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Il coronavirus: una battuta d’arresto per la Cina di Xi

Lo scoppio dell’epidemia del coronavirus, originatasi a Wuhan e diffusasi velocemente in molte parti del mondo, rappresenta una battuta d’arresto per l’ascesa della Cina ma potrebbe costituire un’opportunità per il potere personale di Xi Jinping. La natura emergenziale del virus, infatti, determina due conseguenze importanti per la Cina.

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In primo luogo, il virus è una battuta di arresto nell’internazionalizzazione politica, culturale ed economica della Repubblica Popolare poiché ha esposto il paese alle critiche e alla disapprovazione dei leader internazionali che, a volte anche in maniera superficiale, hanno attaccato il governo di Pechino, colpevole di un nuovo contagio all’apparenza incontrollabile. Mentre Pechino è in procinto di rilassare le restrizioni sociali imposte durante l’apice della crisi, il virus si è, infatti, diffuso a macchia d’olio in paesi che, a causa del ritardo, non sono preparati ad affrontarlo e che, non potendo fare affidamento sulla struttura autoritaria della governance cinese, non dispongono degli stessi strumenti preventivi. L’impatto sull’economia mondiale è difficile da prevedere ex ante ma le stime parlano di un rallentamento (se non di una recessione) significativo dei ritmi di crescita anche per i paesi ad economie avanzate. Per alcuni di questi, tra cui l’Italia, ciò comporterebbe un pesante aggravio per la già precaria ripresa economica. In questo senso si deve leggere il tentativo dell’Ambasciatore cinese alle Nazioni Unite Zhang di celebrare gli sforzi che il suo paese sta facendo per debellare il virus e convincere che la «Cina non sta combattendo solo per sé stessa, ma per il mondo intero». Quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito una “emergenza sanitaria globale” avrà necessariamente effetti sulla capacità di persuasione e attrazione del sistema Cina all’estero. Il soft power cinese, già relativamente basso, sarà, quindi, pesantemente scosso dal caso coronavirus.

Come ci spiega Joseph Nye nel suo “Leadership e potere”, però, le «urgenze e le crisi» hanno anche un secondo risvolto rilevante per i leader politici: permettono loro di assumere poteri maggiori e imporre una narrazione preferita sugli eventi all’interno dei confini nazionali. È questo che la Presidenza di Xi Jinping starebbe cercando di fare e in questo senso il virus potrebbe rappresentare un’opportunità per Xi. Ovviamente non si intende che il virus avrà effetti positivi assoluti, anzi esso rappresenta un «test serissimo per il sistema e la capacità di governo del Partito comunista cinese», come lo stesso Xi ha più volte sottolineato, e voci di dissenso si sono alzate in tutto il paese, dalle strade di Wuhan alle Università della capitale. Tuttavia, se il Presidente riuscirà a sfruttare l’emergenza a proprio vantaggio potrà limitare i danni alla sua immagine e rafforzare l’autorità della corrente del Partito Comunista a lui più fedele. Durante l’acme della crisi sanitaria in Hubei, ad esempio, a tutti era apparsa sorprendente l’assenza di Xi da Wuhan e, in generale, dai media nazionali ed internazionali. La sensazione è che Xi preferisse attendere e capire se la crisi potesse compromettere seriamente il comando politico del Partito. Al suo posto, il Segretario ha preferito inviare in avanscoperta il premier Li Keqiang così da poterlo incolpare nel caso in cui l’emergenza sociale si fosse aggravata. In aggiunta, la purga del Segretario del Partito in Hubei si era dimostrata provvidenziale per poter scaricare la colpa delle inefficienze nel contenimento del virus a livello locale e per poter sostituire i quadri regionali con funzionari più fedeli (in questo caso, il sindaco di Shanghai). A tal scopo, la Commissione centrale per l’ispezione disciplinare di Zhao Leji si dimostrerà ancora una volta uno strumento fondamentale per la leadership di Xi. Infine, l’epidemia ha permesso al Partito di stringere ancor di più il regime di controllo sociale della popolazione attraverso un capillare utilizzo di tecnologie per il monitoraggio e l’identificazione dei cittadini.

Fin quando Pechino non si scrollerà di dosso questo drammatico episodio, un minor apprezzamento all’estero e il tentativo di conseguire un maggior controllo interno saranno due tratti ricorrenti per la Cina di Xi Jinping.

Duterte pone fine al VFA: le Filippine tra USA e Cina

Il presidente di ferro esce dall’accordo sulla presenza militare americana ed apre alla Cina. Dopo i contrasti per le dispute marittime, Manila cerca la cooperazione cinese per i progetti infrastrutturali.

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Il presidente Duterte ha dichiarato che le Filippine usciranno dal Visiting Force Agreement (VFA), accordo che dal 1999 regola la presenza delle truppe statunitensi sul territorio. Già lo scorso mese Duterte aveva minacciato di porre fine all’accordo dopo che il senatore filippino Ronald Dela Rosa, ex capo di polizia e alleato politico del presidente, si era visto rifiutare l’accesso negli Stati Uniti. Divieto non insensato dato che lo stesso Duterte aveva in precedenza vietato a due senatori statunitensi l’ingresso nelle Filippine per aver palesato il loro sostegno alla senatrice filippina Leila de Lima, detenuta per la sua opposizione alla sanguinaria campagna di Duterte contro le droghe illegali.

La prima minaccia di chiudere l’accordo risale al 2016, anno in cui inizia il mandato di Rodrigo Duterte, il quale si è fatto promotore di una politica estera diametralmente opposta a quella filoamericana del suo predecessore, Benito Aquino III, effettuando un processo di allontanamento dagli States, coincidente con un avvicinamento alla Cina. Alla base di tale svolta si trovano ovviamente ragioni strategiche, rinsaldate talvolta da forti motivazioni ideologiche e storiche. Da un lato la Cina offre determinate opportunità connesse allo sviluppo ed alla cooperazione su più fronti, dall’altro gli Stati Uniti rappresentano l’invasore che ha imposto il suo dominio con la guerra del 1899. Tuttavia, la Cina rimane un vicino difficile: le relazioni sino-filippine sono caratterizzate notoriamente dalle dispute sulle Isole Spratly e sul banco di Scarborough, punti strategici per il controllo e la sicurezza delle rotte marittime, ma anche potenziali piccole basi collocate su acque preziose, sotto le quali si trovano gas e petrolio. In particolare, con la crisi diplomatica del banco di Scarborough, quando navi da guerra filippine tentarono di arrestare dei pescatori cinesi ricevendo come risposta da Pechino l’invio della Marina militare, la tensione emerse nettamente e proseguì quando l’Aja, nel 2013, decretò la totale inconsistenza delle rivendicazioni cinesi sulle isole in questione.

