Archivio Tag: Brexit

Post Brexit e l’attuale Regno “Unito”

Anche se il risultato del referendum nel Regno Unito ci riguarda tutti, non dobbiamo permettere che domini la nostra agenda per i prossimi anni. Ci siamo dati un programma di riforme positive per rafforzare la nostra Unione, per rispondere con determinazione alle sfide del nostro tempo e per creare un’Europa migliore che dia forza ai suoi cittadini e li protegga in caso di necessità. Dobbiamo andare avanti e agire con urgenza, efficacia, determinazione e soprattutto all’insegna dell’unità”.

Post Brexit e l’attuale Regno “Unito” - Geopolitica.info

E’ così che, nel suo discorso dell’appena passato 14 settembre sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione europea Juncker fa riferimento diretto alla Brexit. L’uscita del Regno Unito ha di certo dato un colpo fendente all’Europa, ma la crisi intrinseca non è nuova e prestare troppa attenzione, sia mediatica che nelle politiche comunitarie alla questione britannica, è controproducente. L’articolo 50 deve essere attuato e nel più breve tempo possibile. L’Europa deve occuparsi della propria solidità, di nuovi programmi e dell’immagine che mostra al mondo. La mancanza di stabilità e di coesione interna è ormai palese e preoccupante, non a caso nell’incipit il presidente afferma “Mai prima d’ora ho visto i governi nazionali così indeboliti dalle forze del populismo e paralizzati dalla paura della sconfitta alle prossime elezioni”. Il timore che in altri stati si possa seguire l’esempio del Regno Unito allarma l’Unione e chi ne è fermo sostenitore.

Il prossimo 2 ottobre sarà una data cruciale: nello stesso giorno si terranno in Austria le elezioni presidenziali e in Ungheria, tramite referendum, i cittadini decideranno se accettare o meno la ripartizione delle quote di migranti e profughi decisa dalla Commissione europea. L’ipotesi per cui il candidato austriaco Norbert Hofer, portavoce del Partito della Libertà (FPÖ) di chiara connotazione anti-europea, possa uscire vincente, ovviamente preoccupa Juncker. Allo stesso modo il voto di Budapest potrebbe rivelarsi come un ennesimo taglio su una ferità già aperta, basti pensare a quanto, soprattutto nell’ultimo anno, la gestione inefficiente della crisi migratoria abbia danneggiato l’Europa. Seguiranno poi le aperture dei seggi in Italia per il referendum costituzionale ed in Francia e Germania per le elezioni nazionali del 2017.

Quanto la Brexit potrà influire sulla scelta di voto dei cittadini dei vari paesi membri dell’Unione? Di certo i risultati non sono così scontati, maggiormente se si pone attenzione agli ultimi sondaggi sull’economia britannica. Nonostante le previsioni catastrofiche pre-referendum, la situazione economica attuale non pare affatto disastrosa.

Nel mese di agosto è aumentata la percentuale degli acquisti da parte dei consumatori, la Bank of England ha diminuito notevolmente i tassi di interesse (passando dallo 0,5% allo 0,25%) allo scopo di incrementare l’economia nazionale.

Certamente gli effetti negativi non mancano e sono evidenti. La sterlina, che il giorno successivo al voto ha subito un forte calo, continua ad essere debole se paragonata a quattro mesi fa. Il settore immobiliare ha dovuto affrontare un aumento dei prezzi ed i costi delle importazioni sono aumentati sensibilmente, per lo più per i beni alimentari e per i metalli.

Riguardo all’occupazione, serve più tempo per ottenere dati affidabili che mostrino le conseguenze dell’uscita dall’UE.

Se l’economia pare comunque reggere nonostante tutto, la mancanza di stabilità si nota principalmente sul piano politico. Il nuovo Primo Ministro Theresa May, che fin dall’inizio della sua carica ha sottolineato che “Brexit means Brexit”, ora deve scontrarsi con un’Europa più intransigente e meno propensa a fare sconti. Ma soprattutto le tensioni provengono dalle regioni dotate di più autonomia del suo stesso paese, ovvero Scozia e Irlanda del Nord. Si ricordi che entrambe, insieme al Galles, dispongono di propri esecutivi e assemblee legislative. Se già al momento del referendum, i loro cittadini si erano espressi in netta maggioranza per il “remain”, ora il rapporto con il governo centrale è ancora più teso.

In Scozia già nel 2014 si era svolto un referendum per l’indipendenza. Circa il 55% dei votanti si era espresso a favore del mantenimento dello status quo. La Brexit da un lato ha riacceso i fervori indipendentisti, dall’altro spinge l’attuale premier scozzese Nicola Sturgeon a stringere accordi separati con l’UE e a partecipare attivamente al tavolo di contrattazione fra Gran Bretagna e Unione Europea, cercando di convincere la prima a rimanere nel mercato unico.

In Irlanda del Nord la situazione è abbastanza simile. Addirittura Micheál Martin (il leader del maggiore partito di opposizione) ha proposto un ulteriore referendum al fine di riunire i governi di Belfast e Dublino. Sebbene questa sia un’ipotesi poco credibile, visto l’excursus di lotte e di differenze culturali e religiose, non bisogna sottovalutare la pressione che può esercitare sulla May per ottenere più ascolto ed influenza nei futuri accordi tra Londra e Bruxelles.

Viste le problematiche questioni interne, il Regno Unito non appare oggi così “Unito” come suggerisce il suo nome.

Brexit: costi e benefici per l’ambiente

Le conseguenze di una uscita della Gran Bretagna dalla Comunità Europea, che è un evento ormai praticamente certo, almeno in misura parziale, avrà indubbiamente conseguenze sia sulla Politica energetica dell’Unione Europea e anche della stessa Inghilterra, sia sulle politiche ambientali di entrambi questi due soggetti, e quindi anche sulla loro azione a livello mondiale. Le conseguenze insomma possono anche essere viste nella loro dimensione globale.

Brexit: costi e benefici per l’ambiente - Geopolitica.info

Gli effetti del Brexit non sono ancora tutti immediatamente visibili. Eppure da quello che se ne può già intuire, appare sin da ora evidente che una ricerca un po’ approfondita in questo senso merita indubbiamente di essere fatta.

