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Le profonde acque del Mar Cinese Meridionale

L’attentato sventato all’aeroporto di Manila “Ninoy Aquino”, nel mese di settembre, mostra come le controversie territoriali e l’incapacità degli attori in gioco di risolvere le dispute nel Mar Cinese Meridionale possano condurre ad una deriva violenta, destabilizzante per i paesi interessati. Le azioni intraprese dagli attori regionali in seno all’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), cosi come la strategia statunitense nell’area non sembrano in grado di ottenere risultati contro l’aggressiva politica estera cinese.

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Il primo settembre le forze di sicurezza filippine (notevolmente migliorate insieme alle altre attive nella regione a partire dagli attentati di Bali del 2002) hanno sventato un attentato al terminal 3 dell’aeroporto internazionale di Manila “Ninoy Aquino”. Nell’operazione di contro-terrorismo, sono stati arrestati 3 membri del gruppo nazionalista “USA Freedom Fighters of the East” (USAFFE), formazione paramilitare anti-comunista nata nel 2001 con lo scopo di contrastare i militanti di estrema sinistri attivi sull’isola di Mindanao. Durante le prime indagini è emerso come il gruppo stesse pianificando anche un attentato contro l’ambasciata cinese e un grande centro commerciale (SM Mall of Asia) presenti nella capitale. Secondo le autorità filippine, il gruppo non costituisce “una minaccia alla sicurezza nazionale”, tesi rafforzata dall’analisi del materiale in possesso degli attentatori, estremamente rudimentale e poco potente. Lo scopo di questi attacchi, come confessato dallo stesso leader dell’organizzazione Ely Pamatong, arrestato il 3 settembre, era di rendere pubblico il malcontento verso la presunta arrendevolezza del governo nella disputa con la Cina per il controllo degli arcipelaghi comprendenti le isole Spratly e Paracel nel Mar Cinese Meridionale. La notizia ha suscitato l’immediata reazione di Pechino, che, tramite la sua ambasciata, ha richiesto al governo filippino di svolgere indagini approfondite sulla vicenda e assumere “ogni azione volta a garantire la sicurezza dell’ambasciata cinese, del suo staff e dei cittadini cinesi residenti nelle Filippine”. Il Ministero degli esteri filippino, attraverso una nota scritta, ha con fermezza preso le distanze dall’accaduto sottolineando come gli attentatori e le loro modalità di azione non rispecchino in nessun modo la posizione del governo, contrario a risolvere la disputa in atto con il ricorso della violenza.

Quanto avvenuto nelle Filippine mostra come i contenziosi territoriali e i contrasti economici e commerciali potrebbero dunque assumere una deriva violenta sulla falsa riga di quanto avvenuto in Vietnam dove sono stati registrati attacchi ad aziende e cittadini cinesi o di paesi considerati vicini a Pechino, con un bilancio di parecchi morti. Il fatto che le popolazioni dei paesi in contrasto con la Cina vivano i propri governi come “permissivi” nei confronti di Pechino dice molto sulla reale efficienza delle politiche intraprese, totalmente incapaci di contrastare l’arroganza della politica estera cinese. A partire dal mese di gennaio, il “dragone”, con la chiara volontà di proiettarsi nel Pacifico Occidentale, si è addirittura lanciato nella costruzione di 3-4 isolotti vicini alle Spratly con il duplice intento di aumentare la propria presenza militare nell’area e preparare il terreno al controllo effettivo dei mari attraverso l’installazione di radar ed altra strumentazione avanzata. Inoltre modificando creativamente la topografia dell’area la avvicinerebbe al proprio territorio, facendo ricadere le isole nei 200 miglia nautici richiesti dall’UNCLOS, la Convenzione Onu sul diritto del mare del 1982, per l’individuazione della zona economica esclusiva (ZEE).

Al centro del contenzioso ci sono le Spratley e le Paracel, due arcipelagi del Mar Cinese Meridionale che non hanno nulla da invidiare a location tropicali ma che stanno emergendo come uno dei maggiori punti di conflitto presente e futuro sullo scacchiere internazionale in ragione della loro rilevanza strategica. Il motivo della loro importanza sta nel fatto che nelle acque che le circondano, principale hub di pesca della regione, solcano il 50 % delle petroliere complessive. Ma non finisce qui: si stima che l’area abbia riserve petrolifere pari a 7 miliardi di barili e gas naturale per 900 trilioni cubici. Tanto per intenderci gli Stati Uniti, facendo riferimento alle stime della EIA, hanno riserve di gas naturale per 300 trilioni cubici e la Cina per 150. Naturalmente al momento non vi è ancora la certezza che le stime fatte siano del tutto veritiere, ma l’analisi delle ricchezze minerali delle aree limitrofe nonché le prime esplorazioni approfondite fatte (la CNOOC – China National Offshore Oil Corporation – ha annunciato nella seconda decade di settembre di aver effettuato la prima scoperta di gas naturale in acque profonde) lasciano veramente pochi dubbi. La Cina reclama da sempre la porzione di territorio maggiore, un’area identificata dalla “9 dash line”, una curva ad U che racchiude centinaia di miglia a sud e ad est dalla provincia meridionale di Hainan, la parte più a sud del territorio cinese. Pechino giustifica le sue rivendicazioni su “2000 anni di storia” anche se ufficialmente le sue pretese nascono nel 1947 quando attraverso la creazione di una mappa estremamente dettagliata cercò di mostrare come le isole ricadessero interamente nel suo territorio. Pechino rifiuta costantemente la possibilità di trovare un accordo con l’ASEAN basato sulla UNCLOS, dato che per lei l’area rappresenta un interesse per il quale non è disposta a fare sconti e, se necessario, mostrare i muscoli. Il Vietnam afferma di essere in possesso di documenti che attestino come si sia occupata attivamente dell’amministrazione delle isole a partire dal 17° secolo. Le Filippine basano il tutto sulla prossimità geografica delle isole al loro territorio e negli ultimi mesi sono al centro di continui contenziosi con il governo cinese, non ultimo quello relativo alle Scarborough Shoal, un limbo di sabbia bianca a sud delle Spratlys che entrambe rivendicano senza troppi giri di parole. Infine la Malaysia ed il Brunei chiudono il cerchio chiedendo la sovranità sui territori che cadono, secondo quanto definito dalla UNCLOS, nella zona economica esclusiva .

Nonostante il lancio, più per necessità che per scelta, della strategia “Pivot to Asia” (un ribilanciamento della politica estera verso il continente asiatico e la Cina) da parte degli Stati Uniti, l’aumento delle tensioni negli ultimi mesi può essere letto come il risultato dell’incapacità dei governi della regione, timorosi delle aspirazioni egemoniche della Cina, di assumere una posizione coerente con il raggiungimento degli obiettivi prefissati, sia in un’ottica multilaterale che bilaterale. In seno all’ASEAN, l’incapacità di definire una strategia da contrapporre alla politica “imperialista” cinese, rappresenta di fatto una vittoria per Pechino, che, come detto, ha già più volte ribadito la sua volontà di risolvere la questione attraverso accordi bilaterali, a porte chiuse, con i singoli stati, evitando la mediazione internazionale e l’accettazione di qualsivoglia codice comportamentale. Anche l’EDCA (Enhanched Defense Cooperation Agreement) siglato dagli Stati Uniti con le Filippine a fine aprile, rappresenta un’arma a doppio taglio, capace solo in parte di tutelare gli interessi strategici americani nel Mar Cinese Meridionale e stabilizzare la situazione. Questo perché l’accordo in questione propone un’idea di contenimento, che innalza il livello di guardia, e difficilmente favorisce l’instaurazione di un rapporto di fiducia con la Cina che, invece, potrebbe irrigidirsi sulle sue posizioni. Un aumento dell’aggressività della politica estera cinese comporterebbe diversi problemi da un punto di vista strategico per gli Stati Uniti che, per continuare a tutelare i propri interessi, devono necessariamente poter godere della libertà di navigazione e di sorvolo dell’area, cosi come sottolineato nell’ASEAN Regional Forum di Hanoi del 2010 dal Segretario di Stato Hillary Clinton. Cosa non scontata dato che la Cina vorrebbe che il transito di navi militari nella sua zona economica esclusiva fossero effettuati solo previo consenso. Inoltre, non sembra impossibile che la Cina avanzi la pretesa di imporre una zona di identificazione per la difesa area sulla falsa riga di quanto annunciato nel Mar Cinese Orientale. Attualmente non vi sono all’orizzonte possibilità che eventuali limitazioni riguardino anche le rotte commerciali dal momento che tutti i paesi dell’Asia Pacifico, compresa la Cina, hanno forti interessi nell’evitare interferenze sui traffici commerciali. Gli Stati Uniti, le Filippine e gli altri attori operanti nell’area hanno tutto l’interesse a non alzare il livello di scontro, cercando di ottenere il riconoscimento delle loro pretese attraverso un ricorso alla Convenzione del Diritto del Mare delle Nazioni Unite e risolvendo la disputa per via diplomatica. L’escalation di tensioni nell’area mostra come un Codice di Condotta, in grado di disciplinare le relazioni dei paesi nell’area sia indispensabile. Un innalzamento della tensione nel Mar Cinese Meridionale, parallelamente ad una incapacità politica di affrontare in maniera efficace ed olistica la disputa rischiano inevitabilmente di aumentare l’irrequietezza delle popolazioni e potrebbero favorire proteste anti-cinesi suscettibili di sfociare in azioni violente.

Alle origini della rivolta degli ombrelli

A Hong Kong negli ultimi giorni molte migliaia di persone, per la maggior parte studenti, stanno manifestando e occupando le strade del centro, per chiedere di poter avere il più basilare dei diritti di democrazia: elezioni libere a suffragio universale. La rivolta ha in sé dei caratteri eccezionali, che solo in un luogo pieno di contraddizioni come Hong Kong è possibile trovare e sta diventando – e forse sarà – uno degli eventi più importanti per la storia recente della Cina, non solo dal punto di vista politico, certamente centrale, ma anche da quello sociale e culturale.

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Il sistema politico di Hong Kong è differente da quello del resto della Cina e fece seguito a una riforma, voluta da Deng Xiaoping nel 1984, che inaugurò quella divisione interna che portò alla condizione di “Una Cina, due sistemi”, ovvero alla coesistenza del regime comunista dittatoriale, in Cina, e di un sistema economico e legislativo più liberale a Hong Kong, colonia britannica. L’accordo tra Cina e Gran Bretagna portò alla definizione della Basic Law, base dell’attuale sistema politico, entrata in vigore al momento della restituzione della colonia alla Cina, nel 1997.

Secondo la mini-costituzione accordata, il sistema socialista cinese non varrà a Hong Kong per i 50 anni successivi alla sua restituzione alla Cina. La città è infatti stata annessa con lo status di Special Administrative Region (SAR), godendo così di un’autonomia speciale: non soltanto è restato in vigore il sistema economico capitalista, ma in più essa ha un proprio Chief Executive (Primo ministro), una propria assemblea legislativa e un sistema giuridico autonomo.

Tuttavia, i cittadini di Hong Kong, fino alle ultime elezioni, hanno potuto eleggere solamente i rappresentanti dell’assemblea legislativa, mentre il capo dell’esecutivo veniva eletto da un comitato elettorale di 1200 persone, vicine a Pechino, e nominato dal presidente del Partito Comunista Cinese. Il fatto che a Hong Kong sia concessa un’autonomia politica, seppur limitata, ai cittadini, insieme con il suo particolare status economico, rende la SAR una sorta di laboratorio politico e sociale sul quale il Partito può sperimentare forme diverse di amministrazione, in vista di un’eventuale, graduale, apertura di Pechino alla democratizzazione e liberalizzazione del sistema.

Anche per questo Hong Kong non è nuova alle proteste, anzi: nella SAR il governo cinese ha sempre concesso maggiori libertà di manifestazione rispetto a quanto permesso nella Mainland, forse anche per fornire una valvola di sfogo alle rimostranze pro-democratiche verso le quali il Partito Comunista è da sempre fortemente, se non violentemente, avverso. Tuttavia le manifestazioni sono sempre stato controllate, quasi pilotate, e sempre rigorosamente autorizzate dal governo, in occasione di determinate ricorrenze (una fra tutte, il 4 giugno, anniversario della strage di Piazza Tienanmen).

Questa volta però è diverso. Le proteste degli studenti non sono infatti autorizzate, non concesse dal governo e tanto meno pilotate o controllate. Da giorni decine di migliaia di persone occupano le strade di Hong Kong contro il volere del governo e delle forze dell’ordine.

Com’è potuto accadere che in un luogo all’apparenza così perfettamente e rigorosamente amministrato, un tale numero di persone abbia potuto, tutto d’un tratto, scendere per le strade e bloccare la frenetica attività di uno dei più importanti poli economici e finanziari di tutta la Cina?

E come può una rivolta di questo genere avere un impatto significativo sul sistema politico o un’influenza sul contesto culturale e sociale di Hong Kong?

Tutto è cominciato da quando, all’inizio del 2013, un professore di giurisprudenza della Hong Kong University, Benny Tai, incoraggiò, con un suo articolo, un atto di disobbedienza civile da parte della popolazione di Hong Kong: l’occupazione della zona centrale di Hong Kong Island, al fine di mettere pressione sul governo e ottenere libere elezioni per il 2017. Da allora, la campagna pacifica pro-democrazia si è diffusa enormemente e ha preso il nome di “Occupy Central” (sulla scia del movimento “Occupy Wall Street”, nato due anni prima).