Nonostante l’evidenza di una relazione difficile, i rapporti sino-filippini non mancano di aperture e tentativi di cooperazione, non solo di tipo commerciale ed economico. Sin dall’inizio ufficiale delle relazioni diplomatiche negli anni 70, i due paesi furono inizialmente limitati dalla suddivisione in blocchi contrapposti della guerra fredda, per la quale le Filippine rappresentavano un baluardo americano contro la Cina comunista. Occorre però riscontrare una certa evoluzione, in particolare a partire dagli anni 2000 con la presidenza Arroyo, di una cooperazione sul piano militare. Visite, scambi ed esercitazioni congiunte tra le forze militari dei due paesi e un Memorandum, nel 2004, sulla cooperazione nel campo della difesa, volto a costituire incontri annuali in materia di sicurezza. Una fase che ha visto una repentina frenata con l’era Aquino III (2010-2016), caratterizzata da un certo filo-americanismo e dal già citato incidente di Scarborough. È con Aquino che abbiamo nel 2014 l’Enanched Defence Cooperation Agreement (EDCA), trattato con gli Stati Uniti che rafforzava la cooperazione militare tra i due paesi stabilita già dal VFA.

Con Duterte, quindi, abbiamo la rivitalizzazione di un dialogo, quello con la Cina, già avviato da decenni, all’ombra dell’alleanza con Washington. Il presidente filippino sembra voler astenersi dal brandire la sentenza di diritto internazionale, precedentemente citata, contro le ambizioni marittime cinesi, puntando invece su un approccio che mira a stabilire reciproci vantaggi, scavalcando lo scoglio delle dispute territoriali. In particolare, Manila punta adesso a sfruttare gli investimenti cinesi per alimentare il grande progetto infrastrutturale di Duterte, chiamato inequivocabilmente “Build, Build, Build”: 75 infrastrutture da costruire in tutto il paese, tra ferrovie, ponti e autostrade. Nel 24 ottobre del 2019, il Segretario delle Finanze filippino Carlos Dominguez III ed il vice-premier cinese Hu Chunhua hanno firmato una serie di accordi, alcuni dei quali riguardavano proprio il Build Build Build e le possibilità di integrarlo con la Belt and Road Initiative (BRI).

In questo contesto, la fine del VFA rappresenta per Washington la perdita di una pedina nello scacchiere del Sud-est asiatico, dove inevitabilmente aumenta l’influenza di Pechino. Una decisione che non necessariamente si rivelerà conveniente per le Filippine, le quali perderanno uno strumento di deterrenza nei confronti della Cina, oltre che un supporto sostanziale contro i separatisti islamici sul fronte interno.

Gli obiettivi di Davos 2020 e la riforma OMC contrappongono, ancora una volta, Washington al Vecchio Continente (e non solo)

Lo stallo dell’Appellate Body Wto ha tenuto banco anche durante le discussioni interne al World Economic Forum 2020, terminato lo scorso 24 gennaio. Lo ha confermato  il direttore generale Robert Azevêdo, mettendo in luce la congiunzione esistente tra futuro della economia mondiale e Wto. Il Forum dedicato quest’anno alla tematica “Stakeholders for a Cohesive and Sustainable World” si è posto, infatti, l’obiettivo di ridisegnare il paradigma strutturale della global economic governance, invitando i partecipanti a farsi carico delle istanze provenienti da più parti della società civile e imprenditoriale. Istanze che si traducono in un’unica espressione: “ripensare il sistema economico internazionale”.

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Il WEF di Davos

Il Forum, come noto, sorto 50 anni fa come spazio di confronto e analisi delle principali questioni economiche europee, si è, nel corso del tempo, aperto a contingenze sempre più globali allargando la platea dei protagonisti: da attori esclusivamente economici e imprenditoriali, ha incominciato ad accogliere anche istituzioni finanziarie, leaders politici e Ong; tanto da poter vantare l’appellativo di “mondiale” e a partire dal 2015 venir riconosciuto come istituzione internazionale. Non a caso, negli ultimi anni, è divenuto il proscenio naturale in cui i principali attori geopolitici hanno delineato il quadro delle loro future politiche commerciali internazionali. Basti pensare all’aperta difesa del processo di globalizzazione, pronunciata da Xi Jinping, nel gennaio 2017, quale basilare presupposto per la realizzazione della Silk Road. Una iniziativa di costruzione di un nuovo spazio economico globale che avrebbe, poi, inasprito la risposta protezionistica trumpiana, già in atto. Una politica protezionistica perorata, appena l’anno dopo, nella stessa sede dal presidente Trump come unico strumento utilizzabile di fronte alle pratiche commerciali sleali cinesi.

Le aspettative di Davos 2020

Forti e inattese sono state le aspettative degli osservatori verso le proposte suscettibili di essere mosse dai partecipanti al Forum in materia di divario sociale, difesa dell’ambiente e ridefinizione della politica economica globale. Le esigenze di sostenibilità ambientale e divario sociale hanno trovato voce attraverso la partecipazione costante dell’attivista svedese Greta Thunberg e di varie Ong come l’Oxfam. Diversamente, il bisogno di ridisegnare le strutture portanti del sistema economico internazionale è stato manifestato dagli stessi attori geoeconomici ivi presenti. Sostenibilità e tutela dell’ambiente, protezione della biodiversità e eliminazione del debito, è stato affermato, passa solo attraverso la volontà di ristrutturare il fondamento ideologico della economia mondiale. Ovvero di ridefinire teleologicamente il liberismo economico.

Il sistema economico globale postmoderno

La ricostruzione postbellica ha generato lo scatto tra modernità e postmodernità del governo economico globale. Il sistema economico moderno, di matrice fisiocratica e classica, che aveva generato e sostenuto la rivoluzione industriale, giunge sino al secondo conflitto bellico mondiale tra altalenanti politiche liberiste e protezionistiche. Un sistema economico moderno strutturato secondo il paradigma reddito – risparmio – consumo, ovvero su tre segmenti tra loro complementari, reciprocamente necessari e non capaci di sopraffarsi a vicenda. Terminata la guerra, però, manifesto della “ New Global Economic governance” in costruzione diviene il noto saggio “Capitalismo e libertà” dell’economista Milton Friedman. Vi si delinea la liberalizzazione dei flussi finanziari, dei beni finali e intermedi, della forza-lavoro, dei servizi al fine di  fare del mondo un “mercato senza confini”. Un modello economico divenuto egemonico, dopo il crollo dell’Urss, e che per la sua massima espansione ha sfruttato, da un lato, l’ azione delle organizzazioni internazionali (FMI, BM e OMC) e, dall’ altro, la globalizzazione e la rivoluzione tecnologico-informatica. E che ha accelerato la competizione internazionale alla ricerca di nuovi mezzi per il raggiungimento di una crescita illimitata e inarrestabile. Produzione di massa e consumo, finanziariamente sostenuti, hanno costituito i principali fattori del sistema economico postmoderno organizzato secondo il paradigma: finanziamento – consumo – debito. Il finanziamento, primo termine del paradigma, regge ogni operazione di messa in produzione, commercializzazione e consumo di beni e servizi. Il piano finanziario ha proceduto progressivamente nello sforzo di prevale e sopraffare gli altri piani dell’economia: così, la persona, lavoratore o consumatore (Stakeholder), è stato inteso come uno degli strumenti e non il fine dell’attività di impresa. E remunerare, in maniera crescente, gli investitori (shareholder) è divenuto l’unico obiettivo delle attività produttive e commerciali.

