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La supremazia quantistica: un nuovo terreno di scontro tra USA e Cina

Alla fine di settembre è stato pubblicato, e poi ritirato, un articolo sul sito della NASA in cui Google affermava di aver raggiunto un traguardo epocale. Il computer quantistico e più in generale le tecnologie quantistiche hanno un evidente doppio utilizzo che le rende una risorsa strategica per gli apparati di intelligence. Questo è solo l’inizio di un nuovo fronte nello scontro tra l’aquila e il dragone.

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L’annuncio
Di supremazia quantistica si era accennato pochi mesi fa in un articolo su questo sito. Il 20 Settembre si è dato per la prima volta annuncio del raggiungimento di tale traguardo. È infatti apparso brevemente sul sito della NASA un articolo firmato da “Google AI quantum and collaborators” in cui si fa il primo accenno di raggiungimento della supremazia quantistica. L’articolo è stato prontamente ritirato e c’è da ringraziare il Financial Times per averlo salvato. Attualmente può essere letto al seguente link.

Interessi militari sulle tecnologie quantistiche
Cosa significa aver raggiunto tale traguardo? Se lo studio fosse confermato significherebbe che per la prima volta un computer quantistico è in grado di eseguire un calcolo impossibile per un computer classico. Nello specifico Sycamore, il computer quantistico di Google, è stato in grado di risolvere in 200 secondi un calcolo che Summit, il più potente supercomputer del mondo, avrebbe risolto in circa 10.000 anni. Il calcolo consisteva nel definire se una sequenza di numeri casuali lo fosse davvero. Questo risultato è reso possibile dal diverso modo in cui operano i computer quantistici, se infatti si deve trovare un numero all’interno di una rubrica, ciò che ogni computer classico fa è di scorrere i numeri uno ad uno, senza alcune distinzioni tra uno smartphone e un supercomputer. Un computer quantistico è in grado invece di leggerli in parallelo, tutti. Sostituendo il termine “numeri in una rubrica” con “password” si capisce la potenziale portata e l’ovvio interesse militare in questa tecnologia.

Il dragone alla ricerca dei quanti
Le nazioni più attive nello sviluppo di tecnologie quantistiche sono ovviamente USA e Cina, se infatti gli USA nel 2018 sono primi per numero di brevetti nella categoria “quantum computing”, il paese del dragone registra nello stesso anno quasi il doppio dei brevetti nella categoria “quantum technologies”, 492 contro 248. Attualmente alla University of Science and Technology of China, il fisico cinese Pan Jian-Wei guida un gruppo di 130 scienziati, accompagna regolarmente il presidente Xi Jinping lungo i corridoi dell’università ed è in procinto di ricevere un finanziamento di 400 milioni di dollari per aprire un centro di ricerca dedicato nella provincia di Anhui. Pechino non sta lesinando sforzi e investimenti, se infatti l’Unione Europea ha puntato complessivamente 1.2 miliardi di dollari nel quantum computing, la Cina ha speso circa 10 miliardi solo per il nuovo centro di ricerca di Hefei, che aprirà nel 2020.

Attacco e difesa
Intanto, se gli USA giocano in attacco con il quantum computing, la Cina gioca in difesa con lo sviluppo di satelliti e comunicazioni sicure, basate ovviamente sulla tecnologia quantistica. Jonathan Dowling, professore di fisica della Luisiana State University, ha affermato infatti che in pochi anni la Cina potrebbe diventare un buco nero, impossibile da ascoltare grazie alle comunicazioni quantistiche. Ciò è possibile perchè ogni tentativo di “origliare” una comunicazione ne influenzerebbe lo stato quantistico, rendendo palese il tentativo di intercettazione.

Il futuro quantistico
Questi scenari sono tuttavia ancora distanti nel tempo, in quanto questi computer hanno delle limitazioni che ne impediscono l’utilizzo corrente. I processori devono infatti essere tenuti a temperature prossime allo zero assoluto (-273.15°C) e la benchè minima variazione di temperatura, o interferenza elettromagnetica, ne farebbe collassare stato quantico. Gli apparati di intelligence di USA e Cina, ma non solo, sono ovviamente molto interessati ed è solo una questione di tempo affinchè ci sarà una prima applicazione sul campo.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

Il ruolo strategico di Russia e Cina in Venezuela: crisi della Dottrina Monroe ed ulteriore passo verso un mondo multipolare?

La crisi venezuelana dura ormai da molti anni (almeno dal 2013) e colpisce a livello sociale, economico e politico. La presenza di due “Presidenti” ostili l’un l’altro e la mancanza cronica di beni di prima necessità (oltre a molte altre problematiche) attanagliano il paese da troppo tempo e rendono la situazione difficilmente risolvibile, almeno nel breve termine. La motivazione principale sta nel fatto che questa nazione è uno dei “campi di battaglia” delle superpotenze nell’arena mondiale.

Il ruolo strategico di Russia e Cina in Venezuela: crisi della Dottrina Monroe ed ulteriore passo verso un mondo multipolare? - Geopolitica.info (ap)

 

Da una parte c’è Washington, con l’attuale Presidente Donald Trump che minaccia da tempo un intervento militare e che sta strozzando l’economia di Caracas con delle sanzioni “draconiane”; l’obiettivo finale di questa politica è l’abbattimento dell’attuale classe dirigente bolivariana e l’insediamento di un Governo più “sensibile” alle volontà statunitensi.
Dall’altra parte sono presenti Mosca e Pechino (con il sostegno dell’Avana) che appoggiano economicamente, politicamente e militarmente Maduro, garantendosi così un’ulteriore “breccia” nel giardino di casa degli USA, un alleato ricco di materie prime e ideologicamente affine (soprattutto con la Cina e con Cuba), nonché un ruolo di primo piano con tutti quei paesi che hanno relazioni difficili con Washington.
Il prosieguo e l’eventuale risoluzione della crisi di questo paese latino-americano sono due dei principali indicatori (insieme, ad esempio, all’esito della guerra dei dazi e alla crisi iraniana) per una reale comprensione di come si stiano evolvendo le relazioni internazionali, nonché di quale sia il peso dei principali attori statali e sovranazionali a livello mondiale.