Sotto il profilo politico, c’è immediatamente da rilevare che alcuni dei principali esponenti della Brexit come Boris Johnson  ostentano aperto scetticismo sul fatto che il  riscaldamento ambientale abbia la sua origine nell’azione dell’uomo come trasformatore e consumatore delle risorse naturali. E questo atteggiamento demagogico ed irresponsabile è a tutto campo, George Eustice, Ministro dell’Agricoltura del Governo Cameron, un notabile conservatore favorevole al “leave”, aveva già da tempo annunciato la sua intenzione di sbarazzarsi delle Direttive Europee che proteggono la vita e l’habitat naturale degli uccelli, un soggetto un tempo assai caro all’Inghilterra tradizionale, dove prosperano le attività di “bird watching”. E, come molri altri esponenti politici favorevoli all’uscita dalla UE, si era sempre battuto per un approccio “flessibile” alla protezione ambientale.
Contemporaneamente, si è già mosso l’ambiente industriale. Tanto per fare un esempio, le aziende interessate alla tecnologia del fracking stanno già proponendo un fast track, un passaggio accelerato della legislazione in materia alla Camera dei Comuni. Ed è una questione che, se interessa evidentemente soprattutto l’Inghilterra ed una ampia zona del Mare del Nord, potrebbe portare a informazioni che, se pur risultanti da una esplorazione condotta nelle aree di controllo inglese, potrebbero mettere in luce aspetti geo-minerari generali di altre zone contigue. Il che automaticamente porterebbe alla concreta possibilità di sfruttare il gas di scisto anche nei paesi e nelle aree confinanti, rendendo più difficile ogni resistenza alle pressioni delle forze economiche interessate
In generale, la legislazione britannica oggi esistente in materia deve moltissimo alle pressioni della  unione Europea. Ed è quindi molto probabile che l’orientamento generale della produzione legislativa futura in questa materia, cambierà di orientamento una volta venuta meno la pressione proveniente da Bruxelles.
Dal punto di vista dell’applicazione, poi, già oggi le stesse misure esistenti in  ambito europeo sulle questioni ambientali vengono utilizzate dalla Gran Bretagna in una maniera che, se non può essere considerata distorta, mostra almeno uno scarso convincimento per gli obiettivi ultimi di tali misure. Così, per esempio, la Gran Bretagna che è il secondo produttore di gas a effetto serra in Europa, è anche il più grande acquirente di permessi di  emissione di gas carbonici nel quadro del cosiddetto sistema europeo di commercio dei delle emissioni (EU ETS, emission trading system). E soprattutto è il paese che ancora oggi presta maggiore attenzione alla possibilità di costruire impianti atomici per la produzione elettrica, in particolare scambiando tecnologie con la Cina, così favorendo indirettamente la stessa pericolosa tendenza dei Cinesi (che sono, con gli Americani, i più grandi produttori al mondo di gas inquinanti) a affidarsi a questo tipo di fonti di energia.
Per rendersi conto bene di quanto, e perché, l’Unione Europea sia importante in questo campo bisogna tener presente il fatto che la problematica ambientale è cominciata ad emergere – almeno a livello di consapevolezza dell’opinione pubblica o di una parte più avanzata di essa – attorno agli anni ‘60. In precedenza, la consapevolezza di tali problemi e le conseguenti preoccupazioni erano ristrette ad una piccola minoranza composta da scienziati, con scarsa udienza pubblica. La presa di coscienza collettiva, che avrà una sorta di picco nei  primi anni del decennio successivo, coincide con il periodo in cui la Unione europea e le organizzazioni che l’hanno preceduta acquistavano una quota crescente di potere a scapito dei governi nazionali.  
Essendo, in un certo senso, alla ricerca di vie per creare una super struttura statuale estesa a livello di tutta l’Europa, le istituzioni europee hanno trovato un campo facile nei problemi per i quali non sono mai esistite a livello nazionale delle strutture ministeriali ed amministrative apposite. In questi campi, perciò, la resistenza burocratica espressa dagli Stati membri era molto più affievolita. L’ambiente cioè è diventato un argomento tipico delle competenze comunitarie, come lo sono oggi tematiche quali il diritto all’oblio,  tema di cui molto si occupa il Parlamento europeo, ma molto di meno anzi per nulla i Parlamenti dei paesi membri.
Le questioni ambientali su cui ci si deve mettere d’accordo in sede EU sono all’ordine del giorno quasi ininterrottamente. Ad esempio, proprio in questi giorni i ministri EU  di cui questi problemi sono competenza devono approvare i nuovi obiettivi per ridurre da qui al 2030 l’emissione di gas inquinanti. Sarà interessante vedere cosa accadrà.
Le resistenze contro la politica ambientale  non vengono soltanto dagli interessi legati agli idrocarburi ma anche in qualche caso soprattutto negli interessi legati al carbone. La Polonia, uno dei paesi che più ha beneficiato degli aiuti comunitari in questo ultimo decennio, è che oggi  con un governo di destra che largamente riflette il sentimento razzista e provinciale della sua opinione pubblica, si permette anche di fare la voce grossa contro l’immigrazione e contro la politica estera della UE,  produce la maggior parte della propria energia ancora con il carbone.  L’ odio del Governo polacco per la Russia e per Putin,  ed il suo neanche tanto nascosto diretto coinvolgimento nella oscura alleanza transazionale che spinge per una guerra in Ucraina, non sono tanto dovuti al senso di  rivalsa per tanti anni di dominazione straniera (in realtà la Polonia non è mai stato un paese veramente indipendente,  storicamente schiacciata come tra due nazioni come i tedeschi ed i russi entrambe a forte vocazioni imperiale),  quanto all’alternativa molto più pulita che il gas naturale di  provenienza russa offre rispetto ai loro giacimenti di carbone.  D’ora in poi, però,riva dell’appoggio inglese,  la Polonia avrà meno forza per sabotare una politica ambientale comune  più favorevole alle energie rinnovabili.
Osservando la situazione sotto il profilo ambientale appare poi anche l’inconsistenza di alcune tesi secondo cui altri paesi potrebbero prendere esempio dalla decisione britannica per chiedere a loro volta un referendum di uscita dalla UE. Tra questi paesi viene spesso, ad esempio,  citata la Svezia, E talora anche la Danimarca, che entrò nella Comunità Europea insieme all’Inghilterra proprio a causa dei suoi legami commerciali con il Regno Unito, che restare fuori dalla allora esistente tariffa esterna comune avrebbe fortemente danneggiato. Ma oggi invece la Danimarca oggi è più integrata con la Germania che con l’Inghilterra.  E la Svezia è uno dei più forti sostenitori della posizione tedesca tendente  a moltiplicare le fonti di energia alternativa a chiudere prima o poi tutte le centrali atomiche oggi esistenti.
Le posizioni contrarie ad ogni iniziativa tendenze a ridurre i danni all’ambiente non si limita naturalmente soltanto ai governi dei paesi membri. Esse coinvolgono anche gli interessi privati. E se le grandi aziende britanniche in campo petrolifero come la British Petroleum, la Shell e  la meno nota ma molto potenza Centrica,  hanno fatto campagna contro il brexit non è per amore dell’azione svolta da Bruxelles in questo campo, ma al contrario per il timore che, con l’uscita del governo britannico dalla ambito comunitario, venisse indebolito il campo che all’interno della stessa Unione europea si oppone alle misure di difesa ambientale. Si sono comportate cioè non da soggetti della società britannica, ma come soggetti apolidi i cui interessi sono indipendenti, e in questo caso contrari, a quella dell’Inghilterra.
Un altro punto importante è quello della posizione della Unione Europea relativamente agli accordi presi al vertice di Parigi per la negoziazione degli accordi mondiali sul clima.  E’ improbabile infatti che, una volta priva del della forza frenante del governo britannico, la Unione Europea possa rivedere al rialzo  le proprie ambizioni e i propri obiettivi in sede di negoziato mondiale, come invece ha auspicato Christiana Figueres,  la principale responsabile delle questioni ambientali in sede  Nazioni Unite. E’ invece probabile che la posizione UE rimarrà vincolata a quanto già deciso, che è meno di quanto avrebbe potuto essere se  il Brexit se fosse avvenuto prima. Però,  anche con questi obiettivi meno ambiziosi,  il suo peso sarà obiettivamente ridotto non solo dalla uscita del blocco di circa 60 milioni di cittadini europei ( cioè di più del 10% della popolazione della UE),  ma anche della inevitabile confusione interna che per almeno un paio d’anni indebolirà ogni azione di Bruxelles.
Si tratta come si vede di una tematica che richiede immediato che serio approfondimento. E   le forze interessate alla mantenimento della vivibilità del pianeta non si possono limitare a godere la maligna soddisfazione del fatto che, con la recessione  economica che già si annuncia  in Gran Bretagna come conseguenza del brexit, si avrà per un paio d’anni una forte caduta delle emissioni di gas serra, e quindi un minor danno inflitto all’ ambiente su scala globale.
Who is who: Theresa May

Nome: Theresa May
Nazionalità: inglese
Data di nascita: Eastbourne, 01 ottobre 1956
Chi è: Primo Ministro del Regno Unito

Who is who: Theresa May - Geopolitica.info

Nata a Eastbourne, nel Sussex, Theresa May studia geografia al St Hugh’s College di Oxford. Dal 1977 al 1983 lavora presso la Banca d’Inghilterra e dal 1985 al 1997 all’Agenzia delle Entrate britannica. Dopo aver tentato, senza successo, l’elezione alla Camera dei Comuni nel 1992 e nel 1994, viene eletta deputata per Maidenhead alle elezioni generali del 1997. Ha ricoperto diversi ruoli nei governi ombra di William Hague, Iain Duncan Smith, Michael Howard e David Cameron, tra cui Leader ombra della Camera dei Comuni e Ministro ombra per il Lavoro e le Pensioni. È stata anche Presidente del Partito Conservatore dal 2002 al 2003. Ministro delle Donne e delle Pari Opportunità tra il 2010 e il 2012, ha ricoperto dal 2010 ad oggi la carica Ministro degli Interni del Regno Unito.

All’annuncio delle dimissioni di David Cameron, in seguito alla sconfitta nel referendum del 23 giugno 2016 sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, May si è ufficialmente candidata alle primarie del partito conservatore il 30 giugno 2016, vincendole e divenendo leader del Partito Tory l’11 luglio 2016. Il 13 luglio, a 59 anni, è la seconda donna Primo Ministro del Regno Unito dopo Margaret Thatcher, che ottenne il primo mandato nel 1979. Il 14 luglio ha terminato la formazione del suo governo, in cui è forte la presenza di politici favorevoli alla Brexit .Tra questi, ha fatto scalpore la nomina di Boris Johnson a Ministro degli Esteri. Molti analisti hanno interpretato la mossa come una mossa del premier: nonostante le numerose gaffe, l’ex sindaco di Londra aveva ricevuto dei giudizi positivi in occasione delle Olimpiadi. Tra i nuovi ministri del governo May figurano: Philip Hammond, già agli Esteri con Cameron, che succede a George Osborne, uno dei conservatori più in vista nella campagna per il “Remain“, in qualità di Cancelliere dello Scacchiere (Ministro del Tesoro); David Davis, 67enne veterano dell’euroscetticismo nel campo conservatore, che è stato nominato segretario di Stato per l’uscita dall’Unione europea (incarico creato ad hoc per  portare avanti la cosiddetta Brexit); Liam Fox, 54 anni, ministro della Difesa tra 2010 e 2011, che è stato nominato al vertice del nuovo ministero per il Commercio estero, con il compito di forgiare nuove relazioni commerciali internazionali in conseguenza dell’uscita dalla Ue; Amber Rudd, già Ministro all’Energia, che è stato nominato al Ministero degli Interni.

Per la May, euroscettica ma fedele alla linea del “remain“, si prospetta una lunga lista di impegni da portare a compimento, come ad esempio: coordinare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea; tenere insieme un paese fortemente diviso al suo interno e un partito ad oggi lacerato dagli scontri tra fazioni interne; tenere salda un’economia in fibrillazione dopo la Brexit.
Pragmatica, incline al riformismo, aperta (ha votato ad esempio a favore dei matrimoni gay), si presenta come un leader dotato di una elasticità che potrebbe favorire il dialogo con Bruxelles, nonostante le frizioni siano già cominciate, a partire dal tema della libera circolazione dei cittadini Ue.

Londra e il Democracy Dilemma

Con il risultato referendario del 23 giugno scorso, gli inglesi hanno indicato la volontà di recidere i legami che dal 1973 hanno reso il Regno Unito membro, prima della Comunità Economica Europea, infine dell’Unione europea. Almeno in apparenza Londra pare così aspirare ad uno splendido isolamento. Ma la geografia politica del voto rivela quanto il Regno di Elisabetta II sia, su questo tema, in realtà diviso tra le diverse compagini nazionali che storicamente lo compongono. Irlanda del Nord e Scozia hanno infatti espresso un chiaro –Remain-. Ciò apre scenari del tutto inediti, che potrebbero perfino (ri)mettere in discussione le conseguenze del referendum, ponendo la democrazia britannica dinnanzi ad un bivio

Londra e il Democracy Dilemma - Geopolitica.info

L’Epic Fail di Cameron

Per un paradosso della politica (e oramai della storia), l’autore di quella che si prospetta come la prossima fuoriuscita del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’Unione europea è lo stesso che negli ultimi mesi ha strenuamente tentato di impedirlo, ovvero il Primo Ministro del Governo di Sua Maestà britannica, il Right Honourable Mr. David Cameron. Fu Cameron infatti, nel 2014, a minacciare per primo un referendum con cui i britannici sarebbero stati chiamati a decidere della permanenza o meno del Regno Unito nell’UE. A dargli man forte era intervenuta la stampa britannica (tra cui il prestigioso “Financial Times”) con una forte campagna anti UE. Un linea che, date le premesse, appariva destinata ad essere seguita sino in fondo e non invece (come poi si è rivelata) una azzardata tattica negoziale con l’eurocrazia. Nel febbraio scorso, il dietrofront. Le trattative di Bruxelles con Londra per uno status speciale all’interno dell’Unione avevano dato i loro frutti. Il 2 febbraio, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, in una lettera ai membri del Consiglio, affermava: “Keeping the unity of the European Union is the biggest challenge for all of us and so it is the key objective of my mandate. It is in this spirit that I put forward a proposal for a new settlement of the United Kingdom within the EU”. Le concessioni dell’UE nei confronti di Londra si erano concretizzate, tra gli altri, in un documento dal titolo Draft Decision of the Heads of State or Government, meeting within the European Council, concerning a New Settlement for the United Kingdom within the European Union. Quattro i punti sui quali l’UE si diceva disposta a considerevoli aperture: economic governance, competitiveness, sovereignty, social benefits and free movement.

