all’Europa, gli europei daranno  priorità alle capacità di attacco a breve e medio raggio, in contrasto con l’interesse di Washington sulle capacità di attacco a lungo raggio. Non è da escludere, che le riflessioni statunitensi possano condurre l’Europa a ripensare il proprio coinvolgimento nell’Asia-Pacifico, regione in cui gli europei mantengono numerosi interessi economici.  Tuttavia in questa fase, l’iniziativa statunitense e le sue implicazioni concrete rimangono poco chiare per la maggior parte dei partner europei, e anche se fossero comprese, le questioni di bilancio, le priorità di sicurezza a breve termine e i vincoli politici limitano e continueranno a limitare la capacità dell’Europa di definire ambizioni strategiche a lungo termine.

L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi.

Anche in Italia si insinua il dubbio sul provider cinese Huawei. Fin’ora a parlarne in modo critico è stato solo il quotidiano La Stampa, subito smentito in una nota dal MISE. Il Governo italiano  sbaglia a non dedicare la giusta attenzione al caso che da mesi sta interessando le agenzie di intelligence occidentali, preoccupate che Huawei possa rappresentare una minaccia alla sicurezza occidentale.

L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi. - Geopolitica.info

Secondo il MISE, Ministero dello Sviluppo Economico non ci sono le prove oggi che la sicurezza nazionale possa essere messa in discussione, né per quanto riguarda la partecipazione di Huawei né di ZTE, l’altra azienda di tecnologia cinese, in vista dell’adozione del 5G in Italia. Secondo il MISE l’utilizzo di Huawei al momento non è considerato rischioso ma voci del Ministero della Difesa e degli Esteri sosterrebbero il contrario. Un caso che necessiterebbe una adeguata discussione a livello governativo e parlamentare.

L’azienda cinese Huawei in Italia è già in gran parte presente sul territorio nazionale, dal momento che si è già aggiudicata la fornitura dei sistemi di monitoraggio O&M (Operations and Maintenance di Open Fiber azienda leader nella fibra ottica, per mezzo del quale gestirà e monitorerà la rete di almeno dieci città italiane. Dal 2014 ha avviato poli di innovazione tecnologica a Roma, Milano, Torino e in Sardegna, su tecnologie chiave con un certo numero di università italiane: Padova, Pavia, Trento, Perugia, Bologna e il Politecnico di Milano. Ha instaurato rapporti a lungo termine con tutti i principali operatori in Italia, tra cui Telecom Italia, Vodafone, Wind-3 e Fastweb. ZTE, altra azienda cinese nel mirino delle agenzie di intelligence per la sicurezza occidentali, è già provider di sviluppo di Wind-3 ed è impegnata nella realizzazione delle reti 5G. Se di esclusione dovesse trattarsi, implicherebbe una decisione collegiale di disimpegno, presa dal Governo, con conseguenze economiche rilevanti. Una decisione tuttavia possibile attraverso l’esercizio dei poteri speciali esercitabili (secondo decreto-legge 15 marzo 2012) nei settori della difesa e della sicurezza nazionale.

Come spesso accade il dibattito arriva con un consistente ritardo ma è lecito sollevare preoccupazioni riguardo alla salvaguardia degli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale. Le agenzie di intelligence statunitensi hanno messo in guardia l’Europa dai possibili rischi legati alle attività di spionaggio cinese attraverso infrastrutture sensibili come quelle internet di nuova generazione.  Risale ad agosto, un disegno di legge firmato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump che vieta al governo degli Stati Uniti di utilizzare apparecchiature Huawei. Ad oggi anche l’Australia e la Nuova Zelanda hanno bandito Huawei dalla costruzione delle reti 5G, a causa dei suoi possibili legami diretti con Pechino.

Le agenzie europee si sono mostrate concordi sulle preoccupazioni: pochi giorni fa il servizio di sicurezza norvegese PST ha lanciato un avvertimento sul gigante cinese, i cui legami con il Governo troppo poco liberale di Pechino risultano tali da sollevare serie considerazioni. “Bisogna stare attenti agli stretti legami tra un attore commerciale come Huawei e il regime cinese”, ha detto il capo dell’intelligence nazionale norvegese PST, Benedicte Bjornland, presentando un rapporto di valutazione del rischio nazionale per 2019. “Un attore come Huawei potrebbe essere soggetto ad influenza dal suo paese d’origine fino a quando la Cina avrà una legge sull’intelligence che impone a privati, enti e società di cooperare con la Cina”, ha affermato.