Le superpotenze in Venezuela
È ormai noto che la Russia e la Cina siano due dei principali sponsor dell’attuale Governo Bolivariano. Mosca ha nel Venezuela socialista uno dei principali partner latinoamericani e caraibici e il tentativo di Putin di ritagliarsi un ruolo internazionale sempre maggiore lo obbliga a considerare di importanza strategica il mantenimento del potere, a Caracas, da parte del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela). La Russia ha, infatti, sviluppato relazioni strategiche con questo paese a partire dalla vittoria di Chàvez.
Legami politici, economici e militari che garantiscono a Caracas un sostegno decisivo nell’ottica dell’emancipazione dal potente vicino nordamericano e alla Russia un’ulteriore presenza nel giardino di casa degli USA (con significativi vantaggi geopolitici e geoeconomici a tutti i livelli).
Alcuni dati a suffragio di queste considerazioni:

  • Per quanto riguarda la cooperazione tecnico-militare, degni di nota sono il tentativo di modernizzazione dell’aeronautica venezuelana tramite il programma Sukhoi, l’acquisto di Caracas dei sistemi antimissile S-300, la presenza dei Tupulev Tu-160 dell’Aviazione Russa (bombardieri anche nucleari) nel paese latino-americano e il sostegno russo alla generale modernizzazione dell’esercito venezuelano. Si parla di circa 11 miliardi di dollari di investimenti venezuelani per l’acquisto di armamenti russi;
  • In ambito energetico, si segnala che l’8% del processo di estrazione e trasformazione del petrolio venezuelano è in mano a joint-venture a partecipazione russa;
  • Il Cremlino ha supportato la ristrutturazione del debito di Caracas per 3,15 miliardi di dollari;
  • La continua condanna, da parte russa, delle politiche statunitensi nei confronti del Venezuela;

Anche Pechino, come Mosca, decidendo di sostenere il Governo Maduro, si è schierata in aperto conflitto con le volontà di Washington. La politica estera di Xi Jinping si muove seguendo delle linee ben precise che contemplano anche una presenza in America Latina. Questo ha portato il paese asiatico a sviluppare un flusso di ricchezza tale verso questa regione che gli ha garantito un importante accesso in quasi tutte le nazioni dell’area, anche quelle più legate agli USA (la base spaziale in Patagonia ne è un esempio lampante). Ovviamente, per affinità ideologiche e per necessità oggettive, il Venezuela è uno dei partner strategici di Pechino. Anche in questo caso, come per la Russia, notiamo un continuo rafforzamento dei legami tra questi due paesi, con Xi Jinping che aumenta la sfera d’influenza cinese nel mondo, amplia la strategia della Belt and Road Iniziative e si presenta sempre più come uno degli attori principali del tanto “agognato” mondo multipolare, mentre Maduro si ritrova un importante alleato nello sviluppo del progetto bolivariano e per il miglioramento delle condizioni economiche del paese.
Alcuni dati a sostegno di tali considerazioni:

  • La dichiarazione dell’ambasciatore cinese in Venezuela in occasione del 45° anniversario delle relazioni bilaterali tra i due paesi: “L’amicizia tra Cina e Venezuela costituisce una grande ricchezza. Il quarantacinquesimo anniversario delle relazioni diplomatiche ci porta a un nuovo punto di partenza, in cui entrambe le parti sono disposte ad andare avanti insieme per consolidare e promuovere gli scambi bilaterali e la cooperazione, salvaguardando equità e giustizia”;
  • La firma di una “partnership strategica globale” nel 2014;
  • Il prestito cinese al Venezuela, negli ultimi anni, di circa 60 miliardi di dollari, molti dei quali rimborsati in petrolio;
  • I circa 600 progetti congiunti sviluppati in maniera congiunta dai due paesi, con Pechino che ha guadagnato un accesso privilegiato al mercato venezuelano e ne è il massimo creditore del debito pubblico;
  • I continui avvertimenti cinesi a non interferire negli affari interni dei singoli paesi, con preciso riferimento al Venezuela e ai falchi dell’amministrazione USA che spingono per un intervento armato;
  • Gli investimenti diretti di Pechino a Caracas che ammontano, negli ultimi 15 anni, a circa 21 miliardi di dollari, di cui circa 12,7 nel settore energetico. In generale, l’interscambio tra i due paesi è stato di 6,3 miliardi nel 2017;

Come sottolineato, dunque, Russia e Cina (insieme a Cuba), sebbene per motivazioni non del tutto coincidenti, sono i principali alleati del Venezuela Bolivariano. La loro “fedeltà” a questa posizione lascia presagire altri momenti di duro confronto con gli USA, con questi ultimi decisi a non lasciare niente di intentato per non perdere il ruolo preminente nel panorama latino-americano e caraibico.

L’alba di un nuovo ordine mondiale?
L’ “affaire Venezuela” è, secondo il parere di chi scrive, la dimostrazione che il sistema internazionale sviluppatosi dopo la caduta del Muro di Berlino sta “collassando”. L’unipolarismo a guida USA, considerandolo metaforicamente come un software impenetrabile per circa vent’anni, sta subendo attacchi hacker che lo stanno lentamente erodendo. Oggi stiamo assistendo allo sviluppo di un rinnovato “balance of power”, con la Cina e la Russia che stanno guadagnando terreno sugli Stati Uniti d’America, anche attraverso una maggiore saldatura nelle loro relazioni in tutti i campi (in primis politico ed economico).
Infatti, queste potenze, insieme a quelle a carattere più regionale come India, Iran e appunto Venezuela (tra le altre), stanno reclamando maggiori spazi, nonché conquistando “terreni” fino a pochi anni fa impensabili.
La situazione venezuelana può essere considerata l’esempio più lampante delle difficoltà statunitensi nell’arginare lo sviluppo di questo possibile “nuovo ordine mondiale”, con la Dottrina Monroe del 1826 che non sembrerebbe più in grado di garantire la supremazia di Washington nel “suo” continente.
In base a tutto questo, il futuro delle relazioni internazionali non potrà prescindere da almeno due considerazioni fondamentali:

  • L’accettazione di un Sistema Internazionale multipolare, con modelli di sviluppo diversi ma capaci di dialogare e rispettarsi a vicenda, nell’osservanza del principio dell’autodeterminazione dei popoli e della non interferenza;
  • La riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che rispecchi la “nuova realtà”, decisamente diversa da quella di settant’anni fa, ma anche di soli venti anni fa. In particolar modo, è necessaria una riforma del Consiglio di Sicurezza che contempli almeno i seguenti punti:
  1. consistente allargamento dei membri, permanenti e non), essendo arrivati a quota 193 stati facenti parte delle Nazioni Unite (l’ultimo aumento dei membri non permanenti del CdS si registrò nel 1963)
  2. migliore suddivisione dei posti tra i membri (nonché una diversa ripartizione del potere di veto), in quanto alcune regioni del mondo sono abbondantemente sottorappresentate nonostante la loro significativa importanza nello scacchiere geopolitico

Il prosieguo di questo clima ostile, con lo sviluppo di una “terza guerra mondiale a pezzi” (definizione di Papa Francesco), sia militare che economico-finanziaria, che sta portando il globo verso una situazione sempre più pericolosa, in cui il fantasma di una guerra atomica “definitiva” per l’umanità non accenna a scomparire.