Di recente, il governo cinese ha dovuto necessariamente affrontare le richieste e le critiche che gli venivano mosse dal movimento pro-democratico, e ha risposto concedendo il suffragio universale per le elezioni dell’esecutivo del 2017. Tuttavia, i candidati che potranno essere votati alle prossime elezioni saranno ancora scelti dallo stesso comitato elettorale dei 1200.

Questo rifiuto di liberalizzare le candidature alla carica di Chief Executive è stato la scintilla che ha fatto scoppiare la protesta: migliaia di persone, non soltanto legate al movimento di Occupy Central, hanno occupato il centro della città, a partire da Admiralty, sede del governo, e da lì, sull’onda dell’entusiasmo, le zone occupate si sono moltiplicate e i manifestanti si sono spinti da Hong Kong Island fino a qualche chilometro dentro Kowloon, la penisola che fronteggia Central, fino ad arrivare a Mong Kok.

La sera del primo giorno di protesta la polizia ha cominciato a lanciare lacrimogeni contro le persone che stavano attuando un sit-in pacifico, nel tentativo di disperdere la folla.

Quest’azione attuata dalle forze dell’ordine non ha però sortito effetti evidenti, se non quello di richiamare su Hong Kong e sulla protesta l’attenzione internazionale. Da quella prima sera, gli studenti universitari e tutte le persone coinvolte nella protesta hanno deciso di prolungare indefinitamente l’occupazione delle vie della città, chiedendo, oltre alle concessioni democratiche, le dimissioni di Chung Ying Leung, attuale capo dell’esecutivo.

Il governo risponde fermamente che non cambierà la sua decisione. Ma allora tutto questo è inutile?

Gli hongkongers hanno attirato l’attenzione, si sono fatti vedere, anche se fino ad ora erano stati più o meno in silenzio. E l’hanno fatto semplicemente stando nella loro città, venendo fuori dalle case, fuori dai grattacieli. Queste proteste sembrano aver mostrato un differente modo di protestare, lontano dalle agitazioni violente. Il supporto per gli hongkongers si è diffuso anche ben al di là delle amicizie di facebook. E non è un supporto politico, ma si tratta di un supporto dato a una manifestazione umana, a una necessità civica di nuovi cittadini, a una speranza di cambiamento. Come ha scritto su facebook una manifestante, riassumendo le ragioni e le prospettive della rivolta degli ombrelli: “Give us what we deserve. We don’t know who the hell are you or why the hell would you have such a power to give or deprive. We don’t know you and we don’t know where you came from. But we can’t accept this as our fate. This ain’t no fun, this ain’t easy at all. But it’s the only way, because there ain’t no future without democracy”.

Dubbi e certezze della nuova politica estera giapponese

Dalla fine degli anni novanta e dall’escalation nucleare nordcoreana, la politica estera del Giappone ha dovuto affrontare sfide più pericolose, l’equilibrio geopolitico della regione est asiatica è instabile e il futuro appare incerto. Le sfide lanciate dalla Cina e dalla Corea del Nord nel periodo post bipolare sembrano chiedere una trasformazione delle priorità in tema di difesa e sicurezza degli Stati Uniti e del suo tradizionale alleato nella regione. Le possibilità dell’indebolimento dell’ordine internazionale di non proliferazione nucleare e dell’ombrello atomico statunitense pongono il Giappone inoltre di fronte alla rinnovata questione dell’opzione nucleare nazionale. La crisi di Fukushima e la presidenza di Shinzo Abe non hanno fatto che aggiungere tasselli ad un edificio che appare traballante.

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Le minacce alla sicurezza: la Cina e la Corea del Nord

La caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente uscita della Corea del Nord dall’orbita di Mosca hanno reso il regime di Pyongyang una minaccia alla sicurezza regionale. I rapporti con il Giappone sono molto tesi da quando la Corea del Nord ha deciso di implementare i suoi sforzi per il perseguimento dell’arma nucleare. Le preoccupazioni di Tokyo sono aumentate in seguito al test di un missile balistico nello spazio aereo nipponico nel 1998, ad ulteriori test nel Mar del Giappone nel 2006 e a test nucleari sotterranei susseguitosi nel 2006, 2009 e 2013. Gli ordigni nordcoreani sono dotati della gittata necessaria a colpire il territorio nipponico con un attacco nucleare: i missili Nodong possiedono un raggio di azione di 1500 Km, invece i missili Musudan vantano una gittata di 4000 Km sufficiente per centrare le isole di Guam e di Okinawa. Preoccupano le dichiarazioni di Pyongyang che minacciano di trasformare il paese nipponico in “un mare di fuoco nucleare”.

Il gigante cinese preoccupa gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, primo fra tutti il Giappone. La Cina sta implementando la costruzione della marina oceanica, sta ampliando il suo arsenale nucleare e sta ammodernando le proprie forze armate. Le tensioni irrisolte sulle Isole Senkaku o Diaoyu in cinese (la mossa più recente di Pechino è stata la realizzazione nel novembre 2013 di una “Zona d’identificazione per la difesa aerea” Adiz, nello spazio sopra l’arcipelago) e l’appoggio nipponico a paesi che hanno contenziosi territoriali con la Cina (come Taiwan e Filippine) non fanno che complicare il quadro. La Cina ha palesato con determinazione la volontà di affermare la propria sovranità su una serie di arcipelaghi nel Mar Cinese Orientale e Meridionale i cui fondali sono ricchi di gas e petrolio. Preoccupazioni sono state registrate dal Giappone, dalla Malesia, da Taiwan e dalle Filippine. Il primo Ministro giapponese Shinzo Abe nel dicembre 2013 si è dichiarato preoccupato della mancanza di trasparenza che contraddistingue la politica di sicurezza nazionale e militare dell’ingombrante vicino.

La carta nucleare: l’ombrello atomico statunitense

Un possibile elemento di instabilità nella regione è dato dal rischio di proliferazione nucleare militare del Giappone.

Il paese fin dal noto Art. 9 della costituzione del 1946 (il paese, sconfitto e umiliato nella seconda guerra mondiale, rinuncia alla guerra quale diritto sovrano della nazione), passando per l’Atomic Basic Law (1955) e il Three Non Nuclear Principles Resolution (1971) ha chiaramente rifiutato l’opzione nucleare militare, decidendo di utilizzare l’energia atomica per soli scopi pacifici. Il Giappone si è sistemato nel blocco occidentale e la sua difesa militare è garantita dagli Stati Uniti. Il paese si pone da settant’anni a questa parte come alfiere del pacifismo e del multilateralismo: ha firmato tutti i più importanti accordi internazionali in tema di disarmo e di lotta alla proliferazione nucleare (Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons nel 1976 e l’Additional Protocol nel 1998, solo per citare i due più importanti) e la sua opinione pubblica è stata sempre contraria all’arma nucleare. L’attacco atomico che colpì nel 1945 Hiroshima e Nagasaki e lo shock del disastro radioattivo di Fukushima nel 2011 hanno segnato duramente l’identità collettiva nazionale.

Nonostante gli svolgimenti elencati fino a qui indicherebbero una chiara linea antinucleare e pacifista, le dinamiche post bipolari hanno riacceso il dibattito in materia militare nucleare. Durante la Guerra Fredda la sicurezza del Giappone era vitale per gli Stati Uniti, un fatto che appariva molto meno sicuro nel mondo del dopo-Guerra Fredda. In Giappone si temeva che gli Stati Uniti rivedessero l’estensione del deterrente nucleare ai loro alleati. Il ritiro della Corea del Nord dal regime di non proliferazione nucleare, e la sua comparsa (in seguito a India e Pakistan) come potenza nucleare dichiarata hanno minato la fiducia riposta sul multilateralismo come arma efficace per gestire minacce nucleari all’interno della regione est asiatica. La scelta se dotarsi di un arsenale autonomo o meno dipende dalla credibilità dell’ombrello atomico americano. Nel 1994-1995 la Japan Defense Agency affrontò la possibilità di un verosimile allentamento dell’ombrello atomico americano ed osservò l’eventualità della costruzione di un arsenale nucleare indipendente, concludendo che il mantenimento della deterrenza americana fosse fondamentale per gli interessi giapponesi. Nel 1996 la dichiarazione congiunta Yoshimoto-Clinton riconfermò la decisione americana di mantenere stabile il proprio impegno in Giappone. Al tempo della presidenza Bush e della “Guerra al Terrorismo” il Giappone, pur non trovandosi sempre d’accordo con l’unilateralità di Washington nelle questioni internazionali, si ritenne sufficientemente garantito dagli sforzi americani di rafforzare l’alleanza bilaterale fra i due paesi. Il timore di una politica americana più “rilassata” sotto una leadership democratica è venuto meno in seguito al discorso di Canberra del novembre 2011 tenuto dal presidente Obama, che ha ribadito il proprio sostegno economico e politico ai propri alleati nella regione: «As we consider the future of our armed forces, we’ve begun a review that will identify our most important strategic interests and guide our defense priorities and spending over the coming decade. So here is what this region must know. As we end today’s wars, I have directed my national security team to make our presence and mission in the Asia Pacific a top priority. As a result, reductions in U.S. defense spending will not – I repeat, will not – come at the expense of the Asia Pacific». Finché l’ombrello atomico statunitense rimane credibile, le possibilità che il Giappone si doti di un ordigno nucleare autonomo appaiono remote.

Gli Stati Uniti da parte loro sono fermamente convinti nella necessità di impedire la proliferazione nucleare in estremo oriente. Con le politiche nucleari di Pyongyang, culminate nel 2006 con il primo test atomico, Washington teme che il Giappone tecnologicamente avanzato e dotato di un progredito sistema nucleare civile, si doti dell’arma atomica, provocando una pericolosa escalation nella regione. Inoltre la carta militare convenzionale è di fondamentale importanza per l’obiettivo di mantenere un potenziale futuro conflitto al di sotto della soglia nucleare: gli alleati possono ostentare una superiorità in tale ambito rispetto alla Cina e alla Corea del Nord. Ma proprio i continui investimenti nel settore convenzionale determinano, le scelte di alcuni stati (come Iran e Corea del Nord) nel perseguire un’opzione militare nucleare capace di compensare il divario, e, dall’altro, una corsa agli armamenti della Cina, che porta come conseguenza l’innalzamento di tensione tra gli stati est asiatici.

Shinzo Abe e le priorità strategiche giapponesi

Le politiche di sicurezza giapponesi sono mutate in senso più assertivo da quando la vittoria dei liberal-democratici (LPD) alle presidenziali giapponesi del dicembre 2012, ha portato di nuovo al potere Shinzo Abe. Il primo ministro, appartenente alla fazione conservatrice del LPD, ha ridefinito gli obiettivi strategici e militari del paese. In primis il governo sta ricostruendo e rafforzando i rapporti con gli Stati Uniti: Obama ha appoggiato i nipponici nella vicende delle isole Senkaku rivendicate dalla Cina, mentre la cooperazione militare tra i due paesi è in netta ripresa. Inoltre il Giappone ha interrotto la politica pacifista con la Cina, dichiarandosi pronto ad intervenire per prevenire ogni mossa aggressiva di Pechino.

Shinzo Abe sta ridefinendo la strategia di sicurezza in Estremo Oriente riavvicinando il Giappone verso l’Asean e rafforzando la cooperazione militare tra i membri. Il suo obiettivo di lungo termine è di formare una coalizione anticinese nella regione. Il presidente ha introdotto l’idea della Security Diamond, che coinvolge Giappone, India, Australia e lo stato statunitense delle Hawaii per salvaguardare la sicurezza delle rotte marittime nel Pacifico.

Le politiche di Shinzo Abe stanno preoccupando gli stati nella regione perché sembrano mettere in dubbio la tradizionale linea pacifista e antimilitarista giapponese. Inoltre a livello interno parte dell’opinione pubblica nipponica accusa il presidente di aver nascosto i reali danni ambientali provocati dal disastro di Fukushima. Il varo della legge sul nuovo segreto di stato non ha fatto che riscaldare ulteriormente la situazione, alcuni giapponesi sentono attaccata la loro libertà di espressione.

Barack Obama e il Pivot to Asia

In occasione della visita in estremo oriente di fine aprile 2014, il presidente statunitense Barack Obama ha tentato di fare il punto della situazione: gli Stati Uniti vogliono consolidare il Pivot to Asia, rinsaldando i legami con gli alleati della regione (Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine), con l’obiettivo ultimo di contrastare lo strapotere cinese nell’area. Due grandi partite si stanno giocando nella regione per gli Stati Uniti: contrastare l’emergere di una grande potenza regionale (la Cina) e combattere la proliferazione delle armi di distruzione di massa (la Corea del Nord).

Riguardo al problema delle isole contese tra il Giappone e la Cina, Obama ha rinfrancato il primo ministro giapponese Shinzo Abe affermando che l’articolo 5 dell’accordo di sicurezza Usa – Giappone (che obbliga gli Stati Uniti a intervenire a protezione del suo alleato in caso di attacco ai suoi territori) è attivo per difendere anche questo arcipelago. Gli Stati Uniti si impegnano a difendere la sovranità territoriale del Giappone e degli altri stati minacciati.

