Archivio Tag: China

Le sfide geopolitiche di Pechino sulla BRI

La necessità per la Cina di Xi Jinping di creare il più grande corridoio commerciale via terra (per volume) della storia dell’umanità non viene semplicemente da un interesse storico culturale -argomento già di per sé caro a Pechino- che affonda le proprie radici nella dinastia Han e che per secoli ha avvicinato popoli geograficamente e culturalmente lontanissimi.

Le sfide geopolitiche di Pechino sulla BRI - Geopolitica.info

L’interesse principale di Pechino sembrerebbe quello di scardinare a poco a poco il Washington consensus, la preservazione del quale non rientrerebbe nell’agenda politica del presidente statunitense, che sembra voglia puntare più su un ritorno all’isolazionismo pre-Wilsoniano. Tuttavia, la presenza militare e commerciale americana sia lungo la via della seta che sulla mezzaluna pacifica (Giappone e Taiwan) è ancora forte, complicando così le ambizioni economico-commerciali di Pechino.

È per un motivo strettamente geografico (come ricordava il professor Giuseppe Sacco in un incontro tenutosi a L’Aquila il 17 aprile 2019) che la Cina ha necessità di ripercorrere le strade che i loro avi a partire dalla dinastia Han intrapresero secoli fa. È infatti incontestabile la difficoltà con la quale la Cina può proiettarsi commercialmente e militarmente ad est. Pechino ha pochissime vie per uscire da quelle acque e spostare i propri commerci verso l’occidente, primo fra tutti lo stretto di Malacca, nel Sud-Est pacifico.

La traiettoria più conveniente da perseguire è quindi quella che attraversa gli Stan-countries, cosicché possa avere accesso diretto al blocco russo-europeo. Questa strategia oltre che consentire enormi flussi commerciali garantendo una win-win strategy (come ricorda il presidente Xi JinPing nel suo “The Governance of China”), potrebbe far uscire la Cina dall’isolazionismo culturale nel quale si è relegata per oltre 70 anni, fornendo un’alternativa all’egemonia statunitense. Questa constatazione, come rilevato dall’ambasciatore Alberto Bradanini nel suo “Oltre la grande muraglia”, è figlia della povertà e del sottosviluppo economico nelle aree ad influenza USA; grate alla protezione militare offerta dall’ombrello a stelle e strisce, sembrerebbero molto più lusingate dalle prospettive di crescita economica che la Cina potrebbe offrire loro. Uno scenario non ancora palesabile in quanto la dirigenza comunista non ha interesse -per il momento- ad entrare in diretta competizione con Washington.

Per ora la priorità di Pechino è proprio quella di consentire e rendere affidabile il trasporto merci attraverso gli Stan-Countries, i quali peccano per stabilità e trasparenza delle proprie istituzioni, fattori questi che potrebbero inabissare la Belt & Road Initiative nel suo snodo cruciale. Una delle vie di uscita che Pechino potrebbe avere è quella di rinunciare alla propria posizione di non interferenza negli affari di paesi terzi, mobilitando le proprie capacità diplomatiche e militari oltreconfine. In questo senso per la Cina comunista sarebbe un paradosso, in quanto necessiterebbe il coinvolgimento delle proprie forze armate in contesti internazionali, contravvenendo così ad una pratica di non interferenza politica e militare in paesi esteri dichiarata (e mai più messa in discussione, sebbene in alcuni casi si sia fatta più di un’eccezione) nel corso della conferenza di Bandung del 1955.

La Cina lo sta cominciando a capire: per essere potenza egemone non basta solo avere una forte economia ma è anche necessaria una forte capacità proiettiva delle proprie FFAA ed essere logisticamente preparati per un intervento tempestivo laddove gli interessi strategici cinesi lo richiedano.

L’Esercito Popolare Cinese nel mondo

La Cina ha già una presenza militare a Djibouti, zona fondamentalmente sicura da dove combattere la pirateria somala (dove anche l’Italia e altri paesi europei e non hanno una presenza militare) senza dover sopperire alle instabilità politiche di paesi quali Yemen, Etiopia, Eritrea e Somalia.

Così come la Cina combatte la pirateria internazionale sullo stretto di Malakka e nel golfo di Aden, dal 2016 si vocifera di una possibile presenza militare cinese sul corridoio di Wakhan (nell’immagine presa da google,com). Il corridio di Wakhan è un lembo di terra ceduto dal Tajikistan alla Cina come riscossione di un debito mai onorato nel 2011, ed è proprio qui che Pechino potrebbe avere la capacità di proiettare la propria forza militare e garantire così un baricentro hardpower nella lotta al terrorismo uiguro/talebano e alla criminalità transnazionale. Non a caso da questa posizione la Cina avrebbe un punto di osservazione privilegiato per garantire la sicurezza del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), una tappa fondamentale lungo la nuova via della seta. Non solo, ma da qui Pechino potrebbe meglio controllare la situazione lungo i suoi confini, con particolare occhio di riguardo verso gruppi islamisti che nutrono e alimentano sentimenti anti-cinesi.

La Cina di Xi JinPing si trova ad un bivio: se da un lato il mondo guarda con stupore e interesse alla BRI, dall’altro è necessario che il Partito Comunista Cinese comprenda che la possibilità di un impiego delle proprie forze militari potrebbe essere una necessità implicita per la tutela dei propri interessi. Al momento, ancora incerta sul da farsi, Pechino sta facendo ricorso dei contractors militari, ma sa bene che questa non è una strada agevole (Washington docet) da intraprendere sul lungo periodo.