L’evidenza dell’offensiva politico-mediatica cinese sul caso Hong Kong

Dopo le dichiarazioni espresse dall’Ambasciatore cinese in Gran Bretagna, l’Ambasciata cinese ad Ottawa avverte il Governo canadese che schierarsi con i manifestanti ad Hong Kong è considerato da Pechino una pericolosa ingerenza nei propri affari interni.

L’evidenza dell’offensiva politico-mediatica cinese sul caso Hong Kong - Geopolitica.info

La dichiarazione dell’Ambasciata cinese arriva solo pochi giorni dopo l’accusa, pronunciata da Lu Xiaoming, il diplomatico in carica presso la sede inglese, durante una conferenza pubblica. Xiaoming aveva avvertito la classe politica britannica di non intervenire pubblicamente, frenandosi dall’offrire dichiarazioni sulle proteste che potessero in qualche modo interferire nella percezione della legittimità dell’azione della Cina nel rispetto della legge vigente sull’isola.

L’Ambasciatore cinese ci ha tenuto a precisare che sebbene “qualche politico inglese crede ancora che Hong Kong sia sotto il dominio coloniale” le cose non stanno così.  Secondo la BBC, che ha riportato la notizia, la dichiarazione di Liu Xiaoming fa seguito ad una accusa rivolta qualche giorno prima dal Ministro degli Esteri Cinese, al Segretario degli Esteri Dominic Raab, di “interferenza” negli affari nazionali della Cina.

Alla vigilia di Ferragosto, una Conferenza stampa indetta dal neoambasciatore Liu Junhua, ha chiarito anche in Italia la posizione della Cina sulle proteste. Secondo Junhua, i manifestanti sarebbero individui “radicali, senza alcun riguardo per la legge, l’ordine e l’interesse pubblico”. Ribadendo la questione come un affare interno su cui il Governo non accetterà alcuna infiltrazione di paesi terzi. A questa, nei giorni scorsi si sono unite altre dichiarazioni in Spagna, Olanda, Repubblica Ceca e Australia ma con lo stesso messaggio: la Cina non tollererà ingerenze straniere in quello che considera come un affare nazionale, opinioni ‘errate’ rappresentano ‘un’intromissione negli affari interni della Cina’.

Sebbene le dichiarazioni abbiano suscitato un tiepido dibattito nel nostro paese, le accuse rivolte a Gran Bretagna e Canada, quest’ultima in misura maggiore viste le attuali, già delicate relazioni diplomatiche tra i due paesi a seguito del caso Huawei, rischiano di peggiorare ulteriormente il clima già teso.

C’è da chiedersi quanto Pechino sia consapevole che veicolare un messaggio “a reti unificate” sia dannoso tanto per la sua immagine pubblica, quanto per le sue relazioni con l’Occidente, relazioni che ultimamente fatica a sostenere. Accuse così aperte, mostrate verso un paese “amico” significano certamente una buona dose di ‘self-confidence’ ma anche, probabilmente, poca accortezza nella gestione delle sue pubbliche relazioni sulla scena internazionale e una perdita di credibilità, così faticosamente conquistata, nei consessi multilaterali, almeno in occidente.

Quella di Hong Kong può essere vista come la seconda crisi diplomatica dell’anno 2019 per la Cina (dopo Huawei), alle prese con la costruzione della sua “benigna” immagine a livello internazionale. Il suo campo di battaglia è ancora una volta l’opinione pubblica europea, spaventata dal rischio cyber paventato dagli Stati Uniti su dati e comunicazioni e contemporaneamente avvolta dal tepore di una ‘Mater China’ e dai benefici di una diretta cooperazione economica e commerciale promossa dalla BRI.

In un clima politico che si è fatto ingranaggio di un gioco più grande, l’Europa sostiene la libertà di manifestare dei cittadini di Hong Kong, in una dichiarazione dell’Alto Rappresentante per la politica Estera Federica Mogherini ed esprime preoccupazione sull’escalation delle violenze, ma la Cina fa spallucce e dà voce ai suoi rappresentanti politici dove può.

Impossibile rimandare una seria riflessione, se sia il caso di accettare o meno questa dialettica, e se il meta-messaggio diffuso da Pechino non sia da considerarsi esso stesso sintomo evidente di una interferenza nella politica europea.

Se la Cina sta guadagnando consenso tra le élites politiche europee di molti paesi, come è emerso di recente dovremo allora abituarci a questa modalità cinese di gestire tanto le relazioni politiche, quanto l’opinione pubblica straniera come una arma affilata in politica estera, una linea autoritaria, in alcuni casi preventiva, brusca che qualcuno già definisce come ‘Hybrid warfare’, visto anche l’utilizzo di account Twitter e Facebook per diffondere disinformazione, ma che è molto di più perché irrompe nella nostra quotidianità da una pluralità di media e attori, esercitando pressioni non solo sui governi ma influenzando le decisioni di aziende e multinazionali, come dimostra il caso CatayPacific.

Stiamo assistendo ad una nuova fase delle relazioni tra Cina e Occidente, all’utilizzo dei social per manipolare l’opinione pubblica, deliberatamente, per creare discordia e minare la libertà di espressione politica nelle nostre società; ad una polarizzazione dell’informazione attraverso la creazione ad hoc di notizie, la divulgazione di immagini e video messaggi che ricalcano il linguaggio a noi conosciuto, come è la canzone rap diffusa sul canale CGNV su Twitter; che sfruttano a proprio favore i canali offerti dai media occidentali e l’assenza di reciprocità nella diffusione della comunicazione, in questo caso unidirezionale da Pechino verso l’occidente.

Una propaganda diretta più che ad influenzare la sfera pubblica nazionale e trans-nazionale, ideata per generare confusione, in questo diventata tattica, che va ad aggiungersi all’offensiva politica, anche questa mediata, diffusa nella cornice della diplomazia, le ambasciate. I casi di Polonia e Francia dimostrano che anche quando non direttamente e apertamente impiegate come ‘arma’ in questa guerra che si gioca sull’informazione, le ambasciate possono fungere da megafono per ribadire e amplificare un messaggio positivo – l’importanza della cooperazione e diffondere un’immagine favorevole della Cina, e riportare una ‘zero sum’ sulla bilancia globale del mainstream.

