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Le lezioni di Tiananmen ’89, tra riforma e rivoluzione.

Il massacro di piazza Tiananmen (4-Giu-89) divenne immediatamente un caso rilevante nella storia della Cina contemporanea. Superato lo shock iniziale sorsero svariate interpretazioni sul come e il perché della protesta, portando alla luce concezioni diverse riguardo il rapporto Stato-società. In poco tempo gli insegnamenti del 1989 furono recepiti e assimilati da Pechino, a rilento invece dagli osservatori occidentali.

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Spinte dall’alto.

A partire dal dicembre del 1978 la Repubblica Popolare Cinese entrò in un processo di profonda trasformazione economica promosso dalla leadership di Deng Xiaoping. L’obiettivo era ridurre l’enorme divario esistente tra Cina e Occidente in materia di scienza e tecnologia. A tale scopo l’apertura commerciale e l’attrazione di investimenti esteri divennero una priorità. Il piano di riforme implicava di fatto una rivoluzione nel pensiero del partito: il passaggio da un’economia pianificata a una di mercato, dall’autarchia all’apertura e da una società rurale a una urbana. Erano anche messe in discussione le cariche vitalizie, l’eccessiva centralizzazione del potere e persino il principio comunista di una società senza classi. Si trattava di un cambio di rotta rispetto all’epoca di Mao, ma Deng non lo ammise apertamente, l’approvazione dentro e fuori il partito era la sua più grande preoccupazione e non era disposto a diventare il Kruscev cinese. Convinto che i successi economici avrebbero rafforzato la propria reputazione decise di scommettere sulle riforme ritenendo la popolazione capace di sopportare uno shock transitorio e il partito di resistere a possibili spaccature interne. Tuttavia a partire dal 1986 i problemi prodotti dalle riforme economiche provocarono una divisione tra politici riformisti favorevoli a una mite democratizzazione e politici ortodossi contrari a ogni modifica della struttura di potere vigente.

Spinte dal basso.

Le riforme produssero dei cambiamenti sociali nelle campagne e nelle zone urbane. Nel 1984 erano sorte 25 milioni di unità agricole familiari indipendenti e nelle città fioriva il settore imprenditoriale privato dei servizi di ristorazione e vendita-al-dettaglio. Come risultato si costituirono 12 milioni di società private prima del 1987. Nella seconda metà degli anni ottanta si palesarono i problemi tipici del passaggio da una economia socialista a una di mercato: inflazione, disoccupazione e disavanzo commerciale, con ripercussioni sulla produzione (vedi grafico). Lo squilibrio interno colpì soprattutto i lavoratori urbani a salario fisso impoveriti dall’inflazione. Imprenditori e dipendenti privati guadagnavano più dei dipendenti pubblici (operai, medici, funzionari, professori e ricercatori). Quest’ultimi insieme agli studenti universitari cominciarono a manifestare dubbi e critiche al sistema. Le loro aspettative di futura classe dirigente erano frustrate dall’assenza di trasparenza e libertà di espressione. Le proteste studentesche iniziarono nel dicembre dell’86 e, dopo alti e bassi, ripresero vigorosamente in numerose città nella primavera del 1989 con l’adesione di operai e distinti funzionari pubblici. Il minimo comun denominatore dei manifestanti era l’indignazione verso la corruzione nel partito. I quadri locali infatti approfittavano spesso degli spazi di discrezionalità aperti dalle riforme per privilegiare l’interesse personale e familiare. I lavoratori di Pechino sfidarono apertamente il governo formando una federazione sindacale autonoma e lo stesso fecero gli studenti, mentre in centinaia di migliaia occupavano il cuore della nazione: piazza Tiananmen. All’escalation della protesta contribuirono tre eventi contingenti: la morte dell’ex leader progressista Hu Yaobang il 15 aprile, l’anniversario dei moti studenteschi del 4 maggio 1919 e la visita ufficiale di Gorbaciov nella capitale il 15 maggio. I movimenti civili si conclusero però bruscamente il 4 giugno 1989 con l’intervento dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Liberalismo mancato o modernizzazione traumatica?

Le vicende cinesi suscitarono un certo interesse nel mondo accademico aprendo un dibattito sulla genesi e sviluppo della protesta. Una tesi interpretava il “maggio di Pechino” come la conseguenza di un’apertura politica mancata. Il binario delle riforme economiche infatti non andò di pari passo con quello politico. Tale squilibrio portò a uno scontro inevitabile tra una rivoluzione dall’alto guidata dal partito, e una rivoluzione dal basso prodotta dagli effetti sociali delle riforme. In sostanza una crisi di aspettative della nuova società cinese, in sintonia con quello che stava accadendo all’interno dei regimi socialisti dell’orbita sovietica. Un’altra tesi riteneva che la protesta fosse dovuta a problematiche tipiche dei paesi in via di sviluppo. In realtà la mobilitazione nasceva dall’instabilità economica e non dalla formula: modernizzazione economica + chiusura politica = rivolta sociale. Tiananmen non era quindi il risultato di una modernizzazione riuscita che risveglia una coscienza e rivendicazioni popolari, perché il paese non si era ancora modernizzato. Il principale ostacolo alle riforme dall’alto fu non tanto l’assenza di partecipazione politica, ma la maniera in cui venne gestita la riforma stessa, a tratti brusca e asimmetrica.

Lezioni per Pechino.

Il regime superò la crisi al prezzo di una sanguinosa repressione nelle piazze e la fine dell’ala riformista liberale. Il vincitore di lungo periodo fu Xiaoping che dopo una breve parentesi conservatrice riuscì a riprendere le politiche di liberalizzazione economica e apertura al mondo. Aveva ottenuto l’impossibile: neutralizzare l’ala conservatrice del partito e isolare quella più progressista, pur non ricoprendo direttamente le massime cariche del potere. I fatti dell’89 insegnarono che si doveva evitare tassativamente la combinazione di 3 fattori: malessere sociale prodotto di una crisi economica, divisioni ideologiche nel partito, eventi catalizzatori delle lotte sociali scollegate e disperse. A tal proposito Deng preparò con buona riuscita la propria successione, allontanando le minacce di rivoluzioni dall’alto e dal basso. Nel corso degli anni rimpiazzò i veterani del partito con giovani tecnocrati. Parallelamente alla cooptazione di intellettuali e imprenditori impose il precetto di soddisfare i bisogni materiali delle masse. Il partito è sopravvissuto negli anni perché si è dimostrato sufficientemente dinamico ed efficiente, entrando in uno stato di riforma permanente. Nei casi estremi rimane l’opzione del pugno di ferro. Come in tutti i paesi dove il regime si è installato con una rivoluzione, anche in Cina lo Stato dispone di mezzi che mirano a un fine ben preciso: evitare una controrivoluzione.

Lezioni per gli occidentali.

Le vicende dell’89 dimostrarono che era possibile attuare profonde modernizzazioni economiche senza estenderle al campo politico. Il modello di democrazia-liberale non era inevitabile nel cammino della modernizzazione. La lezione fu: lo sviluppo economico-sociale non è un prerequisito della democrazia, bensì un requisito. Non è lo sviluppo in sé ad aiutare la democratizzazione, ma i fattori a esso correlati es. redistribuzione del reddito e maggiore livello di istruzione. Essendo lo sviluppo socioeconomico solo un requisito, non è improbabile che una democrazia sorga in paesi poco sviluppati, come non è detto che una modernizzazione economica porti per forza alla democrazia. Non stupisce infatti che il modello cinese eserciti un certo fascino su quei paesi in via di sviluppo che cercano buoni risultati economici senza concessioni politiche. Il fattore decisivo per la stabilità e la salute di un regime è la legittimità di cui gode il sistema politico presso la popolazione indipendentemente da quale esso sia.

