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Geopolitica del mare – la talassocrazia ai tempi della globalizzazione

La Geopolitica del Mare è un tema centrale nelle relazioni internazionali odierne. Ne fa un quadro sintetico ma esaustivo Irene Marrapodi e se ne parlerà più diffusamente giovedì 18 ottobre 2018, dalle ore 9,30, all’Università di Roma “Tor Vergata”, per il convegno organizzato d’intesa con la Marina Militare dal titolo “Geopolitica e Geoeconomia del Mare“, cui parteciperanno esperti, i Presidenti di commissione di Difesa ed Esteri del Senato, il sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Valter Girardelli. I saluti iniziali saranno del Magnifico Rettore, Giuseppe Novelli. Il convegno si terrà nell’Auditorium Ennio Morricone di Lettere e Filosofia (Via Columbia, 1).

Geopolitica del mare – la talassocrazia ai tempi della globalizzazione - Geopolitica.info Photo credit: U.S. Pacific Fleet on VisualHunt / CC BY-NC

È attribuita a Temistocle la massima: “Chi ha il dominio del mare ha il dominio di tutto”. Sin dai tempi più antichi, infatti, il controllo dei mari è determinante per la vita dei popoli e delle nazioni. È sul mare che si sviluppano commerci e scambi comunicativi, le attività della pesca e dello sfruttamento di petrolio e idrocarburi. È in mare che si trovano la maggior parte delle risorse energetiche e minerarie.

Secondo quanto riportato dal comunicato del ministero della difesa, prodotto in occasione dell’incontro del 5 settembre scorso tra il sottosegretario Angelo Tofalo e i vertici della marina militare italiana (il capo di stato maggiore Valter Girardelli, il sottocapo di stato maggiore Paolo Treu e i capi dei principali reparti), nel Mar Mediterraneo, che corrisponde solamente all’1% della superficie marina globale, transita il 19% dei traffici mercantili e il 30% dei flussi petroliferi annui mondiali, oltre a un terzo del turismo mondiale. Il 65% degli approvvigionamenti energetici d’Europa passa dal Mare nostrum. L’Italia, dunque, con la sua posizione centrale nel Mediterraneo e con i suoi 8mila chilometri di costa, è perfettamente inserita in questo crocevia. È proprio sulle rotte marittime, infatti, che l’Italia realizza quasi l’80% delle importazioni (tra cui l’80% del petrolio di cui necessitiamo) e quasi il 90% delle esportazioni.

Per questi motivi il controllo e la protezione dei mari è fondamentale per lo sviluppo economico e la salute del Paese. Come l’Italia, molti altri Stati e organizzazioni internazionali stanno riscoprendo negli ultimi anni la centralità del mare. La Nato, ad esempio, ha lanciato nel 2016 l’operazione marittima Sea guardian, che consiste in attività di sorveglianza, lotta al terrorismo e iniziative per lo sviluppo delle capacità marittime regionali nel Mediterraneo.

Durante la non lontana guerra fredda, nel duopolio Stati Uniti – Urss, era la potenza occidentale la detentrice del controllo dei mari, mentre la Russia, carente di una marina militare adeguata, concentrava le sue forze a terra. Negli ultimi anni, tuttavia, le attività navali russe nell’Artico e nel Nord Atlantico sono nettamente aumentate, tanto da spingere la marina statunitense a riattivare la seconda flotta, come dichiarato dall’ammiraglio John Richardson, sciolta sette anni fa. Oltre a provvedere alla difesa delle acque territoriali e alla sicurezza dell’area, la seconda flotta si occuperà di pianificare operazioni e sostenere attività umanitarie.

Anche la marina russa (Voenno-morskoj flot) si sta apparentemente potenziando: nella parata militare del luglio scorso era prevista la prima apparizione pubblica della Admiral Gorshkov, la principale tra le sei navi da guerra il cui completamento è previsto per il 2025. La nave, tuttavia, è stata dichiarata troppo grande per navigare nel fiume Neva, così come altre undici navi. Alla parata Putin ha affermato inoltre che la flotta russa, oltre a difendere il Paese e a fornire un significativo contributo alla lotta contro il terrorismo internazionale, svolge un ruolo importante nel garantire la parità strategica. Secondo il Royal Institute on International Affairs, tuttavia, sono pochi i mezzi davvero moderni della marina russa, che risulta essere anche molto carente dal punto di vista della manutenzione.

La Cina Popolare, invece, con una costa di 18mila chilometri, più di 6500 isole e circa tre milioni di chilometri quadrati di area marittima, necessita di una moderna e forte flotta per mantenere intatta la sovranità sul gigantesco territorio e su alcune isole in particolare, come Taiwan e i contesi arcipelaghi delle isole Spratly e Paracelso, rivendicate dal Vietnam, ma che Pechino racchiude nelle “nove linee”. La Cina è dal 2009 il più grande esportatore mondiale e gli investimenti cinesi a Gibuti, nel Corno d’Africa, e a Gwadar, in Pakistan, per il progetto One Belt One Road, si stanno traducendo in ulteriori investimenti nelle forze militari, e nello specifico marittime, per garantirne la sicurezza. Pechino, potenza in crescita, sta dunque investendo molto nella marina militare, anche con la costruzione di due nuove portaerei (Type 002 e Type 003) e il lancio del programma di reclutamento per piloti di J-15, il nuovo modello di caccia imbarcato. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, questo il nome della marina cinese, si sta velocemente modernizzando: negli ultimi dieci anni sono state costruite più di cento navi da guerra, a un ritmo di molto superiore rispetto a quello statunitense. Secondo gli analisti di Washington Michael O’Hanlon e Ian Livingston, il fatto che le navi cinesi abbiano superato in numero quelle statunitensi, non può assolutamente essere considerato un segnale di debolezza della marina americana, né tantomeno può lasciar presupporre una perdita della leadership globale statunitense. La US Navy, scrivono i due ricercatori, è ancora nettamente superiore in termini di qualità.

In un periodo di riscoperta della centralità del mare, a livello economico quanto politico, le potenze mondiali se ne contendono tuttora il dominio, tra esibizioni di forza, discussioni pacifiche e operazioni di salvaguardia. Il dibattito sulla talassocrazia, dai tempi di Temistocle, non sembra dunque essersi mai arrestato.

Missili ipersonici: rottura dell’attuale stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e rivoluzione nelle tattiche militari

L’avvento degli armamenti ipersonici sullo scenario internazionale promette di incrinare profondamente l’attuale equilibrio strategico tra Stati Uniti, Cina e Russia basato sulla deterrenza dei rispettivi arsenali nucleari. I missili ipersonici si inseriscono nell’emergente categoria delle cosiddette “armi strategiche non-nucleari” in grado di superare potenzialmente qualsiasi attuale sistema di difesa. Quali saranno le conseguenze della nuova corsa alle armi per il futuro della sicurezza internazionale?

Missili ipersonici: rottura dell’attuale stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e rivoluzione nelle tattiche militari - Geopolitica.info

La tecnologia ipersonica si presenta in ambito militare come una rivoluzione nella conduzione dei futuri conflitti armati. In particolare, i missili ipersonici rappresentano la “punta di diamante” delle cosiddette armi strategiche non-nucleari. Sotto quest’ultima categoria vengono generalmente compresi tutti gli armamenti convenzionali di precisione a lungo raggio. Da una parte, il valore strategico dei missili ipersonici è comparabile a quello dei tradizionali missili intercontinentali nucleari (ICBM), tanto che, come sottolineato da Acton, in alcuni ambienti militari si è pensato alla sostituzione progressiva degli arsenali nucleari con missili convenzionali ipersonici. Dall’altra parte, tra le due categorie di armamenti intercorrono decisive differenze che contribuiscono a rendere la tecnologia ipersonica un “game-changer” nella stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e una criticità su cui dovrebbe concentrarsi maggiormente l’attenzione della comunità internazionale.

Lo sviluppo di armamenti convenzionali di precisione a lungo raggio fu considerato dagli Stati Uniti quando, durante la fine della Guerra Fredda, la precisione dei missili intercontinentali migliorò al punto di non dover necessariamente fare affidamento sulla potenza di una testata nucleare per colpire un obiettivo a grandi distanze. Nel 2003 gli Stati Uniti diedero inizio allo sviluppo del programma Conventional Prompt Global Strike (CPGS) prefiggendosi l’obiettivo di acquisire la capacità di “colpire qualsiasi punto del globo in meno di un’ora di tempo”: lo sviluppo dei missili ipersonici costituisce tutt’ora la tecnologia che risponde in modo ottimale a questa esigenza. Cina e Russia sono gli altri Stati che perseguono in maniera consistente la tecnologia ipersonica militare e le uniche potenze concorrenti agli Stati Uniti in questo campo. È previsto che gli armamenti ipersonici a lungo raggio saranno operativi tra il 2020 e il 2025.

A differenza degli esistenti missili balistici, i missili ipersonici sono quelli che potranno raggiungere e mantenere velocità a regime ipersonico (tra i 5,000 e i 25,000 km/h, all’incirca fino a 20 volte la velocità del suono); non seguono una traiettoria di volo balistica ma prevalentemente orizzontale; possiedono una notevole manovrabilità che gli consente di cambiare bersaglio fino agli ultimi istanti di volo. Queste caratteristiche permettono ai missili ipersonici di oltrepassare i più avanzati sistemi di difesa e, se individuati, di comprimere notevolmente i tempi di reazione degli organi decisionali di uno Stato. Inoltre, se per quanto riguarda i missili balistici armati con testata nucleare esistono vari trattati internazionali che ne limitano sia la proliferazione che lo sviluppo (in particolare, New START; Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty; Missile Technology Control Regime), per i missili ipersonici convenzionali non esiste alcun trattato internazionale che imponga una limitazione allo sviluppo o all’uso di tali armamenti.

