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Nagorno-Karabakh: quando l’Occidente resta a guardare

Conteso dall’ Azerbaigian musulmano e dall’Armenia cristiana, il fazzoletto di terra del Nagorno-Karabakh aspetta da oltre vent’anni il responso decisivo della comunità internazionale sulla sua controversa situazione. Palcoscenico e vittima di un conflitto che sembra non essere sufficientemente interessante per i paesi occidentali, il Nagorno-Karabakh è in realtà al centro di un delicato e complesso gioco di forze e di equilibri mondiali.

Nagorno-Karabakh: quando l’Occidente resta a guardare - Geopolitica.info Stepanakert, principale centro urbano del Nagorno Karabakh (cr. Francesco Alesi)

A conclusione di un biennio di sanguinosa guerra aperta tra le due etnie per il predominio sul territorio, durata dal 1992 al 1994, sono stati avviati i negoziati per la risoluzione pacifica del conflitto: dopo un caldeggiato “cessate il fuoco” da parte degli Stati della regione, affiancati dalle Nazioni Unite, si è giunti all’accordo di Bishkek – capitale del Kirghizistan, del 5 maggio 1994. Con questo, i rappresentanti di Azerbaigian, Nagorno-Karabakh e Armenia, grazie alla mediazione della Russia e dell’assemblea parlamentare della CSI, “congelarono” il conflitto, in vista del raggiungimento di un rapido accordo finale.

Nonostante gli apparenti buoni propositi, la speranza di mettere un punto soddisfacente e risolutivo non è ancora stata soddisfatta. Attualmente, il processo di pace sembra infatti non aver portato ai successi attesi. Il Gruppo di Minsk, creato ad hoc durante il meeting straordinario dell’OSCE ad Helsinki (1992), deve lavorare a nuove proposte per il raggiungimento della pace, dal momento che quelle formulate finora sono risultate inconcludenti: da un lato l’Armenia continua ad occupare con le sue truppe il 20% circa del territorio azerbaigiano (che, oltre al Nagorno-Karabakh, comprende sette regioni strategiche formanti una “cintura” attorno ad esso), dall’altro l’Azerbaigian chiede all’Europa di dichiarare ufficialmente il proprio dissenso circa l’occupazione armena del territorio nazionale.

Il processo di pace si è di fatto trascinato lentamente fino ad oggi, attraversando fasi altalenanti che spesso sembravano preludere ad un anelato compromesso, ma che poi sono state distrutte dall’atteggiamento ostruzionistico adottato prima da uno, e poi dall’altro. Le quattro risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 1993 (la numero 822, 853, 874 e 884), nelle quali si invocava l’immediata cessazione di tutte le ostilità e azioni di guerra, e si sollecitava il ritiro delle truppe armene dai territori occupati dell’Azerbaigian, non hanno finora trovato la loro strada per l’implementazione. La zona del Karabakh resta ancora la più militarizzata d’Europa, ed è sorprendente la quota di bilancio che questi Paesi sborsano per le spese militari (secondo le stime dello Stockholm International Peace Research Institute – SIPRI, nel 2013 la spesa militare armena ha superato i 400 milioni, quella azera i 3 miliardi), precludendosi la possibilità di utilizzare invece tali somme di denaro per finanziare progetti di sviluppo economico e sociale, di cui entrambi i Paesi avrebbero senz’altro bisogno.

Come nel caso del Kosovo, il negoziato politico è l’unico strumento utilizzabile per risolvere tal genere di controversie, ma nei numerosi comunicati succedutisi nel tempo (gli ultimi dello scorso anno a Sochi – meeting trilaterale fortemente voluto dal presidente russo Vladimir Putin, e a Parigi – summit di iniziativa francese che però non ha portato a sostanziali novità, ed infine quello più recente, di neanche due mesi fa, a New York – settembre 2015 – anche a seguito del quale tuttavia non è stato annunciato alcun “breakthrough” nel processo dei negoziati) le parole non sono riuscite a trovare concretizzazione nei fatti, relegando ogni possibile esito positivo della disputa ad una situazione di stallo.

La difficoltà intrinseca della situazione descritta è il risultato stridente (e inevitabile) degli obiettivi, esageratamente distanti, manifestati dai protagonisti della scena: il Nagorno-Karabakh aspira all’indipendenza, l’Armenia rivendica le sue “storiche montagne”, mentre l’Azerbaigian denuncia la violazione dei confini nazionali. Ma non è semplice, oggi, ridistribuire torti e ragioni antiche. Il rischio è quello di rompere il fil rouge che precariamente mette in contatto le forze tra loro, facendole così risprofondare in una guerra aperta.

Il tentativo da parte della comunità internazionale di evitare tutto questo, e che possiamo descrivere in termini di crisis management, cela in realtà la paura dell’Occidente di irritare, da un lato l’Azerbaigian – paese in fortissima crescita, che soprattutto rappresenta uno strategico produttore di gas e petrolio (forse troppo prezioso per essere sacrificato per la causa nagorniana) -, e dall’altro la Russia, che ha ulteriormente rafforzato la sua alleanza a lungo termine con l’Armenia, e ha già avuto attriti con l’Europa a seguito della crisi ucraina e della Crimea (problemi anche questi che, almeno per il momento, sembrano essere stati offuscati dai nuovi temi dello scenario globale, come l’accordo sul nucleare iraniano e l’immigrazione, a cui USA ed Europa sembrano prestare maggiore attenzione).

Stretto tra l’incudine e il martello, l’Occidente – nonostante gli interessi economici e la posizione strategica della regione transcaucasica, che si trova nell’esatta intersezione dei principali corridoi nord-sud, ed est-ovest tra Europa e Asia – sembra aver scelto il ruolo di spettatore, preferendo restare a guardare, e lasciando che siano le due parti in guerra a vedersela per conto loro.

Così facendo, USA ed Europa, cedono ineluttabilmente (e scientemente) il ruolo di mediatori alla Russia e alla Turchia, le quali certamente possiedono maggiore influenza e controllo su quelle regioni rispetto ai Paesi occidentali.

La risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh è evidentemente molto più multiforme e articolata di quanto si creda. Ma fintanto che essa non verrà affrontata seriamente dalla comunità internazionale, allora sarà destinata a rimanere aperta per ancora molto tempo, contribuendo ad alimentare quel clima di tensione già vivo e ardente nella cosiddetta “polveriera caucasica”.

