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New Start e capacità nucleare della Cina: il caso degli ICBM

Il 22 e il 23 giugno scorso a Vienna si sono tenute le trattative russo-americane riguardanti il futuro del trattato New Start. Da un lato, la parte russa si presenta al Palais Niederösterreich, luogo in cui si sono svolti i colloqui, con l’obiettivo primario di estendere per altri cinque anni il trattato, dall’altro la controparte americana mira a gettare le basi per una possibile entrata della Repubblica Popolare Cinese nel New Start. La mancata partecipazione di Pechino pertanto riporta all’attenzione i delicati temi del controllo degli armamenti e delle capacita nucleari del dragone.

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Il New Start

Il trattato New Start (New Strategic Arms Reduction Teatry), firmato a Praga da Obama e Medvedev nel 2010, costituisce l’unico trattato bilaterale in materia di controllo degli armamenti ancora in vigore fra Russia e Stati Uniti. Le trattative riguardanti il futuro del trattato risultano essere particolarmente significative, soprattutto se analizzate tenendo contestualmente conto della recente uscita degli Stati Uniti dal trattato INF e l’annuncio del ritiro dall’Open Skies.

Il New Start vincola i contraenti a non possedere più di 1550 testate schierate, e più specificatamente fissa a 800 il limite di missili balistici intercontinentali (ICBM), missili balistici lanciati da sottomarini (SLBM) e bombardieri strategici; a completamento di tali disposizioni, il trattato stabilisce che entrambe le parti non possono detenere più di 700 ICBM, SLBM e bombardieri effettivamente schierati. La validità dell’accordo è di 10 anni e pertanto, essendo entrato in vigore il 5 febbraio 2011, avrà effetto fino a febbraio 2021.

Come menzionato, La delegazione russa, guidata dal Viceministro degli Esteri Sergei Ryabkov, si è presentata a Vienna principalmente con l’intento di estendere per altri cinque anni il trattato; d’altro canto Washington, la cui delegazione è stata invece guidata dallo Special Presidential Envoy for Arms Control Marshall Billingslea, ha fortemente richiesto come precondizione essenziale per le trattative la partecipazione della Repubblica Popolare Cinese.

La mancata presenza di Pechino a Vienna il 22 e 23 giugno ha quindi riportato l’attenzione internazionale sulla crescente importanza della RPC nello scacchiere internazionale. Fu Cong, Direttore generale del Dipartimento per il controllo degli armamenti degli Affari Esteri cinese, ha motivato l’assenza di Pechino alle trattative affermando: “Posso assicurarvi che se gli USA dicessero di essere pronti a scendere al livello cinese, la Cina sarebbe felice di partecipare il giorno dopo. Ma, attualmente, noi sappiamo che questo non succederà. Conosciamo la policy statunitense.” Ad oggi, la RPC pertanto non è intenzionata ad unirsi ai negoziati proprio per la mancanza di parità tra il suo arsenale nucleare e quelli dei due paesi facenti parte del trattato.

La capacità nucleare cinese: il caso dei ICBM

Dagli anni ’80 la Repubblica Popolare Cinese ha avviato un programma di modernizzazione dell’arsenale atomico, tanto da arrivare a possedere nel 2019 un numero stimato di 290 testate, suddivise tra 48 SLBM, 180 vettori balistici land-based e alcuni bombardieri strategici. Tale valutazione ha trovato inoltre una conferma nella dichiarazione del direttore della Defense Intelligence Agency (DIA) degli Stati Uniti a maggio 2019: “We estimate (…) the number of warheads the Chinese have is in the low couple of hundreds”.  Nel 2020 tuttavia la stima delle testate nucleari di Pechino sembra aver subito una variazione, come mostrato dall’analisi del Sipri Yearbook del 2020, il quale ha indicato a 320 il totale approssimativo delle stesse.

Nell’analisi della modernizzazione dell’arsenale atomico della Repubblica Popolare Cinese, una menzione speciale va agli sviluppi e i progressi riguardanti gli ICBM, e in particolare relativamente ai Dongfeng-31 (DF-31) e Dongfeng-41 (DF-41).

Il DF-31 e i relativi modelli aggiornati hanno un sistema di lancio che viene definito cold-launched. I sistemi di lancio verticale si dividono in due categorie: sistemi di lancio freddo (cold-launched), in cui il missile viene espulso grazie all’aria compressa prodotta da un generatore di gas che non fa parte del missile stesso, e sistemi di lancio caldo (hot-launched), in cui il missile si accende direttamente nella cellula.

Il DF-31, schierato originariamente nel 2006, ha una lunghezza di circa 15 metri e ha un’autonomia compresa tra i 7.000 e gli 8.000 chilometri; ha dunque la capacità di raggiungere obiettivi come la Russia occidentale, l’India meridionale e Guam, possedendo pertanto un target propriamente regionale. Nel 2007, per la prima volta, è stata presentata una versione modificata del DF-31, ovvero il DF-31A, con un raggio compreso tra i 11.000 e i 12.000 chilometri; ha di conseguenza la possibilità di colpire target decisamente più lontani come le maggiori città delle coste occidentali degli Stati Uniti.

Durante una parata del 2017, nella quale si celebrava il 90° anniversario dell’Esercito Popolare di Liberazione, la Repubblica Popolare Cinese ha presentato l’ultimo aggiornamento della famiglia dei DF-31, ovvero il DF-31AG; Il nuovo modello non presenta grandi innovazioni per quanto riguarda ad esempio la gittata ma presenta enormi vantaggi per quanto concerne la mobilità. Tale miglioramento consiste nell’utilizzo dei TEL (Transporter Erector Launcher) che, a differenza dei MEL (Mobile Erector Launchers), utilizzati invece dai DF-31 e DF-31A, offre una capacità off-road che consente pertanto uno schieramento da una più ampia gamma di posizioni possibili; ciò che penalizzava di più il MEL era difatti la limitata mobilità dovuta principalmente alla mancanza di possibilità di spostamento fuoristrada.

Per quanto riguarda il programma di modernizzazione dell’arsenale nucleare cinese, la più interessante innovazione, almeno per quanto concerne gli ICBM, è stata la presentazione del DF-41. Il primo ottobre 2019 ha avuto luogo una maestosa parata in celebrazione del 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, durante la quale sono stati mostrati numerosi nuovi sistemi d’arma tra i quali ad esempio il missile balistico a medio raggio DF-17 e il bombardiere H-6N. Il vero protagonista della parata è stato però senza alcun dubbio il DF-41, mostrato per la prima volta proprio in quell’occasione.

Rispetto ai modelli precedentemente analizzati, il DF-41 ha un raggio estremamente più ampio, variando tra i 12.000 e i 15.000 chilometri, riuscendo in tal modo a raggiungere persino le coste orientali degli Stati Uniti.

Si è stimato che tale sistema sia in grado di trasportare e rilasciare 10 testate multiple indipendenti (MIRV) in grado di colpire diversi bersagli simultaneamente. E’ opportuno precisare però, come sottolineato dalll’analisi condotta dal Chinese nuclear forces (2019) del Bulletin of the Atomic Scientists, come il DF-41 abbia in realtà una capacità effettiva stimata di circa tre testate multiple indipendenti, con la capacità di carico utile aggiuntiva che sarebbe invece costituita da testate fittizie e decoys.

Conclusioni

A dispetto delle considerazioni sin qui svolte possiamo dunque comprendere maggiormente la particolare attenzione che gli Stati Uniti riservano alla progressiva importanza del ruolo della Cina nello scacchiere internazionale e al suddetto programma di modernizzazione dell’arsenale atomico cinese.

“La competizione strategica a lungo termine con la Cina” viene difatti presentata nel NDS18 (National Defense Strategy, 2018) come una “priorità principale per il Dipartimento”; Pechino pertanto, secondo quanto riportato dal NSS17 (National Security Strategy, 2017),  sfida “il potere, l’influenza e gli interessi americani, tentando di erodere la sicurezza e la prosperità americane.”


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Per quanto concerne la modernizzazione militare e la capacità missilistica cinese, nel Missile Defense Review del 2019 si afferma che “i missili offensivi svolgono un ruolo sempre più importante nella modernizzazione militare della Cina, nelle sue minacce coercitive e negli sforzi per contrastare le capacità militari statunitensi nell’Indo-Pacifico. (…) La Cina ora può potenzialmente minacciare gli Stati Uniti con circa 125 missili nucleari, alcuni in grado di impiegare più testate, e le sue forze nucleari aumenteranno nei prossimi anni”.

