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Quando la penna ferisce piu’ della spada. Soft power e caso Confucio

Sono 1079, tra istituti e scuole, le strutture culturali francesi all’estero secondo l’Institut Français, il Goethe-Institut agisce in 98 paesi e il British Council in 100, mentre il cinese Confucio, nato nel 2004, intrattiene rapporti già con 120 Stati.

Quando la penna ferisce piu’ della spada. Soft power e caso Confucio - Geopolitica.info

Se fin dall’inizio del secolo scorso le potenze europee considerano diffusione e promozione del proprio patrimonio culturale nel mondo elemento chiave del prestigio nazionale, la fondazione della maggior parte degli istituti nazionali nel Dopoguerra ha rappresentato la volontà di mantenere nel contesto bipolare rapporti commerciali ma soprattutto umani privilegiati. Tuttavia, è uscendo dal Novecento checon l’affacciarsi del multipolarismo, la questione del soft power si impone sempre più necessariamente.

Termine coniato dagli Americani, il soft power è definibile come una strategia di controllo della sfera d’influenza e/o d’azione di uno stato attraverso la promozione della propria immagine e della propria cultura, al fine di rendersi familiare nel tessuto estero socioeconomico oltre che politico. Secondo la teorizzazione di Joseph Nye incarna il più inclusivo ed efficace sistema di legittimazione del potere: protettivo ma cooperativo, egemone ma multilaterale.

Un Potere con cui è preferibile scendere a patti; anzi, viene naturale farlo. Nella visione di Joseph Nye, il soft power degli Stati Uniti d’America, identificati come potenza guida, deve servirsi di democrazia liberale come suo braccio destro e organizzazioni internazionali, quali NATO e WTO, come sinistro; la competizione oggi sembra però più aperta e diversificata che mai.

Ilmultipolarismo contemporaneo, unito all’incalzante globalizzazione, ha portato all’inevitabile interfacciarsi di culture diverse, con l’incontro- scontro di molteplici attori. È in questo contesto che l’essere “familiare” acquista un peso strategico inedito per ricavarsi un’area di azione, politica, ma soprattutto commerciale. Gli istituti di cultura all’estero diventano così veicolo privilegiato delle strategie
geopolitiche.

Per capire fino in fondo l’importanza di questi nell’Oggi, appare paradigmatico il caso cinese. L’Istituto Confucio è entrato con prepotenza sulla scena internazionale, attirando l’attenzione con la sua vertiginosa crescita: con sede a Beijing, in 19 anni conta 1086 istituti aperti, con una media, nel 2006, di un istituto ogni quattro giorni.

Più intensi sono gli sforzi cinesi nel campo perché più pressante è la necessità; ed è impossibile capire il perchè dei primi senza contestualizzare la seconda. Gli ostacoli della penetrazione (culturale e non) cinese sono infatti vari e non trascurabili, necessariamente maggiori che per altri paesi. In primis, la posizione geografica. La presenza di vicini ingombranti e tradizionalmente avversi e della flotta americana nel Pacifico impediscono al Gigante Asiatico di ricavarsi una naturale area egemonica limitrofa. In questi stretti orizzonti si configura la cosiddetta «Strategia della Collana di Perle». Essa prevede il rafforzamento delle relazioni politico-commerciali con i paesi della fascia costiera asiatica che va dal Mar Rosso fino all’Indocina, al fine di garantirsi una fascia propria, porta e protezione nei confronti dell’estero. Ed è proprio seguendo questa direttrice che la Cina ha cominciato ad affinare lo strumento della costruzione delle infrastrutture attraverso la compartecipazione di capitali cinesi e locali; modus operandi, questo, ora largamente applicato in ogni teatro di penetrazione economica diretta.

In secondo luogo, la lingua. Per quanto possa apparire banale, un idioma dal difficilissimo apprendimento e tradizionalmente mai considerato come lingua comune nei commerci internazionali risulta essere un ostacolo tutt’altro che irrilevante. Per un paese che si propone come, se non ancora alternativa, quanto meno contraltare all’egemonia americana, considerare pacificamente la lingua inglese come il codice di comunicazione universale, risulta inaccettabile.

Sarebbe dopotutto altrimenti impossibile presentarsi al mondo come alternativa all’ordine costituito. Anche lo scambio squisitamente culturale risulta fiaccato dall’incomprensione linguistica. Ecco che la più ampia diffusione possibile della lingua diviene pietra angolare dell’azione degli Istituti Confucio. La Cina paga infine una cattiva percezione del proprio sistema politico fuori dai confini nazionali e la chiusura all’estero durante gran parte del XI secolo. Dettata dall’ideologia maoista dei tre mondi viene poi superata dall’azione della leadership di Deng Xiaoping (1978-1992).

E’ nel contesto sopradescritto che assume particolare importanza strategica l’azione dell’Istituto Confucio. Questo si propone come mediatore culturale e biglietto da visita del Paese all’estero; secondo quando dichiarato dallo stesso nel sito ufficiale “mira a promuovere relazioni amichevoli con altri paesi e a promuovere la comprensione della lingua e cultura cinesi nel mondo [sic]” Uno studio del Center of Public Diplomacy at the Annenberg School, pubblicato ad aprile 2014, indica tre direttrici principali nella strategia cinese di diffusione culturale, che differenziano l’IC da tutti gli altri: la creazione di una fitta rete di strutture, il coinvolgimento delle controparti in progetti di sviluppo economico tendenzialmente bilaterali e la creazione di un costante dialogo che punti attraverso strategie di comunicazione alla creazione di un’identità comune.

L’IC ha ricevuto tuttavia numerose critiche, sia nei paesi ospitanti che in patria. E’ accusato infatti di riflettere l’agenda del governo minando la libertà accademica dai primi, mentre nella seconda di chiamarsi Confucio indebitamente, non impegnandosi infatti in una reale diffusione del pensiero del filosofo cinese.

L’influenza culturale si impone quindi come uno dei grandi terreni di scontro della geopolitica contemporanea. In un modo plurale ma contemporaneamente sempre più piccolo e interconnesso, l’appeal risulta un fattore determinante per affrontare i competitors, e in questa battaglia gli istituti di cultura, con l’Istituto Confucio in testa, nei loro rapporti con le istituzioni, la società e le imprese, sono in prima linea.

L’iniziativa della Belt and Road: un’analisi di Relazioni Internazionali

In un contesto internazionale in continuo mutamento, in cui Cina e Stati Uniti si contendono il primato economico e tecnologico a suon di guerre commerciali e accuse di spionaggio, l’Europa si trova in balia di due sistemi economici e di valori per certi versi incompatibili. Per ragioni storiche e di sicurezza, l’Europa si colloca più vicino al sistema statunitense. Eppuregli ultimi avvenimenti internazionali vedono l’Europa avvicinarsi sempre di più al modello cinese, soprattutto sotto il profilo economico-commerciale

L’iniziativa della Belt and Road: un’analisi di Relazioni Internazionali - Geopolitica.info

In questo contesto, la realizzazione della Belt and Road (B&R), l’ambizioso progetto di connettività cinese, rappresenta un banco di prova per le future relazioni Europa-Cina. Il saggio intende analizzare la B&R attraverso due scuole di relazioni internazionalifocalizzandosi sugli obiettivi cinesi e le relazioni Europa-Cina.  