Ridisegnare il paradigma

Davos 2020 si è posto il compito di individuare soluzioni multilaterali alla necessità di ridisegnare i connotati di tale paradigma,  in funzione di sostenibilità finanziaria e ambientale. Un sistema economico che miri alla pura accumulazione finanziaria e’ un sistema sbilanciato in cui le esigenze produttivistiche e utilitaristiche soffocano le esigenze personalistiche, sociali e ambientali. Occorre, perciò, dare un nuovo orizzonte al neoliberismo e quell’orizzonte è la persona umana, nelle sue sfaccettature di lavoratore, consumatore, cliente e cittadino. E di questo deve farsi carico ogni soggetto economico mondiale. Solo ciò potrebbe rendere maggiormente sostenibile l’economia, elidendo buona parte di quel debito, generato dalla rincorsa alla crescita ma, privo di qualsiasi aggancio a valori dell’economia reale. I primi segnali si sono avuti, in estate, negli Stati Uniti ove ben 181 amministratori delegati di colossi economici internazionali hanno firmato una dichiarazione di intenti per il futuro: “volgere il timone imprenditoriale dallo shareholder value allo stakeholder value”, ovvero dalla massimizzazione dei profitti azionari alla assunzione di responsabilità dei problemi della comunità in cui l’imprese operano: problemi che, il più delle volte, sorgono a seguito del loro operare. Una iniziativa che è stata preceduta dalla stipula del Fashion Pact, nello specifico settore della moda, tra i più importanti brand mondiali. Anche in questo caso, la responsabilità sociale dell’impresa ha costituito un indicatore di rotta in un settore che pregiudizialmente negava di poter vincolare la creatività alla sostenibilità. Iniziative che hanno trovato cassa di risonanza anche nella scelta del Financial Times di dedicare un intero numero (18/09/2019) ai grandi mali del capitalismo aprendo la prima pagina con un gigantesco titolo “Capitalism, time for reset!”.

Il meccanismo inceppato dell’OMC e la sua riforma

L’operare dell’OMC ha fortemente contribuito nella formazione del sistema economico postmoderno in termini di inclusività dei suoi protagonisti e di eliminazione delle barriere al commercio mondiale. Sennonché il meccanismo di agevolazione del mercato si è inceppato nel momento in cui le decisioni del suo Appellate Body hanno perseguito l’affermazione del liberoscambista a danno di interessi sociali o ambientali. Interessi, questi ultimi, che pure avrebbero dovuto trovare sede in un equo e ragionevole contemperamento operato all’interno dei singoli contenziosi. In questo modo, misure sanitarie, fitosanitarie, ambientali, di protezione degli animali o di tutela dei lavoratori hanno finito con l’essere considerate barriere commerciali nelle decisioni WTO (si vedano, tra gli altri, i casi WT/DS2; WT/DS21; WT/DS401 etc). Decisioni che hanno allontanato sempre più l’istituzione dal sentire dell’opinione pubblica mondiale. E che hanno fatto dell’OMC la paladina di una globalizzazione “senza anima” che esige una riforma. Una riforma oggetto di confronto a Davos, ove ha partecipato anche il DG Azevêdo su invito degli organizzatori. Ma la proposta di riforma per quanto unanimemente accolta dai partecipanti si è tradotta in una egoistica parcellizzazione delle possibili soluzioni.

USA VS UE/CINA

L’esigenza di ridisegno dell’economia globale, infatti, è stata intesa da Trump come l’occasione per riaffermare l’inevitabilità di soluzioni sovraniste e protezionistiche. Diversamente, l’UE e la delegazione cinese si sono fatti promotori di una possibile azione multilaterale, funzionalizzata a politiche di sviluppo sostenibile. Una sostenibilità ambientale e finanziaria più volte richiamata dalla presidente Ursula Van de Layen, la quale insieme ai delegati di ben 16 Paesi Membri WTO, a margine del Forum, hanno dato vita ad un meccanismo temporaneo di risoluzionedelle controversie commerciali internazionali. Una soluzione che ha visto la partecipazione anche della Cina ma non di Washington. Una risoluzione che ha reso evidente il ruolo geopolitico europeo nella gestione della crisi WTO, come si era auspicato sin dal primo momento.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai come terreno per lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi

Molti osservatori hanno sottolineato di recente quanto le relazioni tra Cina e Russia, i due giganti eurasiatici che hanno assunto negli ultimi anni una postura revisionista nei confronti dell’ordine unipolare, siano più solide che mai.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai come terreno per lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi - Geopolitica.info

Questa considerazione è stata confermata da Sergei Shoigu, ministro della difesa della Russia, il quale ha affermato che le relazioni russo-cinesi stanno vivendo uno dei periodi migliori della loro storia. Tra i vari campi in cui i rapporti tra i due paesi stanno conoscendo una significativa evoluzione citiamo le Nazioni Unite, il BRICS e soprattutto l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai, organismo intergovernativo dedito ad assicurare la cooperazione economica, culturale e militare tra i suoi membri. L’analisi dell’organizzazione di Shangai ci consente di approfondire la conoscenza di uno dei corpi politici più rilevanti sotto il profilo geopolitico degli ultimi anni, ma forse ancora poco enfatizzato presso i mass media occidentali.

L’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Origini e struttura

Questo organismo venne fondato nel 2001 dai capi di stato di sei paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Nel 2017 si sono uniti India e Pakistan. Nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i paesi aderenti, l’Organizzazione è andata progressivamente istituzionalizzandosi, intensificando la cooperazione tra i suoi membri tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale. Il piano militare e di sicurezza è quello tuttavia più rilevante, all’insegna della comune volontà di contrastare tre fenomeni identificati come le principali minacce alla sicurezza regionale: il terrorismo, l’estremismo e il separatismo. Ciò testimonia come l’obiettivo primario degli stati membri sia quello di conservare lo status quo territoriale in una regione, quella eurasiatica, dove non mancano irredentismi, contrasti etnici, spinte secessioniste e ingerenze esterne.

La questione delle ingerenze delle potenze straniere, e degli USA in modo particolare, è un fattore determinante per l’Organizzazione. Fedeli al motto: “Eurasia agli eurasiatici”, i membri dell’Organizzazione contestano la massiccia presenza statunitense nell’area: ciò è apparso evidente sin dal 2005, momento in cui emerse la richiesta a Washington di calendarizzare il ritiro delle proprie installazioni e dei propri soldati presenti in Asia centrale.