In attesa di eventuali sviluppi e della certa risposta statunitense, chissà se, anche per questo caso, l’establishment cinese non riesca ad elaborare una propria “interferenza negli affari di uno stato terzo con caratteristiche cinesi”.

 

 

 

Gli occhi della Cina sul porto di Trieste

Pochi giorni dopo la visita di Stato in cui Xi Jinping ha portato a casa l’assenso italiano alla Belt And Road Initiative (BRI) tra le polemiche degli alleati, anche il Lussemburgo ha firmato un simile memorandum d’intesa, diventando il secondo paese fondatore dell’UE a riconoscere la nuova visione del mondo secondo Pechino. Anche in questo caso la scelta è motivata da mire economiche piuttosto che strategiche, il granducato è un hub finanziario perfetto per le imprese cinesi. La “fame” di investimenti e la mancanza di una strategia comunitaria permettono alla Cina di conquistare sempre più spazio in Europa, un rapporto profondamente asimmetrico che potrebbe ridisegnare gli assetti continentali.

Gli occhi della Cina sul porto di Trieste - Geopolitica.info Le connessioni intermodali del porto di Trieste secondo la Trieste Marine Terminal http://www.trieste-marine-terminal.com/en/rail-connections

Per molti la nuova postura cinese, così smaccatamente assertiva, è una sorpresa. Mentre in Europa si guardava in maniera ossessiva alla figura di Vladimir Putin e della sua grande Russia, in Cina iniziava la terza rivoluzione dopo quella di Mao Tse Tung nel 1949 e di Deng Xiaoping alla fine degli anni settanta: una rivoluzione che ha il volto e il carisma di Xi Jinping. In patria il presidente cinese ha concentrato su di sé il potere, e dato alla politica estera della repubblica popolare una  svolta decisa, quasi imperiale. Pechino adesso si considera una potenza ineluttabile e vuole dimostrarlo al mondo. Con la rivoluzione di Xi si chiude definitivamente l’epoca di Deng in cui l’impetuosa crescita economica era accompagnata da un rassicurante (ma calcolato) basso profilo.

La BRI è l’orizzonte geopolitico di questa terza rivoluzione, con essa Pechino punta a cambiare gli assetti internazionali e tornare a essere il centro del mondo. Nella cornice della BRI l’Italia interessa soprattutto per il porto di Trieste, l’idea è farlo diventare un hub logistico del Mediterraneo connesso alla Mitteleuropa. Entro la fine dell’anno – o al più tardi all’inizio del 2020 – a Trieste nascerà un nuovo terminal a sud del porto attuale, a poca distanza dal confine con la Slovenia. Già tra qualche mese un’azienda cinese dovrebbe iniziare a usarlo. Vale la pena soffermarsi sul potenziamento del porto di Trieste per rendersi conto dell’impatto fortemente asimmetrico della Cina in Europa.

Oggi i porti più grandi dell’Europa sono quelli di Rotterdam, Anversa e Amburgo (il c.d. Nordrange o Northern Range), porte di accesso all’heartland industriale dell’Unione Europea. Il ruolo di Trieste, se pur in crescita, è ancora marginale per via di un secolo di decadenza dovuto agli esiti dei due conflitti mondiali. L’interesse cinese per il porto del nord-est italiano potrebbe segnare una svolta è accelerare una tendenza già in atto: l’espansione e lo spostamento verso est dell’industrializzazione europea. Con il crollo della cortina di ferro le industrie occidentali hanno esteso la propria catena del valore verso est, con la Germania – in particolare la Baviera – a fare da polo d’attrazione di una fitta rete di industrie che va dalla Polonia all’Ungheria e continua a estendersi arrivando fino alla Romania. Anche l’Austria e ha un ruolo importante nella definizione del nuovo spazio geo-economico, contribuendo a costituire una nuova regione altamente industrializzata corrispondente grosso modo all’ex territorio dell’Impero Asburgico. Questa evoluzione sta anche rendendo meno importanti le regioni industrializzate del Nord Italia. È in questo contesto che per Trieste si presenta la possibilità di tornare a essere uno dei porti più importanti del continente.

Il capoluogo del Friuli-Venezia Giulia è in una posizione ottimale per accogliere navi provenienti dal Mar Nero, dal Canale di Suez e dal Nordafrica. Se consideriamo anche gli investimenti cinesi in Africa, non è difficile immaginare Trieste come terminale di un fitto network di infrastrutture che connette i paesi mitteleuropei al Mediterraneo “cinese” della nuova via della seta marittima.

La distanza tra Monaco di Baviera da Trieste è circa la metà rispetto al porto di Amburgo. Secondo un calcolo del prof. Joost Hintjens dell’Università di Anversa, passando per Trieste i tempi di spedizione Shanghai–Monaco verrebbero ridotti di 10 giorni (da 43 a 33), quelli Hong Kong–Monaco di 9 giorni (da 37 a 28). Nel momento in cui la Cina inizierà a spedire (e a farsi spedire) le merci a/da Trieste, i porti del Nordrange perderanno quote di mercato.

Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Zeno D’Agostino, giustamente è entusiaste delle opportunità che si aprono per la sua città e ci tiene a dichiarare che «il porto non sarà controllato da Pechino» (cosa che invece accade nel porto greco del Pireo), ma questo non basta. Immaginando la BRI realizzata e completamente operativa, la Cina potrà decidere a piacimento quali hub sfruttare di più e quali di meno. Oltre a Trieste, a connettersi con la Mitteleuropa c’è il già citato porto del Pireo (attraverso i Balcani). Poi c’è la via della seta terrestre, con la linea ferroviaria Chongqing-Xinjiang-Europe Railway a collegare la costa industrializzata cinese a Duisburg, e da lì al resto d’Europa. Senza contare la possibilità di usare la rotta artica, per ora marginale ma nella visione cinese parte integrante della BRI.

Potenzialmente quindi, la Cina potrebbe ridisegnare la geografia industriale d’Europa in base ai suoi interessi economici e strategici dando più o meno importanza a determinati poli industriali e logistici, senza che i paesi europei possano rendersi parte attiva perché privi di potere negoziale. Per Pechino sta diventando molto semplice inserirsi nelle divisioni nazionali degli Stati membri dell’UE, costantemente in competizione tra loro per accaparrarsi investimenti e quote di mercato ma uniti in un sistema comunitario che permette ai cinesi di influenzare le politiche del blocco facendo pressione su alcuni singoli stati più in difficoltà, come recentemente accaduto con Grecia e Portogallo. La Cina guarda all’Europa come una sola entità geopolitica e trova nelle contraddizioni e divisioni interne la principale risorsa negoziale. Al momento gli Stati membri non riescono a trovare una posizione comune nemmeno sulle infrastrutture 5G di Huawei, né sulla creazione di giganti industriali europei da contrapporre a quelli cinesi protetti da Pechino. L’approccio continua a essere solo ed esclusivamente economicistico.

Oggi più che mai l’UE ha bisogno di strumenti per gestire la propria conflittualità politica ed economica, e trovare il modo di far convivere la necessità di una maggiore integrazione con l’altrettanta necessaria volontà di mantenere la dignità nazionale. Le premesse non sono buone, gli Stati europei vogliono recuperare sovranità, non cederla in funzione di una visione strategica continentale. Senza trovare una soluzione al dilemma tra sovranità nazionale e strategia continentale l’Europa resterà una potenza economica e un nano (geo)politico, fino a quando smetterà anche di essere una potenza economica.

 

Le connessioni intermodali del porto di Trieste secondo la Trieste Marine Terminal
http://www.trieste-marine-terminal.com/en/rail-connections

I dubbi dell’accordo italo cinese

L’imponente Boeing 747 di Air China atterrato da Pechino nelle scorse ore con a bordo Xi Jinping e oltre 200 delegati, rappresenta al meglio l’importanza per la Cina di questo incontro bilaterale. Sui giornali molto si è scritto in merito a questo storico evento ma, il tono trionfale che ha caratterizzato i diversi incontri istituzionali e le cene di gala romane, necessitano di alcuni doverosi approfondimenti. Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza. 

I dubbi dell’accordo italo cinese - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

La Cina è senza ombra di dubbio un partner commerciale di primario livello. È la seconda economia mondiale dopo gli USA e ha una forza lavoro di 800 milioni di persone circa; il suo PIL cresce dal 1999 con un tasso mai inferiore al 6% e la disoccupazione media è la metà di quella italiana.

Di fronte ad un Europa debole (con un Italia a rischio stagnazione) intensificare i rapporti commerciali con Pechino è un opportunità a cui oggettivamente non si può rinunciare ma il memorandum sottoscritto tra i due governi nelle scorse, per un valore potenziale di 20 miliardi, rischia di essere un boomerang per il nostro paese.

Ad oggi, secondo i dati ufficiali del Ministero dello sviluppo economico, esportiamo in Cina poco più di 13 miliardi di Euro con addirittura una flessione rispetto all’anno precedente di quasi 3 punti percentuali. Di contro, l’importazione dal paese comunista, è pari a circa 31 miliardi di euro e i dati degli ultimi anni sottolineano una costante ed inarrestabile invasione di prodotti cinesi sul mercato nazionale. Un invasione talvolta dettata da una politica economica aggressiva e da una concorrenza sleale.

Una concorrenza che negli ultimi decenni è stata, in parte, la causa della chiusura di molte medie e piccole aziende italiane, specie lombarde, che non hanno retto la concorrenza asiatica nella produzione artigianale. Il memorandum firmato, è giusto ricordarlo, non ha valore legale ma è un accordo di intenti che prevede una serie di punti per un rafforzamento ed una maggiore partnership tra i due paesi.

Quello che non è chiaro è come l’Italia potrà guadagnare da un accordo di questo tipo visto che ad oggi c’è la certezza che potremo vendere (ed è un bene) le arance siciliane tramite il celebre portale “alibabà” ma di contro avremo ad esempio possibili ingressi azionari cinesi (ed è un male) nei CDA delle principali infrastrutture italiane. Infrastrutture determinanti per importare più beni dal gigante asiatico.

È noto a tutti che è l’esportazione a far crescere l’economia di un paese e la Cina rappresenta per noi il nono mercato per la vendita dei nostri prodotti. Sempre per chiarire la situazione con qualche numero ufficiale, vendiamo più Made in Italiy in Belgio che in Cina considerando però che la popolazione belga rappresenta meno di un centesimo di quella cinese mentre i nostri due principali mercati leader per l’export continuano ad essere la Germania e la Francia a cui vendiamo le nostre merci tra le 4 e le 5 volte rispetto a quanto si vende a Pechino.