Il Caucaso fra Europa, Asia e Italia

L’articolo che segue è liberamente tratto dalla tavola rotonda che si è tenuta il 12 marzo scorso presso l’aula magna del Rettorato dell’Università degli Studi Roma Tre. Nel corso del convegno è stato presentato l’ultimo libro di Marco Valigi dal titolo “Il Caspio -Sicurezza, conflitti e risorse energetiche (Laterza, 2014)” e sono state affrontate le questioni più rilevanti connesse alla situazione attuale dei paesi dell’area caucasica.

Il Caucaso fra Europa, Asia e Italia - Geopolitica.info

L’evento è stato aperto dai saluti del Rettore dell’Università Roma Tre Mario Panizza e del Prorettore alla didattica Francesca Cantù. Successivamente, il direttore del Dipartimento di Scienze politiche, Professor Francesco Guida ha presentato il volume curato da Marco Valigi e illustrato i principali risultati scientifici raggiunti nell’ambito del progetto di collaborazione triennale tra il Dipartimento di Scienze politiche e l’Ambasciata dell’Azerbaigian. Infine, il Dott. Valigi, docente di Studi Strategici presso l’Università Roma Tre, ha moderato una vivace tavola rotonda nella quale sono intervenuti Vaqif Sadiqov, Ambasciatore dell’Azerbaigian; Sonia Lucarelli, docente dell’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna; Paolo Calzini, docente SAIS John’s Hopkins University e Marta Dassù, direttore della rivista Aspenia, già sottosegretario agli Affari Esteri durante il governo Letta.

Dopo l’introduzione di Marco Valigi sulle principali questioni di sicurezza che riguardano l’area il primo tema a essere trattato è stato quello relativo al regime giuridico del Mar Caspio e a come la disputa tra i paesi rivieraschi condizioni i piani di sfruttamento delle risorse fossili della zona. Nel primo degli interventi, Sadiqov spiega infatti che, a differenza della sponda settentrionale in cui il confine fra Russia e Kazakistan non è messo in discussione, sul quella meridionale troviamo una situazione di incertezza nel confine con l’Iran, che si protrae dai tempi della rivoluzione iraniana, quando l’Ayatollah Khomeini rifiutò il precedente trattato sui confini siglato nel 1921 con l’URSS. Le repubbliche di Azerbaigian, Uzbekistan e Tagikistan hanno ereditato questa situazione, ed al momento le proposte sono essenzialmente due, cioè fissare i confini marittimi sulla linea di equidistanza dalla costa, come sostiene l’Azerbaigian, oppure assegnare ad ognuno dei Paesi rivieraschi una parte uguale della superficie del Caspio, come sostiene l’Iran. A parte il fatto che nella seconda ipotesi l’Iran avrebbe assegnata una superficie maggiore, l’elemento di contesa è soprattutto nel fatto che il confine marittimo con le tre repubbliche ex sovietiche sarebbe spostato verso nord, lasciando quindi all’Iran diversi campi di estrazione di risorse fossili. Inutile dire che finché non si riuscirà a dirimere le dispute sulla giurisdizione non sarà possibile procedere all’estrazione delle risorse situate nelle zone contese.

Ciò e tanto più vero se si pensa anche al problema dello status giuridico del Caspio stesso: lago o mare? Se è mare sarà regolato dal diritto internazionale e quindi anche la via di accesso, rappresentata dal canale che unisce Volga ed Ural permettendo l’ingresso dal mare d’Azov, ricadrà sotto il diritto internazionale. Se invece è considerato lago, allora ricadrà sotto le giurisdizioni dei Paesi rivieraschi e dunque il canale di accesso sarà disciplinato dalla legge russa. Altra questione di non poco conto, se si considera che gli investimenti in gioco valgono decine di miliardi di euro l’uno ed hanno bisogno di condizioni più che certe perché si decida di mettere in moto tutta la complessa macchina necessaria ad implementarli.

Infine, a tutto ciò si aggiunge la tendenziale instabilità politica della regione, che si protrae ormai dal giorno della dissoluzione dell’Unione sovietica: si pensi ai conflitti nel Nagorno-Karabakh, nell’Ossezia, in Abcasia, Cecenia, Daghestan… Considerato che sono tutte regioni in cui passano o devono essere sviluppate infrastrutture per il trasporto di idrocarburi e gas naturale, si può ben comprendere come l’attuale situazione costituisca un ulteriore freno agli investimenti esteri. (Inserire cartina)

Si pone ora il problema di quale superpotenza – o per meglio dire potenza regionale – possa a ragione porsi come punto di riferimento per pacificare e dare incentivo alla cooperazione economica nell’area.

L’Unione europea – sostiene nel suo intervento la professoressa Lucarelli – finora ha sempre giocato un ruolo che a molti è sembrato ambiguo e comunque non all’altezza dell’effettivo potenziale di intervento nella regione: pesa, forse, il fatto che l’Europa occidentale sia ormai da tempo pacificata e quindi nella sua linea politica sottovaluti l’importanza dei “conflitti congelati”, ritenendo preminente l’interesse economico come fonte naturale di pacificazione, in modo analogo a come si comporta nei confronti dei propri Stati membri. Forse anche per questo motivo, la politica per il vicinato era in origine rivolta ad un “vicinato astratto”, e solo in seguito è stata scissa in politiche tagliate su misura per l’area mediterranea da un lato e per l’Europa orientale dall’altro. Per l’Asia centrale, invece, è attiva anche la strategia Horizon 2020, che prevede cooperazione in materie economiche ed energetiche, ma anche l’avvicinamento culturale mediante la promozione del pluralismo, dei diritti umani e dell’Erasmus. Anche così, però, si pongono diversi problemi: l’area è ancora troppo grande per essere trattata in modo omogeneo, comprendendo Bielorussia Ucraina e Caucaso; al momento la politica è sempre stata condotta a livello di accordi bilaterali e non di area, non potendo beneficiare, fra l’altro, della partecipazione della Russia (forse peccando un po’ di presunzione nel ritenere che Mosca sarebbe stata felice di farsi dettare l’agenda da Bruxelles che potrebbe essere un suo quartiere); questo ha fatto sì che si creasse una cooperazione “a doppio scartamento” con Paesi che si sono aperti di più all’Unione europea ed altri meno, anche perché richiedere l’adesione al noto acquis communautaire per l’avvio dei programmi di sviluppo ha finito per porre una barriera all’ingresso per tutti quei Paesi che non potevano permettersi facilmente la riforma del proprio apparato istituzionale, i quali hanno preferito rafforzare la cooperazione con la Russia, cui sono più simili (si veda per esempio l’Armenia); un altro punto a sfavore è la mancanza di una politica energetica comunitaria, che contribuisce ad aggiungere incertezza sulle azioni da intraprendere dando dell’Unione europea un’immagine poco affidabile agli occhi dei Paesi della regione.

