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Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola

Sabato 11 gennaio si svolgeranno le elezioni presidenziali e legislative di Taiwan. Sondaggi alla mano, la riconferma dell’attuale Presidente Tsai Ing-wen del DPP appare lo scenario più probabile. Inoltre, il KMT potrebbe non solo essere sconfitto, ma ottenere il peggior risultato della sua storia elettorale. Quali potrebbero essere le conseguenze di una sconfitta di tale portata  per il partito che fu di Chiang Kai-shek? Quali le conseguenze per la Presidente, data per perdente un anno fa e oggi pronta ad un altro mandato di quattro anni? Questo primo articolo verrà dedicato all’analisi dei sondaggi presidenziali e le prospettive che si potrebbero aprire con la vittoria o la sconfitta dei principali competitor, Tsai Ing-wen e Han Kuo-yu. Il prossimo articolo, invece, si occuperà degli scenari che si potrebbero creare con i possibili risultati delle concomitanti elezioni parlamentari. Perché la partita per la Presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) sembra segnata, ma le elezioni per lo Yuan Legislativo potrebbero riservare qualche sorpresa. Per una analisi dei sondaggi pre-elettorali per le elezioni legislative clicca qui.

Taiwan 2020: i sondaggi e la partita per la presidenza dell’isola - Geopolitica.info

Le elezioni: tre candidati e una poltrona
Fra poco meno di una settimana i cittadini taiwanesi saranno chiamati ad eleggere il loro nuovo Presidente e i loro prossimi rappresentanti parlamentari. In Italia si è parlato poco e male delle prossime elezioni taiwanesi (da non perdere sull’argomento l’articolo di Stefano Pelaggi). Tuttavia, queste consultazioni potrebbero segnare in maniera decisiva non solo le dinamiche politiche dell’isola, ma anche gli equilibri geopolitici della regione estremo-orientale. Capendo gli scenari elettorali di Taiwan e le sue dinamiche politiche si potranno quindi capire meglio anche le mosse degli altri attori sullo scacchiere asiatico, a partire dai “vicini di casa” dell’isola, ossia la Repubblica Popolare Cinese (RPC).

Com’è noto a chi ha un minimo di dimestichezza con la storia politica taiwanese,  la principale contrapposizione politica del Paese, a livello di partiti ed elettori, è quella tra i fautori di una maggior cooperazione (se non una vera e propria unificazione politica) tra Taiwan e Cina popolare, e coloro che vorrebbero una maggiore distanza politica (se non una vera e propria indipendenza formale) tra il governo di Taipei e quello di Pechino, con tutte le possibili sfumature in mezzo – chiunque volesse approfondire velocemente può trovare un breve articolo cliccando su questo link. Ciò nonostante, come per qualsiasi elettore in un sistema democratico, svariati fattori contribuiscono a determinare gli orientamenti politici dei taiwanesi, e quindi la scelta per un candidato o una delle parti politiche in campo può variare a seconda del contesto o altre questioni. La valutazione dei candidati, specialmente per le elezioni presidenziali, rappresenta una di queste.

I tre candidati alla Presidenza di Taiwan sono stati presentati in vari articoli di questa rubrica, ma per chiarezza e comprendere meglio i dati di sondaggio presentati più in basso, possiamo dedicare alcune righe ai loro profili. Da una parte abbiamo il Presidente uscente, Tsai Ing-wen, del partito democratico progressista (DPP), mentre dall’altra abbiamo il sindaco di Kaohsiung Han Kuo-yu, del partito nazionalista cinese (KMT), e infine James Soong, del People’s First Party (PFP).
Primo presidente donna e primo presidente del DPP con una maggioranza parlamentare a proprio sostegno, Tsai ha governato negli ultimi quattro anni con indici di gradimento piuttosto bassi – un andamento, va sottolineato, che ha caratterizzato praticamente tutte le amministrazioni taiwanesi. Dopo la sconfitta alle elezioni amministrative del 2018 e le dimissioni da segretario del DPP, la carriera politica di Tsai sembrava segnata. Tuttavia, come è possibile vedere nel grafico interattivo qui in basso, l’attuale Presidente è stata protagonista nell’ultimo anno di una rimonta nei sondaggi tale da proiettarla con un certo margine di sicurezza verso un secondo mandato.
Il principale competitor del Presidente uscente, è invece un volto (relativamente) nuovo del KMT, ossia il sindaco di Kaohsiung, Han Kuo-yu. Ex parlamentare tra il 1993 e il 2002, Han è arrivato alle luci della ribalta strappando la seconda città più importante dell’isola al DPP,  ed è stato considerato uno dei leader che hanno consentito al KMT la vittoria elettorale alle amministrative del 2018. Nel luglio scorso, poi, ha sbaragliato gli altri potenziali candidati del Kuomintang nelle primarie per la corsa alle presidenziali, ma ciò nonostante i sondaggi sono piuttosto unanimi nel considerarlo destinato ad una rovinosa sconfitta alle prossime elezioni.
Soong Chu-yu, il terzo candidato, è invece un volto noto della politica taiwanese. Segretario del premier Chiang Ching-kuo (figlio di Chiang Kai-shek, divenuto poi presidente della repubblica), Soong è un ex leader del KMT, alla quarta candidatura alla presidenza – e una vittoria sfiorata nel 2000. Rappresenta la candidatura più esplicitamente pro-cinese e anti-indipendentista tra quelle in campo, ma rimane un politico relativamente moderato. Non avendo alcuna chance di vittoria, l’arrivo di Soong sulla scena a compagna elettorale già inoltrata potrebbe essere visto sia come una semplice corsa a sostegno dei candidati del suo partito alle concomitanti elezioni legislative, che come il tentativo di recuperare parte dei voti persi da Han e decretarne così la definitiva uscita di scena, aprendo nuovi scenari per le prossime elezioni presidenziali del 2024.

