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Le fault lines tra Teheran e Riyadh

Il Medio Oriente è oggi un terreno di battaglia tra due poteri opposti, un campo in cui si gioca la partita sunnismo contro sciismo, arabi contro persiani. Iran e Arabia Saudita sono i due paesi chiave nella regione. Il centro geopolitico dello scontro-confronto è da tempo la Siria. La posta in gioco è l’egemonia sul mondo islamico mediorientale, contesa tra Arabia Saudita e Iran.

Le fault lines tra Teheran e Riyadh - Geopolitica.info Skyline di Riyadh, 2015

Lo scorso 14 luglio, dopo due anni di negoziati, è stato siglato l’accordo sul nucleare iraniano. Uno dei capisaldi della politica estera della seconda amministrazione Obama, il rapprochment con l’Iran,  riporta la Repubblica islamica sulla scena internazionale e soprattutto su quella mediorientale. Non è un mistero che i primi a risentirne sono i sauditi.

I rapporti tra Iran e Arabia Saudita sono sempre stati di rivalità, quando non di contrapposizione vera e propria, come ai tempi della guerra Iran-Iraq. Quando Saddam Hussein nel 1980 invase l’Iran, Riyadh fornì sostegno finanziario e politico all’Iraq.  Ai sauditi non interessava chi fossero gli aggressori e chi gli aggrediti, o che Iran e Iraq fossero entrambi paesi islamici. Era in corso una guerra tra un paese arabo e un paese non arabo,  e questo bastò a farli intervenire. A quel tempo il pendolo dell’equilibrio regionale oscilla a favore di Saddam Hussein.

Da parte sua l’Iran, nella consapevolezza di essere solo in un a regione dominata da arabi sunniti,  ha cercato di coltivare amici tra i paesi arabi. In Siria, sostituendosi a Mosca nel sostegno agli Assad, in Libano dove Hezbollah è divenuta la forza politica dominante grazie agli aiuti di Tehran e sponsorizzando Hamas.

L’invasione americana dell’ Iraq del 2003 ha consegnato il paese alla maggioranza sciita rendendo Bagdad di fatto un satellite iraniano. Cosa che naturalmente non ha fatto piacere ai sauditi. Cosi come non hanno fatto piacere a Teheran i ripetuti appelli  (resi noti da WikiLeaks) che il principe saudita Abdullah avrebbe rivolto agli Stati Uniti ad intervenire contro l’Iran per “tagliare la testa al serpente“.

L’influenza dell’Iran è cresciuta, riaccendendo le mai sopite diffidenze dei principi sauditi. Per Riyadh l’incubo di un potere sciita esteso da Teheran a Damasco via Baghdad ha acquisito  concretezza.

L’Iran sta minacciando gli interessi di più attori politici regionali, Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Israele. Questa circostanza  potrebbe trasformarsi in un nuovo isolamento della Repubblica islamica. In realtà, la diplomazia di Teheran è tra le meno irrazionali del Golfo. Quando si è trattato di scegliere tra ideologia e pragmatismo ha imboccato sempre la seconda strada, soprattutto quando era in gioco la sopravvivenza del regime.

Il fervore rivoluzionario in Iran si è estinto da tempo. La disastrosa presidenza di Ahmadinejad, il fallimento della rivoluzione verde e le caotiche quanto incerte Primavere araba hanno sradicato per il momento la politica radicale e favorito i centristi. La tradizionale società dei Mullah è in ritirata. L’Iran ha bisogno di vendere il suo petrolio a chiunque sia disposto a comprarlo.

I motivi di contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita sono molti, al di là della secolare frattura religiosa all’interno dell’Islam. La popolarità di Hezbollah in Libano ha sempre preoccupato l’Arabia Saudita. Poi c’è il Bahrein, paese a maggioranza sciita guidato dalla minoranza sunnita sostenuta da Riyadh. Nel totale silenzio totale dell’Occidente, la House of Khalifa, la famiglia reale del Bahrein,  continua da oltre quattro anni a reprimere con i carri armati sauditi i pacifici accenni di protesta e di rivendicazione di concessioni democratiche da parte della popolazione.

I sauditi sostengono che l’Iran abbia avuto un ruolo nel fomentare le proteste, mentre Teheran condanna quella che ritiene essere una vera e propria aggressione internazionale.  Ma è lo Yemen il più recente terreno di scontro tra Riyadh e Teheran,  politico -egemonico più che religioso. Ancora una volta forti dell’appoggio statunitense, i sauditi guidano una coalizione contro Ansar Allah, movimento sciita di Abdul-Malik al-Houthi,  alleato dell’Iran.

