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Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington

Negli ultimi anni lo Stato del Myanmar è stato oggetto di interesse delle principali potenze mondiali, diventando di fatto terreno di confronto fra Cina e Stati Uniti. Quali sono i fattori che hanno determinato tale situazione?

Myanmar, un difficile equilibrio tra Pechino e Washington - Geopolitica.info

Tre sono gli elementi di maggior rilievo che hanno permesso un miglioramento delle relazioni politiche e diplomatiche tra Myanmar e Stati Uniti: il “Pivot to Asia”, avviato nel periodo dell’amministrazione Obama, il ruolo di Aung San Suu Kyi, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1991, e come ultimo punto bisogna ricordare il timore americano per la politica revisionista cinese che rappresenta una costante minaccia alla superiorità internazionale americana. Il “Pivot to Asia”, che abbiamo ricordato essere stato attuato dall’amministrazione Obama, rappresenta un elemento caratterizzante della politica estera americana. È importante far notare come tale strategia non sia esclusivamente inerente alla sfera politico-diplomatica, ma come implichi ingenti investimenti nell’ambito economico e militare nell’area dell’Asia-Pacifico. Il “Pivot to Asia” rientra difatti nel più complesso piano di contenimento e bilanciamento della potenza cinese nei territori asiatici, con il fine dunque di tutelare il peso internazionale americano. 

Non è da sottovalutare inoltre l’importanza rivestita da Aung San Suu Kyi, Consigliere di Stato del Myanmar; la figura politica di Suu Kyi è strettamente legata al processo di democratizzazione che ha investito il paese negli ultimi anni a partire dalla data cruciale del 2015, anno in cui il NDL (National Leauge of Democracy), partito della vincitrice del premio Nobel , acquista la maggioranza dei seggi in Parlamento. La carriera politica di Aung San Suu Kyi, contraddistinta dalle lotte politiche intraprese contro il regime militare allora al potere, è stata sostenuta e apprezzata nel tempo da Washington e Bruxelles. Questi ultimi hanno fortemente appoggiato le battaglie della donna, considerata una paladina della democrazia, in quanto vista come figura potenzialmente in grado di attuare una politica di rottura e di chiusura contro la Repubblica Popolare Cinese. 

D’altra parte, non si può trascurare il travagliato rapporto che Myanmar intraprende con la potenza cinese. L’elemento che più influenza i rapporti tra i due stati è geografico; L’ex Birmania rappresenta oggetto di profondo interesse per la Repubblica Popolare Cinese in quanto possiede un accesso diretto all’Oceano Indiano e, dunque, una possibilità di aggirare lo Stretto di Malacca, riuscendo così a risolvere quello che Hu Jintao ha delineato come “Malacca Dilemma”, e di una riduzione di tempi e costi delle attività commerciali. Altro fattore di cooperazione è la sfera commerciale che unisce i due paesi, in quanto il Myanmar esporta in Cina ingenti materie prime, tra le quali gas, petrolio e pietre preziose. Il Myanmar inoltre confina con la potenza cinese per oltre duemila chilometri; tale frontiera è stata fonte di attriti tra i due paesi, proprio per la questione della presenza lungo di essa di minoranze etniche e per le politiche adottate dal Myanmar in materia. I rapporti tra i due Stati subirono un raffreddamento sotto la presidenza di Thein Sei, il quale cercò un avvicinamento e un miglioramento dei rapporti diplomatici con Washington e decise l’interruzione dei lavori di costruzione della diga Myitsone, progetto gestito dalla China Power Investment Corporation. Questo particolare periodo di tensioni subì un cambiamento nel 2015, data in cui Aung San Suu Kyi visitò Pechino dove venne accolta dal presidente e segretario del partito comunista cinese, Xi Jinping. L’incontro, che avvenne in vista delle elezioni previste per quello stesso anno, nacque dalla necessità della certezza e della tutela degli interessi  economici esistenti tra i due paesi.

Il 2020 si apre con due eventi cruciali per le relazioni interazioni del Myanmar: la visita ufficiale di Xi Jinping nel Myanmar che viene inaugurata il 17 gennaio e il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja riguardante la minoranza mussulmana dei Rohingya. 