Per Cameron, l’azzardo negoziale sembrava avere avuto successo. Se non fosse stato per un particolare. Il (perverso) meccanismo referendario era già in moto e stava alimentando, oltre ogni previsione, i sostenitori del -Leave-.

 

Effetto contagio?

 

Ora, la questione che aleggia a Bruxelles è se vi sia il rischio concreto che la Brexit possa tradursi anche in Frexit, Nexit, Itaxit. Alcuni commentatori la ritengono una possibilità da non doversi scartare a priori, almeno considerando le posizioni ufficiali dei partiti, cosiddetti, euroscettici presenti nel Parlamento europeo e costituenti il gruppo ENF (Europe of Nations and Freedom), tra cui il movimento italiano Lega Nord per l’Indipendenza della Padania. Almeno per l’Italia, tuttavia, questa eventualità è ostacolata dalla disposizione contenuta nell’articolo 75 della Costituzione, che prevede, tra le altre materie, l’inammissibilità delle consultazioni referendarie per le leggi “di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Di tale natura infatti sono gli accordi che legano la Repubblica Italiana alla membership UE. Ciò nonostante, ovvero proprio in virtù di tale impedimento, è presente nel Parlamento italiano un Disegno di Legge Costituzionale d’iniziativa popolare (N. 545, comunicato alla Presidenza del Senato dalla Lega Nord in data 11 aprile 2013) recante disposizioni per l’Introduzione del principio di ammissibilità per i referendum abrogativi sulle leggi tributarie e di ratifica dei trattati internazionali. Assegnato alla 1a Commissione permanente Affari Costituzionali, esso, dopo due Sedute in Commissione (25 novembre 2014, 8 aprile 2015) è ancora in attesa di vaglio procedurale in seno all’Assemblea, benché la Lega (8 luglio 2015) abbia richiesto la procedura d’urgenza. Richiesta respinta nella seduta dell’Aula n. 481 del 9 luglio 2015.

Un terreno inesplorato

La partita, in termini politico-diplomatici, non si profila facile per entrambi i protagonisti. Se per Cameron si tratta infatti di gestire la complessa situazione interna, per l’UE l’aspetto delicato è rappresentato dal processo negoziale con un Paese che, per la prima volta nella storia dell’Europa unita, avrebbe deciso di abbandonare la casa comune europea, benché il caso sia previsto dai trattati. Sono due gli articoli rispetto ai quali sia Londra che Bruxelles dovranno confrontarsi: l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea (TUE) e l’articolo 218 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. In particolare, l’articolo 50 del TUE, al comma secondo, afferma che: “Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso […]”. Sebbene Londra non abbia ancora chiesto l’applicazione dell’articolo 50, l’UE si è già mossa a tal riguardo, affermando (per mezzo del Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker) che non saranno ammessi colloqui con Londra sino alla richiesta ufficiale di attivazione della clausola contenuta nel TUE. La presa di posizione di Juncker è stata ribadita dal Parlamento europeo, riunitosi in seduta plenaria straordinaria (28 giugno), con la Risoluzione (2016/2800 RSP) e dal Consiglio europeo durante la riunione informale dei 27 Stati membri tenutasi a Bruxelles il 29 giugno, al termine della quale è stata rilasciata una Dichiarazione in sette punti, in cui si afferma (punto 2) che: “E’ necessario organizzare il recesso del Regno Unito dall’UE in modo ordinato […] Spetta al governo britannico notificare al Consiglio europeo l’intenzione del Regno Unito di recedere dall’Unione […] il più rapidamente possibile. Nessun negoziato è possibile prima della notifica”.

Nuova leadership per i Conservatori inglesi

Il risultato del 23 giugno, (-Leave- 51,9%, 17.410.742 voti; -Remain- 48,1%, 16.141.241 voti), rivela quanto il Regno Unito sia politicamente lacerato. Irlanda del Nord (56%) e Scozia (62%) hanno infatti votato per restare nell’UE, così come Londra, che all’interno dell’Inghilterra (53% per il -Leave-), ha scelto il -Remain- (60%). Il governo scozzese avrebbe timidamente rivelato di essere intenzionato a intavolare trattative con Bruxelles per tradurre in termini pratici il proprio 62% a favore del -Remain-, se necessario chiamando di nuovi gli scozzesi al voto per decidere sull’indipendenza da Londra, che si trova così dinnanzi a un Democracy Dilemma: sacrificare l’unità dello Stato per salvare il rispetto della democrazia, oppure, viceversa, ripudiare la volontà popolare del 23 giugno e far sì che il Regno possa chiamarsi ancora Unito. Solo gli sviluppi dei prossimi mesi potranno risolvere questo dubbio amletico.

Pare altresì difficile ritenere che il (futuro) negoziato UK-UE non possa risentire delle dinamiche interne al Partito Conservatore inglese. Boris Johnson (ex Sindaco della Grande Londra -da non confondere con il Lord Sindaco della City of London-), forse intravisto uno spiraglio che gli avrebbe potuto consentire di scalzare Cameron dalla guida dei Tories (e quindi portarlo al numero 10 di Downing Street), aveva abbracciato la Brexit, tanto da oscurare (quasi del tutto) il leader dell’UKIP (United Kingdom Independence Party), Nigel Farage, euroscettico della prima ora. L’ambizione di Johnson è stata tuttavia ridimensionata. Il 30 giugno scorso in conferenza stampa ha annunciato di non volere competere per la guida del Partito Conservatore, lasciando così via libera a Theresa May, Segretario di Stato per gli Interni.

 

Brexit: la questione scozzese

E ora che succede? La domanda accompagna varie tipologie di sguardo, dall’eccitato allo smarrito, dall’arrabbiato all’entusiasta. Ognuno ha la propria visione dell’esito rivoluzionario del referendum del 23 giugno scorso nel Regno Unito, anche nelle terre a Nord dell’isola britannica.

Brexit: la questione scozzese - Geopolitica.info

Espressione mista di preoccupazione e di speranza quella del popolo scozzese, ossia di chi, a maggioranza (66%), ha votato a favore della permanenza britannica nell’Unione Europea.

Strano destino quello della Scozia. Dopo il quesito referendario del 18 settembre 2014, “Should Scotland be an independent country?”, il 55% dei discendenti di William Wallace aveva deciso che si dovesse dare retta ai sostenitori del “Better together”, ossia dell’unità britannica. A parte 4 local goverment areas, quelle di Glasgow, North Lanarkshire, Dundee e West Dunbartonshire, tutta la Scozia, dalle Lowlands alle selvagge e temute Highlands, aveva optato per il mantenimento dello status quo. A nulla era valsa la campagna molto incisiva dell’allora primo ministro scozzese, il nazionalista Alex Salmond, e neanche la data simbolica della consultazione popolare: 18 settembre 2014, giorno del settecentesimo anniversario della battaglia di Bannockburn, cittadina a sud di Stirling, presso cui Robert the Bruce, alla guida dell’esercito scozzese, sconfisse i soldati inglesi di Re Edoardo II, durante la prima guerra di indipendenza.

Quel che non poterono gli scozzesi, potette David Cameron. All’ormai ex leader conservatore bisogna riconoscere di aver riacceso i più disparati sentimenti nazionalistici; quello degli inglesi, benché egli fosse contrario all’uscita del suo paese dall’Unione Europea, ma anche quello degli scozzesi e dei nord-irlandesi, i quali, a questo punto, possono usare l’arma della permanenza comunitaria per affrancarsi da Londra.

Per comprendere, nello specifico, la questione scozzese, bisogna collegare il referendum nazionale del 23 giugno 2016 con quello in Scozia del 18 settembre 2014. I due eventi democratici non sono isolati, ma sono frutto di strategie, a livello britannico e comunitario, che in maniera rilevante hanno influito sulla volontà popolare.

Senza trascurare quanto il “carattere” degli abitanti della Scozia sia rilevante a riguardo, come può essere constatato scorrendo le pagine della storia. Questa terra meravigliosa ha sempre sofferto di alcuni mali che ne hanno indebolito la forza a livello internazionale: le divisioni interne.

Fin dai tempi di Kenneth MacAlpin, proclamato Re degli Scoti e dei Pitti nell’843 d.C., data a cui si fa risalire la nascita del Regno di Scozia, l’anima di questo popolo non è stata mai la nazione, ma l’appartenenza alla famiglia, ossia al clan. Questo fu motivo di continue guerre intestine, parzialmente mitigate da Re David I, ma riesplose nel 1286 d.C., dopo la morte di Re Alessandro III.

Il problema raggiunse un livello tale che i Guardiani di Scozia, nobili e vescovi nominati per la gestione del territorio in attesa che Margherita, pulzella di Norvegia e nipote di Alessandro III, raggiungesse l’età per governare, chiesero aiuto agli inglesi. Ebbene, fu proprio così! L’immagine dell’eroismo indomito di Braveheart deve ancora incantare i nostri animi romantici. Gli scozzesi andarono da Edoardo I d’Inghilterra, eleggendolo supervisore delle diatribe interne. Quale assist migliore dato a un sovrano espansionista per assumere il controllo della Scozia? Da lì fu un susseguirsi di eventi drammatici, acuiti dalle rivendicazioni al trono da parte di vari nobili scozzesi, resi celebri e mitici da figure carismatiche come William Wallace, e portati a conclusione col Trattato di Edimburgo-Northampton, firmato nel 1328, e la proclamazione di Robert the Bruce, il vincitore di Bannockburn, quale Re di Scozia.

Gli inglesi, di certo, non rinunciarono a qualcosa che evidentemente consideravano propria e, pochi anni dopo, con l’ausilio di clan scozzesi a loro vicini, invasero nuovamente il nord, provocando la seconda guerra d’indipendenza scozzese, che si concluse con la vittoria dei discendenti di Robert the Bruce.