Lo scorso aprile il Gran Mufti saudita, Sheikh Adbul Aziz Al al-Sheikh ha dichiarato che l’ingerenza iraniana negli affari arabi è un crimine che dovrebbe essere fermato. “[…] Gli iraniani stanno dividendo la nazione, le loro politiche li stanno rendendo nemici degli arabi […].”

Un ex diplomatico saudita,  al-Shammari, ha definito le dichiarazioni del Mufti “[…] una svolta perché le istituzioni religiose per la prima volta si appellano al paese chiedendo un intervento contro l’Iran. L’Arabia Saudita non ha alcuna fiducia in Teheran […].”  Probabilmente più che di fiducia si potrebbe parlare di paura. L’Iran con la sua forza demografica, economica ed energetica incute paura ai vicini, soprattutto ai rivali di sempre, i sauditi. Si calcola che per effetto della rimozione (seppur parziale)  delle sanzioni sancita dall’accordo di Vienna sul nucleare, l’Iran potrebbe arrivare a piazzare sul mercato mondiale del greggio fino ad un milione di barili al giorno entro la prima metà del 2016.  In Iran affluirà molta liquidità, come si intuisce facilmente  dalla rapidità con cui si sono avvicendate a Teheran le recenti visite ufficiali di varie delegazioni nazionali.

È legittimo che Riyadh sia preoccupata per i possibili impieghi esterni che  queste risorse possono avere: Hezbollah, Bashaar al Assad, gli Houthi. Preoccupazioni che trovano fondamento nell’aumento del 30% del budget per le spese militari rispetto all’anno precedente disposto da Khamenei.

La decisione è stata ufficialmente motivata dalla guerra all’ISIS, ma non per questo è meno inquietante per le monarchie del Golfo. La lotta contro il Califfato è un altro terreno di scontro/confronto tra Iran e Arabia Saudita per affermare ed espandere, le proprie sfere di influenza.

Il vero rischio, secondo alcuni osservatori, è una reazione “eccessiva” di Riyad che potrebbe sfruttare i numerosi gruppi terroristici che si oppongono agli sciiti, ISIS e Al Qaeda in testa, finanziandoli e armandoli ancora di più di quanto fatto finora.  Ufficialmente, la casa saudita, ora sotto la guida del principe Salman si è unita  al fronte anti ISIS. In proposito sembra che Salman sia intenzionato a mantenersi sul sentiero del suo predecessore, il fratello, il principe Abdullah, anche nella gestioni dei rapporti con Teheran. Abdullah era una personalità molto influente nella regione, tradizionalmente incline ad avere buone relazioni con gli paesi della regione, tra cui l’Iran, con cui nel 2001  firmò un accordo di sicurezza.

Quale il futuro delle relazioni tra Teheran e Riyadh nell’era post Abdullah e all’indomani dell’accordo sul nucleare?

Malgrado diffidenze politiche e conflittualità ideologico- religiose ci sono motivi di convergenza e spazi di cooperazione.  Uno di questi è sicuramente la campagna contro l`ISIS  e la sua espansione in Siria e in Iraq. I sauditi hanno compreso che gli estremismi sunniti, lungi dall`essere strumenti per espandere la loro influenza nella regione, rappresentato anche per loro una minaccia. Altro terreno di probabile cooperazione tra Teheran e Riyadh è il petrolio. Tra i principali produttori mondiali di greggio, entrambi i paesi  hanno interesse a contenere il calo delle quotazioni  (attualmente a 45 dollari al barile) sul mercato internazionale.

Naturalmente le relazioni tra Teheran e Riyadh non sono solo una questione di interessi. Sulla loro dinamica pesano le mosse degli altri attori regionali. Di conseguenza, quando la nuova fase delle relazioni tra i due paesi inizierà queste dovranno essere gestite in modo da minimizzare gli spazi per interventi esterni.

Le conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano

Lo scorso 2 aprile l’Iran e i paesi del gruppo 5+1 (Consiglio di Sicurezza ONU più Germania) hanno raggiunto a Losanna un’intesa con cui l’Iran accetta una forte riduzione dei suoi piani nucleari (il 20% in meno di dotazione di uranio arricchito) in cambio di una rimozione parziale delle sanzioni economiche. Si tratta di un sostanziale passo in avanti in vista di un accordo definitivo (previsto per la fine di giugno) che metterebbe fine ad uno stallo di oltre dodici anni in cui l’Iran ha sempre rivendicato il diritto al nucleare a scopi pacifici incontrando la tenace opposizione del resto del mondo.