 

Le proteste di Hong Kong e la sfida a Pechino

Le proteste ad Hong Kong hanno raggiunto in questi giorni un livello di intensità altissima, creando una situazione potenzialmente esplosiva nei rapporti tra Pechino e l’ex colonia britannica.

Le proteste di Hong Kong e la sfida a Pechino - Geopolitica.info

Nella giornata di domenica 11 agosto il livello di violenza nelle strade di Hong Kong ha registrato un picco pericoloso: lancio di lacrimogeni e di proiettili antisommossa ad altezza d’uomo e numerosi scontri fisici tra le forze dell’ordine e i manifestanti. Una giovane, che prestava servizio come volontaria per l’assistenza sanitaria ai manifestanti, è stata colpita al volto da un proiettile antisommossa e, secondo fonti vicine agli organizzatori della protesta, perderà la vista da un occhio. I filmati realizzati dagli attivisti e dai giornalisti mostrano scene di violenza da parte delle forze dell’ordine e i video stanno rapidamente facendo il giro del mondo, imbarazzando sia l’amministrazione di Hong Kong sia Pechino.

La protesta è nata in opposizione all’emendamento per l’estradizione da Hong Kong alla Cina. La legge è stata contestata dagli attivisti per i diritti civili di Hong Kong che hanno visto nel provvedimento la sospensione di fatto della separazione amministrativa e giuridica garantita dal “one country, two systems”. Le prime proteste sono iniziate alla fine di marzo ma solo nel mese di giugno la mobilitazione popolare ha raggiunto un livello imponente. I cortei del 9 giugno e del 16 giugno hanno visto la presenza rispettivamente di un milione e di un milione e quattrocentomila manifestanti, secondo fonti giornalistiche indipendenti, mentre le stime della polizia hanno registrato numeri sensibilmente più bassi. Al di là della consueta battaglia sulle cifre, i filmati delle due manifestazioni mostrano un’imponente partecipazione della popolazione di Hong Kong. A seguito della mobilitazione la governatrice dell’ex colonia britannica Carrie Lam ha ufficialmente dichiarato la volontà di ritirare l’emendamento sull’estradizione, ammettendo parzialmente delle responsabilità personali nella gestione della vicenda. Le scuse della Lam sono state fermamente respinte dai manifestanti, che hanno richiesto un’indagine indipendente sulle violenze della polizia di Hong Kong e le dimissioni della stessa Lam.

Il corteo del 1° luglio, in occasione del ventiduesimo anniversario del passaggio di Hong Kong sotto la sovranità cinese, ha segnato una sorta di punto di non ritorno. Al termine del corteo una parte dei manifestanti ha occupato il palazzo legislativo, danneggiando gran parte delle iconografie legate alla Repubblica Popolare Cinese. Marcando così una differenza sostanziale rispetto all’Umbrella Movement, il movimento di protesta che aveva occupato simbolicamente per 79 giorni nel 2014 l’esterno dello stesso palazzo legislativo senza mai materialmente violarlo.

Le azioni di protesta si sono susseguite per tutto il mese di luglio e agosto, i manifestanti hanno adottato delle tecniche innovative con cortei improvvisati in diversi luoghi della città, sit in al di fuori delle principali stazioni di polizia e vari eventi in luoghi pubblici e altamente simbolici. I manifestanti, che hanno sempre rivendicato il carattere spontaneo e corale dell’organizzazione senza nominare leader o rappresentanti, hanno sempre dimostrato di gestire in maniera ottimale le opportunità offerte dai social media. La maggioranza della popolazione di Hong Kong ha mostrato di appoggiare le proteste, pur non condividendo alcune delle modalità adottate. La risposta delle forze dell’ordine si è fatta, di settimana in settimana, più violenta. I bollettini dei lacrimogeni sparati quotidianamente sono ormai una consuetudine nel territorio di Hong Kong, così come le aggressioni da parte di presunti membri delle triadi cinesi nei confronti dei manifestanti. L’operato della polizia, accusata tra l’altro di ignorare o addirittura supportare i pestaggi portati avanti dalle organizzazioni mafiose, è ormai il nodo centrale delle proteste. La popolazione di Hong Kong si trova dilaniata in un conflitto profondo, un fatto inedito all’interno di una società confuciana fondata sul pragmatismo.

L’importanza di Hong Kong per Pechino è innegabile, l’ex colonia britannica è un sicuro avamposto finanziario proiettato verso l’Occidente. La Repubblica Popolare Cinese ha evitato ogni diretto riferimento nelle prime settimane di proteste ma da qualche giorno ha lanciato forti segnali nei confronti dei manifestanti. Gli organi ufficiali della stampa cinese hanno evidenziato il ruolo delle potenze straniere, Stati Uniti in primis, nell’orchestrazione delle proteste ad Hong Kong. La blogsfera cinese ha amplificato il messaggio, puntando il dito contro presunti agitatori stranieri dietro le manifestazioni di queste settimane. Social media come Facebook e Twitter sono invasi da filmati e articoli che ribaltano la prospettiva dei manifestanti pro democrazia, mostrando come le proteste di Hong Kong siano puntualmente accompagnate da atti di violenza contro le forze dell’ordine. Si tratta di un tentativo di Pechino di fornire una visione alternativa alle vicende di Hong Kong, una dinamica ovviamente rivolta al di fuori dei confini della Cina visto che entrambi i social network sono vietati nella Repubblica Popolare cinese. L’esercitazione militare di pochi giorni fa a Shenzhen, a pochi chilometri dal confine con il territorio di Hong Kong, basata su un teatro di guerriglia urbana è solo l’ultimo esempio dei tanti segnali inequivocabili che Pechino sta mandando alla popolazione di Hong Kong.

L’intervento militare sembra altamente improbabile mentre il tentativo di sfiancare i manifestanti, sia con capillari azioni di pubblica sicurezza sia attraverso la creazione di una narrativa mediatica improntata sull’influenza negativa delle proteste sull’economia, appare come la principale contromossa di Pechino. Le leadership di Xi non appare scalfita dagli eventi di Hong Kong ma la vicenda può riservare dei pericolosi imprevisti, anche nell’ottica della trattativa con gli Stati Uniti per i dazi commerciali. Soprattutto l’imprevista lacerazione all’interno della società honkonghese rimarrà una ferita indelebile. Qualsiasi soluzione alla crisi nel territorio dell’ex colonia britannica dovrà necessariamente fare i conti con la frattura che si è creata tra le giovani generazioni di Hong Kong e la Repubblica Popolare cinese.