Il 17 gennaio 2020 il presidente cinese arriva nello stato del Myanmar, l’anno in cui si celebrano peraltro i 70 anni di relazioni diplomatiche tra i due Stati; Il fine principale di tale incontro , che finisce quasi per assumere un significato simbolico, risiede nel rafforzamento della sfera politico-economica e nell’affermare la presenza cinese in tale territorio. Verranno firmati difatti più di trenta accordi che rappresentano una conferma delle relazioni politico-economiche tra l’ex-Birmania e la Repubblica Popolare Cinese.

Altro evento di fondamentale rilevanza è il verdetto espresso il 23 gennaio di quest’anno della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sulla questione della minoranza mussulmana dei Rohingya, la quale ha stabilito che lo Stato del Myanmar, portato in giudizio dal Gambia, dovrà prendere tutte le misure in suo potere per garantire a tale comunità il rispetto degli obblighi stabiliti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. Ciò che ha indotto il Gambia a portare il caso di fronte alla Corte è stata la violazione massiccia e ripetuta dei diritti umani fondamentali, denunciata dall’emigrazione di massa verso il Bangladesh della minoranza mussulmana. Gli atti illeciti commessi dal Tatmadaw (le forze armate birmane)nei confronti dei Rohingya hanno destato la riprovazione e la condanna della comunità internazionale e soprattutto hanno comportato un raffreddamento nei rapporti con Washington e Bruxelles.  Il 29 aprile 2019 il Consiglio dell’Unione Europea, a causa della continua violazione dei diritti umani, ha prorogato di un anno le misure sanzionatorie in vigore nei confronti del Myanmar; Tali misure restrittive riguardano l’embargo sulle armi e sulle attrezzature utilizzabili nella repressione interna del paese stesso. Il regime sanzionatorio “vieta altresì di fornire addestramento militare alle forze armate del Myanmar (Tatmadaw) e la cooperazione militare con le stesse”*.  Stando a quanto riporta Bloomberg News, il ministro del commercio del Myanmar, Than Mynt, ha risposto alle sanzioni avvertendo che le misure approvate dall’Occidente stanno provocando un avvicinamento dei legami con gli alleati asiatici, e più specificatamente dunque con la Repubblica Popolare Cinese. Anche la  “paladina della democrazia” Aung San Suu Kyi è stata fonte di pesanti critiche per il ruolo rivestito e le posizioni prese di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja rispetto alla questione dei Rohingya. Suu Kyi è stata fortemente decisa nel prendere le difese del Tatmadaw, dichiarando l’inconsistenza delle accuse e l’incompletezza del quadro che risulta essere inoltre fuorviante. Abbiamo già ricordato come gli Stati Uniti appoggiarono nel tempo le sue battaglie politiche nella speranza, che possiamo considerare ormai erronea, di una possibile uscita del Myanmar dall’orbita di influenza asiatica e soprattutto cinese. 

Possiamo dunque comprendere come un paese “lillipuziano” come il Myanmar, per esprimerla nei termini di Robert Keohane (“Lilliputians dilemmas: Small States in International politics”,1969), sia fondamentale per analizzare il più ampio confronto a livello internazionale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese.

Cina, Russia e Cuba: i nuovi alleati contro il virus

Quali assetti geopolitici nel mondo post-coronavirus? No, stavolta la bandiera a stelle e strisce non sventola più. I primi cargo arrivati in Italia, carichi di mezzi e uomini per combattere il virus – nuovo nemico di una guerra invisibile, portano nuovi colori: il rosso della bandiera cinese, il tricolore russo e il “pantone” della rivoluzione castrista.

Cina, Russia e Cuba: i nuovi alleati contro il virus - Geopolitica.info

A Bresso, come ricorda la Repubblica, il vessillo maoista con le 5 stelle lo si trova sulle auto della protezione civile e sul comune (già dal 13 marzo), la bandiera rossa a cinque stelle di cui quella più grande simboleggia la guida del Partito Comunista Cinese. L’interpretazione popolare vuole che le quattro stelle più piccole rappresentino le quattro classi sociali: gli operai, i contadini, gli studenti e i soldati. “Dalla Russia con amore” sono arrivati domenica, a Pratica di Mare, 9 aerei Ilyushin76 con tonnellate di materiale e numerosi medici sventolando il Trikolor russo “fonte” dei colori panslavi (bianco, blu e rosso), adottati da molte delle bandiere nazionali dei popoli slavi come simbolo delle loro radici comuni.

