Archivio Tag: Brexit

L’indipendentismo scozzese torna prepotentemente sulla scena?

La Brexit ormai è cosa fatta, gli eurodeputati hanno intonato in coro l’Auld Lang Syne, ma contemporaneamente il parlamento scozzese ha approvato la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza.

L’indipendentismo scozzese torna prepotentemente sulla scena? - Geopolitica.info

Nel pomeriggio del 29 gennaio il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza l’accordo di recesso del Regno Unito dall’Ue. Poco dopo il parlamento scozzese approvava la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza, con 64 voti favorevoli e 54 contrari, e decideva di continuare a sventolare la bandiera dell’Ue all’ingresso. La first minister Nicola Sturgeon ha detto che “l’indipendenza è il mezzo per poter plasmare il nostro futuro e costruire una Scozia migliore”.

Il primo ministro britannico Boris Johnson ha già respinto la richiesta scozzese di un nuovo referendum sull’indipendenza mentre, al contrario, Sturgeon sostiene che il suo partito nazionalista scozzese (SNP) ha ricevuto un inequivocabile mandato per un nuovo referendum, e che quindi il governo di Londra non può sottrarsi a questa evidente realtà.

Il primo referendum sull’indipendenza scozzese si svolse il 18 settembre del 2014, con la vittoria del no al 55,30%. Tale risultato infranse i sogni di Alex Salmond, leader indipendentista che trascinò la Scozia alle soglie di una decisione storica. Il primo ministro britannico di allora, David Cameron tirò un sospiro di sollievo: il Regno Unito restò tale e l’unione con la Scozia sancita da secoli restò tale. Cameron sentenziò che non ci sarebbero state discussioni né tanto meno ripetizioni della consultazione, salutando comunque con entusiasmo l’esercizio democratico degli scozzesi e ribadendo la promessa di garantire maggiori poteri non solo alla Scozia ma anche alle altre nazioni che compongono il Regno Unito: Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord.

La volontà di indipendenza quindi, non è cosa nuova, e della questione si vocifera già dagli ultimi mesi del 2019. A dicembre la premier scozzese inviò infatti una richiesta al premier britannico per chiedere un secondo referendum sull’indipendenza, e sottolineò come gli scozzesi non fossero intenzionati ad uscire dall’Ue. Già allora Londra oppose un netto rifiuto, dichiarando che un secondo referendum sarebbe stata una distrazione dannosa e inutile. Ciononostante, la premier scozzese ha presentato il disegno di legge, votato il 29 gennaio, che dà a Edimburgo il potere di indire altri referendum sull’indipendenza. Così la Scozia sancisce il suo diritto a scegliere per un secondo referendum sull’indipendenza. “Meglio fuori dal Regno Unito che dall’Ue […] Considero che una scelta tra Brexit e un futuro per la Scozia come nazione europea indipendente dovrebbe essere offerta nel corso della vita di questo parlamento”, dice il primo ministro scozzese, Nicola Sturgeon, parlando in Aula con i deputati scozzesi, ai quali indica “marzo 2021” come il termine entro cui organizzare una nuova consultazione sul futuro della nazione.

Adesso quindi, vista anche la posizione contraria della Scozia alla Brexit, si prospettano scenari incerti e delicati da definire di pari passo con la definizione concreta della nuova realtà inglese post Brexit, è certo che questa, come afferma la Sturgeon “rende inevitabile il cambiamento”.

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi .

La geopolitica inglese da Brexit a Megxit

Nessuno potrà mai certo mettere in discussione che la democrazia sia l’unica accettabile forma di Governo ma non vi è alcun dubbio che, in taluni casi, anche la Monarchia abbia i suoi perché.
A differenza infatti della Brexit, che solo nei prossimi mesi arriverà ad una conclusione dopo travagliate vicende parlamentari, la vicenda Megxit si è conclusa in Gran Bretagna in meno di una settimana segno che la Regina Elisabetta, sul trono dal 1953, non è di certo donna indecisa.

La geopolitica inglese da Brexit a Megxit - Geopolitica.info

Con uno scarno comunicato diffuso a mezzo Instagram nei giorni scorsi Harry Windsor e Meghan Markle avevano annunciato la volontà di ritirarsi a vita privata senza dover ottemperare alla “difficile” vita reale. Una notizia di geopolitica internazionale sicuramente secondaria rispetto a quanto sta avvenendo in Libia o in Iran ma che comunque ha occupato, e così sarà nei prossimi giorni, buona parte dei quotidiani di mezzo mondo coinvolgendo il governo britannico e le Casa Bianca.

La giovane coppia, fresca di matrimonio, da subito aveva dato segno di mal tollerare i conservatori obblighi reali ma pochi si sarebbero aspettati una rottura tanto fragorosa quanto irrituale. Tutto ciò pare essere legato al carattere dei due protagonisti: il principe erri da sempre ha manifestato un carattere il rispettoso e poco incline alle rigide regole della casa reale mentre la consorte di origine californiana fatto capire sin da subito che la sua personale storia, di donna divorziata e legata al mondo dello spettacolo, avrebbe avuto la meglio Rispetto alle regole reali britanniche.

Ciò che può inizialmente sembrare una storia da cronaca rosa va in realtà legata al periodo travagliato e particolare che la Gran Bretagna sta vivendo. Questo paese infatti Al così come il suo popolo, stanno lanciando una serie di segnali politici per nulla secondari. Nostalgici di un passato glorioso che gli ha resi protagonisti in ogni angolo del mondo i sudditi di Sua maestà e hanno negli ultimi tempi manifestato malcontento chi in qualche modo a messo in dubbio la loro sovranità. E questo è avvenuto per esempio durante il loro Travagliato e rapporto con l’unione europea a cui non hanno mai creduto forse si dall’inizio. Questo sentimento di diffidenza nei confronti dell’Europa non è poi così diverso dal sentimento di diffidenza che gli inglesi hanno nutrito sìn da subito nei confronti della signora Markle.