 La Nuova Via della Seta
LB&R è un ambizioso piano di sviluppo transcontinentale avviato dal Presidente Xi Jinping verso la fine del 2013. L’iniziativa si pone l’obiettivo di promuovere l’integrazione economica e la connettività fra l’Asia e l’Europa, attraverso investimenti infrastrutturali, nuovi corridoi economici e scambi culturali. Questa iniziativa coinvolge più di 60 paesi, i quali rappresentano il 60% della popolazione mondiale e il 30% del PIL mondiale. Il 24 ottobre 2017a conclusione del 19 ° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC)Il PCC ha emendato lo Statuto cinese, inserendovi, oltre al pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinese’, l’iniziativa della B&R, dimostrando la grande importanza data al progetto.  

 

Due scuole di pensiero a confronto: neorealismo neoliberalismo
Per comprendere a fondo le implicazioni politiche ed economiche della B&R è utile ricorrere a due scuole di pensiero di relazioni internazionali, neorealismo e neoliberalismoLe teorie neorealiste si concentrano sui concetti di anarchia e potere nel sistema internazionale. In un sistema anarchico, in cui gli stati agiscono attraverso un modus operandi basato sull’interesse nazionalel’aumento del potere di uno stato costituisce una minaccia intrinseca verso gli altri stati (Waltz)Per questo motivo, gli stati stabiliscono come priorità l’aumento del potere e della sicurezza. Sebbene le teorie realiste forniscano aspetti importanti per analizzare la B&Raltri fattori, quali l’interdipendenza e il potere economico nelle relazioni internazionali, non possono essere trascurati. La scuola neoliberale si basa su questi concetti, sostenendo che in un mondo interconnesso gli stati sono inclini a cooperare attraverso regimi multilaterali volti a condividere informazioni, ridurre costi di transazione e promuovere vantaggi reciproci. Secondo questa visione, la cooperazione internazionale e l’integrazione economica diventano le priorità degli stati (Keohane & Nye) 

 La B&R attraverso una lente realista 
L’approccio neorealista, a cui spesso gli Stati Uniti ricorre, vede nella B&R una strategia (quindi non più un’iniziativa) per espandere la sfera d’influenza cinese. Nello specifico, a livello nazionale, la Cina userebbe la B&R per promuovere la crescita economico nazionale attraverso il potenziamento delle esportazioni, l’accesso a nuove risorse naturali, e il sostegno alle aziende statali (Rolland). Altri analisti, similmente, vedono nella B&R uno strumento per alleggerire la sovraccapacità/produzione industriale del paese ed affrontare il divario socio-economico tra le sue province interne e quelle costiere (Payne). A livello globale, la strategia cinese viene considerata come uno strumento per riscrivere le regole mondiali sulla base di valori e standard cinesi. 

 La B&R attraverso una lente liberale
L’approccio liberale invece mette in luce i benefici della B&R in quanto potenziale promotrice di integrazione economica e connettività-terrestre, marittima e digitale- su scala transcontinentale. A livello nazionale/regionale, l’iniziativa mirerebbe a promuovere nuove infrastrutture per migliorare gli scambi e le relazioni con l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), i paesi dell’Asia centrale e l’Europa (Cheung e Lee). A livello globale, invece, l’iniziativa si propone come un piano complementare al sistema internazionale ‘occidentale’, promuovendo la posizione dei paesi emergenti all’interno di un sistema internazionale che non rispecchia più l’equilibrio delle potenze.  

 Analisi: Relazioni Europa-Cina 
Sulla carta, la B&R è presentata ai potenziali partner come un’iniziativa aperta, incondizionata e in linea con le norme internazionali, coniugando il concetto di connettività con la volontà di creare una comunità armoniosa. A differenza degli Stati Uniti, i quali si sono immediatamente opposti alla B&R, l’Unione europea (Ue) ha mostrato da subito un grande interesse nel progetto. Tutti gli Stati membri dell’Ue hanno aderito all’Asia Infrastructure Investment Bank (AIIB), il principale motore finanziario della BRI, e molti dei suoi progetti sono sostenuti congiuntamente dalla Banca europea per gli investimenti la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Casarini). L’iniziativa della B&R ha tuttavia contributo a creare delle divergenze a livello politico e commerciale fra gli Stati europei. Il motivo di questa frammentazione è attribuibile a due fattori. Il primo motivo è legato alla mancanza di una posizione europea univoca nei confronti della B&R: su questo fronte infatti le politiche degli Stati europei non riescono ancora a convergere in una politica comune. La Strategia di connettività europea, la EU-ASIA Connectivity Strategy, rappresenterebbe in questo senso più una risposta alla B&R che una politica condivisa. Il secondo motivo invece è relativo alla tendenza da parte della Cina di approcciare i paesi europei bilateralmente per poter fare leva su un potere contrattuale maggiore. Secondo una prospettiva neorealista, questo approccio viene visto come una strategia per dividere e regolare l’Europa. Diversamente, un’interpretazione più liberale ritiene che l’approccio bilaterale della Cina sia dovuto alla crescente frustrazione per le lunghe tempistiche della struttura tecnocratica europea (Brown). Indipendentemente dalle intenzioni della Cina, questa situazione ha contribuito a vedere gli Stati europei scontrarsi gli uni contro gli altri su questioni chiave come la B&R. 

 Conclusione
La B&R si presenta come uno piano di sviluppo globale basato sul principio del libero commercio, l’integrazione economica e la creazione di una comunità armoniosa. A livello empirico, tuttavia, questi principi sono venuti spesso a mancare. In Europa, per esempio, la B&R ha contribuito a creare un’asimmetria strutturale che favorisce la Cina nel coinvolgere gli Stati europei fuori da un quadro istituzionale europeo, come nel caso della piattaforma 16 + 1. Per questo motivo, l’Ue è chiamata ad affrontare le divergenze interne e formulare una politica comune nei confronti della B&R capace di tradursi in un potere contrattuale superioreuna condizione di reciprocità solida e un rispetto accurato degli standard europei, sotto il profilo politico, economico e commerciale. 

 

La svolta asiatica della Russia: limiti e prospettive

All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica la neonata Federazione Russa orientò la propria politica estera con il proposito di inserirsi nell’ambito dei grandi forum e istituzioni internazionali occidentali. In questo modo, Mosca tralasciò la “dimensione asiatica” della propria politica estera e la relegò ad un ruolo di complementarietà rispetto alle più importanti dinamiche che definivano il complesso rapporto con l’Occidente tanto negli anni Novanta quanto nei primi anni Duemila.

La svolta asiatica della Russia: limiti e prospettive - Geopolitica.info Fonte: TPI News

Una prima inversione di questa tendenza vi fu con la pubblicazione del “Concetto di politica estera”, documento d’indirizzo del Ministero degli Esteri russo che definisce le linee guida della politica estera della Federazione, del 2008 nel quale si riconosceva la rilevanza della regione Asia-Pacifico nei futuri sviluppi mondiali. Ciò nonostante, la cooperazione con l’Oriente rimase limitata al settore della sicurezza e dell’energia, al fine di garantire la stabilità degli approvvigionamenti energetici e l’intangibilità dell’Asia Centrale al terrorismo e agli influssi occidentali.

Con il peggioramento delle relazioni con Washington e Bruxelles, a seguito delle Primavere Arabe, dell’invasione russa della Crimea e del supporto russo al regime di Bashar al Assad in Siria, Mosca è tornata a volgere la propria attenzione ad Oriente, cercando di reinventare la propria vocazione asiatica e provando ad uscire dall’angolo diplomatico in cui si trovava. La scelta di riaffermare un proprio ruolo come potenza asiatica, porta con sé un percorso di ridefinizione della propria identità che dopo il collasso del comunismo, la crisi del modello liberale negli anni Novanta e i limiti del pragmatismo conservatore di Vladimir Putin nei primi anni Duemila, guarda alla “Grande Eurasia” come vera essenza della Russia post sovietica.