Non si comprende allora perché tanto entusiasmo per un Memorandum con il Governo di Pechino e tanta acredine nei confronti di Berlino e Parigi senza cui la nostra economia sarebbe a terra. Certo l’Europa ha le sue colpe e l’ammonimento, più che giustificato, di Bruxelles dinnanzi agli accordi di questi giorni è tardivo e necessiterebbe di qualche esame di coscienza. Come è possibile ad esempio constatare che ogni importante infrastruttura costruita nella zona balcanica sia firmata da un’ azienda cinese e l’Europa non sia stata in grado di aiutare un’area geografica di naturale appartenenza europea?

Infine un ultimo punto, il cui silenzio assordante è stato interrotto dal solo presidente Mattarella, è quello sui diritti umani. Secondo Amnesty International l’85% delle condanne a morte al mondo avvengono in Cina; i principali siti internet quali Google, Facebook o Instagram sono inaccessibili. I processi sono sommari, la corruzione è ancora dilagante ed il presidente Xi Jinping auspica l’annessione del democratico stato di Taiwan senza alcuna remora. Un peccato che nelle sette pagine firmate nella sontuosa villa Madama non vi sia traccia di alcun riferimento a tutto questo.

The 16+1 Initiative

Is the 16+1 initiative a bridge in terms of Eurasian connectivity?  Due to the fact that Central and Eastern European Countries (CEEC) cannot be considered as a homogeneous block, China developed bilateral relationships with each country. Serbia resulted in being one of the major beneficiaries of the platform. This article pays attention to Chinese short-medium term ambitions, which can be realized through the 16+1 initiative.

The 16+1 Initiative - Geopolitica.info Source: EU-China Summit Available at: https://www.consilium.europa.eu/it/meetings/international-summit/2017/06/01-02/

In carefully scanning the interests of both China and CEEC, this study examines not only the resulting fears of the European Union but also the challenges that the People’s Republic of China has to face in the region. Although divergent interests and a general mistrust between the parties emerged, the 16+1 initiative can play a crucial role in terms of Eurasia connectivity. For this to happen, the conditio sine qua non appears to be a greater involvement of the EU, a mutual understanding among the actors involved and a closer attention to CEE local people.

The 16+1 Platform: a Sub-Regional Cooperation

The basic document for the 16+1 format, China’s Twelve Measures for promoting Friendly Cooperation with Central and Eastern European Countries, was adopted during the first Summit held in Warsaw in 2012.  The main goal of the 16+1 initiative is to achieve an advanced level of political coordination and reciprocal comprehension between Beijing and 16 Central and Eastern European Countries (eleven European Member States plus five Western Balkans). Although the initiative includes several areas of collaboration, three fields maintain priority: infrastructure, high and green technologies. The Initiative seems to be a critical geopolitical project, as China and CEE region can be considered as complementary. On the one hand, Beijing boasts a considerable and emerging market. On the other, the region of Central and East Europe seems to be one of the greater developing areas worldwide.

Because of differences in national interests, population, and economy potential of CEEC, China developed bilateral relations with each country. The decision has a twofold implication. On the one hand, countries experience a competition for attracting Chinese investments. On the other hand, nations receiving a limited Beijing’s attention become increasingly disappointed while major beneficiaries strengthen economic collaboration with the People’s Republic of China. Serbia is a case in point. Belgrade represents a crucial pivot for China, as the country has a critical geographic position, offers a relatively cheap labor force and experiences a stable political situation.

Source: EU-China Summit Available at: https://www.consilium.europa.eu/it/meetings/international-summit/2017/06/01-02/

In addition, Belgrade is part of economic agreements with Turkey, Russia, Belarus, Kazakhstan, and especially Europe. As a result, the Belgrade-Budapest railway project seems to match China’s connectivity ambitions. The infrastructural plan clarifies how the 16+1 initiative can be considered as an OBOR testbed: it is aimed at revitalizing the rail connection between the Pireo harbor and Budapest through Skopje-Belgrade, namely the so-called “Land Sea Express Route”. More than 300 railway km are crucial for China’s ambition of rebuilding the “Silk Road”, aimed at expanding Beijing’s economic and political sphere of influence from Asia to Europa. Once in Europe, connection with the rest of the Western world will be easily reachable. Due to the Hungarian belonging to the European Union, the latter stopped the project in order to verify that no EU law and regulations were violated by the ambitious railway plan. As a consequence, the realization of the project appears to be subordinated to the overcoming of some obstacles. The Belgrade-Budapest railway plan is one of the most important initiative within the ambitious 16+1 platform.

China and CEEC’s Interests

The latter seems to be a relevant regional project that implies Chinese and CEEC’s interests, as well as the European Union’s fears and Chinese challenges. From Beijing’s perspective, the 16+1 initiative represents “a masterstroke of Chinese diplomacy” and the introduction of BRI gave a new impulse to the platform. From the Chinese point of view, the 16+1 platform and BRI share the same principle of cooperation based on an inclusive and win-win approach. The 16+1 initiative can be considered as a key component of OBOR focused on former COMECON. As a matter of fact, the CEE-China project can be seen as a sort of testbed for the implementation of the One Belt One Road in the European soil.