Le caratteristiche tecniche dei missili ipersonici e il “vuoto” giuridico in cui si pongono hanno favorito quella che ormai si può definire una repentina corsa alle armi in questo ambito che plasmerà gli equilibri della sicurezza internazionale nella prossima decade. Infatti, gli Stati non dotati di armamenti ipersonici saranno portati ad acquisirli, in quanto si troverebbero in una situazione di netto svantaggio strategico rispetto agli Stati già in possesso degli stessi. Questo scenario riguarda in primis Stati Uniti, Cina e Russia, la cui stabilità strategica, fondata largamente sui rispettivi arsenali nucleari, verrebbe rivoluzionata qualora uno di questi Stati si dotasse di un cospicuo arsenale di missili ipersonici convenzionali. Infatti, essendo in grado di oltrepassare i più avanzati sistemi di difesa (cosiddetti Anti-Access/Area Denial Systems), un attacco con missili ipersonici è in grado di distruggere i siti di lancio dei missili intercontinentali nucleari e i centri di comando e controllo ostili, “disarmando”, in un brevissimo lasso di tempo, lo Stato che subisce l’attacco. Inoltre, anche nel caso in cui lo Stato colpito mantenga intatta una parte dell’arsenale nucleare si porrebbe il fondamentale ostacolo, giuridico e politico, di rispondere ad un attacco convenzionale con un contro-attacco nucleare. Infatti, una delle peculiarità delle armi strategiche convenzionali, e quindi dei missili ipersonici, è quella di essere “più facilmente utilizzabili” rispetto alle armi strategiche nucleari, poiché non creano gli stessi effetti negativi, in termini materiali e politici, determinati dall’uso di armi atomiche.

Non a caso, quindi, Stati Uniti, Cina e Russia possiedono la tecnologia ipersonica militare allo stadio più avanzato; seguono la Francia, l’India e l’Australia. Inoltre, si inseriscono in questo scenario numerosi centri accademici che fanno assumere una dimensione internazionale alla ricerca scientifica in questo campo. Infatti, la tecnologia ipersonica è caratterizzata da un uso duale, ossia può essere utilizzata per scopi sia civili sia militari, che contribuisce alla diffusione di tale tecnologia. Ciò potrebbe portare a ripercussioni geopolitiche negative qualora uno Stato acquisti tecnologia ipersonica per scopi civili, per esempio nell’ambito dell’aviazione civile e commerciale, ma successivamente cambi intenzione e la adoperi per scopi militari.

In effetti, oltre alle incognite per la futura stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia, l’incontrollata proliferazione di armamenti ipersonici si presenta come una rilevante criticità. La diffusione di questi armamenti darebbe la possibilità anche alle forze armate meno avanzate o a gruppi paramilitari di minacciare le maggiori potenze o le potenze regionali, contribuendo alla destabilizzazione di intere aree del globo. Dall’altra parte, è da tenere in considerazione invece una proliferazione mirata, ossia la cessione di armamenti ipersonici ad alcuni Stati per il solo fine di bilanciare (o ribaltare) gli equilibri militari in alcune aree. Un esempio di queste dinamiche, come sostenuto da Speier e Nacouzi, è rappresentato dalla recente esportazione del missile CM-400AKG da parte della Cina al Pakistan a fronte della cooperazione Russo-Indiana per la realizzazione del missile ipersonico Brahmos 2.

Nel futuro più prossimo il dilemma più importante riguarderà la revisione della stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia, poiché l’avvento delle armi ipersoniche renderà la deterrenza fondata sui missili balistici nucleari e sugli esistenti sistemi di difesa anti-missile sempre più complessa. Come fanno notare alcuni analisti, ciò dovrà avvenire attraverso la conclusione di un trattato di non proliferazione degli armamenti ipersonici e l’istituzione di strumenti internazionali di controllo sulle esportazioni di tecnologia ipersonica. Inoltre, il nuovo equilibrio dovrà essere riscritto tenendo in considerazione che, in base alla teoria delle relazioni internazionali ed in particolare al cosiddetto “dilemma della sicurezza”, è più facile costruire e sostenere una stabilità basata sulla presenza di armi in funzione difensiva piuttosto che sulla presenza di armi in funzione offensiva, quali i missili ipersonici.

Dinanzi alle numerose incognite sembra potersi affermare con certezza che nei futuri conflitti armati prevarrà chi saprà “muoversi” a velocità ipersoniche.

Trade war e Mar Cinese Meridionale: le tensioni tra Cina e USA

Il mese appena trascorso si è rivelato particolarmente difficile per Pechino e Washington. Alcuni eventi hanno, infatti, deteriorato pericolosamente lo stato delle relazioni tra i due paesi e, quindi, la stabilità della regione sommandosi all’attrito sorto circa un anno fa. Al centro delle tensioni tra Cina e USA, due dossier principali: trade war e Mar Cinese Meridionale.

Trade war e Mar Cinese Meridionale: le tensioni tra Cina e USA - Geopolitica.info

L’ultimo anno

Dopo un’iniziale e apparente intesa tra gennaio e aprile con Pechino, nel maggio 2017 il Presidente Trump ha autorizzato la sua prima Freedom Of Navigation Operation (FONOP) nel Mar Cinese Meridionale a cui ne sono seguite nei mesi successivi altre cinque (Obama ne aveva autorizzate lo stesso numero ma in otto anni), che hanno provocato le proteste del governo cinese. A giugno, inoltre, il segretario della Difesa James Mattis ha aspramente criticato la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale allo Shangri-La Dialogue.

Il punto di svolta è stata, però, l’estate del 2017 quando la Corea del Nord ha condotto i due test di ICBM (4 e 28 luglio), a cui è seguito il test nucleare di settembre con cui Pyongyang ha, probabilmente, ottenuto capacità termonucleari. Da quel momento, infatti, le critiche dell’Amministrazione Trump alla Cina sono aumentate raggiungendo un nuovo apice a dicembre in seguito al test dello Hwasong-15, il nuovo missile intercontinentale nord-coreano. La pubblicazione della US National Security Strategy 2017 non ha certamente migliorato i rapporti tra i due paesi, causando aspre critiche da parte dei leader cinesi, ribadite anche in occasione della pubblicazione della Nuclear Posture Review 2018 e della National Defense Strategy 2018. Per far gravare sulle spalle cinesi maggiori costi e punirla per i suoi metodi economici, l’Amministrazione americana ha, infine, deciso di ricorrere agli strumenti commerciali iniziando la trade war con barriere tariffarie dal valore di 3 e 50 miliardi di dollari.

L’ultimo mese

Fin dall’inizio della guerra commerciale, Donald Trump ha mostrato chiaramente l’intenzione di attuare misure sempre più dure contro l’economia cinese. Durante l’estate, Trump ha, quindi, approvato il National Defense Authorization Act per il 2019 che permetterà all’Amministrazione un controllo più stringente sugli investimenti stranieri negli USA e sui trasferimenti di tecnologia e che, da subito, è stata interpretato in funzione anti-cinese. Successivamente, ha annunciato e poi imposto (26 settembre) un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi che è previsto arrivi al 25% nel gennaio 2019 e che, quindi, innalzerà considerevolmente il peso delle barriere tariffarie. La risposta di Pechino non si è fatta attendere: il governo cinese non ha aspettato l’entrata in vigore della nuova misura e ha imposto un dazio tra il 5 e il 10% su una lunga lista di prodotti americani per un valore complessivo di 60 miliardi di dollari (18 settembre).

 

► [Non è improbabile che la Cina interpreti l’imposizione dei dazi come parte di una offensiva più ampia e risponda in questo senso] ►

 

Pur con minor impatto, un’altra misura che ha aumentato la tensione tra le due potenze è stata la decisione della Casa Bianca di multare la Commissione Militare Centrale, l’organo cinese di vertice per la politica di difesa e la strategia militare, per aver acquistato alcuni sistemi d’arma dalla Russia, soggetta a sanzioni per aver interferito nelle elezioni presidenziali americane del 2016. Pechino, che ha sollevato insieme a Mosca un coro di proteste, aveva acquistato nel 2017 dieci caccia SU-35 e una prima batteria di S-400, missili anti-aereo e anti-missile. Degli ultimi giorni è la notizia che l’Amministrazione Trump sta valutando anche la sospensione dei permessi di studio negli USA per gli studenti cinesi.

Durante lo scorso mese, però, il dossier più bollente è stato quello del Mar Cinese Meridionale (MCM). Nell’area, considerata dalla leadership comunista un interesse vitale di sicurezza nazionale, si è assistito nelle scorse settimane ad un crescente traffico di navi e piattaforme non cinesi che hanno allarmato Pechino.

All’inizio di settembre, la Gran Bretagna ha condotto una FONOP per rivendicare la piena fruibilità del MCM portando una classe Albion diretta in Vietnam al limite delle 12 miglia nautiche che delimitano le acque territoriali rivendicate da Pechino e scatenando dure critiche da parte del governo cinese.

A metà di settembre, un cacciatorpediniere sud-coreano, sembrerebbe per evitare una tempesta, si è inoltrato fino a 12 miglia nautiche dall’arcipelago delle Paracels, area rivendicata, occupata e militarizzata dalla Cina. L’evento non ha suscitato eccessivo malcontento nel governo di Pechino che si è limitato a rimarcare la necessità della propria approvazione per entrare nell’area.