Dopo questi fatti, la storia dell’isola britannica continua a mostrare una conflittualità accesa tra Scozia e Inghilterra, vista la tendenza delle due case regnanti a influenzarsi reciprocamente. La famiglia reale scozzese degli Stuart, in particolare, fu spesso vittima di divisioni interne e degli attriti con l’Inghilterra. Re Giacomo III fu persino ucciso da nobili scozzesi asserviti agli antichi nemici.

Il tutto fino a quando Giacomo VI Re di Scozia fu proclamato Giacomo I Re d’Inghilterra e vennero così unificate le due corone. Dunque, uno scozzese al comando dell’intera isola. Eppure, Giacomo decise di abbandonare Edimburgo per Londra e relegò la terra di origine a periferia, ingenerando nuovi sentimenti nazionalistici, esacerbati da condizioni economiche delle classi popolari non favorevoli, e fenomeni di rivolta come il Giacobitismo.

Un atto mutò il corso dei rapporti tra le popolazioni dell’isola: l’Act of Union, con cui, nel 1707, nacque il Regno di Gran Bretagna. Il Parlamento scozzese e quello inglese vennero unificati. Rimasero tante divisioni, anche in ambito religioso e giuridico, ma da quel momento gli scozzesi divennero protagonisti della vita politica nazionale e internazionale, del progresso tecnologico e dell’ingegneria, del mondo artistico, letterario, economico e filosofico britannico. La Scozia divenne “the worshop of the British Empire”, in maniera così evidente e consolidata da far dire a Winston Churchill, non senza la sua solita maliziosa arguzia: “Of all the small nations on this earth, possibly only the ancient Greeks surpass the Scots in their contribution to mankind”.

Questo clima di Scottish Enlightenment non assopì le rivendicazioni degli scozzesi, capaci anche in tale occasione di mostrarsi divisi, tra coloro che chiedevano una devolution delle competenze per la gestione del territorio e coloro che volevano l’indipendenza. C’era chi auspicava persino il ritorno del Parlamento di Edimburgo.

Agli inizi del ‘900, nacquero tanti partiti in Scozia, con orientamenti anche opposti tra loro, e dalla fusione di due di questi partiti, il National Party of Scotland e lo Scottish Party, nacque nel 1934 lo Scottish National Party, oggi partito di maggioranza e di appartenenza del Primo Ministro Nicola Sturgeon.

Tutta questa premessa storica per rappresentare sinteticamente come, spesso, la forza di Londra sia stata rafforzata dalle divisioni e dalle indecisioni degli scozzesi, nondimeno ammirevoli per la indiscutibile volontà di difendere le proprie terre.

Terre rese ancora più appetibili quando, nel 1971, venne scoperto nel Mare del Nord, all’altezza del Aberdeenshire, il più grande giacimento petrolifero d’Europa. Una risorsa di cui gli scozzesi non hanno mai goduto pienamente, visto che Londra non ha loro consentito la gestione piena e diretta, nonostante lo slogan dei nazionalisti scozzesi fosse: “It’s our oil”.

Neanche lo Scotland Act del 1998, con cui venne istituito finalmente il Parlamento scozzese, competente in merito a una serie di materie comunque devolute da Londra, ha placato le spinte indipendentiste.

La presenza dello Scottish National Party, sempre più protagonista della scena politica locale, ha determinato un lungo e articolato dibattito che ha portato al noto referendum del 18 settembre 2014.

Eppure, in quella occasione, gli indipendentisti persero. Ancora una volta la Scozia si è mostrata divisa e ha preferito restare sotto l’egida protettiva di Londra.

Di indubbia influenza sull’esito della consultazione popolare fu, oltre alla promessa di una devolution max da parte di Cameron in caso di vittoria degli unionisti, la paura degli scozzesi di uscire dall’Unione Europea. Prima del referendum i rappresentanti della UE furono durissimi. L’allora Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, si espresse in varie occasioni in senso negativo sull’ipotesi che una Scozia indipendente potesse automaticamente diventare membro dell’Unione Europea. Il nuovo stato avrebbe dovuto seguire il normale iter previsto per un qualunque nuovo membro e, più volte era stato rimarcato, non sarebbe stato pacifico l’assenso dei vari stati aderenti.

La preoccupazione di uscire dalla comunità europea, così come la delusione per il mancato riconoscimento delle promesse fatte dal governo britannico, è riemersa dopo l’esito del referendum del 23 giugno 2016. Gli scozzesi, con una percentuale molto alta, lo hanno detto in maniera chiara: l’Unione Europea è la propria casa. Se la vicina Inghilterra ha preso una decisione diversa, è possibile che la Scozia spinga nuovamente per recuperare, dopo secoli, la propria indipendenza, rendendosi pienamente responsabile delle proprie decisioni e delle proprie risorse, con particolare riguardo a quelle appetite del Mare del Nord.

Non è, pertanto, da escludere che Nicola Sturgeon riesca nel suo intento, ossia ottenere un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia, ma si tratta di capire come reagirà Londra e, soprattutto, come si comporterà l’Unione Europea. C’è da scommettere che l’attuale Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, sarà meno ombroso del suo predecessore e che, questa volta, l’Europa politica guardi con maggior favore alla secessione scozzese dal Regno Unito di Gran Bretagna.

Resterebbe, comunque, un’incognita: la fatale tendenza degli scozzesi a dividersi.

Del resto, come scrisse J.P. Mackintosh, “the Sctos have developed a dual nationality: ther are both Scottish and British”. A breve, capiremo se gli scozzesi vorranno sostituire, nella propria complessa personalità, lo spirito britannico con quello europeo.

Brexit ed Europa: intervista a Giuseppe Sacco

Giuseppe Sacco per trent’anni ha insegnato “Relazioni e sistemi economici internazionali” presso la Luiss ed è considerato uno dei massimi esperti italiani della globalizzazione. Abbiamo voluto sentirlo per capire le sfide che la Ue e l’Italia dovranno affrontare dopo il voto del 23 giugno. Ne è nata una conversazione forse un po’ lunga per il web ma che abbiamo pensato meritasse di essere riportata integralmente.

Brexit ed Europa: intervista a Giuseppe Sacco - Geopolitica.info

 

Con l’opinione mondiale che sembra ancora sotto shock per il risultato a sorpresa, è possibile, secondo lei, fare una valutazione obiettiva del referendum sull’uscita del Regno Unito dall’UE?

L’emozione con cui, in primo luogo in Inghilterra, è stato accolto il risultato è certamente un evento in sé; e un evento che vale la pena di sottolineare. Ed ancor più le urla e il furore che hanno caratterizzato tutta la campagna. Ma dove è finito il sangue freddo britannico? Dove è finita la loro capacità to keep the upper lip stiff , l’unica dote che gli Europei – Italiani e soprattutto Tedeschi – hanno davvero ragione di invidiare? E dove è finita la lezione di Shakespeare? Di fronte a tutto questo chiasso mi vien voglia di dire, come Macbeth:

“it is a tale

told by an idiot, full of sound and fury,

signifying nothing”.

Nonostante tanta agitazione, mi sembra che si tratti, in definitiva, di un evento di modesta importanza: come di fatto è. Perché non è ancora detto che davvero il Governo di Londra porti avanti con serietà la complessa procedura che dovrebbe sancire formalmente il distacco. Già 24 ore dopo il momento in cui sono stati resi noti i risultati, Cameron ha detto che l’avvio della procedura di divorzio potrà aspettare sino a dopo la scelta del suo successore, ad Ottobre. Tra quattro mesi! E i leaders del “leave” – che già litigano tra di loro su chi dovrà installarsi a Downing Street – hanno cercato di rimandare ad una data ancora più lontana ed incerta, addirittura a dopo un nuovo negoziato con Bruxelles. E’ già chiara insomma l’intenzione britannica di tirare a perdere tempo, e di avviare una nuova eterna trattativa in cui mendicare – ma sempre con l’aria di fare un piacere ai paesi fondatori della UE – un accordo per godere dei privilegi di essere nell’Unione, senza, ovviamente, pagarne il prezzo in termini di doveri e responsabilità.

E poi, che altre concessioni potrebbe chiedere il Regno Unito? Praticamente è già esente da ogni obbligo. Più di qualsiasi altro paese membro. Non solo non è vincolato alla Moneta Unica e al Trattato di Schengen in materia di libera circolazione. E’ anche fuori dalla giurisdizione della Corte Europea di Giustizia, che può capovolgere le leggi degli altri paesi membri, ma non quelle britanniche, perché Londra – rifiutando ancora di prendere atto che più di due secoli fa c’è stato, in Europa, un evento che si chiama Rivoluzione francese – si rifiuta di sottoscrivere la Carta dei diritti dell’Uomo. E in generale Londra ha il privilegio di poter non applicare la legislazione UE in materia di Giustizia e di Affari Interni. Per di più, la Gran Bretagna già gode di un sostanziale sconto sulla tariffa per abitante con cui la Germania, l’Italia e la Francia contribuiscono al bilancio della UE. Quali altre concessioni dovrebbe ottenere il governo inglese, per poter organizzare tra due anni un altro referendum tra Leave e Remain?

Insomma, di fronte a tutto questo clamore demagogico, l’unica novità seria e meritevole di attenzione mi sembra invece il fatto che l’Europa abbia preso una posizione del tutto opposta, dicendo a Londra di sbrigarsi ad avviare la procedura di divorzio, e ad andarsene. E’ stato dato così un segno di insolita vitalità e dignità. E che poi siano stati i Sei paesi fondatori a farlo, è ancora più positivo.

Ma allora come si spiega lo sconcerto e l’allarme che. sin delle prime ore, è rimbalzato su tutti i media del mondo?

Si spiega con il fatto che il voto degli Inglesi ha assunto un aspetto quasi sacrilego. Esso infatti segna una evidente rivolta dell’opinione pubblica non solo contro la casta dei politici di professione, ma anche contro l’opinione “pubblicata”, che ancora una volta si è comportata in maniera grottesca.

