Archivio Tag: Azerbaigian

La guerra congelata del Nagorno Karabakh

Il Nagorno Karabakh è una regione del Caucaso meridionale protagonista della guerra più lunga della storia dell’ex Unione Sovietica e non ancora conclusa. Il conflitto è caratterizzato anche dalla presenza di attori esterni come la Russia e l’Unione europea, entrambi criticati per il loro approccio: da una parte Mosca appoggia entrambi i fronti attraverso la fornitura di armi, dall’altra Bruxelles ha intrapreso una politica neutrale. Tuttavia, i contatti diplomatici degli ultimi anni fanno pensare che si sia aperto uno spiraglio per il dialogo.

La guerra congelata del Nagorno Karabakh - Geopolitica.info

Riepilogo degli eventi 

Durante il periodo sovietico il Nagorno Karabakh era una provincia autonoma della Repubblica Socialista dell’Azerbaigian. Tuttavia, il 76% degli abitanti si considerava etnicamente armeno. Nel 1988 sulla scia di movimenti indipendentisti che attraversavano lo Stato sovietico, il Nagorno Karabakh dichiarò la sua indipendenza e perseguì l’unificazione con l’Armenia. Baku e il governo centrale di Mosca rifiutarono l’istanza: ci fu un’escalation di tensioni tra armeni e azeri che richiese l’intervento dell’esercito sovietico.

Con la caduta dell’URSS e la nascita della repubblica azera, il Nagorno Karabakh proclamò la sua separazione attraverso un referendum nel 1991 istituendo la “Repubblica del Nagorno Karabakh” (NKR). Baku lo considerò illegale, mentre Yerevan dichiarò il suo supporto ai separatisti. Nel 1992 il conflitto si intensificò diventando una vera e propria guerra civile, che, con la caduta dell’URSS, mutò in una guerra tra Stati. Visto il perpetrarsi delle violenze, il gruppo di Minsk dell’OSCE (Russia, Stati Uniti e Francia) trattò il cessate il fuoco con la firma del protocollo di Biškek nel 1994. 

Yerevan però non controllava solo la regione del Nagorno Karabakh, ma anche i territori circostanti formando così una “zona cuscinetto” che comprendeva tra il 10 e il 20% del territorio azero. Questo fu uno dei motivi per cui, nonostante il cessate il fuoco, nell’aprile 2016 scoppiò la “guerra dei quattro giorni” in cui l’Azerbaigian riguadagnò il controllo su alcune parti del territorio violando gli accordi del 1994. In quasi trent’anni di guerra si contano circa 25 mila vittime e più di un milione di sfollati, di cui 400 mila armeni e circa 700 mila azeri.

Nel 2018 la rivoluzione di velluto in Armenia ha portato all’elezione del primo ministro Nikol Pashinyan, primo leader non originario del Karabakh.  Il cambio di vertice corrisponde anche ad un cambiamento nell’approccio verso la risoluzione del conflitto. Tuttavia, la complessità della situazione è aggravata dalla contrapposizione di due principi della legge internazionale: l’integrità territoriale e il diritto all’autodeterminazione dei popoli. A causa di questo, il conflitto è congelato e si protrae da tre decenni

I principali attori esterni

Il conflitto del Nagorno Karabakh vede anche la partecipazione di attori esterni, in particolare la Federazione russa e l’Unione europea; tuttavia il loro coinvolgimento ha suscitato numerose critiche. 

Il congelamento del conflitto è negli interessi russi perché, da una parte, Mosca riesce a limitare le influenze turche e iraniane inviando truppe nelle basi armene, dall’altra, si assicura il mantenimento della stabilità delle zone russe particolarmente problematiche come il nord del Caucaso, supportando entrambi i fronti sia quello armeno che quello azero. Il principale obiettivo per il Cremlino è ridurre il numero degli incidenti militari sulla linea di confine. In questo modo si scongiura l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) che prevede la difesa di un paese membro (l’Armenia) in caso di attacco. 

L’Unione europea al contrario ha sempre perseguito una politica neutrale, talvolta contraddittoria, verso l’Armenia e l’Azerbaigian. La politica europea di vicinato (PEV) riguarda la prevenzione dei conflitti e la ricostruzione post-bellica piuttosto che una partecipazione attiva nella risoluzione. 

Un elemento fondamentale nelle negoziazioni sono i Principî di Madrid stipulati nel settembre 2009 tra Armenia e Azerbaigian, senza il NK, escluso poiché privo di rappresentanza. Questi principi si trovano anche nel “6D plan”promosso da Baku: De-occupation, De-Militarization, De-mining, Deployment, Dialogue and Development.

Recenti meeting

Il 12 maggio è stato l’anniversario dell’accordo del cessate il fuoco che nel 1994 ha aperto al dialogo tra Armenia, Azerbaigian e NK. Questo è stato il principale risultato tangibile del processo di risoluzione del conflitto, anche attraverso il coinvolgimento attivo della rappresentanza del NK. Successivamente, la guerra dei quattro giorni del 2016 ha reso la soluzione militare più probabile, eppure negli ultimi anni si è aperta una nuova possibilità di dialogo. Infatti, il 29 marzo 2019 a Vienna, c’è stato il primo vertice ufficiale tra il premier armeno Pashinyan e quello azero Aliyev, che si sono impegnati a ridurre le ostilità lungo la linea di confine.

I due presidenti si sono poi incontrati nuovamente durante la Conferenza sulla Sicurezza lo scorso 15 febbraio a Monaco, dove sono stati in disaccordo sulla presenza dei rappresentanti del Nagorno Karabakh al tavolo delle trattative. Yerevan sostiene Arayik Harutyunyan, eletto presidente del NK il 14 aprile 2020, ritenendolo necessario per raggiungere una soluzione duratura. Baku invece condanna le recenti elezioni, dichiara il NK un’entità illegale, inoltre per l’Azerbaijan è prioritario il ritiro delle truppe armene dal proprio territorio.  

In conclusione, per uscire dalla attuale situazione di stallo è necessario operare in due direzioni: sul piano militare il primo obiettivo è ridurre le violazioni del cessate il fuoco; dal punto di vista politico-diplomatico, invece, è indispensabile costruire la fiducia tra i popoli. Infatti, negli anni la retorica di guerra ha comportato una manipolazione storica da entrambe le parti; senza avere occasione di dialogo e confronto tra le varianti storiche, ne è conseguito un allontanamento culturale e quindi lo stallo del processo di pace. Perciò è fondamentale continuare a promuovere incontri costanti per instaurare un dialogo con tutte le parti coinvolte così da costruire la pace su basi solide senza lasciare questioni irrisolte.

Chiara Minora,
Geopolitica.info

Il sogno occidentale dell’Azerbaigian: a cento anni dalla conferenza di Versailles

L’anno scorso si sono ricordati i cento anni dalla fine della prima guerra mondiale. L’opinione pubblica ha giustamente celebrato la fine dell’immane massacro e riflettuto sulle conseguenze geopolitiche del conflitto: basti pensare soltanto al mondo arabo e al Medio Oriente e quanto il tema della definizione post-bellica ancora determini – in quelle aree – fratture e conflitti. Nel 2019 ricorre il secolo dall’evento centrale del mondo post-bellico: la conferenza di pace di Parigi (o di Versailles).

Il sogno occidentale dell’Azerbaigian: a cento anni dalla conferenza di Versailles - Geopolitica.info

La conferenza con le sue decisioni, sia sugli assetti territoriali sia sull’organizzazione della comunità internazionale, ha cambiato completamente il modo di fare e percepire la politica internazionale. Con Versailles le modalità della politica estera hanno assunto forme nuove, che vivono ancora oggi: la pubblicità delle strategie politiche, il ruolo dell’opinione pubblica, la strutturazione di una “comunità internazionale” con una legittimità sovraordinata rispetto ai suoi componenti, la cooperazione come modalità prevalente nei rapporti fra Stati, i principi di autodeterminazione e legalità internazionale.

Ciò che è meno noto, nella memoria storica della conferenza di Parigi, è che i protagonisti non furono soltanto vincitori e sconfitti del grande conflitto. A Parigi si recarono tantissime delegazioni extraeuropee provenienti dai territori coloniali africani, asiatici e dagli ex imperi ottomano e zarista, che cercarono di vedersi riconosciuti i diritti di autodeterminazione proclamati dal presidente Wilson e dalle altre grandi potenze occidentali. Purtroppo nel 1919 prevalse un atteggiamento eurocentrico, coloniale, che riconosceva diritti soltanto ad alcuni popoli e manteneva intatto il sistema di potere internazionale.