Veniamo allora al problema della Russia, visto che in buona sostanza tutti i progetti di cooperazione che abbiamo descritto, promossi dall’Unione europea, si svolgono in quello che è il “giardino di casa” russo dai tempi degli zar.

Forse – prosegue il professor Calzini – l’esempio più tragicamente adatto a rivelare quella che è la vera natura dei rapporti tra UE e Russia è fornito dalla crisi ucraina, che rappresenta il risultato di due decenni in cui le potenziali implicazioni cui inevitabilmente sarebbe giunta l’Ostpolitik europea sono state sistematicamente trascurate, forse in nome dell’approccio economicista che ha sempre caratterizzato le politiche di integrazione dell’UE.

Si sono quindi trascurati degli elementi emotivi che hanno pesantemente distorto la percezione che le parti in gioco hanno della crisi ucraina, e che hanno spinto la Russia ad intervenire militarmente in Crimea: anzitutto, essa ha percepito un rischio di natura geografica e strategica ed ha voluto garantirsi, comunque vada a finire la vicenda, il mantenimento delle proprie basi navali e l’accesso al mar Nero. Inoltre, ha percepito un rischio di natura politica rappresentato dalla potenziale diffusione di ideologie filo-europee nel proprio territorio, cui però ha saputo rispondere, sul terreno ideologico, ergendosi a difesa delle minoranze etniche contro la repressione operata dal governo di Kiev, dipinto come traditore degli storici valori di tolleranza ed integrazione che da sempre guidano la politica imperiale russa.

Nel Caucaso l’azione russa si esplica in modo sostanzialmente diverso, non potendo contare su una forte minoranza russofona come in Crimea (che qui è invece poco più del 2%). L’unica ideologia capace di destare un certo consenso è quella eurasiatica, tuttavia per il momento la Russia è ancora riluttante a sollevare certe questioni. Sta di fatto che rimane fondamentale assicurare i collegamenti fra la Transcaucasia, la Ciscaucasia ed il Medio Oriente, ovviamente non solo in termini di trasporti ma soprattutto in termini di unità d’intenti dei vari attori che operano nell’area.

Ciò – conclude Marta Dassù – è un’ulteriore motivo d’attrito se si pensa che proprio su questa area, fra le altre, l’Europa sta cercando di fare affidamento per ridurre la dipendenza dalle forniture di gas russo. Questo fra l’altro è un progetto che ha coinvolto direttamente il nostro Paese, portando alla luce tutte le debolezze del federalismo fiscale nell’affrontare l’implementazione di infrastrutture come il TAP, che dovrebbero collegare, tramite l’Italia e la Turchia, la rete europea del gas ai giacimenti del Caucaso e dell’Asia centrale. Sembra dunque che il futuro d’Europa si giocherà molto più sulla Heartland che non nel mar Mediterraneo.

Nagorno-Karabakh: l’Azerbaigian chiede l’istituzione di un tribunale penale internazionale per il genocidio di Khojaly

Khojaly è una cittadina nella Regione del Nagorno-Karabakh, in Azerbaigian. Nel 1992, durante il conflitto in Nagorno –Karabakh, contava una popolazione di 6.300 abitanti di etnia azera. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992 le forze militari armene attaccarono la città. La popolazione cercò la fuga tra la neve, costretta ad abbandonare i propri averi e vittima, durante la fuga, delle forze armene che spararono sui civili. Khojaly venne saccheggiata e poi rasa al suolo.

Nagorno-Karabakh: l’Azerbaigian chiede l’istituzione di un tribunale penale internazionale per il genocidio di Khojaly - Geopolitica.info

Il resoconto ufficiale delle vittime del massacro conta 613 persone, tra cui 106 donne, 83 bambini e 70 anziani; 56 persone vennero uccise con particolare crudeltà. Otto famiglie totalmente sterminate. 25 bambini persero entrambi i genitori e 130 bambini almeno un genitore. Come conseguenza di questa tragedia, 487 persone furono rese invalide. 1.275 civili, incluse donne e bambini, vennero catturati e subirono violenze, umiliazioni, gravi ferite fisiche, durante la loro prigionia. Tra questi, 150 prigionieri sparirono senza lasciare traccia. Il consigliere giuridico dell’ambasciata azerbaigiana in Italia ed esperto di diritto internazionale, ricostruisce, in un incontro con la redazione Geopolitica.info, la posizione del suo Paese sulla vicenda e la richiesta di istituzione di un tribunale penale internazionale.

Nel massacro di Khojaly le forze militari armene uccisero civili disarmati e non dei militari, che potevano costituire una minaccia. Gli azerbaigiani, vittime di un’aggressione e di un conflitto, si aspettano dal Governo dell’Armenia una richiesta di perdono per le vittime del Genocidio di Khojaly. Al contrario, ricorda il giurista azerbaigiano, il Governo armeno con argomenti falsi non solo non riconosce le proprie responsabilità, ma rovescia le accuse nei confronti dell’Azerbaigian, il cui territorio è per il 20% sotto occupazione militare da parte dell’Armenia stessa.