Come ha ben sottolineato il ministro degli interni inglese riti Patel, donna di origine indiana, questa vicenda non ha nulla a che vedere, come scioccamente detto da qualcuno, con un atteggiamento razzista nei confronti della moglie del principe erri. Tutto rientra invece Del sacro rapporto che da secoli lega la monarchia inglese ai propri sudditi; è facile comprendere come in un momento in cui i valori sono sempre più deboli e messi in discussione per gli inglesi la corona rappresenta ancora un solito baluardo. Ecco perché le profonde critiche che sono apparse in questi giorni tra i cittadini britannici nei confronti della coppia sono da ricercare in quello che è stato visto come un attacco nei confronti della regina Elisabetta. E poiché in questa storia si parla di nobiltà, non c’è nulla di meno nobile dell’atteggiamento dei due coniugi che dinnanzi Ad una serie di compiti reali, preferiscono fuggire in cerca di privacy in California, da sempre frequentata da attori e celebrità dello spettacolo.

Poiché è risaputo che Meghan Markle nutre un profondo risentimento nei confronti del presidente Trump, è stato specificato che tale trasferimento avverrà solo quando la casa bianca vi sarà un inquilino più consono e più gradito alla ex duchessa del Sussex. Una specifica ti ha servito sul piatto d’argento la possibilità per il presidente di esprimere la propria vicinanza alla regina Elisabetta che secondo lo stesso non meritava un trattamento di questo genere.

Certo piccoli segnali ma che oggi come non mai sottolineano come La vicinanza dei sudditi inglesi nei confronti della propria regina.

La geopolitica nel 2020

Vent’anni fa, esattamente alla vigilia del nuovo millennio, il mondo era profondamente diverso. Il prodotto interno lordo cinese era poco più di un miliardo di euro, pari ad un dodicesimo di quello attuale; gli USA erano l’unica incondizionata potenza mondiale presente con proprie truppe in più di 50 paesi nel mondo; la Russia era una debole realtà nata sulle rovine del collasso socialista e l’Europa marciava trionfalmente verso l’allargamento ad est che tra il 2004 ed il 2007 significò un Unione sempre più forte composta da 25 paesi.

La geopolitica nel 2020 - Geopolitica.info

Presentata due decenni fa, una fotografia del mondo di oggi, anche agli occhi del più abile degli indovini, sarebbe apparsa grottesca. Pochi avrebbero previsto il crollo delle Torri Gemelle o la grande crisi economica occidentale. Nessuno avrebbe pensato a Donald Trump come inquilino della Casa Bianca, alla nascita dei movimenti populisti in tutto il mondo capaci di raccogliere consenso o allo sviluppo economico e militare cinese, oggi in grado di preoccupare le più grandi potenze mondiali.

Il mondo di oggi, e così la Geopolitica, ha raggiunto una tale velocità da far apparire tutto incerto ed impossibile da decifrare; solo cinque anni fa era infatti impensabile poter pensare che Londra avrebbe optato per una definitiva ed irreversibile uscita dalle istituzioni europee mentre oggi diamo già per assodata questa decisione.

L’anno che verrà, il 2020, ci offrirà però alcuni importanti appuntamenti capaci di determinare alcuni futuri scenari in modo determinante. Dovremo innanzitutto tenere gli occhi puntati su Washington per comprendere se alle prossime elezioni presidenziali americane Donald Trump sarà in grado di mantenere la sua permanenza alla Casa Bianca, nonostante un mandato a dir poco rocambolesco. Una sua riconferma indicherebbe innanzitutto che la sua politica dell’”America first” non è solo uno slogan politico ma la sintesi di un programma ancora apprezzato dalla maggioranza degli americani.

In secondo luogo saremo obbligati ad osservare attentamente quanto sta avvenendo nella Cina comunista: se da una parte la forza economica del paese, capace di penetrare in Europa con la via della seta, pare inarrestabile bisognerà valutare se le lecite richieste della popolazione di Hong Kong avranno un effetto domino sull’intero paese con conseguenze ad oggi ed immaginabili.

Sarà poi necessario monitorare da vicino quanto accadrà in Africa poiché questo continente, colpevolmente abbandonato a se stesso dall’Occidente ma altrettanto colpevolmente governato da una classe dirigente spesso incapace e corrotta, sarà determinante per gli equilibri demografici dei prossimi anni. Secondo alcuni dati la sola Nigeria nel 2050 potrebbe avere gli stessi abitanti dell’intera Europa.

Infine sarà proprio il vecchio continente che nel 2020 potrà in qualche modo determinare il prossimo futuro. Chiuso il lungo capitolo Brexit, l’Unione Europea e la sua nuova Commissione saranno chiamate ed obbligate ad offrire concrete e reali soluzioni a chi da molto tempo, con più ragione che torti, chiede un cambio di passo ed un nuovo approccio.

Se così sarà, avremo uno scacchiere comunque incerto e pericoloso, ma avremo il conforto di poter dire la nostra nei prossimi processi globali senza doverli subire passivamente come troppo spesso è accaduto negli ultimi anni.