La fine del One Country Two Systems ad Hong Kong e le reazioni occidentali

L’Assemblea nazionale del popolo (NPC) a Pechino ha approvato la risoluzione per permettere al Comitato Permanente della stessa Assemblea di redigere una legge speciale sulla sicurezza nazionale per la regione amministrativa speciale di Hong Kong. I prossimi passi saranno, probabilmente, il passaggio al Comitato Permanente e la promulgazione della legge. Passaggi che appaiono scontati e che potrebbero avvenire già nelle prossime settimane.

La fine del One Country Two Systems ad Hong Kong e le reazioni occidentali - Geopolitica.info

Il Comitato Permanente ha ora il compito di redigere una o più leggi per punire qualsiasi attività o atto che possa mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Nella risoluzione approvata vengono menzionati atti come il separatismo, la sovversione del potere dello Stato ma anche il terrorismo. Si tratta di un disegno di legge che sembra essere molto vago e numerosi osservatori hanno sottolineato come la stessa approvazione costituirà un segnale importante. La risposta di Pechino alle rivolte che hanno attraversato l’ex colonia britannica nello scorso anno non sembra diretta ai manifestanti ma piuttosto alla popolazione di Hong Kong. La Cina vuole mostrare chiaramente ai cittadini, che si erano sostanzialmente schierati a favore delle proteste, la volontà di non permettere ulteriori manifestazioni di dissenso. Secondo la maggior parte degli analisti Pechino vuole creare una distanza tra i manifestanti e la stragrande maggioranza della popolazione. Radicalizzando le proteste e di fatto rendendo isolati i giovani che stanno continuando a manifestare. La prima impressione, ad una settimana dall’approvazione della risoluzione, sembra registrare un effettivo calo rispetto ai numeri dei partecipanti nelle proteste. Si tratta tuttavia di una dinamica estremamente pericolosa. L’età media dei manifestanti si è notevolmente abbassata e tutti i partecipanti alle proteste di piazza sembrano aver adottato una sorta di approccio fatalistico verso l’inevitabile repressione di Pechino.

Le reazioni internazionali alla scelta di Pechino di mettere di fatto fine al One Country, Two Systems che aveva regolato i rapporti tra la Repubblica Popolare Cinese e la regione amministrativa speciale di Hong Kong sono state veementi. Il testo che riportiamo qui integralmente è stato rilasciato dagli Stati Uniti, dall’Australia, dal Canada e dal Regno Unito

“La decisione della Cina di imporre una nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong è in conflitto diretto con i suoi obblighi internazionali in base ai principi della Dichiarazione congiunta sino-britannica legalmente vincolante e registrata dalle Nazioni Unite. La legge proposta minerebbe il quadro di One Country, Two Systems. Aumenta inoltre la prospettiva di perseguire i crimini politici a Hong Kong e mina gli impegni esistenti a tutela dei diritti delle persone di Hong Kong, compresi quelli sanciti dal Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici e dal Patto internazionale relativo ai problemi economici, sociali e culturali Diritti.  L’attenzione del mondo su una pandemia globale richiede una maggiore fiducia nei governi e nella cooperazione internazionale. La mossa senza precedenti di Pechino rischia di avere l’effetto opposto. Mentre la stabilità e la prosperità di Hong Kong sono messe a repentaglio dalla nuova imposizione, chiediamo al governo cinese di lavorare con il governo della RAS di Hong Kong e il popolo di Hong Kong per trovare una sistemazione reciprocamente accettabile che onori gli obblighi internazionali della Cina ai sensi delle Nazioni Unite– presentata dichiarazione congiunta sino-britannica”.

Si tratta di una posizione molto dura e inedita per gli alleati di Washington, nei giorni immediatamente successivi la RPC ha inviato segnali chiari di dissenso al Canada e all’Australia. Mentre le reazioni dell’Unione Europea sono apparse flebili e irrilevanti. La partita di Hong Kong sarà cruciale per l’equilibrio dell’Asia Pacifico ma anche per comprendere la reale portata dell’influenza cinese in Europa.

Stefano Pelaggi,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info

L’Europa accelerata, tra lo scontro USA-Cina e le volontà nazionali

Tutto il continente europeo è stato gravemente colpito dal virus e Paesi come l’Italia, la Spagna, il Regno Unito e la Francia hanno registrato centinaia di migliaia di contagi e decine di migliaia di morti, come ormai sappiamo dai costanti bollettini che hanno riempito in maniera spasmodica i mass media. Abbiamo però potuto ascoltare e leggere da molti osservatori come il risultato principale derivato dall’emergenza del Covid-19 sia stato quello di accelerare in maniera impetuosa le dinamiche nazionali e internazionali, già in atto prima dello scoppio della pandemia. Ciò è verificabile sia per lo scontro USA-Cina sia per quanto riguarda le dinamiche intra europee.

L’Europa accelerata, tra lo scontro USA-Cina e le volontà nazionali - Geopolitica.info

Il Vecchio continente, con l’Italia in primis, si è trovato ad essere il campo di battaglia dove le due grandi potenze mondiali, USA e Cina, duellano a colpi di promesse economiche e aiuti sanitari. L’obiettivo cinese, più o meno dichiarato, è quello di sfilare pezzo dopo pezzo i Paesi europei dal controllo che Washington ha avuto negli ultimi decenni. È evidente che per il valore prima culturale e poi economico avuto nel corso della storia, chi detiene un’influenza maggiore sull’Europa avrà la forza di ergersi come prima potenza mondiale.

Pechino, pur con palesi errori e omissioni nella gestione del coronavirus, sembra aver raggiunto già diversi risultati positivi, basti vedere i risultati dei diversi sondaggi fatti in Italia sulla percezione che la popolazione italiana ha delle alleanze internazionali del Paese. Washington si è trovata nella posizione di dover rincorrere la Cina sul piano degli aiuti, forte però di una posizione di partenza nettamente favorevole. Senza contare che al momento gli Stati Uniti sono il Paese con più contagi e vittime accertate, quindi non facili problematiche interne da dover gestire.

Come se non bastasse questa macro contesa, si può dire che il virus ha di fatto scoperchiato il desiderio e la ricerca, volente o nolente, di un ruolo maggiore degli stati nazionali, a discapito ovviamente delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo. L’Unione Europea si sta trovando innegabilmente in difficoltà nel definire delle risposte economiche univoche da dare in particolar modo alle regioni più colpite. Anche nella gestione e convivenza del virus ogni Paese ha di fatto agito autonomamente, ognuno con misure e tempistiche diverse. 

Gli aiuti sanitari tra i diversi Stati europei ci sono stati, magari non immediati, ma molto più di quanto si pensi o sia comparso sulle prime pagine dei giornali o nei programmi televisivi in prima serata. Nelle ultime settimane sono stati numerosi, infatti, i casi di pazienti ospitati in strutture ospedaliere straniere, le tonnellate di materiale sanitario spedite, o equipe mediche ‘prestate’ ai Paesi confinanti. Tutti questi esempi sono però avvenuti senza sbandieramenti o propagande fumose, come quelle cinesi o russe. 

Ma nel momento di crisi, e quindi del bisogno, (ri)affiorano infatti i singoli interessi nazionali che mettono a dura prova una condotta unitaria. Di fatto l’Unione è divisa tra il blocco dei Paesi del Nord (Olanda, Austra, Danimarca, Svezia tra tutti) e quello dei Paesi del Sud (come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia), mentre giocano quasi una partita a sè i Paesi del gruppo di Visegrad con posizioni e allineamenti controversi. La mediazione è affidata inevitabilmente all’asse franco-tedesco, visto il ruolo di potenze continentali, il loro particolare legame, e la capacità di Parigi e Berlino di farsi interpreti meno radicali dei due ‘schieramenti’. Una menzione va fatta per il Regno Unito, ormai non più coinvolto nelle decisioni comunitarie anche se le trattative per la definizione della Brexit sono ancora (stentatamente) in piedi. Londra, colpita duramente dal Covid-19, è impegnata anch’essa nella contesa tra Cina e USA, in particolar modo sul tema del 5G.