E che dire del Wall Street Journal, che ha pubblicato un articolo in cui si diceva addirittura che il voto a favore o contro l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea era la decisione più importante presa dal regno britannico fin dal momento in cui un suo re si staccò dalla Chiesa cattolica. Peccato che dopo di allora gli Inglesi hanno combattuto quattro o cinque guerre civili, fatto una rivoluzione e una controrivoluzione, tagliato la testa al re, instaurato la Repubblica, proclamato Cromwell Lord Protettore, creato l’America, conquistato un impero che comprendeva circa un terzo delle terre emerse, favorito occultamente la Rivoluzione francese, promosso ben otto coalizioni per combattere Napoleone, cambiato il mondo con la rivoluzione industriale, vinto due guerre contro la Germania……

Si potrebbe pensare che tutte le esagerazioni di questi giorni siano dovute ad imbecillità pura. Ma non è così. Si tratta piuttosto di servilismo delirante,  di media che prendono i loro lettori per imbecilli, e come tali li trattano. E che credono veramente di poter continuare a raccontare loro fandonie su fandonie per condizionarli e tramutarli in servi. Basterà notare che si tratta degli stessi media che hanno battuto a più non posso la grancassa secondo la quale Saddam Hussein disponeva di armi di distruzione di massa o addirittura della bomba atomica.

Nel caso dell’Inghilterra, poi, va notato che alcuni dei grandi proprietari di questi media non sono neanche inglesi. E quindi si può immaginare che l’interesse nazionale non sia la prima delle loro preoccupazioni. È questo il caso non solo dell’Australiano-Americano Murdoch, proprietario – oltre che nel network televisivo Sky – sia del Times  e del Sunday Times, che del Sun, ma è anche il caso dei Giapponesi del gruppo Nikkei che hanno di recente comprato il Financial Times.

C’è insomma nel voto inglese a favore dell’uscita dalla UE, un elemento di rivolta contro le “verità ufficiali”, e contro i media che se ne fanno portatori?

C’è stata certamente una componente di rivolta contro un establishment che crede di poter continuare a legittimare il proprio potere raccontando panzane sempre più colossali.  E panzane che sono diventate sempre meno verosimili da quando il “socialismo realizzato” ha cessato di esistere.

Finché ci sono stati al mondo due blocchi politicamente ed ideologicamente contrapposti, sono infatti esistite anche due contrapposte “verità”. E ciascuna di esse cercava di conquistare proseliti nel campo dominato militarmente dall’altra superpotenza. A questo fine, la propaganda di ciascuna delle due parti cercava di avanzare argomenti che, se non veri, almeno fossero verosimili, fossero credibili. Per questo motivo si restava abbastanza vicini, se non alla realtà dei fatti, almeno alla percezione che il pubblico ne poteva avere direttamente. Ma da quando è venuto meno uno dei due rivali politico-militari, il campo vincitore ritiene ormai di poter spacciare qualsiasi bufala come una verità in cui far ciecamente credere i suoi sudditi.  E la prego di notare che non sono un nostalgico che sta parlando bene del comunismo. Sono un occidentale che sta parlando bene della concorrenza, tema sovranamente liberale.

Churchill disse una volta che quando inizia una guerra, la prima vittima è la verità. Ma negli ultimi anni è successo il contrario. E’ accaduto che, con la fine della Guerra Fredda, si è creato un clima di conformismo generalizzato. Un clima che ha portato alla nascita di una sorta di linguaggio politicamente corretto che è proibito, e pericolosissimo non rispettare. L’Ovest vittorioso ha dato vita ad un Westspeak peggiore del newspeak orwelliano. Lasciamo da parte, per un momento, la “verità”, che è parola troppo grossa, e parliamo di un sistema dell’informazione decente e credibile. E’ sempre stato noto che tale sistema è una precondizione essenziale perché esista una società libera e aperta al confronto delle idee. Ma ora – nel mondo dell’informazione globalizzata e trasformata in struttura di potere – vediamo che, se non c’è uno scontro a tutto campo tra ideologie diverse, e sistemi socio-politici fondati su tali ideologie, anche la produzione e il confronto delle idee rischia di venir meno, e ogni pensiero autonomo e creatività individuale rischia di essere appiattita e cloroformizzata.

Quindi il voto a favore dell’uscita nel Regno Unito dall’Unione Europea segna, secondo lei, una rivolta contro le menzogne con cui la classe dirigente occidentale, e in questo caso britannica, cerca di mascherare il fallimento del modello neoliberale applicato negli ultimi 35 anni e l’impoverimento generalizzato della popolazione che esso ha determinato sia in Inghilterra che negli Stati Uniti?

Va detto che anche il campo favorevole al Brexit ha condotto anch’esso una campagna assolutamente menzognera. Un osservatore inglese, molto acuto e molto bene informato, che posso citare solo mantenendo l’impegno all’anonimato, è giunto a dire che gli argomenti utilizzati dagli esponenti del campo antieuropeo avrebbero fatto invidia al Dottor Goebbels.

Le menzogne dell’altro campo, quello pro-europeo, erano semplicemente l’insieme dei luoghi comuni accumulati negli ultimi cinquant’anni dalla opinione pubblicata di tutto l’Occidente: era quello che qualche anno fa veniva chiamato il “pensiero unico”. E’ il cosiddetto, “luogo-comunismo”: un’ammorbante e irrespirabile cumulo di slogan fritti e rifritti che tende a schiacciare sotto il suo rullo compressore qualsiasi opinione individuale, e che cancella ogni speranza del cittadino pensante di poter in qualche modo influire sul proprio destino e su quello del proprio paese.

C’è dunque all’origine di questo voto una frustrazione, una sensazione di impotenza, un’esasperazione generalizzata del pubblico britannico?

Il voto a favore del Brexit si inserisce indubbiamente in una situazione psicologica negativa, di fallimento e di impotenza, comune a tutto l’Occidente, e determinata dal trentacinque anni di globalizzazione. Questa ha avuto in Occidente conseguenze sociali disastrose. Da un lato ha portato alla nascita di une élite stra-miliardaria del denaro e del potere, i cui componenti non hanno più nessuna connessione con i Paesi di origine. Il capitalismo nazionale che Lenin credeva avesse raggiunto, con l’Imperialismo, la sua fase suprema, non esiste più.

C’è invece un capitalismo, apolide, apatride – senza patria, come dicono i Francesi –, che ha svuotato di senso e di ruolo gli Stati  e le Nazioni. E che soprattutto sta spingendo l’insieme della popolazione in una condizione di ristrettezze economiche estreme e crescenti; e soprattutto in una condizione di assenza di ogni prospettiva migliore per l’avvenire.

Il cosiddetto “sogno americano”, l’idea che lavorando duro si potesse cambiare classe sociale, è completamente morto. Ed è stato sostituito dalla prospettiva che, a meno di non essere uno dei pochissimi che riescono in gioventù a fare un colpo fortunato e a diventare così miliardari, si finisca tra le decine di migliaia di senzatetto alcolizzati e spesso drogati che girano, come mandrie disorientate e senza meta, nelle grandi città americane; in particolare in California, già terra della “corsa all’oro” ed oggi affollata di giovani illusi dal mito delle start up.

E questo ha varie conseguenze, alcune delle quali – e neanche le più drammatiche – sono il senso della perdita di identità; la rabbia contro l’establishment che ha colto di sorpresa l’America col fenomeno Trump; l’esasperazione di massa apparentemente incomprensibile che da mesi sconvolge la Francia. E che, col referendum britannico, ci ha fatto vedere un’onda di fondo che più che bocciare l’Europa, ha voluto “sfasciare tutto”, così come nell’Agosto del 2010 una folla inferocita sfasciò e saccheggiò tutti i negozi di Oxford Street e di Regent Street a Londra. O meglio: non tutti i negozi…. perché a nessuno venne in mente di sfondare le vetrine delle librerie. Quella folla inferocita non sapeva veramente che farsene di altre chiacchiere. Non ne sentiva davvero nessun bisogno.

Quei disordini presero tutti di sorpresa. Fenomeni di questo tipo sono infatti ricorrenti in Francia, ma insoliti in Inghilterra. E la loro origine, le loro motivazioni non sono state mai state analizzate a fondo, né davvero spiegate.

E’ vero. Sulle due sponde della Manica questa rabbia e questa esasperazione presentano oggi un’insolita analogia. E in definitiva si rivolgono, paradossalmente, contro il sogno europeo, che è stato per mezzo secolo il vero punto di superiorità politica del vecchio continente rispetto all’America, che – dopo il breve passaggio di Kennedy alla Casa Bianca – non ha avuto più nessun sogno da offrire.

Ma se l’assenza di ideali prende sul continente forme come in Francia quelle del Front National che l’establishment in definitiva è finora riuscito a marginalizzare (facendo ricorso ad ogni tipo di trucchi e discriminazioni), le cose stanno diversamente nel regno britannico, dove anche una sostanziosa parte della classe dirigente si scaglia apertamente contro l’Europa.  La spiegazione sta nel fatto che,  nonostante il ruolo di Londra nella globalizzazione finanziaria, che ne ha fatto la città più ricca e più cara del mondo, la composizione della classe privilegiata che domina il resto dell’Inghilterra è diversa da quella che domina la capitale, che infatti ha votato “remain“, e che si permette snobberie globalizzanti come un sindaco musulmano. Fuori di Londra, c’è  infatti nella classe dominante Britannica una componente pseudo aristocratica, che è molto più antica, e che risale addirittura a Guglielmo il bastardo, ed alla spartizione che un migliaio di anni fa egli fece delle terre da lui conquistate tra i capi tribù suoi seguaci. Ed è questa la classe da cui proviene Cameron.

Cameron è stato quindi sconfitto ed abbattuto dalla sua stessa classe sociale?

No, naturalmente. La sua classe sociale è troppo poco numerosa per pesare in maniera determinante in un referendum. Cameron è stato colpito e affondato dal voto di milioni di esclusi che hanno visto la loro condizione peggiorare negli ultimi 35 anni. La classe pseudo-aristocratica ha solo aggiunto i suoi voti. Come tutti hanno notato, Cameron è uscito sconfitto dai propri errori, dal fatto di essere un politico e uno stratega molto mediocre. Ed è qui viene in luce la responsabilità della sua classe di origine.