As a consequence, the CEEC attracts China’s interest from a commercial and geopolitical point of view. From an economic point of view, the resilience showed by CEE countries in the aftermath of the global financial crisis allowed China to understand not only their vital role in Europe but also their role in putting Beijing’s in an advantageous position for testing the EU market. Besides, CEE countries offer not only well-prepared yet relatively cheap workforce but also profitable logistic hubs, in couple with open trade and investments environment, which is virtually essential to an export-based country as China is. The project presents also political implications. The bilateral relationship format adopted by China contributes to putting the country in a bargaining position which, in turns, allows Beijing to exploit its economic ties to expand its soft political presence through the so-called “strategic diplomacy”.

The CEE countries’ perspective: In the last thirty years, in fact, China’s domestic economic reforms have allowed Beijing to experience a remarkable economic boost. Beijing’s capacity of maintaining high standards of economic growth, the amelioration of people’s welfare and the consequential active participation in the globalization process made China a global powerhouse. As a result, Beijing’ stance on the global shift of power became critical and the CEE region didn’t miss the chance of strengthening economic relations with the Asian giant. After the global financial crisis, the European market demand diminished. As a consequence, the emerging Chinese market not only appeared as a valuable economic partner but it also offers exactly what CEEC need: infrastructural investments with no money strings attached. Thus, for the CEE region, Beijing is a viable option to diversify its commercial relations outside Europe. China, in fact, appears as a favorable alternative to the EU market especially for non-EU members, which have to rely more on foreign investments.

 The European Union’s Fears

The enhancement of Sino-CEE economic relations represents a matter of concern for both Brussels and some Western European countries. The European Union fears that China can exploit its economic presence in Central and Eastern European country to gain political influence in the region. There are three main points related to a possible Chinese political expansion. First of all, the 16+1 initiative is perceived as a means to expand the Chinese political influence through the implementation of the divide et impera principle. It means that China could create an alternative pole within the EU while weakening Brussel’s single market rules and EU’s common policy towards Beijing.

Secondly, some CEE countries could exploit their close relationship with China to both receive huger investments from the EU and especially negotiate positions against Brussels (Ex. Greek Position at the UN Human Right Council in June 2017). Thirdly, Brussels fears that the 16+1 initiative can undermine the EU vote system in comparable issues, as 11 out of 16 CEE countries are EU members. It means that two more EU members in the 16+1 project would affect decisions requiring a qualified majority vote (constituting roughly 80% of the legislation).

In addition, the EU doubts the sustainability of Beijing’s project in the long-term and fear that the 16+1 initiative could turn into an antagonism item between Washington and Beijing in Central Europe. Both the countries supported the “Three See Initiative” and sustained the project of building logistic linkages in Adriatic and Baltic harbors to improve the linkage between Northern and Southern Europe. However, Brussels should take into consideration two factors: Beijing has a limited economic presence in the region and the Chinese action seems to be aimed at building a parallel –not overlapped- structure with respect to the European architecture.

China’s Challenges in CEEC

These two items should be combined with China’s challenges in the region. First of all, Sino-CEE cooperation is not consistent because of differences in their economies, populations, and the potential of their market. It means that Central and Eastern countries responded differently to the 16+1 initiative and only some of them received Chinese scrupulous attention and large investments.  Enhancing bilateral relations only with some of CEE countries lets the “cooperation vacuum” emerge in the others. To make it worse, the perception of the divide et impera principle gradually advance also within the 16+1 itself starting from dissatisfied countries. Secondly, CEE’s availability and capability of cooperating with China also depend on their political situations. Then, China-CEEC interests can be incompatible and this mismatch, in turn, makes economic ties complicated. Finally, Sino-CEE cooperation also depends on the type of CEE belonging to the EU, with which regulations are supposed to be aligned.

16+1: Beyond the Economic Sphere

In order to make the 16+1 project profitable, the format should go beyond the economic sphere and focus also on other areas, such as health, tourism, education and youth. Besides, a deeper involvement of small and medium enterprises, as well as a close attention to local people would enhance the people-to-people dimension. The resulting “small connections”, in turn, can contribute to achieving a double outcome: economic development chances in the CEE region in the short-medium term and a peaceful long-term collaboration between Europe and China. For this to happen, Sino-CEEC relations should be enhanced without violating the EU standards, Brussels should look for a greater engagement with the 16+1 project, and China should improve its image outside Asia.

 

 

 

 

Destinati alla guerra?

Considerazioni a partire dalla lettura del libro “Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide?” Fazi, 2018, pp. 518 di Graham Allison

Destinati alla guerra? - Geopolitica.info Graham Allison autore del libro (Repubblica.it)

Proprio in questi giorni, il dossier Stati Uniti-Cina è tornato all’attenzione delle cancellerie di mezzo mondo ed è oggetto di dibattito della più vasta opinione pubblica. Agli osservatori più accorti, infatti, non sarà sfuggito che l’inasprimento dei rapporti tra le due superpotenze non è altro che la cartina di tornasole del grado di profondità strategica della loro azione politica, l’una volta a consolidare, l’altra a revisionare l’attuale ordine mondiale. Stante l’enorme massa gravitazionale degli attori in questione, il movimento dell’uno e la risposta dell’altro non possono che produrre fibrillazioni e tensioni percepibili sull’intero globo; mentre un eventuale scontro armato tra i due potrebbe degenerare in un olocausto termonucleare, con ogni probabilità esiziale per la stessa sopravvivenza della specie umana.