I dati
Passando ai dati, e stimando l’intervallo nel quale potrebbero cadere le percentuali dei tre candidati sulla base dei sondaggi a disposizione, i voti di Tsai dovrebbero attestarsi al 50% (oscillando tra il 55.7% e il 45%), mentre quelli di Han al 18.6% (oscillando tra il 23.2% e il 14%) e infine quelli di Soong intorno al 7.6% dei voti. Fatti salvi possibili stravolgimenti delle ultime ore, quello che impressiona guardando i dati è, primo, il distacco tra Tsai e Han e, secondo, l’andamento e la precisione delle stime di voto.
Per quanto riguarda il primo punto, nello scenario più competitivo il candidato del KMT si troverebbe a poco più di 20 punti percentuali dal candidato del DPP, mentre nello scenario meno competitivo la distanza sarebbe di 40 punti. Un distacco comparabile solo a quello dalle elezioni del 1996, quando il candidato del KMT, Lee Teng-hui, prese il 54% contro il 21.1% dello sfidante del DPP,  Peng ming-min. Ma a parti invertite.
Per quanto riguarda il secondo punto, ossia l’andamento dei sondaggi e la precisione delle stime, senza andare troppo nei dettagli dell’analisi statistica, le curve del grafico sintetizzano in maniera piuttosto efficace i punti legati ai primi due candidati (ossia, i risultati dei sondaggi). Tuttavia, isolando sul grafico interattivo i dati relativi ai singoli candidati, è possibile notare come la curva di regressione di Han segua un andamento pressoché lineare a partire da marzo 2019 e come le bande colorate intorno ad essa (ossia, il margine di errore della stima) siano meno spesse di quelle di Tsai o Soong.

La rimonta di Tsai
I sondaggi a disposizione non offrono altre variabili per tentare di spiegare questi risultati con ipotesi più precise, ma è comunque possibile abbozzare alcune interpretazioni. 
Tsai ha guidato negli ultimi quattro anni un paese sempre più boicottato dalla Cina comunista – come sottolineato in svariati articoli pubblicati su Taiwan Spotlight o in altre rubriche del nostro sito. Questo ha portato all’esclusione di Taiwan da vari consessi internazionali ai quali aveva partecipato durante la precedente amministrazione, e ha determinato la perdita di alcuni dei già esigui alleati diplomatici dell’isola. Inoltre, è probabile nel passato recente alcune riforme portate dall’amministrazione Tsai avessero alienato parte dei suoi elettori. Si pensi alla riforma delle pensioni, che solitamente equivale a toccare i cavi dell’alta tensione politicamente parlando (specialmente in paesi con un’età media piuttosto elevata come Taiwan), o alla legalizzazione dei matrimoni per le coppie omosessuali che ha portato a una forte polarizzazione dell’opinione pubblica taiwanese, soprattutto dopo la sua approvazione nonostante una sconfitta referendaria. Come ha fatto, quindi, Tsai a ri-mobilitare il suo elettorato?
Per partire dall’ultimo punto, si può intanto immaginare che la legalizzazione dei matrimoni gay sia stata comunque una riforma dall’alto valore simbolico. Taiwan, grazie ad essa, è divenuto l’unico paese estremo-orientale a riconoscere ad oggi i diritti delle coppie LGBT, e questo ha portato un forte appoggio da parte dell’opinione pubblica internazionale, riverberatosi anche nel dibattito pubblico taiwanese. È probabile, poi, che questo abbia garantito e garantisca a Tsai l’appoggio di buona parte dell’elettorato più giovane del paese e della minoranza gay del paese, ma, visti i numeri della rimonta, è comunque difficile sostenere che questa riforma abbia mobilitato un numero così elevato di elettori del DPP. Forse la risposta, allora, va cercata in vari fattori concomitanti, che hanno reso la figura di Tsai progressivamente meno sgradita ai propri elettori. Intanto, nonostante l’ostracismo cinese, la proiezione internazionale de facto dell’isola è rimasta intatta e Tsai ha potuto godere di un continuo appoggio politico (implicito) e militare (molto più esplicito) da parte degli Stati Uniti di Trump. Inoltre, il candidato del DPP ha difeso l’economica del paese che, seppur con risultati relativamente tiepidi, ha comunque continuato a crescere, sia guardando a variabili come il PIL o ad altre come l’arrivo di investimenti economici dall’estero. Tutti fattori che hanno consentito a Tsai la possibilità di portare avanti svariate riforme economiche, come il  taglio delle tasse per i ceti meno abbienti. In altre parole, è possibile che alcuni elettori DPP abbiano semplicemente rivalutato l’operato di Tsai. Ma è ancora più probabile che il grosso dei voti sia ritornato da tutti quegli elettori che, confrontandosi con l’ipotesi di ritrovarsi come presidente il candidato del KMT, Han kuo-yu, hanno deciso di appoggiare nuovamente il presidente in carica. 