Nel 2017 la Cina infatti ha approvato una nuova legge sull’intelligence investendo, dopo un insolito breve giro di discussioni, di ulteriori poteri le agenzie di sicurezza cinesi, non solo all’interno ma anche all’esterno della Cina, verso gruppi stranieri e persone che presumibilmente danneggerebbero la sicurezza nazionale. La legge permette alle autorità deputate alla sicurezza cinese, solide basi legali per monitorare e indagare individui e organismi sia stranieri che nazionali –  dichiara Reuter, in un’intensificazione della sorveglianza statale oltre confine. Secondo la legge, i veicoli, i dispositivi di comunicazione e persino gli immobili, come gli edifici, possono essere usati o sequestrati dalle autorità durante la raccolta di informazioni.

In Europa la Polonia è l’unico paese che si è detto favorevole a limitare l’uso dei prodotti della compagnia cinese da parte di enti pubblici in seguito ad una grave accusa di spionaggio e all’arresto di un dipendente di Huawei. Il ministro degli affari interni, Joachim Brudzinski, ha invitato l’Unione europea e la NATO a lavorare su una posizione comune per escludere Huawei dai loro mercati.

In Germania la cancelliera Angela Merkel ha escluso un divieto assoluto contro il fornitore cinese per la gara sul 5G di Marzo, il ministro dell’Economia Peter Altmaier ha segnalato che qualsiasi restrizione legata al passaggio della Germania alla tecnologia di prossima generazione non implicherà il targeting di società specifiche, ma piuttosto una comune legislazione che sottoponga tutti i potenziali fornitori di servizi a standard di sicurezza rigorosi. Eppure le agenzie di sicurezza tedesche hanno votato all’unanimità a gennaio per il divieto. Il dilemma tedesco si gioca probabilmente in seguito alle dichiarazioni dell’influente associazione dell’industria BDI che il 6 febbraio scorso avvertiva che una tale mossa avrebbe indotto Pechino a rappresaglia contro le aziende tedesche in Cina. Anche in Francia, il senato ha appena respinto una proposta di legge volta a rafforzare i controlli sulle apparecchiature di telecomunicazione Huawei, ma solamente perché, come diversi senatori hanno sottolineato, il governo non ha offerto loro il tempo sufficiente per discutere adeguatamente la questione, che hanno riconosciuto come cruciale e strategica. Lo sviluppo futuro della tecnologia mobile di quinta generazione ha sollevato preoccupazioni in Francia, poiché due dei principali operatori di telecomunicazioni della Francia, Bouygues Telecom e Gruppo SFR di Altice Europe, stanno già utilizzando le apparecchiature Huawei per la loro rete.

Il Regno Unito vive ore decisive, con il termometro politico che si surriscalda attorno al ruolo di Huawei nel paese, gli operatori di telefonia mobile attendono una decisione del governo in merito alla possibilità di continuare a operare con il provider cinese: come riporta la BBC i principali operatori inglesi sono a conoscenza della necessità di tenere Huawei al di fuori dalle parti più sensibili delle reti, ma un divieto generalizzato sarebbe un disastro per il lancio del 5G nel Regno Unito, perché considerata una tecnologia vitale.

A quanto pare le resistenze europee sono soprattuto economiche, laddove già numerosi operatori hanno avviato con Huawei partnership e iniziative congiunte, stesse motivazioni che portano presumibilmente l’Italia a respingere l’ipotesi di una messa al bando dell’azienda cinese.  Alcuni analisti hanno suggerito che vietare Huawei potrebbe un vuoto che nessun altro operatore è in grado riempire tempestivamente, e potrebbe compromettere le implementazioni 5G in tutto il mondo. Ma il dilemma di sicurezza sollevato dalle agenzie di intelligence e in alcuni casi dai governi europei non può e non deve restare lettera morta, ed è auspicabile che si continui a parlarne nelle giuste sedi, ne va del futuro della nostra sicurezza.