La nuova muraglia cinese. L’allargamento dello spazio vitale cinese targato Medio Oriente

È certo che la storia del popolo cinese è conosciuta al mondo intero per le varie imprese titaniche, che si tratti di costruzioni architettoniche, oppure d’ideologie economico-sociali che possono competere con quelle occidentali.  

La nuova muraglia cinese. L’allargamento dello spazio vitale cinese targato Medio Oriente - Geopolitica.info

La nuova via della seta, o come l’ha definita nel 2013 il presidente Xi Jinping, Belt and Road Initiative, si pone all’altezza del sentimento di grandezza intrinseco nell’identità cinese, ancorandosi al Medio Oriente, con cifre da capogiro: 65 paesi che detengono il 65% della popolazione e rispettivamente il 40% del PIL mondiale, con un costo di realizzazione di almeno 900 miliardi di dollari, sono le cifre indicate dalle stime iniziali. 

La BRI: caratteristiche generali e benefici  

Al motto di One Belt One Road, la Cina vuole unire le sue due rotte di commercio, fino ad ora  parallele, l’antica via terrestre, oggi Silk Road Economic Belt, e quella marittima. Un’iniziativa ambiziosa, che fonda le sue basi su una strategia di sviluppo nazionale di mutua dipendenza con quella degli stati coinvolti, secondo una logica win-win per tutti i partecipanti, e non solo, diretta da un governo centralizzato con una visione di medio lungo termine, deciso a guadagnare quello spazio che a livello internazionale è ancora occupato dalla traballante egemonia degli USA

Da una parte abbiamo una serie di collegamenti terrestri e ferroviari attorno a tre principali direttrici: la prima va dalla Cina all’Europa verso il Mar Baltico, la seconda è la vecchia Transiberiana, mentre l’ultima, passerebbe per il Golfo Persico, toccando Islamabad, Teheran e Istanbul. Dall’altra parte abbiamo le rotte marittime che partirebbero entrambe dal porto cinese di Fuzhou l’una attraverso l’Oceano Indiano e il mar Rosso toccherebbe l’Africa per arrivare in Europa, e l’altra punterebbe verso le isole del Pacifico.

Tutto questo porta ad avere investimenti internazionali (tramite la AIIB o il Fondo di sviluppo per la nuova via della seta) e miglioramenti tecnologico-industriali nei vari settori della sicurezza militare e di difesa in terraaria, mare e spazio con l’aggiunta del cyber spazio. Inoltre, ne risente positivamente anche il mercato del lavoro e quello delle merci, del nucleare e delle fonti rinnovabili.   

Xi Jinping, per soddisfare il fabbisogno energetico della propria popolazione in continua crescita, è riuscito a creare una sinergia fra i vari paesi nonostante le forti differenze politiche, religiose, economiche, sociali, e ambientali.  

La BRI nel Medio Oriente: equilibrio tra controllo dei rischi e aspettative espansionistiche nel nuovo spazio vitale cinese 

Nella zona del Medio Oriente e del Nord Africa l’iniziativa terrestre trova la sua sezione finale del Corridoio Cina Asia Centrale – Asia Occidentale che va dallo Xinjiang all’Iran e alla Turchia, mentre quella marittima conclude la sua navigazione passando dalle coste della Somalia per risalire il Mar Rosso e il Canale di Suez e sfociare nel Mar Mediterraneo. Nei confronti dei paesi dell’Asia sud-occidentale, la Cina ha lanciato un’offensiva diplomatica ed economica avente come obiettivo quello di sviluppare una partnership rafforzata, nonostante i forti e molteplici rischi presenti nella zona. Ciascuno dei paesi è strategico per ragioni differenti. Ad esempio, Israele eccelle nelle infrastrutture e nella tecnologia sviluppata nei settori agroalimentare, protezione ambientale, smart cities, biotecnologie, cyber security, energie rinnovabili ed economia digitale, mentre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono due finanziatori importanti dell’iniziativa, oltre che fornitori energetici e di petrolio, i cui porti diventeranno i principali hub del ramo marittimo della BRI. Le rivalità dei paesi mediorientali ostacolano la prospettiva geopolitica e geoeconomica del progetto soprattutto per la partecipazione dell’Iran allo stesso. Da qui, si ha la novità del millennio per quanto riguarda la strategia militare della Cina, vista la metamorfosi dell’ideologia di non-intervento. Infatti, aldilà degli investimenti nei singoli progetti considerati dai patti bilaterali, la Cina ha assunto un ruolo di mediatrice nelle tensioni regionali, e promotrice d’interventi nelle operazioni ONU di peacekeeping oppure di peacebuilding, con conseguente evoluzione delle strategie militari proprie e dei suoi alleati. 

Tuttavia, rispetto ai paesi interessati dalle rotte terrestri della BRI, quelli presenti nella Mezzaluna fertile fondano se stessi sul fattore religioso che porta la teoria confuciana di una politica internazionale a-religiosa a scontrarsi con culture politiche e ordinamenti giuridici incentrati e radicati nel credo religioso ebraico e islamico. Per quanto riguarda l’ebraismo, possiamo dire che questo era già presente nella Cina dell’Ottocento, dove alcune popolazioni cinesi si identificavano nel vissuto di quelle ebraiche. I rapporti con la cultura islamica sono, invece, differenti a seconda che si parli della politica interna o di quella internazionale. Ciò si evince dal riconoscimento ufficiale soltanto di alcuni gruppi etnici islamici stanziati sul territorio della Cina, mentre le relazioni internazionali con i loro paesi d’origine non hanno mai subito alcuna incrinatura.  

Anche in questi casi, Pechino applica la strategia militare asimmetrica alla politica estera per sostituire la democratic diplomacy americana con la nuova linea di pensiero, striving for achievement spirit, passando dal neo-confucianesimo alla tianxia, facendo leva sulla propria storia per creare un mondo politico armonioso, dove l’eguaglianza e l’equilibrio dei rapporti fra gli stati si fondi sulla mutua dipendenza.

  Conclusioni  

In conclusione, possiamo dire che nell’odierna società globalizzata, dove regna la dinamicità caotica dell’incertezza, la superpotenza emergente orientale offre, camuffato da OBOR, il suo sistema politico ed economico come cartina di tornasole. Manifestando i suoi interessi espansionistici, simili a quelli di Washington, l’intervento nel Medio Oriente evidenzia la volontà di arrivare a una meta superiore, ovvero alla creazione della Grande Asia Centrale, riflesso della visione confuciana del mondo come una società gerarchica finemente articolata con al centro la Cina.  