Pompeo ha inoltre affermato, proprio in riferimento al trattato New Start, che gli Stati Uniti, la Russia e la Cina sono “tre potenze nucleari con risorse e capacità significative” e che è di fondamentale importanza per loro “unirsi per creare una situazione strategica più solida e maggiormente stabile”. In conclusione possiamo pertanto affermare che non è nei migliori interessi di Washington impegnarsi per un rinnovo del trattato di altri cinque anni che non comprenda la Cina. Pechino dunque rappresenta senza alcun dubbio un elemento da non sottovalutare per il futuro estremamente incerto del trattato New Start.

Elisa Ugolini,
Geopolitica.info

L’aquila, appollaiata sul minareto, tiene a bada il dragone.

L’emergenza derivata dalla pandemia non ha risparmiato nessun Paese del globo. La Cina, paese da cui ha originato il virus, ne ha contenuto l’effetto devastante in pochi mesi grazie ad un rigido protocollo di sicurezza, fatto che ha consentito a Pechino di intraprendere da marzo una rilevante politica di aiuti a molti Paesi colpiti e che le permetterà di guadagnare spazio e influenza, soprattutto in Europa. Il contagio ha colpito anche la principale potenza mondiale, gli USA, non impedendole però di continuare a perseguire precisi obiettivi internazionali, diversificati e in più quadranti, compreso quello mediorientale.Vasto paese dell’area, l’Iran attraversa una crisi economica che dura da più di un anno, causata da sanzioni e misure restrittive. A questa difficile situazione si aggiunge il COVID-19, che porta l’Iran in vetta alla drammatica classifica dei decessi in Medio Oriente. Teheran chiede a Washington una riduzione delle sanzioni sui prodotti medico-sanitari, il cui mancato successo sembra confermare il perseguimento, da parte americana, di una strategia di massima pressione. Le attuali relazioni internazionali tra Iran e USA sono il punto d’arrivo di una lunga storia tormentata e complessa.

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La questione nucleare nelle relazioni USA-Iran

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, priorità degli USA in Medio Oriente sono il contenimento dell’Unione Sovietica, l’accesso alle enormi risorse energetiche della regione e la stabilità politica israeliana. Per circa 35 anni i rapporti politico-diplomatici fra Teheran e Washington sono positivi: l’Iran sostiene gli USA grazie al suo importante ruolo nell’OPEC e nel Golfo Persico, gli USA  appoggiano lo Shah durante il colpo di stato contro Mossadeq.Firmato nel 1957 l’accordo di cooperazione per lo sviluppo del nucleare civile, l’Iran diviene alleato strategico e principale fornitore di gas e petrolio degli USA. Nel 1970 Reza Palhavi ratifica il Trattato di non proliferazione, circoscrivendo le conoscenze scientifiche e tecnologiche al solo uso civile. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, per incompatibilità con il credo sciita, l’ayatollah Khomeini interrompe il programma nucleare. Durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, l’Iran riavvia il proprio programma nucleare in violazione del Trattato, da cui deriva una serie di soluzioni diplomatiche proposte da Parigi, Berlino e Londra, nell’intento di convincere Teheran ad aderire ai protocolli dell’Agenzia per l’energia nucleare. Nel frattempo l’Iran rivendica il diritto di proseguire il proprio programma nucleare nel rispetto del Trattato. Dal 2003, con la caduta di Saddam Hussein, inizia per l’Iran un processo di riaffermazione nella regione tramite la riconquista degli spazi perduti nel ventennio precedente. Dinamica, pare, sottovalutata da parte degli Stati Uniti e che suscita l’atteggiamento ostile di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Nel 2005, con le elezioni di Ahmadinejad, il presidente iraniano rivendica il diritto del Paese di proseguire il programma di arricchimento, rigettando gli accordi precedenti con l’UE-3. Fin dal 2008 è intenzione del presidente statunitense Obama superare l’empasse diplomaticamente: in occasione delle contestate rielezioni nel 2009 di Ahmadinejad, il governo americano temporeggia nel condannare il governo iraniano per le gravi violazioni dei diritti umani, denunciate dal Movimento Verde. Nel contesto delle Primavere Arabe del 2011, l’Iran aumenta il controllo in Iraq dopo il ritiro degli USA, contrasta l’ISIS ed è vicino ad Assad in Siria e ai ribelli Houthi in Yemen. Nel 2013, con l’arrivo del presidente pragmatista Hassan Rohani, si riscontra un miglioramento delle relazioni diplomatiche. Obama riconosce all’Iran il diritto di proseguire il programma nucleare, nel solo ambito civile e nel rispetto del Trattato. Nel 2015, la firma del JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Act) annulla le sanzioni derivate dalla risoluzione 1747, in cambio dell’eliminazione della quasi totalità delle riserve di uranio a medio e basso arricchimento e una drastica riduzione di centrifughe a gas. L’Iran è interlocutore internazionale: nasce nella regione un vero e proprio asse tra quei paesi che cercano di isolarlo, supponendolo emergente “potenza egemone”, legittimata dall’esterno.Dopo l’uscita di Trump dal JSPOA nel maggio 2018, nuove sanzioni indeboliscono l’economia iraniana, a seguito della pressione sull’esportazione del greggio.


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Investimenti cinesi in Iran: un processo travagliato

Fino ad allora la Cina, maggior importatore di greggio del pianeta, sfrutta al massimo i benefici del JSPOA, aumentando le importazioni dall’Iran ed elevandone la collaborazione a Partnership Strategica Globale. Le sanzioni americane, però, costringono Pechino a rivolgersi ad altri Paesi come l’Arabia Saudita. Questo si traduce nella diminuzione del 60% degli acquisti di greggio iraniano nel 2019 rispetto all’anno precedente. Dal 2000 Pechino investe economicamente in Medio Oriente. L’Iran occupa una posizione geografica di rilievo all’interno del mastodontico progetto cinese della BRI (Belt and Road Initiative). Uno dei corridoi terrestri che collegherà l’Oriente all’Europa attraversa Teheran per proseguire in Turchia, costituendo il fulcro del passaggio mediorientale del ponte eurasiatico. Gli investimenti cinesi sono perciò concentrati nella costruzione della linea ferroviaria Teheran-Isfahan e nella elettrificazione della tratta Teheran-Mashhad. Ma la difficile situazione mediorientale attuale (guerra siriana in primis) e la guerra dei dazi innescata da Washington, costituiscono un evidente ostacolo ai progetti cinesi. Pechino, fedele alla sua politica di non interferenza, preferisce adattarsi ad ogni situazione, cercando di trarre il massimo vantaggio dai rapporti economici con i Paesi della regione, senza “inimicarsi” troppo gli USA. In questo complicato mosaico si inserisce l’accordo commerciale del 15 gennaio 2020 con gli USA, il cui settimo capitolo impone alla Cina di acquistare, tra il 2020 e il 2021, 200 miliardi di dollari di merci americane in più rispetto al 2017. In cambio la Trade war iniziata da Trump nel marzo 2018 si arresta, con il dimezzamento di parte dei dazi esistenti. Nonostante il governo cinese si sia dichiarato impermeabile ai dazi statunitensi, l’esoso impegno economico derivato dall’accordo conferma quanto il ridimensionamento delle gabelle sia vitale per l’economia di Pechino, in difficoltà. 

Un mondo post-americano?

In posizione difensiva rispetto all’incedere del progetto BRI, strumento che potrebbe elevare la Cina a principale attore economico del pianeta, gli USA sembrano trarre vantaggio dalla prudente politica del dragone, sempre più orientata a scopi commerciali. L’America di Trump resta dunque all’offensiva, e il propagandato disimpegno americano sembra essere ingannevole: affinché in Medio Oriente non emerga un egemone, riprende piede la strategia del contenimento, che passa per l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo di al-Quds. Auspica forse l’America un cambio di regime? Certo è che l’Iran sembra non avere alcuna capacità egemonica in Medio Oriente, a causa della presenza di Israele e a causa di quei Paesi arabi che, per ragioni etnico-culturali, sono poco disposti a ricadere nella sfera di influenza persiana.


Un mondo post-americano sembrerebbe, oggi, un ossimoro.

L’economia delle Filippine nella disputa fra USA e Cina: la variabile nascosta

Non è un segreto che l’economia del paese asiatico sia fortemente dipendente dalle attività dei suoi cittadini all’estero e, di conseguenza, dai rapporti che Manila intrattiene con i partner stranieri. Inutile a dirsi, la tensione accumulatasi recentemente fra USA e Cina ha trovato terreno fertile nelle Filippine, uno storico alleato di Washington che sembra inclinarsi sempre di più verso Pechino. Il presidente Rodrigo Duterte minaccia da tempo la conclusione del VFA (Visiting Forces Agreement), una mossa che sembra ulteriormente allargare lo spiraglio lasciato aperto ad una maggiore influenza cinese. Pur strizzando l’occhio a Xi Jinping, però, Duterte sa di non potersi slegare dal tutto dagli americani: la sinergia con gli Stati Uniti è fondamentale per mantenere stabile la posizione economica e fiscale delle Filippine.