Il consigliere dell’Ambasciata e giurista sottolinea che dopo l’invasione di Khojaly si sono verificate uccisioni di bambini, donne indifese anche puerpere, violenze e torture. Tutto questo senza che vi fosse alcuna necessità militare di eliminare dei civili. Secondo l’Articolo II  della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, adottata il 9 dicembre 1948, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale. Il consigliere dell’Ambasciata e giurista elenca la sussistenza dei requisiti nel caso Khojaly:

  1. a) uccisione di membri del gruppo (613 persone, tra cui 106 donne, 83 bambini e 70 anziani);
  2. b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo (275 civili, incluse donne e bambini, vennero catturati e subirono violenze, umiliazioni, gravi ferite fisiche, durante la loro prigionia, 487 persone mutilati);

I crimini commessi durante il massacro di Khojaly rientrano dunque in queste categorie. E questo genocidio è ancora più scioccante per la tipologia di vittime – bambini,  neonati non ancora nati, donne e anziani – particolarmente fragile.

Gli esempi storici di genocidio suggeriscono anche che dovrebbero essere presi in considerazione sia la zona di attività che il controllo su di essa da parte degli autori del crimine, così come l’eventuale estensione della portata di esso. L’intento di distruggere, compiuto da un autore di genocidio, viene sempre condizionato dal contesto di riferimento. Nel caso specifico i sopravvissuti sono stati tali non per la misericordia delle forze militari armene, ma perché sono riusciti a fuggire dai luoghi sotto attacco.

Le forze armene hanno aggredito gli azerbaigiani della Regione del Nagorno Karabakh della Repubblica dell’ Azerbaigian. Nel 1988 la popolazione azerbaigiana nella regione del Nagorno Karabakh dell’Azerbaigian era composta da 41 mila persone; mentre prima dell’invasione di Khojaly da parte delle forze armene nel 1992 si era ridotta a circa 12 mila persone. Anche se questa popolazione costituiva solo una piccola percentuale della popolazione complessiva della Repubblica dell’ Azerbaigian,  era una parte sostanziale della popolazione dello comunità nazionale. Il controllo su Khojaly era un indispensabile obiettivo da parte dei leader armeni al fine di formare un Nagorno Karabakh etnicamente ripulito azerbaigiani. Poiche’ gli abitanti azerbaigiani della regione si concentravano nel 1992 nelle due citta’ di Khojaly e di Shusha, la loro eliminazione sarebbe stata un importante passo per l’obiettivo finale di pulizia etnica della regione del Nagorno Karabakh della. Dopo Khojaly rimaneva popolata, da azerbaigiani, soltanto la citta’di  Shusha.

Haciyev ricorda la nota intervista rilasciata, nel 2000, al giornalista britannico Thomas De Waal, dall’attuale Presidente armeno Serzh Sargsyan, che al tempo del conflitto armeno-azero ricopriva la carica di Ministro della Difesa: “Prima di Khojali, gli azerbaigiani pensavano di scherzare con noi, avevano pensato che gli armeni non avrebbero potuto alzare un dito contro la popolazione civile. Siamo riusciti a infrangere quello stereotipo”.

L’intervista di Sarkisian getta una luce diversa sul peggior massacro della guerra del Karabakh, suggerendo che le uccisioni, almeno in parte, sono state un atto deliberato di uccisione di massa come strumento di intimidazione.

Dopo il massacro di Khojaly, le forze dell`Armenia hanno occupato la citta’ di Shusha e le sette regioni azerbaigiane circostanti e hanno compiuto una pulizia etnica.

Chi ha compiuto il massacro di Khojaly rimane ancora impunito. E l’impunita’ crea nuovi crimini. Per questo, conclude il consigliere dell’Ambasciata e giurista, appare importante l’istituzione di un Tribunale penale internazionale che stabilisca responsabilità e punisca chi ha commesso il genocidio di Khojaly.

Russia and Azerbaijan: a complicated relationship

Relations between Russia and Azerbaijan have been fairly complicated during the last centuries. Geographically Azerbaijani territory is situated at the center of what has been called the Eurasian Convergence Zone (Choen et oths.). This is a wide land strip sprawling from the Baltic territories to Mongolia. Surrounding Russian heartland, the Eurasia Convergence Zone has been the battling ground on which Moscow has been trying to secure its national territory for hundreds of years. The Caucasus itself has always been a “fault line” of rivalry between Moscow, Tehran and Istanbul.

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Caucasian mountain chains are the perfect barrier for Russia to protect its central ecumene from the middle-east pressures. In addition being positioned on the 45° parallel (pairing with the eastern territories next to North Korea borders) the Caucasus offers the Country a better condition for human development, compared to the rest of the national space. After the czarist conquest in 1828 Azerbaijan suffered the imperial Russian administrative policy. The Czar tried by all means to create a ruling class bestowing specific groups of society with land inheriting rights and other privileges. Under the pressure of General Ermolov Moscow decided to carry on a massive jurisdictional reform. Ancient borders were changed and previous rulers substituted with Russian emissaries. Such policies (accompanied by massive ethnic deportations ) caused disequilibriums in the Azerbaijani society that linger their effects up to date.

During the Soviet period the Kremlin’s control on Baku has been continuous and consistent. Azerbaijan’s oil reservoirs represented a pivotal resource for the Moscow’s wild plans of industrialization. Only after the discovery of the Siberian wells and the raise of Chechnya role in oil production (50’s-60’s) the soviet grasp on Azerbaijan was moderately relived.  At the collapse of the Soviet Union the relations between Baku and Moscow were fuzzy and uncertain. Mostly they centered on the Nagorno-Karabakh conflict and its dynamics. It is doubtless that the role of Russian forces in the military clashes has been crucial. Baku tends to blame Russians on supporting the NK rebels against the Azerbaijani fighters during the 91-94 events but in a chaos-rising situation such as the USSR collapse was quite difficult to distinguish actual central decision making from private initiative.

In the last 20 years the relations between Russia and Azerbaijan have been mostly about oil and gas resources. In 1994 Putin, inspired by the Primakov doctrine, devised an engagement strategy for the region. This strategy consisted of 4 strategic statements:

1 Russia shall be the only intermediary between the Caucasian republics and the external partners;

2 No other country shall be allowed to lay down significant influence in the region;

3 Under no circumstance the region shall become a threat for Russian hinterland;

4 Russia shall promote positive regional integration as a strategic resource for Kremlin’s regional needs.

The promotion of TAP and BTC projects represented a major setback for Russian strategic plans in the South Caucasus. Both projects bypass Russian territory for oil and gas exportation, linking Baku directly with the European market. Moscow anyway is not excessively worried about this fact because  Kremlin still detains 2 main strategic leverages to compensate its losses: 1st Moscow holds a good position on Georgian national territory and has virtually the possibility to block all exports from Azerbaijan in any moment. 2nd Kremlin will not give up on the Turkmeni resources and on the Caspian negotiations, limiting so strategic importance of Azerbaijan as a transitional country.