Come detto in precedenza queste divisioni esistevano ben prima dello scatenarsi del virus, ma la pandemia ha fatto sì che le tensioni più o meno sopite si palesassero. Analizzando il caso italiano, anche se la situazione è abbastanza simile in altri Paesi, si sono ancora di più polarizzate le contrapposte visioni di chi pensa ci sia bisogno di un’Unione Europea più vicina, stabile e attiva, poichè reputa necessaria una risposta multilaterale alle sfide attuali globali (vedasi Covid-19), e chi invece pensa che l’UE abbia fallito ed è pronto ad andare oltre facendo affidamento sulle forze del proprio Paese. L’antieuropeismo spesso è derivato dai risentimenti verso singoli Paesi ‘colpevoli’ di sfruttare una posizione di vantaggio, economico e non, ai danni dell’Italia, soprattutto nelle questioni che hanno tenuto banco in questi anni nell’agenda europea: la crisi finanziaria e i flussi migratori. Una posizione cresciuta esponenzialmente soprattutto negli ultimi mesi.

Nel futuro prossimo, visto il sempre più probabile protrarsi del virus nei mesi a venire, queste dinamiche evolveranno nel nostro Paese ed in tutto il continente europeo. Lungi dal voler indicare la correttezza di una delle due visioni, poiché sarebbe impossibile motivarla in poche righe; quello che per chi scrive appare necessario è il superamento di sterili ‘arroccamenti’ su proprie posizioni, ostinatamente presenti in entrambi gli schieramenti, senza tentare di operare una sintesi capace di racchiudere al proprio interno la vera volontà del Paese. 

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

La scacchiera geopolitica dell’asse Usa, Europa, Cina: i Balcani

Quando negli anni precedenti alla crisi del 2008 l’Europa politica si rifiutò di accogliere la sfida lanciata da Pechino per cercare di attuare una progressiva de-dollarizzazione dei mercati internazionali, certamente non immaginava che da lì a poco sarebbe andata incontro a una crisi di secondo livello capace di portare i debiti sovrani a toccare quote vertiginose. Mal digerito il rifiuto di Bruxelles, Pechino fu costretta a dirigere i propri commerci oltreoceano, aiutando indirettamente Washington a uscire dalla regressione e a imboccare la via dell’espansione. In poco tempo la crescita americana toccò quota 4% facendo registrare un importane aumento sotto il profilo occupazionale. L’Europa, invece, intraprese una lungo e tortuoso periodo di crisi che acutizzò le differenze economiche tra i Paesi membri. 

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Pechino scruta l’Europa 

Rispetto a quindici anni fa, quando le grandi potenze asiatiche si affrettavano a comprare euro per vendere dollari, oggi l’Europa appare tutt’altro che monolitica. Le spaccature interne, dettare da misure economiche che hanno indebolito i Paesi del Mediterraneo a scapito dei Paesi del Nord (pensiamo ad esempio al cosiddetto terzo shock europeo con l’allargamento dei mercati ad Est), hanno portato i vicini asiatici ad affacciarsi nuovamente sul Vecchio Continente, sondando il terreno per comprendere la profondità delle crepe. Nello specifico, la Cina, dopo aver sperimentato la pratica del soft power in Australia e in molti Stati africani, ha deciso di investire con maggiore insistenza nel quadrante dei Balcani Occidentali, ovvero quello che da molti viene considerato il “cortile di casa” dell’Unione Europea. Il destino dei Paesi dell’ex Jugoslavia sembra da sempre legato a doppio filo con quello dell’Europa Centrale, tornando a ricoprire ciclicamente ruoli più o meno principali per il futuro dell’intero continente.

Oggi, nei Balcani, si sta giocando una nuova partita tra l’espansionismo cinese e quello europeo. Le ragioni interne alla Unione, però, hanno creato una ragnatela di trame specifiche che spesso si scontrano e si sovrappongono a seconda dei casi. Con la pandemia provocata dal Covid-19, molti di questi interessi sono diventati maggiormente visibili, costringendo le parti ad intervenire in maniera più o meno diretta. In questi ultimi giorni sono stati almeno tre gli avvenimenti cruciali che hanno interessato la geopolitica balcanica. 

La Serbia e il Montenegro non sono Stati democratici

In primo luogo, il rapporto del think-tank americano Freedom House ha recentemente retrocesso la Serbia e il Montenegro da “democrazie” a “regimi ibridi”. Infatti, secondo il parere della più antica organizzazione americana per il supporto e alla difesa della democrazia in tutto il mondo, la Serbia negli ultimi 5 anni avrebbe perso molti punti nella graduatoria Nations in Transit, raggiungendo così il Montenegro, che già dal passato anno era stato classificato come Stato non democratico. Nello specifico, le accuse mosse a Belgrado ruoterebbero intorno alla trasparenza di alcuni procedimenti legislativi. Infatti, come emerge dal rapporto: “In Serbia, l’opposizione non ritiene di poter difendere efficacemente i cambiamenti politici perché il partito al potere ha lavorato per negargli l’opportunità di farlo, e dubita che potrà mai conquistare il potere attraverso le elezioni. Pertanto, ha scelto di boicottare il Parlamento nelle prossime elezioni del 2020. […] Il Partito di Vučić abusa della sua maggioranza in Parlamento, confondendo le attività del partito con quelle dello Stato, facendo pressione sugli elettori e utilizzando misure sociali per comprare consenso.”

A muovere dei dubbi, però, non è tanto la risoluzione nello specifico, ma più la tempistica di tale dichiarazione. Infatti, in questi ultimi mesi di crisi sanitaria, il governo di Pechino e quello di Belgrado si sono cercati con ancor più insistenza. Gli investimenti del gigante asiatico nell’ex capitale Jugoslava sono di vecchia data: l’allocazione di circa 10 miliardi per l’acquisizione cinese dell’impianto dismesso di Smederevo ( trasformato in seguito in uno maggiori snodi dell’economia interna, nonché fiore all’occhiello nel campo dell’export), e il finanziamento per l’ammodernamento della linea ferroviaria Budapest-Belgrado ( il cui costo di circa 1,7 miliardi è stato erogato dalla Exim Bank of China per l’85%), testimoniano come l’interesse cinese si muova verso gli Stati adiacenti all’Unione Europea. Inoltre, nel momento del bisogno, il presidente serbo Aleksandar Vučić si è rivolto direttamente a Pechino per chiedere aiuti e dispositivi di sicurezza per fronteggiare la virulenza del Coronavirus. Quanto domandato è stato immediatamente corrisposto, a costi di favore e in misura superiore per quantità. In quest’ottica, le recenti dichiarazioni di Vučić, secondo cui “l’unico Paese che può aiutarci è la Cina”, hanno tutto il sapore di un proclamo anti-Occidentale tramite il quale la Serbia cerca il suo agognato riscatto. 