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Le rimesse

Notoriamente, i filippini sono sparsi in giro per il mondo, con gli Stati Uniti che, per motivi storici e coloniali, ospitano la comunità più nutrita (soprattutto in California). Maggiore attenzione andrebbe prestata però ai lavoratori filippini all’estero, il cui espatrio per motivi lavorativi è caratterizzato da una durata limitata; nelle Filippine, questi vengono chiamati “OFW”(Overseas Filipino Worker), e sono argomento ricorrente nel dibattito locale in quanto le loro rimesse – ovvero la porzione di stipendio che mensilmente rispediscono a casa – ammontano a 33 miliardi di dollari, pari al 10% del PIL nazionale! Per fare un paragone, è quasi lo stesso peso che ha il turismo sul PIL italiano. Sempre mantenendo l’esempio italiano, vediamo che dai lavoratori stranieri in Italia nel 2019 sono partiti circa 9 miliardi dollari, ma ne sono rientrati altrettanti dai lavoratori italiani all’estero. Al contrario, a fronte dei 33 miliardi incassati, dalle Filippine sono “scappati” soltanto 0,25 miliardi, facendo segnare un guadagno netto quasi assoluto. Interessante il caso dell’Arabia Saudita, che presenta numeri pressoché inversi: 33 miliardi usciti, contro 0,33 che sono rientrati; da notare l’alta percentuale di immigrati nella forza lavoro saudita, fra cui – non a caso – si contano tantissimi filippini.

In questo contesto, si osserva che il Medio Oriente ospita il maggior numero di OFW – spesso e volentieri dando adito a dubbi sulle loro condizioni lavorative – ma soprattutto il recente calo nel numero di OFW impiegati in America, e la conseguente crescita in Asia orientale: nel 2014, i lavoratori filippini nella Cina continentale erano il 40% di quelli presenti in America; nel 2017, solo 3 anni dopo, la percentuale è salita a 68.5%; sommandoli a quelli di Hong Kong – anch’essi in crescita – il numero totale di OFW in Asia nel 2017 era quasi il doppio di quelli in America.

Le rimesse svolgono un ruolo talmente importante che l’economia delle Filippine ne è ormai dipendente: i 275 miliardi di pesos (circa 5 miliardi di dollari) erogati tramite il Heal as One Act, firmato da Duterte alla fine di marzo, mirano soprattutto a sostenere quelle famiglie rimaste prive del regolare introito garantito dalle rimesse, e ora sospeso a causa della pandemia di Covid-19. I fondi per queste politiche di assistenza sono ora più che mai vitali per il presidente, la cui granitica autorità è stata di recente incrinata dai fallimenti nella crisi sanitaria.


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Sempre guardando ai dati rilasciati dall’autorità statistica delle Filippine risulta che, oltre al numero di lavoratori, nel 2017 Cina e Hong Kong hanno superato gli USA anche per ammontare di rimesse spedite nelle Filippine, come prova di una crescente remunerazione e, di conseguenza, elemento d’attrazione. Questo fattore, tra l’altro, è dovuto soprattutto alla Cina continentale, e non a Hong Kong: infatti, negli ultimi cinque anni le rimesse partite dalla Cina sono aumentate drasticamente, a differenza di quelle esclusive di Hong Kong, che hanno mantenuto un andamento più lineare. Questa caratteristica in qualche modo riflette la divergenza nelle categorie di lavoratori attivi nelle due aree: nella Cina continentale, infatti, gli OFW sono ben distribuiti fra uomini e donne, e operano in vari settori: istruzione (insegnanti di inglese), intrattenimento (soprattutto musicisti e cabarettisti), agenti commerciali e traduttori, senza contare quelli attivi nel mercato nero (perlopiù spacciatori); a Hong Kong, invece, si conta soltanto un uomo per ogni 20 lavoratrici filippine; si solleva qui la questione delle “collaboratrici domestiche” nell’ex-colonia inglese, che in media guadagnano poco e, in aggiunta, causano uno squilibrio demografico sia nelle Filippine stesse, che nelle proprie comunità immigrate di Hong Kong, portando a serie implicazioni che hanno di recente suscitato forte interesse nei circoli accademici dell’Asia orientale.

In base ai recenti avvenimenti, è lecito aspettarsi un ulteriore travaso di OFW verso la Cina nei prossimi anni: in seguito all’escalation della tensione fra USA e Iran, le Filippine hanno ordinato il rimpatrio di decine di migliaia di connazionali da diversi paesi del Medio Oriente (Libano, Iraq, Iran, ecc.); il governo ha anche vietato al Kuwait, nel 2018, di assumere casalinghe filippine in seguito ad alcuni casi di abuso; infine, con l’esplosione del Covid-19, Manila ha sospeso gli accordi bilaterali relativi al dispiegamento di medici e infermieri – che compongono buona parte degli OFW in America – richiedendo la loro presenza in patria per un migliore contenimento della pandemia.

Economia e politica estera

Economia e politica estera sono indissolubilmente legate, anche in questo caso. All’inizio del 2019, l’amministrazione Trump ha ordinato la sospensione per tutto l’anno solare delle pratiche di visto per i filippini che si recano in America per lavori stagionali. Come abbiamo già riportato sopra, questi offrono un contributo importante all’economia filippina, provvedendo a quasi il 9% delle rimesse complessive. Inoltre, molti di loro fungono anche da ponte fra i numerosissimi filippini che risiedono permanentemente negli USA e i parenti rimasti nell’arcipelago asiatico.

Di contro, l’anno precedente la Cina aveva annunciato un piano per accogliere 300,000 lavoratori filippini, e regolare quindi i processi di assunzione. Nel 2016, il ministro del lavoro filippino aveva dichiarato che in Cina potevano già esserci circa 200,000 suoi connazionali che lavoravano in maniera illegale. Nel quadro generale rientra anche la gestione dell’economia sommersa, dato che viene spesso taciuto: nel 2011, c’erano 72 filippini detenuti nel braccio della morte in Cina, principalmente per traffico di droga; da allora, non sono seguite altre dichiarazioni da parte dei due governi riguardo il numero esatto di condannati.

Per Manila, elaborare una maggiore integrazione con la Cina può indubbiamente essere profittevole nel breve termine. Tuttavia, il beneficio economico non deve essere visto esclusivamente dal punto di vista degli investimenti infrastrutturali: oltre a supportare il consumo interno delle famiglie (bisogni primari, educazione, debiti, ecc.), le rimesse degli OFW svolgono anche altre funzioni nel sistema economico delle Filippine, fra cui quella di fonte di valuta estera, fondamentale per il paese nel mantenere stabile la propria posizione finanziaria e rafforzare la valuta locale, il peso, nonostante i mercati turbolenti (le rimesse sono categorizzate come esportazioni). Anche per questo motivo, una rinuncia totale alla cooperazione con gli Stati Uniti è impensabile, proprio perché la rilevanza internazionale del dollaro non può essere facilmente sostituita. Inoltre, anche sul piano della politica estera il dialogo con Washington dovrà per forza di cose mantenersi costante, se non altro per controbilanciare l’ingerenza cinese che le Filippine, abbandonate a sé stesse, non potrebbero in alcun modo contenere. Come già osservato per il VFA, quindi, anche nel settore finanziario le Filippine si trovano a giocare in una condizione di precario equilibrio tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese, cercando di aumentare i benefici provenienti da entrambe le sponde del Pacifico ma esponendosi anche al rischio di reprimenda da parte di Washington e Pechino.

Le criticità delle proteste ad Hong Kong

La legge di sicurezza nazionale, approvata da Pechino lo scorso 3 luglio 2020, segna un’accelerazione del processo di integrazione di Hong Kong nella Cina continentale che sembra oramai incontrovertibile.

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L’accordo sino-inglese del 1997, che avrebbe dovuto garantire una certa autonomia giuridica e amministrativa di Hong Kong da Pechino almeno fino al 2047, sembra diventata “carta straccia” così come il principio: “un paese, due sistemi”. Un cambiamento determinato non solo da congiunture internazionali, in particolare la guerra commerciale tra Pechino e Washington, l’aumento dell’assertività americana nel Mar Cinese e la contestata ingerenza negli affari interni cinesi tramite Hong Kong ma anche a causa di questioni endogene alla querelle hongkonghese legate alla mal gestione delle proteste di piazza contro l’assorbimento del “Porto Profumato” nell’Impero di Mezzo.