Un altro problema rilevante è quello del possibile futuro quarto test nucleare nordcoreano. Obama ha cercato di esortare l’aiuto della Cina nell’evitare l’ennesimo esperimento nucleare. Pechino, infatti, ha interesse che non sia compromesso lo status quo nella regione ma Pyongyang non sembra aver compreso il messaggio: il 29 aprile la marina del regime ha iniziato delle esercitazioni navali lungo il confine marittimo conteso con Seoul.

L’altro obiettivo di Obama, Il tentativo di allargare a nuovi membri il Trans Pacific Partnership (TPP), è fallito. Il grande accordo di libero scambio vorrebbe includere i 12 paesi a cavallo dell’Oceano Pacifico, ma attualmente ne comprende soltanto quattro: Nuova Zelanda, Singapore, Brunei e Cile. Tokyo non è disposta ad abbattere la politica protezionista che tutela il settore agricolo nazionale (in primis la produzione di riso, frumento, prodotti lattiero-caseari, carni, e zucchero) e quello automobilistico. Gli Stati Uniti vorrebbero condurre la Cina alla firma del TPP per costringerla a rispettare norme stringenti nel campo della tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della proprietà intellettuale. Tale obiettivo ad oggi sembra molto difficile da raggiungere.

Conclusioni

La missione di Obama in Estremo Oriente dell’aprile 2014 può ben sintetizzare la situazione attuale. La regione sembra trovarsi in una situazione di attesa, in cui Stati Uniti e Cina giocano le loro carte cercando di evitare grandi crisi regionali. Il presidente Obama sta cercando di contenere la potenza cinese rinsaldando l’alleanza militare con i paesi alleati (Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine),ma non ha compiuto grandi passi in avanti nella realizzazione della Tpp. La Cina sta tentando di alterare a proprio favore l’equilibrio nel mar cinese meridionale e orientale, come dimostra la creazione della Zona d’identificazione per la difesa aerea (Adiz) nel novembre 2013. Da parte statunitense la recente riconferma della difesa (sul piano sia nucleare sia convenzionale) dell’alleato giapponese rientra sempre in questo grande disegno strategico, Shinzo Abe rimane un importante alleato degli Stati Uniti nella regione ma deve evitare velleità nucleari. La strategia statunitense di containment della Cina presenta però una carenza molto importante: non tiene conto del ruolo della Russia di Vladimir Putin, che sta sviluppando il suo pivot to Asia stringendo più stretti rapporti con Pechino, nell’ambito della sicurezza e dell’energia. In questo senso l’accordo trentennale raggiunto con la Russia (maggio 2014), tra la Gazprom e la China national petroleum corporation (Cnpc) è un evento epocale: Mosca fornirà gas a Pechino, diversificando i suoi compratori. Putin, visto il rinnovato clima di tensione tra Russia e Occidente, ha spinto il Cremlino a cercare il sostegno politico ed economico della Cina, per combattere pacificamente le sanzioni “occidentali” e recidere la dipendenza economica dall’Europa. Dalla prospettiva di Pechino invece, Mosca è il più grande ostacolo al funzionamento del Pivot to Asia di Washington. A confronto ci sono due diverse visioni della regione estremo orientale e tre grandi potenze in discussione.

Mariano Bizzarri: lo Spazio, la quarta dimensione del confronto geopolitico

Geopolitica.info ha incontrato Mariano Bizzarri, direttore del comitato scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana e docente presso Sapienza Università di Roma, per discutere del crescente ruolo dello Spazio quale variabile militare e strategica delle relazioni internazionali. Dallo scenario italiano a quello globale, passando per i progetti in corso nelle economie emergenti, il professor Bizzarri ci aggiorna sugli sviluppi attuali e sulle prospettive future della “quarta dimensione del confronto geopolitico”.
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Mariano Bizzarri: lo Spazio, la quarta dimensione del confronto geopolitico - Geopolitica.info

Durante la seconda metà del Novecento lo Spazio si è attestato quale quarta dimensione (al fianco di quella terrestre, marittima e aerea) dove prende forma il confronto tra le unità dello scacchiere geopolitico mondiale. Al di là della curiosità verso l’ignoto, lo Spazio ha rappresentato un fattore estremamente rilevante nell’influenzare la politica internazionale. Perché l’esplorazione dello spazio è così importante?

In mezzo al marasma della nuova finanza globale, pare siano rimasti alcuni settori industriali su cui poter puntare per uscire da questa crisi. Si tratta di settori ad alto contenuto tecnologico. Il settore spaziale, in particolare, è una sorta di nuova frontiera della concorrenza tra i paesi tecnologicamente più avanzati, che si daranno inevitabilmente battaglia per ottenerne il controllo strategico. La gestione dello spazio ha presentato (e presenta tutt’oggi) una serie di problemi strategici non indifferenti. Pensate alla Guerra Fredda e a come le conquiste spaziali, prima russe e poi americane, abbiano scandito il suo svolgersi. Pensate all’eccitazione che si creò intorno al lancio del primo satellite sovietico, lo Sputnik, nel 1957 e a come questo fece pendere la bilancia del consenso mondiale verso la Russia sovietica, almeno fino a che gli americani capirono che lo spazio era veramente “l’ultima frontiera” e cominciarono anche loro a mandare in orbita satelliti. Insomma, per citare il Prof. Antonello Biagini “ritenere che lo spazio costituisca una res communis si rivela, nella migliore delle ipotesi, una pericolosa ingenuità. Lo spazio è solo un nuovo ambito in cui si proiettano e si continuano le contrapposizioni della terra”.   Non bisogna illudersi, d’altronde, neanche sul fatto che lo spazio sia un luogo di conquista pacifica. Soprattutto ora che il controllo satellitare militare è una realtà imprescindibile (la Guerra del Golfo fu il primo conflitto in cui i satelliti giocarono un ruolo strategico di primo piano). Dominare lo spazio significa controllare l’ “High Ground” , e cioè la posizione dalla quale si può dominare il campo di battaglia, per conoscere, prevedere e quindi anticipare le mosse dell’avversario. Di conseguenza, una nazione che non disponga di infrastrutture spaziali, sarà fatalmente confinata in un ruolo subordinato.

Lei ci ha parlato dei vantaggi  militari che derivano dallo spazio, ne esistono altri?

Certamente. I vantaggi sono molteplici. Esplorare lo spazio, è importante anche per un altro aspetto, quello commerciale. Questo è il secondo grande vantaggio.  L’esplorazione spaziale per fini commerciali pacifici interessa l’intera comunità internazionale. Lo spazio può essere una straordinaria fonte di risorse. Non tutti sono a conoscenza che, alcuni minerali rari minerali (Scandio, olmio, samario, ittrio, cerio, europio, gadolinio, terbio e itterbio ) presenti negli asteroidi o sulla luna, sono essenziali per le nuove tecnologie, come ad esempio smartphone, fibre ottiche, microchip ecc..

Questi minerali sono prodotti, ad oggi ,  per il 94% in Cina.Paradossalmente quindi, la Cina ha un grande vantaggio, che vincola l’intera comunità internazionale, un vicolo non commerciale, ma militare. Se un giorno la Cina decidesse di non rifornire più le industrie di questi materiali, l’industria dei telefoni, dei computer, e delle alte tecnologie si fermerebbe. Ma dov’è che possiamo trovare queste risorse? Sulla Luna, e negli asteroidi che ruotano intorno alla terra. Per raggiungere lo spazio c’è bisogno di enormi quantità di risorse, ma lo si fa per ottenere nuove risorse, senza le quali non partono le tecnologie. Tutto questo si chiama supremazia.

Qual è il ruolo dell’ Italia ? Ha una sua base? A quali progetti collabora?

Inizierei ricordando che il nostro paese, è stato il terzo paese al mondo ad aver lanciato  un satellite nello spazio,nel 1964, dalla nostra base di lancio spaziale a Malindi, in Kenya, dopo l’ Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Il centro spaziale Luigi Broglio, di proprietà dell’Università Sapienza di Roma, gestita dall’Agenzia Spaziale Italiana è una base unica al mondo. Luigi Broglio, riuscì a realizzare questo eccezionale risultato in virtù non solo del suo indubbio valore scientifico,nonché  del suo ruolo di preside della Scuola di Ingegneria Aerospaziale dell’Università Sapienza, ma anche e soprattutto grazie al riconoscimento dei suoi meriti da parte degli Stati Uniti, che gli concessero la tecnologia dei vettori “Scout” per effettuare i lanci dal centro spaziale. E’ l’unica base spaziale posta molto vicino all’equatore. Una base che il mondo ci invidia. L’Italia collabora anche ad un’importante progetto internazionale, quello della  Stazione Spaziale Internazionale (o ISS, International Space Station), che è il più importante programma di cooperazione internazionale mai intrapreso in campo scientifico e tecnologico. Dal 2010, la Stazione Spaziale Internazionale, è costituita da un complesso di moduli pressurizzati lungo 74 metri e da una struttura reticolare che, estendendosi per 110 metri, sostiene i pannelli solari per la generazione di energia elettrica. L’intero complesso copre una superficie pari a quella di un campo di calcio. L’Italia, svolge un ruolo particolarmente importante in questo programma, partecipandovi in triplice modalità:

  • attraverso l’accordo bilaterale tra l’ASI e la NASA che prevedeva la fornitura da parte di ASI di tre moduli logistici (MPLM) in cambio di diritti di utilizzo della stazione;
  • attraverso la partecipazione nell’ambito dell’Agenzia Spaziale Europea, alla realizzazione primariamente del laboratorio Columbus;
  • attraverso un’intesa con la NASA e l’ESA per la realizzazione in Italia dei Nodi 2 e 3 della Stazione spaziale.

Inoltre, l’industria italiana è stata fortemente impegnata nella realizzazione di elementi chiave della stazione sviluppati dalla Agenzia Spaziale Europea (Cupola, ATV). La Cupola è il modulo spaziale di osservazione che permette agli astronauti di vedere direttamente fuori dalla ISS. La cupola è particolarmente utile per alcuni scopi: vi si può controllare l’andamento delle passeggiate degli astronauti fuori dalla struttura; vi possono essere controllate direttamente le operazioni di attracco e il braccio meccanico della stazione spaziale. Da lì è altresì possibile ottenere fotografie della Terra dallo spazio ed osservare i corpi celesti.

Cosa ci può dire dei Paesi emergenti, in particolare della Cina? Si sta adeguando anche in questo campo, per fare concorrenza alle grandi potenze occidentali?

La Cina non è l’unica nazione che si sta attrezzando per le future sfide in ambito spaziale. Penso a nazioni come l’India, la Corea ed il Giappone. La Cina negli ultimi anni ha fatto passi da gigante, anche se in modo non coordinato e mostrando alcune importanti carenze tecnologiche. Lacune che cercano di colmare tramite accordi scientifico-tecnologici bilaterali, alcuni dei quali (come quello per lo studio dei terremoti) avviati con l’Italia. Con la Cina è previsto lo sviluppo di una costellazione di satelliti finalizzati a rilevare variazioni della fascia di van Allen. I cambiamenti nella distribuzione di particelle ionizzate (cosmic rays) segnalerebbero con anticipo di ore la propagazione di una onda sismica prima che questa arrivi alla crosta terrestre. Il problema attuale è riuscire a individuare con la massima esattezza possibile l’area interessata (al momento il diametro della regione interessata è troppo grande, circa 300 km, perché si possa avviare realisticamente una operazione di sfollamento delle popolazioni a rischio). Il programma è in rapida evoluzione e ci si attende a imminenti avanzamenti. Il progetto interessa molto ai cinesi, che hanno coinvolto nella iniziativa un vero e proprio esercito di ricercatori (circa 60.000!). Il discorso sull’India è più complesso, considerato che, nonostante le potenzialità, l’agenzia spaziale indiana ha collezionato anche alcuni clamorosi insuccessi e sembra di non disporre di una pianificazione che possa coniugare risorse e competenze scientifiche con i fin troppo ambiziosi piani di crescita.

La soggettività dello spazio internazionale: il caso del Mar Cinese Meridionale

Spazio oggettivo e spazio soggettivo

La soggettività dello spazio internazionale: il caso del Mar Cinese Meridionale - Geopolitica.info

Spesso, nel corso della storia, lo spazio fisico è stato investito dal processo di interpretazione del mondo che l’umanità compie per sua natura. Lo spazio, d’altronde, ben si presta a questo tipo di speculazione per via della sua duplice natura di oggettività e soggettività: alla denotazione oggettiva di uno spazio, infatti, sovente si è aggiunta la connotazione soggettiva che ne hanno dato i popoli, le nazioni e gli Stati.

A questo processo è seguito lo scontro sulle interpretazioni che più popoli, nazioni e Stati hanno dato del medesimo territorio. A tal proposito è interessante richiamare alla mente le interpretazioni che le nazioni, soprattutto nell’età dei nazionalismi, hanno dato di alcuni territori. Si prenda, ad esempio, il caso del Tirolo Meridionale, preteso tanto dai propugnatori della teoria della Grande Italia, quanto dai pangermanisti. O anche la regione dell’Epiro, ovviamente greca per i nazionalisti di Atene, ma albanese nelle teorie che partorirono il concetto di Albania Etnica o Grande Albania. Scontro di interpretazioni che, purtroppo, è costato due guerre mondiali.