Il vertice di Zagabria

Tanto negli States quanto in Europa, gli annunci di Belgrado hanno risuonato come un vero e proprio campanello d’allarme, sollecitando azioni immediate. Infatti, altrettanto poco casuale appare il recente vertice di Zagabria tra Ue e Balcani Occidentali. Al termine dell’incontro è stato erogato un pacchetto di circa 3,3 miliardi d’euro che andrà a finanziare il settore sanitario della Regione, attraverso la fornitura di beni essenziali. Altri 750 milioni di euro saranno destinati alla microfinanza, mentre quasi 2 miliardi andranno a coprire il settore degli investimenti. Allo stesso tempo, però, l’Europa si congeda senza alcun tipo di pianificazione o programmazione economica futura, e senza nessuna nuova spinta coesiva tra le diverse etnie presenti nel territorio.

 Nelle sei pagine del documento finale emergono solamente raccomandazioni e consigli, spesso, però, verosimilmente irrealizzabili per la realtà infrastrutturale di alcuni Paesi. “Gli investimenti – sostiene la relazione finale – sono di fondamentale importanza per stimolare la ripresa della Regione sul lungo termine e sostenere le riforme necessarie per continuare ad avanzare sul percorso europeo e colmare le disparità. I Balcani Occidentali dovrebbero trasformarsi in economie di mercato funzionanti, in grado di connettersi pienamente al mercato unico dell’UE. Creare posti di lavoro e opportunità imprenditoriali, migliorando il clima degli investimenti e promuovendo lo Stato di diritto…”. 

La teoria, però, è quanto mai distante dalla pratica. Pensiamo a realtà come la Bosnia ed Erzegovina o il Kosovo, dove le reti ferroviarie sono ancora in larga parte inutilizzabili, e nel sottosuolo sono presenti più di un milione di mine inesplose. La tipologia di investimenti esteri di cui parla Unione Europea diventa impraticabile senza prima cospicui finanziamenti a fondo perduto, volti all’ammodernamento delle più basilari infrastrutture. Dall’altra parte, a inizio di quest’anno, proprio l’Unione Europea aveva trovato delle spiegazioni per motivare il suo impegno superficiale nel quadrante balcanico. Secondo quanto emerge dal rapporto The power of perspective: Why EU membership still matters in the Western Balkans, una parte sostanziale delle colpe è ascrivibile agli Stati balcanici, che osteggiano le politiche comunitarie. “Parte del motivo – scrive l’European Council on Foreign Relations – per cui l’UE non è stata in grado di affrontare il lungo stallo istituzionale della Bosnia-Erzegovina è da ricondurre al debole interesse delle élite politiche bosniache a aderire all’UE. Ciò li ha resi solo raramente disposti a soddisfare le richieste dell’UE…”

E in questa infinita serie di dualismi, il ruolo della Cina è diventato sempre più gradito ai Paesi balcanici. Senza porre alcun veto sulle politiche sociali interne o sul rispetto delle minoranze etniche e dei diritti umani, Pechino ha messo sul piatto più di 10 miliardi nella sola Serbia in 10 anni, ha acquistato il 67% del porto del Pireo e ha ristrutturato completamente l’autostrada Salisburgo-Salonicco. Logicamente, l’indifferenza cinese per la sfera sociale, ha fatto sì che i soldi degli investimenti finissero nelle mani di pochi, lasciando i Balcani in preda a una forte corruzione, una preoccupante disoccupazione e al ritorno di partiti fortemente nazionalisti. 

La Cina e l’Italia

Il terzo evento da analizzare riguarda da vicino l’Italia. Come ormai è noto a tutti, immediatamente dopo l’iniziale smarrimento europeo dinnanzi al Coronavirus, tra le prime nazioni accorse in soccorso dell’Italia troviamo proprio la Cina. Per tutto il periodo della pandemica Cina e Italia, ma anche Spagna e Grecia, hanno intensificato le relazioni diplomatiche, utilizzando l’interscambio sanitario come possibile prova generale per futuri scambi economici. Il recentissimo investimento dell’azienda statale Faw nel campo della costruzione e produzione di vetture elettriche e plug-in, ha portato nelle casse dell’Emilia-Romagna circa un miliardo d’euro, aumentando la presenza dell’industria cinese nel Bel Paese. A differenza di quanto operato negli altri Stati, la Cina sperimenterà in Italia una sorta di Soft Power occidentalizzato. Verrà, dunque, utilizzata la forza lavoro locale, permettendo allo Stivale di godere direttamente dell’incremento occupazionale, e non verrà richiesto l’inserimento obbligatorio dello studio della lingua cinese nelle scuole. In cambio, Pechino godrà di nuove importanti fette di mercato estero, incentivando la produzione asiatica nel cuore della Comunità.

Tramite un sempre maggiore numero d’investimenti nei Balcani Occidentali, Xi Jinping spera di arrivare in poco tempo a penetrare nel cuore del commercio europeo. Contemporaneamente, però, cerca di esacerbare le fratture interne dell’Unione Europea per far orbitare intorno a sé i Paesi del Mediterraneo. Per questioni logistiche, realtà come Italia e Spagna, trarrebbero cospicui vantaggi se una parte del commercio europeo provenisse dal blocco balcanico, potendo mettere per prime le mani sui prodotti extraeuropei. Bruxelles, sembrerebbe essersi resa conto dall’insidia, e dunque, avrebbe agito con urgenza finanziando i circa sei miliardi nel vertice di Zagabria. Dall’altra parte, la bocciatura democratica proveniente dall’America, sembrerebbe innalzare Belgrado a moderna cortina di ferro, delimitando la zona d’influenza Occidentale da quella cinese. 

Quali prospettive? 

A pagarne le peggiori conseguenze, però, potrebbe essere la popolazione balcanica, che dagli investimenti asiatici ed europei trae un esiguo giovamento. Infatti, in ambedue i casi i finanziamenti sono rivolti a specifici progetti, che spesso transitano dai grandi centri urbani nazionali. Nessun piano di riqualificazione culturale, scolastica, sanitaria, occupazionale e infrastrutturale, sembra definirsi nell’immediato futuro della Regione. Al contrario, il fatto che le ingenti somme di denaro finiscano spesso nelle tasche di persone relativamente vicine a partiti politici, potrebbe far sì che i mai sopiti spiriti nazionalisti tornino ad ardere in maniera più vigorosa, trascinando i Balcani in nuovi scontri fratricidi. Così come accadde a ridosso del 1914, alle porte d’Europa si stanno sovrapponendo vari interessi finanziari distanti e contrari, che potrebbero far diventare nuovamente i Balcani una polveriera pronta ad esplodere.  

Alla luce di tutto ciò, tornano in mente le parole dell’ex Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan, che in merito alle guerre jugoslave di fine secolo disse: “In Bosnia-Erzegovina viene condotta una guerra mondiale nascosta, poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali e sulla Bosnia- Erzegovina si spezzano tutte le essenziali contraddizioni di questo e dell’inizio del terzo millennio”

L’ultima scommessa di Xi Jinping : la Via della Seta della Salute

Le reti commerciali che collegano il mondo sono da sempre indifferenti a ciò che viaggia lungo il loro percorso che si tratti di merci o persone, eserciti o malattie. Reti che sono state create oggi per il commercio potrebbero essere utilizzate un domani per i conflitti o peggio, potrebbero essere vettori di patogeni letali. Questa è stata la storia che lo sviluppo del commercio e della Via della Seta ci ha insegnato fin dall’antichità e che oggi la pandemia di coronavirus ci ha ricordato.

L’ultima scommessa di Xi Jinping : la Via della Seta della Salute - Geopolitica.info

Improvvisamente tutti i porti, le autostrade, le ferrovie, gli aeroporti e gli hub commerciali che avrebbero dovuto collegare interi continenti si sono trasformati in una corsia preferenziale per l’avanzata del virus. A molti non è sfuggita la quanto mai attuale analogia tra le antiche Vie della Seta, che nel XIV secolo portarono la Peste Nera in Europa, e la moderna Belt and Road Initiative (BRI) che coadiuverebbe il propagarsi del coronavirus. Sebbene l’orizzonte temporale sia totalmente diverso, la Peste impiegò anni prima di raggiungere le coste europee, oggi (grazie anche alla globalizzazione) l’epidemia si è diffusa nel giro di pochi mesi se non addirittura settimane. 