Il colonialismo non fu solo quello delle vecchie potenze europee: anche la nuova Unione Sovietica, che si faceva portatrice di un messaggio di liberazione anti-imperialista, ricostituì il vecchio dominio zarista assoggettando al nuovo potere russo e bolscevico popoli non russi, che avevano cercato la strada dell’autodeterminazione. Uno degli esempi più interessanti di nazione, che abbracciò in senso anticoloniale e progressista il messaggio wilsoniano, fu senz’altro quello dell’Azerbaigian. La vicenda viene ricostruita in un volume di Daniel Pommier Vincelli (Storia internazionale dell’Azerbaigian. L’incontro con l’Occidente 1918-1920) appena pubblicato da Carocci editore, in occasione delle attività per centenario del servizio diplomatico azerbaigiano.

L’Azerbaigian ha un notevole primato: fu la prima repubblica parlamentare a stabilirsi in un Paese a maggioranza islamica e garantì ai suoi cittadini uguaglianza di diritti senza distinzioni di genere, etnia, credo religioso. La repubblica, che visse due anni tra il dominio zarista e la riconquista russo-sovietica, era guidata da un piccolo e illuminato gruppo di intellettuali di orientamento socialdemocratico e progressista, che riteneva che lo sviluppo del proprio Paese passasse attraverso l’integrazione euro-occidentale, per liberarsi dal peso del colonialismo russo vecchio e nuovo.

Fu questo il senso della missione diplomatica azerbaigiana a Parigi, raccontata nel volume di Pommier Vincelli. I diplomatici azerbaigiani, più intellettuali che professionisti della diplomazia, cercarono di trasformare le proprie debolezze in forze: utilizzarono l’opinione pubblica, assunsero esperti di comunicazione, scrissero volumi di divulgazione, pubblicarono riviste e rilasciarono interviste. Pur provenendo da una periferia dell’Eurasia compresero che la battaglia politico-internazionale si giocava su un nuovo campo di battaglia: la comunicazione e la public diplomacy. Non sostenevano un Paese ma un modello di Paese: laico, multiculturale, pluralista, aperto all’economia di mercato e ai diritti delle donne.

Riuscirono a ottenere un importante risultato simbolico: il riconoscimento de facto del nuovo Stato nel gennaio 1920. Ma le paure, i ritardi e gli egoismi dei grandi Paesi occidentali abbandonarono l’Azerbaigian al suo destino: cioè a un ritorno del dominio russo seppure nella nuova forma sovietica. Il Paese verrà sepolto dalla cappa sovietica per 70 anni, fino alla seconda indipendenza del 1991. Rimane dell’esperienza del 1918-1920 uno straordinario, e forse unico, tentativo di modernizzazione socio-politica che rigettava qualsiasi etno-nazionalismo aggressivo e che vedeva nel dialogo la soluzione per le relazioni con gli altri Stati dell’area.

Con il collasso dell’Unione Sovietica il popolo azerbaigiano ha riconquistato la sua indipendenza.  L’Azerbaigian moderno, grazie alla posizione strategica, collocato tra Oriente ed Occidente e le notevoli risorse energetiche, è attivo nello scenario internazionale, promuovendo buoni rapporti con i paesi all’interno e all’esterno della regione e realizzando numerosi progetti energetici e infrastrutturali internazionali. Il paese attua una politica estera multivettoriale, a tutela dell’interesse nazionale, ed è sostenitore di multiculturalismo, pace, sicurezza e cooperazione a livello mondiale. Rimane ancora irrisolto il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per la regione del Nagorno Karabakh – sotto occupazione da oltre 25 anni insieme ad altri sette distretti adiacenti dell’Azerbaigian, e ciò costituisce la principale fonte di tensione nella regione del Caucaso meridionale e la cui soluzione è il principale obiettivo di politica estera di Baku.

Presentazione del libro “Heydar Aliyev e l’Azerbaigian indipendente”

In occasione del 95° anniversario della nascita del Presidente Heydar Aliyev, viene presentata a Roma (10 maggio, hotel Excelsior, ore 19) in un’iniziativa organizzata dall’Ambasciata della Repubblica dell’Azerbaigianla prima traduzione in italiano dei discorsi di Heydar Aliyev, fondatore del moderno Azerbaigian.

Presentazione del libro “Heydar Aliyev e l’Azerbaigian indipendente” - Geopolitica.info

Il volume, curato dal Centro di Cooperazione con l’Eurasia della Sapienza Università di Roma, raccoglie una selezione degli interventi pubblici e i discorsi ufficiali di Heydar Aliyev che è stato Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian dall’ottobre del 1993 all’ottobre del 2003. I testi presentati sono estremamente utili – anche per un pubblico non specializzato – per comprendere le linee guida e i temi principali affrontati dalla leadership di Heydar Aliyev nei primi anni dell’indipendenza statuale della repubblica caucasica. I capitoli del volume raggruppano i discorsi di Heydar Aliyev non in maniera cronologica ma attorno a questi fondamentali nuclei tematici, che possono essere sintetizzati nell’esigenza di costruire, a partire dalle difficili condizioni di una repubblica ex sovietica invasa militarmente e in preda al caos politico ed economico, le condizioni per una modernizzazione dell’apparato statale.

Il primo capitolo è dedicato ai temi della politica interna, cioè alla sintesi programmatica dei valori e degli orientamenti che hanno guidato la leadership di Heydar Aliyev. Riprendendo l’eredità della prima repubblica azerbaigiana del 1918-1920, egli definisce una nuova forma di patriottismo civico che su definisce attorno alla specificità culturale ed identitaria dell’Azerbaigian. Questa specificità possiede, nella comunicazione politica del presidente, diversi aspetti: il secolarismo e la tolleranza verso le identità religiose e i gruppi minoritari nazionali, l’autonomia e il rafforzamento delle strutture statuali rispetto agli altri centri di potere che stavano lacerando il tessuto connettivo del Paese, la strategicità del Paese collocato tra Oriente ed Occidente e capace di sfruttare questa sua condizione per accrescere la propria indipendenza rispetto alle potenze regionali, la convinzione che le immense risorse energetiche azerbaigiane servano da volano per la modernizzazione del Paese, la ferita  aperta del Nagorno Karabakh con il suo immenso costo umanitario (1 milione tra rifugiati e sfollati interni nel 1992-1994) che però rappresenta un orizzonte ideale per la comunità nazionale azerbaigiana e che l’Azerbaigian sceglie di risolvere all’interno della legalità internazionale.

Il secondo capitolo riguarda appunto il conflitto con l’Armenia del 1992-1994, che ha l’occupazione non solo del Nagorno Karabakh – che le risoluzioni delle Nazioni Unite attribuiscono definitivamente all’Azerbaigian – ma anche l’occupazione di sette distretti non rivendicati per un totale del 20% del territorio nazionale.

La terza sezione è dedicata alla proiezione internazionale dell’Azerbaigian. Vengono proposti gli interventi alle Nazioni Unite nel 1994, dove il tema centrale è quello de conflitto ma anche di una sorta di “presentazione” del Paese alla comunità mondiale, e di commento alla stipula dell’accordo di cooperazione e partenariato con l’Unione Europea del 1996. Pur senza mai pensare a un ingresso nella UE il capo di Stato azerbaigiano ritiene centrale promuovere l’integrazione e la cooperazione del suo Paese con l’Europa, riconoscendosi come parte dell’Europa e intersezione fisica e culturale tra Oriente ed Occidente. Tre testi sono dedicati ai rapporti con l’Italia e la Santa Sede. E’ il primo presidente azerbaigiano a visitare il nostro Paese incontrando i suoi vertici politici ed istituzionali. Viene qui presentato il discorso che tenne alla presenza del Presidente Oscar Luigi Scalfaro. Si posero le basi per quella “relazione speciale” che fa del nostro Paese un partner strategico, non solo commerciale ma anche culturale e politico, dell’Azerbaigian. Un legame strategico confermato dagli accordi di partenariato stipulato nel 2014 e le cui basi venero poste dalla presidenza di Heydar Aliyev. Particolarmente forte anche il rapporto con la Santa Sede, che vede Giovanni Paolo II visitare l’Azerbaigian nel 2002. La natura secolare delle istituzioni azerbaigiane, la promozione della diversità culturale del Paese attraverso la parola-chiave del multiculturalismo, vera e propria eredità originale della presidenza: questi elementi rendono l’Azerbaigian tra i paesi a maggioranza musulmana quello dove oggi i cristiani e le altre minoranze religiose esercitano con più favore la propria libertà confessionale. L’ultima sezione è dedicata ai temi dello sviluppo economico e in particolare dei temi dell’energia. Vengono presentati il discorso, fondamentale per la parabola politica di  Heydar Aliyev, pronunciato a coronamento della firma del “contratto del secolo”, nel settembre del 1994. L’accordo tra il governo dell’Azerbaigian e il consorzio delle compagnie petrolifere multinazionali guidate dalla British Petroleum è stata la chiave di volta dello sviluppo economico e sociale del Paese, che in pochi anni è passato da una condizione critica a una crescita tumultuosa, che ha visto un abbattimento del tasso di povertà e un deciso innalzamento dello standard di vita degli azerbaigiani.