La fine dell’età dei nazionalismi, e la successiva nascita del confronto bipolare, imposero l’ideologia come nuovo – e principale – motore  delle relazioni internazionali. I confini e le etnie passarono in secondo piano nello scontro tra l’ideologia sovietica e quella occidentale: durante la Guerra Fredda, infatti, non era tanto importante ottenere porzioni di territorio o ridisegnare i confini, quanto conquistare alla propria ideologia intere nazioni per trarne vantaggio strategico. Non è un caso, infatti, che le manifestazioni più calde del confronto bipolare (Corea, Vietnam e Afghanistan) furono, di fatto, guerre civili in cui veniva deciso il futuro ideologico di una nazione. Così come non è un caso che i confini statuali siano rimasti praticamente congelati dal 1945 al 1989.

Con la fine del confronto bipolare, e relativo arretramento dell’aspetto ideologico, il nazionalismo fece la sua nuova comparsa nel palcoscenico internazionale. Etnie e confini tornarono alla ribalta drammaticamente, come nel caso delle guerre balcaniche degli anni ’90. Senza la copertura ideologica, l’interesse nazionale è tornato centrale nelle relazioni internazionali e, dopo il sostanziale ridimensionamento della lotta al terrorismo di matrice islamica, il sistema internazionale sembra mostrare una fase di nuova fluidità, in cui i confini tornano a muoversi dopo più di mezzo secolo. A tal proposito, l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa assume un significato ben preciso.

Mar Cinese Meridionale?

Un caso paradigmatico del rapporto tra interpretazione soggettiva di uno spazio geografico e le sue conseguenze geopolitiche è quello del Mar Cinese Meridionale. Tutte le nazioni che si affacciano su questo mare (Repubblica Popolare Cinese, Repubblica di Cina-Taiwan, Vietnam, Filippine, financo ai giapponesi che, in realtà, non godono delle sue acque) hanno dato una loro interpretazione, che si può riscontrare già nella toponomastica. Per i cinesi tale specchio d’acqua è il Nan Hai (Mare del Sud); i filippini lo chiamano Dagat Kanlurang Pilipinas (Mare Occidentale delle Filippine), mentre i vietnamiti Bie’n Ong (Mare dell’Est); in Giappone viene chiamato Minami shina umi (Mar Cinese del Sud), che se da un lato concede la paternità alla Cina, dall’altro contiene i caratteri Shina, usati in modo dispregiativo durante la seconda guerra mondiale per indicare la Cina stessa. Tokyo esclusa, tutti gli Stati dell’area considerano il Mar Cinese Meridionale come il loro mare.

Fin qui sembrerebbe una questione di mera toponomastica, se non fosse che il Mar Cinese Meridionale è il fulcro dei traffici commerciali mondiali (più del 40% della quota globale), i suoi fondali sono ricchi di giacimenti petroliferi e di gas naturale ed è al centro degli interessi del gigante della zona: la Repubblica Popolare Cinese.

Pechino rivendica lo sfruttamento esclusivo di un’area che comprende fino all’80% delle acque del Mar Cinese Meridionale. Le pretese cinesi riposano sulla cosiddetta nine dotted line, una linea a U che include gran parte delle acque territoriali di Vietnam, Filippine, Malesia e Brunei, e che si poggia sulla presunta sovranità cinese sugli arcipelaghi che vi si stagliano, le Isole Spratly e le Isole Paracelso. Queste ultime furono interamente occupate dalla Cina nel 1974, ma sono reclamate dal Vietnam. Le Spartly, invece, sono oggetto tutt’oggi di una disputa internazionale tra i soggetti che si affacciano sul Mare: la Cina sostiene di controllare l’arcipelago sin dalla dinastia Han (200 d.C.); per il Vietnam non ci sono tracce di presenza cinese prima del 1933, mentre per Manila le isole erano terra nullius fino al 1956, quando un cittadino filippino le colonizzò.

Cina: tra ascesa pacifica e core interests

Nel corso della sua storia millenaria, la Cina ha sempre avuto una proiezione continentale, volendo emanare la sua forza all’interno dell’Asia. Pur avendo sviluppato una prodigiosa tecnologia nautica, le avventure marittime cinesi si sono limitate a due sfortunati tentativi di invasione del Giappone, nel 1274 e nel 1281, e all’epopea del grande navigatore Zheng He alla quale, però, non fu dato seguito. La visione del mondo dei cinesi, d’altronde, poneva Pechino al centro dell’universo: di conseguenza, non era la Cina a dover uscire di casa per osservare, ed eventualmente sottomettere, il mondo esterno, ma era quest’ultimo che doveva avvicinarsi alla Cina per godere dei frutti della sottomissione all’imperatore. Una visione del mondo che traspare già dal nome che i cinesi hanno dato alla loro patria: Zhōngguó, il Regno di Mezzo.

La proiezione continentale viene mantenuta anche nei primi decenni della Repubblica Popolare: alla Zhōngguó Rénmín Jiěfàngjūn Hǎijūn, la marina militare cinese, ad esempio, sono stati affidati compiti di mera difesa costiera fino agli anni settanta. Questo approccio era funzionale al tentativo, ritenuto primario dal governo comunista, di riunire sotto un’unica bandiera tutti i territori appartenuti storicamente all’impero cinese: l’occupazione del Tibet, il rafforzamento della presenza nello Xinjiang e nella Mongolia interna, così come la schermaglia con l’India del 1962, furono azioni tese a perseguire tale obiettivo.

Il compito di tenere unita la Cina che si era dato il governo di Pechino era sostanzialmente compatibile con i cinque principi della convivenza pacifica (rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità, mutua non aggressione, non interferenza negli affari interni, uguaglianza e mutuo vantaggio) elaborati dalla diplomazia cinese sin dagli anni cinquanta e che avrebbero dovuto regolare i rapporti tra la Cina e gli altri stati dell’area.

Alla poderosa avanzata della potenza cinese, tuttavia, ha fatto seguito un’evoluzione degli obiettivi strategici. La vocazione continentale e interna, infatti, poteva coniugare i principi della convivenza pacifica con la tutela dei core interests (in cinese Héxin lìyì) ossia gli interessi per i quali il governo cinese è pronto a ricorrere all’uso della forza. Tali core interests erano essenzialmente la tutela della sovranità e l’indivisibilità territoriale, con particolare riferimento al Tibet, Xinjiang e Taiwan. Dal 2010, però, Pechino ha aggiunto alla lista anche la sovranità esclusiva sul Mar Cinese Meridionale.

Asean, Usa

L’aggressività di Pechino ha provocato la comprensibile reazione degli altri Stati rivieraschi. La dottrina della nine dotted line, infatti, va a sconvolgere i confini marittimi della zona, forgiati secondo quanto stabilito nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 e che garantisce agli Stati il possesso di una zona economica esclusiva che si estende per duecento miglia nautiche dalle coste. Posizione, questa, sostenuta dagli Stati interessati dalla disputa anche in seno all’Asean (l’Associazione degli Stati dell’Asia orientale), e che vorrebbe risolvere la questione su base convenzionale e nel rispetto del diritto internazionale.

L’approccio multilaterale dell’Asean è diametralmente opposto a quello tenuto da Pechino negli ultimi anni. Dagli anni Novanta, infatti, il governo cinese ha preferito lasciare irrisolte le dispute internazionali, procedendo di volta in volta al consolidamento dei propri guadagni territoriali e imponendo la propria posizione con la deterrenza militare, economica e diplomatica; ma soprattutto la Cina ha cercato di dividere il fronte opposto con un approccio bilaterale, negando all’Asean la possibilità di interferire nella questione. Da ultimo, Pechino, per rafforzare la propria posizione nell’area, ha proceduto con una sorta di colonizzazione degli arcipelaghi disputati: in tal senso va considerata la creazione della città di Sansha, in un’isola delle Paracelso, e il suo riconoscimento dello status di prefettura.

La bellicosità cinese, inoltre, ha spinto gli atri protagonisti della vicenda ad avvicinarsi ulteriormente agli Stati Uniti, i quali si sono precipitati in zona. Per Washington, l’area riveste un’importanza capitale, come spesso dichiarato nell’argomentare la strategia che ha nel pivot to Asia il futuro della politica estera americana. L’interesse americano è in questo caso duplice: da un lato vuole far sentire la sua capacità di deterrenza nei confronti della potenza cinese; dall’altro si propone di farsi garante dei principi di risoluzione multilaterale e pacifica delle controversie internazionali e della libertà di accesso alle rotte di comunicazione marittime: questioni, queste, messe in discussione dall’atteggiamento cinese. L’approccio multilaterale americano, inoltre, è funzionale al mantenimento dell’unità di quegli Stati che costituiscono la parte meridionale della prima catena di isole che nella visione di Washington dovrebbero fungere da barriera contro l’espansionismo di Pechino.

Il progressivo avvicinamento tra Washington e gli Stati dell’Asean si è rinnovato, lo scorso aprile, con l’ultimo viaggio di Barack Obama nell’area. Di particolare rilevanza è stata la visita nelle Filippine, il paese forse più esposto all’espansionismo cinese. Nell’occasione è stato raggiunto un accordo militare che prevede il ritorno di truppe americane nell’arcipelago dopo più di vent’anni dal referendum indetto da Corazon Aquino con il quale vennero chiuse le basi militari straniere.

Conclusioni

Il Mar Cinese Meridionale è uno spazio disputato. Tutti i protagonisti dello scontro hanno dato una loro interpretazione soggettiva per accampare pretese sul medesimo spazio. Tale interpretazione soggettiva non è in realtà la ragione scatenante dello scontro: essa appare più come una copertura ideale per legittimare l’eventuale possesso del Mare. Nelle sue acque, infatti, scorrono interessi geopolitici ed economici che vanno ben al di là della mera conquista territoriale per riequilibrare i conti della storia e della geopolitica.

La disputa del Mar Cinese Meridionale è, semmai, una spia del più ampio processo che ha reso il sistema internazionale più fluido e nel quale ha fatto ricomparsa l’interpretazione soggettiva dello spazio per giustificare le mire espansionistiche della potenza di turno.

Cina: il terrorismo islamico, il separatismo etnico e i limiti della censura

I musulmani sono presenti in Cina fin dal VII secolo d.C. e sebbene la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese riconosca alle minoranze delle tutele, le stesse lamentano una forte discriminazione. Tra queste vi è l’etnia uigura, turcofona, musulmana sunnita e di origine altaica che si trova nella regione autonoma dello Xinjiang, nell’estremo occidentale della Cina. Le lotte tra questa minoranza e la maggioranza Han si susseguono da secoli, recentemente, però, questi attacchi sono avvenuti nel cuore stesso della Cina interna e fanno pensare a un gruppo terroristico organizzato.

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Nei media internazionali si è recentemente iniziato a parlare degli attentati islamici in Cina: questi attacchi non sono però novità, infatti analizzando le fonti storiche si scopre che gli attacchi alla popolazione Han nella regione autonoma dello Xinjiang iniziarono con una certa frequenza negli anni novanta. La particolarità di questi attacchi era sempre stata quella di scatenarsi entro i confini della regione e quasi sempre contro amministrazioni locali o rappresentanze del Partito al potere. Un modus operandi che rientrava nelle rivendicazioni di autonomia perpetrate da parte delle minoranze etniche della regione.
Molti degli attacchi nascono come rivolte estemporanee contro gli abusi subiti dalle minoranze da parte delle forze dell’ordine nel quotidiano. Con la neo presidenza di Xi Jinping nel 2013, si è fatto un maggiore ricorso alle armi da parte della polizia e dei corpi militari nei centinaia di scontri avvenuti nel 2013 nello Xinjiang sono morte 219 persone la quasi totalità tra la minoranza uigura e i civili, mentre un decimo delle vittime era fra le forze dell’ordine.

Sono due gli attacchi che manifestano, però, l’affermarsi di un terrorismo strutturato di matrice islamica in Cina: il primo è avvenuto a fine ottobre 2013 in piazza Tienanmen, quando un 4×4 ha attraversato la piazza piena di turisti prima di schiantarsi e andare a fuoco vicino al ritratto di Mao Zedong. I tre uomini presenti nell’auto e due turisti sono morti mentre decine sono stati i feriti. L’attentato suicida, che è avvenuto pochi giorni prima della terza sessione plenaria del XVIII Congresso del Comitato Centrale del Partito Comunista, è stato rivendicato dall’ETIM, il Movimento Islamico del Turkestan orientale, movimento presente nella lista delle formazioni terroristiche stilata dal Congresso USA a seguito degli attacchi dell’undici settembre.

Il secondo attacco terroristico è avvenuto il primo marzo 2014 nella stazione ferroviaria di Kunming, nello Yunnan, regione nella parte meridionale della Cina. Otto persone armate di coltelli e coltellacci hanno attaccato i viaggiatori in attesa nella stazione. Prima di essere fermati dalla polizia (quattro sono stati uccisi e gli altri quattro arrestati), quelli che sono stati identificati come uiguri dello Xinjiang sono riusciti a uccidere 29 persone. Anche questo secondo attentato è avvenuto poco prima dell’apertura di due importanti eventi politici, la dodicesima Assemblea Nazionale del Popolo (il Parlamento cinese, NdR) e la Conferenza politica consultiva del Popolo cinese.