A partire quindi dal 2010 la “povorot na Vostok” (la svolta verso l’Asia), divenne uno degli elementi cardine del discorso pubblico russo aprendo così un’importante fase del dibattito politico e accademico sul modo in cui approcciare all’Estremo Oriente. La questione fondamentale divenne quindi la definizione della Grande Eurasia come area di azione della politica estera russa, estesa dal Caucaso all’Himalaya, proseguendo oltre fino ad inglobare gli Stati del Sud-Est Asiatico.

Data la vastità della prospettiva con cui la Russia tornava a guardare all’Asia si rese necessario agire seguendo tre vettori fondamentali: le risorse energetiche dell’Estremo Oriente Russo, la partecipazione alle organizzazioni regionali e, ovviamente, la cooperazione con la Repubblica Popolare Cinese e l’enorme progetto infrastrutturale che è la “Belt and Road Initiative” (BRI).

Relativamente al primo punto, l’Estremo Oriente Russo è tra le regioni più povere e meno densamente popolate della Federazione Russa: estremamente ricco di risorse minerarie ed estrattive, è stato a lungo trascurato dalla politica economica e industriale del Cremlino che, tanto in epoca sovietica quanto all’indomani del crollo del comunismo, ha guardato ai remoti territori della Siberia Orientale solo in virtù dei giacimenti presenti. Muovendo dalla necessità interna di garantire lo sviluppo della regione e frenare i timori di una progressiva erosione della presenza russa nelle regioni orientali legata al crollo demografico del paese, Mosca si è impegnata a fare dell’Estremo Oriente Russo uno strumento di politica estera sfruttando le enormi risorse disponibili.

Al fine di proporsi come un partner affidabile, è stato istituito nel 2012 un apposito Ministero per l’Estremo Oriente con il compito di definire le iniziative di cooperazione regionale, rilanciare lo sviluppo interno e strutturare nuove relazioni energetiche. La valorizzazione dei giacimenti di gas naturale e petrolio dell’Estremo Oriente è un elemento fondamentale per Mosca al fine di uscire dalla dipendenza dai gasdotti occidentali orientati all’Europa e sfruttare l’enorme richiesta di energia da parte delle economie asiatiche che necessitano di costanti e sicuri approvvigionamenti al fine di mantenere positivi i propri tassi di crescita.

Contestualmente, la Russia ha provato ad avviare una fase di sviluppo e integrazione con i principali organismi regionali. Già presente nell’ambito della Comunità degli Stati Indipendenti, della Shangai Cooperation Organization (SCO) nonché nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), l’azione sostenuta da Mosca in questa direzione è stata quella di procedere verso avvicinamento graduale tra l’Associazione delle Nazioni dell’Asia del Sud-Est (ASEAN), l’Unione Economica Euroasiatica (EaEU), la SCO nonché l’Asia Pacific Economic Cooperation (APEC), al centro del quale la Russia avrebbe giocato un ruolo di primo piano favorendo la creazione di un unico spazio economico.

Nella definizione della Grande Eurasia come macro-blocco regionale che possa aspirare ad un ruolo globale, l’integrazione di Mosca nelle organizzazioni regionali già esistenti è un passaggio obbligato senza il quale non può esservi coordinamento tra i diversi blocchi subregionali che già soffrono di una scarsa coesione interna e di dispute irrisolte. Il desiderio di creare questo grande spazio economico euroasiatico non ha però trovato il supporto dei partner nella regione, soprattutto nel momento in cui questi non hanno riconosciuto un ruolo preminente della Russia all’interno di tale costruzione. Questo riconoscimento è da considerare un elemento fondamentale per una Russia che rivendica il proprio status di Grande Potenza a livello non solo regionale ma anche, e soprattutto, globale.

L’altra direttrice della politica russa verso oriente è stato l’intensificarsi della cooperazione con la Cina e l’ingresso della Russia nella “Belt and Road Initiative”. La Russia, in concomitanza con l’acuirsi della crisi in Ucraina e il lancio del progetto delle Nuove Vie della Seta, si è progressivamente avvicinata a Pechino firmando nel 2014 un accordo per la costruzione del nuovo gasdotto Yamal LNG (Potenza della Siberia). La costruzione dell’opera, dal valore potenziale di 400 miliardi, è stata accompagnata da una nuova fase della cooperazione nel settore militare con l’avvio di esercitazioni militari congiunte e di progetti di ricerca integrati al fine di integrare la superiore esperienza tecnica e bellica russa con l’enorme capacità di finanziamento cinesi.

Il lancio della BRI fu inizialmente accolto con cautela dall’élite russa, per quanto le grandi opere infrastrutturali fossero uno dei punti fondamentali per la creazione della Grande Eurasia, un progetto che vedeva al proprio centro la Cina e che, potenzialmente, avrebbe potuto bypassare il suolo russo o renderlo un mero snodo commerciale, avrebbe limitato la capacità di Mosca di influenzare gli sviluppi regionali. Il repentino peggioramento delle relazioni con l’Occidente ha però obbligato la Federazione a guardare alla Cina, inserendosi nei progetti infrastrutturali di Pechino. Per la Russia è divenuto fondamentale attrarre investimenti cinesi per favorire il proprio sviluppo interno, ad esempio il gasdotto Yamal LNG è stato ampiamente finanziato dalla China Export-Import Bank e dalla China Development Bank, senza però divenire dipendente da questi e compromettere il proprio ruolo in Asia Centrale.

È quindi fondamentale per Mosca garantire l’integrazione, che per ora stenta a consolidarsi, dell’EaEU e della BRI poiché integrando le due iniziative, l’una a guida russa, l’altra a guida cinese, la Russia potrebbe far valere il proprio peso politico nelle relazioni economiche senza compromettere la stabilità dei propri interessi in Asia Centrale. Attualmente l’iniziativa gode di un ampio sostegno, ma ciò avviene nella misura in cui è funzionale a garantire lo sviluppo russo senza danneggiare gli interessi nel “vicinato prossimo”, ovvero quell’area, ampiamente toccata dalle Nuove Vie nella Seta, che Mosca rivendica essere di proprio interesse privilegiato.

In conclusione, la visione della Grande Eurasia come polo anti-egemonico guidato da Russia e Cina sembra essere ancora lontano dal concretizzarsi. Il riorientamento ad est  della Russia è avvenuto in un contesto di necessità e assenza di alternative, senza però avere adeguate risorse interne atte a sostenere tale sforzo. Quella con la Cina ed altre potenze asiatiche si configura come un avvicinamento sulla base di una comune resistenza ad alcuni principi del sistema internazionale a guida occidentale del tutto insufficiente a definire, però, un’alleanza di lungo periodo o una partnership strutturata e sostenibile, soprattutto in un contesto in cui l’affermazione della Russia come potenza euroasiatica poggia ancora su basi incerte.

 

Donald Trump, l’UE e la Repubblica Popolare Cinese: intervista a Mauro Gilli – Seconda Parte


Quest’articolo costituisce la seconda parte di un’intervista più ampia, la cui parte iniziale è disponibile qui

Donald Trump, l’UE e la Repubblica Popolare Cinese: intervista a Mauro Gilli – Seconda Parte - Geopolitica.info

Dopo aver affrontato le questioni più inerenti alla competizione tecnico-militare tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti, nell’intervista a Mauro Gilli ci siamo soffermati sulle dinamiche politiche che contraddistinguono tale complesso rapporto mettendo in luce i possibili effetti dell’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump e le diverse prospettive con cui l’Unione Europea e Washington guardano al gigante asiatico.