In 1993 Aliev bailed out from the CSTO, rejecting firmly any proposal from Moscow of a Russian peacekeeping force in the NK. Massive incomes from the oil and gas exports granted Baku with a remarkable political independence from Russia but the Azerbaijani ruling class decided anyway to not face-off Kremlin, standing out of Moscow’s way.

Shortly after the beginning of the US Afghan campaign Moscow feared Azerbaijan could become the Washington outpost in the region. Paranoias in the last years have been quenched by a neutral and detached behavior of Baku toward the US. Kremlin anyway has secured the area with a close and tight regional security policy. Russian North Caucasus contingent is one of the best endowed of the all national army. Logistic and armament modernization rate is 7 times higher than the average among Russian military forces. On the Caspian coast furthermore Moscow deployed a force of quick response. The Caspian battalions are armed with weaponry designed to engage heavy naval and air targets. Generally speaking the military contingents in this area have been significantly reinforced in the last years.

Concluding, the triangular relation with Baku and the EU for Russia remains still a bit controversial. Azerbaijan is one of the deepest engaged country in EaP programs and this fact during the first operational years of the EaP policy caused a few hassles in Kremlin’s circles. Today Moscow is way less worried because it has been made clear that Baku will not respond as positively as Georgia to EU standards spill-over processes. Azerbaijan doesn’t need to do so as long as EU countries will continue  buying its oil and gas resources. On the western side there are many and several reasons why the EU and the USA will not quit doing so but mostly they still don’t have a better strategy to promote multi-vectorial geopolitics in the region. Last but not least Baku has been very disappointed with the stark EU policy line about NK. Bruxelles has been fairy firm on the matter denying any military support.

Even though Moscow failed to involve Baku in the Eurasian Union project Kremlin today knows that the country will remain on a neutral point between Russia and her western partners. Baku demonstrated this at the end of the last year giving its green light to a new Caspian security treaty which cuts off US and EU from the scenario. National interest is Azerbaijan’s main concern and this is not going to change in the near future.

Azerbaijan in 2020: strategic vision and development priorities

In December 2012 the President of the Republic of Azerbaijan, Ilham Aliyev signed a decree that approved the “Development Concept. Azerbaijan – 2020: Outlook for the future”. The development strategy of the Development Concept is based on the forecast that by 2020 Azerbaijan will be a fully competitive and developed State. The decree fixes the principal guidelines for sustainable growth: the improvement of social welfare, the efficient management of the State, the supremacy of law, human rights and freedoms and the involvement of civil society in public life.

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The government appears to be conscious of the economic progress achieved since 1991, the year in which Azerbaijan declared its independence from USSR. Newly independent Azerbaijan faced a deep post-independence economic crisis, worsened by the conflict for Nagorno-Karabakh, still awaiting a conclusion through the signature of a peace treaty.

Between 2005 and 2011 the GDP of the country grew steadily firstly as a result of the exploitation of the large oil and natural gas reserves (in that period the average annual growth of gross domestic product was 16 percent, with a peak at 35 percent in 2006), ending the transition period from socialist to market economy.

The Republic of Azerbaijan borders in the north with Russia, in the north-west with Georgia, in the west with Armenia, in the south with Iran and Turkey. It faces the Caspian Sea on the east.  Azerbaijan is a territory of approximately 8,600 km2 and has a population of 9.2 million citizens, three million of which live in the capital city of Baku.

The regional and internal aspects will be further discussed in a future article. The Development Concept makes a careful analysis of the global factors that influence social, political, and economic life in the country.

As part of the global development trend, the main challenges for Azerbaijan are: economic diversification, elimination of dependency on hydrocarbon exportation, rapid growth of the non-oil sector, and the increase of efficiency and comparative advantage in the production processes through new technologies.

The development of the industrial sector will be possible through the strengthening of the scientific and technological potentials and through the expansion of educational, scholastic, and virtual opportunities for human capital. In addition, the importance of intellectual property rights is highlighted in order to stimulate creativity and innovation as a part of more effectively regulated market.

Globalization and newly emerging economies, like China, Brazil, and India, have encouraged Azerbaijan to promote a more globalized economy. Therefore the country needs to develop economic and commercial relations around the world.

Azerbaijan has faced the economic international crisis well, in primis through rational macroeconomic and monetary policy, the creation of monetary reserves, and the management of the financial risks. The government aims to create and strengthen more flexible financial mechanisms and precautionary measures to protect the national economy against future recession.

Another major challenge is related to the ecological issues derived from the extraction of oil with imperfect methods on the Absheron peninsula and in the Caspian Sea. Also, the issue of drinking water supply needs increased attention. In line with these considerations, it is necessary for the government to develop appropriate preventative and early intervention measures in case of natural disaster. Infrastructure projects must be realized in all regions to guarantee the security of the population.

The Development Concept takes into consideration the existing opportunities and national resources in order to promote a highly competitive economy. According to the classification based on GDP of the World Bank in 2020 Azerbaijan will move into the group of “Countries with a high average income” and will eliminate its dependence on hydrocarbon exportation, the reason why the country is still on the lowest level.

Azerbaijan is likely to become a highly competitive actor in the arena of international economic relations, considering also its favorable geographic position between Europe and Asia. The strengthening of State regulation will ensure fair competition under market conditions and the end of the transition towards an export- oriented economy.

Increasing competitiveness involves different financial sectors including the protection of the macroeconomic stability, the strengthening of monetary and fiscal policies, the development of financial services, and the increase of foreign trade and investment policies. During this period the government plans to keep the inflation at an acceptable level and ensure a gradual transition to a flexible exchange rate.

At the same time, some targeted measures will be taken in order to reinforce the economic structure, namely the modernization of the oil and gas sector and of the petrochemical industry, the diversification and development of the non-oil industry, the implementation of the use of alternative and renewable energy resources, the development of the agricultural sector and the strengthening of food security.