Rispetto ai precedenti attacchi questi si caratterizzano per l’essere stati attuati al di fuori dello Xinjiang e contro obiettivi civili. Questa novità ha fatto definire l’ultimo attacco come l’”11/9 cinese” e il Presidente Xi Jinping ha annunciato delle «severe ripercussioni» nei confronti dei separatisti. La crescente ‘popolarità’ della questione ha portato i media internazionali a interessarsi alla situazione nello Xinjiang. Il 22 maggio scorso la notizia dell’attentato esplosivo in un mercato della Regione uigura è comparsa nelle testate mondiali, prima era successo solamente durante la sommossa di Urumqi nel 2009. Sebbene i media internazionali e, molti analisti riportino le notizie di questi attentati e di altri minori, non sono però in tanti a porsi due questioni.

La prima questione è una critica sull’attendibilità delle informazioni presentate. Avvenendo in luoghi pubblici gli attacchi ricevono una copertura da parte dei cittadini che potrebbero contribuire alla diffusione delle informazioni tramite il citizen journalism oggi sempre più diffuso grazie alle fotocamere dei telefonini, ma intervenendo la nota censura cinese, a seguito di ogni attentato viene fatta piazza pulita dei vari scatti. Inoltre la presenza come uniche fonti dei comunicati del Governo e dell’Agenzia stampa di governo, la Xinhua, nonché il contenimento dei media stranieri limitano molto la credibilità della ricostruzione degli eventi e soprattutto le sicure e repentine accuse verso la minoranza uigura.
La seconda questione riguarda i motivi di questi attacchi terroristici. La minoranza uigura e i musulmani in Cina vantano una presenza millenaria nella storia cinese. I mercanti arabi avevano relazioni con la Cina da prima della nascita di Maometto e dopo la conversione all’Islam la presenza dei musulmani nei ruoli chiavi militari, amministrativi e del commercio nelle differenti Dinastie è indiscutibile. Sebbene avessero delle limitazioni religiose questi si erano sempre dimostrati fedeli ai regnanti fino all’arrivo della Dinastia Qing (l’ultima Dinastia cinese che regnò dal 1644 al 1911) contro cui si schierarono in favore dei predecessori, i Ming. Con la Dinastia Qing molti musulmani videro un aumento delle discriminazioni mentre altri furono costretti a ‘cinesizzarsi’ abbandonando l’uso della lingua e venendo forzati alle relazioni miste. I loro discendenti sono oggi conosciuti come esponenti della minoranza Hui, distinguibile dagli Han solo per la professione religiosa, sebbene non ortodossa, e per il mantenimento di alcuni abiti tradizionali.
Nelle zone periferiche come lo Xinjiang (che significa letteralmente nuova frontiera), le minoranze etniche rimasero maggioritarie. La Dinastia Qing come anche il Governo repubblicano sorto nel 1949 attuarono a più riprese delle migrazioni pianificate per portare gli Han nelle regioni periferiche, e questo fu fatto per favorire il controllo ‘cinese’ nelle “zone cuscinetto”, ovvero quelle zone che dovevano difendere la Cina interna da eventuali attacchi.

Dopo la fine della Dinastia Qing, nel 1911, il controllo dello Xinjiang passò a dei signori della guerra che alternavano le loro alleanze tra la Cina e l’Unione Sovietica, e questo permise la creazione di due Repubbliche Indipendenti del Turkestan Orientale, che malgrado la loro breve vita riuscirono a dare un forte slancio morale alla minoranza uigura. Questa nei negoziati di riunificazione della Repubblica Popolare del 1949 riuscì a guadagnare la concessione dell’autonomia della Provincia da parte del Governo centrale (Autonomia che però non si è realizzata de facto, essendo il Governo Centrale a porre il veto sia in materia legislativa che finanziaria).

Le campagne degli anni ’50 e la Rivoluzione Culturale portarono poi alla carcerazione degli intellettuali uiguri, dei filo-sovietici (veniva accusato di essere filo-sovietico chiunque movesse la più piccola critica verso le azioni del governo centrale) e alla dissacrazione dei luoghi di preghiera (molte moschee furono trasformate in porcilaie durante la Rivoluzione culturale). L’arrivo di Deng Xiaoping nel 1979 portò a una mitigazione delle politiche discriminatorie e all’apertura all’Occidente. Molti politici e pensatori cinesi ritengono questo ‘rilassamento’ la causa principale della nascita della minaccia separatista, mentre le cause principali sono la povertà in cui versano gli Uiguri e i privilegi offerti agli Han per stabilirsi nella regione.

La politica cinese ha inoltre posto il separatismo, l’estremismo religioso e il terrorismo sullo stesso livello, definendoli i “Tre Mali” da eradicare e punire con pene severe, inclusa la pena di morte. L’apice della lotte ai separatisti è arrivato a seguito degli attacchi alle Torri gemelle del 2001 quando il governo cinese si è subito schierato al fianco degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo mondiale e a quello domestico dichiarando ogni movimento separatista come movimento terroristico. Il governo statunitense, sebbene abbia mantenuto nella lista due movimenti terroristici legati agli uiguri (uno è il sopraindicato ETIM) riprende spesso il Governo cinese contro le violazione dei diritti umani commesse nei confronti degli Uiguri e ha concesso asilo politico a molti intellettuali uiguri ritenuti separatisti/terroristi dal governo cinese.

I piani del governo cinese sembrano condurre verso un completo annichilimento delle minoranze, lo Xinjiang non è come il Tibet dove i tibetani mantengono una percentuale schiacciante nei confronti dell’etnia Han. Solo nella parte sud-occidentale della regione autonoma dello Xinjiang, gli uiguri conservano una percentuale maggioritaria. Purtroppo, però, queste zone sono anche le più povere e sottosviluppate.

La Cina che Renzi scoprirà

A metà maggio, il sempre assai corposo numero domenicale del Financial Times si è fatto notare per una singolarità: non c’era nessun articolo dedicato alla Cina, ad un’impresa cinese, ad una personalità cinese. La Cina era insomma semplicemente assente dal panorama delle notizie e dei commenti.

La Cina che Renzi scoprirà - Geopolitica.info

Eppure era stato lo stesso quotidiano finanziario, il giornale di più alta qualità al mondo, nonché il più attendibile, a far sapere un paio di settimane prima una notizia-bomba: e cioè che, contrariamente alle previsioni che davano il “sorpasso” prevedibile solo tra qualche anno, già nel 2014 l’economia cinese sarebbe diventata la prima economia mondiale. In valore assoluto, naturalmente, perché – se si guarda agli indicatori pro-capite, gli Stati Uniti – che hanno meno di un quarto della popolazione della Cina, rimangono di gran lunga il paese leader dell’economia mondiale.

E questo per non parlare degli aspetti non economici che concorrono a fare dell’America il cosiddetto “paese egemone” anche in questa prima fase del ventunesimo secolo, cioè alla forza militare e a quella culturale: nel primo di questi campi, la supremazia americana, pur declinando rapidamente (soprattutto per la scarsa voglia degli Americani di combattere nuove guerre) rimane comunque indiscussa, mente nel secondo – il campo del cosiddetto soft power – l’America occupa tutti gli spazi, in maniera addirittura schiacciante.

La più grande economia mondiale

La supremazia militare e culturale degli Stati Uniti non costituisce pero una notizia, così come non è una notizia un cane che morde un uomo. Quel che accade in Cina – almeno in questa fase storica – costituisce invece notizia, proprio come un uomo che morde un cane. Ed è perciò naturale che il lettore della grande stampa internazionale sia rimasto sorpreso di non trovare nessun articolo o informazione relativa alla Cina su quel numero domenicale del FinancialTimes. Così come rimane insoddisfatto quando cerca su Amazon (che sia .uk o .com) nuovi libri dedicati a questo argomento.

Eppure questo strano silenzio non è privo di significati. I nuovi libri scarseggiano rispetto a qualche anno fa perché i tempi della loro produzione e distribuzione sono ormai troppo lenti rispetto ai ritmi ai quali cambia la situazione politico-economica del colosso asiatico.  E comunque perderebbero subito di attualità. Mentre i media che non hanno questi vincoli temporali possono certo darci informazioni a getto continuo, ma sono sempre più in difficoltà quando si tratta di commentare gli avvenimenti e di orientare imprenditori e politici occidentali su come collocarsi rispetto alla concorrenza cinese, e a come essere presenti su quel mercato

Dove vada la Cina, e se – e quanto a lungo – possa continuare nelle sue forme e ai ritmi attuali il suo tumultuoso processo di sviluppo è un interrogativo cui tuttavia non è possibile rinunciare a dare una risposta. Perché altrimenti bisognerebbe rinunciare ad avere un’idea di dove va il mondo, della cui vicenda la Cina è ormai diventata, se non il protagonista, uno degli attori principali. Lo si è ben visto ad un recente dibattito tenuto alla London School of Economics, dove – alla domanda “Will China dominate the XXI century?” – tutti gli intervenuti hanno risposto negativamente, solo per poi addentrarsi in analisi delle possibilità e dei problemi della Cina da cui finiva per risultare chiaramente quanto grande sarebbe stato l’impatto della dinamica interna di quel paese sulla dinamica del sistema globale.

Risultava insomma evidente che, se la Cina nel corso di questo secolo difficilmente potrà assumere il ruolo egemone che hanno avuto gli Stati Uniti nel secolo scorso e la Gran Bretagna in quello ancora precedente, i suoi problemi non potranno che generare problemi, di seno sia eguale che opposto, ma comunque analoghi, in tutto il resto del pianeta, o, se si preferisce, che gli scossoni provocati dal suo ormai compiuto risveglio scuoteranno e faranno tremare il mondo intero.

A dare una risposta all’interrogativo su dove vada la Cina ci ha provato di recente il Fondo Monetario Internazionale, con un documento dal tono pessimistico, pieno di critiche e perplessità sul prossimo futuro di quella che è ormai la principale potenza economica del mondo.

Il governo cinese ha respinto queste conclusioni ed ha criticato la metodologia dello studio. Forse non poteva fare differentemente, per ragioni politiche e di prestigio. Ma anche ad un osservatore esterno e neutrale appare chiaro che una certa dose di prudenza sia necessaria quando si prendono in considerazione i problemi e le difficoltà che la Cina dovrà affrontare nel prossimo futuro. Prevedere l’avvenire della Cina e del suo sistema economico in permanente trasformazione è stato già  più volte tentato negli anni passati da parte di questo o di altri organismi internazionali, ed  è possibile vedere che non sempre queste previsioni negative si sono rivelate esatte.

Da questi tentativi, però, riusciti o meno che essi siano, c’é sempre qualcosa da imparare. E farsi un’idea dell’attuale momento economico in Cina è tanto più importante in quanto, nel prossimo mese di giugno 2014 – in pratica subito dopo le elezioni europee – è previsto un viaggio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, viaggio da cui dovrebbe uscire una strategia di medio periodo nei rapporti del nostro paese con l’economia che più rapidamente è cresciuta negli ultimi tre decenni; strategia che – vale la pena di dirlo – è sempre mancata.

Una caratteristica comune a tutti questi studi – compresi quelli pessimisti – è stato l’orizzonte temporale di riferimento, di solito un paio di decenni, e soprattutto il dare per scontato che le tendenze del passato potessero continuare più o meno indisturbate prima che si manifestassero problemi abbastanza seri da obbligare le autorità cinesi a cambiar strada. Alla luce degli eventi più recenti verificatisi sulla scena mondiale – eventi economici, più che politici e militari – questo assunto, però, non sembra più realistico. L’orizzonte temporale della dinamica economica e politica della Cina, cioé il lasso di tempo che può essere considerato prevedibile è diventato molto più breve.

Molti interrogativi continuano infatti a porsi sulla linea la Cina finirà per seguire sotto il Presidente Xi. Cosicché, per tracciare anche la prima bozza di una “Agenda Renzi per la Cina”, (e quindi per valutare la possibilità che la Cina diventi un partner più importante per il mondo italiano degli affari) bisognerà prendere in considerazione tre questioni cui non è molto semplice dare risposta.

La strategia cinese dopo la crisi del 2008

La prima domanda è se il futuro prevedibile della Cina assomiglierà al suo recente passato. Cioè se è possibile e probabile che i suoi dirigenti perseverino nelle politiche economiche degli ultimi otto anni.

Si tratta di una domanda importante, perché a seconda della risposta che le si darò, positiva o negativa, dipende la conclusione che si potrò trarre ad un altro interrogativo, assolutamente cruciale se di deve tracciare un “piano Renzi”, o meglio un “piano Italia” per i rapporti commerciali con il grande paese asiatico. Dalla politica di sviluppo seguita dalla Cina, e dalla conseguente evoluzione dei rapporti con il resto del mondo, dipenderà infatti la complementarità o meno del sistema produttivo italiano con quello cinese, e i rapporti commerciali saranno più facili o più difficili.

A partire dalla crisi del 2005-2008, lo “sviluppo trascinato dalle esportazioni” ha incontrato, nella Cina comunista, problemi assai seri.  Ciò è stato dovuto al crollo della domanda estera per molti prodotti cinesi, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Europa. E, come reazione alla conseguente chiusura di decine di migliaia di piccole fabbriche, le autorità cinesi – per riassorbire la disoccupazione – hanno dato avvio ad una enorme ed immediata attività di costruzione di opere pubbliche.