L.R.: Vorrei ora uscire dall’ambito tecnico-militare per affrontare da un punto di vista politico generale l’intero settore dell’Asia-Pacifico. Vorrei chiederti come il cambiamento della postura americana verso la Repubblica Popolare Cinese, avvenuto con l’avvento dell’Amministrazione Trump, possa influenzare lo sviluppo tecnologico cinese dato che, in passato, la Cina ha goduto di un contesto regionale sostanzialmente pacifico in cui, malgrado alcune frizioni o momenti di tensione con alcuni paesi vicini, nessuna potenza ha mai preso una posizione apertamente ostile verso Pechino. Vorrei quindi chiederti se la politica più assertiva verso la Cina dell’Amministrazione Trump possa influenzare e in che direzione lo sviluppo delle capacità militari cinesi.

M.G.:  Prima di rispondere è opportuno ricordare come sia difficile avere una risposta precisa e “full spectrum” su questo tema, ma è possibile riscontrare due trend diversi in questo campo. Il primo è un percorso indipendente dall’elezione di Donald Trump, ovvero la poderosa crescita economica e militare della Cina. Questa è una dinamica ormai pluridecennale, con le riforme del 1978 si sono iniziati ad osservare tassi di crescita sempre più sostenuti, dal 1991 questa crescita è stata accelerata ulteriormente e con l’apertura al WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 2004 abbiamo avuto, letteralmente, l’esplosione economica cinese con tassi di crescita mediamente intorno al 10%.

Questa crescita così forte del PIL, pari a circa il 1000% dal 1991 a oggi, ha permesso alla Cina di investire una quantità enorme di risorse nella difesa, consentendole di fare progressi significativi nella ricerca militare. Il secondo trend riscontrabile è invece più strettamente legato a Donald Trump. Trump, anche per il personaggio mediatico che ha costruito intorno a sé, non ha peli sulla lingua quindi ha detto in modo esplicito cose condivise solo parzialmente dalla comunità di difesa americana, mentre su altre ha preso una posizione apertamente conflittuale con Pechino.

L’effetto più immediato di questa postura potrebbe essere quello di portare la Cina ad aumentare ulteriormente la spesa per la difesa o a focalizzarsi in settori strategici a livello economico e/o militare proprio alla luce delle posizioni di Trump. Ciò nonostante, non vedrei un “effetto Trump” sulle scelte strategiche cinesi, indubbiamente Donald Trump può aver accentuato o accelerato determinate decisioni o investimenti cinesi in determinati campi, ma non al punto di condizionare la visione strategica cinese. Per spiegare meglio questa posizione guarderei a quella che viene definita “China’s peaceful rise”, ovvero la campagna di relazioni pubbliche cinese che la Cina ha sostenuto alla metà degli anni 2000, in concomitanza dell’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Secondo tale retorica, la Cina intendeva presentarsi come una Potenza in ascesa ma interessata ad una crescita pacifica e non all’acquisizione territoriale o ad ambizioni egemoniche, respingendo così l’accostamento alla Germania guglielmina con la quale era spesso associata. Tale campagna era, se non condivisa, quanto meno non osteggiata all’interno delle Amministrazioni statunitensi o del mondo accademico americano. Questa visione è cambiata a partire dal 2012/2014, quando la Cina ha iniziato a costruire alcuni atolli artificiali o conquistare quelli naturali nel Mar Cinese Meridionale e a portare avanti attacchi cibernetici sempre più efficaci e frequenti, usando la Huawei come strumento di politica estera e spionaggio industriale, manifestando così un insieme di atteggiamenti che difficilmente possono essere associati ad un paese pacifico.

È da ricordare in questo ambito la vicenda di Shane Todd, un ingegnere americano trovato impiccato in circostanze mai chiarite nella sua stanza d’albergo a Singapore. Il ricercatore lavorava ad una tecnologia chiave per lo sviluppo dei radar per conto della Ime, un istituto di ricerca governativo, e molto probabilmente è stato ucciso poiché temeva che ciò che stava sviluppando potesse nuocere alla sicurezza statunitense in virtù dei sospetti sulle fonti di finanziamento dell’ente, dietro il quale vi era verosimilmente la Huawei.

Da allora la visione della Cina come un paese emergente con ambizioni pacifiche non è più largamente condivisa come era stato nel decennio precedente. Trump si è quindi inserito, nel 2016, quando questo cambiamento di prospettiva verso la Cina si stava manifestando in pieno.

L.R.: Su quali dossier è invece più visibile l’impatto della nuova Amministrazione?

M.G.: Paradossalmente, se si volesse vedere davvero un “effetto Trump” si potrebbe riscontrare in quegli ambiti che sono meno importanti, ad esempio Iran e Corea del Nord. Sicuramente i due dossier restano prioritari ma, a meno che le leadership dei due paesi non impazziscano tutto d’un punto, è molto difficile pensare che le ambizioni nucleari dei due paesi si trasformino almeno nel breve-medio periodo in qualcosa di potenzialmente catastrofico.

Su questi due campi, Donald Trump ha avuto, riprendendo un’opinione ampiamente condivisa, un effetto decisamente deleterio, cancellando l’accordo con l’Iran, che i paesi europei stanno tentando faticosamente di tenere in piedi e accelerando questo “gioco nordcoreano”, che andava avanti da molti anni e che la Corea del Nord ha capito che poteva portare avanti a proprio vantaggio. La Corea del Nord usa ormai da più di vent’anni il proprio programma nucleare per avere aiuti economici e Trump, con il suo modo molto estroverso di esprimersi, ha fatto il gioco della leadership nordcoreana.

L.R.: Rimanendo sul tema delle percezioni riguardo l’ascesa cinese, recentemente l’UE ha definito la Repubblica Popolare un “rivale sistemico”, un epiteto forse più morbido rispetto a quello di “rivale strategico” che ha impiegato l’Amministrazione Trump, e nelle ultime settimane, in occasione della visita di Xi Jinping a Roma, è nuovamente riemerso il dibattito sulla posizione che l’Unione Europea dovrebbe tenere verso la Cina. Vorrei chiederti quindi se esiste un diverso approccio, una diversa visione, della Cina tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

M.G.: Ancora una volta è estremamente complicato rispondere ma nel prossimo futuro sicuramente vedremo le posizioni di questi due attori divergere. Pur non volendo e non potendo fare analogie storiche con il periodo della Guerra Fredda, già nel confronto con l’Unione Sovietica erano emerse delle differenti vedute tra Europa e Stati Uniti, con la prima che sosteneva una linea spesso più morbida rispetto a quella statunitense o di alcune Amministrazioni statunitensi. Per questo l’Europa potrebbe avere una posizione più flessibile. Ad esempio, sulle grandi iniziative economiche e commerciali, come le Nuove Vie della Seta, l’Europa o alcuni paesi europei potrebbero essere più aperti di quanto l’Amministrazione americana vorrebbe.

Un ulteriore elemento è quello degli scambi commerciali: riprendendo il discorso fatto inizialmente, oggi il capitale umano gioca un ruolo fondamentale e se aziende europee estremamente avanzate in determinati settori iniziassero a permettere non solo la vendita di determinati beni ma anche il trasferimento di tecnologia alla Cina, sul modello dell’esempio della cooperazione tra Francia e India visto prima, con accordi di training e formazione di personale cinese, da questo la Cina potrebbe trarre un vantaggio importante.