Alla fine di settembre, la tensione è cresciuta notevolmente in occasione dell’esercitazione di Giappone e Gran Bretagna e della settima FONOP della Marina degli Stati Uniti. Dopo un’esercitazione congiunta nell’Oceano Indiano, infatti, Tokyo e Londra hanno portato la porta-elicotteri Kaga e il cacciatorpediniere Inazuma insieme ad una fregata classe “Duke”, diretta nella penisola coreana, pericolosamente vicino al MCM. Immediatamente, Pechino ha portato un gruppo di elicotteri e una nave nella zona per monitorare i movimenti.

Figura. Le due navi incrociano al largo delle Spratly

La nave cinese e la USS Decatur

U.S. Navy Photo via gCaptain – A sinistra la nave cinese, a destra il cacciatorpediniere USS Decatur

Durante lo stesso giorno, un cacciatorpediniere classe Arleigh Burke (USS Decatur) ha condotto la settima FONOP dell’Amministrazione Trump entrando nelle 12 miglia dalle isole Spratly rivendicate e, parzialmente, occupate dalla Cina ma contese con Taiwan, Vietnam, Brunei, Malesia e Filippine. L’operazione sarebbe terminata come di consueto se una nave da guerra cinese non si fosse avvicinata pericolosamente (40 metri secondo le notizie divulgate finora) al cacciatorpediniere americano costringendo la Decatur ad una manovra di evasione per evitare la collisione (secondo quanto riportato da fonti della Marina USA). L’acuirsi delle tensioni tra i due paesi ha portato alla cancellazione dell’incontro tra il Segretario alla Difesa USA, James Mattis, e il Ministro della Difesa cinese, Wei Fenghe.

Come rilevato, l’ultimo mese segna il punto più basso delle relazioni tra Cina e USA dall’insediamento dell’Amministrazione Trump. Monitorare attentamente gli sviluppi dei due dossier menzionati, ma non solo, sarà una priorità per gli analisti come per l’Esecutivo italiano, impegnato nella costruzione di una maggiore intesa sia con Pechino che con Washington.

Un oceano per due, la rivalità geopolitica di Cina e India

Per migliaia di anni le regioni corrispondenti a Cina e India hanno potuto quasi ignorasi per via della catena dell’Himalaya, che rende impossibile un’invasione terrestre su larga scala di una delle due civiltà contro l’altra. Oggi però i due giganti asiatici sono diventati potenze industriali affamate di energia, ed è soprattutto la Cina ad avere sia il bisogno di soddisfare un appetito energetico sempre maggiore, sia quello di allontanarsi dal suo spazio geopolitico naturale per uscire dal soffocamento impostogli dalle rotte marittime, dalle quali dipende lo status di potenza commerciale dell’impero di mezzo, con il risultato di entrare in rotta di collisione proprio con l’India nelle acque dell’Oceano Indiano.

Un oceano per due, la rivalità geopolitica di Cina e India - Geopolitica.info

La sopravvivenza della Repubblica Popolare Cinese oggi è legata in maniera determinante all’importazione di fonti energetiche e all’esportazione di manufatti. Per garantire questi flussi commerciali, è fondamentale la rotta del Mar Cinese Meridionale, che collega l’affamata (di energia) e produttiva costa cinese allo Stretto di Malacca, porta di accesso all’Oceano Indiano e quindi al Medio Oriente, all’Africa e all’Unione Europea attraverso il Canale di Suez. Lo Stretto di Malacca è il collo di bottiglia irrinunciabile di questa rotta, un passaggio obbligato che nel suo punto più stretto  – quello in corrispondenza con Singapore – è largo meno di 3 km, condizione che lo rende vulnerabile: basterebbe un numero relativamente contenuto di navi per bloccarlo completamente, strozzando l’economia cinese sia dal lato dell’export di merci, sia da quello dell’importazione di petrolio.

Il controllo dei punti chiave delle rotte navali più importanti del commercio globale è la colonna su cui si fonda la supremazia dell’Impero Americano, e il controllo di quella che consente il passaggio dal Mar Cinese Meridionale all’Oceano Indiano mette nelle mani degli strateghi di Washington la possibilità di soffocare la Cina, minacciando il suo status di potenza commerciale. Una condizione che la Cina non può tollerare.

Per uscire dal “Dilemma di Malacca”, il governo di Beijing  sta portando avanti tutta una serie di progetti di lungo periodo: dal tentativo di conquistare il Mar Cinese Meridionale, ai piani infrastrutturali della Belt and Road Initiative (BRI), le nuove vie della seta per la Cina del futuro. La BRI però è un progetto che preoccupa l’India, al punto che durante l’ultimo summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), New Delhi ha negato il supporto al progetto cinese, differenziandosi dalla decisione favorevole espressa da Pakistan, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. L’India è preoccupata dal rischio di ritrovarsi accerchiata dalla presenza cinese, che a cose fatte avrebbe approdi commerciali – e come vedremo, potenzialmente anche militari – tutt’intorno alla sua sfera di proiezione geopolitica.

Spesso quando si parla dell’India si finisce a parlare anche del Pakistan, e questo caso non fa eccezione. Un progetto fondamentale della BRI è il Corridoio Economico Sino-Pakistano (CPEC): una rete di infrastrutture che, attraverso il territorio del Pakistan, collegherà la Cina al porto di Gwadar, approdo che consentirebbe alla Repubblica Popolare di approvvigionarsi via terra anche nel caso in cui le rotte marittime diventassero impraticabili a causa di un conflitto. Tuttavia, anche il percorso del CPEC è vulnerabile visto che attraversa due aree con forti elementi di instabilità quali il Balochistan e lo Xinjiang. Beijing infatti sta progettando di costruire anche un base militare a Jiwani, sempre sulla costa pakistana, un’installazione militare simile a quella operativa a Gibuti, nel Corno d’Africa.

A quel punto, l’India si troverebbe con un insediamento militare cinese sia all’imbocco del Golfo Persico che in quello del Mar Rosso, ma non solo: ci sono anche lo Sri Lanka e il Myanmar.

La Cina ha lavorato a lungo nel creare punti di approdo commerciale in tutto l’Oceano Indiano, per poi i iniziare un’opera di allargamento militare volta a creare un sistema di porti, relazioni e infrastrutture che va da Hong Kong fino al Sudan che gli esperti hanno definito “collana di perle” ma che ormai è più corretto collocare nel contesto generale della BRI. L’esempio calzante è il porto di Hambantota in Sri Lanka. Dopo i pesanti investimenti cinesi, il governo locale  è stato costretto a trovare un accordo con Beijing, risoltosi con la concessione dell’uso esclusivo del porto per 99 anni come saldo per i debiti. La struttura è diventata così un hub commerciale e militare per la marina cinese.

Un’altra storia che dimostra la necessità cinese di svincolarsi dal Dilemma di Malacca è quella dell’oleodotto che, partendo dalla città costiera di Kyaukpyu in Myanmar, attraversa tutto il paese fino ad arrivare nello Yunnan. Anche questo è un corridoio dalla geografia impossibile, finanziato completamente dalle industrie cinesi: 2.400 km di territorio irregolare, giungla, aree tribali e luoghi quasi inaccessibili ma che diventa praticabile se l’obiettivo è  costruire alternative all’approvvigionamento energetico vincolato allo Stretto di Malacca, una priorità della geopolitica cinese che giustifica ogni impresa, anche la più audace e costosa.

L’India dal canto suo è un Paese che cerca di tenersi un equilibrio di relazioni tra la globalizzazione dell’Occidente e quella dei BRICS, portata avanti da Cina e Russia. Dall’inizio degli anni ‘90 New Delhi ha adottato una politica proiettata verso Oriente per contenere e allo stesso tempo unirsi all’ascesa della Cina, aumentando gli scambi commerciali con Beijing e le relazioni strategiche con i paesi del Sud-Est asiatico coinvolti nella disputa del Mar Cinese Meridionale: il Vietnam, le Filippine, la Thailandia e anche il lontano Giappone. La strategia dell’India si distingue da quella degli altri BRICS per un rapporto molto più intenso con l’America, che nella disputa del Mar Cinese Meridionale riveste un ruolo cruciale. L’India infatti partecipa insieme a USA, Giappone e Australia alla Quadrilateral Security Dialogue (QSD o Quad), un’alleanza militare informale in chiave anti-cinese. L’India ha una grande marina militare, ma per competere con la marina oceanica messa in cantiere dalla Cina avrà bisogno dell’appoggio di Washington e dei suoi alleati nella regione.

In conclusione, anche se l’ultimo vertice bilaterale tra Narendra Modi e Xi Jinping è stato un successo e ha aiutato a ristabilire la fiducia reciproca, le problematiche di lungo periodo rimangono sul terreno, inestricabilmente legato alla geopolitica di queste due immense civiltà divenute potenze industriali, militari e stati continentali dalla proiezione incontenibile. Per adesso le tensioni tra Beijing e New Delhi non risultano tanto gravi da portare a uno scontro frontale, ma in futuro dovranno affrontare il conflitto tra i loro interessi geopolitici. La catena dell’Himalaya ormai non è più sufficiente a tener separato il destino dei giganti dell’Asia e lo spazio dell’Oceano Indiano non sembra abbastanza per contenere due ambizioni così grandi.

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina

Alcuni giorni fa è uscito un articolo su South China Morning Post che ha destato particolare interesse tra i commentatori italiani.  L’editoriale dal titolo “Italy aims to be China’s first G7 partner on belt and road”, illustra il proposito del Governo italiano di siglare entro il 2018 un accordo con la Cina per approfondire la cooperazione nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI) diventando, in questo modo, il primo paese membro del G7 a farlo. Quali sono le prospettive di una più stretta cooperazione tra Italia e Cina? La BRI offre possibilità concrete per avanzare l’interesse nazionale italiano in termini di sicurezza e prosperità?