Le conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano - Geopolitica.info

In realtà, e al di là delle strumentalizzazioni bipartisan dentro e fuori il Medio Oriente, l’accordo sul nucleare non ha l’importanza epocale che gli viene attribuita. È assai improbabile,  a prescindere dagli esiti dei negoziati, che l’Iran utilizzi le proprie dotazioni di uranio per costruirsi armi atomiche. Considerando che Teheran investe da decenni in programmi di ricerca nucleare avrebbe già potuto seguire le orme di India, Pakistan e Israele, ma non l’ha fatto. Ragioni strategiche hanno prevalso sulla tentazione di fare il “grande salto”. Se l’Iran costruisse la bomba,  molto probabilmente creerebbe un effetto emulazione tra i vicini.

La vera portata dell’accordo 5 +1  sta ben oltre la questione nucleare.  La prima, e più importante, conseguenza del ravvicinamento tra Stati Uniti e Iran è la fine dell’isolamento internazionale in cui il paese è stato relegato dalla rivoluzione di Khomeini oltre trent’anni fa. Dopo decenni di isolamento diplomatico, l’Iran si ripresenta sulla scena internazionale e soprattutto su quella mediorientale, dove di rimescola l’intera carta geopolitica della regione. Una regione in cui al momento si combattono quattro guerre: in Iraq, in Siria, in Libia e nello Yemen, tutte combattute lungo la faglia dello scontro religioso e politico tra sunnismo e sciismo.

I dettagli dell’accordo

Un accordo sul nucleare potrebbe rendere l’Iran meno aggressivo e rafforzare l’ala moderata di Rouhani, la cui principale preoccupazione è  ridurre il peso delle sanzioni sull’economia del paese, oppure, altra ipotesi, potrebbe aumentare l’instabilità della regione.

Tre sono i punti fermi su cui deve basarsi una valutazione obiettiva dell’impatto che l’accordo sul nucleare potrà produrre nella regione mediorientale. Primo, l’accordo di Ginevra, cosi come delineato dalla recente intesa di Losanna, non mette la parola fine alle potenzialità nucleari di Teheran. All’Iran non viene imposta la chiusura di alcun impianto né la distruzione delle riserve di uranio. Teheran conserverà circa seimila centrifughe. Il che vuol dire che in futuro sarà in grado  di dotarsi di armi nucleari. Secondo, sulla carta l’Iran  è la principale potenza dell’area. Innanzitutto sul piano economico. Secondo recenti stime l’economia iraniana è tra le prime venti al mondo in termini di parità di potere d’acquisto. L’Iran ha oltre quattromila anni di storia e di cultura. Una cultura persiana, non araba. Ha una popolazione di quasi 80 milioni di abitanti (a fronte dei 38 milioni dell’Arabia Saudita e dei 7 di  Israele), evoluta e ben istruita,  ed è uno dei massimi detentori  al mondo di riserve di petrolio e gas.

Se l’Iran rientrasse nella comunità internazionale, si aprirebbe al commercio e agli investimenti diventando con tutta probabilità lo Stato più potente del Medio Oriente. Questa prospettiva spaventa gli altri protagonisti della regione non meno delle armi nucleari. Terzo punto, infine, Stati Uniti e Iran sono già alleati, seppur non dichiarati, nella controffensiva all’ISIS.

Gli alleati americani in Medio Oriente e gli Stati  del Golfo sono convinti che  il ravvicinamento tra Iran e Stati Uniti suggellerebbe il disimpegno americano spostando l’asse dell’equilibrio regionale verso l’Iran. I tradizionali alleati degli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in testa, sentendosi insicuri potrebbero diventare più aggressivi.  Per l’Arabia Saudita l’Iran è il principale nemico ideologico, mentre Israele teme attacchi missilistici contro il proprio territorio. Entrambi nutrono una profonda diffidenza verso le dichiarazione di Tehran. Israele potrebbe decidere di colpire i siti nucleari iraniani al primo segnale di violazione degli impegni, mentre gli altri Stati arabi, Arabia Saudita in particolare, potrebbero andare oltre sfidando l’Iran su altri scenari, ad esempio in Siria.