Al fine di raggiungere i propri obiettivi, l’organizzazione si è data una struttura molto snella ed efficiente. Al vertice vi è il ‘Consiglio dei capi di stato’, il più importante organo decisionale: si riunisce una volta l’anno a rotazione in ciascuno degli stati membri. A seguire nella gerarchia vi sono il ‘Consiglio dei capi del governo ’ e il ‘Consiglio dei ministri degli esteri’. Il primo si occupa di approvare il budget dell’Organizzazione, di discutere gli ambiti e lo stato dell’arte della cooperazione multilaterale; il secondo invece discute le principali questioni dell’agenda politica internazionale e gestisce le relazioni tra l’organizzazione e gli altri organi multilaterali. Al Segretariato generale, organo amministrativo ed esecutivo, si affiancano diverse altre strutture e agenzie. Le azioni dell’Organizzazione vengono svolte sulla base del cosiddetto ‘Spirito di Shangai’: un sentimento fondato su fiducia reciproca, solidarietà, trasparenza e ricerca di un interesse comune.

Le relazioni russo-cinesi nell’ambito dell’Organizzazione

Dopo una prima fase di tensione, culminata con il rifiuto cinese di fornire un sostegno politico incondizionato alla Russia nel conflitto contro la Georgia del 2008, le relazioni russo-cinesi si sono fatte via via più strette a partire dal summit dell’Organizzazione del 2012. Al termine dell’incontro, Russia e Cina si accordarono per dichiarare che nessuno stato dell’Organizzazione era autorizzato a stipulare alleanze indirizzate contro altri membri della stessa, lasciando intendere una posizione di contrasto rispetto alla NATO e alle mire espansionistiche occidentali nella regione eurasiatica. Russia e Cina affermarono poi il netto rifiuto di qualsiasi intervento armato per risolvere la crisi in Siria e quella del nucleare iraniano.

Successivamente, Russia e Cina si sono trovate su posizioni convergenti nel sostegno ad Assad in Siria e al regime degli ayatollah in Iran. Sotto il profilo della sicurezza, le due potenze collaborano attivamente attraverso la ‘Commissione mista intergovernativa russo-cinese per la cooperazione tecnico-militare’. La cooperazione dinamica dell’industria militare e della difesa indica un livello speciale di fiducia politica nelle relazioni russo-cinesi. Ciò si riverbera altresì nella sfera energetica, attraverso il progetto “Power of Siberia” che prevede la costruzione di un gasdotto lungo 3000 km dal valore di 400 miliardi di dollari, che legherà fortemente le economie dei due giganti. “Power of Siberia” ha una valenza simbolica e geo-economica epocale, in quanto unisce in modo indissolubile la Russia, il più grande esportatore mondiale di gas naturale, e la Cina che, invece, ne rappresenta il principale mercato di importazione globale.

In definitiva, la Russia e la Cina, attraverso lo stretto rapporto personale tra i leader Putin e Xi Jinping e il coordinamento all’interno dell’Organizzazione di Shangai, intendono realizzare un asse continentale fondato sul balance of power e sul coordinamento internazionale nell’ambizioso tentativo di declinare la storica dottrina Monroe «America agli americani» in un «Eurasia alle potenze eurasiatiche».

Conclusioni

Per comprendere il potenziale di sviluppo dell’Organizzazione è sufficiente leggere i numeri. Secondo i dati del 2019, fanno parte di quest’organismo tre delle prime quattro potenze militari del pianeta (Russia, Cina e India) e due delle prime cinque potenze economiche (Cina e India). Come se non bastasse, Cina, Russia, India e Pakistan rappresentano altresì delle potenze nucleari. Le esercitazioni militari dell’Organizzazione sono sempre più frequenti. La prima si svolse nel 2003, e da allora vengono eseguite regolarmente con cadenza annuale o biennale. Le esercitazioni, che vengono chiamate ‘missioni di pace’, sono tenute su larga scala e coinvolgono migliaia di soldati. India e Pakistan si sono unite alle esercitazioni per la prima volta nel 2018.

E l’Occidente? Considerate le crescenti tensioni all’interno della NATO, con il presidente francese Macron che ha recentemente accusato il presidente americano Trump di aver voltato le spalle all’Europa e di aver contribuito a ridurre l’Alleanza Atlantica in uno stato di ‘morte cerebrale’, l’avanzata del potente blocco eurasiatico non può che aprire scenari inediti nello scacchiere internazionale. Compito della NATO sarà quello di ritrovare in fretta compattezza e spirito di unione, al fine di rispondere alla sfida globale che Russia e Cina sembrano porre in atto con convinzione e forza sempre maggiori.

L’OMC ai suoi 25 anni, tra protezionismo commerciale trumpiano e crisi del multilateralismo

L’ OMC (conosciuta anche come WTO, secondo l’acronimo inglese) il 1° gennaio ha compiuto 25 anni ma senza poterli festeggiare. Le candeline del suo successo sono state inesorabilmente spente dal vento del protezionismo commerciale trumpiano e dai risvolti di belligeranza economica Usa/Cina e Usa/Ue. Come noto, a partire dal 10 dicembre scorso, l’Organo di Appello si ritrova con un solo giudice, di origine cinese (tra l’altro) e impossibilitato a raggiungere un quorum per la definizione di nuove controversie tra gli Stati membri. Una impossibilità che si traduce in una situazione di crisi della stessa organizzazione internazionale dovuta alla volontà di Washington di non collaborare, in seno al DSB, alla nomina di nuovi giudici (ben 6) affinché l’Organo torni ad operare a pieno regime. Le ragioni della fase di stallo che sta colpendo la capacità di risoluzione delle controversie dell’OMC sono molteplici, alcune storicamente insite nel processo di formazione della organizzazione stessa, altre contingenti alla situazione economico-finanziaria mondiale.

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Ragioni storiche: il lato oscuro del multilateralismo…

L’OMC può definirsi un’organizzazione relativamente giovane, eppure espressione di una ideologia ormai già fortemente discussa agli albori del 1995, quando essa vede la luce, rappresentandosi come uno dei baluardi istituzionali dell’orientamento politico internazionale di matrice multilaterale.

È nel periodo successivo al secondo conflitto bellico mondiale che si leva una forte tendenza multilaterale nelle relazioni internazionali. Il mostro della guerra e degli egoismi nazionalistici appariva suscettibile di essere combattuto con nuove modalità di negoziazione di accordi, di vigilanza sulla loro osservanza, di soluzione delle controversie, in altri termini di gestione dei rapporti fra gli Stati. Ciò anche a fronte della necessità di tenere in debito conto i mutati rapporti di forza fra protagonisti della Global Society, le loro mutate esigenze nonché l’inarrestabile movimento tellurico delle aree coloniali. I tavoli di concertazione multilaterali si andavano, così, affermando come lo strumento principe per interpretare la pluralità e l’auspicata egualità geopolitica dei diversi soggetti della società internazionale; come una nuova frontiera della diplomazia a carattere plurilaterale e collettivo, idonea a creare, in alcuni casi, anche strutture istituzionali stabili e consolidate. Costrutti tipici di questa ideologia sono stati l’ONU, sul piano della sicurezza e dell’ordine internazionale e il sistema di Bretton Woods (costituito dal connubio FMI e BM), sul piano economico-finanziario. Ma come ogni ideologia anche il multilateralismo presenta un suo “lato oscuro, coincidente con la facile malleabilità delle potenze minori agli interessi egemonici. Taluni osservatori, non a caso, lo hanno qualificato come ulteriore strategia messa a punto dagli Usa per affermare e consolidare, a livello globale, il modello politico ed economico neoliberale. Ed una prova è rinvenibile nella natura elitaria del Consiglio di Sicurezza ONU e nelle modalità di calcolo dei voti nell’ambito degli organi decisionali del FMI e della BM. In tal modo, i principi egualitari e universalistici, fondanti il nuovo ordine mondiale, hanno via via perso quel carattere di inclusività che li aveva culturalmente generati. Non a caso, ben due (Cina, Urss) dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza non hanno inteso, poi, aderire agli Accordi di Bretton Woods per una non sentita condivisione dei valori diramati mediante il multilateralismo ONU.