Per stroncare sul nascere parallelismi che potrebbero danneggiare l’immagine della BRI e di conseguenza il soft power cinese, Xi Jinping ha annunciato la Health Silk Road o “Via della Seta della Salute”. Il presidente cinese ha reso pubblica l’iniziativa dopo la telefonata di metà marzo 2020 con il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte. Tutto questo è avvenuto poco prima dell’arrivo di un volo China-Eastern airlines da Shanghai a Milano carico di equipaggiamenti e personale medico. Il timing dell’annuncio non è stato casuale né lo è stata la scelta di aiutare l’Italia prima di altri paesi. Infatti, l’Italia è stato il primo e unico membro del G7 a formalizzare ufficialmente un’intesa per l’adesione alla BRI. Perdere l’Italia, avrebbe significato perdere un riconoscimento politico fondamentale nella strada verso una progressiva adesione di altri paesi europei, come ad esempio Francia e Germania. 

A parte i proclami ufficiali, un’attenta analisi dimostra come l’Health Silk Road fosse già prevista da un white paper governativo del 2017 come parte integrante della BRI. Il suo obiettivo era e rimane tuttora quello di favorire l’integrazione e la connettività sanitaria a livello pan-eurasiatico. La pandemia ha solo accelerato la sua adozione. In linea teorica la Health Silk Road dovrebbe percorrere gli stessi corridoi terrestri e marittimi già previsti dalla Via della Seta terrestre e marittima. Un primo assaggio del suo futuro potenziale è stato il viaggio di 13.000 chilometri di un treno con 110.000 maschere mediche e 776 tute di protezione partito da Yiwu, nella parte orientale della Cina, il 21 marzo, e arrivato in Spagna per sostenere il paese nella crisi covid-19. 

Tuttavia, il destino della Health Silk Road, così come quello della BRI, rimane appeso ad un filo: tutto dipenderà dall’andamento della pandemia e da quanto saranno gravi e prolungati i suoi effetti sull’economia mondiale. Un totale fallimento sembra improbabile, considerata l’importanza del progetto e le risorse dispiegate non solo dalla Cina ma da tutti i paesi coinvolti; ciononostante, un suo ridimensionamento non sarebbe da escludere. Le misure di lockdown nazionale  e la chiusura prolungata delle frontiere potrebbero  portare, e in parte lo stanno già facendo,  ad un serie di effetti a catena. 

Ad esempio, la mancanza di materie prime e forza lavoro dovuta all’interruzione di intere linee di approvvigionamento e all’introduzione  di divieti di viaggio, potrebbe portare al rinvio o al fallimento di interi progetti (come nel caso della linea ad alta velocità Jakarta-Bandung o la diga Batang Toru nelle foreste dell’Indonesia). Non da meno è il rischio di una crisi debitoria generalizzata tra i paesi membri della BRI, già peraltro indebitati fortemente nei confronti di Pechino. 

Dovendo far fronte alla crescente spesa sanitaria, questi paesi si ritroverebbero a dover gestire livelli di indebitamento insostenibili che alla lunga potrebbero portare all’incapacità di onorare il pagamento dei prestiti ricevuti così come, nei casi più estremi, al default. Tutto ciò potrebbe portare da un lato alla sospensione e/o annullamento di interi progetti dall’altro a problemi, per la Cina, in termini di mantenimento della propria stabilità finanziaria interna.

Un futuro dunque incerto e pieno di insidie quello che attende la Via della Seta della Salute, un futuro di crisi o rinnovato slancio che si concretizzerà solo quando la tempesta sollevata dal coronavirus si sarà placata. 

Il sistema del credito sociale in Cina

In Cina vengono sperimentate diverse varianti di sistemi di credito sociale, meccanismi che una volta a regime e uniformati su scala nazionale daranno vita ad un unico Sistema del Credito Sociale (shehui xinyong tixi). Questo strumento, la cui realizzazione richiede un ecosistema che implementi le più moderne tecnologie anche nei contesti quotidiani (dal riconoscimento facciale ai Big Data), permetterà a Pechino di fare un ulteriore importante passo verso la stabilità politico-sociale del paese ed il consolidamento del controllo del Partito Comunista Cinese (PCC). Il rovescio della medaglia, però, è quello della creazione di un vero e proprio sistema di sorveglianza di massa, il primo al mondo per sofisticatezza e diffusione.

Il sistema del credito sociale in Cina - Geopolitica.info fonte: medium.com

Il Sistema del Credito Sociale, del quale oggi esistono diverse varianti in fase di test, si basa sostanzialmente su un meccanismo di premiricompense e sanzioni che dipenderanno dal comportamento dei cittadini. Se un cittadino cinese paga in ritardo una tassa, prende una multa, fa male la raccolta differenziata, suona il clacson senza motivo, gioca troppo ai videogiochi, o non pulisce il marciapiede di fronte al suo negozio, vedrà diminuire il suo rating sociale ed arrivare le punizioni. Con un rating sociale troppo basso non si potranno infatti ad esempio comprare biglietti aerei di prima classe, ottenere prestiti dalle banche, vivere in determinate zone, svolgere determinate attività e lavori, o addirittura lasciare il paese. La cosa più inquietante, quantomeno per noi occidentali con riferimenti ideologico-culturali completamente diversi, è che chi frequenterà persone che hanno un rating sociale basso potrebbe vedersi ridurre anche il proprio. Se si completa poi il quadro dicendo che il rating sociale diminuirà anche se si critica troppo il regime o se si partecipa ad organizzazioni invise al Governo, ecco che emergono chiaramente anche le potenzialità orwelliane del Sistema del Credito Sociale.

“Niente paura” però, una volta che il tuo credito sociale diminuisce puoi comunque recuperarlo facendo buone azioni come assistere gli anziani o fare volontariato per il Partito.

Il Sistema del Credito Sociale sta venendo testato non solo sui cittadini, ma anche sulle aziende. In questo caso i comportamenti presi in considerazione sono ad esempio la condotta finanziaria, il rispetto di norme a tutela dei lavoratori o dell’ambiente, ed eventuali frodi o episodi corruttivi. Il funzionamento è comunque sostanzialmente lo stesso: le aziende “brave” vengono premiate con agevolazioni in termini di prestiti ed appalti; mentre quelle “cattive” vengono punite con maggiori tasse ed ispezioni. I dubbi e le criticità sono in questo caso legate alla ancora poca chiarezza di norme, strutture, competenze di rating spesso sovrapposte, ed indicatori che fanno parte del sistema di Credito Sociale per le aziende. Inoltre, come molti fanno notare, un sistema di questo tipo che entro la fine del 2020 dovrebbe essere applicato anche alle aziende straniere, darebbe a Pechino la possibilità di agire in maniera sostanzialmente extra-giudiziale contro aziende considerate come scomodi concorrenti o nell’ambito delle guerre commerciali.

L‘annus mirabilis per delle finalizzazioni importanti di tali sistemi è proprio il 2020. Secondo i piani di Pechino, entro fine anno il Sistema del Credito Sociale per i cittadini dovrebbe essere infatti fortemente migliorato in termini di efficienza, diffusione e standardizzazione mentre, come già accennato, dovrebbe entrare in vigore anche quello per le aziende estere.

Ma qual è l’obiettivo di Pechino?