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina - Geopolitica.info (ANSA/AP Photo/Mark Schiefelbein) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

L’articolo sul famoso quotidiano hongkonghese è giunto nel mezzo di un vivace dibattito in Italia sull’ambizione del governo giallo-verde di negoziare con Pechino accordi più vantaggiosi e sfruttare le «imperdibili opportunità» che il mercato cinese offre per l’export italiano e mentre il vice-Premier Luigi di Maio era impegnato nel suo viaggio in Cina durante il quale ha incontrato numerose figure di spicco del Governo. La Cina offre effettivamente un gran numero di opportunità di crescita e benessere e non è del tutto nuovo il proposito di voler rafforzare la relazione con Pechino (come dimostrato dalla partecipazione di Paolo Gentiloni al BRI Forum nel maggio 2017). Nel perseguire quest’obiettivo, il Governo italiano deve considerare il complesso contesto internazionale che presenta un alto numero di sfide e ostacoli ma anche di occasioni e driver e i punti di forza e di debolezza del nostro Paese. Nell’analisi di questi fattori si procederà in senso discendente a partire dalla dimensione globale fino a quella più strettamente nazionale.

Il contesto globale: Donald Trump, Xi Jinping, la trade war

Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico».

Per far gravare sulle spalle cinesi maggiori costi e punirla per i suoi metodi economici, l’Amministrazione americana ha deciso di ricorrere agli strumenti commerciali e, dopo aver aperto la strada con misure iniziali dal valore di 3 e 50 miliardi di dollari, ha annunciato e poi imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi (settembre 2018) che salirà al 25% nel gennaio 2019, scatenando l’immediata rappresaglia cinese. L’inizio di quella che è stata definita una guerra commerciale tra Washington e Pechino ha destato preoccupazioni in tutto il mondo per le possibili conseguenze sull’economia globale.

Figura. I dazi di Trump contro la Cina

Fonte: Bloomberg

Il Governo italiano dovrà essere capace di destreggiarsi in un ambiente circostante sempre più delicato. Se da una parte il premier Conte ha cercato di stringere il legame bilaterale che lega Roma a Washington  durante la visita di luglio alla Casa Bianca e, sembrerebbe, anche durante l’Assemblea Generale ONU del settembre 2018, dall’altra è difficile immaginare che gli USA accetteranno tanto volentieri che l’Italia goda esplicitamente di maggiori vantaggi in seno alla BRI o ad altre iniziative cinesi, considerando che secondo le parole di Donald Trump i futuri dazi saranno ancora più pesanti e la stretta americana si farà sempre più forte. Se la Casa Bianca dovesse passare a metodi più duri come le sanzioni, l’Italia si troverebbe in mezzo ad un fuoco incrociato simile a quello che, oggi, si sta verificando per i partner dell’Iran.

La Belt and Road Initiative: a che punto siamo?

Più nello specifico è importante capire quale siano la natura e l’avanzamento della BRI. A cinque anni dal lancio dell’iniziativa, è difficile fare una valutazione univoca di quali siano i risultati raggiunti. L’impressione del Center for Strategic and International Studies è che l’iniziativa si sia arenata in termini di coerenza e corrispondenza agli interessi strategici cinesi limitandosi a realizzare alcuni progetti locali di corto respiro e che non di rado si trasformano in clamorosi insuccessi. Questo sarebbe vero specialmente per la Belt, la via terrestre di trasporto in cui 5 corridoi economici su 6 soffrirebbero un generale scollamento dal progetto infrastrutturale complessivo. La via marittima (Road), quella che interessa maggiormente il nostro paese, sembra invece procedere in maniera più solida e l’Italia, effettivamente, può ancora raggiungere risultati notevoli.

Figura. La Belt and Road Initiative: vie marittime e terrestri

Fonte: MERICS

In generale, la difficoltà che si incontra è associare un determinato progetto alla BRI visto che spesso l’investimento è stato deciso molto prima del lancio di BRI(es. Gwadar) o non è stata fatta menzione di un collegamento all’iniziativa se non in modo molto vago.

Quello che è certo è che alcuni paesi hanno sperimentato forti resistenze locali alla realizzazione di progetti legati a BRI e che per altri le condizioni finanziarie imposte dalla partecipazione all’iniziativa si sono a mano a mano rivelate più proibitive di quanto preventivato. Episodi del genere si sono verificati per esempio in Kazakistan, Bangladesh, Myanmar, Pakistan, Malesia, Sri Lanka.

Seguire con attenzione gli sviluppi di BRI anche in teatri lontani e valutarne lo stato dell’arte permetterà di attestare la capacità e la determinazione cinese nel portare avanti i progetti e garantirà una maggiore comprensione dell’approccio cinese alle controversie con i diversi paesi coinvolti. In questo senso è apprezzabile la creazione della task force BRI, prima, e della task force Cina, poi, in seno al Ministero degli Esteri e al Ministero dello Sviluppo Economico, nonostante non sia ancora possibile conoscere il lavoro svolto dai due gruppi.

L’Unione Europea: the man in the middle

Dal lancio della BRI nel 2013, l’Unione Europea non ha formulato una strategia unitaria e coerente per rispondere al progetto cinese, lasciando liberi i paesi membri di adottare approcci diversi al tema.  Mentre alcuni hanno optato per un proprio coinvolgimento già nella fase preparatoria dell’iniziativa e, poi, nei singoli progetti, altri hanno preferito attendere di conoscere meglio le reali intenzioni cinesi dietro la BRI ed altri hanno scelto di non partecipare ad alcuna fase dell’opera. La Germania, per esempio, pur condannando la condotta cinese in alcuni settori (diritti umani, democrazia, liberalizzazione del mercato, apertura del commercio, proprietà intellettuale) è un’attiva sostenitrice del progetto già dal 2015. Il vuoto politico europeo nei confronti di BRI ha fatto parlare alcuni analisti di un “clientelismo collettivo” dei paesi membri nei confronti di Pechino.

Decisamente più solido si è dimostrato il blocco dei paesi dell’Europa centro-orientale (Albania, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia) che ha istituito con Pechino uno specifico framework (il “16+1”) per la cooperazione in seno alla BRI e che si riunisce con regolarità (l’ultimo summit è stato lo scorso luglio).

È da notare che è in scadenza (2020) la EU-China Strategic Agenda for Cooperation, il documento che stabilisce le linee guida delle relazioni tra Bruxelles e Pechino, per cui sono già iniziate le discussioni per un suo aggiornamento. In questo senso è intervenuta l’Alto Rappresentante Federica Mogherini con una Joint-Communication (e il Consiglio con la successiva Decisione) del luglio 2016 in cui vengono delineati alcuni elementi essenziali del nuovo “engagement” europeo della Cina. Il Governo italiano dovrà tenere d’occhio il processo negoziale che porterà il Consiglio Europeo all’approvazione di una nuova Agenda per la cooperazione con Pechino per non rischiare di sottoscrivere un accordo svantaggioso per l’interesse nazionale.

Il Mediterraneo: il mare nostrum?

Con il il 20% del traffico marittimo mondiale, la regione mediterranea si conferma un nodo centrale del commercio globale. Come rilevato da Panaro e Ferrara, la rotta che parte dall’Asia e giunge nel Mar Mediterraneo passando per il Sud-Est asiatico, il sub-continente indiano, i Paesi del Golfo e il Canale di Suez “assicura una pluralità di scali intermodali strategici e di carico medio superiore a tutte le altre rotte del traffico globale”. A ciò si associa anche una flessione vantaggiosa dei costi. All’inizio del 2018, infatti, il costo per spedire via mare un container da Shanghai in Europa ammontava a 797 $ se fatto attraverso il Mediterraneo e a 912 $ se fatto attraverso la rotta settentrionale. Gli investimenti cinesi in Spagna, Italia, Grecia, Turchia e Israele confermano l’attenzione di Pechino verso il Mediterraneo.

L’acquisizione del 67% del Porto del Pireo da parte di COSCO Shipping (il gigante del trasporto marittimo controllato dal governo cinese) è significativa. Se da una parte testimonia che la Cina ha già trovato un terminal principale per i traffici nel Mediterraneo inoltrato, dall’altra parte è vero anche che per arrivare in Europa Occidentale, gli scali intermodali italiani possono costituire un enorme vantaggio se adeguatamente sviluppati.

L’Italia: punti di forza e debolezza del nostro Paese

Il nostro paese è attualmente in una buona posizione commerciale rispetto alla Cina. In generale, l’Italia è il terzo paese europeo per volume di merci trattate in porti potendo contare su di un vasto numero di strutture marittime, seppur molte non adatte alle mega-navi, e il 64 % del commercio tra UE e Cina nel 2016 è passato via mare.  Terza destinazione di Foreign Direct Investments dopo Londra e Berlino, Roma è anche il quarto partner commerciale cinese tra i paesi europei sia per import che per export. L’acquisizione del 49,9 % del futuro terminal container di Vado Ligure, il più automatizzato che ci sarà nel nostro paese, da parte delle cinesi COSCO (40%) e Qingdao Port International Development (9,9%) giunge, quindi, a confermare l’interesse di Pechino per le nostre infrastrutture.