In questa dinamica, i paesi europei avrebbero un esclusivo vantaggio poiché venderebbero servizi o prodotti ad elevato valore aggiunto, mentre per il governo americano questo tipo di scambi commerciali costituirebbero una minaccia poiché potrebbero facilitare la crescita economica e/o militare cinese. Quindi potremmo vedere assolutamente una divergenza tra le posizioni americane ed europee sulla Cina, dove queste ultime potrebbero riflettere un insieme di fattori, tra cui l’impatto degli interessi commerciali nazionali su quella che dovrebbe essere una comune politica estera europea verso la Cina e i diversi tassi di crescita economica che potrebbero spingere i paesi a più bassa crescita ad accettare investimenti cinesi.

 

Terrorismo sulla Nuova Via della Seta: il realismo di Pechino

Nell’ambizioso progetto cinese della Belt&Road Initiative, non vi sono semplicemente problemi ingegneristici o geopolitici. Nella costruzione di una ferrovia le asprezze territoriali tipiche del blocco centro-asiatico si affrontano, o semplicemente si aggirano; così come sarà sufficiente sedersi ad un tavolo e ratificare un accordo bilaterale, qualora uno Stato partner voglia rivedere e ridiscutere alcuni accordi presi.

Terrorismo sulla Nuova Via della Seta: il realismo di Pechino - Geopolitica.info

 

La sfida più difficile da affrontare per la Repubblica Popolare Cinese e per i Paesi centro asiatici è molto più liquida, asimmetrica, una sfida che finora la Cina ha potuto combattere tra le mura domestiche secondo le proprie regole; ed ora, che si lancia verso un progetto globale come la Via della Seta, deve imparare a combattere all’esterno.

Con il repentino disengagement statunitense in Afghanistan, e un sostanziale pragmatismo da parte delle autorità afghane che allieva ma non risolve, la proliferazione terroristica è divenuta molto più massiccia: complice la conformazione geofisica dell’Afghanistan e Paesi vicini, complice anche lo sfaldamento delle file dello Stato Islamico e delle migliaia di foreign fighters che stanno organizzando il loro rientro. Alcuni numeri indicano che i foreign fighters provenienti dagli Stan-Countries sarebbero oltre 5000, provenienti maggiormente da Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan.  A questi si aggiungono le migliaia di talebani che si sono stanziati maggiormente sul confine afghano-pakistano, e i militanti uiguri dello XinJiang, rifugiatisi nei paesi vicini dopo che la Cina ha avviato una pesante politica di repressione nei loro confronti.

Sebbene il governatore dello XinJiang, Chen Quanguo, abbia avviato una serie di misure repressive volte al controllo pressoché totale della popolazione uigura, le autorità cinesi ritengono credibili le infiltrazioni terroristiche dalla provincia afghana di Badakhshan. Le esercitazioni congiunte sino-afghane del 2017 e una probabile installazione militare cinese sul corridoio di Wakhan (una strozzatura naturale che consente l’accesso nello XinJiang) sembrerebbe dimostrare la veridicità di questa convinzione.

Dalla caduta dell’ISIS, e quindi dall’allentamento bellico nella regione mediorientale, una Al Qaeda 2.0 sembra aver preso di nuovo piede in Afghanistan e centro Asia. Un Al Qaeda che, al contrario di quanto faceva l’ISIS, non punta alla creazione di uno stato -sebbene l’ipotesi califfato sia, appunto, sempre un’ipotesi intrinseca nelle ambizioni dei gruppi islamisti-, bensì all’allargamento delle frontiere di scontro e all’aumento dei proseliti. Intrecciando la dottrina qaedista con il know-how tecnologico/militare di chi ha combattuto in Iraq e Siria si ottiene una formazione omogenea nelle esperienze e nelle tecniche di combattimento, due combinazioni allettanti per intensificare gli scontri armati di bassa intensità. La posizione poi assunta dalla Cina contro gli uiguri fa il resto: sono 5000 i combattenti che dallo XinJiang sono andati a combattere in Siria e Iraq e che ora stanno facendo ritorno.

La Cina non è nuova alla minaccia terroristica: dagli anni ’90 gruppi di matrice islamista uigura tentano di gettare il caos rivendicando le condizioni nelle quali il loro popolo è assoggettato. Adoperando una tecnica di shock and awe, in cui, armati di coltelli, assaltano luoghi affollati, come accaduto nella metropolitana di Kunming nel 2014. Attacchi che non solo si sono intensificati, ma hanno anche assunto -complice il progetto BRI- una dimensione globale, avendo come target gli obiettivi cinesi nel mondo.

Fonte di maggior preoccupazione per le autorità cinesi, oltre gli attentati contro le proprie ambasciate e rappresentanze consolari all’estero, è la situazione di sicurezza lungo il China Pakistan Economic Corridor, che dallo XinJiang si allunga fino al porto di Gwadar, nella provincia del Belucistan, una delle regioni più instabili del pianeta.

L’accentuata instabilità socio-politica è dovuta ad un sentimento di promesse tradite da parte degli investitori cinesi. Innanzitutto, si lamenta una scarsa presenza di manodopera locale nei cantieri, che sarebbero in larga parte gestiti da manovalanza cinese. Questo non ha fatto altro che polarizzare le rispettive posizioni: viste le ostilità e gli attacchi, i cinesi si stanno chiudendo in loro stessi, edificando delle vere città-fortezza. Come già sta avvenendo a Gwadar, dove si sta costruendo una città-quartiere (con capacità abitative per circa 500.000 persone) per soli cinesi. Scelte strategiche di Pechino che hanno portato i terroristi baluci a colpirne il consolato di Karachi, i quali condannano da sempre l’eccessiva spoliazione economica cinese.

Il Partito è sempre stato restio nel voler allargare le maglie di sicurezza oltre i propri confini, pur comprendendo che senza i dovuti accorgimenti, la credibilità e la stabilità del progetto BRI potrebbero venir meno e con questo i propri sogni -in verità mai dichiarati- egemonici.

Gli sforzi di Pechino per la lotta al terrorismo sono principalmente rivolti all’empowerment delle autorità locali, all’addestramento congiunto e al finanziamento di posti di blocco frontalieri. In aggiunta a misure pratiche, la Cina sta agendo anche nelle sedi internazionali per rinsaldare i rapporti con i propri vicini utilizzando il potere che ha all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) come valore aggiunto nelle trattative.

Sul fronte del terrore è emblematico il veto posto da Pechino sulla decisione di inserire il gruppo terroristico pakistano Jaish-e-Mohammed (JeM) (un gruppo con rapporti vicini all’establishment pakistano) nella lista delle organizzazioni del terrore. Un veto pesante che, ancora una volta, assurge la Repubblica Popolare a potenza puramente aideologica e realista: se da una parte detiene e rieduca i propri cittadini musulmani, dall’altra tutela l’importanza strategica dei propri progetti oltreconfine, favorendo addirittura una formazione terroristica per tutelare un partner strategico come il Pakistan e il CPEC.

La BRI oltre che ad essere un progetto economico ambizioso, si sta rivelando anche un sorprendente capitolo di realpolitik: da una parte si combatte il terrorismo inviso sia a stati partner che alla Cina stessa (vedasi i rapporti tra uiguri e gruppi tajiko-afghani e i baluci; questi ultimi acerrimi nemici del Pakistan). Dall’altra parte invece cerca di scendere a patti con forze terroristiche vicini ad establishment politici di Paesi amici che, sulla carta, non hanno l’ambizione di sabotare gli interessi pechinesi.