In una società profondamente stratificata come quella britannica, dove si accede alle scuole di qualità sulla base della condizione sociale della famiglia, e poi dalle scuole di élite si accede direttamente alle cariche pubbliche, la selezione del personale politico finisce per essere fatta su una base estremamente ristretta. Il criterio meritocratico passa insomma in secondo piano rispetto all’appartenenza e alla fedeltà alla classe dominante. Così, al fine di perpetuare il sistema sociale esistente, non sono i migliori ad emergere. Cameron è il frutto di questa selezione all’incontrario. Non si può quindi meravigliare se rischia di passare alla storia come il premier che ha staccato Londra dall’Europa e, nel caso la Scozia decidesse invece di restare, come il politico che ha addirittura distrutto il Regno Unito.

La Brexit per cui tanti si stracciano tardivamente le vesti è quindi anche il frutto dell’ostinazione di una piccola categoria sociale a mantenersi al potere costi quel che costi. Così come ha fatto in passato, per un arco di tempo che – tranne  pochi e provvisori scossoni – è durato quasi mille anni.

Mille anni sono un’enormità, certo. Eppure l’Inghilterra è rimasto uno dei paesi più statici dal punto di vista sociale. Lo raccontano bene i romanzi di Jean Austin, dove ci si innamora e ci si sposa sempre tra cugini, in modo da non dividere i patrimoni. Ed uno studio recente dell’OCSE ha messo in luce che ancora oggi, nel Regno Unito, poco meno del novanta per cento della popolazione occupa una posizione sociale di livello pari a quella dei propri genitori. In Francia, al contrario, questo  dato è solo del 31%. In Italia, mi consenta di dire, questo indicatore della mobilità e/o staticità sociale è stato simile a quello della Francia tra la fine della guerra e la seconda metà degli anni 60. E poi, dopo il 68, è cresciuto progressivamente avvicinandosi oggi a quello dell’Inghilterra.

A differenza dell’America, dove la classe privilegiata è sempre più composta da nuovi ricchi che hanno fatto la loro fortuna in campo tecnologico e soprattutto finanziario speculativo, in Inghilterra – dove non c’è stato il fenomeno Silicon Valley – la ruling class è composta non solo dall’ambiente della City di Londra, ma anche da una classe di country gentry, che la riforma dei rotten boroughs nel 1832 non riuscì – checché ne dica la storia “ufficiale” – a distruggere: una classe anzi con cui il promotore della riforma, il premier Charles Grey, alla fine dovette fare un compromesso.

Questa composita aristocrazia della terra del danaro, non tende come i miliardari americani ad accumulare sempre maggiori fortune da rinchiudere nelle casseforti della Svizzera e dei paradisi fiscali. Certo! Neanche essa è immune dall’universale sentimento di avidità che domina il mondo contemporaneo, e il cui esempio più volgare e clamoroso sono gli oligarchi russi, che non a caso vedono l’Inghilterra come la loro Terra Promessa. Ma la ruling class britannica si sente soprattutto legittimata al privilegio da una tradizione di dominio politico e sociale che risale al Medioevo, e che la legittima a un ruolo dirigente, ai propri occhi, e agli occhi di molti sudditi di Sua Maestà. Essa perciò intende  rimanere alla guida del paese anche indipendentemente e contro gli interessi economici generali del Regno Unito. Ha sempre comandato, e vuole continuare a comandare. Il suo obiettivo è puramente di conservazione del potere. Molto diverso in questo dall’obiettivo di accumulazione delirante di ricchezza che caratterizza la classe nata e cresciuta con la globalizzazione. E ciò ha fatto si che votasse e facesse votare per il “leave”, nonostante la Gran Bretagna abbia largamente tratto profitto, e avrebbe continuato a trarre profitto, dall’appartenenza all’Europa.

Quindi Lei, se fosse stato Inglese, avrebbe votato per restare?

Sarebbe dipeso dalla classe sociale! Se fossi un professore universitario, un pensionato, una persona che deve fare affidamento sul sistema sanitario pubblico, probabilmente si:  il mio interesse più meschino ed immediato sarebbe stato di votare  “remain”. L’appartenenza alla Unione Europea pone un qualche limite agli istinti animali del capitalismo globalizzato, persino in Gran Bretagna. Se fossi invece stato un ex-operaio delle acciaierie di Sheffield, come i protagonisti del film “Full Monty”, insomma se fossi invece stato uno che non ha più niente da perdere, avrei anch’io dato una mano a sfasciare tutto.

A questo proposito, vorrei fare notare che, la notte in cui si scrutinavano le schede, è stato il forte successo del voto ”leave” a Sunderland, una città del Nord-Est dell’Inghilterra praticamente sconosciuta ai più, che ha fatto crollare la Sterlina sui mercati dell’Estremo Oriente, che a quell’ora erano già aperti. E perchè? Perché Sunderland era in passato una città industriale, con importanti cantieri navali ormai chiusi, dopo che la concorrenza sudcoreana li aveva mesi fuori mercato. Ed è oggi una città particolarmente e spaventosamente depressa, abbastanza simile alla Sheffield del “Full Monty”. E da come aveva votato Sunderland gli operatori di borsa e gli speculatori sulle valute hanno capito che gli strati più umiliati e più ignorati della società britannica si stavano rivoltando, hanno intuito quale sarebbe stato il risultato del referendum, ed hanno cominciato a vendere sterline.

Ma non è un po’ senza senso votare contro l’Europa, ribellarsi alla burocrazia di Bruxelles, come protesta per il fatto che la concorrenza coreana ha distretto tanti posti di lavoro?

Sembra senza senso, ma in realtà, lo è meno di quanto non si possa credere.  Certo, i posti di lavoro ai  cantieri navali di Sunderland sono stati distrutti parecchi anni fa,  molto prima che – cosa che questi disgraziati probabilmente non sanno – i burocrati dell’Unione Europea  firmassero, pochi mesi fa, un nuovo trattato bilaterale di libero scambio con la Corea del sud, contro il quale neanche le obiezioni di Marchionne hanno potuto nulla. La loro protesta si rivolge in maniera generica contro l’apertura delle frontiere al commercio internazionale,  che essi vedono simboleggiata dalla partecipazione nel Regno Unito all’Unione Europea. E, In definitiva, non sbagliano neanche tanto, perché la burocrazia di Bruxelles è ormai così rigidamente impregnata dall’ideologia neoliberale propagata dai 10.000 lobbisti delle grandi compagnie globali che sono in permanenza a Bruxelles, da firmare senza pensarci due volte qualsiasi pezzo di carta venga messo sul tavolo, purché contenga le parole “libero scambio”.

Ed anche votare contro l’Europa per protesta contro l’immigrazione – l’altro elemento che spiega il voto degli strati sociali come quelli di Sunderland – è meno irrazionale in quanto non posso sembrare, se si considerasse che la maggior parte degli immigrati presenti nel territorio britannico provengono non dall’Europa ma dal Terzo Mondo. Però, agli occhi di questa classe operaia ormai in gran parte disoccupata, l’immigrazione di origine europea appare più pericolosa sotto il profilo della concorrenza per i loro posti di lavoro.

Dopo gli attentati del 2005, anche per adeguarsi ad un ondata anti-islamica  nell’opinione pubblica, il governo di Londra ha infatti favorito l’immigrazione proveniente dagli otto nuovi paesi membri dell’Europa centro-orientale, che erano stati ammessi in blocco nella UE l’anno precedente, a coronamento della Presidenza Prodi della Commissione Europea. I quattro milioni di potenziali migranti, che si calcolava ci fossero in questi nuovi paesi membri,e che  non avevano legalmente il diritto di emigrare verso i paesi firmatari dell’accordo di Schengen, apparvero – agli occhi di Downing Street – meno pericolosi e più facilmente integrabili perché molto differenti dagli immigrati provenienti dal Terzo Mondo. Provenivano soprattutto dalla Polonia, dalla Romania, e dai paesi baltici, il che significava che erano bianchi, che non erano musulmani, e che avevano avuto una notevole educazione tecnica, che nei paesi comunisti era sempre stata molto promossa. Ma proprio questi fattori hanno fatto sì che, agli occhi di una classe operaia britannica sempre più sul margine della disoccupazione di massa, essi apparissero subito, e appaiano ancora, come concorrenti particolarmente pericolosi.

Quindi, lei in un certo senso giustifica, se non addirittura condivide, le ragioni per cui gli strati più sfavoriti della popolazione inglese ha votato “leave”?

Se lei continua a chiedermi cosa avrei votato se fossi stato suddito britannico, le devo dire che, da professore universitario, avrei tenuto conto dell’interesse generale del mio paese, e avrei votato “Remain”. Ma non sarei completamente sincero se non le dicessi che, fossi invece stato uno di quei disgraziati ex arsenalotti di Sunderland, avrei probabilmente votato come loro.

Ma la prego di credere che alla sua domanda mi è quasi impossibile rispondere: non riesco a immaginarmi né come culturalmente Inglese, né come suddito di una regina che pretende di essere anche il leader spirituale di una Chiesa cristiana. Essere cittadino di una Repubblica laica, e fondata sulla volontà popolare, come la Repubblica Italiana, è una parte troppo forte della mia personalità perché possa riuscire ad immaginarmi altrimenti.

Comunque, come Europeo – e questa è una identità che si concilia perfettamente col mio essere Italiano – credo che il Brexit avrà nel complesso effetti positivi per l’Europa continentale e per le sue istituzioni.

A Bruxelles, però, regna una grande agitazione. Si parla quasi soltanto dei problemi che l’uscita britannica provocherà. E nessuno fa  accenno ad alcun aspetto positivo.

Ciò è comprensibile. Bruxelles è il regno della burocrazia europea. E di una burocrazia, che ha fatto del sogno europeo un ricco business personale da cui tende ad escludere chiunque non ruoti attorno ai palazzi brussellesi. E per la burocrazia qualche problema indubbiamente si porrà. Forse qualcuno tra di loro è allarmato perché ha capito – ma non ci conterei molto – che una buona parte della noia prima, e poi dell’irritazione e dell’ostilità che suscita l’Unione Europea deriva in gran parte dall’essere questa burocrazia tanto arrogante quanto ottusa. Comunque – ripeto – se la Gran Bretagna uscirà veramente dalla UE, qualche problema al loro squallido e ben pagato tran tran si porrà. E qualcuno perderà il posto, cosa mai vista nelle organizzazioni internazionali.