Nota geopolitica: non sono mai atterrati tanti aerei e tanto personale russo in un paese della NATO, da sempre.

Infine, ultimi in ordine di arrivo, i 52 medici cubani che hanno portato allegria e fiducia domenica a Malpensa e poi i loro colori: la Bandiera della Stella Solitaria, creata nel 1850 ma adottata ufficialmente solo nel 1902. Le tre strisce blu rappresentano gli stati in cui era suddivisa l’isola all’epoca, le due strisce bianche simboleggiano la forza del combattere idealista, il triangolo rosso l’uguaglianza, la libertà e la fratellanza, la stella solitaria a cinque punte è simbolo dell’assoluta libertà rispetto alle altre nazioni.

Nota curiosa: è una delle due bandiere di stati socialisti attuali (l’altra è quella del Laos) a non usare nessuna simbologia comunista. Un’accelerazione geopolitica, quindi, abbastanza evidente nell’ambito della profonda crisi sanitaria che ha investito l’Italia che vede gli Stati Uniti, il nostro alleato storico, sempre più sullo sfondo.

Chi si ricorderà delle foto dell’unico aereo americano che ieri è partito dalla base tedesca di Ramstein in Germania per arrivare in quella di Aviano, zeppo di aiuti medici arrivati in Italia senza bandiere e clamore? È il governo a sciogliere ogni dubbio: “Il nostro compito è dare la caccia a mascherine e respiratori, non guardiamo al colore degli aiuti che ci arrivano”. Luigi Di Maio ha un solo obiettivo: cercare mascherine e respiratori, la Via della Seta – aperta in tempi non sospetti – sta rispondendo al nostro SOS.

Ricorda Formiche.net “Se trent’anni fa mi aveste detto che entro il 2019 l’America si sarebbe ritrovata in un’altra Guerra fredda, contro un’altra superpotenza comunista, non vi avrei creduto”, scriveva nel 2019 sul Sunday Times lo storico Niall Ferguson. Invece, dal commercio alla sovranità tecnologica, dal confronto militare al braccio di ferro sugli alleati europei, Stati Uniti e Cina sono ormai in guerra, in uno scontro acuito dal coronavirus, un evento storico che, davvero, potrebbe riscrivere gli equilibri internazionali.

Gran parte della solita retorica dell’ombrello Nato e della famiglia europea si sta sciogliendo come neve al sole, proprio nel momento del bisogno reale.

Chi sono davvero, oggi, i nostri “amici”?

Covid-19: una svolta per la sfida della Cina all ‘ordine liberale?

Col passare delle ore sta diventando chiaro che il COVID-19 non produce solo quei tragici effetti in termini di vite umane a cui tutti noi stiamo assistendo, ma che speriamo restino temporalmente circoscritti grazie all’enorme sacrificio compiuto dall’intero personale sanitario e alle gravose (sebbene assolutamente necessarie) modifiche imposte al nostro stile di vita. L’emergenza in corso rischia di avere anche risvolti politici di scala globale, che probabilmente diventeranno meglio visibili solo negli anni a venire.

Covid-19: una svolta per la sfida della Cina all ‘ordine liberale? - Geopolitica.info

Quella che inizialmente era sembrata un’improvvisa battuta d’arresto per l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese (RPC), sia sotto il profilo della crescita economica che del soft power, si è trasformata in un’incredibile occasione da cogliere per la strategia revisionista che Pechino sta attuando nei confronti dell’ordine internazionale liberale.
Procediamo per gradi. Anzitutto, definendo il bersaglio della sfida cinese. L’ordine internazionale liberale, già prefigurato a Washington durante la Seconda guerra mondiale e realizzato su quella parte del mondo non caduta nella sfera di influenza sovietica durante la Guerra fredda, ha preso forma compiutamente globale nel triennio 1989-1991. Tra i suoi “pilastri” figurano: 1) un divario incolmabile – almeno momentaneamente – tra gli Stati Uniti e gli altri Paesi nelle principali dimensioni del potere (diplomatica, militare, economica, intellettuale); 2) la diffusione della democrazia e dell’economia di mercato, per favorire trasparenza nei processi decisionali, interdipendenza tra le nazioni e, di conseguenza, una maggiore propensione alla cooperazione; 3) le Organizzazioni internazionali, intese non solo come luogo di interazione – e potenzialmente di condivisione delle scelte – tra la potenza egemonica, i suoi alleati e i suoi partner, ma anche come strumento di progressiva integrazione dei suoi potenziali sfidanti nell’ordine internazionale; 4) la volontà degli Stati Uniti di esercitare la leadership, fornendo agli altri Paesi “servizi pubblici” (sicurezza, controllo e regolazione del sistema economico globale); 5) la disponibilità degli altri Stati a riconoscere a Washington tale ruolo.