Questa politica ha funzionato in maniera eccellente. Da una situazione di paralisi economica nell’ultimo trimestre del 2008, si è avuto nel 2009 un tasso di crescita del 10,7%, con conseguenti rischi di inflazione, e quindi deliberatamente riportato al 7,2 % nel 2013. Il sistema socio-economico cinese ha così dimostrato di consentire alle autorità di ottenere praticamente quello che vogliono in materia di crescita, in particolare tassi di crescita che fanno sognare qualsiasi paese occidentale, Germania compresa.

Questa fase in cui la caduta del mercato internazionale è compensata da consumi interni – a carattere principalmente pubblico – e da fortissimi investimenti di capitale non poteva però durare indefinitamente, anche perché ha portato ad un fortissimo indebitamento delle autorità locali e ad una rapida caduta della produttività del capitale. In altri termini, investire ad ogni costo per fare occupazione, ha portato a sprechi colossali, ad esempio la costruzione di uno stadio per il calcio da 70 mila posti in una città in cui non esiste neanche la squadra. Mentre il fatto che la spesa fosse pubblica ha enormemente favorito la corruzione. Di questo fenomeno negativo, le conseguenze più gravi sono forse quelle che ha subito la rete di treni super-rapidi, una “Cura di Ferro” comparabile a quella con la quale l’Italia, dopo il Risorgimento, venne unificata di fatto. Tracciata sin dal 1925 dallo stesso Chiang Kai-shek, la sua realizzazione ha indubbiamente cambiato la faccia del paese, ma su taluni tratti i treni non possono correre alla massima velocità prevista, per la cattiva qualità di alcuni materiali fraudolentemente usati. Né la successiva destituzione e condanna del Ministro delle Ferrovie ha potuto cambiare la situazione.

Il paese è dunque uscito dalla crisi con una dotazione infrastrutturale enormemente migliorata, il che consentirà nei prossimi anni una più grande produttività nel settore manifatturiero, ed anche una più grande competitività, non tanto come conseguenza della riduzione dei costi interni di trasporto dei beni, quanto per l’apertura di zone del paese difficili da penetrare dal punto di vista commerciale, e le cui risorse umane erano in precedenza difficilmente utilizzabili per la produzione industriale, se non attraverso l’emigrazione interna. Ma la corruzione molto cresciuta in questa fase sopravvive a questa fase, e resta un problema per gli operatori economici esteri. Così come resta, per il settore manifatturiero cinese, il problema della capacità di assorbimento dei suoi prodotti da parte del mercato mondiale, che ha raggiunto limiti oltre i quali sembra sempre più difficile andare, senza che appaiano conseguenze negative per l’ordine internazionale, e possibili reazioni protezionistiche.

La risposta alla prima domanda è sostanzialmente negativa. Un’ulteriore fase di sviluppo fondata sulla spesa pubblica nel settore infrastrutturale, sembra a questo punto poco verosimile, dato che sono emersi i problemi della decrescente produttività del capitale, man mano che si passava da infrastrutture veramente indispensabili ad altre meno essenziali, e in cui è in pieno corso una ondata di lotta alla grande corruzione che aveva accompagnato il primato della spesa pubblica. Resta ovviamente, un’altra possibilità: quella che la spesa pubblica prosegua nel settore militare: settore nel quale le esportazioni italiane no sono assenti. E non è questa una possibilità da escludere a priori, dato il peggioramento assai rapido dei rapporti tra la Cina e i suoi vicini asiatici.

Il consumi interni cinesi

Il secondo interrogativo verte sulla questione se la Cina, non potendo continuare sulla via seguita negli ultimi sei o sette anni. intraprenderà o meno la via dell’incentivazione dei consumi interni. Da ogni parte, specialmente dagli Stati Uniti, spuntano “esperti” apparentemente amici, o almeno disinteressati, che con dito ammonitore esortano le autorità di Pechino a favorire l’aumento dei consumi delle famiglie.

E’ questo un campo in cui l’Italia potrebbe avere uno spazio non trascurabile, essendosi già affermata la nostra immagine nel settore dei prodotti di lusso; immagine che potrebbe rapidamente estendersi anche relativamente a prodotti adatti alla classe media in formazione, in particolare in campo alimentare.

Il governo cinese, però, sembra poco propenso ad egire con efficacia in materia di consumi privati, la cui crescita richiederebbe non solo e non tanto aumenti di salario, quanto la garanzia di servizi previdenziali abbastanza affidabili da indurre i Cinesi a risparmiare meno ferocemente di quanto facciano oggi, per paura degli imprevisti. Analogamente, il Governo ci sente poco sul versante delle richieste di una rivalutazione dello Yuan, che renderebbe più competitivi i prodotti importati e meno competitive le esportazioni, riducendo così i problemi creati dall’enorme surplus commerciale.

A questa seconda domanda, quella relativa ai consumi interni, non si può rispondere se non si fa un’ipotesi su come evolveranno gli investimenti cinesi all’estero. La Cina ha enormi riserve valutarie, e sino ad ora le ha investite principalmente nella produzione in altri paesi delle materie prime di cui non può fare a meno e di cui è strutturalmente importatrice, in molti paesi dell’Africa e dell’America Latina. Oppure per l’acquisizione di imprese in paesi ad alto livello tecnologico, come la Svezia, per ovvi interessi a elevare sempre di più la qualità e il valore delle proprie produzioni. L’Italia non è ben collocata sotto questo profilo. Anzi gli investimenti cinesi in Italia sembrano indirizzarsi a quei settori, come il vino, in cui il nostro paese già esporta verso la Cina, anche se a prezzi bassissimi. L’acquisto da parte di investitori cinesi di aziende produttrici in Italia apre prospettive positive, ma non esaltanti.

La risposta alla seconda domanda è quindi piuttosto negativa. Per intraprendere una politica di crescita trascinata non più dalle esportazioni, com’era prima della crisi, ma dai consumi interni il gruppo dirigente cinese dovrebbe fare scelte politicamente difficili, e dolorose per la verae propria “casta” partitico-burocratica che si è venuta a creare in questa società che Mao aveva tentato di rendere “senza classi”. E in questo il nuovo Presidente cinese Xi ed il nuovo ed il Premier italiano Matteo Renzi si trovano in una posizione comparabile, entrambi confrontati alla sfida di “rottamare” e profondamente rinnovare gran parte della struttura del sistema politico.

Sembra dunque di poter escludere l’ipotesi che la Cina  possa continuare senza vere variazioni con le politiche degli ultimi anni, ma sembra anche assai difficile che possa attuare la vera e propria rivoluzione che sarebbe necessario compiere per seguire la via suggerita dal mondo esterno, quello di favorire una crescita dei consumi da parte delle famiglie cinesi. Non senza qualche fondamento, peraltro, i Cinesi ritengono che questi consigli non siano completamente disinteressati, e ricordano gli effetti catastrofici delle politiche di privatizzazione suggerite da alcuni economisti americani alla Russia al tempo di Yeltzin.

Le sfide di fronte alla Cina

Per farsi un’idea di come probabilmente la Cina si presenterà nel panorama economico mondiale, si dovrà cercare di rispondere alla terza domanda: che cosa è che i dirigenti cinesi non possono assolutamente evitare di fare se non vogliono perdere il potere? Si deve ricorrere ad una analisi delle pressioni cui le sue autorità sono sottoposte all’interno come all’esterno dei confini, e delle fragilità che potrebbero portare ad una rottura col passato.

Cosicché balza subito agli occhi come queste pressioni siamo fortissime, e come esse siano legate ai costi non visibili del rapido sviluppo del passato.  Costi tanto alti da rendere necessaria una vera e propria riconsiderazione dagli indicatori economici in base ai quali è stata sinora valutata la crescita ed quantificato il valore di quanto ottenuto.

E’ chiaro a tutti – basta passare qualche giorno a Pechino per rendersene conto – che uno dei costi non visibili della crescita passata è stato pagato in campo ambientale; campo in cui i problemi sono così drammatici da consentire di dire che nei prossimi anni (ma già nei prossimi mesi) tutta la politica cinese, e in primo luogo la politica economica ne sarà condizionata.

Ogni tentativo di previsione su come sarà e cosa potrà fare la Cina nel prossimo futuro deve necessariamente partire da una analisi della situazione ambientale.

La prima, e la più evidente, crisi ambientale della Cina è quello della pessima qualità dell’aria. Pur nella difficoltà di ottenere dati affidabili, la combinazione delle informazioni ufficiali con le informazioni dei media e soprattutto e con la rilevazioni quotidiane dall’Ambasciata e dai Consolati americani, fanno apparire un quadro spaventoso. E fanno capire perché i depuratori d’aria, spesso di fabbricazione giapponese, siano diventati il più importante elettrodomestico, e perché negli incontri della Pechino-bene quelli che prima confrontavano le performances delle proprie automobili, oggi parlino soprattutto di maschere tipo “Guerre stellari” che proteggono infinitamente meglio delle mascherine di stoffa di cui si debbono accontentare i più poveri, oppure di depuratori d’aria per appartamento, e dei problemi causati dal fatto che quelli spediti da amici o parenti residenti o in viaggio all’estero spesso non risultino a norma rispetto al sistema cinese di distribuzione elettrica.

Quanto all’acqua, secondo i dati ufficiali, di cui è impossibile dire quanto siamo tendenti a sminuire il problema, la qualità di ben il 60% delle risorse idriche del paese – che sono assai scarse già per ragioni naturali – è da qualificarsi “cattiva” o “estremamente cattiva”. E sono numerosissimi i casi come quello di Lanzhou, nella Cina nord-occidentale, dove la autorità hanno di recente dovuto ammettere che sostanze oleose provenienti da un impianto petrolchimico avevano da anni infiltrato la locale sorgente idrica, lasciando tuttavia intatta l’inquietdine dovuta alla soppressione delle informazioni in material di inquinamento, e alla certezza dell’opinione pubblica che infiniti casi come quello di Hanzhou vengano tenuti segreti. E’ pratica comune, in Cina, far bollire l’acqua venti minuti prima di berla, e di andare in giro – o al lavoro – portando con se un thermos o una bottiglia d’acqua “sicura”. Che poi sicura non è, in quanto la bollitura può uccidere i germi e distruggere alcuni degli inquinanti organici, ma non tutte le sostanze chimiche e men che mai i metalli pesanti che sono gli inquinanti più diffusi.

Ancora più allarmante la situazione relativa ai prodotti alimentari. E’ noto anche in Occidente che, negli anni scorsi, ci sono stati in Cina casi di avvelenamento di massa dovuti all’uso – deliberato e finalizzato ad accrescere i profitti da parte dell’industria alimentare – di sostanze pericolose o rivelatesi tossiche. Ciò ha scatenato un panico che non ragione di acquietarsi, con una conseguente la corsa al prodotto estero, da parte di chi può permetterselo, e lo sviluppo del contrabbando da Hong Kong, in particolare degli alimenti per bambini.

Ma neanche maggiori controlli su questo settore possono bastare, perchè molti prodotti alimentari freschi e “naturali” sono di fatto avvelenati a causa della contaminazione del suolo. Sempre secondo i dati ufficiali, un quinto del suolo della Cina è inquinato. Ma la popolazione sospetta che la realtà sia più grave, anche perché  capi e capetti del partito dispongono, come avveniva peraltro in tutti i paesi comunisti, di un sistema riservato di approvvigionamento in prodotti alimentari e di prima necessità.

Tutto ciò non costituisce una novità, e la popolazione lo ha sempre saputo. Ciò che è  nuovo è invece la non-accttazione, ed il fatto che lo stesso miglioramento delle condizioni economiche ha creato degli strati sociali non più disposti ad accettarlo senza almeno tentare di protestare. Le stesse autorità cinesi ammettono infatti che il degrado ambientale è diventato la prima causa di irrequietezza popolare e di dissenso aperto. Le manifestazioni di piazza per queste ragioni sono frequntissime, anche se illecite, E spesso le autorità vi si debbono piegare, anche se ciò significa rivedere progetti di grande importanza stategica, come l’impianto di ricondizionamento dell’Uranio che nel 2013, di fronte alle proteste popolari, rese possibili dall’uso di Internet, ha divuto essere annullato.

Questi fenomeni politici, legati alla crisi ambientale, spiegano in parte perché negli ultimi tempi siano aumentate le restrizioni e i controlli sull’uso della rete, il cui ruolo rimane peraltro importantissimo nelle trasformazioni in atto in Cina, e nel garantire la partecipazione della popolazione alla campagna anti-corrunzione lanciata dalla Presidenza Xi.

Insomma, le conseguenze sociali della crescita verificatasi nell’ultimo trentennio in Cina sono ormai tali da rendere inevitabili riforme politiche importanti, e in una direzione che già si può intravedere. Sono le urgenze politico-sociali, più che la scelta di un modello di sviluppo economico a dare un’indicazione di quale sia la via che la Cina avrebbe interesse a seguire nei prossimi anni: una via assai simile a quella sulla quale Matteo Renzi cerca di avviare anche l’Italia, una via di svecchiamento, di risposta ad esigenze sentite dal pubblico ma ignorate o falsificare dai media, di abbattimento dei privilegi castali che consentono a burocrazie incrostate al potere di appropriarsi di una fetta assurdamente sproporzionata della ricchezza prodotta. E, se interpretata in maniera creative dagli imprenditori, questa somiglianza di frangente politico può essere anche la base di una situazione degli scambi tra Italia e Cina, meno sbilanciata a nostro sfavore di quanto essa oggi non sia.