Si pensi, tanto per fare un esempio, ad un problema che ora toccherà tutti i burocrati e i lobbisti che li alimentano, il problema della lingua di lavoro. In teoria, tutte le 24 lingue dei paesi UE sono ufficiali,  perché – sempre in teoria – tutti i paesi membri sono eguali. Però il carattere fittizio di questa eguaglianza già si vede nel fatto che le lingue di lavoro sono soltanto tre: l’Inglese, il Francese e il Tedesco. Ma anche questa è una fictio.  Pochi funzionari conoscono veramente il tedesco, e pochissimi lo usano come lingua di lavoro.

Oggi dominano il francese, perché si era già radicato prima che il Regno Unito venisse ammesso nella CEE, e l’Inglese che si è affermato sempre più prepotentemente negli anni successivi. Basta pensare che negli ultimi tempi i nuovi funzionari venivano assunti attraverso una selezione che prevedeva almeno la conoscenza di una o più lingue comunitarie, oltre la lingua madre, ma con l’eccezione  dei candidati britannici, cui era richiesta soltanto la conoscenza dell’Inglese.

Dopo il voto britannico, e i passi successivi che si dovranno fare per lo scioglimento del vincolo UK-UE, la lingua inglese dovrebbe essere eliminata come lingua ufficiale della Unione. Però già viene avanzato, per cercare di mantenerlo come lingua di lavoro, il pretesto secondo in quale il 38% della popolazione del “rEU” (rest of European Union dopo il ritiro britannico) conoscerebbe l’Inglese come seconda lingua. E’ un dato ovviamente fittizio. Ma si farà finta di crederci, e andrà probabilmente a finire che si farà un maggior uso del Tedesco nei discorsi e nei documenti ufficiali, che il Francese manterrà la sua posizione, e che l’Inglese resterà dominante nelle conversazioni di corridoio e nelle prime bozze dei documenti ufficiali.

Il secondo, ma più importante problema, di Bruxelles è che ci sono moltissimi posti importanti coperti da funzionari inglesi. Bisognerà progressivamente sostituirli. Molti di questi cercheranno di ottenere una fittizia nazionalità  irlandese. Altri potranno tentare il diventare sudditi belgi in virtù della loro lunga residenza sul territorio. Ma ci sono comunque delle quote nazionali che dovranno essere rispettate. E questo sarà anche un’occasione per l’Italia, anzi un’occasione che l’Italia non deve perdere per essere meno sotto-rappresentata e mal-rappresentata di quanto non sia oggi.

E dal punto di vista decisionale, come cambieranno i rapporti di forza all’interno dell’UE?

I rapporti di forza, in un’istituzione come la UE, che  ha perso ogni carattere rappresentativo per diventare, col decisivo contributo del Regno Unito,  una struttura puramente intergovernativa, si misurano non già nel Parlamento europeo, bensì in sede di Consiglio, soprattutto per quel che riguarda la politica economica.

Il vero meccanismo decisionale della UE, consiste perciò in un permanente braccio di ferro, in cui l’Italia – la cui rappresentanza ha una tradizione di debolezza, di discredito e di divisione al proprio interno – è sistematicamente perdente. A parte alcuni paesi, come la Spagna, che dal regime franchista ha ereditato uno struttura statuale accentrata e fortemente nazionalista, e che vende a caro prezzo il proprio voto in cambio di finanziamenti e di provvidenza speciali, ci saranno due paesi che avranno influenza prevalente nella UE post-Brexit: la Germania e la Francia.

Si tratta di due paesi fondatori, che hanno provato a lungo ad effettuare una vera riconciliazione e a creare un vero e proprio “asse” decisionale. E nel loro gioco di influenze, Londra si inseriva  come alleato di circostanza del’una o dell’altra capitale, e anche come fattore di equilibrio. Senza gli Inglesi la dialettica cooperazione-concorrenza tra Francia e Germania diventa più rigida. L’Asse sarà più potente, la copertura francese agli interessi tedeschi più chiaramente indispensabile. E all’interno dell’Asse l’influenza di Parigi ne uscirà forse rafforzata.

Più difficile diventerà infatti, per la Germania esercitare il potere di veto in materia di linea economica. Come ha fatto notare “Le Monde”, secondo le regole di voto introdotte nel novembre 2014, perché nel Consiglio si formi una minoranza di blocco ci vogliono almeno quattro Stati membri, che rappresentino almeno il 35% della popolazione totale dell’UE.

Con l’Inghilterra fuori dall’UE, il blocco “neo-liberale” che consisteva di Regno Unito, Paesi Bassi e Repubblica Ceca, perde sostanzialmente di peso. E la Germania, che spesso si è unita a questo blocco per superare la soglia del 35% necessaria per un veto, avrà maggiori difficoltà nella sua strategia di esautorazione della UE a vantaggio dei governi dei paesi membri, e quindi di Berlino.

Nell’immediato però, l’Asse franco-tedesco ha seri problemi. Hollande è debolissimo e totalmente screditato in patria, mentre la Merkel, che dovrà andare alle elezioni l’anno prossimo, non può più contare sui suoi alleati socialisti, già entrati in campagna elettorale. E naviga a vista, senza nessuna linea politica, con sterzate e dietro-front continui. In queste condizioni, pilotare il “rEU”, composto di 27 paesi tutti alla ricerca di un modo per profittare della ritirata suonata da Londra, diventa, per l’Asse Berlino-Parigi, troppo difficile. Entrambe le capitali sembrano perciò tentate dall’idea di associare l’Italia alla loro impresa comune.

Lo si è visto immediatamente dopo il voto. Hollande, convinto come anche la Merkel che il Brexit non ci sarebbe stato, si era già invitato a Berlino per la settimana successiva. Ma la Merkel – convinta che ore, senza l’Inghilterra, ci sarà un periodo di assestamento, – ha inviato anche Renzi. Al che, la diplomazia francese si è subito precipitata a organizzare una cena tra Holland e il premier italiano. E’ nato così una sorta di “Direttorio” a tre. Il ruolo dell’Italia è stato insomma accresciuto già dal primo giorno del post-brexit.

Due giorni dopo il Brexit, il Corriere della Sera ha messo on line un’intervista di Sergio Romano in cui la linea del quotidiano viene contraddetta apertamente. L’Ambasciatore dice esplicitamente che l’Inghilterra è entrata nell’Europa “perché l’Europa non si facesse”. E che l’uscita di Londra è un fatto positivo perché adesso sarà possibile riprendere il progetto originario, cioè quello di un’Europa molto più unita e solidale.

Certo. E quello che anche io vorrei augurarmi. Però non si può pensare che il tempo sia passato invano, senza lasciare tracce. Londra è stata nella Comunità Europea, e poi nella UE, per 43 anni. Ed in questo non trascurabile lasso di tempo ha largamente realizzato il proprio progetto di rendere impossibile ogni unione approfondita, attraverso l’apertura ad un numero enorme di nuovi paesi che non avevano nulla in comune con i sei paesi fondatori, avendo vissuto esperienze storiche completamente diverse.

Bisogna essere realisti. E prendere atto del fatto che c’è, sul terreno dove andrebbe costruita l’Europa unita, un’ingombrante eredità della politica dell’allargamento selvaggio: allargamento voluto principalmente dalla signora Thatcher appunto perché diventasse impossibile ogni approfondimento dell’integrazione. Nelle istituzioni dell’Unione sono così profondamente inseriti paesi come la Spagna e il Portogallo, che non hanno – per loro fortuna – conosciuto l’esperienza delle due guerre mondiali e della disfatta.  E soprattutto la cui storia, a partire dalla fine del Settecento, è una storia autonoma rispetto a quella dell’Europa occidentale, fortemente legata alla progressiva perdita degli imperi transoceanici. La loro storia, nel periodo contemporaneo, non è una storia come quella dell’Italia, le cui date fondamentali – 1797, 1815, 1820, 1830, 1848, 1870, 1914-18, 1945 – coincidono con quelle della grande storia europea.  E che coincidono perché i fenomeni politici che scuotevano l’Italia erano gli stessi che scuotevano l’intera Europa. In altri termini, nell’unione Europea sono oggi presenti paesi il cui percorso plurisecolare non coincide con quello che ha portato i Sei paesi fondatori dell’Europa continentale alle storiche decisioni unitarie degli anni 50.

Per non parlare poi dei paesi scandinavi, da sempre ostili ad ogni forma di integrazione europea, e dei popoli – ammessi in blocco pochi anni fa – che avevano appartenuto all’impero sovietico, e solo di recente erano stati promossi alla forma di stati più o meno effettivamente indipendenti. Ma, che prima di allora si erano sempre trovati o sotto il dominio austro-tedesco, oppure sotto il dominio russo;   popoli più che paesi, il cui comportamento in sede comunitaria è sempre stato tanto più rissoso ed orgoglioso, quanto più fragile ed esitante è la loro identità nazionale.

Il Brexit, insomma, lascia dietro di sé, un mare di rovine; in gran parte promosse o almeno favorite dalla politica europea di Londra. Lascia un’Unione Europea profondamente sfigurata rispetto a quella in cui l’Inghilterra entrò 43 anni fa. E in cui non sarà facile, anche se tutti i sei membri originari lo volessero – e non è detto che la nuova Germania unificata lo voglia ancora –, riprendere il progetto ed il sogno di allora.

Ma allora il sogno europeista è morto? Ed è stata vana la generosa idea di costruire – in un mondo in cui i popoli europei costituiscono una minoranza sistematicamente decrescente della popolazione totale – una nuova entità che superasse gli egoismi, le ambizioni egemoniche di questi popoli e che addirittura li affratellasse attorno ad un patrimonio ideale comune?

No. Non credo che il sogno sia morto. Ma quel che è certo e che è cambiata la realtà mondiale in cui il progetto fu inizialmente concepito e avviato. E sono piuttosto cambiati anche i popoli stessi e i loro leaders.