La crescente ostilità tra Stati Uniti e Cina è sotto gli occhi di tutti, tanto che negli ultimi mesi, si è tornati a parlare e a scrivere di guerra economica, di contesa sugli armamenti, di corsa allo spazio, di contromisure commerciali e ritorsioni diplomatiche tra il dragone asiatico e l’aquila americana. Insomma, spirano venti di guerra. Fredda per il momento. Ma comunque non di una guerra qualsiasi, bensì di una guerra per la totalità, la cui posta in gioco è il primato in un nuovo ordine mondiale. È così che l’umanità si ritrova posta innanzi a questioni, tendenze, e contraddizioni già viste e affrontate nel passato: corsi e ricorsi storici che sembrano riproporsi con sorprendente ciclicità sul proscenio della storia.

Ma la guerra è davvero il nostro destino? Non c’è nulla di predeterminato nel nostro futuro: in quanto uomini, siamo chiamati a scegliere. O, almeno, questa è la tesi centrale di Destinati alla guerra – Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (Fazi Editore, 2018, 25 euro), l’ultima fatica di Graham Allison, direttore dell’Harvard Kennedy School’s Belfer Center e già consigliere e assistente alla Segreteria della Difesa sotto ogni presidenza americana, da Reagan a Obama. Un libro in perfetto stile anglosassone, la cui prosa -asciutta e analitica- non tradisce le aspettative generate da un titolo che sembra condensare in sé introduzione, svolgimento e conclusione.

L’analista americano parte da lontano, dalla guerra che sconvolse la Grecia del V secolo a.C. tra Sparta – potenza terragna egemone del mondo ellenico – e Atene, che ne minava il primato economico e militare per mezzo di una potente flotta navale. «La crescita della potenza ateniese e il timore che ormai incuteva agli spartani resero inevitabile il conflitto», così Tucidide – testimone diretto dei fatti – ricostruisce le ragioni dello scontro armato tra le due maggiori città-stato del mondo greco. Allison – a capo del Thucydide’s Trap Project – insieme al suo gruppo di lavoro individua sedici casi della Storia in cui l’avanzata di una nazione di grande rilievo ha intaccato il ruolo di uno Stato dominante. Spagna e Inghilterra nel XVII secolo; Francia e Gran Bretagna nel tra XVII e XVIII ; ma soprattutto la rivalità tra Germania e Regno Unito, che – a cavallo dei secoli XIX e XX – portò allo scoppio del primo conflitto mondiale.

Ce ne è abbastanza per avanzare un teorema: «Quando una potenza in ascesa minaccia di spodestarne un’altra al potere, la sollecitazione strutturale che ne deriva rende lo scontro violento la regola, e non l’eccezione»; e il suo corollario: la lunga marcia del «più grande attore della storia del mondo», la Cina, rappresenta una minaccia reale, concreta e attuale all’egemonia economica, politica e militare che gli USA esercitano sull’intero globo terracqueo: il pericolo di una escalation bellica tra le due superpotenze non è più tema da futurologi e scenaristi. Anzi, strateghi degli apparati militari e decisori politici hanno la responsabilità di affrontare qui ed ora ciò che, altrimenti, per Allison, sembra un destino già segnato: la guerra su larga scala.

Per il professore americano, infatti, il primato dell’economia cinese su quella statunitense è già una realtà e a questo presto seguirà una crescente assertività anche sulle questioni internazionali. Insomma, la Cina, che con la guida di Xi Jinping ha assunto ancora di più il ruolo di una vera e propria potenza con ambizioni globali, sfida la pax americana, o, meglio, l’imperium americano, cioè quel sistema di regole economiche e di prassi internazionali che – dalla fine della guerra fredda – garantisce agli USA il dominio incontrastato sull’intero pianeta. Il volume di Allison ci offre l’occasione di riflettere sul declino della parabola statunitense e su quella che appare come una crisi della loro presa sul mondo. Un dominio che però, nonostante il momento, gli Stati Uniti non sembrano disposti a condividere con nessuno. Non con gli alleati europei, che anzi sono stati richiamati più volte all’ordine, né tanto meno con lo sfidante asiatico che viene percepito come una vera e propria minaccia. Quando in ballo ci sono gli interessi strategici che determinano la potenza e la prosperità della madrepatria gli americani non sono disposti a cedere di un centimetro.

Ma cosa spaventa davvero gli Stati Uniti? La possibilità che Pechino possa disegnare un ordine mondiale veramente multipolare, dove le priorità dell’agenda della comunità internazionale non rispondano alla tutela dei pilastri del potere americano. Su questo fronte, la leadership cinese vuole giocarsi pienamente la sua partita, e Xi Jinping non manca mai di ricordarlo. Gli sforzi per riconvertire le catene del valore della propria economia puntando sui settori a più alto valore aggiunto, gli investimenti sulla formazione, sulla tecnologia quantistica, sulle reti 5G, sui trasporti ad alta velocità e sul potenziamento della capacità spaziale non solo dimostrano la volontà di chiudere definitivamente i conti con “il secolo delle umiliazioni”, ma fanno assumere alla Cina la postura di una superpotenza che ha l’ambizione di affermarsi come baricentro e avanguardia del mondo. Come? Per un ossimoro della Storia – forse soltanto apparente – la leva diplomatica della più grande nazione comunista è l’enorme liquidità monetaria che Pechino sfrutta come capitale di investimento.