Gli enormi errori compiuti dai manifestanti di Hong Kong hanno fornito a Pechino il “casus belli” per accelerare un processo che era nell’agenda già da molto tempo. Questo risultato è stato causato in primis dalla mancanza di un’organizzazione verticale del movimento di protesta con leader illuminati in grado di arrivare ad un compromesso con i vertici di Hong Kong sui 5 punti enunciati dalla piazza (maggiori libertà democratiche, il rilascio dei cittadini arrestati, il divieto di estradizione dei cittadini di Hong Kong in Cina, un’inchiesta sulla brutalità della polizia, le dimissioni dell’esecutivo della città), instaurando un dialogo politico di lunga durata nella consapevolezza che il “coltello dalla parte del manico” è impugnato da Pechino.

Secondo, l’incapacità di isolare e condannare la parte violenta-fanatica del movimento, spesso oggetto di “un’omertà di piazza” in nome del comune nemico, ha creato tra gli stessi cittadini hongkonghesi una visione distorta dell’immagine del movimento che manifesta per la democrazia e la libertà di pensiero e poi compie atti di aggressione e vandalismo nei confronti dei propri connazionali (come il cittadino pro-Pechino che è stato bruciato vivo dai manifestanti) e delle forze dell’ordine, rompendo quell’armonia sociale che ha da sempre caratterizzato il rapporto tra cittadini e polizia.

Terzo, l’impatto del movimento, sebbene all’inizio nato con propositi costruttivi, ha avuto nel lungo periodo un effetto nettamente negativo sulla stabilità e sul benessere del “Porto Profumato” e quando un movimento invece di unire la società la divide profondamente, allora ha fallito nel suo intento anche perché una larga fetta della popolazione di Hong Kong è contro questo modus operandi dei rivoltosi. In più lo scetticismo nei confronti delle proteste è amplificato dalla presenza di bandiera statunitensi tra i manifestanti e non di quelle hongkonghesi, il che fa presagire la presenza di un’ingerenza esterna negli affari interni dell’ex colonia inglese.

Quarto, la visione strettamente ideologica del movimento non permette di comprendere i rebus geopolitici in gioco nel “Porto Profumato” tra Cina e USA che travalica il sentimento anti-cinese della piazza. Infatti, è utopistico credere che Washington agisca in base a criteri “democratici” come dimostrato ampiamente dal riconoscimento indiretto, ma de facto, della sovranità di Pechino sulla ex colonia inglese avvenuta con l’approvazione da parte del Congresso americano di sanzioni economiche nei confronti della Cina per l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale.

Si è spesso parlato del rischio di “una nuova piazza Tienanmen” ma nessuno delle élite di Pechino vuole un nuovo spargimento di sangue di quelle proporzioni perché è stato un sacrificio troppo pesante non solo per il popolo cinese ma anche per gli stessi vertici che con Xi Jinping hanno assunto un ruolo paternalistico nei confronti dei giovani, consapevoli che nel bene e nel male sono il futuro della Cina e del ritorno dell’Impero Celeste sullo scacchiere internazionale come grande potenza.

Il futuro dell’America Latina passa per la Cina?

L’America Latina sta affrontando una delle più gravi crisi che sia stata mai registrata. Gli sviluppi incerti del nuovo coronavirus e il timore per le ripercussioni economiche future non fanno presagire nulla di buono. Un supporto per ripartire potrebbe arrivare dalla Cina, dai primi anni duemila sempre più presente nell’area e pronta a scalzare definitivamente gli Stati Uniti dall’egemonia economica e commerciale che ancora vantano nella regione.

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L’accelerazione del COVID-19 in America Latina sta mettendo in seria difficoltà la stabilità dei Paesi della regione, evidenziandone le lacune strutturali. La strada per superare la crisi sanitaria per il momento non è ancora stata trovata, nonostante molti Paesi abbiano adottato le consuete misure di contenimento. Le condizioni economiche non sono migliori; infatti stando a quanto riferito lo scorso aprile dalla Commissione Economia per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite (CEPAL), in un report sugli effetti economici e sociali della crisi sanitaria sulla regione, il PIL nel 2020 subirà un calo del 5,3%. La situazione risulta ancor più negativa secondo le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale che, a giugno, segnano un -9,4% per l’anno corrente.

La risposta dei Paesi latinoamericani deve essere rapida e ben strutturata, oltre che supportata da una potenza mondiale che possa garantire slancio e investimenti. Gli Stati Uniti, storicamente dominanti nell’area e che, dall’enunciazione della Dottrina Monroe (1823), definiscono i territori a sud del Rio Grande come “il cortile di casa”, non sembrano in grado di poter soddisfare le necessità latinoamericane, a causa del progressivo disimpegno dell’amministrazione Trump dalla regione e di un contagio interno ancora non controllato. In questo spazio potrebbe inserirsi invece la Cina, già presente in America Latina e desiderosa di mostrare la qualità della propria leadership in ambito internazionale, accrescendo ulteriormente il suo peso commerciale e la sua influenza politica.

La rincorsa cinese alla supremazia americana è iniziata nei primi anni Duemila, quando il Neopresidente George W. Bush, dopo l’attentato dell’11 settembre, decise di alleggerire il controllo sull’area latinoamericana per concentrarsi sul Grande Medio Oriente. L’avanzata cinese è stata caratterizzata da investimenti e prestiti; dal 2000 al 2017, infatti, Pechino ha investito in America Latina 109 miliardi di dollari. Ancor più alta è la cifra dei prestiti erogati dal 2005 dalla China Development Bank e dalla Export-Import Bank of China, pari a 141 miliardi di dollari, di cui l’87% destinati a progetti infrastrutturali ed energetici. Per capire la portata dello sforzo cinese basti pensare che i fondi erogati da Pechino hanno superato quelli emessi dalla Banca interamericana di sviluppo, dalla Banca Mondiale e dalla Banca di sviluppo dell’America Latina.

Oltre al supporto economico-finanziario, la Cina ha trovato nell’America Latina un partner commerciale. L’interscambio tra le due aree è passato da un giro di affaridi 17 miliardi di dollari nel 2002 ai 307 miliardi del 2018. Questo rapido sviluppo è stato agevolato dall’estensione della Belt and Road Initiative verso il Centro e Sud America; in pochi anni sono stati siglati accordi con 18 Paesi dell’area e il prossimo obiettivo è quello di includere all’interno del programma, nonostante tutte le difficoltà del caso, almeno uno tra i Paesi più grandi della regione (Argentina, Brasile, Messico).

La corsa alla supremazia, soprattutto in un periodo come questo, passa necessariamente anche dai progetti di assistenza sanitaria. Come riportato dallo studio del Wilson Centre, istituto di ricerca indipendente americano, il supporto di forniture mediche ai Paesi dell’America Latina è stato, ed è ancora adesso, principalmente garantito da Pechino. A ricevere dispositivi di protezione individuale (DPI), ventilatori e kit diagnostici sono stati soprattutto Brasile (911mila DPI, 29.600 kit e 94 tra ventilatori e altri strumenti), Messico (250.000 DPI, 100.000 KIT e 1.280 ventilatori), Colombia (970.000 DPI, 30.000 kit e 500 ventilatori), Argentina (650.000 DPI, 53.000 kit e 723 ventilatori) e Perù (616.000 DPI, 60.000 kit e 636 ventilatori).

In un periodo di instabilità e incertezze, gli Stati Uniti non sembrano pronti a supportare in modo risolutivo la vicina America Latina. Proprio per questo e a causa di una recessione che metterebbe in discussione gli equilibri sociali, in alcuni casi precari, i Paesi latinoamericani potrebbero avvicinarsi autonomamente alla potenza asiatica, pronta ad assumere il ruolo di guida regionale e a proiettarsi verso una leadership internazionale mai come oggi incerta.

Stefano Di Giambattista
Geopolitica.info

L’energia dei Paesi centroasiatici contesa tra Russia e Cina

La caduta dell’Unione Sovietica comportò lo smembramento delle Repubbliche che la componevano fino al 1991 in vari Stati indipendenti. Per le Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale si aprì una difficoltosa strada verso lo sviluppo economico interno. Difficoltosa poiché la centralizzazione e le gerarchie di eredità sovietica non semplificarono il processo di adattamento ad un sistema economico non più di stampo socialista. In particolare, alcuni settori risentirono del cambiamento repentino più di altri; un esempio è il settore energetico, sul quale per decenni Mosca aveva avuto controllo e autorità.