La nuova geografia dell’influenza cinese
L’espansione economica di una nazione, in particolari circostanze, può generare una contestuale espansione politica tale da porre le basi per la definizione di una sfera di influenza commerciale e militare su determinate aree del globo. In tal senso la stupefacente crescita economica che ha caratterizzato la Cina degli ultimi vent’anni non può far ignorare quali potranno essere le future implicazioni politiche di uno sviluppo che sta avendo un impatto assai rilevante sulle economie e sulle ambizioni geostrategiche di un Occidente oppresso dai debiti e da una crisi economica di cui non si intravede ancora la fine.  

La nuova geografia dell’influenza cinese - Geopolitica.info
Nel 2009 venne pubblicato in Italia per i tipi de Il Saggiatore l’interessante saggio intitolato “Cinafrica” nel quale i giornalisti Serge Michel e Michel Beuret mettevano in evidenza come la Cina stesse promuovendo tutta una serie di accordi commerciali con numerosi stati africani, in gran parte appartenenti alla francofonia, con lo scopo di accedere direttamente alle materie prime possedute da quei Paesi. La strategia cinese, definita dai cinesi stessi “win-win” (vincente-vincente), in molti casi è stata coronata da successo perché in cambio di infrastrutture, quali strade, dighe ed ospedali, le aziende di Pechino, spesso statali o supportate dallo Stato, riuscivano a strappare ai governi africani importanti concessioni di sfruttamento delle risorse locali se non addirittura, in alcuni casi, la possibilità di insediare gruppi di coloni provenienti dalla Cina per calmierare in qualche modo la pressione demografica nazionale.

La Cina infatti non ha mai preteso dai dittatori africani assicurazioni sui diritti umani o sui progressi della democrazia. Questo ha sempre rassicurato i governi locali, come quello sudanese, che, al contrario, spesso subiscono pressioni da parte occidentale proprio su queste tematiche. In cambio i regimi africani sono soliti chiudere un occhio sulle condizioni di lavoro degli operai impiegati nelle imprese cinesi che spesso e volentieri sono caratterizzate da mero sfruttamento se non da vere e proprie nuove forme di schiavismo importate direttamente dalla Madrepatria. La situazione in atto sta spaventando le ex potenze coloniali ed in particolar modo la Francia sente minacciata la propria supremazia su un’area che ha sempre considerato, anche dopo la decolonizzazione, il proprio “giardino di casa”. Non a caso, dopo anni di decrescente impegno strategico, ma non economico, nella regione, nell’aprile 2011 la crisi politica in Costa d’Avorio tra il presidente Ouattara e l’irriducibile Gbagbo è stata risolta grazie al decisivo intervento militare francese.

Se in Africa i francesi, assieme ad altri attori europei e statunitensi (in particolare con AFRICOM), si stanno adoperando per contrastare le mire espansionistiche cinesi, la Cina continua a tessere le sue tele lungo le rotte commerciali che legano il proprio Paese con l’Africa, l’Europa e il resto dell’Asia. E’ noto il progetto cinese di costruzione di tutta una serie di scali commerciali, denominato dagli analisti indiani “la cintura di perle”, fra i quali spicca il porto di Hambantota in Sri Lanka al quale dovranno seguire altri interventi in Pakistan (Gwadar), Bangladesh, Birmania e Maldive. Proprio sulla Birmania è in atto la convergenza dei maggiori attori politici occidentali in supporto della candidata democratica Aung San Suu Kyi che da molti anni si sta facendo interprete della crescente insofferenza popolare nei confronti della giunta militare filocinese che ha portato il Paese allo stremo lasciandolo boccheggiare per decenni nel sottosviluppo e nel degrado.

L’obiettivo principale delle potenze occidentali è mettere definitivamente in crisi quello che appare, nei fatti, un vero e proprio protettorato cinese sulla Birmania. In tal modo Europa e Stati Uniti potrebbero segnare un punto a loro favore togliendo terreno sotto i piedi alle mire espansionistiche di Pechino nell’area le quali, oltreché preoccupare l’Occidente, stanno mettendo in stato di crescente agitazione l’Indi,a ormai colpita fin nel profondo della propria coscienza nazionale da una sorta di sindrome di accerchiamento geostrategico operato ai suoi danni dall’ex “Celeste Impero” con la complicità di un Pakistan che non si starebbe limitando al mero doppio gioco in Afghanistan. In tal senso vanno nella direzione di un riavvicinamento tra Birmania e mondo occidentale sia la visita del segretario di Stato americano Hillary Clinton del dicembre 2011 che il viaggio del ministro degli esteri britannico William Hague del gennaio 2012, il primo effettuato nel Paese dalla diplomazia inglese dopo più di 50 anni di assenza.

Se da un lato il regime birmano, ormai in crisi ed in progressivo, almeno in apparenza, allontanamento dalla stretta cinese, sembra venire incontro alle richieste europee e statunitensi, dall’altro le isole Maldive si sono rese protagoniste nel febbraio 2012 di un colpo di stato ai danni del presidente democraticamente eletto Mohammed Nasheed che ha visto mobilitarsi in suo favore il Commonwealth britannico il quale, dopo aver chiesto all’India di intervenire attraverso i suoi canali diplomatici (e non solo), sta facendo pressioni sul presidente golpista, Mohamed Waheed, affinché nell’arcipelago si torni al più presto ad elezioni. Non è un caso che Nasheed abbia più volte dichiarato di aver ricevuto, una settimana prima del golpe, un ultimatum da parte di un alto ufficiale della Difesa con lo scopo di intimarlo a firmare un accordo di cooperazione con la Cina.

Oltre all’India, gran parte dei Paesi limitrofi alla Repubblica Popolare Cinese temono ormai la crescente invadenza che Pechino sta mettendo in atto ai danni delle nazioni vicine. In particolare si contano in numero sempre crescente gli scontri diplomatici che si verificano tra la Cina e gli Stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale e sul Mar Giallo in tema di diritti di sfruttamento delle risorse dell’area e sul controllo di determinati arcipelaghi. Emblematico è stato il caso delle isole Senkaku, contese tra Giappone e Cina e tornate agli onori della cronaca nel settembre 2010 dopo che si era pervenuti ad una pericolosa crisi diplomatica fra i due Paesi asiatici. Gli Stati Uniti d’America, i quali stanno vivendo una pericolosa simbiosi economica, finanziaria e monetaria con la Cina denominata dallo storico britannico Niall Ferguson “chimerica”, stanno a loro volta cercando di definire tutta una serie di accordi con i paesi dell’area del Pacifico al fine di contenere il crescente espansionismo cinese in Estremo Oriente. Sud Corea, Giappone, Filippine, Taiwan, Singapore, Malesia, Cambogia ed Australia sono tra i primi Paesi interessati ad un accordo di reciproca difesa e protezione con gli USA dalle crescenti pretese economiche e territoriali di Pechino. La Cina è riuscita a spaventare addirittura il Vietnam rendendo possibile un importante e quasi incredibile riavvicinamento tra Hanoi e Washington e la partecipazione dei due Stati a manovre navali congiunte.

In questo clima di latente guerra fredda rimane ambigua la posizione della Russia. La Federazione russa, dopo il trauma delle mutilazioni sofferte a seguito della dissoluzione dell’URSS, sta da anni cercando di ripristinare la gloria perduta attraverso un’azione politica e militare che tuttavia spesso mostra l’inadeguatezza dell’apparato bellico moscovita a far fronte ai mutamenti geostrategici occorsi negli ultimi vent’anni. Sotto tale prospettiva la pressione anglo-americana sia in Asia centrale, presso le ex repubbliche sovietiche turcofone, che nell’Europa dell’est, come in Ucraina o nel Caucaso, ha messo più di una volta in evidenza le difficoltà di Mosca sullo scacchiere internazionale, la quale ha cercato nel vicino cinese una sorta di improbabile alleato al fine di porre un ricatto strategico a quell’Occidente che ha sovente violato quello che ancora i russi considerano il proprio “cortile di casa”. Tuttavia l’alleanza sino-russa, per quanto possa essere foriera di preoccupazioni per l’Europa e gli Stati Uniti, è ben lungi dall’essere stretta nonostante le recenti esercitazioni navali congiunte sul Mar Giallo.

Infatti storicamente Cina e Russia, divise per lungo tratto dal fiume Amur, sono sempre risultate rivali in Asia e oggi giorno il rinnovato interesse della Cina per l’Asia centrale russa e i suoi giacimenti di gas naturale probabilmente preoccupa Mosca più di quanto possano agitare i suoi sogni più lugubri i possibili esiti del nuovo Grande Gioco reinterpretato dall’Occidente e dai russi nel cuore dell’Asia per il controllo delle riserve petrolifere e minerarie di quelle regioni. Alla Cina guardano con favore, a mo’ di riscatto politico internazionale, le autocrazie “più in vista” (e sostanzialmente fallite) sulla scena mondiale come Cuba, la Corea del Nord (un altro protettorato cinese), l’Iran (con il quale, in codominio con Mosca, Pechino detiene vitali scambi commerciali per la sopravvivenza del regime di Teheran) ed il Venezuela.

Numerosi stati dell’America Latina, in piena deriva “neo-bolivariana” e constatando le evidenti difficoltà economiche statunitensi, soprattutto in tema di bilancia commerciale, trovano nella Cina un interlocutore di grande interesse economico e quest’ultima vede in Paesi come il Brasile importanti mercati per esportare le proprie merci e per garantirsi un sicuro approvvigionamento di materie prime. La Cina, a sua volta, ha provato a cercare sponda anche nei Paesi arabi e presso le varie “primavere” che si sono succedute in molti stati mediorientali ma su questo fronte ha avuto scarso successo probabilmente perché Pechino ha compreso subito che le contraddizioni insite in seno al regime cinese sono molto simili a quelle proprie delle autocrazie del Maghreb e del Vicino Oriente e pertanto ha preferito desistere per evitare pericolosi contagi.

Addirittura la Turchia “neo-ottomana” di Erdogan, alla ricerca di un nuovo posto al sole presso gli antichi territori della “Sublime Porta”, ha provato ad inseguire la chimera cinese in comunione con l’Iran, la Siria ed il Brasile. 

In funzione dell’evoluzione della crisi siriana e del ruolo che vi giocheranno i vari attori internazionali, sarà più chiaro se Pechino potrà effettivamente raggiungere la postura strategica auspicata nello scacchiere del Vicino Oriente, ulteriore tassello del progetto di ampliamento della sua sfera d’influenza politica. 

Il mondo in 60 righe – la Wolkswagen, una fabbrichetta cinese?

Molta della crescente arroganza tedesca di questi ultimi tempi è fondata – non è una grande scoperta – sul fatto che l’industria della Bundesrepublik nata dalla fusione della Germania Ovest con la DDR è l’unica al mondo che riesce a tener testa a quella cinese sui mercati internazionali. E può farlo grazie ad una più che decennale azione di politica industriale fondata su una fortissima compressione dei salari, su una radicale delocalizzazione delle lavorazioni a minor valore aggiunto verso i paesi satelliti dell’Europa centro-orientale, su un forte sovvenzionamento delle imprese da parte della banche regionali, su un cambio euro-dollaro sistematicamente spinto al ribasso dalla “faccia feroce” di Berlino contro la Grecia e la Spagna, e su comportamenti mercantilistici che le autorità di Bruxelles non tollererebbero in nessun altro altro paese. Tutti aspetti che la fanno somigliare – fatte le debite proporzioni – alla Cina.

Il mondo in 60 righe – la Wolkswagen, una fabbrichetta cinese? - Geopolitica.info

La natura dei prodotti esportati dai due paesi è però diversa. I Cinesi non sono ancora grande esportatori di automobili e di macchinari per l’industria, anche se si avvicinano ad esserlo. Il giorno in cui lo saranno, sarà stato compiuto un vero salto di qualità, che certamenye comporterà una diffusa presenza commerciale dei brand cinesi in tutte le nostre città.

Se ciò non si è ancora verificato, è perché il modello di industrializzazione delle “Tigri asiatiche”, che Deng e i suoi successori hanno trasposto alla Cina continentale, si fondava anche su alcune “astuzie” per aggirare il principale ostacolo che un nuovo produttore di questo tipo di beni incontra quando vuole entrare sui mercati esteri: l’enorme costo di una rete di assistenza postvendita – officine e magazzini di pezzi di ricambio – che bisogna garantire quale che sia il numero di pezzi venduti.

Non a caso, i primi beni di consumo con cui i produttori asiatici hanno sfondato sui mercati occidentali sono stati quelli dell’abbigliamento (che non richiedono assistenza post vendita), i giocattoli (che per definizione sono fatti per essere subito demoliti dalla curiosità infantile, e poi buttati via) ed e in genere tutti i prodotti “usa e getta”, oppure beni lavorati per conto di grandi aziende occidentali, che mantengono per se il rapporto con la clientela.

Le abitudini – in genere cattive abitudini – create presso i produttori cinesi da queste scelte strategiche del passato pesano ancora in maniera grave sullo sviluppo della Cina, come grande esportatore diretta dei proprii prodotti industriali. E chi scrive può apportare, per aver di recente acquistato uno spremiagrumi “made in China”, la sua piccola testimonianza.

Pagato appena dodici Euro, sembrava un acquisto conveniente. Solo che – una volta messo in funzione – è  riuscito a spremere solo due limoni e mezzo. Al sesto mezzo limone, il motore ha cominciato a girare a vuoto. Ed è finita lì. Al bar, quella spremuta mi sarebbe costata quattro o cinque volte in meno, compreso il costo dei limoni.