Anche se quando lo ritiene opportuno non manca di mostrare i muscoli, in questo momento storico l’avanzo di bilancio è la vera massa gravitazionale che rende la Cina capace di attrarre altri attori internazionali e di proporsi loro come alternativa seria, credibile e conveniente all’influenza statunitense. Il progetto delle nuove vie della seta (Belt and Road Initiative) è forse quello che rappresenta il vero fulcro del più grande sforzo geopolitico e geoeconomico che una nazione abbia mai tentato in tempo di pace, ma la Cina oggi è in grado di offrire ai propri partner commerciali anche canali di finanziamento paralleli e alternativi al sistema del Fondo Monetario e della Banca Mondiale.

Che l’iniziativa cinese risulti indigesta agli Stati Uniti non lo scopriamo oggi. Nella National Defence Strategy del 2018, dove – per la prima volta dopo anni sciagurati – gli americani abbandonano definitivamente l’idea che il terrorismo sia la maggiore minaccia alla sicurezza nazionale, si definisce la Cina quale “nazione nemica”. Insieme alla Russia di Putin, ça va sans dire. Ma qual è il limite oltre il quale gli americani non considerano lecito avventurarsi? Dopo la poco efficace strategia del containment portata avanti da Obama e Clinton nel Pivot to Asia, i dazi doganali di Trump ricordano a Xi che establishment, élite e deep America concordano sul fatto che in politica estera esiste solo una priorità: l’interesse americano to defend our way of life. Tradotto: che gli USA possano perdere la propria egemonia sul pianeta è eventualità nemmeno pensabile.

Gli alleati sono già stati ammoniti e anche l’Europa deve rendersene conto: l’America ha da pensare a cose serie e tutti sono chiamati a fare la loro parte. Più soldi alla Nato e meno accordi commerciali con la Cina, anzitutto. 5G Huawei is banned, per intenderci, anche se è più efficiente e costa meno di quello nordamericano. A qualcuno che si mostra più duro di comprendonio – come l’Italia che si appresta a ospitare Xi Jinping (dal 21 al 24 marzo a Roma) e che sembrerebbe intenzionata a diventare la prima potenza del G7 a entrare nei progetti della Belt and Road Initiative – si pensa pure di tirare le orecchie.

 Il punto dirimente oggi sembra essere esattamente questo: le élite europee cominciano a capire (guten morgen!) che i propri interessi strategici non coincidono più con quelli d’oltre Atlantico e che, anzi, l’alleato americano comincia a chiedere per sé più di quello che offre in cambio; e che quello che offre in cambio è comunque meno di quello che è disposta a mettere sul piatto la Repubblica Popolare pur di rafforzare il legame commerciale con l’Europa. Già. Perché il più alto progetto geopolitico di Pechino, il principale obiettivo da realizzare per fare del XXI secolo il secolo cinese, si chiama Eurasia, spauracchio di mackinderiana memoria, visto come fumo agli occhi dagli americani, che da sempre lo considerano come il più reale, grave e concreto pericolo per i loro interessi: l’unico che – se portato a termine – li ricaccerebbe nella loro “isola” in mezzo ai due oceani, sola e ai margini del centro dello sviluppo tecnologico e del commercio mondiale. Il punto di non ritorno che significherebbe l’estinzione degli Stati Uniti per come li abbiamo conosciuti fino a ora.

La più grande potenza talassocratica della storia ha bisogno del rimland europeo per esistere, vivere e prosperare. E, dunque, ancora una volta l’Europa – finis terrae – sembra essere di nuovo il limite invalicabile, l’oggetto e insieme lo spazio della contesa di due superpotenze, l’una terragna, l’altra marittima, che si affrontano per il dominio globale. Ancora una volta la mer contre la terre con il vecchio continente a fare da posta in gioco, oggetto – perché incapace di farsi soggetto – della contesa. E ancora una volta la Storia sembra volersi riproporre senza poter insegnare nulla, ma solo per annunciarci presagi di un nuovo futuro antico dagli esiti a oggi imponderabili.

 


La sicurezza della (e nella) Belt Road Initiative

La costruzione di imperi, regni e potenze ha sempre comportato la necessaria presenza di rotte commerciali, di comunicazione, di passaggio e lungo le quali esercitare la propria influenza.

La sicurezza della (e nella) Belt Road Initiative - Geopolitica.info thecurrentcy.com

La protezione e la messa in sicurezza di tali linee dunque, sia interne che esterne, è da sempre una necessità che denoterà la resistenza e la buona riuscita dell’opera che si sta compiendo. Esempi esemplificativi, due su tutti, risultano essere l’Impero Romano e l’Impero britannico, il primo Impero a portata globale. Tale premessa è necessaria per inquadrare in quale scenario si è inserito un nuovo attore, la Cina, e il suo grande progetto geopolitico, avviato oramai da circa cinque anni, ovvero la Belt Road Initiative.

Questo progetto può essere riassunto come il collegamento tra Europa e Asia sia per via marittima che per via terrestre, la connessione tra la Cina e il Mediterraneo, fino alla Finlandia e al Portogallo passando per l’Asia e anche per l’Oceano Indiano e per il Medioriente. Queste rotte marittime e terrestri necessitano di essere protette e rese sicure perché persistono piaghe endemiche di difficoltà dovute a regioni instabili ed insicure, come per esempio l’Afghanistan o il Corno d’Africa. Tali debolezze possono essere superate soltanto con una presenza massiccia di forze di sicurezza e, soprattutto, con l’instaurazione di un contesto sicuro e stabile nella regione in cui si vuole operare e investire.