Gli investimenti cinesi nel corridoio pakistano

Il Pakistan per la Cina rappresenta un importante alleato sia a livello politico che strategico. Pechino ha utilizzato Islamabad per la propria politica “revisionista” includendola nel suo progetto OBOR. Si analizzeranno di seguito i punti cardine della politica cinese nella Repubblica islamica del Pakistan e come questa abbia impattato sul territorio.

Gli investimenti cinesi nel corridoio pakistano - Geopolitica.info

Il ruolo strategico del Pakistan e la realizzazione del “corridoio economico” 

Se in passato i rapporti tra i due paesi erano di tipo diplomatico e strategico in determinati settori, oggi la politica estera di entrambi si indirizza verso una collaborazione commerciale ed economica, in cui la Cina prevale. Il 2013 è stato l’anno della svolta. Il Pakistan stava vivendo una prima fase di transizione democratica da un governo all’altro, mentre la Cina inaugurava la Belt and Road, progetto il cui obiettivo era la realizzazione dell’antica via della seta che collegava l’Europa all’Asia. Nell’aprile del 2015 i due paesi siglavano un accordo economico che prevedeva una somma di denaro per la realizzazione di infrastrutture per trasporti, energia e industria (China-Pakistan Economic Corridor). Tali investimenti ruotavano intorno ai 48 miliardi di dollari che sono aumentati a 65 miliardi nel 2017. Il progetto prevedeva la costruzione di strade, autostrade e ferrovie da attuare entro il 2030. Una delle più importanti è ad oggi quella che collega Kashgar (Xinjiang), nella Cina nord-occidentale al porto di Gwadar, che affaccia sull’Oceano Indiano. Un’autostrada di circa 2.000 chilometri che attraversa il massiccio del Karakorum, a cui poi si sono aggiunte una serie di ramificazioni per collegare Islamabad a Lahore nel Punjab pachistano. Inoltre, è stata modernizzata la rete stradale per circa 1.000 chilometri del Pakistan consolidando così i legami strategici tra Pechino e Islamabad ma innescando conseguenze e tensioni con la vicina India. 

È in realizzazione una nuova autostrada tra Karachi e Lahore e la Karakorum Highway, la costruzione del gasdotto dall’Iran a Gwadar, la realizzazione di nuove centrali elettriche per sopperire al deficit energetico nel Pakistan e, infine, il potenziamento delle reti di telecomunicazione tramite l’impiego della fibra ottica. Altro elemento nevralgico è il porto commerciale di Gwadar che rappresenta un punto marittimo strategico per i traffici commerciali mondiali e una via più rapida per il trasporto del petrolio dal Medio Oriente risolvendo il cosiddetto “dilemma Malacca”. Lo sviluppo di Gwadar, infatti offrirebbe un collegamento tra il Golfo Persico e i porti cinesi. 

Successivamente alla prima fase del progetto, la Repubblica popolare cinese si è imbattuta nell’instabilità economica del Pakistan e nelle conseguenti rigide riforme in campo macroeconomico attuate dal governo. Inoltre, ha dovuto fare i conti con il sistema politico pakistano, formato da numerosi partiti politici e provincie divise in gruppi etnici con cui è difficile dialogare e arrivare ad un accordo. Si sono aggiunte problematiche legate a furti di energia elettrica, bollette insolute, perdite sulle linee elettriche e problemi tecnici e amministrativi. Tutto ciò ha generato in Pakistan un debito di circa 8,12 miliardi di dollari, che è aumentato negli ultimi anni e sarà sempre più difficile poterlo ripagare. Dopo le tensioni con Washington, il Pakistan si è appoggiato sempre di più a Pechino tanto da poter ipotizzare una futura riduzione di sovranità nazionale a favore di quella cinese. La presenza militare è riscontrabile nel porto di Gwadar che formalmente ha il compito di mantenere la sicurezza ma in realtà, secondo alcuni analisti, tenderà a trasformarlo in una vera e propria base militare estera cinese 

Impatto degli investimenti cinesi sul Pakistan 

Dal 2018 il Pakistan pretende di rivalutare e rinegoziare gli accordi per la OBOR, unendosi così alla lista di tutti quei paesi coinvolti che mettono in discussione i termini della loro partecipazione nel piano di investimenti e infrastrutture attuato da Pechino. Infatti, Islamabad ha tagliato 2 milioni di dollari al progetto ferroviario cinese in Pakistan, non potendosi permettere un tale onere di prestiti. Rispetterà però gli accordi presi in particolare per la linea ferroviaria Karachi-Peshawar. 

Il membro del Gabinetto pakistano, nonché responsabile delle politiche di commercio, tessili e industriali, Abdul Razak Dawood ha dichiarato quanto le compagnie cinesi abbiano avuto un impatto negativo sul territorio godendo di un vantaggio ingiustificato sulle aziende pakistane. Il primo ministro Imran Khan, durante una sua visita a Pechino, ha invece ribadito l’importanza della cooperazione tra i due paesi riconoscendo i progressi soprattutto in campo ferroviario e riaffermando l’amicizia per tutte le stagioni. Secondo l’economista Kaiser Bengali, dal 2019 il Pakistan sta affrontando una crisi economica che lo porterà sull’orlo di un collasso. La crescita del 4% non farà aumentare il reddito pro-capite anzi farà aumentare la povertà. Il governo ha già un accordo con il Fmi per un ulteriore salvataggio, nonostante abbia un debito di 10 miliardi di dollari con Cina e Arabia Saudita. Islamabad ha confermato la continuità dei progetti. 

Nel frattempo, la Cina continua ad investire nel Pakistan offrendo altri 62 miliardi di dollari da utilizzare in loco tra infrastrutture di vario tipo. È già iniziata, infatti, la costruzione della rete ferroviaria che collega Karachi a Lahore Peshawar, includendo anche parti terze nella sua realizzazione.  

Conclusioni 

Nonostante il rapporto tra i due paesi dovrebbe essere riconsiderato in una prospettiva di lungo periodo, possiamo comunque affermare che il Pakistan rimane uno dei principali partner commerciali riconosciuto come priorità di politica estera per la Cina.  

Allo stesso tempo Pechino dovrebbe considerare i limiti e i diktat economici ai quali il Pakistan non può sottrarsi per portare avanti il progetto, lasciandogli così lo spazio e il tempo di attuare riforme che possano modificare i piani del Corridoio 

Il Venezuela oltre la crisi nazionale: strategie e interessi di Cina, Russia e Stati Uniti

Il Venezuela vive oggi una drammatica crisi politica, sociale ed economica, iniziata con la morte di Hugo Chávez nel 2013 e con il successivo crollo del prezzo del petrolio avvenuto nel 2015.  