 

Cina e Vaticano: storia di un’autorità contesa

Il recente accordo tra Cina e Vaticano ha destato forte interesse tra l’opinione pubblica e gli esperti. Il suo significato, tuttavia, può essere compreso appieno solo se si riesce a concepirlo come il punto di arrivo di una contesa che ha tutto il sapore di una lotta per le investiture contemporanea.

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IL PROGETTO DI UNA CHIESA NAZIONALE

L’incrinatura dei rapporti tra Cina e Vaticano è di poco successiva alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC). Infatti, dopo un breve periodo di cauta politica religiosa, il Partito Comunista Cinese (PCC) inizia a sfidare il primato del Papa nella comunità cattolica cinese, sposando la convinzione di Mao secondo cui «la sovranità nazionale si estende fino al regno dei cieli» (Giunipero, 2007).

Dal 1950 al 1976, il PCC prova a creare, con risultati discutibili e marcate violenze, una Chiesa cattolica nazionale. Il primo passo in questa direzione è rappresentato dal “Movimento di riforma delle tre autonomie” del maggio 1950, teso a imporre l’indipendenza gestionale ed economica alla comunità cattolica cinese (ma non solo) e costato l’espulsione dell’internunzio apostolico (5 settembre 1951) oltre che di migliaia di missionari.

Non avendo ottenuto risultati sufficienti, nel 1953 viene lanciato il “Movimento per la patria e per la religione”, sotto l’egida del quale si giunge a una completa cacciata dei missionari e alla creazione dell’Associazione patriottica cattolica cinese (APCC, luglio-agosto 1957); tratto peculiare dell’Associazione è la promozione di nomine episcopali “dal basso” ovvero decise da riunioni del clero diocesano, mancanti di legittimità pontificia e manipolabili. In ogni caso, neanche l’APCC avrà vita semplice, visto che la Rivoluzione culturale (1966-76), sostenendo istanze fortemente anti-religiose, porterà a una sua quasi totale scomparsa.

La posizione della Santa Sede, nel medesimo periodo, oscilla tra reazione e conciliazione. Dal 1952 al 1958, Pio XII, attraverso una serie di documenti ufficiali, avversa l’etichetta di “nemica del popolo” che i comunisti cinesi cercano di attribuire alla Chiesa cattolica e condanna la nascita dell’APCC, pur senza disconoscerne del tutto le nomine episcopali. Sulla stessa linea d’intransigenza sembra attestarsi anche Giovanni XXIII, che, in un primo momento, denuncia esplicitamente la Chiesa nazionale cinese come prossima allo scisma (15 dicembre 1958).

Dopo un periodo di riflessione, però, lo stesso pontefice pensa di rasserenare i rapporti tra RPC e Vaticano, congetturando la possibilità, poi frustrata da certi vincoli, di coinvolgere i vescovi illegittimi dell’APCC nel Concilio ecumenico del 1962. Anche Paolo VI, con la sua idea di una Chiesa capace di dialogare con tutti gli uomini di buona volontà, prova ad adoperarsi per la distensione ed è a lui che vanno attribuite due notevoli iniziative: la richiesta, più o meno indiretta, di ingresso della RPC nell’ONU (4 ottobre 1964) e l’unica visita di un pontefice alla Cina continentale, sebbene attraverso una breve permanenza nella colonia britannica di Hong Kong (4 dicembre 1970).

LA NASCITA DI UNA CHIESA CLANDESTINA

Negli anni Ottanta e Novanta i rapporti tra Santa Sede e RPC faticano a superare certe tensioni di fondo. Nonostante la scomparsa degli eccessi repressivi della Rivoluzione culturale, l’autorità sulla comunità cattolica cinese continua a informare un’aspra contesa.

Il processo di riforma e apertura voluto da Deng Xiaoping, da un lato, permette la ripresa del cattolicesimo cinese, dall’altro, ribadisce la doverosa aderenza dei credenti a ideali e obiettivi del PCC. La riapertura di molte chiese e curie vescovili, dunque, viene bilanciata da una messe di disposizioni e dichiarazioni che stabiliscono la rinascita dell’APCC. In questo senso, a titolo di esempio, si segnalano: il Documento 19, con cui il Comitato centrale del PCC riconosce, in via ufficiale ed esclusiva, l’operato delle organizzazioni religiose patriottiche in Cina (31 marzo 1982); l’art. 36 della nuova Costituzione, che proibisce l’influenza straniera sugli affari religiosi interni (4 dicembre 1982); e un discorso di Jiang Zemin, risalente al 20 gennaio 2000, in cui autogestione e indipendenza della Chiesa cattolica cinese vengono chiaramente assunte come assiomatiche.

La Santa Sede, contestualmente a quanto appena descritto, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, opta per una linea d’azione incauta. Il 12 dicembre 1981, infatti, essa permette all’episcopato cinese fedele al Papa di nominare vescovi, senza aspettare l’autorizzazione pontificia. Tuttavia tale pratica d’emergenza, applicata anche in altri Paesi comunisti, in Cina, finisce per creare un’organizzazione ecclesiastica parallela e sotterranea rispetto all’APCC.

In breve, è nei Primi anni Ottanta che emerge, per davvero, la scissione tra cattolici “clandestini” e “ufficiali”, una scissione che peggiora nel 1988 con la decisione della Chiesa di Roma di disconoscere i preti ordinati da vescovi patriottici. Durante il decennio successivo, malgrado alcune modifiche marginali, la Santa Sede mantiene la sua posizione, anche a scapito dei clandestini che vengono trattati come controrivoluzionari dal governo cinese, per il già citato Documento 19.

IL PROGRESSIVO RIAVVICINAMENTO

Nel 2000 la canonizzazione di alcuni martiri cinesi invisi al PCC, celebrata per giunta il 1° ottobre (giorno della fondazione della RPC), sembra minare ulteriormente le relazioni sino-vaticane. Cionondimeno il successivo pragmatismo mostrato dalla della Santa Sede facilita la potenziale soluzione di una disputa ormai più che sessantennale.

Nel nuovo millennio la leadership cinese non rinuncia, di fatto, alla sua posizione di principio. Al cattolicesimo, così come a tutte le altre religioni ufficialmente riconosciute dalla RPC, continua ad essere chiesto di adeguare i propri precetti a quelli del pensiero socialista cinese, anzi attorno al 2015 viene anche coniato il concetto di “sinizzazione delle religioni”, per rimarcare l’atteggiamento ufficiale di Pechino.

Novità sostanziali circa la “questione cinese”, invece, vengono introdotte dalla Santa Sede. In linea di massima, si può dire che gli ultimi tre pontefici abbiano rimodulato il rapporto con la RPC, sbarazzandosi di certe rigidità inattuali. Nello specifico, a Giovanni Paolo II va ascritto il merito di aver creato i presupposti per un nuovo dialogo con la RPC, grazie alla richiesta di perdono per gli errori commessi dai cattolici in Cina (24 ottobre 2001); a Benedetto XVI quello di aver iniziato a ricomporre la frattura tra clandestini e ufficiali, con la dismissione delle nomine episcopali d’emergenza (27 maggio 2007); a Francesco quello di aver garantito un riavvicinamento decisivo tra Cina e Vaticano, siglando un accordo provvisorio con il governo di Pechino circa il sistema delle nomine dei vescovi cinesi (22 settembre 2018).