…gli egoismi mai sopiti,

Un multilateralismo che incomincia a scricchiolare contestualmente alla sua affermazione. E i segni di maggiore instabilità si evidenziano nella mancata ratifica, da parte del Congresso americano, della Carta dell’Avana istitutiva dell’ITO (organizzazione internazionale del commercio) che avrebbe completato il quadro istituzionale internazionale teorizzato a San Francisco. Nella consapevolezza di una sempre maggiore integrazione e intensità degli scambi commerciali, si era voluto affidare la direzione e il controllo dei processi economico-commerciali mondiali al FMI, alla BM e all’ITO. Ma le spinte sovraniste e protezionistiche, mostrate dal Congresso americano, nella primavera del ’48, convinsero il presidente Truman a non sottoporre a ratifica la Carta dell’Avana, destinandola all’insuccesso. L’affermazione del bipolarismo e la volontà degli Stati Uniti di non delegare ad una organizzazione internazionale parte della propria sovranità in materia commerciale impedì che l’ITO prendesse forma e permise al Gatt (accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio), che accompagnava la Carta dell’Avana, di applicarsi eccezionalmente e provvisoriamente. Una provvisorietà durata ben 48 anni, sino alla istituzione della Wto.

…l’avvento del regionalismo

All’alba del 1995, finalmente una organizzazione internazionale a carattere universale, in materia commerciale, l’OMC-WTO, diviene, operativa vantando procedure decisionali molto più democratiche di quelle del sistema di Bretton Woods. Eppure, la tendenza multilaterale di cui costituisce concretizzazione si è già snaturata a fronte di una molteplicità di organizzazioni internazionali a carattere regionale che frattanto si muovono sul medesimo piano economico e commerciale, basti pensare all’OUA, all’ASEAN, al COMESA al NAFTA etc. Perciò, della necessarietà della Wto si inizia a dubitare già nel momento del suo sorgere.

Ragioni economiche contingenti: la crisi del 2008…

Lo scoppio della crisi economico-finanziario del 2008 sebbene abbia rivelato l’inestricabile interconnessione tra le diverse economie nazionali, non è stata in grado di sostenere la rinascita di soluzioni multilaterali. D’altronde, le organizzazioni internazionali, quelle di Bretton Woods, competenti alla ricerca di nuovi strumenti di ristrutturazione del capitalismo finanziario mondiale si sono rivelate non all’altezza della situazione. Si è, pertanto, generato un ulteriore allontanamento da soluzioni politiche sovra-statuali che ha investito anche l’OMC. Di questo malessere si sono fatti portavoce i sentimenti sovranisti concretatesi, oltreatlantico, nel principio “America First” della presidenza Trump.

…l’ascesa economica cinese.

Il perseguimento della riaffermazione egemonica commerciale ed economica di Washington, infatti, ha spinto la amministrazione Trump a ridiscutere rilevanti accordi multilaterali di libero scambio (come il Nafta) o a rinnegare qualsiasi appoggio politico alla futura stipulazione di essi (come nel caso del TTIP). Nel frattempo, infatti, si è verificata l’ascesa del dragone asiatico che ha messo in discussione la leadership economica degli Stati Uniti. Basti pensare che nel 1948 (l’anno della mancata adozione della Carta dell’Avana) più di 1/5 delle esportazioni mondiali erano statunitensi, mentre oggi si attestano intorno all’8,5% rispetto ad un ben 13% della Cina (Dati OMC). Non solo, gli Usa presentano anche un disavanzo commerciale pari a 875 miliardi di dollari (Dati Bureau of Economic Analysis Usa). Ecco così spiegate le ragioni del vento protezionistico che spira dall’Atlantico, capace di generare una guerra commerciale senza precedenti, per assenza del lume tutelare WTO. Quella Wto, reputata dal presidente Trump un fastidioso fardello della diplomazia postbellica, suscettibile di essere sostituita da più proficue forme diplomatiche bilaterali ove può farsi valere il peso specifico degli Stati Uniti. Peso specifico difficilmente contestabile se non da “mega” entità come il Dragone Cinese o l’Unione Europea (qualora riuscisse a palesarsi con un’unica e unanime voce).

E l’Europa?

Questa volta Bruxelles ha deciso di non stare a guardare e di non parcellizzarsi in una miriade di sentimentalismi nazionalistici. D’altronde, l’UE stessa è il costrutto maggiormente riuscito (seppur con le sue imperfezioni) della ideologia multilaterale. Prendendo, perciò, coscienza che l’OMC è stata creata con l’obiettivo precipuo di rafforzare il multilateralismo in un ordine mondiale inclusivo, non discriminatorio e aperto, il Parlamento Ue (ris. 2019/2918 RSP) ha invitato la Commissione a porre in essere ogni tentativo di dialogo con i membri della Wto al fine di sbloccare la situazione. Ne deriva che la soluzione potrebbe avere bandiera europea e costituire l’occasione per una maggiore affermazione della Ue.

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative

Oggi i taiwanesi saranno chiamati a eleggere il loro nuovo presidente della repubblica e i loro nuovi rappresentanti parlamentari. Come visto in un articolo precedente, la partita per le presidenziali sembra segnata in favore del presidente uscente, Tsai Ing-wen. Le elezioni per lo Yuan legislativo (il parlamento di Taiwan), invece, sembrano molto più incerte, sia per questioni istituzionali sia per le dinamiche di questa tornata. Ammesso che vinca, riuscirà Tsai a ripetere la “doppietta” del 2016, in cui il suo partito, il DPP, vinse la presidenza e la maggioranza parlamentare? Oppure dovrà affrontare i prossimi quattro anni con una maggioranza parlamentare avversa? Le regole, le istituzioni e gli scenari di queste elezioni, decisive per le sorti dell’isola Taiwan e per l’Asia Nord-Orientale.

Taiwan 2020: il voto delle elezioni legislative - Geopolitica.info

La partita per la presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan) appare decisa. Come visto nel precedente articolo dedicato ai candidati in corsa, ai temi della campagna elettorale e ai sondaggi pre-elettorali, l’attuale presidente, Tsai Ing-wen, del partito democratico-progressista (DPP) sembra lanciata verso una vittoria schiacciante sul suo principale avversario, il candidato del Kuomintang (KMT), Han Kuo-yu.
Tuttavia, oggi i taiwanesi dovranno eleggere anche i loro rappresentati nello Yuan legislativo, il parlamento dell’isola, e qui la partita appare più aperta di quella per la più alta carica politica della repubblica.