L’obiettivo ultimo del Governo cinese è quello della creazione di un database nazionale unico in cui far confluire dati di aziende e cittadini. Database che, una volta ottenuti tutti i dati disponibili, restituirà un punteggio ricavato da tutta una serie di indicatori, interazioni, comportamenti e calcoli algoritmici. Si tratta sostanzialmente di una classifica nazionale che potrà restituire in maniera univoca il rating sociale di persone ed entità che vivono ed agiscono nel territorio della Repubblica Popolare.

Il mezzo usato per ottenere questo risultato è quello della creazione di un sistema che da un lato istituzionalizza, digitalizza e diffonde ulteriormente i controlli e la loro pervasività; e che dall’altro spinge i cinesi a comportarsi bene ed in maniera “armoniosa”, dove armoniosa significa anche in linea con i dettami del PCC e senza attentare al suo status quo.

Se tutto funzionerà nel migliore dei modi (ma ci sono ancora parecchi dubbi e criticità sulle reali tempistiche del progetto), Pechino sarà in grado di controllare l’armonia del sistema su cui governa come mai prima d’ora. E anche se potrà forse mitigare alcune delle problematiche endemiche che affliggono la Cina, come scandali sanitari e contraffazione, il risultato probabilmente più significativo rimarrà comunque quello di poter garantire l’armoniosa condotta di cittadini ed aziende, con buona pace della porosità territoriale e culturale insita nei processi di globalizzazione.

Ma il coronavirus?

Una variabile che ha fatto capolino sul Sistema del Credito Sociale è però quella del coronavirus. La pandemia in atto, originatasi nella città di Wuhan, ha sconvolto i piani dell’intero Pianeta e verosimilmente anche quelli delle autorità cinesi per la realizzazione del Sistema. Tuttavia, proprio l’uso sperimentale di varie sue versioni ha permesso alla Cina di avviare il famoso “tracking via app” dei contagiati. Con qualche opportuna modifica l’infrastruttura del Sistema del Credito Sociale è stata infatti utilizzata per assegnare i cosiddetti codici salute. Attraverso questionari e telefoni cellulari le autorità hanno potuto mettere in piedi un sistema che permette ai cittadini “verdi” (non a rischio di essere stati infettati) di muoversi in alcune città molto più liberamente rispetto ai cittadini “gialli” o “rossi”.

Il tema è simile a quello che sta cominciando ad essere trattato anche qui in Occidente. Con la volontà di allentamento dei vari lockdown secondo molti esperti sarà infatti necessaria l’adozione di uno strumento in grado di mappare e monitorare i contagi e gli spostamenti dei cittadini. La scelta verso cui sembra indirizzarsi è quella dell’utilizzo di app mobili che funzionerebbero via Bluetooth. Il caso esempio che spesso viene fatto, quello della Cina (oltre quello della Corea del Sud).

Il problema è che, come abbiamo visto, anche in questo caso il “modello cinese” sembra funzionare grazie a delle peculiarità socio-tecno-politiche irriproducibili nei nostri contesti. Peculiarità che peraltro sembrano anche introdurre nuovi concetti di cittadinanza e nuove sfide in termini di sorveglianza e libertà personali. Capirlo potrebbe permetterci di usare in modo più efficace i tempi e le energie che stiamo dedicando ad immaginare la ripartenza.

Enrico Giunta,
IxC Informa

Le isole Spratly e Paracels al centro delle dispute territoriali nel Mar cinese meridionale

Il Mar Cinese Meridionale costituisce un complesso terreno di scontro nel quale convergono gli interessi di vari attori internazionali, tra i quali  compaiono la Repubblica Popolare Cinese, Vietnam, Filippine, Brunei, Taiwan e Malesia. Negli ultimi anni il quadro di tale regione è diventato sempre più delicato e cruciale specialmente nella zona delle isole Spratly e Paracelso. Per poter comprendere il contesto attuale è necessario analizzare gli elementi principali che hanno concorso, e concorrono tuttora, a far dei due arcipelaghi un’area strategica.

Le isole Spratly e Paracels al centro delle dispute territoriali nel Mar cinese meridionale - Geopolitica.info

Le ostilità nel Mare Cinese Meridionale hanno radici non molto recenti e che risalgono nel 1947, anno in cui avviene la pubblicazione da parte del Kuomintang (KMT) della cartina che definisce la “linea degli undici punti”, diventati in seguito nove. “La linea dei nove punti” (The NineDash Line) è composta da un insieme di segni tratteggiati che rappresentano le rivendicazioni della sovranità cinese nelle zone marittime dei Brunei, Vietnam, Filippine e Malesia. 

La particolare attenzione rivolta a tale area è dovuta principalmente alle enormi potenzialità commerciali che possiede, ovvero alla grande ricchezza di idrocarburi presenti nel fondale. Tale zona è inoltre cruciale in quanto rappresenta un’area particolarmente produttiva nell’ambito della pesca mondiale e una delle principali rotte marittime verso il nord-est asiatico.

Per quanto concerne le Isole Spratly e Paracelso, la Repubblica Popolare Cinese si è scontrata più volte con il Vietnam per ottenerne il controllo. Fra tali conflitti è pertanto cruciale citarne due: la battaglia nel gennaio 1974 per le isole Paracelso, conclusasi con la vittoria cinese, e la battaglia nel marzo 1988 per le isole Spratly, nella quale una nave vietnamita, pronta a far sbarcare le proprie truppe nell’area, venne affondata dalla controparte cinese.

Tuttavia nel luglio 2016, a seguito di un ricorso presentato dalle Filippine nel 2013, il Tribunale Permanente di Arbitrato dell’Aja ha stabilito che le rivendicazioni cinesi nell’area della “linea dei nove punti” rappresentano una violazione del diritto internazionale e, in particolare, della Convenzione sul Diritto del Mare (UNCLOS). Tale convenzione, che ricordiamo essere stata firmata anche da Pechino, la quale non ha comunque riconosciuto il verdetto della Corte, stabilisce a 200 miglia nautiche dalla costa la EEZ, ovvero la zona economica esclusiva, nella quale lo Stato può esercitare il diritto di sfruttamento esclusivo delle risorse.

In aggiunta alle profonde potenzialità economiche e commerciali del Mar Cinese Meridionale, delle quali abbiamo appena trattato, è fondamentale analizzarel’importanza strategica e militare di tali acque. La Repubblica Popolare Cinese è particolarmente interessata a tale area, e principalmente alle isole Spratly e Paracelso, soprattutto per lo sviluppo della strategia “Anti-Access/Area Denial” (A2/AD); Con tale strategia si intende controllare una determinata area, in questo caso rappresentata dal Mar Cinese Meridionale, per renderla potenzialmente inaccessibile ad eventuali nemici in caso di conflitto utilizzando coordinatamente radar, missili, sensori ed altre tecnologie. Per poter attuare tale strategia Pechino si avvale fondamentalmente dell’utilizzo dei missili balistici antinave DF-21D, anche conosciuti come “carrier killer”, e DF-26 . Quest’ultimo ha fatto il suo debutto in una parata militare a Pechino nel 2015 ed ha la particolare caratteristica di poter raggiungere i 4.000 km e di poter dunque minacciare basi distanti, come ad esempio la base militare statunitense a Guam.

Washington si dimostra essere particolarmente consapevole della potenziale minaccia rappresentata dalla strategia A2/AD, ed è proprio da tale circostanza che è possibile spiegare le varie esercitazioni statunitensi nel Mar Cinese Meridionale; fra tali esercitazioni possiamo ricordare quella del gennaio 2019, condotta dal cacciatorpediniere Uss McCampbell in prossimità delle isole Paracelso, quella estremamente recente dell’aprile 2020, condotta congiuntamente da navi da guerra statunitensi e una fregata australiana e le varie FONOP (Freedom of Navigation Operations), ovvero delle dimostrazioni condotte allo scopo di rafforzare il principio della libertà di navigazione.