L’ingegnere che è in me ha voluto ovviamente esplorare cosa non funzionasse, dato che il motore elettrico rispondeva ai comandi, e girava perfettamente. Ed ha capito subito – l’ingegnere – che il problema era la cattiva qualità della plastica del cestello asportabile, quello dove si raccoglie il succo degli agrumi spremuti. Il perno esagonale ad incastro che unisce la parte fissa a quella asportabile non aveva resistito alla contrapposizione tra la forza traente del motore e la resistenza offerta dal mezzo limone premuto sull’apposita forma scanalata.

Da un punto di vista industriale, il mio spremiagrumi cinese era dunque costruito in maniera totalmente irrazionale. La parte tecnologicamente più complessa, più costosa, e più inclusiva di componenti che i Cinesi debbono comprare all’estero, la parte del motore elettrico, era stata costruita a regola d’arte. Il produttore aveva voluto risparmiare sulle componenti più umili. Henry Ford avrebbe gridato d’orrore, lui che girava per le officine che riparavano le sue auto, frugando tra gli scarti, per vedere se tra i pezzi gettati via ci fossero componenti ancora in grado di funzionare. Perché trovarne significava individuare uno spreco, e trovare lo spunto per una innovazione di prodotto. In teoria, infatti, tutte le componenti di un prodotto complesso dovrebbero cessare di funzionare contemporaneamente. In caso contrario i pezzi che sopravvivono agli altri sono fatti troppo bene, sono inutilmente resistenti all’usura. E la loro qualità va ridotta, e proporzionata a quella di tutte le altre componenti.

Nel mettere sul mercato uno spremiagrumi destinato a non funzionare più dopo due limoni e mezzo, il produttore cinese aveva insomma buttato via risorse di materiale e di lavoro, tanto più che – non offrendo servizio di riparazione o assistenza postvendita – anche il motore elettrico perfettamente funzionante era destinato ad essere gettato via. E il consumatore, per il prossimo acquisto di uno spremiagrumi, era destinato ad orientarsi verso un prodotto più equilibrqto nella sua concezione, probabilmente uno spremiagrumi “made in Germany”.

O almeno così era orientato quell’acquient di spremiagrumi che portava il mio nome sino al pomeriggio del’ultimo venerdì di Luglio, giorno in cui la mia auto “made in Germany” ha cominciato a fare uno strano rumore. Senza nemmeno pensarci, essendo la cosa più naturale del mondo, chi scrive ha perciò infilato la rampa d’accesso dell’officina di assistenza del Volkswagen, ad Avenza, subito fuori dall’uscita dell’autostrada di Carrara: un’officina che conoscevo, e dove – avendo avuto altre Volkswagen in passato – ero stato sempre soddisfatto del servizio.

La prima cosa che mi ha sorpreso, questa volta, è stato però di essere servito immediatamente, anche se c’erano quattro altre macchine – e i relativi proprietari – che aspettavano il loro turno: Non volendo passare da cafone, lo ho fatto notare al meccanico, ricevendo, come laconica spiegazione “Oh, per quelli mancano i pezzi di ricambio!”.

Il mio pezzo di ricambio – una parte dell’alternatore – era invece disponibile: così dopo poco più di un’ora ho potuto pagare, ricevere un foglio che mi è stato spiegato essere la garanzia del pezzo per due anni, e riprendere il mio viaggio. Ma non sono arrivato molto lontano. A Viareggio, prima si è spenta l’aria condizionata, poi si è acceso l’allarme della batteria, e infine, facendo stranissimi rumori, la mia Golf si è fermata del tutto. Al che mi è parso naturale chiamare al telefono l’officina da cui ero appena uscito. Nessuna risposta; apprenderò poi che in piena stagione turistica dal venerdì pomeriggio sino al lunedì mattina, la Volkswagen di Marina di Carrara è chiusa e non offre nessun servizio.

Non mi allarmo, naturalmente. Sono a Viareggio, ed è l’ultimo week end di Luglio, quando i negozi sono aperti anche la notte, e dove la Volkswagen è certamente presente. Ed infatti, trovo rapidamente un numero di telefono, lo faccio squillare, ed una voce assai cortese risponde alla mia chiamata. “Siete aperti?”, chiedo. “Ma certamente!” risponde la voce gentile.

Peccato che – mi spiega questa voce soave – di aperto, alla Volkswagen di Viareggio, ci sia solo l’autosalone. Se voglio comprare una macchina nuova, non ho che da accomodarmi. Ma se voglio far ripartire la Golf che ho già comprato, ecco, hem, bisognerà ripassare dopo il week end. Ho problemi all’alternatore? Beh, non sappiamo se i pezzi di ricambio saranno disponibili.

Decido allora di far ricorso all’imprenditoria nazionale. Ed un piccolo meccanico privato è pronto a risolvere il mio problema. Porta via la mia auto, me ne da in affitto un’altra – una Mercedes – per il sabato, e mi garantisce che, sempre a condizione che riesca a procurarsi il pezzo necessario, la mia macchina sarà pronta domenica mattina. E così è. Il mio programma di viaggio è salvo. E parto, stringendo in mano una fattura ancora più salata della precedente, in cui sono specificati gli stessi lavori già pagati alla Volkswagen di Avenza.

Senonché, lunedi pomeriggio, il mio programma di viaggio programma mi riporta ad Avenza, proprio davanti all’assistenza Volkswagen. Così, pensando che fosse la cosa più naturale del mondo, entro e racconto l’accaduto allo stesso meccanico che si era occupato di me due giorni prima.

Risparmierò al lettore sia la reazione dello stesso, la cui correttezza commerciale si è immediatamente rivelata dello stesso livello dell’incompetenza tecnica dimostrata con la riparazione da lui precedentemente effettuata sulla mia povera Golf, sia l’intervento a suo sostegno di una persona di sesso femminile schierata dietro un bancone di segreteria. Accennerò solo della cortesia e delicatezza delle loro parole, che per un momento fatto credere di essere tra i cavatori di marmo della zona, e spinto a pensare a ciò che dicono dei Carrarini i loro civili e riservati confinanti liguri, e che forse non è solo frutto di campanilismo. E che comunque mi hanno mi hanno rapidamente messo in fuga dalla Volkswagen di Avenza. Ma è stato solo una reazione passeggera, perché – certamente per deformazione professionale – i miei pensieri sono subito dopo tornati alle strategie di mercato dell’industria tedesca.

Nel tentativo di trovare su Internet qualcuno della Volskwagen disposto a venire in aiuto di un cliente in difficoltà, mi sono infatti imbattuto nientemeno che nel “Codice etico” del Volkswagen Group Italia. Ed ho potuto così leggere che questa azienda. ” riconosce come obiettivo primario la soddisfazione e la tutela del cliente nella sua accezione piuL8; ampia …  mantenendo sempre un rapporto onesto, collaborativo e rispettoso”.

Dapprima mi è venuto da sorridere, ma andando avanti ho avuto dirito ad un momento di autentico buon umore, pensando alla donna scarmigliata ed urlante che, ad Avenza, mi aveva fatto rapidamente rinunciare a qualsiasi contestazione. Perché. dice questo “Codice”, sempre “all’unico scopo di incrementare la soddisfazione del cliente … ciascun collaboratore dovrà …. orientare il proprio comportamento secondo alcune regole fondamentali, quali: agire sempre con educazione, disponibilitaL8; e cortesia; …. fornire un adeguato servizio informativo e di supporto, che garantisca tempi minimi di risposta e utilizzi i canali di comunicazione disponibili (telefono, posta, posta elettronica, fax); garantire massima reperibilità; mantenere un atteggiamento mirato alla risoluzione dei problemi.”.

Interessante. Ma come si conciliano questi bei propositi con la mia esperienza? Ecome è possibile che una grande azienda internazionale offra un’immagine come quella che ha dato a me, e a chissà quanti altri proprietari di un’automobile,  l’assisteza Volkswagen di Avenza ? E più ion generale, come è possibile che in piena estate, nel week end da bollino rosso in cui milioni di vacanzieri si riversano nelle località di villeggiatura, non sia possibile, nel cuore della Versilia, trovare un centro assistenza della Volkswagen ?

Sta a vedere, mi son detto, che per tenere la concorrenza col modello cinese, la Volkswagen, e tutta l’industria tedesca, non ha solo tagliato gli stipendi, delocalizzato in Slovacchia e creato un’enorme attività di produzione in Cina, fatto pressione perché l’Opel non fosse venduta alla Fiat, ma pure deciso di scaricare sui suoi clienti tutto il carico e le rogne dell’assistenza postvendita. Sta a vedere che la Volkswagen, non contenta di aver rifilato ai Cinesi una colossale bufala come la Santana, che aveva fatto totale fallimento sui mercati occidentali, ha ora cambiato tattica, e deciso di prendere a modello la fabbrichetta cinese del mio spremiagrumi da dodici Euro? Sta a vedere che, come il fabbricante del mio spremiagrumi, per risparmiare sull’assistenza (come lui sulla qualità della plastica) questa scelta porterà chi ha oggi una Volkswagen, a comprare un’auto di un’altra marca, così come io ho alla fine buttato via anche il motorino elettrico che funzionava così bene. Non sarebbe che altro che il logico risulatato della “cinesizzazione” della politica aziendale della societò automobilistica voluta da Hitler nel 1937, e che ha ora avviato una inaccettabile politica di dumping, che giustamente Sergio Marchionne ha definito “un bagno di sangue”.

Ed è un pensiero inquietante. Perché in tal caso, la supremazia tecnico industriale di cui i boriosi e stolidi tedeschi vanno così fieri rivelerà assai rapidamente di essere un bluff, perché una partita al gioco delle tre carte non può durare indefinitamente. Ed io finirò per tornare alla Lancia, cui era tanto affezionato mio padre, o all’Alfa, che ha dato la libertà ai miei diciott’anni. Ma potro forse in cambio mantenere la mia decisone di comprare , come prodotto industriale “made in Germany”, uno spremiagrumi di cui – continuando su questa strada – la Volkswagen rischia di diventare produttrice.

Who is who: Bo Xilai

Nome: Bo Xilai
Nazionalità: cinese
Data di nascita: 3 luglio 1949
Chi è: emergente politico cinese travolto da accuse di omicidio

Who is who: Bo Xilai - Geopolitica.info

Ex presidente del partito comunista cinese nella municipalità di Chongqing dal 2007 al 2012, in precedenza sindaco di Dalian e governatore della provincia di Liaoning, attualmente in attesa di giudizio. Durante il suo mandato a Chongqing, Bo Xilai si era distinto per la sua campagna di lotta alla criminalità ed alla corruzione interna alle istituzioni, che aveva anche portato alla fucilazione di quattordici quadri del partito. 

Si era fatto, al contempo, portatore degli interessi dell’entroterra: il suo “modello Chongqing” si fondava su una forte partecipazione dal basso e sull’estensione di sistemi di sicurezza sociale anche alle popolazioni rurali, oltre che provvedimenti per ampliare il diritto allo studio in favore delle classi meno abbienti. Fondò la sua linea politica, non senza accuse di populismo, sull’ideologia maoista, che gli valse il consenso delle frazioni di sinistra più marginali rispetto all’apparato politico statale, per portare avanti un indirizzo nuovo rispetto a quello delle “zone economiche speciali” che è stato il motore dell’ascesa cinese degli ultimi trent’anni. Bo Xilai, infatti, contrariamente agli esponenti del partito nelle regioni costiere (fra l’altro duramente colpiti negli anni della lotta alla corruzione), predicava il superamento del modello di crescita trainata dalle esportazioni di tendenza liberista, messo a dura prova dalla crisi attuale, in favore di politiche stataliste di redistribuzione del surplus commerciale sotto forma di assistenza sociale ed aumenti salariali, per alimentare la domanda interna e far fronte all’invecchiamento della popolazione.

“L’affare Xilai” venne alla luce nel marzo 2012, curiosamente poco tempo dopo che Bo Xilai ebbe avanzato la richiesta di ammissione all’Ufficio ristretto del Politburo cinese, quando uno dei suoi alleati, il capo della polizia di Chongqing, Wang Lijun, cercò rifugio presso l’ambasciata statunitense, denunciando Bo Xilai e la moglie per l’omicidio dell’amante di lei Neil Heywood, faccendiere che Bo Xilai avrebbe usato per manovrare movimenti di capitale all’estero.

Comunque vada a finire, la vicenda di Bo Xilai ha avuto conseguenze di non poco momento: anzitutto, ha portato all’attenzione dei media occidentali rilevanti questioni interne alla politica cinese, dalle conseguenze potenzialmente planetarie (si pensi ad una rivalutazione del renminbi per rallentare le esportazioni), che altrimenti sarebbero state occultate sotto la tradizionale immagine monolitica del partito comunista. In secondo luogo, ha segnato una novità nel comportamento dell’opinione pubblica cinese, che dopo i fatti di piazza Tienanmen aveva perduto interesse nella politica: numerosi cinesi hanno seguito la vicenda e, grazie anche all’eco giunta in Occidente (spesso vere e proprie fughe di notizie da fonti interne), ci sono stati molti casi di accesso tramite proxy ai media occidentali per aggirare la censura, che hanno costretto le autorità a dare maggiormente conto delle proprie azioni.