Il dibattito intorno alla scelta della Cina di contestare l’ordine qui descritto per brevi capi, assumendo una postura “revisionista”, da almeno venti anni è oggetto di dibattito nella letteratura delle Relazioni internazionali. Le interpretazioni sorte in merito sono molto eterogenee. Soprattutto gli studiosi cinesi (Yan; Zhao) tendono a negare che Pechino sia interessata a questo genere di sfida, in quanto la cultura politica nazionale sarebbe diversa da quella occidentale. Pertanto, interpretare le politiche cinesi secondo i nostri paradigmi consueti (potenze conservatrici/revisioniste; strategia del balancing/bandwagoning) ci farebbe cadere in un pericoloso errore di interpretazione. Altri, invece, già da tempo sostengono che la sfida della RPC è già in atto e rischia di riportare gli assetti globali verso un riequilibrio di tipo bipolare (Allison; Layne; Kagan). Altri ancora, sostengono che il revisionismo cinese sia reale ma, al tempo stesso, connotato da una natura “incrementale” in quanto circoscritto ad alcune dimensioni funzionali e quadranti geopolitici e attento a evitare una competizione serrata con gli Stati Uniti (Mearsheimer; Mastanduno).
Secondo chi scrive, l’ultima interpretazione finora era la più convincente per tante ragioni. Anzitutto, perché i vertici del Partito Comunista Cinese avevano di fronte alcuni modelli di comportamento da non imitare, come quelli della Germania nazista e dell’Unione Sovietica la cui sfida “rivoluzionaria” – ovvero frontale e attuata in tutte le dimensioni – agli ordini guidati dalle potenze anglo-sassoni si concluse in un’immensa catastrofe. Sebbene l’impasse militare degli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan e la crisi economico-finanziaria del 2007/2008 fossero stati considerati come indicatori dell’intervenuta instabilità degli assetti internazionali del post-Guerra fredda e l’ascesa al potere di Xi Jinping nel 2012 come un acceleratore del revisionismo cinese, la politica estera del “Dragone” negli anni successivi appariva ancora ispirata al suggerimento di Deng Xiaoping «mantieni il profilo basso e aspetta il tuo tempo». La RPC, infatti, è sembrata evitare accuratamente una competizione con gli USA sul modello della Guerra fredda, mantenendo le sue azioni sempre al di sotto di una certa soglia di scontro (come la sostanziale astensione dall’utilizzo degli strumenti militari o la riduzione della deterrenza nucleare all’incerta assicurazione di un second strike).

Alla Casa Bianca è generalmente prevalsa questa percezione della controparte, come la National Security Strategy del 2017 – quella firmata da Donald Trump e che per la prima volta accusa pubblicamente la Cina di “revisionismo” – è intervenuta a confermare. Nel documento strategico, d’altronde, si parla di una sfida da parte cinese – e russa – al potere e agli interessi degli Stati Uniti. Tuttavia, la RPC viene identificata come la principale minaccia nella dimensione economica, mentre in quella militare il governo americano ne parla in questi termini solo nel medio-lungo termine. Inoltre, il documento nulla dice sulla sfida cinese ai modelli e ai valori occidentali, così come rimane su un livello di analisi prevalentemente regionale delle sue politiche revisioniste.

L’emergenza COVID-19 potrebbe – sottolineo, potrebbe – costituire un punto di svolta in questo senso, ovvero un passaggio da una sfida di tipo “incrementale” o “indiretta” a alla competizione aperta. Dal punto di vista di Pechino, infatti, l’attuale crisi ha agito come uno stress test nei confronti degli Stati Uniti e dei loro alleati. Anzitutto, ha dimostrato la fragilità delle economie occidentali, che hanno registrato i maggiori crolli di borsa dal 1987 e probabilmente patiranno molto più di quanto ci si aspetti nei prossimi mesi/anni come conseguenza della chiusura di centinaia (o, purtroppo, migliaia?) di imprese, della rovina di tanti liberi professionisti e dell’aumento esponenziale dell’intervento statale nell’economia.
In secondo luogo, ha fatto registrare l’incertezza degli Stati Uniti di voler ribadire la loro volontà “di guida” dell’ordine internazionale. Oltre ai messaggi di solidarietà di rito, Washington non fatto molto altro per combattere il contrasto del virus nel mondo (o, meglio, ha fatto meno di quello che ci si aspetterebbe da una potenza-leader). E anche quando ha compiuti gesti concreti – si pensi all’ospedale da campo recentemente montato a Cremona – lo ha comunicato il minimo indispensabile, probabilmente per evitare di far circolare in patria la percezione di un presidente intento a spendere il denaro dei taxpayer americani all’estero in un anno elettorale.