Il fattore Han
Han è un personaggio che plausibilmente è riuscito a lasciare interdetti anche gli stessi elettori del KMT. Han infatti ha stravolto la retorica politica del partito, ma anche il profilo tipico dei candidati del KMT – il più delle persone abbienti, dell’alta società taiwanese, altamente istruite. Presentandosi come il candidato del popolo e concentrandosi su una retorica che potremmo definire populista o qualunquista, Han ha impostato la sua campagna elettorale sull’attacco alle élite politiche del paese (comprese quelle del suo stesso partito), considerate non in grado di capire i bisogni delle persone comuni, e sulla promessa di una maggior ricchezza e sicurezza per i taiwanesi. Questa strategia è sembrata vincente per buona parte del 2018. Tuttavia, il fatto che Han abbia perso inesorabilmente terreno non appena la sua candidatura alla presidenza è diventata qualcosa di più di una semplice ipotesi, rende plausibile l’ipotesi che forse alcuni commentatori si erano sbilanciati troppo nel ritenere Han una minaccia per Tsai o comunque un leader in grado di trascinare tutto il KMT e il suo elettorato. Alcuni commentatori hanno, per esempio, sostenuto che la vittoria del KMT alle amministrative 2018 fosse stata in buona parte merito di Han. Tuttavia, si trattava probabilmente di una visione piuttosto parziale, poiché attribuire a delle dinamiche locali un valore nazionale è un salto logico che piace molto  a commentatori e opinionisti, ma che spesso si rivela erroneo o, nella migliore delle ipotesi, una semplificazione eccessiva. È poi probabile che la retorica dell’uomo qualunque contro le élite abbia esaurito il suo potenziale quando Han è stato messo di fronte alla necessità di formulare delle proposte che andassero oltre a delle banali metafore.
In sintesi, è possibile che queste elezioni siano state segnate dal “fattore Han”. Un fattore in grado, da una parte, di ri-mobilitare gli elettori del DPP e, dall’altro, di smobilitare una parte consistente degli elettori del Kuomintang. 

L’impatto delle vicende di Hong Kong
Un’ultima variabile da considerare sono le vicende di Hong Kong degli ultimi mesi. Il collegamento tra queste e la principale contrapposizione politica del paese è, a livello concettuale, evidente. Tanto è evidente che, per esempio, sempre Han, durante la campagna elettorale, ha dovuto chiarire pubblicamente la sua posizione sulla questione, sottolineando come la formula “
one country, two systems”, che caratterizza ufficialmente il rapporto tra Hong Kong e Pechino e che Pechino ritiene possa essere applicata anche alla prospettiva di una riunificazione tra Taiwan e Cina popolare, non fosse una strada accettabile – posizione, va sottolineato, condivisa anche da Soong e, chiaramente, da Tsai.
Ciò nonostante, quanto queste vicende abbiano influenzato le scelte di voto dei taiwanesi rimane una questione aperta che senza dati più raffinati rimane piuttosto difficile da analizzare. Facendo affidamento solo ai dati di sondaggio, l’ipotesi che le vicende di Hong Kong abbiano influenzato le preferenze di voto degli intervistati appare plausibile, ma come effetto di rinforzo di dinamiche pre-esistenti. L’andamento delle stime è rimasto piuttosto costante lungo tutto il periodo considerato; se nel grafico si tirasse una linea per ogni candidato, di modo da sintetizzare al meglio i risultati dei sondaggi disponibili, queste linee sarebbero in grado di sintetizzare in maniera efficace i punti sul grafico. Tuttavia, nel grafico interattivo sono state inserite delle rette verticali tratteggiate, che corrispondono ad alcuni degli eventi più importanti delle vicende hongkongesi e, come si può vedere, le curve si trovano ad una altezza decisamente maggiore rispetto ai dati antecedenti.
In sintesi: è possibile ipotizzare che se queste elezioni hanno subito l’effetto delle vicende di Hong Kong, questo sia stato più un elemento di rinforzo di dinamiche già visibili (ossia la crescita di Tsai e la decrescita di Han) che non un elemento in grado di capovolgere i fronti. Per avere stime piu’ precise del possibile effetto delle vicende hongkongesi, a parte altre variabili, ci sarebbe stato bisogno di piu’ dati durante gli eventi di Hong Kong, non solo prima e dopo, ma purtroppo i dati a disposizione sono quel che sono.

L’incognita delle elezioni legislative
In conclusione, la partita per la presidenza di Taiwan appare segnata. È molto verosimile che il presidente uscente venga riconfermato ed appare altrettanto verosimile che questo avvenga con un margine piuttosto importante sugli altri candidati.
Ciò detto, sabato prossimo i taiwanesi saranno chiamati a votare non solo per la presidenza della repubblica, ma anche per i propri rappresentanti parlamentari. Qui la partita potrebbe essere più aperta. I sondaggi pre-elettorali dedicati al voto legislativo verranno affrontati in un secondo articolo, ma in estrema sintesi, il rischio maggiore per Tsai ing-wen potrebbe essere quello di ritrovarsi senza una maggioranza parlamentare a proprio sostegno. Il distacco tra DPP e KMT a livello nazionale appare meno incolmabile di quello per il voto presidenziale e questo potrebbe avere già di per sé delle conseguenze sui risultati del voto legislativo. Inoltre, il sistema elettorale taiwanese è un sistema misto, la cui componente più importante (in altre parole, il meccanismo che assegna più seggi) consiste in un sistema maggioritario “secco” (plurality) basato su collegi uninominali, ossia un sistema nel quale ogni seggio viene attribuito al candidato che ha ottenuto più voti nel proprio collegio elettorale. Un fattore che aggiunge ulteriore incertezza alle già difficili previsioni per il voto parlamentare di sabato prossimo.