Il sistema politico e la legge elettorale
Taiwan è una repubblica semi-presidenziale. Il potere esecutivo è suddiviso tra il presidente della repubblica e il premier, mentre il potere legislativo è in mano a un’unica assemblea, ossia lo Yuan legislativo. L’architettura costituzionale poi si articola in altri rami e organi, in parte differenti rispetto ai sistemi costituzionali occidentali. Concentrandoci su potere esecutivo e legislativo, il primo è fortemente sbilanciato sulla figura del presidente. Infatti tra i suoi poteri figurano quello di nomina del premier, che viene esercitato senza bisogno di un voto di fiducia del parlamento e quello di scioglimento dello Yuan legislativo, accompagnato dalla possibilità di indire nuove elezioni. Il presidente della repubblica poi, definisce la politica estera del paese ed è il comandante in capo delle forze armate. Il premier, in questa architettura, svolge per lo più una attività di raccordo tra l’indirizzo politico dato dal presidente della repubblica e l’attività amministrativa del governo. Il parlamento, dall’altra parte, ha, tra i vari suoi poteri, oltre a quello di promulgare le leggi, quello di sfiduciare il premier in carica e il potere di porre sotto processo di impeachment il presidente. È chiaro, quindi, come il presidente della repubblica rappresenti la figura centrale del sistema taiwanese, ma come l’attività dello stesso possa essere pesantemente influenzata dalle decisioni dell’assemblea legislativa.

Per quanto riguarda il sistema elettorale, a partire dal 2004 l’elezione dei membri dello Yuan legislativo avviene tramite un sistema misto, maggioritario-proporzionale. Dei 113 seggi che compongono il parlamento taiwanese, 73 vengono definiti in base ad un sistema maggioritario plurality in collegi uninominali. Si tratta, quindi, di un sistema in cui gli elettori di ogni collegio eleggono un singolo rappresentante e ad essere eletto è il candidato che ha, molto semplicemente, più voti degli altri. A questi 73 vanno poi aggiunti 6 seggi, basati su due collegi plurinominali, riservati alle minoranze aborigine dell’isola. In questo caso, a essere eletti sono i primi tre arrivati in ciascuno dei due collegi. I rimanenti 34 seggi sono infine eletti sulla base di un sistema proporzionale a liste bloccate, basato su un unico collegio nazionale. In altre parole, i seggi vengono assegnati sulla base delle percentuali di voto ottenute dai partiti a livello nazionale, ma solo considerando i partiti che hanno superato la soglia di sbarramento del 5%.

Gli elettori taiwanesi, quindi, dovranno votare con tre schede elettorali: una per il voto presidenziale; un’altra per il voto nei collegi maggioritari uninominali (o plurinominali, nel caso delle minoranze aborigene); una terza per il voto nel sistema proporzionale.

Incentivi e scenari
Un sistema elettorale così congegnato, in linea teorica, nella sua componente maggioritaria dovrebbe portare gli elettori a concentrare i propri voti sui candidati/partiti considerati in grado di vincere il seggio in palio, mentre in quella proporzionale proporzionale dovrebbe non penalizzare le forze minoritarie, garantendo maggiore rappresentanza. Tuttavia, l’effetto di bilanciamento di questa componente è fortemente limitato. A parte la questione della soglia di sbarramento, i seggi in palio nella componente proporzionale sono solo 34 e questo rende il sistema di per sé poco proporzionale (questo perché al diminuire dei seggi in palio aumenta la percentuale di voti minima necessaria per ottenere almeno un seggio). A questi fattori vanno aggiunti poi gli incentivi dati dal sistema maggioritario e dal voto presidenziale. Entrambi i voti, infatti, spingono l’elettore a concentrarsi su due campi, ossia quello “pan-verde” e quello “pan-blu”, corrispondenti a quelle dominate rispettivamente dal DPP e dal KMT.
Per cui, sarà difficile aspettarsi qualcosa di diverso da uno Yuan legislativo dominato, ancora una volta, da DPP, KMT, con pochi seggi sparsi su altri partiti minoritari.

Cosa aspettarsi dal voto legislativo
I sondaggi usciti fino ad oggi non offrono un quadro molto diverso da quello già visto per le elezioni presidenziali, anche se il margine di vantaggio della “coalizione” pan-verde, guidata dal DPP, appare in questo caso molto più contenuto rispetto a quanto visto per le elezioni presidenziali. Il primo grafico interattivo in alto mostra l’andamento dei sondaggi pre-elettorali riguardanti il voto delle elezioni legislative, considerando le “coalizioni”.
Tuttavia, dato che il 65% dei seggi si fonda su un voto collegio per collegio, la percentuale nazionale dei voti (cioè quella rilevata dai sondaggi) potrebbe rilevarsi altamente fuorviante. Specialmente in un paese in cui l’elettorato è sempre stato – per motivi storici legati all’evoluzione sociale, economica e politica del paese a partire dal 1949 – suddiviso geograficamente, con il KMT e partiti collegati più forti nelle contee settentrionali dell’isola, il DPP e partiti alleati dominanti nelle contee meridionali.

Oltretutto, in questo quadro potrebbe entrare in gioco il partito dell’attuale sindaco di Taipei, Ko Wen-Je, che con il suo Taiwan People’s Party (TPP), potrebbe fare affidamento su un voto concentrato in alcuni distretti elettorali, o puntare ad un exploit nella quota proporzionale. Questo potrebbe portare il partito di Ko a giocare un ruolo centrale, ma solo a condizione che Tsai si ritrovi con un parlamento ostile o una maggioranza di pochi voti.

Tensioni nello stretto di Taiwan

Lo stretto di Taiwan si sta confermando uno dei chokepoints più “caldi” del mondo a causa degli interessi contrapposti dei principali attori del Pacifico occidentale: la Repubblica Popolare Cinese, da una parte, e Taiwan, Stati Uniti e Giappone, dall’altra.

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La storia del Novecento ci ha abituato ad aumenti della tensione in questo spazio di mare, conteso dalla fuga del governo nazionalista di Chiang-Kai-Shek in poi. L’obiettivo che “L’impero del Centro” cerca di conseguire dal 1949 è riportare l’isola di Formosa sotto la sovranità politica cinese. Per tre volte, Pechino ha effettuato esercitazioni e dispiegato azioni militari volte a indirizzare il consenso politico dell’isola, cercando di scoraggiare l’ascesa di partiti indipendentisti: due volte negli anni ’50 e l’ultima volta nel 1996, quando l’arrivo delle portaerei USS Nimitz e USS Independence e dei relativi gruppi da battaglia costrinse le meno temibili forze cinesi a un obbligatorio dietrofront.