La Bri e la (sua) Sicurezza: le difficoltà

Il Paese asiatico ha infatti lanciato, da alcuni anni, il suo grande progetto geopolitico per collegare l’Eurasia, cercando allo stesso tempo di plasmare la politica internazionale rendendola più sinocentrica possibile. Si è però scontrata con difficoltà non solo economico-amministrative-giudiziarie ma anche sociali, culturali, ambientali, politiche ed infine quelle più strettamente connesse al comparto della security.

Nel progetto originario cinese infatti non sembrano essere stati inseriti vincoli e margini di manovra per poter evitare frizioni e punti di elevata complessità, soprattutto politici e militari. Cioè, ad una attenta analisi, la proiezione economica e il soft power cinese sembrano mancare di quelle politiche necessarie ad attuare quel clima di sicurezza e stabilità socio-economica-politica nel quale poter implementare al massimo delle loro potenzialità gli investimenti infrastrutturali.

Queste mancate considerazioni, dovute all’inesperienza della Cina nel proiettarsi all’esterno dei propri confini, si configurano come fattori di incertezza e rischio non solo per il futuro del progetto geopolitico cinese, il quale verrebbe minacciato da eventuali tensioni e resistenze armate e non,  ma anche per gli altri Paesi del globo, i quali potrebbero essere certamente interessati dalle possibili crisi e problemi che potrebbero poi emergere nei territori in cui vengono investiti i finanziamenti e, in seconda battuta, dalla mancata risoluzione di tali problematiche. Il governo cinese, pertanto, si è reso conto di dover far fronte a queste difficoltà dato che molti corridori strategici lungo cui si sviluppa la BRI, siano essi terrestri o marittimi, sono caratterizzati da governi deboli, tensioni sociali, povertà diffusa, endemici conflitti armati e resistenze armate. 

Le due strade che la Cina ha deciso di intraprendere

Il Paese asiatico ha pertanto deciso di agire seguendo due “strade”: la prima riguarda la rimodulazione delle proprie Forze armate, mentre la seconda attiene alle Private Military and security companies (PMSCs). Per quanto attiene alla prima “strada”, da un lato la Cina si è scontrata con la sua storica reticenza nel non impiegare le sue Forze Armate in teatri esteri, dall’altro però si è ritrovata a dover garantire la sicurezza e la tutela dei suoi operai e cittadini nei territori dove gli investimenti trovano poi attuazione. L’elevata presenza di personale civile cinese nel mondo ha infatti obbligato il Paese a dover rimodulare da un lato le proprie FF.AA. al fine di renderle idonee a intervenire e proteggere i propri connazionali.

La costruzione di basi avanzate e logistiche come quella in Gibuti, inaugurata nel 2017 e la rimodulazione degli assetti e dei mezzi militari, il loro upgrade tecnologico rappresentano un fattore importante pre proiettare le Forze armate al di fuori dei confini nazionali cinese con il preciso scopo di difendere gli interessi globale del Paese asiatico.

Tuttavia, non sempre le forze militari possono essere impiegate negli scenari e per trasmettere e fornire un’adeguata sicurezza  la Cina si è vista costretta a ricorrere alla sicurezza privata, trovandosi però impreparata. Questa componente, come evidenzia Alessandro Arduino in un suo articolo per T.wai, ha un personale molto numeroso ma spesso inesperto e, per legge, non ha il permesso di portare armi sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali.

Un ulteriore limite poi lo si rileva nel momento in cui si cerca una normativa che ne regoli l’operatività. Se questa è presente nel mondo Occidentale e in quasi tutto il resto del mondo tramite l’ ICoCA (International Code of Conduct Association), i soggetti cinesi ne sono privi e ciò può essere un importante fattore di svantaggio per Pechino, nell’ottica di una risoluzione della crisi ma anche nella sua prevenzione. Per sopperire a queste mancanze la Cina sta acquisendo quote di società appartenenti a diversi Paesi così da avere non solo accesso ad un mercato meglio attrezzato ma anche meglio dotato di quel know-how fondamentale per addestrare i propri operatori e soprattutto per cominciare ad acquisire rispettabilità in questo settore.

Come dunque si può ben osservare le variabili che possono minare il progetto geopolitico cinese sono variegate, fluide e di diversa natura. Se le strade percorribili dalla Cina sono quelle indicate precedentemente, per la comunità internazionale, così come le Organizzazioni internazionali e gli altri Paesi, la strada più soddisfacente per tutti, per quanto attiene alla sicurezza, potrebbe essere quella della cooperazione e integrazione con la controparte cinese fornendo uno standard comune di intervento e di operatività, sia per la parte militare vera e propria sia per la componente privata.

Agendo in tale modo, si può così auspicare di riuscire a dare una risposta condivisa al controllo ed alla mitigazione dei focolai di crisi,  alle instabilità già presenti e, soprattutto, al non permettere sia che persistano sia che ne nascano di nuovi, permettendo e garantendo benefici sociali, economici e politici per tutti i Paesi e gli attori coinvolti in questo grande progetto geopolitico che è la Belt Road Initiative.