 

Gli sviluppi del Caso Huawei in un crescendo di tensione tra Canada e Cina

La richiesta da parte del Primo Ministro canadese Justin Trudeau delle dimissioni di John McCallum, Ambasciatore canadese a Pechino, è arrivata in seguito alle controverse dichiarazioni dell’Ambasciatore ai giornalisti di lingua cinese durante un raduno ospitato dal Canada China Guanxi Council (CCGC) martedì a Markham, a nord di Toronto e riportate poi in un’intervista dal magazine “The Star Vancouver”.

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Secondo McCallum sarebbe stato auspicabile per il Canada una rinuncia da parte degli Stati Uniti della richiesta di estradizione della CEO di Huawei Sabrina Meng, dichiarandosi personalmente propenso ad una soluzione di compromesso per il rilascio dei due cittadini canadesi arrestati in Cina. Aggiungendo alle dichiarazioni altre considerazioni personali che riguardano le argomentazioni in favore della signora Meng ritenute dall’Ambasciatore “efficaci” per ottenere il respingimento dell’estradizione davanti al giudice canadese considerato il coinvolgimento politico e le motivazioni anti-cinesi del Presidente Trump che ne chiede l’estradizione e la mancata ratifica da parte canadese delle sanzioni all’Iran, motivo dell’arresto della Meng.

Dichiarazioni che hanno immediatamente sollevato voci di disappunto nella componente conservatrice del governo, che ha accusato l’Ambasciatore McCallum di interferire politicamente sul caso che dovrà essere giudicato dalla corte, chiedendone a gran voce le dimissioni.

Intanto i media canadesi hanno avanzato qualche considerazione sui legami personali tra John McCallum e la Cina. Componente della fazione ‘Liberal’ del Parlamento canadese, ex Ministro della Difesa nel 2002-03, si è definito pubblicamente un “amico” della Cina, dichiarando di essere lui stesso sposato con una donna di origine cinese, oltre che tutti e tre i suoi figli, assicurando – come da lui stesso dichiarato – così per mezzo della sua famiglia un buon contributo ai legami tra la Cina e il Canada fin dal suo trasferimento a Pechino come ambasciatore nel 2017. Altri siti hanno poi riportato il presunto legame personale tra McCallum e alcuni esponenti governativi cinesi, a vari livelli, oltre che con il mondo economico sino-canadese. Un presunto conflitto di interessi che dunque non lo renderebbe adatto a svolgere in modo imparziale il suo ruolo politico in un momento così delicato delle relazioni tra Canada e Cina.

Il Presidente del Canada China Guanxi Council (CCGC), luogo dove l’ex Ambasciatore era stato invitato, Thomas Qu, amico di McCallum aveva dichiarato su China Daily che se l’estradizione dovesse accadere, ciò comporterebbe, un incrinarsi delle relazioni tra Canada e Cina per decenni, aggiungendo che “la comunità cinese in Canada esorta entrambi i governi a usare la saggezza per trovare una soluzione rapida per risolvere questa crisi prima che le cose peggiorino diventando fuori controllo”.

Wang Haicheng, Presidente della Federazione della Camera di Commercio sino-canadese, ha affermato che la comunità imprenditoriale cinese in Canada non si aspetta che le relazioni tra i due paesi vengano compromesse a causa di un trattamento inadeguato del caso Huawei, per evitare conseguenze negative sui progressi nel commercio Canada-Cina negli ultimi anni.

David Mulroney, ex ambasciatore del Canada in Cina, alla nomina di McCallum si era detto positivo, ritenendo la nomina di utilità nella creazione di un possibile accordo di libero scambio con la Cina, grazie al background economico del politico che avrebbe certamente dato un nuovo impulso alle relazioni tra i due Paesi, senza mai negare però la preponderanza data alle questioni di sicurezza nazionali, che gravano presumibilmente sul caso Huawei, come avevo già approfondito in un precedente articolo. “La Cina”- aveva dichiarato Mulroney – “è e rappresenterà una sfida crescente per la sicurezza, sia che si tratti di cyber-spionaggio che di interferenze negli affari canadesi”, compromettendo inoltre i rapporti con gli Stati Uniti, suo principale partner commerciale.