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Dall’inizio degli anni ’90, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan hanno dovuto riadattare i propri settori energetici alle nuove dinamiche derivanti dall’acquisita indipendenza. Per i primi due decenni, questi tre Paesi hanno potuto contare sui rapporti commerciali con la Russia, declinati in compravendita di materie prime energetiche. Nell’ultimo decennio, invece, il riorientamento verso est ha investito anche le politiche energetiche dei Paesi centroasiatici, tradizionalmente legati all’Oriente e alla Cina, in particolare, per elementi storico-culturali condivisi. Ad esempio, nel 2018, 46.8 bcm (miliardi di metri cubi) di gas naturale sono stati esportati dalle Repubbliche centroasiatiche ai mercati della Cina, mentre solo 16.1 bcm sono stati destinati alla Russia (a cui si aggiungono 5.7 bcm di forniture interregionali).

Il progetto di costruzione del gasdotto TAPI, una linea che dovrebbe attraversare Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India prima di arrivare in Cina, seppur non interessando direttamente i territori delle ex-Repubbliche sovietiche, è vista come un’interessante opportunità per lo sviluppo della regione. Tuttavia, le previsioni indicano che il progetto potrebbe prendere forma solo nella seconda metà degli anni ’20, posticipando, dunque, il reale beneficio per i Paesi della regione e delegandolo all’ipotetica crescita di domanda cinese.

Nel frattempo, in attesa di capire quanto i mercati cinesi attireranno le risorse centroasiatiche nel prossimo futuro, gli attori regionali cercano di muoversi su più fronti. Nel biennio scorso, per esempio, il Tajikistan ha portato avanti un progetto di grande portata quale la costruzione di un’imponente centrale idroelettrica, che il governo di Dušanbe intende utilizzare come vettore per lo sviluppo economico e per lo sblocco del potenziale energetico del Paese. L’Uzbekistan, similmente al Kazakhstan, punta allo sviluppo del settore di raffinazione dei prodotti petroliferi, grazie al quale il Paese potrebbe trarre maggiore vantaggio economico rispetto alla tradizionale esportazione di idrocarburi. Lo stesso principio è applicato al gas, la cui lavorazione è, in ottica di competizione internazionale, più redditizia per Tashkent, in quanto le infrastrutture e le difficoltà logistiche non rendono il Paese un campione dell’esportazione di gas. Nel Kirghizistan, a farla da padrona è l’industria del carbone, tuttavia, negli ultimi anni il Paese ha cercato di svincolarsi da tale paradigma e puntare sulla gasificazione del settore energetico. La compagnia nazionale di produzione di gas naturale kirghiza è di proprietà della russa Gazprom: l’obiettivo è accelerare la gasificazione del Paese e dare nuovi stimoli agli investimenti in campo energetico.


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Gli interessi stranieri sulla regione, prevedibilmente, provengono da Russia e Cina. Per quanto riguarda la prima, è chiaro che il passato sovietico in comune abbia dato frutto a numerosi legami in campo energetico. Si può descrivere l’influenza di Mosca sulla regione come un approccio bidirezionale, poiché essa cambia di grado in base al Paese preso in considerazione. Infatti, Tagikistan e Kirghizistan, i due Paesi meno ricchi di risorse, puntano molto sull’elettrificazione e la produzione di energia da fonti alternative ai tradizionali idrocarburi. Qui, l’influenza russa è più forte: deriva dal controllo che Mosca esercitava in epoca sovietica e si articola in investimenti e acquisizioni di compagnie e assets energetici. La costruzione della centrale idroelettrica in Tagikistan e l’acquisto da parte di Gazprom della compagnia del gas kirghiza sono due esempi dell’influenza russa nel settore energetico di questi due Paesi.

L’Uzbekistan, più ricco di risorse e indipendente dal punto di vista energetico, ha più spazio di manovra, in quanto detiene un settore energetico più facilmente orientabile verso mercati redditizi. In effetti, con l’ascesa della domanda energetica della Cina (prevalentemente di gas naturale, di cui è ricco l’Uzbekistan), Tashkent si è potuta svincolare, almeno in parte, dalla dipendenza dalla Russia che ne caratterizzò i rapporti durante il primo decennio di indipendenza.

I prossimi mesi riveleranno quanto la crescente distanza tra Stati Uniti e Cina influirà sui rapporti energetici tra queste due potenze. L’aumento di volumi di GNL esportati dall’America alla Cina previsto negli anni scorsi si è già ridimensionato negli ultimi mesi, complice la minore domanda di energia causata dalla pandemia. In questo contesto, si fa più forte la collaborazione in campo energetico tra Russia e Cina, le quali prevedono di aumentare l’interscambio di gas naturale e petrolio. Conseguentemente, anche per i Paesi dell’Asia centrale si prospetta un periodo di nuove opportunità. Sarà interessante capire se essi potranno rafforzare i rapporti diretti con l’est asiatico o se la Russia farà prevalere la propria influenza e attirerà verso di sé le risorse centroasiatiche.

Nuove tensioni tra Cina e Giappone nel Mar Cinese Orientale

Torna a crescere la tensione tra Cina e Giappone, con riferimento alla disputa territoriale che vede le due nazioni (più Taiwan) fronteggiarsi da decenni nel Mar Cinese Orientale.

Nuove tensioni tra Cina e Giappone nel Mar Cinese Orientale - Geopolitica.info

Operazioni di ricognizione

Negli ultimi giorni del mese di giugno le autorità giapponesi hanno segnalato una serie di intrusioni rilevanti da parte di imbarcazioni cinesi. La Guardia Costiera giapponese ha fatto sapere che, dal primo gennaio al 31 maggio 2020, il numero di sconfinamenti di navi cinesi all’interno della zona contigua giapponese nel Mar Cinese Orientale è aumentato del 18% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, toccando la cifra record di 495. All’inizio di luglio, le autorità nipponiche hanno inoltre segnalato l’ingresso e la navigazione prolungata di due navi da ricognizione della Repubblica Popolare Cinese all’interno delle acque territoriali giapponesi per un periodo di 30 ore a partire dalle ore 16 circa di venerdì 2 luglio. Si è trattato della più lunga intrusione di navi cinesi nelle acque giapponesi da quando il governo di Tokyo ha acquistato alcune delle isole Senkaku da un privato cittadino, nel 2012. La tensione torna a salire anche a causa della recente decisione, da parte della città giapponese di Ishigaki (nella prefettura di Okinawa), di cambiare la denominazione amministrativa dell’area comprendente anche le isole contese, da “Tonoshiro” a “Tonoshiro Senkaku”, motivando la scelta con la necessità di risolvere un’ambiguità amministrativa. Di tutt’altro avviso è, ovviamente, il governo cinese, che ha definito l’accaduto come una provocazione alla sovranità territoriale della Cina, alla quale Pechino si riserva il diritto di rispondere.

Una disputa che ha radici profonde

L’arcipelago delle isole Senkaku (Diaoyu in cinese), formato da una serie di affioramenti – per lo più isole disabitate e scogliere –, è situato a 170km sia da Taiwan che dall’isola di Ishigaki, e a 330 km dalle coste cinesi. Le isole sono appartenute al Giappone dal 1895, anno della vittoria di quest’ultimo sulla Cina nella Prima Guerra Sino-Giapponese, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando passò sotto l’amministrazione degli Stati Uniti come parte delle Isole Ryukyu. Tale rimase fino al 1971, anno in cui venne restituito a Tokyo. Nel 2012, come già accennato, il governo giapponese “nazionalizzò” tre delle isole contese, acquistandole da un privato cittadino di nome Kunioi Kurihara per 26 milioni di dollari. L’acquisto destò più di un malumore a Pechino, dove fu visto come un atto provocatorio, se non anche un tentativo di sovvertire l’esito della Seconda Guerra Mondiale. Il periodo immediatamente successivo ha visto un costante intensificarsi delle attività militari cinesi nel Mar Cinese Orientale, ad esempio attraverso l’invio di imbarcazioni all’interno delle acque territoriali delle Senkaku.

Il ruolo della guardia costiera cinese

A questo punto è bene ribadire quali siano gli obiettivi strategici della Cina nella regione. La “trasformazione” della Repubblica Popolare Cinese da potenza terrestre a potenza marittima è un fatto relativamente recente, e va di pari passo con la rapidissima crescita economica del dragone. Lo sviluppo del potere navale cinese ha interessato soprattutto le sue capacità di sea denial: la priorità di Pechino è quella di proteggere la sovranità esclusiva reclamata sulle acque all’interno della prima delle “due catene di isole” che separano idealmente il continente asiatico dal resto dell’Oceano Pacifico, ossia quella che circonda il Mar Giallo, il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale.