La Repubblica Popolare Cinese, in seguito a tale debacle, comprese l’improcrastinabile necessità di sviluppare una forza aereo-navale-missilistica, capace di esercitare deterrenza e colmare parte del gap con la US Navy, al fine di dare consistenza alle pluridecennali rivendicazioni siniche. Pechino negli ultimi anni, grazie a colossali investimenti profusi nella riforma delle forze armate, è riuscita a conseguire un livello di forza militare invidiabile e un inedito know-how tecnologico in materia di costruzione cantieristica navale, che le ha consentito di varare la prima portaerei di fabbricazione nazionale: la Shandong (Type 001A).

L’attuale presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, avendo nominato lo scorso 17 novembre l’ex primo ministro William Lai come suo vice, in vista delle elezioni presidenziali del prossimo gennaio, ha confermato la propria vocazione indipendentista. Tale azione è ritenuta inaccettabile da Pechino, che, infatti, ha fatto transitare il gruppo da battaglia della portaerei Type 001A STOBAR, nello stretto di Formosa per intimidire e pressare Taipei.

La Repubblica Popolare Cinese si sta mostrando determinatamente irremovibile nella propria volontà di rimettere le mani sull’”isola ribelle”, percepita come parte della grande cultura cinese, ossia della Tianxia (“il tutto sotto il cielo”, definizione che delimitava i territori abitati dai discendenti dell’Imperatore Giallo da quelli abitati dai barbari). Le motivazioni di questa fermezza sono, inoltre, tattiche e geopolitiche.

Dal punto di vista tattico, riconquistando l’isola, Pechino sposterebbe il proprio dispositivo di difesa quattrocento chilometri ad est, sottraendo una delle pedine principali su cui Giappone e Stati Uniti fanno affidamento per contenerla. Guadagnerebbe “una portaerei inaffondabile” nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico Occidentale/Mar Cinese Orientale, da cui potrebbe proiettare la propria potenza nei mari attigui.

Dal punto di vista geopolitico, invece, il presidente Xi Jinping sta cercando di rendere il proprio paese una Superpotenza ed ha, perciò, espresso ufficialmente la propria volontà di riportare pacificamente Taiwan sotto il dominio di Pechino entro il 2049. La Cina, infatti, non potrà essere considerata una Superpotenza militare leader del Pacifico Occidentale fino a quando non riuscirà a riportare Taipei, isola lontana 180km dalle sue coste, sotto il proprio controllo.

Il passaggio delle imbarcazioni militari cinesi nello stretto è stato monitorato dalle navi Taiwanesi e seguito da quelle Giapponesi. Tokyo è schierata al fianco di Washington, quest’ultima ha inviato, il 19 novembre, la nave da combattimento Gabrielle Giffords e, il giorno successivo, il cacciatorpediniere Wayne E. Meyer, sfidando le restrizioni imposte dai cinesi nel passaggio per le Isole Paracelso. Washington, così facendo, intende manifestare con forza la volontà di garantire la libertà di transito nelle aree contese, dimostrando capacità di proiezione e volontà di sostenere gli alleati, come ha riferito la portavoce della Settima Flotta della Marina Statunitense, la Comandante Reann Mommsen.

La strategia geopolitica di Washington si è storicamente fondata su una schiacciante superiorità militare e diplomatica nel Pacifico. Il comando americano per l’Asia-Pacifico (USINDOPACOM) può contare su oltre 2.000 aeroplani, 200 navi e sottomarini e più di 370.000 soldati, marinai, marines, aviatori e personale civile del Dipartimento della Difesa, distribuiti in un ampio reticolo di basi, le cui principali si trovano in Giappone, Corea del Sud e nell’isola di Guam. La rete di alleanze diplomatico-strategiche si basa su una serie di trattati di alleanza con Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia e Australia, integrati da strette relazioni di sicurezza con Taiwan, Nuova Zelanda e Singapore e da relazioni in evoluzione con altri Paesi della regione come India, Vietnam, Malesia e Indonesia. Questi rapporti, storicamente solidi dalla fine della guerra di Corea in avanti, si stanno consolidando ulteriormente, corroborati dalla comune avversione nei confronti della nuova assertività cinese.

Il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang ha espresso, in una conferenza stampa, la volontà cinese di pattugliare e seguire il passaggio di navi da guerra americane attraverso lo stretto di Taiwan e ha chiesto agli Stati Uniti di rispettare il principio dell’unica Cina, promuovendo, in questo modo, la stabilità dei rapporti sino-taiwanesi. Secondo il Partito Comunista Cinese, Pechino detiene una sovranità indiscutibile sulle isole del Mar Cinese Meridionale (zona contesa dalle rivendicazioni contrapposte delle Filippine, della Malesia, del Vietnam, di Taiwan e della Cina), sull’isola di Taiwan e sullo Stretto omologo.

Già nei giorni precedenti alle azioni navali, il ministro della Difesa cinese, Wei Fenghe, e il segretario della difesa americano, Mark Esper, si sono accusati a vicenda, in seno all’incontro dei ministri della difesa asiatici di Bangkok del 18 novembre scorso, di ricorrere alle intimidazioni e alla coercizione per perseguire i propri obiettivi strategici.

L’obiettivo della Repubblica Popolare Cinese è costringere Taiwan a tornare pacificamente sotto il controllo di Pechino. Per conseguirlo sta attuando una ventennale politica di “aggressione diplomatica”, tentando, così, di isolarla diplomaticamente per farla “cadere fra le proprie braccia”. Taiwan intratteneva, a settembre del 2019, relazioni formali con solo 17 Stati; negli ultimi tre mesi la Cina ha offerto l’accesso a fondi per lo sviluppo al Kiribati e alle Isole Salomone “scambiandoli” con l’interruzione dei rapporti diplomatici tra loro e Taipei. Questi stati insulari hanno accettato, perciò gli Stati con cui Taiwan continua a tessere rapporti diplomatici sono attualmente 15.

L’inconciliabilità e l’irrinunciabilità degli interessi contrapposti di Pechino da un lato, e di Taipei, Washington e Tokyo dall’altro, esacerba la tensione tra le due parti e tra le due maggiori economie del mondo. Tale circostanza rende lo stretto di Taiwan un dossier “spinoso” che nei prossimi anni dovrà essere gestito con cautela da tutte le parti in causa.

Le “contro-misure” Europee per contenere l’espansionismo del Dragone

Negli ultimi anni le imprese europee sono state coinvolte in numerose operazioni di fusione e acquisizione da parte di operatori cinesi, in particolare di origine statale, le State Owned Enterprises (SOEs), che agiscono come longa manus del Partito Comunista Cinese (PCC) in virtù del binomio inscindibile tra politica ed economia. La graduale allocazione di ampie quote di mercato da parte delle società cinesi, nonché le implicazioni che ciò comporta a livello di concorrenza nel mercato unico, hanno fatto sorgere degli allarmismi in capo alla Commissione Europea che ha reagito introducendo alcune misure a tutela dell’interesse europeo.