Il presidente Heydar Aliyev ha fondato il suo primo mandato su tre pilastri: la fine della guerra con l’Armenia attraverso una tregua militare, una posizione internazionale dell’Azerbaigian autonoma e non schiacciata su una delle grandi potenze che agiscono nell’area, lo sfruttamento, in collaborazione con le grandi compagnie energetiche occidentali, delle immense risorse energetiche di cui dispone il Paese caspico. Tre obiettivi che vengono centrati in pieno, e che assicurarono all’Azerbaigian una fortissima crescita economica e sociale, i cui frutti vennero colti in pieno – a beneficio di tutta la società azerbaigiana – dalla leadership successiva, guidata da Ilham Aliyev eletto presidente nell’ottobre del 2003 e da allora sempre riconfermato dal voto popolare. Il tutto nel segno della più rigorosa separazione tra religione e politica e con il riconoscimento dell’identità multiculturale del Paese.

100 anni da un massacro dimenticato

Molti sono i popoli che nella loro storia hanno subito ingiustizie e stermini. Tra questi, forse meno noto di altri, c’è il popolo dell’Azerbaigian, dalla ricca cultura millenaria e collocato geograficamente in un territorio strategico ed estremamente abbondante di risorse naturali. Esso e’ resistito nei decenni a numerose pressioni, pagandone un duro prezzo.

100 anni da un massacro dimenticato - Geopolitica.info

Nella storia contemporanea si percepisce la tragedia  legata al destino di questo popolo, iniziata con lo smembramento del popolo azerbaigiano e la divisione delle terre storiche dell’Azerbaigian tra Russia zarista e Iran con i Trattati di Gülistan (1813) e Türkmençay (1828), e continuata con l’occupazione delle proprie terre. Come risultato dell’attuazione di questa politica, si verificò un rapidissimo spostamento di massa degli armeni dall’Iran e dall’Impero Ottomano nelle terre tradizionalmente azerbaigiane, in particolare intensificato con le guerre irano-russe e irano-turche e con l’avvio di una politica del massacro che rapidamente divenne parte integrante delle tecniche di occupazione. Volendo creare una “Grande Armenia”, a spese principalmente dei territori storici azerbaigiani, gli armeni, senza nemmeno nascondere le loro intenzioni, portarono avanti una serie di sanguinose azioni contro gli azerbaigiani già in seguito alla Prima Rivoluzione Russa, tra il 1905 e il 1907. Centinaia di insediamenti furono distrutti e rasi al suolo; migliaia di azerbaigiani furono uccisi barbaramente. Approfittando della situazione seguita alla Prima guerra mondiale e alla rivoluzione di febbraio e ottobre 1917 in Russia, gli armeni iniziarono a perseguire l’attuazione dei loro piani sotto la bandiera del Bolscevismo. Nel 1918 Lenin nominò Stepan Shaumyan commissario straordinario del Caucaso e lo mandò a Baku; i Bolscevichi presero il potere a Baku e crearono le condizioni affinché le formazioni armate armene realizzassero i loro scopi segreti. Il 3 marzo ebbero inizio i massacri di massa degli azerbaigiani. Dalle stime dello stesso Stepan Shaumyan, 6000 soldati armati del Soviet di Baku e 4000 uomini armati del partito armeno “Dashnak” hanno preso parte al massacro dei pacifici azerbaigiani. Durante i tre giorni del massacro, gli armeni attaccarono i quartieri azerbaigiani con l’aiuto dei bolscevichi e uccisero bambini e anziani. Un tedesco di nome Kulner, che aveva assistito agli orribili eventi di quei giorni, scrisse nel 1925: “Gli armeni si precipitarono nei quartieri azerbaigiani, uccisero, sciabolarono, baionettarono tutti e li perforavano. Diversi giorni dopo il massacro 87 cadaveri di azerbaigiano scavati da una fossa fornirono la prova che le loro orecchie, il loro naso, i genitali erano stati tagliati e i loro corpi baionati e sabbrati. Gli armeni non avevano pietà né dei bambini né dei vecchi “. In generale, in due massacri nella Transcaucasia nella prima metà del XX secolo (1905-1907, 1918-1920) circa 2 milioni di azerbaigiani e turchi furono uccisi, feriti e guidati dalle loro case dagli armeni. Nel massacro di marzo è stata trovata una fossa a Baku con i cadaveri di 57 donne azerbaigiane mutilate. L’ospedale della città in cui 2000 persone hanno trovato riparo è stato completamente bruciato. Gli armeni avevano installato mitragliatrici in vari luoghi della città per sparare alla gente che cercava di fuggire. Avanes Apresyan, un ufficiale armeno, uno dei partecipanti attivi al massacro degli azerbaigiani nelle province di Irevan, Sharur-Dereleyez, Surmeli, Kars e in altri territori, nelle sue memorie intitolate “Gli uomini erano così”, scrive che hanno raggiunto il loro obiettivo con l’aiuto degli inglesi e dei russi e l’uccisione di 25.000 azerbaigiani nel massacro di marzo solo a Baku. ” Il massacro degli azerbaigiani da parte del Dashnak non fu limitato solo a Baku. Entro un breve periodo di tempo, gli armeni commisero massacri a Shamakhi, Guba, Irevan, Zengezur, Karabakh, Nakhchivan e Kars. La Repubblica popolare dell’Azerbaigian, fondata il 28 maggio 1918 e occupata dall’Armata Rossa il 28 aprile 1920, indagò anche sul genocidio, perpetrato dagli armeni contro la popolazione dell’Azerbaigian. E ora sono disponibili molti documenti di fiducia che approvano questo genocidio. Dai documenti della Commissione d’inchiesta straordinaria della Repubblica popolare dell’Azerbaigian: “Circa 8.000 civili furono assassinati a Shamakhi tra marzo e aprile 1918. Molti siti culturali, tra cui la moschea Shamakhi, furono bruciati e distrutti. 28 villaggi del distretto sub di Javanshir e 17 villaggi dei sub distretti di Jebrayil sono stati completamente bruciati, la popolazione completamente eliminata. Il giorno 29 aprile 1918 circa 3.000 pellegrini azerbaigiani furono uccisi in un’imboscata alla periferia di Gumru, la maggior parte dei quali erano donne, bambini e anziani. Nessuno è sopravvissuto. Le bande armate armene hanno distrutto 115 villaggi azerbaigiani nel distretto di Zengezur e ucciso 3257 uomini, 2276 donne e 2196 bambini. In totale 10.068 azerbaigiani sono stati uccisi o feriti nel detto sottodistretto. 50.000 azerbaigiani sono dovute fuggire dalle loro case. 135.000  azerbaigiani furono uccisi in 199 villaggi della provincia di Erevan e tutti i villaggi totalmente distrutti. Le bande armene in seguito si trasferirono in Karabakh e distrussero 150 villaggi in quella regione. Tutta la popolazione è stata completamente eliminata. Nel marzo-aprile del 1918 furono massacrati a Shamakhi circa 8000 civili. La maggior parte dei monumenti musulmani della cultura, inclusa la moschea di Juma di Shamakhi, fu data alle fiamme; 28 villaggi nella provincia di Javanshir e 17 villaggi nella provincia di Jabrail vennero completamente bruciati e la popolazione massacrata. Il 29 aprile 1918, un gruppo di 3000 rifugiati, principalmente donne, bambini e anziani, cadde in un’imboscata di guerriglieri armeni, e tutti vennero uccisi. Le formazioni armate incendiarono diversi villaggi nella provincia di Nakhchivan, distrussero completamente 115 villaggi nella provincia di Zengezur, uccidendo 3257 uomini, 2276 donne e 2196 bambini. In totale, vennero uccisi e feriti 10.068 azerbaigiani e 50.000 divennero rifugiati.” Durante i massacri di marzo gli armeni hanno sparato e distrutto molti vecchi edifici, tra cui le moschee di Juma e Thazapir, anche l’edificio di Ismailiyya considerato una delle perle dell’architettura islamica moderna. Nel maggio 1920 infine, a Ganja furono assassinati dagli armeni oltre 12.000 azerbaigiani.