Una delle chiavi di lettura della disputa nel Mar Cinese Orientale è il ruolo svolto dalla Guardia Costiera Cinese. Negli ultimi anni Pechino ha aumentato il budget a essa destinato, espandendone la flotta e potenziandone le capacità. La GCC ha subìto una vera e propria opera di militarizzazione, tanto che nel 2018 il suo comando è passato sotto il controllo della Polizia Armata del Popolo, a sua volta facente capo alla Commissione Militare Centrale. Nonostante ciò, il reale valore della GCC come strumento fondamentale per far valere le pretese territoriali di Pechino risiede nel fatto che l’impiego della Guardia Costiera – piuttosto che della Marina Cinese (PLAN) – in operazioni di pattugliamento nelle zone contese, permette di rafforzare la presenza di Pechino nelle acque del Mar Cinese Orientale muovendosi all’interno della cosiddetta “zona grigia”. Non potendo tali operazioni essere considerate come veri e propri atti di aggressione, ad essere fortemente limitate sono le possibilità di risposta con la forza da parte non solo del Giappone, ma anche degli Stati Uniti.

Cosa dobbiamo aspettarci?

La campagna di potenziamento delle capacità militari che ormai da anni Cina e Giappone stanno portando avanti, più che una preparazione a una possibile resa dei conti per il controllo delle isole Senkaku, assume le fattezze di una corsa al “rendere superfluo” un conflitto vero e proprio. Poiché Pechino punta a tagliare fuori gli Stati Uniti da quello che considera il proprio cortile di casa, è assai difficile che la Cina effettui un atto di aggressione nei confronti del Giappone, specialmente perché questo avrebbe come prima conseguenza l’entrata in gioco di Washington al fianco di Tokyo, in virtù degli accordi di mutua difesa che legano i due alleati. In ultima analisi, la Cina sembra avere il tempo dalla sua parte: l’obiettivo di Pechino è quello di stabilire un fait accompli, imponendo poco alla volta la sua presenza nell’area. Rimane comunque impossibile sbilanciarsi in previsioni su quali possano essere gli sviluppi futuri della contesa, poiché il confronto strategico tra Stati Uniti e Cina si trova ancora in una fase poco avanzata e non è chiaro quali saranno i suoi futuri sviluppi – se si consumerà soprattutto sul piano economico o sfocerà in un conflitto convenzionale, un’eventualità improbabile sebbene non impossibile.

La strategia A2/AD nella postura militare cinese e giapponese

Nel quadrante del Pacifico occidentale un ruolo fondamentale per la definizione dei rapporti di forza fra i maggiori attori regionali è ricoperto e continuerà ad essere ricoperto dalla strategia A2/AD (Anti-Access/Area Denial). Tale strategia si fonda sull’uso complementare di missili antinave ed antiaerei e flotte aeronavali per interdire o ritardare l’arrivo dei contingenti nemici sul campo di battaglia (A2) oppure limitare la loro libertà di manovra nel caso in cui lo raggiungano (AD), e per questo richiede la disponibilità da una parte dei sistemi d’arma necessari, dai satelliti per la rilevazione del bersaglio ai missili per l’attacco, dall’altra delle piattaforme necessarie ad integrare tali sistemi in un processo fluido ed efficace.

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Scopi e strumenti della strategia A2/AD cinese

Le coste della Cina sono circondate dalla “prima catena di isole”, che si snoda lungo il percorso Giappone-Taiwan-Filippine-Malaysia-Vietnam (la seconda catena segue la linea Indonesia-Marianne-Giappone) ed i cui colli di bottiglia sono passaggi obbligati per le navi cinesi e quindi fondamentali per l’economia cinese e funzionali ad un eventuale blocco navale da parte statunitense.

La Cina necessita dunque di ottenere il controllo del Mar Cinese Meridionale e del Mar Cinese Orientale, sia per proteggere le rotte commerciali che vi transitano sia per impedire attacchi da tali posizioni sulla Cina continentale: a tale scopo, consapevole della propria inferiorità militare rispetto agli Stati Uniti, ha adottato una dottrina di guerra asimmetrica che si concretizza in azioni di guerra ibrida contro gli Stati rivieraschi e nello sviluppo di una strategia A2/AD, con i sistemi d’arma e le piattaforme che essa richiede.

La strategia A2/AD permette infatti alla Cina di irrobustire il controllo sui mari interni alla prima catena insulare e di estendere le capacità offensive fino alla seconda e, identificando come bersaglio privilegiato le portaerei statunitensi, le consente in caso di guerra di rendere estremamente rischioso un intervento degli Stati Uniti, garantendole quindi una posizione di forza ad un eventuale tavolo negoziale per la ricerca di una maggiormente appetibile soluzione politica.

Relativamente allo strumento missilistico, particolarmente rilevanti sono i missili balistici antinave quali i DF-21D e i DF-26. Sarebbe in relazione proprio a queste capacità che si spiegherebbe l’abbandono del Trattato INF nel 2019 da parte degli Stati Uniti che intenderebbero ideare un nuovo regime internazionale allargato alla Cina e relativo a tutti i missili basati a terra aventi portata media e intermedia, così da depotenziare la strategia A2/AD del Paese asiatico. Pechino dal canto suo ha escluso tale opzione.

Per quanto riguarda le capacità C4ISR, di guerra cyber, spaziale e condotta con sistemi a controllo remoto, queste rientrano nella competenza della Forza di supporto strategico, istituita nel 2015.

Per garantire le capacità di sorveglianza e rilevamento in mare ed una corretta integrazione dei sistemi, così da ottenere una azione congiunta efficace, sono state avviate una serie di riforme dell’Epl: la prima è volta a raggiungere entro il 2050 l’interconnessione della struttura C4ISR, che consente la condivisione delle informazioni, l’accelerazione dei processi decisionali e la fluida esecuzione degli ordini; la seconda, già in fase di armonizzazione, costruisce una struttura di comando e controllo integrata, nel solco di un profondo verticismo; la terza ha il fine di completare, entro il 2050, la meccanizzazione, la piena informatizzazione e la costruzione di un esercito che sia in grado di rivaleggiare con una potenza globale.

Infine, nella strategia A2/AD cinese rientra anche la militarizzazione del Mar Cinese Meridionale, con la collocazione di infrastrutture militari in isole esistenti e isole artificiali appositamente costruite, in particolare negli arcipelaghi Paracelso e Spratly, con lo scopo di ridurre la libertà di navigazione e sorvolo nella regione.

Scopi e strumenti della strategia A2/AD giapponese

A partire dagli anni ‘90, il crescente attivismo cinese e nordcoreano e la richiesta statunitense di contribuire maggiormente alla sicurezza collettiva hanno spinto il Giappone ad aumentare le proprie capacità navali, ad intensificare le operazioni realizzate nel contesto dell’alleanza con gli Stati Uniti, a sviluppare un sistema di difesa missilistico antibalistico e a predisporre una strategia di tipo A2/AD per contrastare la minaccia di un’invasione cinese.

L’attivismo cinese verso il Giappone dipende dalla sua posizione strategica e dalla questione delle isole Diaoyu/Senkaku: queste appartengono a Tokyo ma sono oggetto di rivendicazione da parte cinese, concretizzata in azioni di guerra ibrida; la posizione del Giappone, parte della prima catena insulare, lo rende fondamentale per impedire in caso di guerra l’accesso al Pacifico alle forze aeronavali cinesi, che compiono regolari passaggi negli stretti giapponesi, in particolare nel canale di Miyako.

La preoccupazione giapponese relativa ad un’invasione cinese si concentra sulle isole sud-occidentali dell’arcipelago, il cui controllo assicurerebbe alla Cina un passaggio sicuro verso l’oceano. La difesa di tali isole è pertanto realizzata attraverso una strategia A2/AD, che vede lo strumento fondamentale nel dispiegamento di sistemi missilistici sull’isola di Miyako e si caratterizza per una avanzata capacità C4ISR basata su una grande architettura multi-nodale integrata, che tramite il coordinamento tra sistemi di varie forze armate e piattaforme consente l’acquisizione dei dati da parte di radar e velivoli pattugliatori ed il loro invio ai sistemi missilistici. Ancor di più, la componente C4ISR risulta peculiare per il coinvolgimento delle forze armate statunitensi, i cui sistemi di rilevamento sono fortemente integrati nell’apparato di difesa nipponico. Dunque, in caso di conflitto, gli Stati Uniti potrebbero limitarsi a fornire informazioni sui bersagli al Giappone, che provvederebbe poi ad attaccare: un simile scenario è stato testato durante l’esercitazione RIMPAC del 2018, durante la quale i dati sugli obiettivi sono stati forniti da aerei pattugliatori australiani, mentre l’attacco è partito dai sistemi Himars, dai sottomarini americani e dalle batterie di missili antinave giapponesi.