È da notare, però, che Roma sta perdendo posti nella classifica dei paesi più interessati dal commercio nel Mediterraneo. Se nel 2014 il 8,8% delle navi passanti dal canale di Suez erano dirette in o provenivano dall’Italia, nel 2017 tale percentuale è scesa al 6,6%. Inoltre, nello stesso anno l’import-export marittimo italiano ha registrato in termini di valore, il dato più basso dal 2010, con 159 miliardi scambi.

Rilevante potrà essere il sistema di Zone Economiche Speciali approvato lo scorso anno e che renderebbe il Mezzogiorno italiano, la macro area con “la più alta concentrazione di imprese marittime” in Italia come evidenziato dal Maritime Economy Report 2017 del Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, ancora più attrattivo riducendo i costi e i tempi necessari.

Conclusioni

In conclusione, un’attenta analisi dei driver e degli ostacoli che l’Italia incontra nella cooperazione con la Cina permetterebbe al decisore politico di arrivare al tavolo negoziale informato e consapevole dei reali interessi in gioco, delle opportunità possibili, dei potenziali rischi. A questo scopo il lavoro delle Task Force integrate nei Ministeri sarà fondamentale e l’attività parallela dei think tank potrà fungere da moltiplicatore di informazioni e analisi.

“Belt and Road Initiative” e “Via della Seta”: sfide cinesi alla democrazia liberale?

Le notizie sulla crescita economica cinese, sia pur rallentata da squilibri macroeconomici, indebitamento complessivo e “guerra commerciale” con gli Usa, confermano sostanzialmente la portata dei risultati conseguiti dal Presidente Xi Jinping sul piano interno nel consolidare il sistema di potere guidato dal Partito Comunista Cinese. Un potere sempre più accentrato nella figura di un Presidente ormai svincolato da termini di mandato e, apparentemente, da qualsiasi apprezzabile forma di opposizione interna. 

“Belt and Road Initiative” e “Via della Seta”: sfide cinesi alla democrazia liberale? - Geopolitica.info

La trasformazione “neo imperiale” della potenza cinese avvenuta in questo decennio muta radicalmente i presupposti sui quali si erano basate le politiche americane e europee dall’inizio della Presidenza Clinton. Lo sviluppo prodigioso dell’economia cinese e i successi registrati – sia pure con le carte spesso truccate della sottrazione illegale dei dati a aziende e ricercatori occidentali – in campo scientifico e tecnologico (intelligenza artificiale, quantum computing, spazio e armi di ultimissima generazione) sono stati indotti e sostenuti da una globalizzazione con vantaggi pesantemente unidirezionali per la Cina.

Ancora sino a primi anni duemila, ad esempio, quando Pechino vantava un’economia già tre-quattro più volte grande della nostra, e con tassi di sviluppo almeno quadrupli, la Cooperazione allo Sviluppo italiana ancora elargiva finanziamenti a dono e crediti di aiuto all’industria cinese, mentre le nostre aziende sul mercato cinese lottavano con difficoltà di ogni tipo ingigantitesi nel marketing, nel recupero dei crediti soprattutto dagli enti statali, nella tutela della proprietà intellettuale. Ciononostante sembra prevalere nel dibattito che si sta sviluppando nel nostro Paese sui grandi temi della BRI, della Via della Seta e in generale sul rapporto tra Europa e Cina una tendenza all’accoglienza entusiastica e incondizionata alle tesi di Pechino che magnificano i grandi vantaggi dei finanziamenti cinesi, la visione di una globalizzazione guidata Pechino, e persino la “superiorità” del modello sociale, politico e dell’ideologia cinese rispetto allo Stato di Diritto occidentale. Abbiamo persino ascoltato,  in alcuni dibattiti dello scorso agosto, personalità politiche di grande esperienza di Governo e nelle Istituzioni Europee, che dovrebbero quindi essere particolarmente sensibili nell’affermare lo Stato di Diritto e i principi della democrazia liberale nel mondo – come scritto nei Trattati europei – ripetere come verità rivelata che BRI e Via della Seta costituiscono “il Piano Marshall” di questo primo secolo del millennio, riprendendo pedissequamente gli argomenti e la propaganda di Pechino.

Ciò dovrebbe preoccupare quanti dovrebbero essere sensibili alla contrapposizione valoriale, in termini di libertà e di dignità della persona, tra l’impostazione sostenuta alla fine del secondo conflitto mondiale dal Segretario di Stato Marshall e il “pensiero unico” affermato da Xi Jinping e dalla sua classe dirigente. Le recenti missioni in Cina del Sottosegretario Geraci e del Ministro Tria, e da ultimo del Vice Primo Ministro Di Maio, si sono concluse con enfatiche dichiarazioni sui vantaggi di possibili acquisizioni cinesi in comparti strategici, nelle reti di trasporto e nelle alte tecnologie, nonché di interventi di Pechino sul nostro debito pubblico. Accenno, quest’ultimo, che ha dovuto essere poi immediatamente rettificato perché aveva causato l’aumento, nei mercati, dei tassi di interesse del nostro debito pubblico e dello spread.

Questa tendenza non è purtroppo nuova nel mondo politico e imprenditoriale italiano. C’è troppo spesso l’ansia di dimostrare di “essere i primi” nel cogliere facili opportunità in mercati estremamente complessi, e in paesi dove regole del mercato, rispetto degli investitori stranieri, parità di trattamento e reciprocità passano sempre dopo, molto dopo, le priorità di un interesse nazionale interpretato in chiave marcatamente ideologica, nazionalista e persino “militarista”. Molti imprenditori si rendono ora conto dell’errore commesso nel credere agli appelli dell’ex PdC Renzi per valorizzare l'”Eldorado iraniano”. In misura ancor più macroscopica tutto rischia di ripetersi a proposito degli investimenti cinesi e delle strategie di Pechino in Occidente. Per il momento il dibattito in Italia sulle preoccupazioni che essi sollevano non sembra ancora iniziato, o per lo meno non ha prodotto i risultati concreti e le riflessioni sulle misure da adottare che invece stanno emergendo a Washington, Bruxelles, Parigi, Berlino, Madrid, Londra.

Trump, Macron, Merkel, May, le categorie imprenditoriali dei settori maggiormente “a rischio” di acquisizione cinese, così come ampi strati dell’informazione americana e dei principali Partner UE manifestano serie preoccupazioni e stanno predisponendo misure di tutela dei propri interessi nazionali.

Non dovrebbe l’Italia, con la necessità assolutamente vitale di tutelare il “Made in Italy” nelle imprese strategiche oltre che nei beni di consumo e nei servizi, dimostrarsi ben più sensibile al proprio interesse nazionale e alla esigenza di una oggettiva valutazione della “questione Cinese”? Si tratta di una narrativa sulla quale influiscono enormi interessi economici, pubblici e privati, di sicurezza, di influenza, di visione geopolitica, di tutela delle libertà, di privacy e sicurezza nella “rete”, di attaccamento a valori fondamentali – Stato di Diritto,  libertà politiche e diritti umani – che ogni Europeo dovrebbe sentirsi ad ogni costo impegnato a affermare.  Ciò dovrebbe in particolare valere ai “tavoli” delle trattative multilaterali dove Governi e Istituzioni Europee decidono, regole, comportamenti e composizioni di interessi nazionali su questioni di vitale importanza per i loro popoli.

Non è stato raro ascoltare e leggere nelle discussioni estive sulla BRI che questo primo secolo del Millennio debba ineluttabilmente essere “Cinese”: non soltanto per l’Asia, ma anche per l’Eurasia, e quindi per noi tutti. La grande massa geopolitica che si estende dalle steppe dell’Asia centrale attraverso Caucaso e Urali sino al Grande Mediterraneo e alle regioni Atlantiche dovrebbe, secondo alcuni “maitres à panser” di Pechino, progressivamente slittare verso la sfera di influenza cinese, alternativa a quella sinora a guida americana. Xi Jinping fa poco o nulla per ridimensionare queste ambizioni. Al contrario, il Presidente Cinese non perde occasione per sottolineare come la BRI sia “il progetto del secolo” e il “regalo della saggezza cinese allo sviluppo del mondo”.

Su questo sfondo le iniziative diplomatiche, commerciali, finanziarie e militari di Pechino stanno acquisendo un “crescendo” nel quale hanno trovato perfetta collocazione la grande esercitazione militare russo cinese di fine estate – con trecentomila soldati, mille carri armati, centinaia di aerei e comandi integrati russo cinesi – e gli ormai continui e entusiastici incontri tra Putin e Xi. I due leader si riservano il privilegio di chiamarsi “i migliori amici” l’uno per l’altro: plateale e ricercata santificazione che entusiasma anche taluni, non sempre disinteressati, esegeti del pensiero cinese e dei valori euro-asiatici.