Negli ultimi tre anni il quadro di tale area è divenuto sempre più delicato; basti pensare ad esempio alle già richiamate esercitazioni e dimostrazioni o alle esercitazioni condotte congiuntamente dal Regno Unito e Giappone nel 2018 e allo sfiorato scontro tra il cacciatorpediniere statunitense Uss Decatur e un cacciatorpediniere cinese di classe Luyang nelle vicinanze delle isole Spratly.  

Per quanto concerne invece le relazioni che Pechino intraprende con il Vietnam, soprattutto per quanto riguarda la zona delle isole Spratly e Paracelso, non possiamo non notare come di recente siano diventate maggiormente tese. Lo scorso aprile una nave della guardia costiera cinese ha affondato un peschereccio vietnamita nelle acque dell’isola di Woody, tale evento ha pertanto portato ad una decisa opposizione e protesta da parte di Hanoi nei confronti della Cina. Ad aggravare le circostanze vi è inoltre l’annuncio cinese dell’istituzione di due distretti amministrativi, indicati con il nome di Nansha e Xisha, nelle due Isole; il distretto di Nansha amministrerebbe le isole Spratly e il distretto di Xisha gestirebbe invece le isole Paracelso.

E’ cruciale approfondire come Pechino, per il controllo del Mar Cinese Meridionale, faccia inoltre un ampio utilizzo del tanto analizzato soft power. Per poter comprendere in che modo la Cina utilizzi tale strategia è utile richiamare l’incidente diplomatico causato dal cartone animato “Abominable” (“Il piccolo Yeti” in italiano). Uscito nel 2019, il film d’animazione è stato al centro di un vero e proprio scandalo; oggetto di tale scalpore è l’apparizione, nelle prime scene della pellicola, di una cartina geografica rappresentante la suddivisione dell’area del Mar Cinese Meridionale secondo la “linea dei nove punti”. Tale raffigurazione ha portato alla disapprovazione della Malesia, la quale ha permesso la proiezione del film ma con l’eliminazione della parte in causa, delle Filippine e del Vietnam, che ha deciso per il ritiro della pellicola dai propri cinema.

In conclusione, è possibile notare, attraverso l’analisi degli elementi che rendono geopoliticamente interessante l’area, come le isole Spratly e Paracelso siano cruciali per il più ampio confronto a livello internazionale per il controllo del Mar Cinese Meridionale. 

Elisa Ugolini,
Geopolitica.info

Il Coronavirus non blocca il contenimento cinese nel Pacifico

Mentre Washington sta affrontando una pesante crisi sanitaria per via del Covid-19, la strategia di contenimento nei confronti della Cina per la regione dell’Indo Pacifico continua.

Il Coronavirus non blocca il contenimento cinese nel Pacifico - Geopolitica.info

Nei giorni scorsi un membro influente della House Armed Services Committee (Commissione del Senato USA che si occupa delle spese militari e dello stanziamento dei fondi per il Pentagono), il senatore repubblicano William McClellan “Mac” Thornberry, ha depositato una proposta di legge che mira a potenziare ulteriormente il Comando militare statunitense del Pacifico. Nella proposta (denominata Indo-Pacific Deterrence Initiative) il senatore chiede alla commissione di stanziare circa 6 miliardi di dollari per il dipartimento della Difesa al fine di rafforzare il comando militare di Washington del Pacifico, al fine di ultimare nuove strutture militari statunitensi dispiegate nel Pacifico e sostenere ’addestramento delle forze alleate dei paesi della regione. Nella bozza si propone anche di consolidare il dispiegamento a rotazione delle forze militari statunitensi, rafforzare le strutture militari americane di Guam e realizzare una nuova stazione radar nelle Hawaii.

La proposta di legge del senatore repubblicano si inserisce bene nella strategia di Washington, lanciata dall’insediamento dell’amministrazione di Donald Trump, di contenere una possibile espansione geostrategica e geoeconomica di Pechino nella regione del Pacifico, che Washington continua a valutare come strategicamente importante per garantire la propria supremazia e proiezione di potenza.

Se è vero che in questo periodo è difficile fare previsioni certe su come le due maggiori potenze usciranno dalla pandemia, è pur vero che la questione del Coronavirus sembra aver acuito lo scontro sino-statunitense. In questo senso, il mondo cambierà dopo l’epidemia, ma le grandi potenze si stanno già muovendo per ottenere vantaggi significativi Lo scontro egemonico quindi ha coinvolto, dopo la guerra commerciale e tecnologica, anche l’ambito sanitario.

La Regione dell’Indo-Pacifico resterà la priorità per Washington

Per i vertici militari statunitensi il Pacifico sarà il principale fronte caldo della futura disputa egemonica tra gli Stati Uniti e la Cina. Sin dai tempi dell’Amministrazione di Barack Obama, che approntò verso la regione indo-Pacifica la politica del Pivot to Asia, Washington ha tentato di evitare che la Cina iniziasse una espansione aggressiva, cercando al contrario di incanalare le ambizioni. Con l’avvento di Xi Jinping, il lancio del progetto delle nuove vie della Seta, e l’avvento dell’amministrazione di Donald Trump le relazioni bilaterali hanno subito una evoluzione (o, meglio, un’involuzione). 

Da una parte la Cina ha tentato di “estirpare” gli Stati Uniti dalla regione principalmente tramite strumenti geo-economici, dall’altra Washington con Trump ha tentato di frenare l’espansione di Pechino. Con Trump alla Casa Bianca ad esempio si sono intensificati anche i rapporti informali con Taiwan, la piccola isola che resta il principale obiettivo strategico di Pechino e che la RPC mirerebbe a riportare sotto il proprio controllo entro il 2049. 

Molti analisti si domandano se le politiche dell’Amministrazione Trump siano da considerare un unicum, una parentesi quasi patologica della condotta americana. Tuttavia, gli esperti tendono a concordare che il modus operandi di Washington nei confronti della Cina non cambierà direzione se il tycoon dovesse perdere le elezioni 2020. Tutta la classe dirigente di Washington, infatti, ora vede Pechino come il principale competitor degli Stati Uniti. Se da un lato, Pechino ha infatti più volte dichiarato di non avere alcuna intenzione di espandere la propria proiezione politico-militare, anche per via del gap che la divide dagli USA, dall’altro ha significativamente aumentato gli strumenti geoeconomici a disposizione con il progetto delle nuove vie della Seta e ha consolidato la sua presenza nelle organizzazioni internazionali.

Difficilmente, in caso di vittoria del candidato in pectore dei Dem Joe Biden (ex VicePresidente di Obama), i democratici allenteranno la pressione nei confronti della Cina. Il Pacifico, pertanto,rimarrà il fronte principale nella competizione tra Stati Uniti e Cina.

Al centro della nuova guerra fredda? Le scelte strategiche dell’Italia ai tempi della competizione tra Stati Uniti e Cina

Poche volte la scena politica italiana si è polarizzata intorno a questioni di politica estera. Ancor più raramente queste hanno innescato crisi di governo. Pertanto, è abbastanza significativo il fatto che il dibattito pubblico odierno, sulla scorta dell’emergenza Coronavirus, abbia trovato tra i suoi principali “materiali infiammabili” quello del rapporto dell’Italia con la Repubblica Popolare Cinese (RPC).  