Emerge da tale quadro come entrambi gli attori siano impegnati nel potenziamento delle proprie capacità A2/AD, con lo sviluppo di nuovi sistemi d’arma, l’implementazione di riforme e lo svolgimento di esercitazioni per garantire la piena efficacia di tale strategia, che quindi continuerà ad essere strumento essenziale della loro postura militare.

L’offensiva cibernetica nelle Cross Strait Relation all’indomani dell’insediamento di Tsai Ing-wen

Alla vigilia dell’insediamento del presidente Tsai Ing-wen, il 20 maggio 2020, numerose azioni di guerra cibernetica sono state registrate tra lo Stretto di Taiwan. Un picco di attacchi cibernetici dalla Cina è stato rilevato il 19 maggio, l’offensiva ha colpito i sistemi informatici della raffineria di petrolio statale CPC Corp. Gli attacchi, programmati nel giorno dell’inaugurazione del secondo mandato presidenziale di Tsai Ing-wen, avevano l’obiettivo di compromettere la sicurezza della società attraverso la diffusione di dati sensibili riguardanti agenzie governative, infrastrutture e istituti finanziari.

L’offensiva cibernetica nelle Cross Strait Relation all’indomani dell’insediamento di Tsai Ing-wen - Geopolitica.info

Sin dalla fine della guerra civile nel 1949, Cina e Taiwan hanno continuato ad armarsi e prepararsi per un possibile conflitto tra lo Stretto. Una delle due, infatti, avrebbe dovuto prima o poi conquistare l’altra. Sebbene le mire di Taiwan si siano col tempo ridimensionate, quelle della Cina non sono mai state ritirate. Anzi, oggi le minacce di Pechino sono sempre più insidiose e pressanti. Il processo di rafforzamento degli armamenti militari, sia difensivi che offensivi, è perciò una delle priorità strategiche per entrambi gli attori. Tuttavia, nonostante si discuta frequentemente e ampiamente sulla crescita di tali capacità nei quattro domini principali del conflitto (terra, aria, acqua e spazio), poche volte viene presa in considerazione la quinta dimensione della guerra: il cyberspazio. Quest’ultimo, però, è oggi al centro delle scelte strategiche dei due paesi e merita la stessa, se non maggiore, attenzione da parte degli analisti.

In un contesto di costante crescita dell’ansia globale riguardo alla sicurezza cibernetica, il popolo taiwanese è vittima anch’esso di tale minaccia “psicologica”, specialmente considerando la posizione d’inferiorità militare di fronte alla Cina comunista. Inoltre, Taipei è ben conscia di non avere altri nemici nella comunità internazionale a parte “voi-sapete-chi”, come dichiarò nel 2014 l’allora vicepremier Simon Chang quando gli venne chiesto quale fosse la fonte degli attacchi cibernetici contro Taiwan. Pechino sarebbe perciò la principale, o addirittura unica, potenza a minacciare Taipei su questo fronte. Difatti, alcuni studiosi affermano che il Terzo Dipartimento del Comando dello Stato Maggiore dell’EPL, che protegge i sistemi informatici dell’EPL ed è responsabile del monitoraggio delle telecomunicazioni di forze straniere, avrebbe un Sesto Ufficio incaricato di portare avanti operazioni contro Taiwan. Non è da sottovalutare anche il fatto che la Cina stia oggi scrivendo in autonomia le proprie regole nel cyberspazio, con l’intento di sfidare la supremazia statunitense in questo dominio. Dal canto suo, Taiwan può solo aderire alle regole esistenti, dato che non si trova nella posizione di scriverne di proprie – da qui il bisogno di rafforzare il proprio cyberspazio. Non di minore importanza è perciò anche la minaccia cinese nei confronti degli USA: nel caso infatti che un attacco cibernetico venga effettuato ai danni della potenza americana, questo metterebbe a grave rischio la possibilità per Washington di poter difendere Taiwan da un attacco armato cinese. Sembra perciò chiaro che la questione cibernetica possa mettere in sostanziale difficoltà Taipei su vari fronti, essendo questa interdipendente con altri e più tangibili domini militari.

Come sostenuto da vari studiosi, infatti, l’attacco cibernetico difficilmente ha di per sé conseguenze pratiche di estrema gravità – nonostante esista l’esempio di Stuxnet che ci ricorda come l’arma cibernetica possa avere effetti concreti anche senza l’uso di dotazioni militari di altro tipo. Secondo questa visione, l’attacco cibernetico è sempre e solamente un’avvisaglia di quella che potrebbe diventare una guerra convenzionale. Tuttavia, la capacità della Cina di bloccare, disattivare o anche semplicemente “disturbare” i sistemi informatici taiwanesi può costituire una seria minaccia alla sicurezza nazionale dell’isola. E se questo non bastasse, si potrebbe sempre pensare che un qualsiasi attacco nel cyberspazio da parte di Pechino abbia come intenzione primaria quella di preparare un’azione militare su più larga scala. In definitiva, è imperativo per Taipei che la sicurezza cibernetica diventi un aspetto integrante e fondamentale della sua strategia di difesa nazionale. Sebbene recentemente ci siano stati alcuni sviluppi a questo riguardo, il più recente dei quali è stato l’esercizio congiunto USA-Taiwan sulle capacità di guerra cibernetiche, la posizione taiwanese è ancora di netto svantaggio nei confronti della Cina. Non rimane che attendere che il governo di Taipei attui politiche decise e proattive in tal senso.

Tra USA e WTO l’ultimo strappo?

La visione americanocentrica della Global Society attraversa trasversalmente il Congresso Americano chiamato a decidere sulla risoluzione del rapporto tra USA e WTO, dopo una mozione presentata dal senatore repubblicano Josh Hawley  seguita da una proposta simile alla Camera avanzata dai democratici Peter DeFazio e Frank Pallone Jr. Solo l’opposizione della Presidente della Camera Nancy Pelosi ha sospeso il voto sino allo scadere del 116° Congresso in un Paese che serba forte ostilità verso la WTO considerata strumento di affermazione del competitors cinese. Quali le ragioni?

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La WTO danneggia gli Stati Uniti?

La nascita della WTO ha rappresentato un momento fondamentale nella disciplina delle relazioni internazionali commerciali, costituendo il naturale approdo degli sviluppi normativi e istituzionali prodottisi nella vigenza del GATT 1947. Con gli Accordi di Marrakech si è voluto rafforzare il meccanismo di risoluzione delle controversie dotato di terzietà e indipendenza e articolato in due gradi di giudizio: i Panels (commissioni di esperti) e l’Appellate Body. Un meccanismo che incoraggia le parti a raggiungere una soluzione concordata reciprocamente, attraverso consultazioni bilaterali obbligatorie prima e durante le fasi del procedimento. Ciò onde giungere ad “a positive solution to a dispute” ed escludere forme di ritorsione  reciproca lesive per un ordinato commercio internazionale. Gli USA risultano essere stati chiamati in giudizio per ben 155 casi (a partire dal noto caso US — Gasoline, WT/DS2) e ricorrente in ben altri 124 casi. In totale, dati alla mano appaiono vincitori in 2/3 dei casi. Eppure, sin dal momento della sua elezione, il presidente Trump ha accusato la WTO di danneggiare gli Stati Uniti e propendere per gli altri paesi, prima fra tutti la Cina, nella risoluzione dispute commerciali transnazionali. La ragione? La necessità di attuare un attacco indiretto alla Cina per mezzo del rifiuto della Global Economic governance attuata dalla WTO. Una governance che avrebbe, a parere dell’establishment americano, favorito l’ascesa economica della Cina attribuendole lo status di PVS con non market economy.

La Cina è un PVS?