Sono passati 100 anni dagli eventi  del marzo 1918, ma anche oggi la storia dell’Azerbaigian indipendente deve fronteggiare una tragedia: l’occupazione militare di una porzione delle sue terre da parte dell’Armenia, che perdura da oltre 25 anni. Le forze armate dell’Armenia occupano il Nagorno Karabakh e i sette distretti adiacenti, e l’Azerbaigian non cessa il suo richiamo alla comunità mondiale perché venga rispettata la documentazione internazionale, tra cui 4 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che richiedono il ritiro dai territori azerbaigiani.

 

Il segno di Heydar Aliyev. Il 10 maggio l’Azerbaigian celebra l’anniversario della nascita del suo Leader Nazionale

Il viaggiatore che si trovi, per la prima volta, a visitare l’Azerbaigian rimarrà impressionato dalla presenza dell’immagine di Heydar Aliyev, riprodotta in ogni ufficio e luogo pubblico. Dall’aeroporto internazionale di Baku, allo splendido centro congressi costruito da Zaha Adid, sono molte le strutture e i luoghi intitolati alla memoria del leader scomparso nel 2003.  Gli sono stati dedicati statue e musei così come le sue foto campeggiano in ogni università, ogni scuola, ogni ministero del Paese caucasico. Ciò avviene perchè la figura di Heydar Aliyev non è stata soltanto quella di un leader politico che è riuscito a traghettare il Paese dal caos post-sovietico alla stabilità, ma assolve una vera e propria funzione ri-costituente per tutta l’esperienza nazionale azerbaigiana. Esiste, nella coscienza collettiva del Paese, un “prima” e un “dopo”Heydar Aliyev che viene percepito come il limes tra il caos e la stabilità, tra la vita – intesa come possibilità di futuro del Paese – e la morte, intesa come irreversibile disgregazione della nazione. Avviene ugualmente che le immagini di Mustafa Kemal siano presenti negli uffici pubblici turchi, o che le nostre piazze siano adornate da monumenti e busti di Garibaldi e Cavour. Sono parte di una memoria collettiva che li identifica come figure demiurgiche dell’esperienza statuale. Allo stesso modo la memoria storica di Heydar Aliyev va oltre quella di un normale leader politico ma è percepita come un vero e proprio padre della Patria.

Il segno di Heydar Aliyev. Il 10 maggio l’Azerbaigian celebra l’anniversario della nascita del suo Leader Nazionale - Geopolitica.info

Heydar Aliyev non fu il protagonista della vita della repubblica sovietica azerbaigiana né nella fase convulsa della Perestroika – tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi Novanta – né nei tragici anni della nuova indipendenza – tra il 1991 e il 1993 – quando la neonata repubblica venne sconvolta dalla guerra con l’Armenia che invase la regione azerbaigiana del Nagorno Karabakh e i sette distretti adiacenti, portando all’occupazione illegale del 20% dei territori azerbaigiani da parte delle forze armate dell’Armenia, l’esodo massiccio di circa 1 milione di rifugiati interni, una devastante crisi economica, tentativi di colpi di Stato interni e violenza politica, corruzione e dilettantismo della nuova classe dirigente. In questo scenario, alla vigilia di un’apocalisse nazionale, si compì il “ritorno” di Heydar Aliyev sulla scena nazionale azerbaigiana. Heydar Aliyev era stato il dominus della Repubblica Sovietica azerbaigiana, più o meno durante la cosiddetta era brezneviana tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta. Nella seconda metà degli anni Ottanta Heydar Aliyev aveva lasciato la politica attiva, e si era ritirato a Mosca. Aveva polemizzato con la leadership gorbacioviana dopo i tragici avvenimenti del gennaio 1990, quando il governo sovietico represse duramente il movimento nazionale azerbaigiano provocando centinaia di morti nella capitale della Repubblica sovietica. Heydar Aliyev protestò pubblicamente ed uscì dal PCUS. Gli eventi drammatici del 1991-1993 lo  riportarono in Azerbaigian, compiendo lo stesso“percorso inverso”– da Mosca al Caucaso – del suo collega Edvard Shevardnadze, in Georgia. Il Presidente azerbaigiano Abulfaz Elchibey, nazionalista filo-turco, aveva condotto in pochi mesi il Paese al disastro: sconfitte militari, isolamento internazionale, scarsa credibilità della classe dirigente, paralisi della vita pubblica e dell’economia. Heydar Aliyev ripartì da zero, riuscì a unificare forze confliggenti e a ridare legittimità alla leadership politica azerbaigiana. Usò tutto il suo capitale politico per rinforzare istituzioni completamente svuotate dal conflitto esterno e interno. Fondò il suo primo mandato su tre pilastri: la fine della guerra con l’Armenia attraverso una tregua militare, una posizione internazionale dell’Azerbaigian indipendente e non schiacciata su una delle grandi potenze che agiscono nell’area, lo sfruttamento, in collaborazione con le grandi compagnie energetiche occidentali, delle immense risorse energetiche di cui dispone il Paese caspico con la firma del cosiddetto “contratto del secolo” nel 1994. Tre obiettivi che furono centrati in pieno, e che assicurarono all’Azerbaigian una fortissima crescita economica e sociale, i cui frutti vennero colti in pieno – a beneficio di tutta la società azerbaigiana – dalla leadership successiva, guidata da Ilham Aliyev, eletto presidente alla fine del 2003. Il tutto nel segno della più rigorosa separazione tra religione e politica e con il riconoscimento dell’identità multiculturale del Paese. E’ un dato di fatto che non c’è azerbaigiano – anche critico col governo – che non riconosca che l’avvento di Heydar Aliyev segnò una decisiva inversione di tendenza rispetto a uno scenario di guerra civile. Il segno di Heydar Aliyev fu profondo anche in politica estera. Ebbe l’intuizione di una politica autonoma e flessibile, né schiacciata né ostile alla Federazione russa, aperta all’occidente ma conscia delle differenze con essa, che seppe guardare a nuovi partner internazionali come l’Italia. Heydar  Aliyev visitò il nostro Paese nel 1997, promosse l’apertura dell’ambasciata azerbaigiana e pose le fondamenta di una partnership che dura ancora oggi; una relazione concretizzata dai continui e crescenti scambi economici e culturali e da progetti strategici come il gasdotto Tap. Il segno di Heydar Aliyev è incarnato anche dall’attività della Fondazione Heydar Aliyev che è uno dei soggetti promotori di politiche culturali, sociali e filantropiche più attivi a livello globale. Celebri sono i suoi interventi sul territorio italiano: il restauro dei musei capitolini, o delle catacombe dei SS. Marcellino e Pietro. Nella scena politica internazionale contemporanea, in cui i fattori culturali e sociali di soft power, assumono a contatto con l’opinione pubblica un’importanza crescente, l’eredità di Heydar Aliyev continua a rinforzare lo Stato azerbaigiano nel contesto globale.

 

L’alleato azero. Storia di una character assassination

La chiamano Character Assassination. Secondo il dizionario Cambridge è il tentativo di infangare nei mezzi di informazione la reputazione di una persona, attraverso critiche ingiuste e non equilibrate. Il caso dell’Azerbaigian dimostra che la Character Assassination può applicarsi anche a un’intera nazione. Da tempo il Paese caucasico è vittima di un attacco senza precedenti su alcuni media italiani, sia televisivi che della carta stampata. L’ultimo anello della catena è una graphic novel intitolata L’alleato azero, scritta dall’organizzazione Re common e disegnata da Claudia Giuliani.