In order to accelerate the diversification of the economy and keep up the pace of development of the non-oil sector, regardless of the level of oil revenues, Azerbaijan fixed that in the period leading up to 2020 the average rate of real GDP growth in the non-oil sector will be higher than seven percent.

Azerbaijan plans to use the economic, social, and politic resources to their full potential, through the expansion of national energetic and logistical infrastructures, transportation, the creation of development regional Centers for the promotion of local services and benefits, even in the smallest cities and villages.

In addition, the realization of a reliable security system through the development of information and communication technology, the full digitalization of the country, and the use of e-government services will be the priorities for State modernization. The goal is to improve welfare policies, in particular for education and public services, security, gender equality, family, youth, sport, preservation of cultural, artistic, and natural heritage.

In the last decade, Azerbaijan has achieved unquestionable results in poverty reduction. The Development Concept aims to increase the middle class and its role in society. Experience demonstrates that States with a large middle class are more politically, economically, and socially sustainable and have higher developmental potentials.

In conclusion, despite its recent independence, Azerbaijan shows maturity in its choice of development priorities, is conscious of its limits and potentials, and is future oriented.

L’Azerbaigian nel 2020: visione strategica e priorità di sviluppo

Nel dicembre 2012 il Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha firmato il decreto che approva il “Development Concept. Azerbaijan – 2020: Outlook for the future”.  La strategia si basa sulla previsione che nel 2020 l’Azerbaigian sarà uno Stato pienamente competitivo e sviluppato e fissa come linee guida principali la crescita economica sostenibile, l’alto benessere sociale, la gestione efficace dello Stato, la supremazia della legge, la piena garanzia dei diritti e delle libertà dell’uomo e il coinvolgimento della società civile nella vita pubblica.

L’Azerbaigian nel 2020: visione strategica e priorità di sviluppo - Geopolitica.info

Il governo si mostra ben consapevole dei risultati ottenuti in economia a partire dal 1991, anno in cui l’Azerbaigian proclama la propria indipendenza dall’URSS. Inizialmente il Paese affronta una difficile crisi economica post-indipendenza, aggravata dal conflitto per il Nagorno-Karabakh, tutt’ora non conclusosi in un accordo di pace. Tra il 2005 ed il 2011 invece il Paese registra una crescita costante del PIL in gran parte dovuta allo sfruttamento delle ingenti riserve di petrolio e gas naturale (in questo periodo la crescita media annua del prodotto interno lordo si  attesta sul 16%, con un picco del 35% nel 2006) e si conclude la fase di transizione dall’economia socialista a quella di mercato.

La Repubblica dell’Azerbaigian confina a nord con la Russia, a nord- ovest con la Georgia, ad ovest con l’Armenia, a sud con l’Iran e per un breve tratto con la Turchia e si affaccia ad est sul Mar Caspio. La capitale è Baku con 3 milioni di abitanti per una popolazione totale di 9,2 milioni all’interno di un territorio di circa 86000 km².

Rimandando gli aspetti regionali ed interni ad un successivo approfondimento, il Development Concept fa una lucida analisi dei fattori globali che influenzano concretamente la vita sociale, politica ed economica del Paese.

Per non rimanere indietro nel processo di sviluppo le maggiori sfide per l’Azerbaigian sono la diversificazione dell’economia, l’eliminazione della dipendenza dal settore delle esportazioni di idrocarburi, la rapida crescita del settore non-oil e l’incremento dell’efficienza e della competitività produttiva tramite nuove tecnologie. Lo sviluppo dell’industria sarà possibile grazie al rafforzamento delle potenzialità scientifiche e tecnologiche e all’espansione delle opportunità educative, scolastiche e virtuali del capitale umano. Allo stesso tempo, è messa in evidenza l’importanza della proprietà intellettuale per stimolare la creatività e l’innovazione nel quadro di una regolamentazione del mercato più strutturata.

La globalizzazione e l’emergere di nuove economie, come Cina, Brasile ed India, proiettano l’Azerbaigian non più in uno scacchiere regionale, ma impongono l’obiettivo di sviluppare relazioni economiche e commerciali in diverse aeree del mondo. L’Azerbaigian ha saputo affrontare la crisi economica internazionale grazie in primis ad una politica macroeconomica e monetaria razionale, alla creazione di riserve monetarie e alla gestione dei rischi finanziari. Il governo si propone pertanto di realizzare e rafforzare meccanismi flessibili da attivare in caso di scenari depressivi futuri a favore dell’economia nazionale.

Un’ altra sfida è quella relativa ai problemi ambientali, che derivano principalmente dall’estrazione del petrolio con metodi imperfetti nella penisola di Absheron e nel Mar Caspio. Da sottolineare anche le difficoltà dell’approvvigionamento di acqua potabile. In linea con queste riflessioni, si inserisce il tema della prevenzione dai disastri naturali e la necessità di sviluppare anche in questo ambito misure adeguate di prevenzione e di intervento rapido e di realizzare progetti infrastrutturali adeguati in tutte le regioni per mettere in sicurezza la popolazione.

Il Development Concept prende in considerazione le attuali opportunità e risorse del Paese per delineare una fase caratterizzata da un’economia altamente competitiva. Secondo la classificazione in base al PIL della Banca Mondiale nel 2020 l’Azerbaigian  entrerà nel gruppo dei “Paesi con un alto reddito medio” ed eliminare la sua dipendenza dall’esportazione di idrocarburi, motivo per cui ad oggi si attesta ancora ad un gradino più  basso. L’Azerbaigian dovrebbe quindi trasformarsi in un attore altamente competitivo all’interno del sistema delle relazioni economiche, vista anche la sua favorevole posizione geografica tra l’Europa e l’Asia.

Per raggiungere il suddetto obiettivo saranno poste come fondamenta la regolamentazione dello Stato per assicurare una competizione sana alle condizioni di mercato e la trasformazione verso un’economia export- oriented.

L’incremento della competitività comprende settori quali la protezione della stabilità macroeconomica, il rafforzamento del coordinamento delle politiche monetarie e fiscali, lo sviluppo del mercato dei servizi finanziari e l’aumento del commercio estero e delle politiche d’investimento. Durante questo periodo si pianifica di tenere l’inflazione a livelli accettabili e di assicurare una transizione graduale verso un tasso di cambio più flessibile.