Intervista all’Avv. Padovan su sanzioni internazionali, Brexit e controllo degli investimenti esteri

Marco Padovan, nato a Venezia nel 1958, ha fondato nel 2002 lo Studio Legale Padovan di Milano dopo una lunga carriera alla Banca europea per gli investimenti di Lussemburgo e alla BERS di Londra. Oggi il suo studio è un sicuro riferimento per le imprese di costruzione nella loro attività all’estero, ma anche sempre di più in materia di export control e di diritto societario.

Intervista all’Avv. Padovan su sanzioni internazionali, Brexit e controllo degli investimenti esteri - Geopolitica.info

 

I. Con l’annuncio delle dimissioni del primo ministro britannico Theresa May, l’ipotesi no deal diviene sempre più probabile. Un eventuale hard Brexit potrebbe determinare importanti ripercussioni anche per l’economia italiana, dato che nel 2017 l’export made in Italy verso il mercato britannico è stato di 23 miliardi di euro. 

Quali misure possono adottare le imprese italiane che operano in UK per prepararsi al ritorno delle frontiere tra UE e Regno Unito?

Ad oggi, a partire dalla 23:00 del 31 ottobre 2019 l’European Union (Withdrawal) Act 2018 abrogherà l’European Communities Act del 1972, convertendo in normativa nazionale tutta quella europea direttamente applicabile, e garantendo vigenza a tutta la legislazione delegata emanata in forza della legge del 1972. Nonostante ciò, lo scenario che vede il Regno Unito divenire un Paese Terzo da un giorno all’altro non è certo di semplice gestione per le imprese nostrane. In caso di hard Brexit, infatti, la circolazione delle merci tra Londra e Bruxelles prevedrà l’applicazione dei dazi applicabili a qualsiasi Paese con cui l’UE non abbia stabilito alcun accordo, seguendo la clausola della nazione più favorita stabilita a livello WTO, senza contare le conseguenze legate ai regimi IVA e accise.

Da un punto di vista doganale, va dato atto dell’intenso lavoro svolto dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che attraverso una massiccia opera di informazione – svolta principalmente in prima persona dalla direttrice ing. De Robertis – ha fatto e sta ancora facendo molto per fornire gli strumenti, quanto meno cognitivi, agli operatori economici. Né è la riprova la completezza e l’attualità delle indicazioni presenti nella sezione “Info Brexit” del sito adm.gov, oltre che l’apposito help desk istituito grazie alla costituzione di un team di funzionari dedicato al tema.

Un altro aspetto che dovrà essere preso in considerazione è quello delle restrizioni extra tributarie all’import e all’export, in particolare relativamente alla movimentazione dei beni dual use da una parte all’altra della Manica. Sotto questo punto di vista, già dal 1°febbraio 2019 è stata pubblicata, dall’Export Control Joint Unit and Department for International Trade, un’Open General Export Licence per esportare, a determinate   parte dei beni e della tecnologia a duplice uso verso l’UE a condizioni semplificate. Parimenti è stato fatto dagli Stati Membri, i quali, modificando il Regolamento 428/2009, hanno inserito il Regno Unito tra i destinatari dell’Autorizzazione Generale 001, che facilita di molto l’esportazione di beni duali verso determinati Paesi Terzi particolarmente “amici”.

Per quanto concerne le sanzioni economiche internazionali, in un primo periodo, in virtù del Withdrawal Act 2018, il Regno Unito continuerà ad applicare le sanzioni in vigore al momento della Brexit, per poi procedere ad una probabile graduale implementazione di misure unilaterali. Tale disomogeneità potrebbe pesare non poco sulle aziende o gli istituti finanziari che continueranno a lavorare dalla City, poiché dovranno aggiungere allo strabismo degli apparati sanzionatori USA e UE, anche le regole UK.

In conclusione, quello che pesa maggiormente sulla operatività delle imprese, non sono solamente le difficoltà di un no deal, quanto l’incertezza dei possibili scenari: sebbene una pianificazione fiscale, doganale ed extra tributaria legata alle sfide future sia il mio consiglio professionale; dall’altra non posso nascondere quanto gli sforzi e le risorse impegnate potrebbero essere totalmente inutili, nel caso in cui la Brexit non si dovesse manifestare in nessuna delle sue forme.


II. L’UE dispone di una delle discipline più aperte al mondo in materia di investimenti, come riconosciuto dall’OCSE nell’indice di restrizione agli investimenti. L’UE costituisce, infatti, la principale destinataria mondiale degli investimenti esteri diretti: alla fine del 2017 gli stock di investimenti esteri diretti detenuti da investitori di paesi terzi nell’UE ammontavano a 6 295 miliardi di €.

Cosa cambia con l’entrata in vigore (aprile 2019) del nuovo quadro europeo per il controllo degli investimenti esteri diretti, adottato per salvaguardare la sicurezza, l’ordine pubblico e gli interessi strategici dell’UE?

Il nuovo Regolamento (UE) 2019/452 nasce in un contesto politico in cui sono cambiati anche i trend degli investimenti esteri diretti. Se fino a qualche tempo fa gli investimenti esteri in Unione provenivano prevalentemente da USA e paesi EFTA, di recente sono aumentati gli investimenti da paesi emergenti, tra cui la Cina. I nuovi player hanno spesso alle spalle delle specifiche strategie di Stato volte ad acquisire tecnologie all’estero, con i rischi che possono conseguirne in tema di sicurezza e ordine pubblico degli Stati membri. II Regolamento risponde quindi alla duplice esigenza di favorire l’istituzione di leggi nazionali sul controllo (più della metà degli Stati membri non si è ancora dotata di una propria legge in materia) e di uniformare / coordinare le normative nazionali esistenti, anche alla luce dell’incremento degli investimenti scrutinati nei vari paesi. Ciò fermo restando l’assoluto favor dell’Unione Europea verso gli investimenti esteri, come rimarcato dalla prima premessa del Regolamento.