Le “contro-misure” Europee per contenere l’espansionismo del Dragone - Geopolitica.info

La cooperazione tra l’Unione Europea e la Cina ha senz’altro subito un notevole impulso in concomitanza con la diffusione dell’iniziativa delle “Nuove Vie della Seta”, più comunemente conosciuta come “Belt and Road Initiative”, che ha favorito non solo la collaborazione economica tra le due parti, ma ha comportato anche la necessità di valutare i potenziali rischi della presenza di numerosi operatori cinesi all’interno del mercato unico.

A tal riguardo, nell’ottica di definire un quadro comune di cooperazione è stata elaborata la EU-China 2020 Strategic Agenda for Cooperation, un documento programmatico che individua dieci iniziative di natura strategica da perseguire mediante il partenariato strategico Cina-UE e volto a garantire il mutuo beneficio tra le parti, sintetizzabile nell’espressione coniata dal Presidente Xi Jinping della “win win cooperation”.

Inoltre, stanno proseguendo le negoziazioni per l’elaborazione di un Accordo Bilaterale sugli Investimenti, EU-China Comprehensive Agreement on Investments, volto a fornire un framework comune ed organico, che possa sostituire i ventisei accordi bilaterali (Bilateral Investment Agreements) attualmente in vigore e sottoscritti tra i singoli Paesi membri e la Cina. Il presente accordo sarà volto (i) a favorire la liberalizzazione degli investimenti tra le parti contribuendo a creare nuove opportunità economiche; (ii) a definire un quadro economico aperto, equo (il cosiddetto common level playing field), a condizioni trasparenti e a tutela della libera concorrenza, in linea con la prassi del commercio internazionale; (iii) ad assicurare un adeguato livello di tutela e di protezione per le imprese europee nella fase di accesso al mercato cinese.

Nonostante nell’ultimo anno si è assistito ad una notevole riduzione degli investimenti esteri diretti (IED) provenienti dalla Cina – pari a circa il 40% – rispetto ai risultati registrati negli anni precedenti, gli IED hanno continuato ad essere finalizzati soprattutto all’acquisizione di imprese europee operanti in settori strategici dell’economia (ad esempio, nel settore delle infrastrutture, dell’energia, dei trasporti) ovvero all’acquisto di quote di partecipazioni rilevanti nelle compagini societarie europee.

La progressiva affermazione cinese nei mercati globali corroborata da una strategia predatoria, che da alcuni è stata definita come una forma di “neocolonialismo”, ha portato alcuni Stati membri ad adottare un meccanismo di controllo nazionale degli investimenti o ad implementare le misure già esistenti rendendole più restrittive al fine di tutelare gli interessi nazionali (attualmente gli Stati che hanno un proprio meccanismo di scrutinio sono quattordici). A titolo esemplificativo, si consideri il sistema di scrutinio introdotto in Francia che ha sancito l’obbligo del rilascio di un’autorizzazione preventiva da parte del Ministro dell’Economia (tipologia di controllo ex ante) come condizione sospensiva per il completamento dell’operazione di investimento, nonché il riconoscimento in capo al medesimo del potere di opporsi all’operazione – laddove fossero integrati determinati presupposti – o di stabilire delle soglie massime per la titolarità da parte di uno straniero di quote societarie in assets francesi strategici.

Pertanto, la necessità di rispondere alle nuove sfide nel panorama del commercio internazionale e la duplice esigenza di tutelare gli interessi essenziali dell’Unione e dei singoli Paesi membri, hanno trovato una sintesi nell’adozione, nel marzo scorso, del Regolamento (UE) n. 452/2019 che ha istituito un quadro comune per il controllo degli investimenti esteri nell’Unione provenienti da Paesi Terzi, il cosiddetto EU FDI Screening Mechanism, la cui entrata in vigore è prevista a partire dal prossimo ottobre.

Tale meccanismo permetterà (i) di istituire una procedura di scrutinio per gli IED trasparente e non discriminatoria; (ii) di introdurre un meccanismo di dialogo e di coordinamento tra gli Stati membri e la Commissione Europea; (iii) di armonizzare le singole discipline nazionali in tema di procedure di controllo.

Con riferimento alla modalità in cui si articola la procedura di scrutinio, la Commissione – al fine di valutare se l’investimento sia, o meno, lesivo dell’interesse comunitario – dovrà valutare se il medesimo (i) possa costituire una minaccia per la sicurezza pubblica o ci sia un fondato motivo di ordine pubblico tale da proibire l’investimento; (ii) sia destinato in quei settori previsti dall’articolo 4, paragrafo 1 del regolamento in oggetto che vengono definiti “sensibili” (come poc’anzi detto, si fa riferimento al settore delle infrastrutture critiche, delle telecomunicazioni, dell’energia, della difesa, dello spazio, dell’intelligenza artificiale); (iii) derivi da un operatore economico che sia direttamente controllato dagli apparati statali del Paese da cui proviene. Con riferimento a quest’ultimo punto occorre ricordare che le SOEs sono strettamente dipendenti dalle logiche partitiche e, di conseguenza, devono perseguire le direttive e gli obiettivi individuati dagli organi politici all’interno del “Piano Quinquennale sullo Sviluppo Economico e Sociale Nazionale della Repubblica Popolare Cinese”, il Five-Year Plan, documento programmatico di carattere politico-economico.

Pertanto, il meccanismo di dialogo tra gli Stati membri e la Commissione può essere riassunto nel modo che segue: da un lato, il singolo Stato oggetto della potenziale operazione di investimento dovrà darne preventivamente comunicazione alla Commissione, indicando la natura dell’assetto proprietario dell’investitore estero e il settore target in cui l’investimento sarà destinato; dall’altro lato, la Commissione dovrà valutare, alla stregua dei criteri sopra menzionati (i – iii), se l’investimento possa incidere sulla sicurezza nazionale e, in caso affermativo, dovrà emettere un parere (atto non giuridicamente vincolante) indirizzato allo Stato interessato dall’investimento.

L’approdo a tale meccanismo ha manifestato la necessità di prevedere alcuni interventi di riforma alla politica economica europea in vista delle nuove sfide che le imprese europee si troveranno ad affrontare nel mercato globale. Se in un primo momento il partenariato con la Cina sembrava configurarsi in una collaborazione a lungo termine, recentemente, la neo eletta Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha manifestato la necessità di ridefinire la relazione con la Cina “define (the EU’s) relations with a more self-assertive China”, manifestando, di converso, la volontà di rafforzare il legame con gli Stati Uniti.

Identificando la Cina in questi termini, lo spirito riformatore perseguito dalla Commissione è sintetizzabile nella “Nuova Politica Industriale Europea” (ex art. 173 TFUE) che raccoglie delle strategie – da realizzarsi nell’arco del quinquennio – per favorire la crescita industriale e, inter alia, le concentrazioni tra le grandi imprese europee, le European Champions, rafforzandone la posizione nel contesto multilaterale e rendendole in grado di concorrere con i grandi colossi mondiali. Pertanto, sarà di fondamentale importanza che l’Unione Europea adotti opportune misure per affermarsi nella scacchiera delle dinamiche globali.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.