Per rendersene conto basta pensare innanzi tutto al fatto che i Sei paesi originari della Unione Europea, i sei paesi fondatori del Mercato Comune erano i tre paesi europei usciti sconfitti della seconda guerra mondiale, più alcuni paesi minori. Anche la Francia, malgrado il capolavoro politico-diplomatico di de Gaulle di farla contare tra i paesi vincitori, rientrava in questa categoria. Unendosi e presentandosi sulla scena internazionale con un nuovo volto, pacifico e collaborativo, questi paesi potevano recuperare molto del discredito in cui essi erano caduti, e in parte attenuare il dolore e il risentimento per ferite ancora molto recenti che essi si erano reciprocamente inferte.

Inoltre, il nucleo della nuova costruzione politica era ben equilibrato, perché i tre paesi principali – la Francia, l’Italia ed una Germania ampiamente  mutilata – avevano dimensioni demografiche analoghe. Inoltre, erano tre paesi che, grazie all’iniziativa americana, si erano avviati a ricostruire le proprie strutture industriali non  più in maniera autarchica e rivale, ma in maniera integrata e complementare. E mi lasci dire, en passant, che per questo l’Europa ha un gigantesco debito storico nei confronti degli Stati Uniti: un debito storico così grande che non potrà mai essere ripagato. Il dono che ci hanno fatto non sono stati infatti tanto gli aiuti del Piano Marshall, ma il fatto di averci imposto la condizione che, su come spenderli, i governi europei decidessero all’unanimità. Insomma, ci costrinsero a metterci d’accordo. Loro volevano che gli Europei non litigassero più, per poter meglio far fronte alla minaccia sovietica. Ma in quell’obbligo a metterci d’accordo è la radice che a portato al Mercato Comune, e ad uno spirito di riconciliazione che è durato almeno fino a quando, a partire dagli originari sei paesi fondatori, i paesi membri non hanno incominciato a moltiplicarsi.

Ma, soprattutto, i tre paesi fondatori erano in una fase politica particolarmente favorevole alla nascita dell’Europa unita. Perché erano tutti e tre governati da forze minoritarie rispetto alle più aspre tradizioni nazionalistiche che avevano storicamente dominato in ciascuno di essi.

Schuman, il Primo Ministro Francese era nato in Lussemburgo da un padre lorenese, e che si era trasferito al di là del confine quando, dopo il 1870, si era ritrovato ad essere suddito del Kaiser. E il figlio aveva lui stesso compiuto lo stesso breve tragitto in senso opposto nel 1919, dopo che la Lorena era ritornata francese. Schuman rappresentava cioè quella parte della Francia che aveva appartenuto alla Germania fino alla prima guerra mondiale, dove oggi non si applicano – per legge – alcuni dei principi dello Stato laico, e veniva da forze politiche cattoliche storicamente oppresse dall’estremismo nazional-giacobino della tradizione francese.

Al governo dell’Italia c’era De Gasperi, che  nel ventennio precedente era stato un nemico dichiarato del fascismo e del suo aggressivo imperialismo: ma  era anche estraneo agli ambienti massonici post-risorgimentali e nazionalisti dell’Italia pre-fascista,  ed era stato addirittura deputato al Parlamento di Vienna in rappresentanza del Trentino austriaco.

Adenauer, infine, era espressione delle Renania cattolica, cioè di una tradizione contro la quale la Germania bismarckiana aveva aspramente combattuto una vera e propria guerra politico-culturale, il kulturkampf. E soprattutto rappresentava una Germania di cui non faceva più parte la Prussia, cioè il cuore stesso di quelle sue tradizioni militaristiche e imperialistiche che l’avevano trascinata in due tremende guerre, entrambe perdute, contro i suoi nuovi partners europei.

Dei tre uomini che hanno fondato l’Europa si è detto che essi avrebbero potuto incontrarsi senza interpreti e intendersi usando la stessa lingua: il Tedesco. E’ vero. Ma essi avevano in comune molto di più: non solo la matrice  ideologica, quella cattolica, fortemente pacifista, ma soprattutto l’estraneità alle culture politiche che in ciascuno dei loro paesi avevano più fortemente nutrito il nazionalismo reciprocamente aggressivo.

Oggi, le cose sono profondamente cambiate. Ci sono – certo – le istituzioni, ed è perciò da quelle che bisognerà ripartire, rendendole più politiche e meno burocratiche, più efficienti e meno potenti, meno mastodontiche e meno eterogenee: ed in questo l’uscita della Gran Bretagna sarebbe un passo importante. Ma lo si dovrà fare con grande accortezza, tenendo ben presente che la favorevole congiuntura politica di allora non esiste più. La Germania è oggi guidata da un personale politico fortemente radicato nell’est del paese, dove sta già risorgendo il nazionalismo xenofobo, per non dir peggio. La Francia è in preda a un’ondata crescente di sentimenti anti-immigrati ed anti-europei. E l’Italia stessa sembra stia smarrendo l’entusiasmo con cui aveva sin dall’inizio guardato all’unificazione dell’Europa, vedendo in essa, mazzinianamente, una prosecuzione del  Risorgimento e dell’unità dell’Italia.

Le elezioni in Spagna: frammentazione, minore instabilità e alcune osservazioni

Le elezioni spagnole di domenica ci hanno riconsegnato un parlamento frammentato, un quadro politico instabile e difficili prospettive per la formazione di un governo. Indette a sei mesi dalle ultime che avevano portato a uno stallo tale da non consentire la formazione di governo, queste ultime consultazioni tuttavia consegnano un quadro sostanzialmente diverso, soprattutto se non ci si ferma al dato numerico e si guarda alle dinamiche nate e che probabilmente nasceranno tra i vari attori politici.

Le elezioni in Spagna: frammentazione, minore instabilità e alcune osservazioni - Geopolitica.info

Per prima cosa, bisogna dire che queste elezioni hanno avuto un vincitore: Mariano Rajoy. Per quanto il suo partito, il PPE, non sia riuscito a raggiungere il numero di seggi necessario per la formazione di un governo monocolore (la maggioranza necessaria è pari a 175 seggi; il PP ne ha ottenuti 137, 14 in più rispetto alle scorse consultazioni), Rajoy è riuscito ad aumentare i consensi del suo partito. Con queste percentuali di voti e seggi, il leader dei popolari è riuscito a raggiungere due obiettivi: rimanere il playmaker della politica spagnola, con cui dovrà fare i conti una qualsiasi coalizione di governo; rimanere a capo di un partito che, in alcune sue parti, aveva cominciato a mostrare dei mal di pancia nei confronti del leader.

Secondo: stavolta abbiamo avuto uno sconfitto, cioè Pablo Iglesias. Podemos, infatti, non è riuscito a sfondare, rimanendo sostanzialmente sulle stesse percentuali delle precedenti consultazioni (21,1% dei voti) e sullo stesso numero di seggi (71 seggi), nonostante questa volta si fosse presentato con la lista Unidos Podemos, alleato con Izquierda Unida. Non è riuscito, soprattutto, ad effettuare l’annunciato sorpasso a danno dei socialisti, il Psoe, che infatti hanno retto (22,7% dei voti validi), perdendo pochi seggi (85, 5 in meno delle scorse elezioni) e rimanendo il secondo partito più votato e principale soggetto utile alla formazione di un governo di larghe intese, una eventualità piuttosto inedita per la democrazia spagnola. Tutto questo, comunque, non è andato a vantaggio della quarta forza degna di nota del panorama spagnolo, i liberali-centristi di Ciudadanos, che sono riusciti a rimanere quarti con una percentuale pari al 13,1%, ottenendo 32 seggi e perdendone così 8 rispetto alla tornata elettorale precedente. Questo ha reso il partito guidato da Albert Rivera, a livello parlamentare, un soggetto periferico rispetto alle manovre per la formazione del governo e non solo: C’s non ha i numeri per poter essere determinante per la formazione di (o per opporsi a) una coalizione di governo. Per fare due esempi, Ciudadanos non potrebbe garantire i numeri per un governo a due con il partito popolare e, dall’altra parte, nel caso i popolari si accordassero i socialisti, la sua partecipazione al governo sarebbe superflua.

Per tirare le somme, Rajoy sarà di nuovo il giocatore principale del quadro politico spagnolo: è quasi impossibile ipotizzare soluzioni che non prevedano il Ppe al governo e le scelte degli altri partiti saranno inevitabilmente influenzate dalle scelte dei popolari. I socialisti riescono a rimanere a galla, Podemos subisce una prima battuta di arresto e Ciudadanos perde gran parte del suo potenziale parlamentare.

Qualcuno ha tentato di offrire una spiegazione, un “perché”, di questo risultato, ma bisogna essere molto cauti poiché alcune dinamiche sono meno ovvie di quanto i dati possono mostrare ad oggi. In particolare molti si sono esercitati a offrire spiegazioni fondate sull’effetto che il referendum inglese sulla “Brexit” avrebbe potuto avere sulle elezioni spagnole. Ma l’effetto provocato dal voto che ha sancito l’intenzione del popolo britannico di uscire dall’UE non pare così determinante, o almeno ad oggi i dati non consentono molte valutazioni in merito. Di certo non ha favorito o sfavorito i partiti sulla base della frattura europeisti-antieuropeisti: il Ppe e il Psoe (europeisti) resistono, ma C’s (europeista) perde, mentre allo stesso tempo Podemos (anti-europeista) non riesce a crescere, ma non subisce una battuta di arresto così importante. Per cui, è lecito pensare che il referendum inglese si sia sentito in Spagna, ma in che modo e in quale direzione è tutto da verificare. Solo altri dati, che probabilmente vedremo fra qualche mese, consentiranno di spiegare queste elezioni, che ci consegnano in realtà un quadro instabile, in stallo, ma parzialmente meno ingovernabile di sei mesi fa.

Sarà decisivo, infine, valutare un altro dato di queste consultazioni, cioè l’astensione. Capire, soprattutto, se questa ha avuto degli effetti su alcuni o tutti i partiti, se è stata distribuita equamente tra le forze in campo, o se ha favorito/sfavorito alcuni più di altri. Bisognerà, insomma, analizzare se anche in Spagna sta divenendo decisiva una dinamica che per anni è stato il “motore” della Seconda Repubblica, ovvero il cosiddetto “astensionismo asimmetrico”. Se così fosse, la Spagna potrebbe essere entrata in una fase molto complicata e di difficile soluzione. Nel frattempo non si potrà fare altro che assistere alle mosse dei vari attori in questi primi mesi.