 Il Regolamento ha istituito, come da Voi rilevato, un quadro per il controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione. Ciò significa che il Regolamento non ha creato alcun meccanismo di controllo sovranazionale degli investimenti né ha introdotto alcun obbligo a carico degli Stati membri di istituire meccanismi di controllo nazionali, ma ha posto una serie di regole cui si dovranno attenere gli Stati membri laddove intendano adottare ex novo dei meccanismi di controllo nazionali oppure mantenere o modificare quelli esistenti. In tal modo, il Regolamento ha innanzitutto autorizzato l’istituzione e il mantenimento di meccanismi di controllo (pur conformi al Regolamento stesso) da parte dei singoli Stati. Il diritto di decidere se controllare o meno un determinato investimento rimane esclusivamente in capo a ciascuno Stato membro, così come rimane di competenza esclusiva di ciascuno Stato la materia della sicurezza nazionale.

 Il Regolamento prevede, tra l’altro, che il controllo potrà avvenire solo per motivi di sicurezza o di ordine pubblico, che le norme sui controlli nazionali degli investimenti debbano essere trasparenti e non operino discriminazioni tra paesi terzi, che sia garantita la riservatezza delle informazioni scambiate, che siano adottate misure per prevenire l’elusione dei meccanismi, e che i soggetti interessati possano presentare ricorso contro le decisioni di controllo nazionali. Sono inoltre elencati i fattori che gli Stati membri possono prendere in considerazione nel valutare un investimento, ossia gli effetti potenziali a livello di infrastrutture critiche, tecnologie critiche e prodotti a duplice uso, sicurezza dell’approvvigionamento di fattori produttivi critici, accesso ad informazioni sensibili, libertà e pluralismo dei media. Va poi tenuto conto se l’investitore sia controllato dall’amministrazione pubblica, sia già coinvolto in attività che incidano su sicurezza ed ordine pubblico e se vi sia il rischio che intraprenda attività illegali o criminali.

Un altro caposaldo del Regolamento è la creazione di un meccanismo di cooperazione tra gli Stati membri, e tra gli stessi e la Commissione, in relazione agli investimenti che siano già oggetto di un controllo in corso o che non lo siano ancora. Tale meccanismo prevede la formulazione di osservazioni da parte degli Stati Membri e l’emissione di pareri da parte della Commissione rispetto ad un investimento oggetto di controllo, o in programma o già realizzato, in un altro Stato membro; tale Stato dovrà, dal canto suo, fornire una serie di informazioni sull’investimento (tra cui l’assetto proprietario dell’investitore, il valore e la data dell’investimento, le fonti di finanziamento dello stesso etc.) e, infine, tenere in debita considerazione le osservazioni degli altri Stati membri e i pareri della Commissione. Inoltre, la Commissione, se ritiene che un investimento estero diretto possa incidere su progetti o programmi di interesse per l’Unione (es. Galileo o Horizon 2020) per motivi di sicurezza o di ordine pubblico, può emettere un parere destinato allo Stato membro in cui l’investimento estero diretto è in programma o è stato realizzato.

Si prescrive inoltre che gli Stati membri e la Commissione istituiscano un punto di contatto per l’attuazione del Regolamento, e si favorisce l’ulteriore coinvolgimento del (già esistente) gruppo di esperti in materia di controllo degli investimenti che fornisce consulenza e competenze alla Commissione.

Infine, il Regolamento prevede un periodo transitorio di 18 mesi per la sua attuazione. I prossimi mesi saranno quindi decisivi nel tracciare la strada dell’allineamento tra gli Stati membri, e tra questi e la Commissione, su una materia di stretta attualità e di centrale importanza sotto il profilo politico ed economico.

L’Italia dovrà rivedere la normativa nazionale in materia sia per adeguarsi alle nuove tempistiche dettate dal Regolamento sia per valutare la compatibilità dei criteri di valutazione degli investimenti esteri fissati dalla normativa italiana con quelli europei.


III. Il Regolamento di blocco impedisce ai soggetti europei di adeguarsi alle sanzioni secondarie statunitensi. Lei stesso lo ha però definito “regolamento di resistenza”, dal momento che, in realtà, non è stato possibile inserire nel corso dell’aggiornamento la possibilità di mettere in atto azioni ritorsive, da parte dell’Unione, nei confronti degli Stati Uniti o delle imprese non europee che dovessero mettere in difficoltà gli operatori europei.