L’alleato azero. Storia di una character assassination - Geopolitica.info

La tesi è semplice: l’Azerbaigian viene presentato come il peggiore dei paesi, e il Tap cioè il consorzio che vuole portare il “tubo” del gas azero sulle coste salentine sta per realizzare un’opera inutile, inquinante e sprecona. Un gruppo di giornalisti che si presentano come indipendenti ed alcuni oppositori locali smascherano il tranello, su cui aleggia la puzza della corruzione continua.

Buoni contro cattivi. Società civile e territori contro multinazionali e governi autocratici, supportati dai governi italiani. La graphic novel è piena di imprecisioni, aspetti grotteschi, facili generalizzazioni. Lasciamo perdere gli errori storici (solo per citarne uno – macroscopico, ma non il solo – la bandiera con la mezzaluna e la stella a otto punte che rappresenta la fratellanza dei popoli turcofoni sventolata in piena era sovietica!) ma il grottesco non ha limite anche nei riferimenti ai vertici politici, italiani ed azerbaigiani.

La vicenda Tap viene poi raccontata in maniera assolutamente di parte. Un’intera pagina è dedicata all’ audizione parlamentare del novembre 2013 dove gli “esperti” fecero a pezzi il progetto Tap. Sono andato a leggere, sul sito della Camera dei deputati, i resoconti parlamentari. Quell’audizione, richiesta dal movimento 5 stelle, fu aperta esclusivamente agli oppositori del progetto come ha rilevato in un suo intervento polemico la deputata Pia Locatelli. In genere le audizioni parlamentari servono a confrontare idee diverse. Si sarebbero potuti invitare altri accreditati esperti di energia e relazioni internazionali come Carlo Frappi, Nicolò Rossetto o Matteo Verda, che sulla Tap hanno idee lontane da Re common e i No Tap, cioè i soli soggetti che furono auditi all’epoca.

Ma ciò che è veramente inaccettabile dell’opera è il continuo montaggio alternato tra la vicenda interna azera e la scelta, italiana ed europea, della Tap. Non esiste alcuna relazione, logica o documentale, tra i due ambiti. La scelta strategica del corridoio sud del gas da parte dell’UE risale al 2003 e il progetto Tap è interamente privato con società italiane, svizzere, inglesi, belghe, spagnole etc. dove nessun socio ha più del 20% e quindi nessuno decide da solo. L’obiettivo europeo, che non guarda alle condizioni interne dei Paesi fornitori eccetto che alla loro stabilità, è assicurare strategicamente la differenziazione e l’indipendenza energetica dell’UE. Può non piacere ma è una scelta politica dell’Europa; se la si critica lo si faccia con coerenza guardando a tutte le situazioni e i contesti internazionali. Il Tap è stato preferito perché più conveniente rispetto al progetto concorrente Nabucco, orientato verso l’Europa centro-orientale.

Anche ultimamente si è parlato di Ionian Adriatic Pipeline, un gasdotto per portare in Europa il gas dell’Azerbaigian attraverso Montenegro, Albania, Bosnia e Croazia. Non è quindi che l’Azerbaigian, senza il Tap, sarebbe rimasto col gas invenduto: avrebbe trovato altre strade ma il nostro Paese sarebbe rimasto tagliato fuori continuando a dipendere dai tradizionali fornitori di gas. Fornitori, vale la pena di sottolineare, la cui politica dei diritti umani è ben peggiore di quella azerbaigiana ma su cui i critici italiani della Tap non dicono una parola. Non sostengo che l’Azerbaigian abbia privilegiato l’Italia per generosità. Fu una scelta geostrategica: l’Italia e l’Europa differenziano, in un’epoca di grande instabilità, gli approvvigionamenti energetici per il futuro (guardare il World Energy Outlook 216 della IEA per capire cosa vuol dire) mentre l’Azerbaigian acquisisce una nuova centralità geopolitica verso il Mediterraneo, accrescendo il suo ruolo autonomo. E’ un gioco win win, è politica.

Ci sarebbe tanto altro da dire, a partire dal fatto che la Tap deve sottostare in Salento a 60 prescrizioni ambientali e dei beni culturali a tutela dei cittadini e del territorio e che il consorzio sostiene, con molti argomenti, che non avrà impatti sul turismo della regione. Un giornalismo maturo dovrebbe rappresentare con maturità una pluralità di posizioni. Un’ultima considerazione. La graphic novel mette alla berlina la politica di immagine di Baku. E’ vero. L’Azerbaigian impegna tante risorse per restaurare monumenti (anche a Roma), tenere manifestazioni musicali e sportive, far conoscere la cultura del proprio Paese. Si chiama soft power e ha dei precedenti illustri. Magari tutti i Paesi si impegnassero nel soft power quanto l’Azerbaigian. Che cosa dovrebbe fare il governo azero, costruire solo moschee e prediligere un radicalismo religioso, come fanno altri Stati assolutamente non criticati da Re common e da altri?

Non so quali siano le ragioni dell’accanimento mediatico contro l’Azerbaigian. Non voglio pensare a doppi standard (l’Azerbaigian è piccolo e di maggioranza musulmana) o peggio ancora al sostegno occulto ad altri interessi.
Vorrei credere nella buona fede dei critici. Ma il risultato oggettivo è la difesa dello status quo e della dipendenza del nostro Paese dalle tradizionali fonti energetiche, danneggiando l’interesse di tutti i cittadini italiani ed europei.

Report e l’Azerbaigian: la situazione è più complessa

La situazione è più complessa…”: questa frase chiosa il lungo duello verbale tra Eugenio Scalfari e Giulio Andreotti raccontato nel film di Paolo Sorrentino Il Divo. L’espressione, diventata celebre anche in rete e usata spesso ironicamente, sta a indicare che non esistono giudizi politici netti e che anche le valutazioni più critiche non possono essere formulate senza tenere conto di più fattori e più sfumature.

Report e l’Azerbaigian: la situazione è più complessa - Geopolitica.info

La situazione è più complessa anche per ciò che riguarda l’Azerbaigian, al centro dell’ultima puntata di Report, la principale trasmissione di giornalismo investigativo della televisione italiana. Partendo dall’inchiesta per corruzione e riciclaggio per la quale è indagato l’ex deputato UDC Luca Volontè, Report dipinge un’immagine fortemente negativa del Paese: dall’essere uno Stato aggressore in Nagorno Karabakh, alla necessità disperata di vendere gas (che non è neanche certo che abbia) alla malcapitata Italia, corrompendone i politici. La ricostruzione di Report contiene innumerevoli imprecisioni e posizioni di parte che, a mio parere, è utile mettere in evidenza. Senza entrare nel merito dell’inchiesta Volontè che verrà definito dagli organismi inquirenti colpisce, nel servizio, l’uso di alcune espressioni e testimonianze.

Quando Paolo Mondani intervista il deputato Aldo Di Biagio gli chiede se non trova stupefacente che il cattolico Volonté non sia “automaticamente” schierato con la cristiana Armenia. Al di là della risposta di Di Biagio – credo intervistato perché vicino alle posizioni armene – sono rimasto esterrefatto che proprio da una trasmissione di cultura laica e progressista venga una considerazione che suona più da battaglia di Lepanto che da democrazia avanzata. Intervistare poi una successione di deputati armeni non credo giovi a una ricostruzione equilibrata: nel bene o nel male essi sono parte in causa. Perché non cercare i colleghi di Volontè di paesi terzi? Hanno votato così per disciplina di gruppo o altro? Hanno discusso al loro interno? Di tutto questo, nulla.

La ricostruzione del conflitto in Nagorno Karabakh è ancora più parziale. A partire dalla mappa mostrata alle spalle di Milena Gabanelli. Quelli saranno anche i confini formali della regione del Karabakh ma vengono omessi gli altri territori azerbaigiani (secondo De Waal tra il 13% e il 15% del territorio nazionale) occupati militarmente dalle forze armene e che sono un’unica entità territoriale col Karabakh e la Repubblica armena. Territori dai quali, nel 1992-94, sono fuggiti centinaia di migliaia di rifugiati interni che ancora oggi vivono in Azerbaigian. Secondo i dati UNHCR oggi nel Paese caucasico vi sono circa 700.000 rifugiati interni su una popolazione di meno di 10 milioni di abitanti: la più alta percentuale al mondo. Un dato dimenticato da Milena Gabanelli. Così come la parte di reportage svoltasi in Karabakh è ancora più parziale: è incerto chi abbia iniziato le ostilità nell’aprile del 2016 e in ogni caso i 300 morti tra militari e civili sono equamente distribuiti tra i due contendenti.

