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Brexit Poll: il secondo tentativo

Quasi alle porte del prossimo 23 giugno, data in cui saranno aperte le urne per il referendum riguardante l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il clima politico britannico ed internazionale si fa sempre più teso ed allarmato. Nonostante i nuovi accordi raggiunti tra Gran Bretagna e Unione Europea, in cui alla prima viene riconosciuto uno status speciale e accordate molte delle richieste precedentemente presentate, la chiamata al referendum non si arresta e si fa sempre più viva e intrisa di opinioni contrastanti. Sembra di tornare indietro nel 1975 quando al popolo britannico venne chiesto “Do you think that the United Kingdom should stay in the European Community (the Common Market)?”.

Brexit Poll: il secondo tentativo - Geopolitica.info (cr: AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

La maggioranza (circa il 67% dei votanti) optò per il si, scegliendo di rimanere nel mercato comune. Oggi il Parlamento propone lo stesso quesito, mettendo in luce le opinioni contrastanti sia all’interno dello stesso governo sia nella comunità internazionale. Se da un lato lo stesso Cameron viene attaccato per avere mostrato una posizione poco lineare sulla Brexit, contemporaneamente sia il partito Laburista che quello Conservatore si trovano ad affrontare una scissione interna su tale scottante tema. Al contrario, l’UKIP e il DOP si mostrano uniti nel caldeggiare l’uscita dall’Unione Europea. Non diversa appare la situazione nel contesto internazionale. Nonostante le richieste della Gran Bretagna agli altri attori statali di non intromettersi in una decisione interna, le opinioni di molti leaders mondiali continuano ad affiorare.

In Europa, la maggior parte degli stati si schiera contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione. I motivi che spingono a tale posizione comune sono di diversa natura ed evidenziano paure e preoccupazioni sia sotto il punto di vista politico che economico e amministrativo. Innanzitutto l’Europa senza la Gran Bretagna apparirebbe nel contesto internazionale un’entità più debole e di certo meno esemplare nel garantire e incentivare lo sviluppo della democrazia e dei diritti civili. Infrangendosi questo modello, prenderebbero piede rapidamente le correnti euroscettiche e nazionaliste all’interno dei singoli stati.

Una situazione del genere appare rischiosa in realtà come quella danese, dove  il Partito del Popolo Danese sta chiedendo di indire un referendum per un’eventuale Dexit.

In Francia il presidente Hollande teme una crescita del Front National di Marine le Pen. I paesi Bassi, partner stretti del Regno Unito e sostenitori di un’Europa meno allargata (come dimostra il referendum non vincolante del 6 aprile sulla decisione del Parlamento di Amsterdam di ratificare l’accordo di associazione tra UE e Ucraina – la maggioranza ha votato per il no all’accordo) rischiano a loro volta una diminuzione della coscienza europeista.

Altra questione rilevante è quella sull’immigrazione. Con le dovute eccezioni, nel contesto internazionale si ritiene che per ottenere maggiori risultati e riuscire ad assistere al meglio le migliaia di immigrati che giungono quotidianamente sul suolo europeo, sia necessaria una cooperazione attiva da parte di tutte le entità statali del vecchio continente. Tale concetto è stato evidenziato durante lo scorso G7 di maggio, in cui le potenze partecipanti hanno ribadito la necessità ed urgenza di una azione comune per affrontare la crisi migratoria e per dare un aiuto effettivo ed efficace ai rifugiati e alle comunità di assistenza. L’uscita della Gran Bretagna comporterebbe la perdita di un soggetto estremamente importante e l’apertura a scelte di chiusura delle frontiere come dimostra l’annuncio a febbraio del presidente ungherese Orbán riguardo una consultazione popolare sull’accettazione di quote di migranti sul proprio territorio. Altro problema riguarda la definizione normativa dei residenti stranieri nel suolo britannico (e viceversa). Con l’uscita dall’Unione migranti europei ed extracomunitari verrebbero a confondersi e ad avere lo stesso status giuridico.

Per trovare una nuova politica di gestione e registrazione occorrerebbero anni, lasciando molti in una situazione di caos e di precarietà. Non a caso paesi quali Polonia, Ungheria, Italia e Spagna si preoccupano del destino dei loro concittadini che si sono trasferiti nel Regno Unito. Sarebbero perciò necessari nuovi patti bilaterali per regolamentare la circolazione delle persone.

A livello economico, qualora al referendum vincesse il “remain”,  il popolo della regina Elisabetta II non potrebbe più godere dei fondi che riceve dall’Unione Europea e il governo dovrebbe adoperarsi tempestivamente nella stesura e ratifica di accordi bilaterali e multilaterali che regolino i rapporti economici e commerciali (incluso l’aspetto tariffario di dazi alle frontiere) con tutti i membri dell’UE. Come ha fatto presente anche il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, questo processo richiederebbe molto tempo rendendo inevitabilmente incerti e complessi gli stessi patti e rapporti commerciali futuri.

Anche la cancelliera Merkel ha rotto il silenzio per affermare che nonostante la decisione spetti ai soli cittadini britannici, questi ultimi debbano essere informati sul fatto che, in caso di Brexit, gli stati al di fuori dell’UE non otterranno mai buoni risultati nelle negoziazioni. L’intento del primo ministro tedesco non è solo quello di sottolineare il valore del mercato unico ma anche quello di evidenziare la sua speranza nella continuità di collaborazione con la Gran Bretagna al tavolo europeo, di modo che quest’ultima possa avvalersi della propria influenza per stabilire di concerto con gli altri membri nuove norme comunitarie.

I paesi dell’est Europa, hanno una ragione in più per desiderare che il Regno Unito continui ad avere propri rappresentanti a Bruxelles: il timore di ricadere sotto la sfera d’influenza russa. La Brexit porterebbe con sé un mutamento negli equilibri di potenza e anche meno fondi per quegli stati che, di recente formazione, hanno bisogno di aiuti per svilupparsi e accrescere la propria economia.

Vladimir Putin è ben conscio del panorama che si prospetta e appunto per questo motivo auspica l’uscita della Gran Bretagna al fine di riproporre un modello di governance alternativo a quello indebolito europeo. In secondo luogo la dipendenza energetica (principalmente di gas e petrolio) dell’Europa dalla Russia non verrebbe minata, anzi probabilmente rafforzata. La possibilità che altri stati seguano l’esempio britannico, favorirebbe la nascita di un nuovo assetto geopolitico in cui il Cremlino potrebbe espandere il proprio ascendente, forte anche del decremento di forze militari dell’Unione.

Sebbene come dimostrato il referendum colga l’attenzione di molti attori ed istituzioni, bisogna ricordare che sarà solo il popolo britannico a decidere. Come mostra il grafico sottostante, il risultato non è prevedibile, in quanto in base agli ultimi sondaggi, la schiera dei votanti risulta fratturata a metà (43% per il si e 42% per il no), rendendo ancora più interessante l’attesa dell’esito finale.