Qual è il reale margine di manovra che hanno quindi le imprese europee?
Il Regolamento CE n. 2271 del 1996, noto come ‘Regolamento di Blocco’ prevede misure sanzionatorie (in Italia di competenza del Ministero dello Sviluppo Economico ai sensi del D.lgs. 346/1998: multa fino a € 92.962,24) e risarcitorie, esperibili dai soggetti europei eventualmente danneggiati dai comportamenti di altri soggetti adottati in ottemperanza delle sanzioni USA considerate illegittime. È un regolamento nato ventitré anni fa per reagire alle sanzioni extraterritoriali USA su Cuba, rispolverato nel 2018 per rispondere all’uscita degli USA dal JCPOA. Ho personalmente usato il regolamento di blocco per proteggere una società italiana finita nella lista SDN in tempi non sospetti, nel 2014, quando sembravano tutti concordi nella politica verso l’Iran. All’epoca ne misurai di persona la quasi assoluta inutilità e inefficienza. Ne parlammo anche con la Commissione quando decisero di rispolverarlo e di metterlo al centro della reazione europea all’uscita degli USA dal JCPOA e per convincere gli iraniani che l’Europa fa sul serio. Ho sempre pensato che il regolamento di blocco, così come formulato e concepito, senza una reale protezione per chi deve arbitrare tra compliance con le sanzioni USA e adeguamento alle norme europee che la vietano, mettendo in gioco la sua stessa sopravvivenza aziendale altro non faccia che alimentare un cannibalismo intraeuropeo e mettere in difficoltà sempre crescente gli operatori europei e le autorità nazionali senza nulla risolvere. Purtroppo, questa profezia dopo un anno si sta puntualmente realizzando e vedo tutti brancolare nel buio coinvolgendo i vari poteri dello Stato. Almeno in Italia.

IV. In seguito alla costituzione di INSTEX, le aziende europee usufruiranno effettivamente di tale strumento o prevarrà la paura di essere sottoposti a sanzioni statunitensi, dal momento che la maggior parte delle grandi aziende ha attività negli Stati Uniti? 

Occorre innanzitutto rilevare che INSTEX è stato costituito a fine gennaio 2019 ma, ad oggi, non è ancora operativo. Il suo funzionamento dovrebbe fondarsi sulla compensazione di debiti e crediti maturati nell’ambito delle relazioni commerciali tra l’Iran e i paesi soci di INSTEX, che attualmente sono Francia, Germania e Regno Unito (l’Italia ne sta negoziando l’ingresso). È noto che il veicolo gestirà inizialmente solo i flussi finanziari relativi al commercio con l’Iran di medicinali, dispositivi medicali, e prodotti agroalimentari. Tale limitazione ha lasciato molti delusi: qualora l’operatività di INSTEX non venisse estesa, le aspettative degli operatori economici europei attivi in settori industriali diversi dai settori citati sopra rimarrebbero disattese. Infatti, nessuno dei settori in cui opererebbe INSTEX è colpito dalle sanzioni secondarie statunitensi e, pertanto, le relative transazioni ben potrebbero essere compiute, anche in base alle regole USA, utilizzando i canali normali di pagamento (purché le banche iraniane coinvolte non siano entità designate come SDN subject to secondary sanctions). Ancora, in assenza di misure di protezione adeguate, nulla impedirebbe alle aziende europee e a INSTEX stesso di diventare un facile bersaglio sanzionabile dalle autorità statunitensi, come peraltro continuano a ribadire le autorità statunitensi. Resta dunque il dubbio se INSTEX sarà mai in grado di attirare utenti.  

 

Intervista all’ambasciatore britannico Jill Morris

“La Brexit è un processo irreversibile ed un nuovo referendum sarebbe una forzatura contro la democrazia. Ciò detto il Regno Unito esce dall’Unione Europea ma non dall’Europa”.

Intervista all’ambasciatore britannico Jill Morris - Geopolitica.info Il Messaggero
Sono queste le chiare parole con cui l’Ambasciatore Britannico Jill Morris si è espresso nelle scorse ore nella capitale italiana durante un intervista concessa ai margini di un incontro alla Business School del Sole 24 ore. Cortese, sorridente e molto chiara l’ambasciatore non si è sottratta alla domande.
Gentile Ambasciatore a che punto sono le trattative tra Bruxelles e Londra?
“L’esito del voto del giugno 2016 da parte degli elettori Britannici è stato inequivocabile e da questo punto dobbiamo partire. Il Parlamento britannico è oggi molto limpido: non vi è una maggioranza che voglia disattendere l’esito del quesito, non vi è una maggioranza che voglia proporre una nuova consultazione e non vi è di certo una maggioranza a Westminster che auspichi una hard Brexit e cioè attendere il fatidico 29 marzo senza un accordo tra le due parti. A questo punto non si può far altro che sedersi ad un tavolo e negoziare con i rappresentanti dell’Unione. Un compromesso che permetta a tutti di concentrarsi poi su una fase secondaria. Una fase che permetterebbe in futuro di godere quantomeno di benefici economici grazie ad accordi ad hoc su questo tema”
Qual è l’aria che si respira in Gran Bretagna in questo momento e come vive la popolazione questa fase storica?
“Occorre un netto distinguo. In alcuni ambienti di Londra, complice anche la stampa ed i media, si tende ad esasperare questa data come se si stesse aspettando la fine del mondo mentre in altre parti della Gran Bretagna la gente è convinta che il processo di negoziazione sia già chiuso. La verità sta nel mezzo e se un po’ di apprensione c’è bisogna con lucidità affrontare il momento. Il Premier May si sta mostrando all’altezza; è un vero leader che antepone gli interessi dei britannici a quelli del suo governo o del suo partito”.
L’Europa senza il Regno Unito sarà più debole e il Regno Unito senza Europa lo sarà altrettanto nello scacchiere internazionale?
“L’Europa sta vivendo un periodo di crisi e questo è innegabile. Eppure non si può oggi colpevolizzare, come molti erroneamente fanno, i cittadini britannici per ciò che hanno deciso. Anzi: bisognerebbe avere il coraggio di comprendere le ragioni del perché si è arrivati a questo e lavorare con convinzione per evitare che il vecchio continente sia ancora più debole nel prossimo futuro. Nel futuro poi si vedrà. Potrebbe essere, come auspico, che dopo l’accordo Londra e Bruxelles siedano ad un nuovo tavolo per una fase di cooperazione economica che possa essere positiva per tutti”.
 