Allo stesso tempo saranno prese misure mirate a rafforzare la struttura dell’economia, cioè la modernizzazione del settore olio e gas e dell’industria petrolchimica, la diversificazione e lo sviluppo dell’ industria non-oil, l’espansione dell’utilizzo di risorse energetiche alternative e rinnovabili, lo sviluppo del settore agricolo ed il rafforzamento della sicurezza alimentare. Si pianifica nel periodo compreso fino al 2020 che  il ritmo medio di crescita reale del PIL nel settore non-oil sarà maggiore del 7%.

Per accelerare da qui al 2020 la diversificazione dell’economia, mantenere alto il ritmo di sviluppo del settore non-oil indipendentemente dal livello delle entrate petrolifere ed aumentare l’export si prevede di utilizzare pienamente le risorse economiche, sociali e politiche, rafforzare le infrastrutture dell’energia, del trasporto, di transito e logistiche nazionali e creare centri di sviluppo regionali che promuovano i vantaggi competitivi locali e sviluppino infrastrutture e servizi nelle città e nei villaggi, anche più remoti.

La creazione di un sistema affidabile di sicurezza incentrato sullo sviluppo delle tecnologie dell’ informazione e della comunicazione, la totale digitalizzazione del Paese e l’utilizzo di servizi di e-government saranno al centro dell’ attenzione come una priorità per lo sviluppo di uno Stato moderno.

Lo scopo della crescita economica è quello di migliorare le condizioni dello Stato sociale, in particolare l’ambito dell’educazione e dei servizi, la sicurezza , la parità di genere, la famiglia, i giovani, lo sport e la preservazione dell’eredità culturale e del patrimonio artistico ed ambientale.  Nell’ultimo decennio, l’Azerbaigian ha raggiunto indiscutibili risultati nella riduzione della povertà assoluta, anzi Development Concept mira ad ampliare la classe media ed il suo ruolo sociale. L’esperienza insegna che gli Stati con una forte classe media sono più sostenibili dal punto di vista politico, economico e sociale ed hanno maggiori potenzialità di sviluppo.

In conclusione nonostante la sua giovinezza, l’Azerbaigian si mostra maturo nella scelta dei suoi obiettivi di sviluppo, cosciente dei suoi limiti e delle sue potenzialità e proiettato verso la modernità.

Interview with HE Vaqif Sadiqov, Ambassador of Azerbaijan

Geopolitica.info had the opportunity to meet HE Vaqif Sadiqov, Ambassador of Azerbaijan in Italy, Malta, San Marino and some of the most important international institutions hosted in Rome.

Interview with HE Vaqif Sadiqov, Ambassador of Azerbaijan - Geopolitica.info

 

Ambassador Mr. Sadiqov, we attended the meeting “In the heart of Eurasia”, in which Azerbaijan with Kazakhstan and Uzbekistan took part. These three countries are very rich in natural resources and are characterized by a strategic geographical position. When they belonged to the Soviet Union, units of strategic importance – such as military bases and Space facilities – and oil and gas plants were placed on their very territories. Which are now the most important infrastructures and facilities that guarantee stability and security of the Region?

After the fall of the Soviet Union in 1991, Azerbaijan had to face a very difficult period in its history. We had an unbelievable inflation rate of 18 hundred per cent. Only after the year 1993 the Azerbaijan economy started slowly to grow. Signing the agreement on opening up of the oil and gas recourses of the Caspian Sea was a very important milestone in this process.That is why the most important infrastructure today is the oil and gas industry, in which we have recently invested 40 bln.dollars. 85% of the Azerbaijan oil and gas is produced in the Caspian Sea, the rest is on shore facilities. But we do not want to be dependant only on one sector, that is why the industrial and agricultural development is of a paramount importance to Azerbaijan nowadays. 2014 is announced the year of industry in our country. We use the revenues from the oil and gas industry and invest it in other economical sectors, like agriculture and infrastructure. Last year we invested 28 bln dollars in the development of the country, only 9 bln of this sum were the foreign investments. As for the military facilities, I would like to remind that Azerbaijan has no foreign military bases on its territory and we are convinced that the stability in the region is achieved primary by economic, scientific and technological development. In our case, we still have one unsolved question, namely Nagorny Karabakh issue, that is why we still have to take care about our military forces.

Recently one can often see statements in mass-media about Azerbaijan using its revenue form the oil and gas industry for strengthening its army. This fact is not to be taken out of the contest. 20 % of the Azerbaijan territory is under occupation by Armenia at the moment. We sincerely hope to be able to settle this conflict in a peaceful way, as we have been trying to do it in the last 22 years but we have never taken a commitment not to use military force. I do not see why we should be ashamed to spend petrodollars to buy tanks? It is our own revenue and it is up to us to decide how to use it. Besides we are not in peaceful circumstances, but in a situation when 20 % of our territory is under occupation, that is why we wish to increase our defence capacity, like other countries do. Besides, we use 13% of our budget on arms, while Armenia uses 20 %, taking in consideration that Armenia as a member of Collective Security Treaty gets arms on discounted prices and we pay a full price, buying it on the international market. 

Yesterday the Chief Executive Officer of ENI Paolo Scaroni announced that the South Stream Project might end up in a stalemate. How would you comment it?

The gas from Azerbaijan to Italy arrives by means of two pipelines: Trans-Anatolian pipeline and Trans-Adriatic pipeline. The Trans-Anatolian pipeline is due to completion by 2018, initially Azerbaijan’s share in it was 80%, now it is a little less since we sold some of our share to other countries. As far as the Trans-Adriatic pipeline is concerned which is due to completion in 2019, we have some ecological issues, but they are not only our concern but of the entire consortium. We will fulfil our commitments providing the gas on time in accordance with the contract signed.

Can we state that the Ukrainian crisis will contribute to the development of Trans-Adriatic pipeline development?

Yes, it is obvious, the main part of the gas which arrives to Europe is transported through Ukraine. Of course we do not consider the Trans- Adriatic pipeline as a solution for the entire Europe, it cannot compete with the huge volumes of gas that Europe receives from the Russian Federation, but it is an additional option, an alternative, so to say, and by no means a substitution of the deliveries from Russia.