 

Approfondimento: La frattura politica che divide Taiwan

Questo articolo consiste in una breve appendice all’articolo dedicato alle elezioni presidenziali di Taiwan del 2020.
Per tornare all’articolo principale clicca qui.

L’identità nazionale taiwanese rappresenta la più importante questione politica dell’isola e può essere considerata sia causa che conseguenza degli orientamenti dei taiwanesi sul rapporto tra il proprio Paese e la Cina Popolare. Definirsi “cinesi” o “taiwanesi”, con tutte le sfumature possibili in mezzo (ad esempio il definirsi sia “cinese” che “taiwanese”), oggi determina in larga parte l’orientamento politico e le scelte di voto degli elettori di Taiwan. A questo fattore si aggiungono poi le divisioni legate alle etnie di Taiwan che, per decenni, hanno rappresentato delle linee di demarcazione politica piuttosto importanti. Va detto che oggi, dopo decenni di sviluppo economico, convivenza, condivisione culturale e linguistica, e dopo il processo di democratizzazione dell’isola, la questione etnica ha progressivamente perso la sua centralità nel definire le preferenze politiche e/o partitiche dei taiwanesi. Tuttavia, essa oggi ancora esercita una qualche influenza sulle scelte di voto dei taiwanesi, sebbene considerazioni di carattere politico (a partire, appunto, da identita’ nazionale e rapporto con la Cina popolare) abbiano assunto un ruolo più decisivo (Achen e Wang 2017, Hsieh 2004).

Gli orientamenti identitari, quindi, si trovano alla base di quella che è la principale contrapposizione (o “frattura”, per usare un termine politologico) politica del Paese, ossia l’asse indipendenzaunificazione. Come in Occidente la contrapposizione destra-sinistra ha definito e continua a definire in larga parte i sistemi politici occidentali, a Taiwan le posizioni politiche dei partiti e degli elettori si definiscono su un asse che vede ad un estremo la prospettiva di una vera e propria unificazione politica tra Taiwan e la Cina popolare, e all’altro estremo la rinuncia di Taiwan al suo nome ufficiale (Repubblica di Cina) accompagnata dalla richiesta di essere riconosciuti formalmente dalla comunità internazionale come una repubblica indipendente.
Differentemente dai sistemi di partito occidentali, in particolare quelli europei, il sistema taiwanese si fonda su quest’unica frattura. Altre contrapposizioni – come quelle tra centro e periferia, tra centri urbani e aree rurali, tra capitale e lavoro, tra Stato e organizzazioni religiose, ossia quelle che hanno fondato i sistemi politici europei – non sembrano aver alcun tipo di influenza sul sistema politico taiwanese (McAllister 2007). 

Passando al sistema dei partiti, storicamente il Kuomintang (KMT), il partito nazionalista cinese che fu di Chiang Kai-shek, ha rappresentato la posizione “unionista”, mentre il Minjintang (meglio conosciuto come Democratic Progressive Party , DPP) ha rappresentato quella indipendentista. Tuttavia, già durante le prime libere elezioni presidenziali di Taiwan, quelle del 1996, entrambi i partiti avevano assunto profili meno radicali, lasciando ad altre formazioni minori il ruolo di araldi dell’unificazione con o dell’indipendenza da Pechino.
Questo veloce allineamento dei partiti su posizioni meno estreme fa il paio con gli orientamenti dell’opinione pubblica taiwanese, caratterizzata da una polarizzazione piuttosto limitata (McAllister 2016). La maggioranza dei taiwanesi vede, per pragmatismo o convinzione, il mantenimento dello status quo tra Cina e Taiwan come la miglior opzione politica (Rigger 2006), e buona parte di questa maggioranza difficilmente andrebbe verso posizioni che implichino scelte radicali. In poche parole, oggi i taiwanesi si dividono sul grado di cooperazione tra le due sponde dello stretto, ma condividono l’idea di mantenere cooperazione e collaborazione, quantomeno a livello economico e culturale, tra il proprio Paese e la Cina popolare.

Il fatto che il sistema politico taiwanese sia incentrato su questa frattura, e il fatto che (a livello individuale) variabili come l’etnia e soprattutto l’identità nazionale abbiano un peso decisivo nell’orientare i taiwanesi su questa contrapposizione, chiaramente, non implica che altri fattori non siano in gioco, o che di volta in volta non possano esserci temi e questioni in grado di determinare gli equilibri tra i partiti o gli orientamenti politici dei taiwanesi.

In altre parole, come in tutte le democrazie, i fattori che determinano le scelte di voto dei taiwanesi posso essere molteplici. Tuttavia, il fatto che la politica taiwanese sia così intimamente e palesemente legata a fattori etnici, identitari e politici legati ad una singola grande questione, rappresenta un aspetto estremamente interessante per chiunque sia interessato non solo a Taiwan ma allo studio del comportamento politico nelle democrazie contemporanee, asiatiche e non.

 

Riferimenti bibliografici

Achen, C., & Wang, T. (Eds.). (2017). The Taiwan Voter. Ann Arbor: University of Michigan Press. 

Hsieh, J. (2004). National identity and Taiwan’s Mainland China policy. Journal of Contemporary China, 13. 479-490. 

McAllister, I. (2007). Social Structure and Party Support in the East Asian Democracies. Journal of East Asian Studies, 7(2), 225-249. 

McAllister, I. (2016). Democratic consolidation in Taiwan in comparative perspective. Asian Journal of Comparative Politics, 1(1), 44–61. 