Andando oltre la Brexit come sono le relazioni tra Roma e Londra?
“Tra i due paesi c’è sempre un legame forte indipendentemente dai singoli elementi politici ed ora più che mai. A Londra vivono 700.000 italiani e moltissimi di questi sono docenti universitari. Ci sono progetti che potranno ulteriormente consolidare l’asse tra i due Stati e la mia presenza è finalizzata proprio a questo”.
Brexit: storia dell’agonia Europea
Se non fosse il più grande fallimento dell’Europa dal secondo dopoguerra ad oggi la “Brexit” potrebbe essere una traccia per una tipica telenovela televisiva britannica.
Il voto democratico avvenuto trenta mesi fa nel Regno Unito aveva sancito tra lo stupore del mondo intero la volontà del popolo di Sua maestà di voler abbandonare Bruxelles con la, assai remota, convinzione che navigare in solitudine sia la soluzione migliore per ottenere al meglio i propri interessi.

Brexit: storia dell’agonia Europea - Geopolitica.info bbc.co.uk

Come tutti sappiamo l’esito del voto costrinse, per coerenza morale, il Premier Cameron alle dimissioni che lascio’ il numero 10 di Downing street alla titolare del ministero degli interni Theresa May con la convinzione che potesse essere la donna giusta per traghettare Londra fuori dall’Unione Europea. Le circostanze hanno invece sancito un esito ben differente e tra le stanze di Westminster ancora oggi regna sovrano il caos. Il partito conservatore che detiene la maggioranza parlamentare oggi si trova spaccato tra chi sostiene una pericolosissima uscita senza alcun accordo e chi ritiene la necessità di dover negoziare con le istituzioni comunitarie per evitare una deriva troppo pericolosa. Il partito socialista di contro riesce a fare forse peggio: il tenace Corbyn, ad oggi conosciuto più per le sue posizioni antisemite che per le sue reali capacità politiche, chiede legittimamente un anticipo al voto senza però chiarire quale sia la soluzione per uscire dall’empasse. Infine c’è il fronte trasversale che chiede con insistenza il ritorno ad una consultazione referendaria che creerebbe di fatto il primo pericolosissimo caso storico in cui le istituzioni costringono gli elettori a votare fino a quando l’esito non è consono alle esigenze dei palazzi.Nella tragica trama di questa vicenda di certo anche Bruxelles non è e non può essere esente da critiche. Prossima ad un voto parlamentare che cambierà la storia del continente intero l’Europa continua a mostrare il volto più arrogante. I vertici della commissione, con il presidente in testa, hanno ostentato intransigenza ad ogni richiesta dei singoli paesi e hanno erroneamente lasciato credere che l’Europa sia una banca d’affari e non un progetto politico che non può e non deve fallire. Il patetico “mea culpa” di Juncker sulla vicenda greca appare debole e poco credibile e non fa che aumentare la percezione di distanza tra i vertici europei e gli elettori che su alcune importanti tematiche quali il lavoro e l’immigrazione hanno pagato sulla propria pelle anni di errori palesi. Non solo. Sorprende che una persona d’esperienza come il presidente del parlamento Europeo (unico organo delle istituzioni eletto dai cittadini) Tajani dichiari testualmente “che permettere agli elettori inglesi di esprimersi sulla brexit sia stato un errore”. Sarebbe intollerabile che l’Europa culla della civiltà moderna, della democrazia e dei valori occidentali, metta in dubbio il suffragio universale.

Piuttosto ci si interroghi sul perché i cittadini europei ricorrano in continuazione ad ideali così estremi (a partire dalla Brexit) che potrebbero portarci ad effimeri risultati nell’immediato ma a dover fare i conti con problemi ancor maggiori nel medio e lungo periodo. È assai probabile che, in attesa di capire il futuro di Londra, da maggio molto cambierà in Europa. I partiti sovranisti sbarcheranno a Bruxelles con l’intenzione, legittima e comprensibile, di portare grandi novità. Ma l’Europa oggi è un malato cronico che necessità di cure farmacologiche prescritte da medici e non basteranno dosi di vitamine o sali minerali. Chi avrà la maggioranza a Strasburgo dovrà tener conto che le aggressive, e talvolta illegittime, politiche cinesi o l’inarrestabile crescita demografica africana e la sua emigrazione sono fenomeni che puoi gestire solo se al tavolo l’Europa si presenta compatta sotto il profilo economico, sociale e politico. In caso contrario il rischio è che la Brexit non sia stata un lecito allarme popolare che avrebbe dovuto far riflettere chi di dovere ma sia la certificazione che la malattia Europea da cronica sia diventata irreversibile.

Brexit e Sicurezza Europea: i motivi di un accordo imprescindibile

In seguito ad un lungo incontro tra Theresa May e le principali figure del suo governo avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 novembre, la bozza dell’accordo sui termini della Brexit è stato rilasciato alla stampa unitamente ad una dichiarazione dell’Ue circa i futuri rapporti tra i due attori. Uno dei pochi temi sui quali le controparti hanno sempre mostrato grande comunità d’intenti è quello della sicurezza e difesa, tema ampiamente trattato nei due documenti. Perché, in questo ambito, il Regno Unito e l’Ue non possono fare a meno l’una dell’altra? E a quali rischi andrebbero incontro qualora l’accordo dovesse saltare?