Oltre a Canada, Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna, anche la Norvegia ha annunciato di stare valutando le implicazioni sulla sicurezza nazionale dell’apertura a Huawei nella propria rete di telecomunicazioni 5G. Paure non infondate che hanno di recente coinvolto la Polonia. Due settimane fa l’arresto da parte dell’agenzia polacca per la sicurezza nazionale di un cittadino cinese dipendente di Huawei e di uno polacco con l’accusa di spionaggio.

Come ulteriore atto di pressione politica, dopo l’arresto di Michael Kovrig e Michael Spavor, la Cina ha di recente condannato a morte un cittadino canadese, Robert Schellenberg, detenuto per spaccio di droga, dopo una sentenza che lo aveva già incriminato per 15 anni lo scorso novembre. In risposta il Primo Ministro Trudeau ha divulgato una nota mettendo in guardia tutti i cittadini canadesi in Cina di possibili ritorsioni nei loro confronti.

“La hostage diplomacy” – scrive il professor Steve Tsang, direttore del China Institute alla SOAS School of Oriental and African Studies di Londra “deve essere considerata ripugnante nella comunità internazionale, e qualsiasi paese che la pratica danneggia in modo significativo la sua reputazione, l’immagine internazionale e la credibilità come partner internazionale.”

Nonostante le gravi preoccupazioni e le proteste della società civile internazionale, Pechino non si arrende. Xu Xijin, Direttore del quotidiano cinese Global Times, testata sorella del Quotidiano del Popolo, organo del Partito comunista in un video rilasciato dallo stesso giornale aveva espresso chiaramente che: “se il Canada procede con l’estradizione della Meng negli Stati Uniti, la Cina utilizzerà metodi ben più gravi che l’arresto come punizione” . Una terribile ipotesi che certamente segna un grave precedente nelle relazioni con la Cina di cui l’Occidente intero dovrebbe tener conto.

Cresce l’allarme per le tecnologie al servizio delle mire cinesi nel mondo

In tutto il mondo si è ormai diffusa la preoccupazione per le ambiguità e le opacità che caratterizzano gli investimenti e le iniziative della Cina comunista all’estero. Le cronache recenti ci hanno raccontato di quanto avvenuto in Polonia, la cui Agenzia per la sicurezza nazionale ha arrestato un cittadino cinese, dirigente della mega azienda Huawei, con l’accusa di spionaggio. Secondo i media di Varsavia l’arrestato avrebbe passato informazioni sensibili all’intelligence di Pechino.

Cresce l’allarme per le tecnologie al servizio delle mire cinesi nel mondo - Geopolitica.info

Altri organi di stampa hanno scritto che anche il Paese motore dell’Unione Europea, la Germania, starebbe valutando l’esclusione di Huawei dalle aste delle nuove reti mobili 5G, tecnologia di cui l’azienda cinese è leader, per garantire la propria sicurezza nazionale. Negli Stati Uniti un gruppo di parlamentari ha presentato una Proposta di Legge per tagliare le forniture al colosso cinese, già da tempo nel mirino dell’amministrazione Trump, e di iniziative analoghe si discute apertamente in Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda, nel timore che gli apparati targati Huawei vengano usati dal Partito comunista cinese per spiare e/o sabotare.

Fa ora un certo effetto che anche un Paese meno al centro delle vicende internazionali si interroghi pubblicamente sulla natura della presenza di infrastrutture tecnologiche cinesi nel proprio territorio. Si tratta della Svezia, la cui Agenzia della difesa ha avvertito che il Paese scandinavo sta affrontando una sfida crescente in termini di sicurezza da parte della Cina. Oggetto della contesa una stazione satellitare finanziata e costruita dai cinesi a Kiruna, il principale centro abitato della regione svedese al di sopra del Circolo polare artico: la China Remote Sensing Satellite North Polar Ground Station. Secondo fonti ufficiali del regime di Pechino, la stazione aiuta la Cina a “migliorare la capacità di acquisire dati globali di telerilevamento in modo efficiente”. Nel 2016, dopo l’inaugurazione, l’Accademia cinese delle scienze affermò che “Kiruna è il luogo ideale per la ricezione di dati satellitari a distanza. I satelliti cinesi per l’osservazione terrestre acquisiranno i dati globali in modo più efficiente e quindi risponderanno meglio a situazioni quali un disastro naturale”.  La stazione in terra svedese si aggiunge a quelle già in funzione nel territorio cinese.