Rigger, S. (2006). Taiwan’s Rising Rationalism: Generations, Politics and “Taiwanese Nationalism”, Washington: East West Center.

La geopolitica nel 2020

Vent’anni fa, esattamente alla vigilia del nuovo millennio, il mondo era profondamente diverso. Il prodotto interno lordo cinese era poco più di un miliardo di euro, pari ad un dodicesimo di quello attuale; gli USA erano l’unica incondizionata potenza mondiale presente con proprie truppe in più di 50 paesi nel mondo; la Russia era una debole realtà nata sulle rovine del collasso socialista e l’Europa marciava trionfalmente verso l’allargamento ad est che tra il 2004 ed il 2007 significò un Unione sempre più forte composta da 25 paesi.

La geopolitica nel 2020 - Geopolitica.info

Presentata due decenni fa, una fotografia del mondo di oggi, anche agli occhi del più abile degli indovini, sarebbe apparsa grottesca. Pochi avrebbero previsto il crollo delle Torri Gemelle o la grande crisi economica occidentale. Nessuno avrebbe pensato a Donald Trump come inquilino della Casa Bianca, alla nascita dei movimenti populisti in tutto il mondo capaci di raccogliere consenso o allo sviluppo economico e militare cinese, oggi in grado di preoccupare le più grandi potenze mondiali.

Il mondo di oggi, e così la Geopolitica, ha raggiunto una tale velocità da far apparire tutto incerto ed impossibile da decifrare; solo cinque anni fa era infatti impensabile poter pensare che Londra avrebbe optato per una definitiva ed irreversibile uscita dalle istituzioni europee mentre oggi diamo già per assodata questa decisione.

L’anno che verrà, il 2020, ci offrirà però alcuni importanti appuntamenti capaci di determinare alcuni futuri scenari in modo determinante. Dovremo innanzitutto tenere gli occhi puntati su Washington per comprendere se alle prossime elezioni presidenziali americane Donald Trump sarà in grado di mantenere la sua permanenza alla Casa Bianca, nonostante un mandato a dir poco rocambolesco. Una sua riconferma indicherebbe innanzitutto che la sua politica dell’”America first” non è solo uno slogan politico ma la sintesi di un programma ancora apprezzato dalla maggioranza degli americani.

In secondo luogo saremo obbligati ad osservare attentamente quanto sta avvenendo nella Cina comunista: se da una parte la forza economica del paese, capace di penetrare in Europa con la via della seta, pare inarrestabile bisognerà valutare se le lecite richieste della popolazione di Hong Kong avranno un effetto domino sull’intero paese con conseguenze ad oggi ed immaginabili.

Sarà poi necessario monitorare da vicino quanto accadrà in Africa poiché questo continente, colpevolmente abbandonato a se stesso dall’Occidente ma altrettanto colpevolmente governato da una classe dirigente spesso incapace e corrotta, sarà determinante per gli equilibri demografici dei prossimi anni. Secondo alcuni dati la sola Nigeria nel 2050 potrebbe avere gli stessi abitanti dell’intera Europa.

Infine sarà proprio il vecchio continente che nel 2020 potrà in qualche modo determinare il prossimo futuro. Chiuso il lungo capitolo Brexit, l’Unione Europea e la sua nuova Commissione saranno chiamate ed obbligate ad offrire concrete e reali soluzioni a chi da molto tempo, con più ragione che torti, chiede un cambio di passo ed un nuovo approccio.

Se così sarà, avremo uno scacchiere comunque incerto e pericoloso, ma avremo il conforto di poter dire la nostra nei prossimi processi globali senza doverli subire passivamente come troppo spesso è accaduto negli ultimi anni.

Tra vecchie e nuove sfide: la NATO settanta anni dopo

Con l’evento di questa sera presso Buckingham Palace si aprirà il nuovo summit dei Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza Atlantica, un’occasione questa per festeggiare i settant’anni della NATO ma anche per fare una valutazione complessiva della condizione di salute dell’Alleanza.

Tra vecchie e nuove sfide: la NATO settanta anni dopo - Geopolitica.info

Come spesso accade, i grandi vertici internazionali tendono a mettere in luce gli elementi di frattura piuttosto che di unione e il summit odierno non fa eccezione. Sul tavolo, vecchie e nuove questioni minacciano la solidità dell’Alleanza che da alcuni anni sembra incapace di elaborare una visione condivisa del futuro e delle possibili minacce, in un Sistema Internazionale in continuo divenire in cui i pochi punti fermi che si pensava di avere sembrano essere sempre più incerti.

Al centro del summit

A definire ancora una volta il calendario dei lavori vi sarà la richiesta, ormai veicolata da anni da parte dell’Amministrazione Trump, di aumentare la spesa per la difesa da parte degli Alleati europei. Dal momento del suo insediamento, Donald Trump ha più volte ripetuto la necessità di un maggior coinvolgimento europeo nella difesa collettiva, dichiarando che la NATO è un’istituzione da considerarsi obsoleta e enormemente costosa per gli interessi strategici americani, minacciando in più occasioni una riduzione significativa dell’impegno statunitense in Europa. Malgrado lo stile roboante del Tycoon, la questione è vecchia tanto quanto la NATO, tanto da poter dire che fin dagli anni ’50, in diversi momenti e per diverse ragioni, gli Stati Uniti hanno chiesto una maggiore partecipazione agli oneri derivanti dalla difesa collettiva. Ad ogni modo, anche al summit di domani la questione risulterà dirimente. Malgrado gli avanzamenti previsti in questo senso dagli Stati europei, Donald Trump sembra intenzionato a richiedere ulteriori aumenti delle spese militari in un contesto di graduale ridefinizione dell’impegno americano in Europa accompagnato da un’ormai evidente spostamento dell’asse della politica estera americana verso l’Asia. Proprio per discutere dell’impegno, politico ed economico, degli Stati Uniti rispetto alla difesa del continente dovrebbero tenersi quattro incontri bilaterali tra il Presidente statunitense e il Presidente francese Emmanuel Macron, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Segretario Generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg.