La frase del prete combattente intervistato (“questa terra è stata cristiana per secoli”) è certamente vera. Come è altrettanto vero che la stessa terra è stata musulmana per gli stessi secoli. Il nome Nagorno Karabakh (una parola russa e una parola turca) indica un’identità plurima dove sono coesistiti per secoli cristiani e musulmani, gli attuali armeni e gli attuali azerbaigiani. Altrettanto fuorviante è la considerazione di Gabanelli che ci sarebbe una volontà armena di negoziare contro una rigidità azerbaigiana. Semplicemente ci sono due posizioni finora inconciliabili: gli armeni non rinunciano all’indipendenza e gli azerbaigiani sono disposti a concedere livelli di autogoverno (si è parlato a lungo di un modello Sud Tirolo per il Karabakh) purché nel quadro della sovranità statuale azerbaigiana. Non dimentichiamo, inoltre, che il primo presidente democraticamente eletto in Armenia Levon Ter-petrosyan venne costretto a dimettersi nel 1998 proprio per la sua volontà di negoziare con Baku.

Anche la questione della black list, utilizzata da Gabanelli persino nei promo stagionali del programma, è discutibile. La giornalista ha violato le leggi sull’immigrazione della repubblica azerbaigiana e il Karabakh, secondo le risoluzioni Onu, è formalmente parte dell’Azerbaigian come spiegato dal professor Natalino Ronzitti in uno dei suoi ultimi volumi. Il più importante osservatore internazionale sul Caucaso l’olandese Thomas De Waal, che non può essere certo accusato di essere filo-azero, ha visitato il Karabakh senza essere messo in black list, perché lo ha fatto nel quadro di una missione internazionale accettata dalle due parti. Il modo di visitare e raccontare la regione senza incorrere nella commissione di un reato dunque c’è.

Altrettanto fantasiosa se non puerile è la relazione tra il TAP e il voto in Consiglio d’Europa sul rapporto Strasser. In realtà è difficile sostenere che in caso di approvazione del rapporto il TAP avrebbe avuto una diversa sorte. Giusta o sbagliata, la scelta dell’UE di adottare un progetto strategico nasce dall’esigenza di diversificare l’approvvigionamento e promuovere la sicurezza energetica dei Paesi dell’UE, non da considerazioni sugli assetti interni dei paesi fornitori di gas. Anche il racconto della situazione interna azerbaigiana appare opinabile. I dati dell’economia azerbaigiana parlano chiaro. Spinto dal prezzo alto del petrolio si è avuto negli anni Duemila un forte effetto redistributivo.

Secondo lo United Nations Development Program: “The strong economic growth allowed major investments in infrastructure, and a steep decline in poverty rates from 46.7 percent in 2002 to 5 percent in 2014.” Tutti gli altri indicatori internazionali, a partire dalla World Bank, convergono su questi dati. Un beneficio così grande per la società azerbaigiana mal si concilia con l’immagine di un governo corrotto che sottrarrebbe risorse pubbliche, come quella offerta da Report. D’altronde, nella mia esperienza personale, vedo ogni giorno molte decine di studenti azerbaigiani nelle università italiane che non sono certo né parenti del presidente né figli di oligarchi ma persone normali, che studiano all’estero grazie agli strumenti di diritto allo studio promossi dal governo di Baku.

Tutti i Paesi post-sovietici, eccetto quelli entrati nella UE, non si confanno pienamente agli standard occidentali di democrazia, diritti umani e Stato di diritto. Ciascuna delle ex repubbliche sovietiche ha la sua storia e il suo modello di transizione. Uno Stato come la Russia presenta violazioni ben più rilevanti di quelle azerbaigiane, anche se la stampa italiana – inclusa Report – se ne occupa poco o non se ne occupa affatto. E’ giusto ingaggiare i diversi Stati per il rispetto dei diritti umani e la costruzione dello Stato di diritto. Sempre e in ogni caso. Tuttavia una maggiore comprensione dei fenomeni può aiutare il giudizio del pubblico, evitando ricostruzioni semplicistiche e superficiali. Come è stato nel caso della puntata di Report.
The role of oil and gas in Azerbaijan’s foreign policy

The history of Azerbaijan and its capital Baku is indissolubly connected with oil and gas from the earliest days. The existence of important oil fields dates back to ancient times. The richness in  natural resources of the territory of Azerbaijan historically represents the most important factor that had contributed to the history of the country. The first reliable informations about oil extraction on the Absheron Peninsula, where Baku is located, date back to the 7th and 8th century.

The role of oil and gas in Azerbaijan’s foreign policy - Geopolitica.info

During the years the demand in oil grew unceasingly turning the oil industry into a capital production sector. In particular, by the end of the 19th century, the upsurge in the oil industry attracted considerable investments and encouraged new factories and plants construction. By the turn of the 20th century, Baku became a center of world oil commerce and was producing the 50% of the world’s oil production.

The economic potential of Baku was recognized even by the Soviet Union which established its domain over the region. The Soviet period last until 1991 and during that period, the oil industry of Azerbaijan saw many ups and downs. Following its independence from the Soviet Union in 1991, the country significantly developed its oil and gas sector as the main driver of the economy. The energy policy of Baku can be divided into three phases : 1) “the Golden Age”, from 1871 to 1920, was the period between the year in which the first drill was installed in Baku and the year in which the Red Army established its domain over the region putting an end to the short but innovative country republican experience; ii) the so called “Soviet Middle Age”, was the period between 1921 and 1991 during which Moscow planned the mining policy of the Caspian region; iii) the “Azerbaijani Renaissance” which started in 1992 and which is still ongoing. After the dissolution of the Soviet Union, Azerbaijan started to acquire autonomy as well as the capability to manage its hydrocarbons stocks in an autonomous way.

The most important entail of the Soviet domain in Azerbaijan was a remarkable infrastructures network for the extractions of hydrocarbons. After the collapse of the Soviet Union the history of Azerbaijan can be conceived as an attempt to diversify its energy exports routes.

During the Soviet period the role of Azerbaijan and other Caspian countries was confined to that of sources hence the central power would extract the needful resources, mostly oil, to satisfy internal and foreign policy requests. For the entire duration of the Soviet domain the Caucasus countries have experienced a subordination condition and the exploitation of their resources. With the loss of the Soviet control Baku started to decide the terms of the extraction processes, the methods and the partners, the destination markets and the transit countries.

The exploitation of hydrocarbons in Azerbaijan, as well as similar projects in neighboring countries has led to the development of a regional pipeline’ system. After the dissolution of the Soviet Union the government of Azerbaijan started to think about the creation of an alternative to the main Russian transport corridor infrastructures. In creating its own infrastructure policy the government has somewhat integrated into the world economy, especially in the area of energy exports. Towards the end of the 90s two major pipelines were restored: Azerbaijan-Georgia (Baku-Supsa) and Azerbaijan-Russia (Baku-Novorossiysk); most of the Azerbaijani oil now passes on these routes.The Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) is a pipeline crossing the territories of Azerbaijan, Georgia and Turkey and which transports oil from the Caspian to Western markets via the cities of Tbilisi and Ceyhan. The Baku-Tbilisi-Ceyhan (Azerbaijan-Georgia-Turkey), is the main pipeline in the region and its cost amounts to over $ 4 billion. It is one of the largest energy projects and one of the most important oil pipelines in the region.This project within the South Caucasus Pipeline (SCP) practically put an end to the Russian monopoly on the transport of energy resources from the Caspian Sea. From the BTC, infrastructural developments became a key element of the consolidation of the independence of Azerbaijan.From the beginning particularly important appeared the envisioned pipeline projects to bring the Shah Deniz gas to European markets: the Nabucco, the Interconnector Turkey–Greece–Italy (ITGI) and the Trans Adriatic Pipeline (TAP), which was chosen among all the projects in June 2013.The Nabucco project was among the ten European interest projects which should have the highest priority. It was pursuing a clear target to erode the market share of the European markets on Russian exports.