Il sistema commerciale globale definito dal GATT1947 era strutturato secondo i principi di totale libertà degli scambi, di non discriminazione e di reciprocità. Principi in virtù dei quali gli Stati membri si impegnavano a estendere reciprocamente e senza condizioni tutti i vantaggi, benefici, privilegi e immunità accordati in precedenza solo ad alcuni di essi. E che si sostanziavano anche nell’obbligo di riconoscimento reciproco di eguali opportunità di penetrazione sui mercati stranieri. Principi recepiti totalmente negli accordi istitutivi del WTO cui la Cina ha aderito, nel lontano dicembre 2001, con un apposito protocollo. Adesione avvenuta nonostante l’esistenza al proprio interno di un sistema di sussidi pubblici alle imprese nazionali, di trasferimenti forzati di Know-how per le imprese straniere, di ostacoli non tariffari e normativi alle importazioni, di restrizioni quantitative di risorse reputate essenziali per il Paese e di pratiche di dumping (anche monetario). L’Occidente è ben consapevole di questi rischi ma non vuol rinunciare alle opportunità di mercato che la Cina offre. L’adesione della Cina al WTO, pertanto, non viene ostacolata ma soltanto condizionata all’adozione di modifiche istituzionali e normative, in materia di accesso agli investimenti esteri, di tutela della proprietà intellettuale e di attribuzione di un ruolo maggiore al mercato dei tassi di cambio. Modifiche in chiave neo-liberale tipicamente richieste alle economie socialiste in transazione e dei Paese in via di sviluppo. Ed effettivamente, nell’accordo di adesione al WTO la Cina viene definita come PVS o Paese emergente, richiamando l’intero sistema di preferenze generalizzato messo appunto già sotto la vigenza del GATT per far fronte alle intrinseche carenze in materia di sviluppo e lotta alla povertà delle ex colonie. In questo modo si afferma il diritto per i PVS ad un trattamento differenziato, non reciproco e più favorevole rispetto alla regolamentazione generale, potendo, ad es., vantare sussidi all’esportazione o una forte impermeabilità del proprio mercato rispetto a determinati prodotti esteri.

La Cina è una “non market economy”?

Ferma è stata l’opposizione di USA e CEE ad una applicazione automatica a beneficio della Cina dello status di Paese emergente, salvo usarlo come perno su cui far leva per conseguire un’ulteriore qualificazione della Cina come “non market economy”. Sin dal 1995 è stato evidente come la “politica della porta aperta” si sia  sostanziata negli anni in strategie predatorie di ampliamento dei mercati di sbocco ma non nell’eliminazione degli indubbi ostacoli all’interscambio commerciale. Ecco perché CEE e USA si sono premuti di strumenti di salvaguardia del proprio mercato da attivare in caso di pregiudizio causato da importazioni di beni di origine cinese. Per cui, la Cina, da un lato, ha potuto sfruttare i benefici derivanti dallo status di Paese emergente ma, dall’altro, i Paesi industrializzati si sono riservati la facoltà di adottare provvedimenti restrittivi nei confronti dei prodotti cinesi in caso di pregiudizio per il mercato nazionale. In quest’ottica va letto il sistema di preferenze tariffarie statunitense c.d. Trade Act (riadattato rispetto alla versione del 1974) che riconosce una ampia discrezionalità presidenziale nella definizione dei Paesi e dei prodotti importati suscettibili di restrizioni. Dal canto suo, anche il Vecchio Continente ha adottato specifiche normative per escludere danni alle imprese europee da condotte anticoncorrenziali e dumping da parte della Cina (ora confluite nel Regolamento (CE) n. 1225/2009). Definire la Cina una “non market economy” attribuisce ai Paesi Occidentali il vantaggio di ostacolare più facilmente  l’offerta cinese sul mercato internazionale di prodotti ad un prezzo eccessivamente inferiore a quello normalmente praticato entro i confini nazionali (c.d. dumping). L’apertura cinese alla WTO, infatti, ha prodotto, da un lato, maggiori possibilità di ingresso per gli investitori stranieri nel territorio cinese ma, dall’altro, un accumulo di liquidità capace tradursi in riserve valutarie e, poi, in sovvenzioni anticoncorrenziali alle imprese e in pratiche di dumping.

La Cina nella WTO

L’ingresso della Cina nella WTO ha rappresentato contestualmente l’apice di quell’universalismo che si auspicava divenisse, fin dal dopoguerra, il fondamento del sistema internazionale e, pertanto, una vittoria della diplomazia multilaterale ma anche un momento critico per la tenuta dell’economia mondiale. Una economia che vede la consolidata egemonia politica ed economica statunitense subire l’aggressione del Dragone: sul piano commerciale per mezzo dell’acquisizione costante di quote sempre ampie di mercato occidentale; sul piano finanziario per l’avanzata dei fondi sovrani cinesi nell’acquisto dei propri titoli di debito pubblico. L’ adesione, infatti, ha condotto la Cina verso la modernizzazione dei propri strumenti giuridici (controllo giurisdizionale, non discriminazione, trasparenza, uniformità amministrativa, contratti di finanza derivata) essenziali nella business global community. Una modernizzazione, però, attuata per mezzo di quello che potremmo definire ,”un processo di adattamento selettivo”: la Cina ha adottato le modificazioni richieste dalla WTO ma modellandole alle caratteristiche sociopolitiche nazionali, quelle di una economia socialista di mercato. Un modello che coniuga aspirazioni capitalistiche con la volontà di preservare un ruolo dirigista importante dello Stato nell’economia. Esponendo, così, le imprese occidentali ad una competizione insostenibile a fronte del massiccio e imprescindibile sostegno statale alle proprie imprese. Un aspetto che emerge chiaramente nel rapporto di revisione della politica economica (WTO Trade Policy Review) redatto dai tecnici WTO nel 2016 con un orizzonte temporale identificato nell’anno in corso. In esso vi si legge che “Public  ownership  remains  the  mainstay  of  the Chinese economy” e che il processo di riforma strutturale e’ ancora in corso e deve includere “the promotion of private sector  participation  in  the  economy, as  well as  the reform of  State-Owned Enterprises  (SOEs), while keeping the preponderance of public  ownership”… “the  promotion  of  competition,  fiscal reform, financial  sector  reform to  increase  private capital participation  in  banking  and  expand  the provision  of  financial services, and  making  the exchange rate  and interest rate more market-oriented”. Ne deriva che la partecipazione alla WTO ha permesso alla Cina di affinare le armi giuridiche in vista in un possibile grande balzo economico, però, non caratterizzato dal rispetto dei principi di uguaglianza e pari trattamento degli Stati partecipanti al sistema economico neoliberale.

La Cina e la Section 15.

Eppure, proprio nel 2016, Pechino manifesta l’intento di far valere la Sezione 15 del Protocollo di adesione secondo cui “se lo Stato aderente dimostra di essere uno stato a economia di mercato secondo quanto previsto dalla normativa interna dello stato importatore, i suoi produttori possono godere dello stesso trattamento accordato a tutti i produttori dei Paesi retti da economia di mercato. In mancanza di ciò, sarà una economia di mercato solo allo scadere del 15° anno dall’adesione”. Una norma alquanto sibillina che ha rappresentato la goccia che ha fatto trasparire l’insofferenza americana per il temuto balzo del Dragone e una inadeguatezza delle regole della WTO nell’affrontare l’economia cinese. Come interpretare, dunque, la Section 15? Come norma automaticamente applicabile oppure condizionata all’accertamento dei requisiti tipici di una “economia di mercato”? Prima gli USA e poi l’UE si sono mostrati contrari a riconoscere la Cina come economia di mercato. Una opposizione che si è tradotta, nel 2017, nella scelta di Pechino di ricorrere al Panel WTO avverso l’UE. Una controversia che, su decisione dello stesso governo cinese, risulta essere decaduta in data 15/06/2020. La ragione? La vicinanza mostrata dal presidente Xi nei confronti dell’UE per una ripresa del dialogo sul futuro della WTO.

Il futuro.

La guerra dei dazi attiva dal lato statunitense per far fronte alle pratiche commerciali predatorie cinesi, e dei Paesi dell’Estremo oriente in genere, ha minato la credibilità della WTO calpestando il progetto universale di ordine mondiale postbellico. La tensione verso la WTO si è, poi, tradotta nella volontà di Washington di non procedere, nel dicembre scorso, in chiave collaborativa per il rinnovo dell’organo di Appello. Un blando progetto di soluzione è stata la scelta addotta da UE e CINA a Davos2020 di creazione di un parallelo sistema arbitrale obbligatorio per i 16 Paesi aderenti, in attesa della dodicesima conferenza ministeriale (MC12) deputata ad affrontare i temi più spinosi del commercio globale. Ma l’avvento della pandemia ha inasprito i rapporti commerciali per mezzo di politiche protezionistiche e ha obbligato il rinvio di un anno della MC12. Ciò ha spinto il DG Azevedo a dimettersi con un anno di anticipo per permettere la nomina di un nuovo DG chiamato a garantire la sopravvivenza della WTO. Ma ancora una volta, tutto dipende dalla volontà di Washington di partecipare attivamente alla nuova nomina, volontà che probabilmente sarà sospesa sino al termine delle nuove elezioni.