Parallelamente a questa prima grande questione relativa alle relazioni transatlantiche vi è una seconda faglia che da mesi, più o meno velatamente, scorre sotto l’apparente solidità dell’Alleanza, la linea adottata dall’Amministrazione Trump rispetto ad alcune scelte strategiche prese senza minimamente coinvolgere gli Alleati. In particolare, a mostrarsi particolarmente insoddisfatto di alcune scelte dell’inquilino della Casa Bianca è stato Emmanuel Macron che ha più volte criticato la scelta degli Stati Uniti di ritirarsi dalla Siria aprendo così il fianco all’offensiva turca nel Kurdistan siriano. La linea statunitense non solo non è stata condivisa dal Presidente francese ma ad infastidire l’inquilino dell’Eliseo è stata la scelta di non rendere partecipi della decisione gli Alleati che sarebbero stati i più esposti ad un’ondata di ritorno di foreign fighters dalla Siria e soprattutto dall’instabilità determinata dall’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Proprio l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump e il desiderio di rilanciare il processo di integrazione europea sono stati alla base del lancio dell’Iniziativa Europea d’Intervento, un progetto che cerca di trasporre sul piano operativo alcuni processi avviati nell’ambito della PESCO. L’idea del Presidente francese, storicamente cara alla diplomazia d’oltralpe, è quella di guadagnare “l’autonomia strategica” dagli Stati Uniti, un progetto ancora oggi lontano ma che più volte è stato richiamato come faro da seguire nello sviluppo del processo di integrazione europea.

Sul fronte della sicurezza più tradizionalmente intesa, due sembrano essere le questioni più importanti: la posizione della Turchia all’interno dell’Alleanza e l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese come minaccia anche alla sicurezza europea.

Relativamente alla politica condotta da Ankara negli ultimi mesi, come già accennato, la questione dirimente rispetto alle relazioni con l’Europa e l’Alleanza è l’intervento militare in Siria avviato a partire dal 9 ottobre. L’operazione “Ramoscello d’Ulivo” è stata accompagnata da forti proteste soprattutto dagli Alleati europei, in primis dal Presidente francese, che hanno considerato di dubbia legittimità lo sconfinamento delle forze armate turche in territorio siriano, un’operazione questa che è stata accompagnata dai timori di una possibile ripresa dell’attività terroristica dello Stato Islamico in Medio Oriente e in Europa. Contestualmente, l’acquisto da parte turca dei sistemi S-400 russi e il loro prossimo dispiegamento hanno acuito i dissapori tra Ankara e Washington. Se per mesi Recep Tayyip Erdogan ha tenuto una linea ambigua rispetto alle relazioni con la Federazione Russa, il dispiegamento del nuovo sistema antimissile va in una direzione piuttosto chiara. La scelta di impiegare i nuovi sistema d’arma di fabbricazione russa impone, necessariamente, l’impossibilità di garantire l’interoperabilità tra le forze turche e il resto dell’Alleanza nonché di costruire un sistema di Comando e Controllo integrato, senza considerare i timori che la piattaforma possa essere usata come fonte di informazioni sulle reali capacità e procedure della NATO da parte della Russia.

Da ultimo, per la prima volta l’ascesa delle Repubblica Popolare Cinese e le sue ripercussioni in termini di sicurezza e stabilità internazionale sono uno degli argomenti all’ordine del giorno del nuovo summit della NATO. L’inserimento della minaccia cinese tra le materie oggetto dell’attenzione dell’Alleanza è il frutto del forte pressing americano in merito alla definizione di una strategia condivisa nei confronti della Cina, un attore che sembra incutere maggior timore a Washington di quanto non faccia nelle capitali europee. Al centro della controversia vi è l’inserimento di compagnie cinesi all’interno dei grandi snodi infrastrutturali europei e soprattutto la competizione sulle nuove frontiere tecnologiche, in particolare la rete di quinta generazione, fondamentale per l’interconnessione dei sistemi informatici e l’elaborazione e ricezione di enormi quantità di dati, ma soprattutto l’intelligenza artificiale e il machine learning. Questi elementi sono al centro della competizione tra le due super potenze, una competizione nella quale Donald Trump vorrebbe poter contare sul supporto della NATO e dei singoli stati europei, che sembrano invece piuttosto interessati agli investimenti e alle possibilità offerte dal mercato cinese.

Quale futuro per la NATO?

Sullo sfondo del summit aleggia però la sensazione che l’Alleanza sia davvero prossima alla “morte celebrale” come dichiarato da Emmanuel Macron durante un’intervista al the Economist lo scorso 7 novembre. Le divisioni interne all’Alleanza periodicamente riemergono e trovare un modus vivendi tra le esigenze di sicurezza di ormai 30 Stati risulta essere particolarmente complesso. La NATO manca oggi di una capacità di pianificazione strategica di ampio respiro che sappia indicare una chiara via da seguire, l’ultimo Concetto Strategico è datato al 2010 ed è evidente la necessità di un cambio di rotta radicale. Se l’Alleanza non vuole continuare semplicemente a crescere in modo ipertrofico deve ridefinire il proprio ruolo nel Sistema Internazionale poiché altrimenti resterà sospesa in un limbo, incapace di andare avanti in modo efficace ma allo stesso tempo impossibilitata a tornare al ruolo precedente alla caduta dell’Unione Sovietica.