Inoltre, ha esasperato le contraddizioni interne a organizzazioni-cardine dell’ordine liberale come l’Unione Europea. Questa ha dimostrato scarsa efficienza al suo primo grande appuntamento con la storia, confermando che il livello di azione degli Stati resta decisivo per la sicurezza dei cittadini (si noti, un tipo di sicurezza che poco ha a che fare con quella militare). Il blocco delle vendite di mascherine e di altri materiali sanitari tra Paesi membri, l’assenza di un protocollo comune con cui trattare l’emergenza, la sospensione di Schengen e il comportamento irresponsabile di Christine Lagarde – ricordiamolo, titolare del perno intorno a cui ruota il processo di integrazione europea – rischiano di lasciare un segno indelebile nella memoria collettiva degli europei, che potrebbe provocare la radicalizzazione dei partiti sovranisti e lo spostamento sulle loro attuali posizioni di alcune forze politiche moderate.
Infine, l’emergenza Coronavirus ha offerto a Pechino l’occasione di verificare su larga sala la sua capacità di contro-narrazione. E, dal suo punto di osservazione, i risultati sono stati più che positivi. La RPC, infatti, ha visto crescere il suo consenso globale nelle ultime settimane come mai avrebbe potuto immaginare solo a inizio marzo. Non crediamo certamente di offrire ai nostri lettori uno scoop rilevando che sempre più persone – in Italia, come all’estero – non solo non sono più convinte che il Coronavirus arrivi da Wuhan (non a caso Trump non perde mai l’occasione per definirlo Chinese virus) ma, grazie a un’accurata opera di disinformazione attuata scatenando troll e media compiacenti, cominciano a pensare che questo sia stato creato in qualche laboratorio occidentale (meglio se “amerikano”) per piegare l’irresistibile ascesa cinese, o sia stato sfruttato da Washington per un fantomatico sbarco in Europa (o, almeno, in questi termini ne ha parlato sui social l’esercito dei troll in riferimento all’esercitazione NATO Defender Europe 2020).

Tale dato non è solo preoccupante in quanto rischia di contribuire al declino del primato americano (le egemonie sono per definizione transitorie), ma anche perché rafforza l’ascesa internazionale di un regime totalitario, con tutte le conseguenze sia in termini di esercizio del potere e controllo sugli altri Paesi, che in quelli di esportazione strisciante di un modello antitetico a quello della liberal-democrazia. Purtroppo, l’impressione è che i politici italiani – come molti loro colleghi europei – non abbiano ancora avuto il tempo, la volontà o le capacità per riflettere sul fatto che decisioni prese in momenti “critici” determinano conseguenze di lungo periodo che possono rivelarsi esiziali per il destino di una nazione. La speranza è che, semmai si dovesse realmente concretizzare l’incubo di una nuova competizione bipolare (stavolta USA-RPC), l’Italia non scelga di schierarsi dalla parte sbagliata.

Dalla disfatta alla vittoria. Lo shift della Cina passa per l’Italia.

Le ragioni dell’intensificazione della pressione cinese per costruire una narrazione sulla pandemia sono molteplici, dalla necessità di mostrare l’efficienza dell’apparato statuale all’opportunità di rilanciare la proiezione del Paese al di fuori dei confini nazionali.

Dalla disfatta alla vittoria. Lo shift della Cina passa per l’Italia. - Geopolitica.info

Nel mezzo dell’emergenza sanitaria Covid-19 in Italia la pressione cinese per costruire una narrazione alternativa sull’origine del virus e sul successo di Pechino nella gestione della pandemia è sempre più evidente.