La reazione saudita

Il riaccendersi dello scontro secolare tra sunnismo e sciismo esigerebbe per Riyadh di avere gli Stati Uniti dalla propria parte;  il disgelo con l’Iran va nella direzione opposta. I sauditi non possono più dare per scontato il sostegno statunitense. Di qui l’insolita relationship con Israele e i tentativi di costruire una propria politica autonoma dagli USA, in grado di guidare un asse strategico sunnita wahabita incentrato sul Consiglio di Cooperazione del Golfo.

L’Arabia Saudita ha ufficialmente dichiarato di voler procedere alla costruzione di una dozzina di reattori nucleari. Non dispone delle infrastrutture e nel know how tecnico necessari ma potrebbe non avere difficoltà a procurarseli all’estero considerando le risorse finanziare di cui può disporre. Si tratterebbe comunque di una ipotesi non realizzabile nel breve-medio periodo. Nel frattempo, mostra una maggiore assertività militare intensificando l’impegno militare all’interno della Peninsula Shield Force, il corpo militare di difesa comune del CCG, e intensifica la  diplomazia finanziaria. In Libia, impegnandosi a sborsare 3 miliardi di dollari a favore delle Forze Armate Libanesi e in Egitto.

Anche la posizione di Israele nei confronti dell’Iran è caratterizzata da un profondo scetticismo, quando non da una dura critica nei confronti di Washington. La maggioranza della popolazione israeliana non crede che l’accordo di Ginevra porrà fine alle ambizioni nucleari di Teheran. Tuttavia molti esperti e analisti ritengono controproducente per Israele continuare ad opporsi ad un accordo finale con l’Iran, il cui effetto sarebbe probabilmente quello di marginalizzare Israele piuttosto che Teheran e di pregiudicare gravemente le relazioni con gli Stati Uniti. Come nel caso dell’Arabia Saudita, anche se ragioni diverse, è da escludersi in realtà una ritorsione militare da parte di Israele in risposta ad un accordo ampiamente accettato dalla opinione pubblica americana e dalla comunità internazionale. Non è affatto scontato inoltre che Israele sia in grado di infliggere un “colpo mortale” alla capacità nucleare iraniana. Molto più verosimilmente Israele continuerà a rafforzare la sua capacità di difesa antimissile e ad esercitare pressioni sul Congresso USA per rallentare il più possibile la conclusione dell’accordo finale e la rimozione delle sanzioni.

Sia nel caso di Israele che dell’Arabia Saudita, che più in generale per quanto attiene alle conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano, molto dipenderà dagli Stati Uniti e da come le loro mosse verranno percepite nella regione mediorientale. Israeliani e sauditi non si allineeranno facilmente alle posizioni americane anche dopo la conclusione dell’accordo, ma se si sentiranno rassicurati da Washington potrebbero convincersi che un accordo con l’Iran è anche nel loro interesse perché in primo luogo consentirebbe di convogliare tutti gli sforzi contro l’ISIS all’interno di un’offensiva congiunta. Gli Stati Uniti potrebbero ad esempio decidersi di intensificare lo sforzo militare a fianco del CCG (oltre ai 35mila uomini già presenti nelle basi americane) o estendere l’ombrello nucleare americano agli alleati mediorientali. Di certo se nelle intenzioni di Obama l’accordo con l’Iran rappresenta un tassello fondamentale della sua dottrina di pacificazione del  Medio Oriente, allora la diplomazia americana dovrà essere di alto con questi tradizionali alleati a cui dovrà essere riconosciuto strategicamente un ruolo di primo piano nella costruzione di un ampio dialogo regionale che vada oltre il dossier nucleare.

Turchia: l’intervento della Giordania scalfisce lo scetticismo turco nella lotta all’ISIS

Il mese di febbraio ha mostrato contenuti densi e interessanti risvolti per la Turchia. Sebbene a passi tardi e lenti, sembra che essa si sia incamminata sulla strada della lotta all’ISIS fianco a fianco con la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Martedì 17 febbraio ha visto l’avvicendarsi di tre importanti eventi che segnano il possibile cambio di orientamento di Ankara nei confronti del Califfato Islamico.

Turchia: l’intervento della Giordania scalfisce lo scetticismo turco nella lotta all’ISIS - Geopolitica.info

La prima notizia riguarda la partecipazione del Capo di Stato Maggiore dell’esercito turco, il Generale Necdet Özel, ad una prima riunione tenutasi in Arabia Saudita, volta a coordinare la campagna militare internazionale contro l’ISIS, a seguito dell’inizio dei bombardamenti aerei su Iraq, Siria, Libia da parte di Giordania ed Egitto.