Al centro della nuova guerra fredda? Le scelte strategiche dell’Italia ai tempi della competizione tra Stati Uniti e Cina - Geopolitica.info

Una prima avvisaglia della sensibilità nostrana sul “tema Cina” l’avevamo già avuta in corrispondenza della visita “imperiale” di Xi Jinping a Roma e della firma del Memorandum sulla Via della Seta. Al tempo, era subito emersa una divisione tra sostenitori del progetto OBOR e i suoi acerrimi oppositori, mentre decine di mappe e infografiche illustravano le rotte marittime e terrestri dell’inarrestabile avanzata economica cinese. Nel giro di qualche settimana, tuttavia, il rapporto con la RPC si era velocemente eclissato dal dibattito pubblico italiano.

Il ritorno – e che ritorno – di fiamma si è avuto con l’esplosione della pandemia COVID-19, che ha alimentato sentimenti oscillanti tra gli italiani nei confronti della Cina. A inizio marzo questa era generalmente considerata l’origine del Coronavirus e il suo regime accusato di essere parte in causa della sua diffusione, avendo inizialmente blindato ogni informazione in merito. Oggi, invece, è per lo più guardata come un leader nella lotta al morbo e un numero crescente di italiani considera auspicabile un’intensificazione dei rapporti tra Roma e Pechino a discapito di quelli con gli alleati tradizionali (sondaggio SWG). Tuttavia, non possiamo prevedere quali saranno gli effetti sull’opinione pubblica italiana dell’escalation di accuse che arriva dagli Stati Uniti, dal governo ai servizi di intelligence, passando per i maggiori media nazionali (compresi quelli più ferocemente anti-trumpiani).

La contrapposizione che è emersa sembra in qualche modo evocare alcuni dei tratti caratterizzanti che la Guerra fredda assunse in Italia, tanto che molti osservatori ne parlano come della “nuova” Guerra fredda. Anche se, marxianamente, non è dato sapere se dopo il tragico confronto tra USA e URSS la storia si ripeterà sotto forma di farsa in quello tra USA e RPC, sono comunque ravvisabili quattro differenze principali tra le due dinamiche per come hanno preso forma nel nostro Paese. 

La prima, naturalmente, è relativa alla componente militare. Centrale nel primo caso (si ricordi che tra le ragioni della caduta del Governo Craxi 1 fu la crisi di Sigonella) e quasi del tutto assente nel secondo. Non si tralasci, tuttavia, che l’attuale competizione tra Washington e Pechino si sta sviluppando lungo direttrici relativamente nuove per la dimensione della sicurezza, come il dominio cyber, il 5G, il controllo dei big data e ora, causa COVID-19, le pandemie.

La seconda diversità è l’assenza di una connotazione ideologica, che rende la dialettica tra Washington e Pechino molto più simile alla politica di potenza ottocentesca che ai confronti titanici del Novecento (prima quello tra liberalismo e fascismi, poi quello tra liberalismo e comunismo). Anche in questo caso, tuttavia, stiamo assistendo ad alcuni cambiamenti. Proprio in questi giorni il vice-consigliere per la Sicurezza nazionale dell’Amministrazione Trump, Matthew Pottinger, ha parzialmente riportato al centro dell’attenzione il fattore ideologico. Intervenendo al Miller Center, infatti, ha spiegato che alcuni dei valori universali respinti da Pechino provengono direttamente dalla Cina. Quindi, è solo l’ideologia comunista ad essere in contraddizione con loro, e non la cultura cinese in quanto tale a dispetto di quanto sostiene il regime di Pechino che ne contesta l’universalità. 

La terza differenza va rintracciata nella dimensione economica della competizione tra USA e PRC. Questa era assente durante la Guerra fredda. I due blocchi, infatti, erano contraddistinti da sistemi di produzione e consumo antitetici e non comunicanti. Pertanto, il confronto in tema di economia aveva uno spessore prevalentemente teorico, ovvero era legato a quale modello fosse migliore per conseguire il benessere e il progresso dell’umanità (economia di mercato o economia pianificata?). Al contrario, oggi entrambe le potenze partecipano a un sistema capitalista che si dipana su scala globale. Non solo, sono anche profondamente interdipendenti. Allo stesso modo, anche le economie dei principali alleati degli Stati Uniti, tra cui l’Italia, sono contraddistinte da una profonda integrazione con il mercato e la finanza cinesi. Di conseguenza, se l’Unione Sovietica fu impegnata principalmente in azioni di propaganda ideologica e spionaggio militare nel nostro Paese, la Cina profonde la maggior parte dei suoi sforzi proprio nel tentativo di legarlo il più possibile al suo sistema economico (il progetto OBOR rappresenta solo il culmine di un lungo percorso).

La diffusa convinzione tra la nostra classe dirigente che l’economia costituisca un terreno politicamente neutrale, dove gli scenari win-win sono più frequenti dei giochi a somma zero, ha fatto sì che alcune scelte rilevanti per la competizione tra Stati Uniti e Cina siano state prese – quanto meno – alla leggera. È da questo atteggiamento che deriva l’ultima grande differenza tra la competizione della Guerra fredda e quella attuale nel nostro Paese. La natura ideologico-militare della prima permise una distinzione netta tra lo schieramento filo-americano, composto dai partiti di centro-sinistra, di destra e dal PSI a partire dal 1956, e quello filo-sovietico, composto dal PCI fino a inizio anni Ottanta e dal PSI fino al 1956. La natura in buona parte economica del confronto tra Stati Uniti e Cina, invece, fa sì che le divisioni attraversino trasversalmente i partiti italiani. Sebbene alcuni siano percepiti nel complesso come più filo-cinesi di altri, in verità quasi tutti i partiti hanno al loro interno una componente più o meno consistente che strizza l’occhio a Pechino. 

A tal proposito, tuttavia, è opportuno ricordare che nonostante l’export italiano stesse registrando buoni numeri sul mercato cinese prima del COVID-19, difficilmente potrà superare i livelli già raggiunti anche dopo il riflusso della crisi. E non solo perché l’attesa contrazione della domanda cinese, che sarà alimentata come in un circolo vizioso dal basso potere d’acquisto occidentale previsto per i prossimi anni, modificherà le abitudini di parte delle classi media e alta della RPC a cui i nostri prodotti sono destinati. 

Intervengono, infatti, anche altre due ragioni. La prima riguarda la struttura del nostro sistema economico. La presenza di poche imprese di grandi dimensioni, infatti, non facilita la nostra penetrazione in Cina e rende più difficile l’azione diplomatica a suo supporto. Le esperienze del passato, infatti, non sono incoraggianti, su tutte il disastroso fallimento del centro dell’eccellenza agroalimentare tricolore Viva Italia a Pechino nel 2009. 

La seconda riguarda il vantaggio competitivo che altri Stati occidentali vantano rispetto a noi per via dei rapporti che hanno tradizionalmente intessuto con la Cina. Marco Polo, Matteo Ricci e, perfino, la breve parentesi coloniale di Tianjin (le concessioni straniere sono considerate in Cina come il momento più umiliante della storia nazionale) sono stati recentemente citati come esempi della vicinanza tra Roma e Pechino. Ma l’Italia è arrivata alla Cina e alla cultura cinese in grande ritardo rispetto ad altre potenze. Eminenti sinologi e orientalisti italiani hanno dato un grande contributo allo studio della lingua e della cultura di questo Paese, ma si è trattato di casi isolati. Rispetto a Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti la nostra conoscenza della Cina è avvenuta principalmente attraverso lo studio della lingua, tanto che la maggior parte degli esperti nostrani di “affari” cinesi si è formata in questo ambito specifico per poi essere chiamata ad occuparsi di altro. Tale condizione naturalmente si è tradotta in un deficit cognitivo di quella realtà e in una maggiore difficoltà a interagire con essa in un settore strategico come quello economico.

Gabriele Natalizia e Stefano Pelaggi,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info