Pechino ha inizialmente tentato di modificare la percezione dell’opinione pubblica sull’origine della pandemia, alcuni articoli in cui i primi casi di Covid-19 venivano ricondotti a Paesi della regione o agli Stati Uniti sono stati pubblicati in riviste scientifiche e ripresi dalla stampa cinese. Il cambio di strategia è avvenuto dieci giorni fa, quando un funzionario di Pechino ha apertamente messo in discussione l’origine del virus. Fino a quel momento non era mai stata contestata l’origine del Covid-19, neanche nella stampa cinese.

Le ragioni dell’intensificazione della pressione cinese per costruire una narrazione sulla pandemia sono molteplici, dalla necessità di mostrare l’efficienza dell’apparato statuale all’opportunità di rilanciare la proiezione del Paese al di fuori dei confini nazionali. L’emergenza coronavirus in Italia è anche un’occasione per Pechino di rinforzare i rapporti con il nostro Paese. La decisione del governo Conte, presa senza il sostegno del ministro degli Esteri Di Maio, di bloccare i voli da e per la Repubblica Popolare cinese non fu accolta bene a Pechino. La scelta si è rivelata errata in quanto l’Italia non ha potuto monitorare gli arrivi di cittadini italiani dalla Cina e la ricostruzione della filiera del contagio è tuttora ignota. Le conseguenze del blocco dello spazio aereo nelle relazioni sino italiane avrebbero potuto essere molto più gravi. Il Presidente della Repubblica Mattarella è dovuto intervenire direttamente, rivolgendosi al popolo cinese per esprimere la solidarietà italiana.

Non appena i numeri dei contagi italiani sono stati resi noti la macchina della propaganda di Pechino si è immediatamente messa in moto. L’idea di una lotta comune italiana e cinese, contro un nemico invisibile come il coronavirus, vissuta in un clima di fratellanza dai due paesi è la narrazione che Pechino sta tentando di imporre all’opinione pubblica. Molti commentatori internazionali hanno descritto la strategia di Pechino come una Belt and Road sanitaria. Negli articoli apparsi in questi giorni che sostengono la validità dell’approccio cinese è sempre presente una sorta di apologia delle capacità della struttura del Partito Comunista cinese. Un modello dove nel momento dell’emergenza le libertà personali vengono meno e la necessità di una mobilitazione per la difesa della collettività resta l’unica possibile opzione. Ma la strategia di contenimento adottata da Pechino è stata incentrata su un approccio autoritario, modello non applicabile in Italia o in altri Paesi europei.

Non appena le prime misure per contenere la pandemia in Italia vengono rese note la Repubblica Popolare cinese mette in moto una vera e propria macchia della propaganda. Il 10 marzo il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha comunicato sul sito della Farnesina di aver avuto un colloquio telefonico con il suo omologo cinese Wang Yi. Nella telefonata Pechino ha offerto aiuto all’Italia, sotto forma di invio di materiale e personale specializzato, tecnici e medici. In un primo momento si è parlato di donazione, poi la Farnesina ha rettificato specificando che si trattava di un acquisto di materiale sanitari come ventilatori polmonari, tute, mascherine e tamponi per i test. Scoppia una polemica, a cui fa seguito nei giorni immediatamente successivi un comunicato della Croce rossa cinese che comunica la donazione di materiale sanitario. L’aereo proveniente dalla Cina viene accolta dallo stesso ministro degli Esteri italiano all’aeroporto insieme all’ambasciatore cinese e tutto viene trasmesso con una diretta sui principali social network. Una modalità irrituale che è stata definita eccessiva da numerosi giornalisti, anche alla luce delle donazioni e degli aiuti provenienti da altri Paesi. Nei giorni immediatamente successivi le principali aziende cinesi offrono aiuti all’Italia, da Xiaomi a Alibaba fino a Huawei.

La Cina dopo aver sconfitto la pandemia offre il suo aiuto agli altri Paesi, mostrandosi come un modello di efficienza e un attore benevole nell’arena internazionale. Si tratta di un modello ben collaudato nei Paesi in via di sviluppo, sia nella regione asiatica sia in Africa. Una serie di materie prime e un supporto tecnico scientifico. Resta difficile comprendere l’utilità di una cooperazione di questo tipo in un Paese come l’Italia, i dubbi sulle reali possibilità di interazione tra medici cinesi e operatori sanitari italiani nella complessa situazione negli ospedali del Nord Italia sono stati evidenziati da molti esperti. Altri Paesi hanno donato materiale sanitario, come solitamente avviene in questi casi senza attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Attenzione che è stata generata proprio dall’Ambasciata della Repubblica Popolare cinese.