Azerbaijan is one of the three pieces of the Southern Caucasus, historically and geopolitically it has always been a “sensitive” region. The territories governed by Baku, in particular in the Caspian Sea, through the Georgian connection with the Black Sea, create a truly interconnected system of “inner seas”. We cannot also forget that the Country is a real logistical base in the “hot” macro-region of the “Greater” Middle East, the “Iraq+Iran” area and the “Afpaq” region (Afghanistan+Pakistan). This importance has been recognized by USA which have progressively intensified their relations with Azerbaijan. Which role for security does Azerbaijan want to play in this context, even if involved in a “still-open” conflict with Armenia in Karabakh? Can the Azerbaijan government tolerate the occupation of more than 20% of its territory?

I repeat that our priority is to settle the conflict in the peaceful way. We propose several stages of the conflict settlement:

  1. withdrawal of the Armenian armed forces from the occupied territories of Azerbaijan;
  2. demilitarization of the territories under occupation;
  3. return of the Azerbaijani displaced persons to their homes (750.000 people in Azerbaijan);
  4. Azerbaijan alone will financially support the clean up of these territories;
  5. Restoration of the communications with Armenia;
  6. Referendum on the future status of Nagorny Kharabakh within the territorial integrity of Azerbaijan, not before the Azerbaijan population of these territories is back to their homes.

As an independent State, characterized by constant and rapid growth and development, opened to a global dimension, Azerbaijan seeks not only for  foreign investments, but also for high technologies and know-how. That is why you are particularly interested in bringing the best of “made in Italy”, not only as a ready-made product, but also as a production process and technology. Which tools does the Baku government want to employ, improving the level of the country’s competition in Eurasia and in the world?

In the 90s we collaborated with our foreign partners mostly in commercial sphere. Now we are interested in long-turn foreign investments and production development. The foreign investors have privileged condition and low tax rates in Azerbaijan. The procedure to open a new joint venture has been simplified and will take no more than a couple of days. Now we also invest abroad, for instance in Georgia, Turkey, Kazakhstan, Romania, Bulgaria, Switzerland etc. We are also ready to invest to the third countries together with Italy, for example. These might be Latin American, Asian, African countries.

Energy issue is mentioned in all the contexts as a priority for the stability of the Region: the cooperation in oil and gas field is still of high importance for your Country, but recently, there has been a decisive strategic shift to the innovation, the high technologies sectors and the cultural action. The links with Italy are strong: cultural activities in Italy. There are cultural activities in Rome and in the most important Italian Cities (we mention that Baku and Naples are sister cities). Which results are you expecting from this active “cultural diplomacy”?

We are happy that our relations with Italy go back with its roots to the Middle Ages, when we had our envoys in Venice and Genoa. Since 1919 for two years there was an Italian Embassy in Azerbaijan Republic. We have a long history of mutual recognition. For us establishing relations with Italy, especially with its regions is of high importance. It gives an additional support to the efforts done on the federal level. We will continue moving in this direction of artistic and cultural cooperation both here in Italy and in Azerbaijan for the good of our societies and peoples.  

Protection of civil population in armed conflicts: the case of Khojaly

On  February, 12th an International Conference, titled “Protection of civil population in armed conflicts: the case of Khojaly” was held in the very heart of Rome. The event can be called really international not only for the topic discussed, but also for its audience. Among the guests there were  representatives of Azerbaijan, Armenian, American, Chilean and Ukrainian Embassies.

Protection of civil population in armed conflicts: the case of Khojaly - Geopolitica.info

The conference was organized by Italian Helsinki Committee for Human Rights and Italian League for the Human Rights. The date of the event was not a random choice, it was held on the eve of 22nd anniversary of the so-called “Khojaly massacre”.

On February 25th , 1992,   the Armenian troops bombarded the town. As a result of this massacre 613 civilians were killed.  The Khojaly case has little international publicity and is less known than other similar cases of Human Rights violation, such as those that took place during the Yugoslavian Wars. Until now no one was charged for the war crimes committed in Khojaly.

On this occasion international experts in Human Rights and Contemporary History had a unique opportunity to confront their points of view and scientific approaches. The Human rights expert board was represented by such prominent experts as Prof. Alfredo Arpaia, president of the Italian League for the Human Rights; Dr. Roberto Mura; Dr. Vitaliano Esposito, member of the European Commission against racism and intolerance; Dr. Antonio Marini, lawyer; Paola Casagrande, president of Italia-Azerbaijan Association. The session was moderated by Dr.AntonioStango, Secretary General of Italian Helsinki Committee for Human Rights.

The board of scholars was represented by Dr. Fiametta Borgia, lecturer of International Right and Prof. FulvioSalimbeni. While the second part of the Conference was dedicated to the presentation of the book, written by Prof. Johannes Rau which has been working on the topic for the last 10 years. The book, titled “Nagorno-Karabakh in Azerbaijan History”, translated in Italian language was published in Italy in 2011. The Italian version of the book, edited by Prof. AntonelloFolcoBiagini and Dr. Daniel Pommier from Sapienza University of Rome, became one of the first scientific works on this topic, published in Italy. The book of the German historian Johannes Rau, issued for the first time in Germany in 2009, represents an important and complete study not only of the armed conflict between Armenia and Azerbaijan itself, but also of the historical evaluation of the territories in question from the ancient times. Professor Rau argues that the conflict, that has exploded after the dissolution of the Soviet Union,has deep roots in the history of the region. Thus, for example, in autumn of 1918, as a result of Zangezur conflict under pressure of the Armenian troops 50.000 Azerbaijani had to  leave their homes.

Now, 20 years since the conclusion of the atrocities of the Nagorno-Karabakh conflict, there are 600.000 Internally Displaced People (IDP) from Nagorno-Karabakh region in Azerbaijan. Scholars give different definitions to the conflict between Armenia and Azerbaijan. Some call it frozen, others prefer to refer to it as forgotten. In any case it still remains unresolved.

It goes without saying that the best way to solution of a conflict is to study its origins and causes. Of course,either an outstanding analysis, like the one conducted by Professor Rau or an international conference, like the one held in Rome on February 12th, unfortunately, cannot resolve the existing problem. But they definitely invite us to reflect and thus contribute to the better comprehension of the issue and to reconstruction of the historical truth.