Brexit e Sicurezza Europea: i motivi di un accordo imprescindibile - Geopolitica.info

 

Anche nei momenti più bui delle contrattazioni circa i termini di un accordo sulla Brexit, l’ambito della sicurezza e difesa ha rappresentato un argomento sul quale le parti hanno sempre condiviso la medesima posizione. Infatti, mentre le divergenze riguardanti il versante economico-commerciale e il confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord rischiavano di spalancare le porte ad una no deal Brexit, tanto il Regno Unito quanto l’UE hanno più volte sottolineato la necessità di far perdurare le collaborazioni in questo ambito. Per fornire un’idea di quanto questo tema fosse considerato un pilastro, è sufficiente guardare al recente passato. Nonostante la delusione diffusa in seguito al vertice europeo di Salisburgo dello scorso settembre, le forti dichiarazioni del Commissario Europeo per l’Unione della Sicurezza Julian King hanno contribuito a lasciare aperte finestre di dialogo. Parlando da Bruxelles pochi giorni dopo la chiusura del vertice austriaco, King aveva affermato che “su alcune tematiche ci saranno vincitori e perdenti, ma quando si parla di sicurezza e difesa ci sono reciproci interessi nel far perdurare una collaborazione”, dichiarandosi inoltre ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo su questi temi. A stretto giro di boa, anche il Ministro della Difesa britannico Gavin Williamson ha confermato la volontà di non vanificare le cooperazioni esistenti. Dalla Germania, dove si trovava per una visita istituzionale, il Ministro si è dichiarato speranzoso circa la possibilità di trovare un accordo che permettesse di incanalare i cospicui sforzi sostenuti dal paese nel corso degli anni all’interno del quadro fornito dall’UE.

Mantenere le collaborazioni: l’apertura di Bruxelles

I contenuti del documento presentato da Theresa May ai membri del suo governo vertono principalmente sui termini della fuoriuscita del Regno Unito dal gruppo dei 28 paesi membri dell’UE, mentre gli aspetti relativi al futuro delle relazioni tra i due attori lasciano ampi spazi all’interpretazione. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda il testo della dichiarazione politica rilasciata quasi contemporaneamente dalla Commissione Europea. Infatti, come suggerito dal titolo del documento “Setting out the framework for the future relationship between the EU and the UK”, esso si prefigge l’obiettivo di fornire indicazioni sulle collaborazioni future. All’interno della dichiarazione della Commissione, un’intera sezione è stata dedicata alla partnership in tema di sicurezza e difesa, la quale sembra poter rimanere tra le più solide. Infatti, in seguito ad un’analisi caso per caso, il Regno Unito potrà continuare a prendere parte ad operazioni relative alla Common Security and Defence Policy (CSDP) attraverso il Framework Participation Agreement (FPA). La fase di pianificazione di tali operazioni vedrà intense interazioni tra UE e Regno Unito, le quali saranno proporzionate al livello di contribuzione del paese in ogni singola missione. Inoltre, qualora un invito a partecipare dovesse essere recapitato a Londra da un membro attivo della Permanent Structured Cooperation (PESCO), il paese potrà aderire ai progetti portati avanti all’interno di questo quadro. Il Regno Unito potrà altresì continuare a collaborare ai progetti della European Defence Agency (EDA) grazie ad un Administrative Agreement già garantito dall’UE. Infine, anche nei settori di cyber security, lotta all’immigrazione irregolare e antiterrorismo rimarranno attivi continui dialoghi e cooperazioni mentre, sul piano industriale, enti britannici potranno beneficiare dei finanziamenti stanziati dallo European Defence Fund (EDF).

Una mutua necessità

Il desiderio di proseguire sulla via di una stretta collaborazione anche quando il Regno Unito avrà perso il suo status di paese membro dell’Unione ha radici profonde, e sottolinea una mutua interdipendenza in materia di sicurezza e difesa. Per quanto riguarda l’Ue, la volontà di ottenere l’autonomia strategica invocata dalla Commissione già nel 2016 non può prescindere dalla partecipazione britannica. Infatti, il Regno Unito è il paese europeo che spende maggiormente nel campo della difesa (46 miliardi di euro nel 2016), e da solo contribuisce alla spesa per la sicurezza dell’Unione per più del 7%. In aggiunta, metà delle portaerei e delle armi nucleari potenzialmente utilizzabili dall’UE sono messe a disposizione dal Regno Unito, così come il 16% delle navi da guerra e l’11% degli aerei da combattimento. Anche nel campo delle innovazioni il ruolo del Regno Unito risulta essere fondamentale in quanto i fondi stanziati dal paese per ricerca e sviluppo nel settore militare ammontano al 43% del totale degli investimenti effettuati dai paesi partecipanti alle attività dell’EDA (Clindengal Institute, 2017). Inoltre, tenendo fede al suo ruolo di iniziatore della CSDP, il Regno Unito non ha mai fatto mancare il suo sostanziale contributo alle attività portate avanti dall’UE. Nel 2017, contingenti britannici sono stati impegnati in ben 5 delle 6 missioni militari condotte tramite la CSDP, alle quali si aggiunge l’impiego di personale in 7 delle 10 operazioni attive di tipo civile. Dunque, rinunciando alle capacità messe a disposizione da Londra, ed evitando il coinvolgimento britannico nelle sue attività, l’Ue vedrebbe notevolmente ridotto il suo potenziale come attore internazionale di primo piano.