I motivi per vederci chiaro, prima di correre

Molti commentatori occidentali hanno rilevato la notevole opacità, probabilmente voluta, della strategia di Pechino. Se “road” sembra riferirsi essenzialmente a vie d’acqua, e “cintura” a infrastrutture tra Cina e Europa che colleghino ferrovie, strade, telecomunicazioni – importantissima nel progetto cinese la dimensione Cyber – sono certamente molti i paesi e Governi asiatici, mediorientali e africani, e non pochi i politici e gli imprenditori europei, ansiosi di accogliere finanziamenti cinesi “senza condizioni”: negoziati con metodi e interlocutori spesso assai disinvolti sotto il profilo della lotta alla corruzione, delle garanzie di sicurezza sociale e dei diritti dei lavoratori. Le considerazioni di natura economica, pur problematiche sotto diversi profili, assumono colori ancor più inquietanti ove si consideri invece che il disegno di Pechino faccia parte di un progetto geopolitico per il “nuovo ordine mondiale” nel quale la Cina intenda assumere il ruolo di Superpotenza dominante. Un progetto che viene da lontano, ma che assume ora una sua marcata assertività in dichiarazioni, documenti, iniziative diplomatiche e militari, oltre che commerciali e finanziarie, della Cina di Xi Jinping.
Questa ultima ipotesi diventa ancor più realistica a causa dell’opacità del gigantesco impegno finanziario ostentato da Pechino in una quantità di occasioni. Qual é il “blueprint” della BRI e della Via della Seta, ci si chiede in Occidente e in molti paesi interessati dell’Asia, dell’Africa e del Medio-Oriente? Quali sono i motivi dei continui ampliamenti che Pechino propone ai suoi orizzonti, dall’iniziale contesto Eurasiatico e Africano (“Vie della Seta” terrestri e marittime) a quelli della “Via della Seta nel Pacifico”, della ” Via della Seta sul ghiaccio” nell’Artico e ora della “Via della Seta digitale” attraverso lo spazio cyber?
Le preoccupazioni aumentano quando si constata che la BRI si lega a un ormai definito “culto della personalità” di Xi. La stampa cinese ha ribattezzato l’iniziativa “cammino di Xi Jinping”. Si sollecitano apprezzamenti dei Governi stranieri, così da farli rimbalzare nella martellante propaganda interna.

Esperienze

Un’analisi delle strategie e intenzioni di Pechino deve anzitutto riguardare i rapporti con i Paesi vicini. Gran parte dell’Asia deve ora riconoscere che il gigante cinese non può essere visto soltanto come un partner commerciale. Con la ricchezza e il successo si è diffusa la capacità di attrazione del modello cinese. Ciononostante sono numerose le riserve e non di rado le nette opposizioni a seguire i “desiderata” di Pechino: perfino da parte di Paesi come il Myanmar, considerati per decenni sottomessi politicamente e economicamente alla Cina. Nel 2011 le proteste popolari contro l’allagamento di villaggi e la distruzione dell’ecosistema per fornire elettricità al grande vicino attraverso un sistema di dighe sull’Irrawaddy avevano ucciso l’insano progetto. Si discute ora di quale vero interesse abbia il Myanmar alla realizzazione del porto di Kyaukphyu nel Golfo del Bengala, con annessa “Zona Economica Speciale”, all’astronomico costo di 7.3 Mld $. CITIC, finanziato da un conglomerato dello Stato cinese che avrebbe una quota del 70% e la gestione per cinquant’anni. Il porto sarebbe di enorme valore per la Cina: darebbe accesso al mare all’importante Provincia dello Yunnan e consentirebbe alla flotta mercantile e militare cinese di svincolarsi dallo Stretto di Malacca. Lasciano però molti dubbi le modalità di rimborso del prestito cinese per finanziare il 30% della quota birmana. Tutti conoscono infatti quanto avvenuto solo lo scorso anno con il finanziamento cinese per il Porto di Hambatota in Sri Lanka, passato direttamente in mani cinesi con 69 Kmq di territorio circostante perché, nel giro di pochissimo tempo, il Governo locale non è più stato in grado di onorare il servizio del debito. L’interesse birmano a realizzare il progetto di Kyaukphyu è assai discutibile, data la sua lontananza dalla regione di Yangoon, vero centro economico del Paese. Ma ora l’insistenza di Pechino decuplica, dato che Myanmar viene posta dagli strateghi di Pechino proprio sulla ” Via della Seta Marittima del 21° secolo”.

L’indeterminatezza progettuale delle diverse “Belt and Road” terrestri e “Silk Road” marittime sembra fatta apposta per sostenere la proiezione globale della potenza economica e militare cinese. Essa riecheggia un documento elaborato 13 anni fa dal People’s Liberation Army sulla “collana di perle” intesa a collegare la Cina a sue basi militari anche molto lontane dalla massa continentale, ma tra loro ben coordinate. Ne è buon esempio la nuova base navale cinese nel Pacifico meridionale, a Vanuatu, a 1.900 Km da Brisbane. I termini del contratto di finanziamento sono, come di consueto, tutt’altro che rassicuranti. Si tratta di un prestito quindicennale al tasso del 2.5% stipulato da Vanuatu con l’ente statale di Pechino ExIm Bank, che può essere annullato in caso di non pagamento anche di una sola rata.

I valori aggregati di cui si continua a parlare per BRI e “Vie della Seta” sono certo imponenti ma non ancora tali da comportare un “dominio finanziario globale”. Le preoccupazioni più immediate riguardano i condizionamenti che il Governo e gli enti statali cinesi sono perfettamente in grado di esercitare in Europa, e in Italia in particolare, ogni volta che Pechino intenda acquisire aziende di valore strategico per i nostri Paesi e per il “Made in Italy”: sempre a condizioni estremamente svantaggiose per il “sistema Italia”, sia sotto il profilo economico, sia per quanto riguarda la tutela dei dati informatici, la protezione delle tecnologie, e l’assenza di qualsiasi condizione di reciprocità.

Se il quadro descrive quanto avvenuto nell’ultimo decennio in Occidente, senza che le più importanti economie del mondo si ponessero seriamente l’obiettivo di instaurare con Pechino regole del gioco eque, rispettose della legalità e degli accordi sottoscritti, se interessi pubblici e privati legati a convenienze del giorno per giorno hanno fatto sì che si sia lasciata a Pechino la mano completamente libera nello sfruttare i “mercati aperti” che lobbies e gruppi di potere in America e in Europa mettevano ben volentieri a loro disposizione, ben possiamo immaginare quanto sia avvenuto, stia avvenendo e ancora avverrà nelle economie più deboli del pianeta, governate in molti casi da autocrati o presidenti a vita, sorretti da ristrettissime “elites” locali, operanti di fatto al di fuori di qualsiasi controllo popolare, di trasparente informazione, e di legalità sanzionata.

Nei mesi scorsi un think tank particolarmente autorevole nelle questioni dello Sviluppo Sostenibile – il “Centre for Global Development” –  ha pubblicato una ricerca su otto paesi che sono ad alto rischio di “collasso finanziario” a causa dell’indebitamento contratto da quei Governi nella “Belt and Road Initiative” (BRI). Si tratta di Laos, Kyrgyzstan, Maldive, Montenegro, Gibuti, Tajikistan, Mongolia Pakistan. In meno di due anni, la percentuale debito/PIL è passata per effetto dei progetti cinesi BRI, rispettivamente (a cominciare dal Laos) da circa 50% al 70%; dal 23% al 74%; dal 39% al 75%; dal 10% al 42%; dall’80% al 95%; dal 55% all’80%; dal 40% al 58%; dal 12% al 48%.

In Montenegro l’autostrada finanziata da Pechino configura il solito “patto leonino”, dato che l’ammontare del debito corrisponde a un quarto dell’intero PIL del paese; la ferrovia in Laos alla metà del PIL annuo. Si è stimato che nel solo quadriennio 2010-2014 il Governo Cinese abbia finanziato progetti pari a 354 Mld $, tre quarti dei quali a tassi di mercato. Non solo Trump ha definito “predatorie” tali iniziative, ma la stessa Christine Lagarde – Direttore esecutivo del FMI – ha sottolineato la loro problematicità, auspicando che “la BRI viaggi esclusivamente dove è realmente necessario”.

Non era neppure dovuto questo richiamo per convincere Nepal, Myanmar e ancor più Malaysia a dire “no grazie”. Tra le primissime decisioni del nuovo Primo Ministro Malese vi è stata quella di azzerare gli impegni BRI del suo predecessore, presi in un contesto di giganteschi profitti personali e di una corruzione che ha portato alla sua rimozione e incriminazione. Anche per il Pakistan sembra ridimensionarsi un altro mega-progetto BRI, il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Un argomento molto forte contro la “politica di sviluppo” cinese riguarda, da molti anni ormai, i ritorni economici per i Paesi destinatari degli investimenti cinesi. Prendendo in esame il progetto “Reconnecting Asia” per investimenti direttamente finanziati da Pechino nei trasporti in 69 paesi dell’Eurasia, si è constatato che la quasi totalità di questi progetti, l’89%, viene attuata da imprese cinesi. Ben diversamente, quando analoghi progetti sono finanziati da organizzazioni multilaterali, il 40% dei contractors è locale, il 30% di imprese straniere e solo un altro 30% di imprese cinesi.

Conclusioni

L’UE sta insistendo con Pechino affinché al centro della BRI e delle Vie della Seta siano poste regole precise su trasparenza, standard nel mercato del lavoro, sostenibilità del debito, appalti e ambiente. Nei primi mesi del 2018 tutti gli Ambasciatori UE a Pechino, eccettuato l’ungherese, hanno firmato un rapporto per Bruxelles nel quale hanno definito la BRI una sfida alle regole del libero mercato e una manna per i sussidi statali. Per parte sua Atene, che ha ceduto alla compagnia COSCO nel 2016 il porto del Pireo per 312 Mil $, ha bloccato l’UE nel prendere posizione sulla militarizzazione cinese degli isolotti nelle zone del Pacifico reclamate anche da Filippine, Vietnam, e oggetto della controversia con gli Usa e tutti gli altri Stati della regione. L’UE non ha ancora potuto lanciare un’iniziativa efficace per l’esame degli investimenti cinesi, ed è atteso un rapporto dell’Alto Rappresentante Mogherini. Nel frattempo iniziative molto opportune sono state avviate in seno al Parlamento italiano.