 

Geopolitica del Canale di Suez nel 150° anniversario dell’apertura

Oggi ricorre il 150° anniversario dell’apertura del Canale di Suez. Un convegno dal titolo “Il Canale di Suez: una storia italiana”, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura al Cairo, ne ripercorre le fasi storiche e le dinamiche geopolitiche. Il nostro Alessandro Ricci è lì presente con un contributo sulla Geopolitica del Canale, che qui viene riassunto.

Geopolitica del Canale di Suez nel 150° anniversario dell’apertura - Geopolitica.info

Il tema della Geopolitica del Canale di Suez riporta immediatamente alla mente una questione più generale, che coinvolge la storia ristretta e quella più allargata relativa al Bacino del Mediterraneo: qual è oggi la condizione del Mare Nostrum, come si pone oggi in questa realtà geopolitica sfaccettata e incerta, anche tenendo conto del passato?

Portiamo qualche numero: l’85% delle merci importate dal nostro paese proviene dalle vie marittime. Per quanto riguarda il commercio a livello europeo, il 76% delle importazioni dai paesi extraeuropei arriva via mare. I primi tre paesi, per milioni di tonnellate importate per questa via, sono Paesi Bassi, Spagna e, per l’appunto, Italia. Gli investimenti cinesi nel Mediterraneo nell’ambito della Belt and Road Initiative stanno a indicare l’interesse di acquisire il controllo dei punti strategici nel Mediterraneo che possano essere in grado di garantire loro l’accesso al mare e di fatto il controllo delle vie dei commerci tra Asia e mondo europeo.

Tale strategia cinese passa attraverso il controllo di punti strategici nel Mediterraneo, in Grecia, in Algeria, in Turchia, sul Mar Rosso e infine, ma non da ultimo, nel Canale di Suez. La Cina rappresenta, a questo proposito, il maggior investitore attraverso un programma specifico, avviato nel 2009, per un totale di circa 230 milioni di dollari, chiamata la China-Egypt Suez Economic and Trade Cooperation Zone.

Nelle parole dei comunicati ufficiali cinesi, che tracciano un resoconto del decennio appena trascorso, sembra emergere il carattere cooperativo – se si vuole anche solidale – della presenza cinese, facendo venir meno se non altro apparentemente l’interesse nazionale politico ed economico. A più riprese si rimarcano infatti le possibilità di sviluppo che viene definito “sostenibile” degli investimenti cinesi per i territori coinvolti. L’apporto di capitali esteri ha così permesso una rapida crescita economica che prima era fortemente rallentata, facendo leva sulla cooperazione e la collaborazione tra Cina ed Egitto, dando vita a 77 nuove imprese in un territorio che si estende per circa 6 chilometri quadrati e garantendo un lavoro a 3.500 persone.

Suez si pone dunque come imbuto naturale e strategicamente fondamentale per il futuro della Cina, ma anche dei paesi europei e, estendendo lo sguardo, dei destini mondiali. È il crocevia degli interessi cinesi e si pone al centro di una dinamica relazionale tra la Cina e il resto del mondo che assume una prospettiva completamente rinnovata con la nuova via della Seta.

L’attuale fase di globalizzazione – che vede imporsi nuove realtà oltre a quella statunitense come baricentri mondiali – è il frutto paradossale di un processo che ha avuto il suo inizio cinque secoli fa, in quell’apertura agli spazi globali che fu segnata dalle grandi scoperte geografiche, fuoriuscendo dal perimetro del contesto euromediterraneo, che fino al Medioevo era stato centrale. Tutta la rappresentazione geografica – se si vuole geopolitica – medievale si basava infatti sull’esistenza di un centro: Gerusalemme e, con esso, assumeva un ruolo determinante tutto il bacino del Mare Nostrum.

Nel tempo si sono imposte due visioni del gesto simbolico di Colombo, del superamento cioè delle Colonne d’Ercole: da una parte quella di chi sosteneva che lo spostamento d’asse mondiale verso l’Atlantico corrispondeva a una progressiva perdita di centralità del Mediterraneo. Dall’altra, quello di autori come Fernand Braudel che ne assegnavano un ruolo comunque centrale anche nello stesso evo moderno.

Il Canale di Suez, il suo essere di nuovo punto di snodo mondiale e di interessi strategici, di mire espansionistiche ma anche di possibilità di sviluppo del nostro paese, sembra oggi rispondere alle domande cruciali che ci si sta ponendo, sulla centralità del Mediterraneo nelle dinamiche geopolitiche globali.

Suez torna, dopo 150 anni, a essere l’ago della bilancia di pesi e contrappesi internazionali in uno spostamento assiale che pone ancora, come centrale, il Mediterraneo e le dinamiche che lo hanno sempre contraddistinto: nell’antichità, nei secoli del Medioevo, nell’età moderna, all’epoca dell’apertura del Canale e ancora oggi. Proiettando l’Europa fuori da sé stessa e, in questo processo centripeto, dandole al contempo una rinnovata centralità.

 

Cosa ci dicono il discorso di Pompeo e il Quarto Plenum del PCC sulla relazione USA-Cina?