La stampa svedese ha evidenziato l’esistenza di un allarmante nesso tra la presenza della stazione di Kiruna e il rischio di una crescente influenza cinocomunista nel proprio Paese. Fonti dell’Agenzia svedese della difesa hanno affermato che la cooperazione formalmente civile con la Cina potrebbe avere risvolti di altro tipo. I ricercatori della stessa Agenzia hanno apertamente sostenuto, anche in televisione, che la Cina sarà in grado di usare la stazione per attività di intelligence militare e per garantire a Pechino una forma di sorveglianza satellitare supplementare utilizzabile in caso di un conflitto armato. A loro volta vari media di Stoccolma hanno rivelato che ditte locali produttrici di semiconduttori avanzati, anche per applicazioni militari, sono finite in mani cinesi.

La satellite ground station della Repubblica Popolare Cinese al Polo Nord

Fantascienza o, nel migliore dei casi, un’esagerazione generata dalle crescenti preoccupazioni? Domanda non facile cui rispondere. Di certo impressiona, tornando agli Stati Uniti, l’iniziativa di un gruppo di senatori democratici eletti negli Stati vicini al Distretto federale di Washington, che si sono rivolti alla dirigenza dell’Agenzia che gestisce la metropolitana della Capitale chiedendo di valutare i rischi connessi al possibile coinvolgimento della China Railway Rolling Stock Corp, azienda statale cinese, che vorrebbe fornire nuovi mezzi partecipando a un imminente gara. Secondo i senatori democratici, tra i quali vi è il Vicepresidente del Comitato Intelligence del Senato, ricorrere alla forniture cinesi consentirebbe a Pechino di utilizzare i convogli della metropolitana per condurre spionaggio elettronico sulla città cuore della vita istituzionale e politica degli Stati Uniti.

Lo sviluppo tecnologico è potenzialmente e strettamente collegato allo sviluppo militare della Cina, il cui regime comunista si presenta nel mondo in modo apparentemente interessato a nient’altro che non sia collegato all’obiettivo di incrementare le relazioni economico-commerciali e di piazzare i propri investimenti. Ma si tratta della stessa Cina che minaccia apertamente la pacifica e democratica Taiwan di usare la forza delle armi per costringerla alla “unificazione” e, allo stesso tempo, mette sotto enorme pressione vari Paesi della regione Asia-Pacifico con la finalità di impossessarsi di isole, di acque territoriali e di spazi aerei a vantaggio della sua espansione politica, economica e militare. In questo scenario l’utilizzo strumentale delle tecnologie nelle comunicazioni e negli apparati satellitari è un ulteriore potente strumento nelle mani del regime pechinese e delle sue enormi ambizioni geostrategiche che confliggono con i valori, i principi e gli interessi del mondo libero fondato sulla libertà, sul “Rule of Law” e dunque sui diritti umani, civili, religiosi e politici di ogni persona.

Occorre una grande cautela  – questo il messaggio che sta emergendo su vari fronti internazionali – nei confronti di una Cina guidata da un nomenklatura comunista sempre più aggressiva e sprezzante dietro l’apparente copertura del “soft power” e della finta non ingerenza negli altrui affari interni. Una cautela che andrebbe presa in considerazione anche in Italia, dove nello scorso settembre, inopportunamente nel periodo di chiusura della gara per l’assegnazione delle frequenze 5G, alla Camera dei Deputati proprio Huawei organizzò un seminario sulla trasformazione digitale alla presenza dei vertici politici del Ministero dello sviluppo economico (cioè l’amministrazione responsabile dei bandi di gara in questione).