Lo scorso 26 giugno il Senatore Adolfo Urso ha presentato una interrogazione al Governo rilevando che “gli investimenti cinesi in Italia ed in Europa sono in continua espansione. Secondo gli ultimi dati Merics (Mercator Institute for China Studies) “l’Impero di Mezzo” ha investito in Italia nel periodo 2000-2017 circa 14 miliardi di Euro… In Europa nel solo 2017 gli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi hanno superato i 30 miliardi ed il flusso di capitali è principalmente legato ad aziende con diretta o indiretta partecipazione dello stato. Infatti la maggioranza degli IDE cinesi nell’Unione Europea nell’anno 2017 provengono da aziende statali ed i settori maggiormente attrattivi per i capitali cinesi sono infrastrutture critiche di importanza nazionale in settori strategici come trasporto, energia e digitale […].  La Cina attraverso le sue controllate ha quindi accesso ad informazioni di importanza strategica nazionale ed europea a proposito di investimenti talvolta strettamente legati a strategie geopolitiche mondiali come nel campo dell’approvvigionamento di energia o a brevetti ed innovazioni tecnologiche come nel settore digitale e dell’automazione. Tutto questo senza che esista a livello europeo un vero e proprio scudo contro gli investimenti impregnati da intenti politici a volte intrusivi e che talvolta mettono dubbi sul fatto se in settori strategici strettamente legati alla sicurezza nazionale ed europea possa essere accettata la presenza di potenze straniere sulla plancia di comando. Inoltre gli investimenti di aziende italiane ed europee in Cina sono fortemente condizionati da restrizioni di accesso al mercato e quindi il principio di reciprocità non è rispettato mettendo le nostre aziende in una condizione di disparità competitiva che avvantaggia fortemente le aziende cinesi. A differenza dell’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno un sistema di controllo degli investimenti stranieri attraverso il Cifius, cioè un comitato che verifica se determinati investimenti stranieri possano arrecare danno alla sicurezza nazionale. In Europa un tale sistema non esiste ed è solo in discussione ora una proposta della Commissione che praticamente si base su un sistema di coordinamento dei sistemi di screening nazionali […]”.

La Camera dei Deputati ha per parte sua avviato una indagine conoscitiva “per delineare un quadro coerente ed oggettivo sulla politica estera dell’Italia declinata in chiave di strategia energetica, verificandone priorità ed implicazioni geopolitiche nella prospettiva dell’interesse nazionale […]. Il versante euroasiatico rappresenterà un focus di approfondimento nella consapevolezza dell’importanza delle relazioni con attori come la Russia e la Cina, sia a livello bilaterale sia in ragione di progetti transcontinentali come la “Nuova Via della Seta”, lanciata da Pechino. L’attività d’indagine si articolerà principalmente in audizioni di soggetti rilevanti ai fini dei temi trattati […]”.

Corea: giocatori, mosse ed errori dell’interminabile partita atomica – seconda parte

Il sostanziale fallimento dei negoziati multilaterali e il peggioramento dello scenario provocato dalle politiche muscolari alternamente promosse dalla Casa Bianca negli scorsi decenni ha imposto un accantonamento dei paradigmi strategici con cui Seul tradizionalmente si approcciava al problema nordcoreano. Quelli nuovi, stando a dichiarazioni e iniziative del Presidente Moon, sembrano trovare la propria matrice più a Pechino che a Washington. Un pericolo di cu l’Amministrazione Trump è ben al corrente.

Corea: giocatori, mosse ed errori dell’interminabile partita atomica – seconda parte - Geopolitica.info

Seconda parte dell’analisi iniziata con l’articolo Corea: cosa sta allontanando Seul da Washington

Venti anni di (fallimentare) contrasto alla proliferazione

Benché i primi cinquanta anni di alleanza tra Washigton e Seul siano stati caratterizzati da una sostanziale comunanza di veduta rispetto al problema nordcoreano e alla sicurezza regionale (H. S. Moon 2004), una corrente di sfiducia verso le capacità americane di ottenere risultati su questi tavoli di trattativa ha iniziato ad affermarsi nei palazzi governativi di Seul.

Ciò appare comprensibile se si prende in considerazione l’andamento del dossier nucleare in un raggio temporale di almeno un ventennio. A partire dai primi anni Novanta il regime dei Kim ha costantemente sfidato la comunità internazionale ponendo lo sviluppo di proprie armi atomiche al vertice della sua agenda politica, minacciando e poi definitivamente abbandonando il Trattato di non-proliferazione nucleare nel 2003. A ciò avevano fatto seguito gli anni delle trattative del gruppo dei sei – Nord e Sud Corea, Usa, Cina, Giappone, Russia – sfociati in un nulla di fatto certificato dalla ripresa dei test balistici di Pyongyang e dall’abbandono del tavolo negoziale da parte di quest’ultima nel 2009.

Da allora i grandi attori regionali hanno iniziato a differenziare il proprio approccio e le proprie risposte nei confronti delle ambizioni nucleari nordcoreane. Con soddisfazione dei falchi americani, la prima reazione a sud del 38° parallelo è stata un allineamento della Corea del Sud ad una politica di intransigente condanna e inasprimento delle sanzioni internazionali che ha messo fine all’appeasement avviato a fine anni Novanta dal Presidente Kim Dae-jung. Se negli anni Duemila i negoziati multilaterali avevano portato al primo, storico, incontro tra i leader delle due coree, alla firma di un accordo di non aggressione e la crescita di iniziative diplomatiche e commerciali che erano valse allo stesso Kim Dae-jung il Nobel per la pace, nel 2010 ogni progresso è stato interrotto.

Simbolicamente i due maggiori segnali di rottura possono essere individuati nell’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan nel marzo 2010 – un attacco costato la vita a 46 dei 104 membri dell’equipaggio che Seul ha immediatamente attribuito a Pyongyang – e nei negoziati che nel 2016-2017 sono sfociati nell’installazione del sistema anti-balistico americano THAAD (Terminal High Altitude Area Defense).

Se però l’incidente navale aveva avuto delle ripercussioni sul solo piano bilaterale, il secondo evento è stato seguito da un peggioramento delle relazioni della Corea del Sud con tutti i suoi vicini non allineati agli Stati Uniti, quali la Russia e soprattutto la Cina.

La presenza delle tecnologie di difesa americane a pochi chilometri dal proprio territorio ha infatti portato a manifestazioni di piazza a Pechino e negli altri centri urbani della Repubblica Popolare, ma anche al boicottaggio dei prodotti coreani e un calo drammatico dell’interscambio commerciale e del flusso di turisti tra i due paesi (Monaghan 2018).

Al danno economico si è aggiunta la constatazione che l’adesione all’atteggiamento intransigente promosso da Washington non aveva minimamente intimidito Kim yong-un e il suo entourage: al contrario proprio negli anni di maggior tensione si erano registrati i maggiori progressi tecnologici nello sviluppo delle armi atomiche e dei vettori aeree continentali e intercontinentali.

È in tale contesto che è emersa e si è poi affermata una nuova corrente politica sudcoreana favorevole alla ripresa dei negoziati che è oggi incarnata dal partito e della persona del presidente Moon.

Il convitato di pietra cinese

A partire dalla seconda metà del 2017, Seul ha quindi informalmente sposato quella politica di distensione promossa da Pechino che postula il progressivo abbassamento del livello di tensione tramite la rinuncia all’adozione di dure contromisure al programma nucleare nordcoreano, nella convinzione che ciò rappresenti l’unico presupposto capace di garantire, se no alla denuclearizzazione, quantomeno il sostegno di tutte le potenze coinvolte alla sicurezza della regione contro possibili attacchi nordcoreani.

Ciò ovviamente si è accompagnato a un consolidamento dei rapporti bilaterali tra la Corea del Sud e la stessa Cina.

Seguendo l’ormai tradizionale schema negoziale descritto da Richard Solomon in Chinese Political Negotiating Behavior (Solomon 1988), Pechino è riuscita ad ottenere dallo storico alleato americano due fondamentali aperture strategiche: la rinuncia all’implementazione del THAAD e il rifiuto all’adesione al quello progetto di costruzione di una “libera e aperta macroregione indo-pacifica” che il Presidente Trump e il Premier giappone Shinzo Abe hanno annunciato nel novembre 2017 (Minegishi 2017).

In cambio Moon ha ottenuto il sostegno del potente vicino alla perenne ricerca sudcoreana di sicurezza, formalizzato nell’accordo sottoscritto nella sua visita nella capitale cinese lo scorso dicembre. Quattro i punti focali dell’intesa:

  1. Nessuna guerra nella penisola coreana sarà mai più tollerata.
  2. Il principio della denuclearizzazione della penisola resta in vigore.
  3. Qualsiasi vertenza internazionale, incluse quelle legate alla denuclearizzazione, dovranno essere risolte per mezzo del dialogo e del negoziato.
  4. Il miglioramento delle relazioni tra le due coree dovrà essere incentivato in quanto funzionale alla pacificazione della penisola.

Senza un simile presupposto, quindi, sarebbe difficile dare spiegazione ad una politica di distensione che ha portato le due Coree ad essere rappresentate dalla stessa bandiera nei giochi olimpici invernali recentemente ospitati da Seul, ma anche allo storico incontro di giugno a Singapore tra Donald Trump e Kim jong-un.


Conclusioni: sfide e opportunità per Donald Trump

Proprio l’incontro di giugno, il primo fra i vertici politici dei due paesi, può essere letto come un evidente segno di avvicinamento dell’amministrazione Trump ai propositi pacifisti della presidenza Moon che mira innanzitutto a riguadagnare la fiducia di Seul e la leadership del processo di denuclearizzazione.