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La situazione pare essersi aggravata ulteriormente nell’ultimo periodo, come dimostrano i fatti accaduti agli inizi del nuovo anno, in particolare il 23 gennaio 2019, data in cui il giovanissimo leader dell’opposizione Juan Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim del paese durante una manifestazione organizzata contro il presidente in carica Maduro.
Lo scenario venezuelano ha catturato l’attenzione mediatica internazionale, non solo per la grave crisi umanitaria che sta portando alla fuga un numero considerevole di venezuelani, ma anche e soprattutto per il coinvolgimento diretto dei più importanti leader mondiali: Trump, Putin e Xi Jinping. 

 

Gli Stati Uniti e l’appoggio a Guaidó

Dopo un periodo di stanca, gli Stati Uniti hanno riacquistato un ruolo di primordine nella lotta al chavismo e al suo principale leader Nicolás Maduro. Non c’è da stupirsi, in effetti, poiché tra i tanti scenari internazionali in cui gli Stati Uniti sono implicati, quello venezuelano risulta particolarmente importante da un punto di vista politico, economico e geostrategico in quanto si trova proprio nel loro “cortile di casa”.  
Preso atto dell’impossibilità di un’immediata implosione del regime dovuta al forte sostegno dell’esercito, il piano dell’amministrazione Trump era quello di rovesciare Maduro senza però intervenire direttamente con le armi, avendo appreso dalla terribile disfatta del 12 aprile 2002, quando contribuirono al tentativo di rovesciare il “comandante eterno” Hugo Chávez, fallendo. Il modo più efficace è sembrato, quindi, quello di sostenere il leader anti-madurista e filoamericano Juan Guaidó sperando potesse dare alla popolazione venezuelana una valida alternativa al regime vigente. 
L’interesse statunitense nella crisi venezuelana è causato in primo luogo da questioni storico-geografiche: come sappiamo infatti, le relazioni tra questi due paesi hanno radici antiche ed è proprio in Venezuela che ha sempre trovato piena applicazione la Dottrina Monroe. 
Successivamente, con la svolta socialista, il paese bolivariano è diventato però una vera e propria spina nel fianco per gli States, tanto che Obama definì Chávez e Maduro minacce alla sicurezza nazionale”.
Per l’amministrazione Trump appare dunque rilevante rimarcare la propria influenza nel continente americano e soprattutto in Venezuela dove oggi si gioca una partita importante con implicazioni non solo regionali ma soprattutto globali. Il protagonismo di attori internazionali come Russia e Cina è un’evidente manifestazione dell’importanza strategica del paese caraibico. 

 

Cina e Russia contro gli Stati Uniti  

La Cina e la Russia nella crisi venezuelana rivestono un ruolo fondamentale, non solo per il sostegno economico e politico manifestato a Maduro ma soprattutto perché anche in questo scenario stanno mostrando la crisi dell’unipolarismo che sta attraversando gli Stati Uniti. 
La Cina è il più rimarchevole avversario strategico americano e porta avanti da diversi anni importanti relazioni economiche con il Venezuela. Fu soprattutto a seguito dell’ascesa di Chavez che le relazioni sino-venezuelane migliorarono considerevolmente e difatti nel 2001 il Venezuela diventò il primo paese ispanico a entrare in una “partnership di sviluppo strategico” con la Repubblica Popolare, diventando poi “partnership strategica globale” nel 2014 a seguito dell’elezione di Nicolás Maduro1. Secondo le stime dell’American Enterprise Institute, la Cina ha investito circa 12,7 miliardi di dollari nello stato latino-americano negli ultimi 15 anni nel settore energetico e ha concesso al paese bolivariano prestiti pari a 62 miliardi di dollari e garantito investimenti per più di 2 miliardi di dollari per lo sviluppo di importanti infrastrutture. 
Oltre che da un punto di vista economico, il Venezuela riveste per la Cina un ruolo strategico rilevante in quantograzie al suo posizionamento geografico, potrebbe essere lo strumento di pressione per dissuadere gli Stati Uniti dall’intervenire nel Mar Cinese Meridionale ed Orientale.
La crisi politico-istituzionale che sta attraversando oggi il paese, però, pone la Cina in una posizione non poco problematica, e se per ora la delegazione cinese ha deciso a di non riconoscere il leader dell’opposizione, Juan Guaidó, come presidente ad interim, non possiamo escludere l’ipotesi che in futuro abbandoni un instabile Maduro qualora l’opposizione rassicuri Pechino sulla continuità delle relazioni economiche in caso di un cambio di governo.
Per ciò che concerne la Russia invece, la forte rivalità con gli Stati Uniti, arrivata all’apice con l’annessione della Crimea da parte del Cremlino, è sicuramente il migliore strumento per comprendere l’atteggiamento russo nella crisi venezuelana. 
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, “lo spostamento” verso est della NATO e dell’Unione Europea è stata percepita dalla Russia come una minaccia alla sicurezza nazionale. Ciò ha determinato la necessità di intraprendere relazioni con alcuni paesi dell’America Latina non allineati col gigante a stelle e strisceIn effetti, il Venezuela risulta un potenziale avamposto dei russi Oltreoceano e dunque un importante alleato contro gli Stati Uniti Moltre interessi geopolitici e strategici anche in questo caso a giocare un ruolo fondamentale nell’alleanza con Maduro vi sono interessi economici: infatti, secondo Reutersdal 2005 la Russia avrebbe prestato a Caracas circa 17 miliardi di dollari, e inoltre, il colosso petrolifero statale Rosneft avrebbe da anni importanti interessi nell’industria energetica venezuelana. Altrettanto importante è il settore dell’industria bellica: il Venezuela, infatti, è il migliore importatore di armi russe con contratti da miliardi di dollari. 
In merito all’attuale crollo economico e politico-istituzionale, Putin punta il dito contro Washington, ritenendo che le continue sanzioni e l’ingerenza nelle questioni politiche interne facciano in realtà parte di un piano ben orchestrato per bloccare l’influenza russa nel suo “cortile di casa”.  