La Cina non è l’unico Paese ad aver sconfitto o contenuto il coronavirus. Ci sarebbe molto da imparare dagli sforzi degli altri Paesi della regione nei confronti della pandemia, da Singapore a Taiwan fino alla Corea del Sud.

Proprio lunedì 16 marzo il ministro degli Esteri Di Maio ha effettuato una videoconferenza insieme ai suoi omologhi canadese, brasiliano, australiano e tedesco con il ministro della Salute e il ministro degli Esteri della Corea del Sud per apprendere le strategie messe in atto da Seoul.

Mentre il ministero degli Esteri taiwanese ha dichiarato di aver informato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) della possibilità di una pandemia in Cina prima della diffusione ufficiale della notizia. La strategia taiwanese di contenimento del COVID19, basata sull’individuazione dei possibili contagiati attraverso l’uso di big data incrociando i dati del database sia della sanità pubblica sia del ministero dei Trasporti non è stato sino ad ora studiato dalle autorità italiane.

Soprattutto le modalità di cooperazione cinese sono apparse troppo simili al sostegno che Pechino offre ai Paesi in via di sviluppo. Un approccio che non può essere efficace in una nazione come l’Italia, ottava potenza economica mondiale dove un sistema sanitario all’avanguardia sta lottando contro una emergenza inedita.

Di questo tema parleranno l’autore, Stefano Pelaggi, e Gabriele Natalizia, Coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info, in un intervento a Radio Radicale oggi, 19 marzo, alle ore 15:00.

Cooperare o competere nello spazio?

Il rinnovato interesse per lo spazio testimoniato in questi giorni dall’amministrazione Trump e i notevoli passi avanti compiuti dalla Cina in questo settore rendono indispensabile una profonda riflessione teorica su questo nuovo teatro operativo e, in particolare, interrogarsi se sia più facile cooperare o competere nello spazio.

Cooperare o competere nello spazio? - Geopolitica.info

Un utile strumento per rispondere a questo quesito può essere il modello sviluppato da Robert Jervis, professore di International Affairs alla Columbia University, nella sua famosa opera “Cooperation Under the Security Dilemma”. Secondo l’autore, nell’ambito delle relazioni internazionali esistono quattro possibili scenari o “mondi” che dipendono da due variabili: la prima è se è in vantaggio l’offesa sulla difesa o viceversa; la seconda è se una postura offensiva può essere distinta da una difensiva. Il risultato è così rappresentato:

Per quanto riguarda la prima variabile, due sono i fattori principali che determinano se sia l’offesa o la difesa ad essere in vantaggio: la tecnologia e la geografia. La prima dipende principalmente dal grado di vulnerabilità delle armi, che, quanto più sono difficili da proteggere in caso di attacco preventivo nemico, tanto prima verranno utilizzate dallo Stato che si sente minacciato. Le tecnologie spaziali sono facilmente attaccabili sia dalla Terra che dallo spazio, tramite numerosissime tecnologie “counterspace” da cui è difficile, se non in certi casi attualmente impossibile, difendersi efficacemente. Questo fa sì che sia l’offesa ad avere un vantaggio importante sulla difesa, così che in caso di conflitto gli asset spaziali siano i primi ad essere colpiti, soprattutto dalla Cina, che cerca un vantaggio asimmetrico nei confronti del suo più potente competitor.

Anche la geografia gioca a favore dell’offesa. Jervis nel suo saggio pensa alla geografia terrestre e descrive alcuni elementi che possono favorire la difesa, come la presenza di Stati cuscinetto o barriere naturali, tra cui montagne, oceani e grandi fiumi. Nello spazio, tuttavia, non esiste alcun tipo di fortificazione naturale o artificiale dietro cui ripararsi, né tantomeno Stati cuscinetto o zone demilitarizzate utili a rallentare l’attacco nemico mentre le orbite, in cui si muovono i corpi nello spazio, sono guidate dalle leggi della fisica che si possono calcolare e modificare, ma non stravolgere.