Un passo certamente storico, ma prettamente simbolico e incapace di produrre effetti immediati nella road map che dovrebbe condurre allo smantellamento dell’arsenale atomico di Pyongyang e alla firma del trattato di pace che metterebbe formalmente fine alla decennale guerra con Washington, obiettivi finali di tutti i negoziati. Del resto, a riprova della forte diffidenza della Casa Bianca nei riguardi di Kim e del suo entourage c’è la lentezza con cui sono proceduti nei mesi successivi all’incontro i contatti diplomatici che avrebbero dovuto dare al simbolismo di Singapore la concretezza degli attesi risultati politici.

Uno stallo che Trump ha pubblicamente attribuito al suo interlocutore decidendo a fine agosto di annullare polemicamente la programmata visita in Corea del Nord del suo Segretario di Stato, Mike Pompeo. Ciononostante, pur continuando a mettere in guardia alleati e partner sulle intenzioni di Kim e sulla precocità di misure quali la riduzione delle sanzioni internazionali che ancora colpiscono la dittatura asiatica, gli Stati Uniti riconoscono la persistenza di una ferrea volontà degli alleati sudcoreani di proseguire a passi rapidi verso la normalizzazione dei rapporti con i propri vicini settentrionali.

Non sorprende allora constatare come alla recente notizia di una nuova visita di Moon a Pyongyang il prossimo 18 settembre abbia fatto seguito un’immediata distensione nei toni delle comunicazioni ufficiali: mentre Kim lasciava trapelare dichiarazioni in cui confermava assoluta fiducia verso gli intenti del Presidente Trump, quest’ultimo annunciava mezzo Twitter la sua soddisfazione per il rinnovato atteggiamento cooperativo dimostrato dalla controparte.

Si potrà obiettare che nell’era della comunicazione istantanea simili dichiarazioni lascino il tempo che trovano, tenuto anche conto delle ripetute minacce con cui lo stesso Presidente degli Stati Uniti commentava fino a pochi mesi fa i progressi missilistici dei nordcoreani. Eppure le dinamiche che in Asia spingono Seul verso la pacificazione e l’avvicinamento alla potenza cinese poggiano su considerazioni strutturali di lungo periodo che la Casa Bianca sa bene di non poter ignorare.

In fondo, preso dal ritrovato slancio diplomatico, Kim ha confidato pochi giorni fa a un inviato sudcoreano che il suo obiettivo è poter annunciare al mondo la denuclearizzazione nordcoreano prima del 2021. Un assist elettorale che The Donald saprebbe ben sfruttare nella sua – scontata – corsa verso un secondo mandato.

 

 

Una mappa del contrabbando di sigarette in Italia: criminalità locali e reti globali

La penisola italiana, favorita dalla posizione geografica nel mezzo del Mediterraneo e dalle organizzazioni criminali radicate sul territorio, è eccezionalmente flessibile e preparata alla gestione dei traffici illeciti, in grado di cambiare a grandi velocità le modalità, i mezzi e gli stessi prodotti coinvolti nel contrabbando di tabacco a seconda delle situazioni. Secondo quanto riportato dal KPMG nel suo Project Sun 2017, l’Italia ha nel campo del contrabbando uno spirito di adattamento non riscontrabile in altri paesi. Infatti, nonostante le fonti del tabacco illecito cambino continuamente, il consumo resta stabile intorno al 5.8% del totale delle sigarette consumate.

Una mappa del contrabbando di sigarette in Italia: criminalità locali e reti globali - Geopolitica.info

Photo Credits to: Lindsay Fox at EcigaretteReviewed.com

 

Il contrabbando di tabacco ha subìto in Italia un fortissimo calo nei primi anni 2000, per poi aumentare gradualmente dal 2008 e raddoppiare tra il 2011 e il 2012. Nel 2012, infatti, con il consumo di 2.8 miliardi di sigarette, la penisola ha raggiunto il secondo posto nella scala dei consumi illeciti europei, posizionandosi tra la Polonia (4.5 miliardi) e la Grecia (1.7 miliardi), con un incremento sorprendentemente veloce. Nel 2015 risultava essere al quinto posto per contrabbando e contraffazione di sigarette, dopo Francia, Polonia, Regno Unito e Germania. Anche la contraffazione ha infatti livelli molto alti in Italia, che, su scala europea, insieme a Regno Unito e Polonia, copre oltre la metà del mercato di questi prodotti.

Al momento, tuttavia, i prodotti illeciti a base di tabacco più consumati in Italia sono le illicit whites, le sigarette di marchi tassati unicamente per il consumo locale, che vengono esportate illegalmente in altri Paesi e lì vendute a prezzi estremamente bassi. I principali paesi fornitori di sigarette illecite in Italia, ma anche in altri Paesi dell’Europa occidentale, sono quelli dell’est europeo, a causa dei maggiori profitti che si possono ricavare sfruttando la differenza di prezzo dei pacchetti nei diversi Stati. I prodotti a base di tabacco, infatti, hanno in Ucraina, in Polonia, in Bielorussia e in altri Stati dell’Europa orientale prezzi eccezionalmente bassi rispetto alla media europea. La vendita delle merci illecite a un prezzo maggiorato (pur sempre inferiore a quello delle sigarette legali) in Paesi come Germania, Italia, Francia o Inghilterra garantisce dunque guadagni ingenti. La criminalità est europea, inoltre, ha iniziato a intessere rapporti di natura commerciale con le mafie nostrane subito dopo la caduta del muro di Berlino, sperimentando rotte e modalità che negli anni si sono sempre più consolidati, raggiungendo anche una sorprendente abilità nell’evitare le minacce degli organi di controllo.

Il contrabbando di tabacco, inoltre, si dimostra particolarmente conveniente perché, rispetto ad altri traffici illeciti, offre diversi vantaggi: controlli più rari, più blandi e pene meno severe. I ricavati ottenuti da un crimine minore come quello del contrabbando, tuttavia, si traducono spesso in finanziamenti riutilizzabili in altri traffici molto più gravi, come la tratta di esseri umani, di armi o di stupefacenti, oltre che nelle vere e proprie attività terroristiche.

I marchi più noti inseriti nel circuito illegale italiano sono Marlboro, Pall Mall e Winston. L’alto tasso di contrabbando di marchi famosi a Napoli, registrato nel Report 2017 di Intellegit, ne fa probabilmente la città da cui queste sigarette provengono e da cui si diffondono fino alle estremità della penisola. Anche le illicit whites Regina, American legend e Em@il sono altamente presenti nel territorio napoletano, ma sono diffuse anche a Bari, Palermo e Milano. È plausibile che Napoli abbia un ruolo centrale anche nell’importazione e nel trasporto delle illicit whites. È stato infatti stimato che nella sola Campania, sottoposta al diretto controllo della camorra, sia concentrato il 33% del contrabbando italiano.

Fonte: Intellegit, 2017

I gruppi criminali italiani coinvolti nel traffico di tabacco sono perlopiù affiliati alle associazioni mafiose della sacra corona unita pugliese e della camorra napoletana, ma anche della ‘ndrangheta calabrese o della mafia siciliana. Inoltre, la malavita nostrana ha costanti contatti con gruppi criminali d’oltremare, sia dei Paesi dell’area balcanica, sia del Regno Unito.

Il contrabbando ha infatti assunto una connotazione propriamente imprenditoriale a livello transnazionale che permette di controllare e seguire ogni fase del processo grazie al coinvolgimento di gruppi criminali di diverse nazionalità. In particolare, la camorra mantiene contatti costanti con la criminalità cinese, che si occupa anche di contraffazione, e con quella rumena. Molti dei prodotti illeciti fabbricati in Cina, dopo essere partiti dai porti di Shenzhen, Huangpu o Xiamen, passano per Dubai e sbarcano generalmente nel porto calabrese di Gioia Tauro. Anche la criminalità albanese coinvolta nel contrabbando di tabacco, secondo i dati forniti dalla Direzione Nazionale Antimafia nel 2015, è ancora in crescita in Italia, procedendo di pari passo con l’incremento demografico e la capillare distribuzione sul territorio. Sono coinvolti nel traffico di t.l.e. anche gruppi criminali di nazionalità bulgara e georgiana, attivi soprattutto nelle aree più ricche dell’Italia centro-settentrionale, a Roma e a Milano in particolare, e a Bari e dintorni.

L’evoluzione in nuove e intricate reti delle organizzazioni criminali, una volta fermamente legate al controllo del territorio e dalla struttura gerarchica, rende il crimine più pervasivo, oltre che decisamente più funzionale e adatto ai traffici illeciti con paesi anche geograficamente lontani. Il recente e progressivo perfezionamento delle mafie verso questa nuova imprenditorialità ha reso possibile un ampliamento del mercato, arrivando a cancellare quei confini tra gruppi criminali che normalmente pensiamo quasi come fisicamente esistenti. Le organizzazioni mafiose, infatti, nonostante siano rimaste, almeno parzialmente, legate al controllo territoriale, non ne fanno più un tratto distintivo assoluto e immutabile: nel nome di un interesse economico, i vari gruppi riescono a collaborare instaurando relazioni di tipo economico, condizionandosi a vicenda e modificando un intero sistema a livello internazionale.

I gruppi criminali, non più così nettamente distinti come nella prima metà del secolo scorso, stanno adottando un approccio globalizzato, accorciando le distanze e moltiplicando i profitti. Non sono più solo le mafie locali a trarre vantaggi dal commercio illecito di sigarette nel territorio italiano, ma anche tutte quelle organizzazioni criminali, anche di stampo terroristico, coinvolte nelle varie fasi del trasporto o della vendita dei prodotti.