Il summenzionato accordo provvisorio rappresenta, dunque, il più recente sviluppo nelle relazioni tra RPC e Vaticano. Esso, seppur carico di significato storico, non può essere valutato adeguatamente poiché non se ne conoscono i dettagli. Ci sono solo due certezze: la sua natura eminentemente pastorale, data la mancanza di disposizioni tese all’instaurazione di relazioni diplomatiche tra RPC e Santa Sede; e, soprattutto, il riconoscimento di un certo ruolo del governo di Pechino nel processo di nomina dei vescovi cinesi. Quest’ultimo punto solleva almeno due interrogativi: 1) la politica di sinizzazione del cattolicesimo cinese cesserà dopo questo compromesso o continueranno a esistere tensioni tra Santa sede e Cina comunista su questo tema? 2) Il Vaticano, con questa palese deroga al principio di separazione tra Stato e Chiesa, potrebbe aver creato un precedente che qualche altro Stato desidererà sfruttare in futuro?

 

L’Italia e le Vie della Seta
E’ oggettivamente presto per riuscire a comprendere la reale portata dell’accordo siglato a Roma tra Italia e Cina. Ci vorranno anni per capire la reale attuazione dei vari punti. Per poter analizzare sia l’accordo siglato sia le interazioni sino italiane può essere utile ripercorrere brevemente le interazioni tra Roma e Pechino negli ultimi decenni.

 

L’Italia e le Vie della Seta - Geopolitica.info

La via della Seta e il presunto neo colonialismo cinese sono stati al centro del dibattito politico e la Cina è diventata per qualche giorno lo scenario internazionale cruciale anche in Italia. Al termine della visita del presidente Xi restano molti dubbi su tante scelte, del presente e del passato, rispetto alla proiezione italiana nei confronti della Cina.

La visita di Xi Jinping a Roma ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, dalle consuete descrizioni dei banchetti ufficiali e dei vestiti della first lady, alle inconsuete interazioni con i giornalisti dei funzionari cinesi e alle dettagliate analisi della politica estera cinese. L’opinione pubblica italiana si è mostrata polarizzata, come sempre, rispetto alla valutazione degli accordi. Molti commenti sono stati dedicati alla mancanza di riferimenti alle violazioni dei diritti umani, dalla situazione dello Xinjiang, ai tanti giornalisti detenuti in Cina sino al mancato rispetto degli appelli per la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Si tratta di temi cruciali, che abbiamo trattato in maniera estesa in più occasioni, ma va ricordato che le precedenti missioni istituzionali italiane in Cina hanno seguito esattamente la stessa linea. I vari governi che si sono succeduti negli scorsi decenni hanno sempre accuratamente evitato ogni riferimento a temi sensibili a Pechino quando si sono trovati a siglare accordi economici. Le missioni in Cina durante i governi Renzi e Gentiloni, dalla visita del Presidente Mattarella a Pechino alle numerose e proficue iniziative nelle varie provincie cinese guidate dall’allora Sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, si sono sempre sottratti dal parlare di temi sensibili come quello dei diritti umani negati. Durante ognuna di quelle visite il confronto con la stampa italiana, sia durante sia al termine delle missioni, è stato ridotto all’essenziale. La comunicazione è avvenuta sempre attraverso comunicati congiunti e nessuno spazio è mai stato riservato a un reale confronto con i media.

La Repubblica Popolare cinese percepisce ogni accenno a temi come Taiwan, Tibet, Xinjiang, attivisti per i diritti civili imprigionati e questioni correlate come delle vere e proprie ingerenze nella proprie questioni interne. Negli scorsi anni varie nazioni europee hanno subito l’ostracismo di Pechino per aver sollevato dubbi su questi temi, dalla Norvegia per il Nobel a Liu Xiaobo alla Francia di Sarkozy per l’incontro con il Dalai Lama. Il governo italiano si è sempre tenuto bene alla larga da ogni possibile frizione con la RPC, lasciando l’arduo compito di ammonire Pechino sul rispetto dei diritti umani alla proiezione diplomatica dell’Unione Europea.

“L’operazione cinese” di Matteo Renzi portò notevoli benefici all’Italia che arrivò addirittura a superare la Francia, che ancora scontava la coda delle incomprensioni tra Sarkozy e Pechino, nei volumi di interscambio con la Cina. Il Partito Democratico si è sempre astenuto da qualsiasi critica nei confronti delle libertà civili in Cina, anche per quanto riguarda l’accordo siglato a Roma le principali obiezioni riguardano la natura politica dello stesso e non le possibili criticità legate alle condizioni dei lavoratori nei paesi della Belt Road Iniziative (BRI). Il centro destra ha sempre mantenuto un’approccio abbastanza distante rispetto alla Cina. E’ ben nota la difficoltà dei governi Berlusconi di mantenere una efficace proiezione italiana nei confronti del paese asiatico. Una significativa, ma minoritaria, parte del centro destra legata a una tradizione liberale ha sempre espresso in maniera netta le preoccupazioni rispetto ai temi dei diritti civili in Cina, senza però riuscire a catalizzare l’attenzione all’interno della propria coalizione.

Un’altro tema del dibattito è stato quello della possibilità di accesso al mercato cinese, essendo gli investimenti stranieri  sino ad ora fortemente limitati. L’annuncio dell’apertura dei mercati finanziari nello scorso anno ha generato una grande aspettativa negli investitori. Ma l’effettiva attuazione dell’annuncio cinese lascia tuttavia molti dubbi e gli investitori stranieri non hanno mostrato sinora troppo fiducia nella proposta di Pechino. Il tema della reciprocità dell’economia di mercato in Cina e delle presunte violazioni dei diritti umani sono relativamente deboli, vista la consuetudine italiana (ma anche europea) di dimenticare le criticità cinese quando si tratta di accordi bilaterali di carattere economico con Pechino.

La differenza della visita di Xi Jinping e della firma del memorandum sulla Via della Seta rispetto ai precedenti accordi risiede nella sua natura politica. L’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’accordo sino italiano è stata molto grande, sia in Europa e in America che in Asia. I giornali cinesi hanno dato grande risalto alla firma dell’accordo, presentato in Cina come una vera e propria “entrata” a pieno titolo dell’Italia nel progetto BRI.  Molti quotidiani cinesi hanno riportato le presunte ingerenze statunitensi nella politica italiana, sottolineando come la validità del progetto BRI abbia creato le condizioni per la firma italiana. I quotidiani giapponesi hanno evidenziato l’importanza dell’accordo di Roma sulla BRI mentre la visita di Xi e la firma del memorandum hanno conquistato le prime pagine su tutta la stampa occidentale.

Al di là della reale portata e delle conseguenze dell’accordo, a livello politico la visita di Xi Jinping è stata un vero e proprio successo per la RPC. Nella percezione dell’opinione pubblica mondiale la visita è stata un ulteriore trionfo della nuova assertiva politica promossa dal presidente cinese. La scelta cinese di avviare progetti e iniziativa in zone a basso tasso di sviluppo economico in Italia, come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, dove sono presenti delle basi Nato rappresenta una vera e propria sfida all’alleanza atlantica agli occhi di molti osservatori. Mentre le possibili conseguenze dell’inserimento del tema delle telecomunicazioni nell’accordo firmato è un’altro elemento cruciale. Si tratta di una semplice menzione e sono del tutti assenti sia riferimenti precisi sia modalità di attuazione di progetti congiunti. Ma l’idea di una possibile sinergia con la Cina per lo sviluppo della rete infrastrutturale 5G ha spaventato gli alleati in Europa e in America.

In sostanza le modalità dell’accordo non presentano caratteri inediti, tutti i precedenti governi hanno trattato con la Cina in maniera simile. Riuscendo a tenere l’interscambio commerciale in positivo e mantenere la Repubblica Popolare Cinese nel ruolo di indispensabile partner commerciale, senza però tentare di avviare un reale dialogo su temi sensibili come i diritti umani e la reciprocità dell’economia di mercato.