Il secondo importante evento che ha reso partecipe la Turchia, rappresentata in questo caso dal suo Ministro della Difesaİsmet Yılmaz, è stato il Vertice della Casa Bianca, indetto per trovare una veloce ed efficace soluzione per contrastare il reclutamento nelle fila jihadiste di combattenti occidentali, votati a compiere atti terroristici nei loro Paesi di origine. A seguito dei drammatici fatti di Parigi e Copenaghen, la partecipazione turca a tale vertice potrebbe essere un segnale lanciato da Ankara per ritrovare un dialogo con i membri della coalizione internazionale anti-ISIS, dichiarando di essere, come loro, un potenziale bersaglio di eventuali attacchi terroristici.

In ultimo luogo, il Ministro degli Esteri di Turchia, Mevlüt Çavuşoğlu, ha comunicato l’avvenuta elaborazione di un memorandum d’intesa (MoU) con gli Stati Uniti, i cui lavori di stesura proseguivano dallo scorso autunno, poiché rallentati dalle divergenze tra Washington ed Ankara riguardo l’obiettivo primario da combattere, lo Stato Islamico per gli U.S.A., il regime di Assad per la Turchia.

Tale documento, che verrà firmato nei prossimi giorni dai rappresentanti di Stati Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Turchia, prevede l’avvio, probabilmente a marzo, di un programma di addestramento ed equipaggiamento di 15.000 siriani facenti parte dei gruppi di opposizione moderata al regime di Bashar al-Assad, anche al fine di combattere l’esercito nero.

È ancora troppo avventato supporre che la Turchia stia tentando di chiarire la sua posizione nei confronti dell’ISIS, dopo le accuse di ambiguità ricevute dalla comunità internazionale. Certo è che lentamente qualcosa sta cambiando, come testimonia la ferma condanna del Ministro degli Esteri Çavuşoğlual brutale omicidio del pilota giordano catturato dagli jihadisti.“Abbiamo appreso con grande tristezza dell’uccisione del luogotenente Moaz al-Kasasbeh da parte dell’organizzazione DAESH(acronimo arabo di ISIS). Noi condanniamo questo barbaro atto terroristico ed estendiamo le nostre condoglianze alla famiglia della vittima, al governo e alla popolazione della Giordania”queste le parole delMinistro, manifestando la propria solidarietà nei confronti del Regno Hashemita, Paese con il quale la Turchia condividerà la stesura del memorandum d’intesa.

Ankara ed Amman, infatti, godono di una lunga tradizione di buone relazioni, basate sull’accordo di amicizia siglato nel 1947 e rinforzate dall’eliminazione dell’obbligo del visto alle frontiere, dall’accordo di libero mercato del 2011 e dal crescente volume degli investimenti in Giordania.

La diffusione del video sull’uccisione del pilota da parte dell’IS, ha suscitato profonde reazioni di rabbia e dolore tra la popolazione giordana, espressa dalle dichiarazioni del re Abdullah, che ha promesso una “severa risposta” e ha annunciato l’incremento degli sforzi dell’esercito nei bombardamenti alle postazioni jihadiste in Siria ed Iraq.

La Giordania, fino a poche settimane fa, si considerava un paese moderato, poco convinto della propria partecipazione alla lotta internazionale all’ISIS. Ora è fortemente animata dalla volontà di abbattere il Califfato di Al Baghdadi, che, come ha affermato la regina Rania, offre un’immagine “ripugnante” del Medio Oriente e dell’Islam.

Tale risolutezza da parte della Giordania,desiderosa di vendicare il proprio figlio, sembra aver in parte contribuito all’attenuarsi in Turchia dello scetticismo, non del tutto abbandonato, nel dover fronteggiare l’ISIS. Partecipando all’elaborazione del memorandum d’intesa a fianco della Giordania, sembra che la Turchia abbia lasciato intendere la volontà di assumere una posizione definitiva nello scacchiere internazionale della lotta allo Stato Islamico.

La Russia e il fattore saudita

Nel novembre scorso è fallito l’ennesimo ciclo di negoziati incentrato sulla questione del nucleare iraniano che ha visto nuovamente coinvolte le potenze del cosiddetto gruppo 5+1 e Teheran. Il nuovo obiettivo prefissato, a conclusione dei colloqui, è stato quello di raggiungere un accordo entro giugno 2015 dato che, secondo le dichiarazioni ufficiali, sarebbero state risolte molte delle questioni un tempo oggetto di difficile mediazione tra i Paesi occidentali, l’Iran e i suoi alleati sino-russi.