Dal lato del Regno Unito, la necessità di prendere parte alle attività dell’UE risulta altrettanto importante. Stante la natura transnazionale delle minacce alla sicurezza del vecchio continente, appare chiaro che queste vadano fronteggiate in maniera cooperativa. Fenomeni quali il terrorismo o i rischi connessi al dominio cyber risultano pressoché impossibili da fronteggiare a livello di singolo stato. A questi si aggiungono i molteplici focolai d’instabilità che affliggono l’immediato vicinato europeo e che sono stati più volte definiti come una delle cause principali alla base di terrorismo e migrazioni di massa, i quali richiedono interventi strutturali anche in paesi terzi che i singoli stati faticherebbero non poco a mettere in atto. Non da ultimo, la preoccupante postura assunta dalla Russia del presidente Putin negli ultimi anni, e la sempre più chiara volontà degli Stati Uniti di ridurre il proprio ruolo di principale garante della sicurezza del vecchio continente rendono necessario un approccio cooperativo tra i paesi europei (sia membri dell’Ue che paesi terzi). Pertanto, indipendentemente dagli accordi bilaterali che il Regno Unito potrebbe sottoscrivere e dalla sua special relationship con gli Stati Uniti, l’essere tagliato fuori dalle attività di un solido ente sovranazionale che permette la cooperazione strutturata tra i paesi europei comporterebbe considerevoli difficoltà aggiuntive nel fronteggiare le minacce sopraelencate.

In conclusione, in tema di sicurezza e difesa le posizioni di Regno Unito ed UE sono sempre state similari, e il desiderio di mantenere un forte legame anche in seguito alla Brexit ha rappresentato una costante. La bozza di accordo circa le modalità di separazione tra i due attori ha tenuto ampiamente in considerazione questa volontà, e il perdurare dello stretto legame esistente sembra essere garantito. Indipendentemente dalle controversie legate ad una moltitudine di altri fattori, in tema di sicurezza e difesa la mancata ratifica di un accordo finale comporterebbe mutui svantaggi troppo grandi per poter essere ignorati. Di certo, quello della sicurezza non sarà l’unico fattore determinante nella decisione finale, ma, se ad oggi una no deal Brexit sembra meno probabile che nel recente passato, parte del merito va attribuito a questo ambito in cui entrambi gli attori avrebbero molto da perdere e poco o nulla da guadagnare da una separazione conflittuale.

 

L’Italia e l’Europa – Intervista ad Alessandro Battilocchio

Abbiamo intervistato Alessandro Battilocchio, deputato di Forza Italia, ex eurodeputato e membro della XIV Commissione – Politiche dell’Unione Europea. Il suo punto di vista sullo stato delle relazioni europee e sul ruolo dell’Italia nell’UE.

L’Italia e l’Europa – Intervista ad Alessandro Battilocchio - Geopolitica.info

Settimane fa l’incontro tra Marine Le Pen e il Vicepremier Salvini a Roma: si va verso la formazione di un fronte sovranista di peso all’interno del Parlamento europeo. A suo avviso le urne a maggio restituiranno un esito simile alle elezioni tedesche e svedesi, dove i partiti moderati hanno mantenuto – seppur con difficoltà – il controllo delle istituzioni, o dobbiamo attenderci un 4 marzo su scala continentale?

Credo che a maggio lo scenario che si profilerà vedrà – nonostante l’irrobustimento dell’asse sovranista – la riconferma dei moderati anche perché il PPE vede al suo interno il Fidesz, partito del leader ungherese Orban, che è uno degli attori principali dell’asse di cui stiamo parlando. Ricordiamo inoltre che la Lega di Salvini è alleato storico di Forza Italia che è il maggior contributore italiano del PPE e questo rende l’idea della misura in cui, per forza di cose, l’asse “sovranista” di cui si sta parlando non avrà un atteggiamento rivoluzionario e antieuropeista.

Il Governo sta affrontando con approccio muscolare le critiche europee alle politiche di indebitamento previste nella manovra. Il livello della tensione è destinato a salire o immagina che Bruxelles adotterà un atteggiamento più conciliante per evitare di fornire un assist elettorale ai sovranisti in vista delle elezioni?

Bruxelles sicuramente continuerà nel tentativo di imporre all’Italia di rimanere nei paletti previsti dagli accordi, è però notizia di questi giorni che già la manovra sia stata “ammorbidita” inserendo alcune misure come le clausole di salvaguardia. Alla fine credo che la mediazione porterà ad un compromesso che darà modo ad entrambe le parti di affermare di esser uscite vincitrici.

Quale che sia l’esito del voto si immagina una stagione di cambiamenti nell’architettura europea, non fosse altro per il proseguire del dossier Brexit. Lei che ha conosciuto dall’interno il Parlamento di Bruxelles, cosa c’è da salvare e cosa da cambiare nelle istituzioni dell’UE?

La domanda imporrebbe una risposta non esauribile in poche righe, ad ogni modo tenterò di sintetizzare cercando di non essere equivocato. L’UE è imprescindibile per il continente e per tutto l’occidente, è un soggetto too big to fail. Ha donato ai paesi aderenti decenni di pace che oggi si da per scontata ma che in passato non lo era assolutamente. Il mercato comune ha ampliato gli orizzonti e creato innumerevoli opportunità per le imprese, favorendo il libero movimento delle merci. Chiaramente ci sono anche degli aspetti che a mio avviso possono essere migliorati, come l’estrema burocratizzazione e la creazione di regole molto dettagliate che spesso rendono la vita dei cittadini e di chi produce molto difficile. L’UE deve avere il coraggio di fare passi avanti sulle politiche estere e di difesa e qualche passo indietro nel regolare alcuni dettagli della vita e della produzione che talvolta sono limitanti. Una UE dinamica ed al passo con i tempi capace di essere da traino per l’occidente e che al suo interno veda il nostro paese come attore principale e non come gregario.