Il progetto BRI presenta delle criticità, ben note, che rimangono tuttora irrisolte. Si tratta di un progetto mastodontico che ha cambiato la natura dei propri contenuti in varie occasioni e che deve ancora essere messo alla prova. La natura fortemente politica, e la rappresentazione dell’accordo al di fuori dei confini nazionali, è una novità assoluta. Sia i contrasti all’interno del governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, sia il mancato controllo sulla narrazione nei media nazionali e internazionali hanno determinato un effetto non positivo per l’immagine nazionale e un eccessivo sbilanciamento rispetto agli effettivi contenuti dell’accordo. La mancanza di un dibattito reale sulle delicate questioni strategiche e legate alla sicurezza nazionale che l’accordo evoca ha dimostrato una scarsa capacità dell’esecutivo di comprendere la portata di medio e lungo termine del memorandum. Soprattuto la finalità dell’accordo non risulta chiara mentre i vantaggi di Pechino in termini di immagine sono sin da subito evidenti. Agli occhi dei media mondiali l’accordo ha visto l’ingresso di una delle più importanti economie europee di un membro del G7,  di un paese fondatore della UE e della terza economia dell’Eurozona all’interno del progetto BRI. La realtà è sicuramente diversa ma l’incapacità di comunicare la vera natura dell’accordo è un elemento negativo, rispetto alla proiezione internazionale dell’Italia. Dall’altro lato i vantaggi italiani sembrano più incerti. L’accordo potrebbe generare un maggior interscambio tra i due paesi ma, ad oggi, non possiamo essere certi del risultato.

In Europa sino ad oggi solo la Germania ha mostrato di poter occasionalmente dialogare in maniera efficace con la Cina, mentre i tentativi di approccio bilaterale degli altri paesi non hanno conseguito risultati soddisfacenti. La dimostrazione di una capacità italiana per uno spazio di manovra con la Cina, al di fuori della cornice europea, era evidentemente uno dei principali obiettivi del memorandum appena siglato. Ma la divisione interna del Governo e i dubbi sulle modalità e sulla natura dell’accordo hanno parzialmente sconfessato il ruolo italiano.

Quattro riflessioni sulle Vie della Seta

Il governo giallo-verde ha in più occasioni espresso l’ambizione di rafforzare la cooperazione con Pechino in diversi settori e ha manifestato l’interesse di fare dell’Italia il primo paese del G-7 a mettere nero su bianco la propria partecipazione alle Nuove Vie della Seta, il monumentale progetto infrastrutturale lanciato nel 2013. La visita di Xi Jinping in Italia apertasi il 21 marzo ha coronato quest’aspirazione. Nella mattina del 23 marzo, il vice premier, Luigi Di Maio e il Presidente della National Development and Reform Commission, He Lifeng, hanno, infatti, firmato il Memorandum di Intesa sulla Via della Seta, assieme a dieci accordi tra imprese, compresi quelli sui porti di Trieste e Genova, e diciannove accordi istituzionali.

Quattro riflessioni sulle Vie della Seta - Geopolitica.info

Fin da subito commentatori e analisti si sono divisi tra sostenitori e detrattori di questo progetto, con una netta preponderanza di quest’ultimi. Entrambe le parti sembrano, però, convenire su un giudizio: il MoU, di per sé, è un documento simbolico, poiché non vincolante e semanticamente molto vago. Le due posizioni divergono, quindi, su altri punti. Semplificando, i primi sostengono, in diverse sfumature, che la firma del documento avanzerà la posizione commerciale, finora meno fortunata rispetto ad altri paesi europei, dell’Italia nell’export verso la Cina. A tal scopo, il MoU dovrebbe fungere da apripista ad altri accordi commerciali, tecnologici, di cooperazione culturale, p2p etc. Al contrario, i secondi sottolineano come la genericità dell’accordo sottintenda un tentativo cinese di dividere il fronte europeo che sta progressivamente adottando una postura più risoluta nei confronti dell’espansione economica e politica di Pechino, etichettando la RPC come “rivale sistemico”. L’accordo, in questo senso, sarebbe da interpretare come un “cavallo di Troia” cinese in Unione Europea, per dividerla e garantire a Pechino un trattamento più vantaggioso come in occasione della (mancata) reprimenda per le violazioni dei diritti umani. In ogni caso, come correttamente sottolinea Enrico Fardella, l’accordo ha un’enorme valenza politica.

Cercando di fornire in questa sede una prospettiva originale, ci sono a mio parere alcuni punti da sottolineare:

  • L’Italia può e deve avanzare la propria posizione commerciale e politica nei confronti di un attore che esplicitamente ha fatto del Mediterraneo un punto nevralgico della propria proiezione globale. Commercialmente, nell’area i traffici stanno aumentando sensibilmente come dimostrano l’intensa attività nel porto del Pireo e l’ampliamento del canale di Suez. I movimenti di TEU (misura standard per i container) nel Mediterraneo dovranno essere scaricati sulla terraferma per raggiungere via rotaia l’Europa centrale e occidentale e l’Italia può giocare un ruolo centrale. Politicamente, una presenza del genere avrà ricadute diplomatiche, militari e culturali nell’area e sui paesi rivieraschi. Roma dovrà essere capace di monitorare le tappe intermedie delle Vie della Seta e, quando necessario, affrontare le sfide che potrebbero emergere anche in maniera bilaterale, dialogando direttamente con Pechino.
  • In quanto media potenza, l’Italia ha spazio di manovra. Lo aveva durante la Guerra fredda e lo mantiene in un contesto complesso, in deterioramento, ma comunque pacifico come quello odierno. La teoria delle Relazioni Internazionali fornisce alcuni spunti interessanti per capire la condotta delle medie potenze e la loro politica delle alleanze (si veda ad esempio Marco Valigi, Le Medie Potenze: Teoria E Prassi in Politica Estera. Milano : VP Vita e pensiero, 2017). Una politica intelligente per una media potenza come l’Italia sarà quella di approfittare dei vantaggi che una più stretta relazione con la RPC potrà portare e, contemporaneamente, promuovere il nostro interesse in seno alla NATO e all’Unione Europea.
  • Nel medio-lungo periodo nessun analista ed esperto prevede un miglioramento delle relazioni tra Washington e Pechino, e, in misura minore, tra UE e Repubblica Popolare Cinese. Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico». Infine, in quanto membro di una NATO che affronta un dilemma esistenziale perché sempre più convinta che la minaccia risieda nell’ascesa della Cina più che in Russia, in qualità di alleato degli Stati Uniti e paese fondatore dell’UE, l’Italia deve interfacciarsi con un ambiente strategico sempre più difficile e confrontarsi con la realtà che, con riguardo alla Cina, le finestre di opportunità stanno chiudendosi. Una “strategia a lungo termine” dell’Italia dovrà tener conto di questi fattori.
  • Il progetto Belt and Road mostra alcune fragilità che il governo cinese potrebbe non riuscire a risolvere in futuro. Dato l’impatto che un’iniziativa simile può avere sulle economie locali, il Governo italiano (questo e i prossimi) dovranno mantenersi all’erta e studiarne l’avanzamento. BRI, infatti, prevede la costruzione di un alto numero di infrastrutture e hub intermedi tra il Mar Cinese Meridionale e il Mar Mediterraneo, la cui mancata realizzazione potrebbe compromettere l’intero processo e ridurre il numero dei traffici potenziali verso l’Italia. Un osservatorio permanente del progetto, in seno al Governo o frutto di una partnership pubblico-privato, potrebbe fornire un’adeguata informazione sui progressi delle Vie della Seta.