Even if the project of Nabucco has represented the backbone of the regional strategy of the European Commission that project failed because of the attitude of the countries involved in it, which maintained a channel of dialogue with the Russian Federation aimed at the construction of the pipeline, the South Stream, in open competition with it. During the Greek crisis in 2012 also ITGI project was excluded from the race.From the moment in which it was conceived TAP represented a further diversification attempt of European energy supply sources and routes. The Trans Adriatic Pipeline is the European leg of the Southern Gas Corridor, which aims to connect the EU market to new gas sources. With an initial capacity of 10 billion cubic metres of gas per year, the pipeline will transport gas from the Shah Deniz field in Azerbaijan to the EU market as of 2020. The Trans Adriatic Pipeline will run from the Greek border via Albania to Italy, under the Adriatic Sea. TAP will invest €5.6 billion over five years in the project, of which €2.3 billion in Greece.  Compared to Nabucco, beside the higher profitability, the main strength of the interconnection project between Turkey and Italy, is the support granted by the government of the countries involved in the transit. The guarantee of political support has been designed to reduce the risks for infrastructure investment. Especially Italy demonstrated an important attempt to support the project. The most significant moment was that of the Intergovernmental Agreement between Italy, Albania and Greece in February 2013. Even if the impact of Caspian infrastructures was marginal compared to the volume of European consumptions, through its diversification policy, Azerbaijan is able to multiply its potential clients and to offer an alternative to Russian supplies.

The key strength of Azerbaijan is that it has abundant energy resources, especially oil and gas. It is among the 20 largest oil producers in the world and one of the largest when measuring oil production per capita. Azerbaijan currently produces 848,000 barrels per day (bpd), and has 7 billion barrels of oil reserves that should last for more than a decade. About 20% of production comes from a consortium of 10 companies (AIOC) led by BP. Domestic oil consumption is around 101,000 bpd, which means that most of the oil is exported, mainly through its Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) pipeline. Azerbaijan has recently started to export gas. It currently has 1.2 trillion cubic meter (T cm) of reserves and produces 16.9 billion cubic meter (Bcm). Consumer use is 9.2 Bcm and exports primarily to Turkey and Russia absorb the rest. Output is expected to more than double with the Shaf Deniz Full Field. A new pipeline, at a projected cost over $11 billion, is under construction and expected to be finished by late 2018, in order to export gas to Georgia, Turkey and eventually Europe.

Oil and gas are the main drivers of the economy amounting to 87% of total exports, 45% of GDP and 70% of revenues. Like other commodity dependent countries, changes in oil and production and prices largely determine the direction of the economic growth. However, the government has done a good job of reducing economic volatility related to the oil sector through the creation of the sovereign wealth fund. It uses high amount of the oil funds when oil prices are low and accumulates savings when they are high.

Azerbaijan strongly promotes the creation of interdependent relations with transit countries, especially neighbouring countries like Georgia and Turkey as these are the main states through which its resources are transported. This trend will only increase and encourage the future establishment of additional political and economic ties with the countries and major international actors that have particular interest in the transportation of Azerbaijan energy resources to world markets. The reserves of oil and gas in the country represent an effective instrument to resolve the Nagorno Karabakh conflict. The successful exploitation and the export of Azerbaijan’s oil and gas via a pipeline network beyond Moscow’s control has provided the cash needed to modernize, train and re-arm Azerbaijan’s armed forces with the possible long-term objective of launching a military offensive to win back control over Nagorno-Karabakh.

The government is working to maintain its economic relevance and to investigate new options to export its production out of Azerbaijan looking at the Black and Mediterrean Seas.

Azerbaijan has abundant energy resources, strong economic fundamentals, political and social stability, and market friendly policies. The country has managed its natural resources well and this is reflected in the fiscal and current account surpluses and an accumulation of savings. The sovereign wealth fund has reduced economic vulnerability to the fluctuation of commodity prices and has helped reduce economic imbalances. The country faces weaknesses such as a volatile relationship with Armenia. The country’s energy and oil production looks stagnant in the short-term, making the performance of the non-oil sector vitally important. The government is moving in the right direction to cultivate the non-oil sector, and today is claimable that Azerbaijan succeeded in promoting economic diversification and modernization to improve its competitiveness, to ensure the country’s sustainable economic growth and to improve the welfare of its citizens. During the past the 95% of the country’s GDP came from oil; today the economy of Azerbaijan is already diversified, with the non-oil sector accounting for about 70% of the gross domestic product. Azerbaijan developed new sectors of economy in order to become less dependent on unpredictable hydrocarbon prices.

The economy of Azerbaijan came through the recent global financial crisis with minimal loss. In terms of longer-term economic growth it is essential to develop a more diversified economy. The predicted decrease in oil production after 2016 forces the government to accelerate this process. Moreover, sustainable development in the country and the prosperity of future generations means that other sectors of the economy must be improved, this with an eye to minimize the dependency on finite natural resources.

Impact of Post-Soviet Transition on the Economy of Azerbaijan

Azerbaijan is a unitary republic situated in the Caucasus region. Given that Caspian Sea is its eastern boundary, Russia and Georgia bound the country to the north, Armenia to the west and Iran to the south. Despite the relatively small size of the country, 9 out of 11 climate zones are present in Azerbaijan.

Impact of Post-Soviet Transition on the Economy of Azerbaijan - Geopolitica.info

The country has the population of 9.5 million people, of which 52% live in the major cities or towns. Contemporary history of Azerbaijan began in the late 18th– early 19th century, when there appeared numerous feudal city-states. By 1828, all of the Azerbaijani city-states were incorporated into Russian Empire. With the collapse of the Tsarist regime in Russia, Azerbaijan was briefly independent, until experiencing Russian occupation again in 1920, this time by the Bolshevik regime. Hence, the phenomenon of the “Soviet Azerbaijan” or in other words Azerbaijan SSR (Azerbaijani Soviet Socialist Republic) lasted from 1920 to 1991. In 1991 Azerbaijan celebrated its independence from the Soviet Union. From the first year of its independence, Azerbaijan faced a serious challenge regarding its territorial integrity. By inciting separatism in the Karabakh region of Azerbaijan, Armenia provoked Nagorno-Karabakh War. The devastating war was too spontaneous, and unexpected for the new state, and as a result Armenia took under its control not only the Karabakh region, but also the seven provinces around it. Armenian occupation caused ethnic cleansing on the above-mentioned territories, realized by Armenian radicals. This produced one million Azeri refugees in Azerbaijan. Armenian occupation of 20% of Azerbaijani territory that continues nowadays is without doubt illegal – it contradicts the international law. For this reason the international community has always supported the aspiration of Azerbaijan to affirm its territorial integrity, as is proven  by the UN Security Council resolutions on Nagorno-Karabakh conflict (no. 822, 853, 874, 884), as well as UN General Assembly resolution 62/243.

As result of the Karabakh War, dissolution of the Soviet system and a number of other factors the economy of Azerbaijan contracted in the first half of 1990s. Nevertheless, Azerbaijan witnessed a fast recovery of its economy during the late ‘90s, establishing its GDP as one of the fastest growing in the world during the 2000s.

With this in mind, there arises necessity to explain the phenomenon of “post-Soviet transition”. Firstly, this “transition” was not unique to Azerbaijan, but affected all of the ex-Soviet republics. Even though the fundament for this transition was laid during Perestroika period (late 1980s), the real “shift of paradigm” (borrowing this phrase from Thomas Kuhn) occurred during 1990s. In these years, Azerbaijan completed its post-Soviet transition from an agriculture-based economy into an industry-relying economy.

Modern industry sector in Azerbaijan consists of oil and non-oil subsectors. Oil industry, the more significant one of the two subsectors, has long history in Azerbaijan. Azerbaijan is the first country in the world where oil wells were drilled in the middle of the 19th century. This resulted in an oil boom more than a century ago. With the signing of “Contract of the century” between Azerbaijani government and a number of international oil companies such as BP, in 1994 Azerbaijan witnessed a new oil boom. As can be observed on, since then Azerbaijan increased share of industry in its GDP at double-digit rates: from nearly 20% in 1994 – to 57.4% in 2008. As Index Mundi puts it “according to latest estimates, Azerbaijan’s proven crude oil reserves are around 7 billion barrels, more than a ten-fold increase from 600 million barrels in 2002”. This is another illustration of the rapid development and growth rates in industry sector of the country.