La seconda variabile da tenere in considerazione per stabilire con esattezza in quale dei quattro mondi ci troviamo è la possibilità, o meno, di distinguere una postura offensiva da una difensiva. Il dilemma della sicurezza è, infatti, fortemente presente se le armi e le dottrine che forniscono protezione ad uno Stato consentono anche le capacità per attaccare. Se ciò non avviene, il postulato base che costituisce il dilemma della sicurezza viene meno, in quanto un Paese può aumentare la propria sicurezza senza diminuire quella degli altri. Se la difesa è in vantaggio sull’offesa il dilemma viene comunque mitigato, ma se poi si aggiunge la possibilità di distinguere le due posture allora la trappola della sicurezza viene quasi completamente disinnescata.

Nel caso dello spazio, però, la possibilità di distinguere tra strumenti difensivi e offensivi si fa ancora più fievole. Per la natura dual-use delle tecnologie spaziali, difatti, è spesso impossibile distinguere persino tra uso civile e militare di un determinato asset. Si pensi, ad esempio, al sistema di navigazione satellitare, oggi comunemente utilizzato da un qualunque possessore di smartphone o ai satelliti per le previsioni meteo, impiegati nella programmazione delle operazioni militari, ma anche dai civili tutti i giorni. Persino i razzi usati per i test delle armi anti-satellite, che dovrebbero essere strumenti unicamente offensivi, possono essere adoperati per lanciare satelliti nello spazio e condurre esperimenti scientifici. Diventa, pertanto, assai arduo accusare uno Stato di mantenere una postura bellicosa e adottare quindi provvedimenti a riguardo, incluse minacce o sanzioni.

Combinando dunque le due variabili di offesa in vantaggio sulla difesa e l’impossibilità di distinguere una postura offensiva da una difensiva nello spazio, individuiamo questa dimensione nel primo dei mondi descritti da Jervis, vale a dire quello doppiamente pericoloso.

Il primo mondo, inoltre, è il più sfavorevole per le potenze dominanti e desiderose di mantenere lo status quo, in questo caso gli Stati Uniti, in quanto non c’è alcun modo per aumentare la propria sicurezza senza minacciare gli altri e ottenerla esclusivamente tramite la difesa è incredibilmente difficile data la vulnerabilità di queste armi. Inoltre, poiché le due posture sono indistinguibili, le potenze in difesa dello status quo acquisiranno lo stesso tipo di arsenale ricercato dai possibili aggressori. La situazione è perciò altamente instabile, la corsa al riarmo probabile, gli incentivi a colpire per primi possono trasformare le crisi in guerre, le vittorie decisive e le conquiste saranno comuni e la cooperazione incredibilmente difficile da raggiungere.

Da quanto argomentato finora, si evince come lo spazio rientri perfettamente in questo quadro. Ciò non implica automaticamente che tra gli Stati Uniti e la Cina dovrà scoppiare necessariamente una guerra per o attraverso lo spazio, poiché non è il solo teatro operativo oggi esistente, anzi, il suo sviluppo è ancora in fase embrionale. Per stabilire con esattezza in quale dei quattro mondi ci si trova bisogna tenere conto di tutte le variabili presenti, militari e non. La sola deduzione logica che ne consegue è che nello spazio, in generale, sia molto più facile competere che cooperare e che, in caso di guerra, lo spazio sarebbe uno dei primi teatri ad essere coinvolto nelle operazioni dei due Paesi in questione. Bisogna ricordare, infine, che una guerra totale nello spazio è comunque poco probabile, in quanto l’enorme mole di detriti che ne scaturirebbe provocherebbe una mutua distruzione spaziale garantita. Di conseguenza, quanto più Pechino diverrà dipendente dalle tecnologie spaziali, tanto più la possibilità che questo catastrofico evento avvenga diventerà remota.

Per concludere, è giusto osservare che la competizione in questo campo non ha solo aspetti negativi, ma è anche in grado di portare a risultati straordinari e avanzare la conoscenza umana come poco altro. Il programma Apollo e il conseguente sbarco sulla Luna non sarebbero mai stati possibili senza il desiderio americano di primeggiare nel campo dell’esplorazione spaziale nei confronti sovietici. La cooperazione ha condotto a risultati di certo non trascurabili, come la creazione della Stazione Spaziale Internazionale, ma la nuova corsa allo spazio consentirà probabilmente all’uomo di raggiungere Marte, qualcosa di incommensurabilmente più elevato di qualunque progetto congiunto mai pensato fino ad ora.