Mentre quasi 400 persone affollavano la sala dell’Hotel Jingxi per il tanto atteso Quarto Plenum del 19esimo Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, il 30 ottobre scorso il Segretario di Stato americano Mike Pompeo teneva un discorso di fronte agli ospiti di un evento di gala dello Hudson Institute. Il giorno dopo le porte del Plenum del PCC si riaprivano e veniva diffusa la risoluzione adottata dai delegati convenuti. I due momenti testimoniano in maniera speculare la visione del mondo che Washington e Pechino hanno e con cui si preparano ad affrontare la futura competizione.

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Dall’eloquente titolo “La sfida cinese”, l’intervento di Pompeo conferma alcune parole chiave e linee guida della politica estera trumpiana nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e dimostra che anche dopo la dipartita di John Bolton la linea “dura” della Casa Bianca nei confronti di Pechino non si è attenuata.

A parere di chi scrive sono tre le considerazioni principali da trarre dal discorso del Segretario di Stato. Eccole di seguito:

  1. «The communist government in China today is not the same as the people of China». In questo passaggio si coglie una dimensione cruciale della politica estera statunitense così come della cultura politica americana in generale: la distinzione tra classe governante e popolo. È il Partito Comunista Cinese ad essere «realmente ostile» nei confronti degli Stati Uniti e dei loro valori, non la popolazione cinese che, invece, «ama la libertà». Questa divaricazione tra élite repressiva e popolo rientra perfettamente nella dottrina di politica estera di Donald Trump, il “principled realismpropugnato nella National Security Strategy 2017. Questa linea di pensiero se da un lato, infatti, si ispira alle correnti jeffersoniane e jacksoniane dentro e fuori il GOP e patrocina un maggior isolazionismo e il primato della dimensione nazionale su quella internazionale tra le priorità politiche, dall’altro non riesce completamente a rigettare alcuni assunti tipici della politica estera wilsoniana. Il continuo richiamo alla natura autoritaria dei regimi cinese, russo, iraniano e nord-coreano ne è una conferma lampante e pesa nella valutazione strategica degli obiettivi e delle minacce fatta dall’Amministrazione Trump. Come sostenuto nella NSS-17, infatti, la competizione odierna è tra «coloro che difendono regimi repressivi e coloro che supportano società libere».
  2. «Slow to see the risk of China». Pompeo ripete qui uno dei mantra della visione trumpiana degli affari internazionali. Gli Stati Uniti sono stati ingannati da potenze come Cina, Russia, Iran che hanno simulato di voler trasformarsi in «attori benigni» (NSS 2017) mentre erano determinati a rendere le proprie economie sempre meno libere e corrette e i propri regimi sempre più repressivi. Stando a quanto dice Pompeo, tale inganno si è reso possibile per due motivi interconnessi: perché in quanto americani gli Stati Uniti sono portati a «sperare» nello sviluppo democratico degli altri paesi; perché le amministrazioni precedenti hanno perseguito politiche miopi di “coinvolgimento” (engagement) permettendo alla Cina di crescere forte e minacciosa.
  3. La lista di doléances. Il Segretario di Stato conferma qui i fronti più rilevanti nella relazione tra Washington e Pechino: Taiwan, i diritti umani, la disonesta competizione economica e commerciale, la politica di coercizione cinese nei confronti di Filippine e Vietnam. L’elenco ricalca perfettamente il discorso fatto un anno fa dal Segretario in occasione del secondo round dello U.S.-China Diplomatic & Security Dialogue.

Il giorno seguente il discorso di Pompeo, il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha approvato una delibera in sessione plenaria che è stata poi pubblicata sul Quotidiano del Popolo. Il documento riguarda prettamente le questioni di governance della Cina che sono state il nodo centrale delle discussioni durante il Plenum. Con governance si intende il consolidamento del predominio e del controllo del Partito su tutti gli aspetti della vita politica della RPC. Il «PCC comanda ogni cosa: il Partito, il governo, I militari, la società, l’educazione, l’est, l’ovest, il nord e il sud» recita il comunicato finale del Plenum. Nonostante molti commentatori ventilassero la possibilità di un indebolimento della leadership di Xi Jinping, il Quarto Plenum non sembra aver dato adito a quest’ipotesi. Xi, infatti, esce dalla sessione plenaria con la conferma di essere il «nucleo del Partito». La supposta nomina al Comitato Permanente di due membri aggiuntivi non si è verificata e la massima nomenklatura cinese è rimasta immutata. Il vertice del Partito, quindi, manca ancora di un possibile successore di Xi Jinping essendo gli altri sei membri del Comitato Permanente troppo vecchi.

Intanto, il governo del Cile ha fatto sapere che a causa dei tumulti in corso nel paese non sarà più in grado di ospitare il vertice dell’Asia Pacific Economic Cooperation previsto inizialmente per il 12 dicembre. In occasione del summit, ci si aspettava la firma della “fase 1” dell’accordo-tregua sulla trade-war in corso tra Stati Uniti e Repubblica Popolare. Data la decisione cilena, le due parti starebbero cercando una nuova occasione per siglare il cessate il fuoco.

La sensazione è che a spingere Trump a chiudere l’accordo siano più motivi di carattere elettorale visto l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Le parole di Pompeo, inoltre, confermano che l’opinione sulla Cina dell’Amministrazione in carica non è cambiata anche in seguito alla fuoriuscita di Bolton e Mattis. In questa fase di stallo, quindi, le due potenze sembrano continuare a scivolare sempre più verso una “pace inquieta”.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!