Furthermore, despite the decline of agriculture sector in the post-Soviet period, it remains important source of revenue for more than 35% of Azerbaijani population. It provides earnings for most of the rural dwellers in the country today. During Soviet period, Azerbaijani agriculture was mainly driven by increasing rates of centrally planned agricultural investment, while experiencing rapid growth in the 1965-85 period. During the “post-Soviet transition” period, in other words from 1985 till 1995, break-up of old economic ties affected agricultural sector too and caused stagnation and productivity decline there. The years of independence also witnessed the wide array of reform policies.

The most impressive of reforms was the transformation of collective farms into individual privately owned small enterprises. In this case, Land Reform Act should be mentioned, i.e. the law establishing a program of agrarian reforms by the government of Azerbaijan. This law, dated 1996, led to irreversible shift from old Soviet-style collective agriculture to individual farming. In other words, the goal of land reform – creation of the new type of property, i.e. private land ownership – was successfully met. The reforms in general and the Land Reform Act in particular, caused an impressive recovery and substantial productivity improvements in agriculture.

The new policy also helped to decrease rural poverty by increasing the incomes of rural population, which relies on agriculture for a substantial part of the family budget. For instance the share of labor force employed in agriculture increased from 31.8 % in 1996 (the year when Land Reform was enacted) to 38.3 % in 2008. Moreover, it has to be noted that the agrarian transition in Azerbaijan contrasts with that in Russia, Ukraine, and Kazakhstan, where land privatization has been accompanied by policies encouraging the persistence of large corporate farms. Thus, agricultural recovery has been much less impressive in other post-Soviet states. For this reason, Azerbaijan is considered as one of the few examples of successful land reform in the entire former Soviet Union.

All in all, taking into account the above-stated thesis, it can be argued that Azerbaijan has completed its transition from an agriculture-based Soviet economy to the independent modern industrial country, with the prevalence of petroleum manufacturing industry. Of course, this process was accompanied by shrinking influence of the traditionally leading agricultural sector on the Azerbaijani society, as the sector share of agriculture to the GDP unprecedentedly decreased from around 37% of GDP in 1990 to less than 6% in 2008. However, this mechanism is not unique to the Azerbaijani case – in all of the industrialized market economies agricultural sector comprises not more than several percent of the GDP, which is a mere margin of the country’s economy. At the same time, post-Soviet “paradigm shift” was accompanied by the rapid development of the oil-industry sector. Share of oil sector in the national output increased from 34.8% in 1990 to 57.4% in 2008. Hence, nowadays, oil-industry substituted agriculture as ‘leading’ sector of economy. Since 1990-s, the third sector of economy, i.e. services sector started to flourish. Particularly, banking, telecommunication and tourism are the subsectors witnessing rapid improvement in Azerbaijan.

References List:

Azerbaijan – Industry (Industry, value added (current US$)). (n.d.). Retrieved from http://www.indexmundi.com/facts/azerbaijan/industry

Department of Agriculture and Environment Statistics of the Republic of Azerbaijan. (n.d.).The State Statistical Committee of the Republic of Azerbaijan.

Kuhn, T. (1962). The Structure of Scientific Revolutions. (3rd Ed.). Chicago: The University of Chicago Press.

Share of labor force employed in Agriculture in Azerbaijan. (n.d.). Retrieved from http://www.cisstat.com/eng/

Spoor, M. (2007). Diversity in land and Agricultural Policy Reforms. In Ten Propositions on Rural Poverty and Agrarian Transition in Central Eurasia. Barcelona: Institut Barcelona D’estudis Internacionals.

UN General Assembly resolution 62/243, The situation in the occupied territories of Azerbaijan, A/RES/62/243 (14 March 2008), available from http://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=A/RES/62/243

UN Security Council resolutions (no. 822, 853, 874, 884), on Nagorno-Karabakh conflict, (1993), available from http://2001-2009.state.gov/p/eur/rls/or/13508.htm

Venti di guerra in Nagorno Karabakh

È una guerra che non si è mai conclusa. Una conflitto che ha visto il cessate il fuoco, più di vent’anni fa, ma senza mai la firma di un accordo di pace. E l’odio, la guerra etnica tra Armeni e Azeri è riesplosa prepotentemente ai primi di aprile con la morte di decine di soldati da ambo le parti.

Venti di guerra in Nagorno Karabakh - Geopolitica.info

Ad oggi sembra reggere il cessate il fuoco del 5 aprile scorso in Nagorno Karabakh, ma a la tensione tra Armenia e Azerbaijan è sempre altissima. Da Erevan e Baku arrivano i soliti scambi di accusa tra chi ha colpito per primo e chi ha subito più perdite di soldati. Le due potenze che muovono le pedine nel Caucaso, Russia e Turchia, stanno alla finestra a guardare e sperare che il conflitto rimanga ancora sospeso o meglio “Congelato” come lo è stato per vent’anni.

L’enclave armena (150 mila abitanti) in territorio azero è stato teatro di guerra nei primi anni 90, in seguito alla caduta dell’Unione Sovietica. Al termine del conflitto tra Armenia e Azerbaijan, durato dal 1992 al 1994 che ha causato 30 mila morti, il Karabakh ha autodichiarato l’indipendenza senza però essere riconosciuto da nessuno stato al mondo, nemmeno dalla stessa Armenia che protegge lo stato de facto nel Caucaso meridionale.

Dopo il cessate il fuoco del 1994 non c’è stato nessun accordo di pace, a distanza di oltre vent’anni la repubblica de faco vive come in un limbo: è ancora parte del Azerbaijan ma di fatto è controllata dall’Armenia.

Dal 1994 ad oggi tanti scontri lungo la frontiera tra i due eserciti. Cecchini lungo la frontiera, trincee, morti tra i due eserciti quasi quotidianamente.

Ne i media ne gli analisti internazionali hanno capito chi è stato, ai primi di aprile, a colpire per primo, e quindi a riacccendere un conflitto che, occorre dirlo, non ha motivi religiosi ma etnici.

La regione montuosa del Nagorno ( in russo montagna) fu annessa all’Azerbaijan da Stalin violando quella che era la volontà e il senso di appartenenza degli abitanti dell’enclave armena.

Il nazionalismo è alla base di questa guerra. Le ragioni etniche risalgono a prima dell’Unione Sovietica e hanno radici persino nel Genocidio armeno di 100 anni fa.

Gli armeni sono cristiani, gli azeri mussulmani sciiti. Gia dal 1923, anno dell’annessione,  la popolazione del Nagorno non ha mai accettato di essere parte dell’Azerbaijan e ha sempre sperato di tornare “a casa”, nell’Armenia appena creata in seguito al genocidio armeno e al crollo dell’impero ottomano. Nel 1988 gli abitanti del Karabakh hanno dichiarato l’indipendenza nella speranza di unirsi alla neonata nazione armena appena staccatasi dall’Urss. Ne è derivato un conflitto combattuto da Erevan e Baku costato la vita a 30 mila persone e che ha causato un milione di profughi, in maggioranza azeri che fuggivano.

Gli azeri sono di etnia turca, gli armeni, come si sà, si sentono europei, e non hanno ancora chiuso i conti con la Turchia per il negazionismo del genocidio armeno

A giocare un peso determinante in questa fascia di terra nel Caucaso, sono anche altri attori: l’Armenia è alleata della Russia di Vladimir Putin che, oltre ad usare l’Armenia per i suoi interessi nel Caucaso, vende armi anche agli azeri.

L’Azerbaijan è amico della Turchia, e dalle parti di Ankara la rivalità turco armena sfociata nel genocidio del 1915 non è mai davvero finita.

Passando al diritto internazionale invece, occorre porsi sempre lo stesso quesito.Dov’è la ragione? I Karabachi hanno diritto a veder riconosciuta la loro indipendenza  in virtù dell’autodeterminazione dei popoli? E l’Azerbaijan fa bene ad esigere il rispetto della propria integrità territoriale?

Considerando gli alleati in campo, la posizione strategica e la mancanza di una presa di posizione da parte delle potenze occidentali e dell’Onu bisogna auspicarsi che il conflitto rimanga ancora come lo è stato negli ultimi vent’anni, ovvero congelato.