Per concludere, è chiaro che la crisi che sta attraversando il Venezuela va ben oltre questioni nazionali ma si sta delineando sempre di più come l’ennesimo terreno di scontro tra i tre giganti internazionali.  Ci si chiede dunque, quanto l’influenza di Trump, Putin e Xi abbia inciso nella crisi nazionale e se ci si possa aspettare nei prossimi mesi l’esplosione di una guerra civile o peggio, un vero e proprio conflitto armato. Nonostante le difficoltà nel prevedere cosa succederà nei prossimi mesi e quali siano le reali intenzioni dei leader, appare chiaro che l’unica reale vittima di questa crisi sia il popolo venezuelano, affamato, abbandonato e soggetto a continue e innumerevoli strumentalizzazioni.  

 

Perchè Hong Kong deve rimanere un punto di riferimento per la libertà di espressione in Cina

Spesso si pensa ad Hong Kong come il baluardo delle libertà civili di una Cina che, sotto la presidenza di Xi Jinping, sta sperimentando una nuova deriva autoritaria del potere politico. Eppure il controllo della contestazione politica da parte del governo centrale, che ad oggi passa attraverso le reti sociali informatiche, ha parzialmente colpito anche Hong Kong dove i movimenti per l’indipendenza, soprattutto quelli studenteschi, si sono affievoliti negli ultimi anni.

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In questi giorni di dissenso civile, tuttavia, un immaginario democratico è tornato ad aleggiare sulla città quando parte della popolazione è scesa in piazza per manifestare contro l’ingerenza del Partito sulla regione. Numerosi attivisti hanno riempito le strade per difendere la loro autonomia, non solo politica ma anche identitaria. Hong Kong difatti, ha una tradizione culturale diversa da quella della Cina continentale, ad esempio si parla il cantonese e non il mandarino. La sua storia inoltre l’ha resa un posto in cui oriente e occidente confluiscono dando luogo ad una ibrida armonia di architetture, persone, costumi e forme di governo.

Hong Kong è un punto di snodo tra spazio e tempo dove la modernità sfrenata contrasta con le vecchie abitudini dell’anima più popolare della città, che nel tentativo di conservare le sue tradizioni, sembra sempre più inadeguata al contesto urbano iper-moderno che gli si staglia attorno; ma è questo volto della città ad essere inadeguato alla sua gente e non viceversa. Ad Hong Kong si sono costruiti i grattacieli e i centri commerciali più grandi al mondo, laddove alle persone piaceva ancora indossare il cappello a cono di paglia e comprava il cibo dai banchetti in strada o da piccole macellerie a cielo aperto. Che tra l’altro, ci sono ancora.

Ad Hong Kong l’impressione che si ha è quello di un luogo che è frustrato dalla deturpazione del suo passato – reciso dai legami con la sua cultura più antica e poi con quelli dell’esperienza coloniale- come dall’esaltazione del presente sotto la guida della bandiera a cinque stelle. Basta una semplice passeggiata al Museo di Storia per capirlo; il percorso espositivo termina in una piccola sala cinematografica in cui vengono proiettate per tutta la giornata le scene dell’addio, tra le lacrime, del governatore inglese alla città e poi il fastoso ritorno alla sovranità cinese dopo 156 anni.

Eppure, nonostante tutti gli sforzi voluti dal governo centrale per rendere il posto e la sua gente più “cinese” possibile, Hong Kong ha mantenuto la sua capacità di dire la propria, grazie alla sua voce critica ed ai numerosi stranieri che la abitano e la vivono. Questa è una tendenza che nel tempo sta scemando, parimenti alla sua autonomia, un po’ per disinteresse dei più giovani ed in parte anche per via di una retorica di governo che anche qui ha sortito i suoi effetti.

Ogni tanto però gli animi si riaccendono, proprio come è accaduto in questi giorni. Dopotutto, l’amnesia forzosa voluta da Pechino su tutti quegli eventi considerati scomodi, ad Hong Kong ha funzionato meno. Ad Hong Kong infatti, è possibile rievocare i grandi tabù della storia contemporanea cinese, come la strage di Tienanmen. E non lo si chiama “incidente”, non lo si chiama “gli eventi del 4 giugno” ma si erige un monumento commemorativo nel piazzale dell’Università di Hong Kong dal nome “il Pilastro della Vergogna”, scolpito dall’artista danese Jens Galschiøt, dove corpi insanguinati si ammassano formando una piramide umana. “I vecchi non potranno uccidere per sempre i giovani” si legge sul basamento dell’opera; è un messaggio abbastanza forte, impensabile in qualsiasi altro posto della Cina. Ciò ha reso Hong Kong una meta per le vacanze di numerosi turisti dalla Cina mainland che arrivano, spesso durante la cosiddetta “Settimana Dorata”, per comprare libri, giornali, riviste e per far propria tutta quella informazione a cui in altre parti del paese non hanno accesso. Le stesse università della città sono bersaglio di ondate di turisti cinesi che scattano foto entusiasti; non perché le università di Hong Kong siano particolarmente belle ma perché probabilmente devono esser viste come luoghi affascinanti in cui si può avere accesso ad una informazione meno controllata. Seppur danneggiata per quanto riguarda la preservazione della sua cultura, dunque, la città rimane ancora un punto di riferimento per la libertà di dire e di ricordare del resto della nazione. Forse è questo che la gente oggi, come nel 2014, sta difendendo per le strade: il diritto alla memoria collettiva per una costruzione del presente in senso democratico.

Ciò deve aver allarmato l’alta dirigenza di Partito che di fronte all’ennesima contestazione ha intrapreso in un primo momento una linea repressiva più dura, convogliando l’attenzione di tutto il mondo sul tema dei diritti civili in Cina in un mese già caldo, vista la ricorrenza del trentesimo anniversario dal massacro di Tienanmen. D’altronde, era difficile immaginare che da Pechino non ci sarebbero state delle reazioni per contenere le manifestazioni. Il governo è conscio che le proteste contro l’estradizione in madrepatria dei detenuti accusati di gravi crimini, come l’omicidio o lo stupro (o di essere dissidenti), sono diventate un’occasione per incanalare la frustrazione sociale dei cittadini di Hong Kong dovuta al controllo perentorio del potere politico centrale, alle preoccupazioni per una crescita economica nazionale che sta rallentando e per un mercato del lavoro che è più saturo rispetto al passato. L’insieme di questi fattori si teme possa minare la stabilità e la fedeltà al governo della classe media, fondamentale per la tenuta del Partito. Dare una risposta dunque, si è reso ancor più necessario da parte di Pechino per confermare la sua presenza ed autorità.

Attualmente, ad Hong Kong le proteste continuano. Il punto sarà vedere fin dove la Cina che oggigiorno vuole partecipare attivamente alla società internazionale e che per questo non può permettersi di screditare la sua immagine di fronte all’opinione pubblica mondiale, farà a braccio di ferro con i manifestanti.