La Russia e il fattore saudita - Geopolitica.info

E’ da tempo nota l’intenzione statunitense di pervenire ad una soluzione tombale su questa spinosa questione internazionale, ambizione spesso posta direttamente in opposizione alle mire geopolitiche regionali dei partner americani del Golfo Persico. In tal senso è in realtà risaputo che mentre l’amministrazione americana, “commissariata” dal Pentagono a seguito dell’incapacità della Casa Bianca di rispondere in maniera efficace alla crisi politico-militare che ha scosso l’Iraq nel corso dell’estate, avrebbe comunque ricercato un accordo di qualche tipo con il regime degli Ayatollah per potersi disimpegnare dallo scenario mediorientale e concentrarsi verso obiettivi di più ravvicinato interesse domestico, l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo, dal canto loro, avrebbero visto come fumo negli occhi una qualunque forma di ricomposizione che avesse rafforzato il già importante ruolo iraniano nella regione, sancendo di fatto una collaborazione formale (informalmente già in essere) tra Stati Uniti e Teheran sull’Iraq e, di fatto, sulla Siria, il tutto a pieno vantaggio del regime di Assad, il quale, secondo alcuni, non sarebbe stato finora oggetto di particolari attenzioni da parte degli USA proprio per evitare di “spiacere troppo” all’Iran stesso.

Una situazione certamente paradossale, dato che sia l’Iran che il regime siriano sono notoriamente alleati della Russia di Putin, i cui interessi tuttavia collidono con quelli di Washington in Ucraina e, più in generale, in Europa orientale. Se da un lato le contraddizioni e gli errori della politica estera americana non ci stupiscono più da quando nel 2011 il presidente Obama iniziò ad incespicare su una “primavera araba” dietro l’altra, dall’altro ciò che appare abbastanza probabile è che, di fronte al rischio concreto di vedere Washington e Teheran sorprendentemente uniti a braccetto nello scenario internazionale, con tutte le imprevedibili e sconvolgenti conseguenze geopolitiche del caso, Riyad abbia dato un perentorio ultimatum agli Americani, nei termini di: “o noi o loro”.

Di fronte ad un tale diktat, Washington, folgorata sulla via di Damasco, è stata evidentemente costretta a riconoscere il ruolo chiave che i Paesi arabi ancora svolgono sullo scenario geostrategico mediorientale e globale, a cominciare dal controllo da questi esercitato sulle più importanti riserve petrolifere mondiali, e non si può certamente escludere che qualcuno abbia fatto notare agli USA che l’eventuale accordo con l’Iran avrebbe potuto costituire un eccellente cavallo di Troia per Putin, il quale aveva già approfittato della debolezza politica americana in Medioriente per aggredire impunemente l’Ucraina nell’anno ancora in corso.

Voci relative ad un programma nucleare segreto, tenuto in piedi in maniera occulta dall’Iran, a dispetto delle rassicurazioni espresse pubblicamente da Teheran in merito alla natura pacifica delle proprie ambizioni atomiche, hanno sicuramente agevolato la scelta di Washington di non spingere oltre l’acceleratore dei negoziati e di preservare la propria alleanza strategica formale con il mondo sunnita, almeno per il momento, dato che comunque l’incognita del temuto accordo sul nucleare iraniano continuerà ad incombere su Sauditi ed alleati anche nei mesi a venire, consci del fatto che Washington e Teheran condividono la sponsorizzazione politica dell’attuale governo di Baghdad.

Vittima sacrificale del mancato accordo sul nucleare iraniano è stato il Segretario alla Difesa americano “Chuck” Hagel, divenuto da tempo critico dell’obamismo in politica estera. Il fallimento dei negoziati con Teheran, condotti da una Casa Bianca posta sub tutela dal Pentagono, unito agli scarsi progressi bellici contro l’ISIS, nonché a conseguenti errori di valutazione in tema di alleanze e strategie sul terreno in Siria, ha nuovamente riportato in auge il presidente Obama, il quale ha così colto la palla al balzo per ricondurre il Pentagono all’ordine e silurare, provocandone le dimissioni, lo stesso Hagel, senza tuttavia scontentare certi ambienti del Pentagono che indubbiamente non condividevano la posizione più interventista e, evidentemente, minoritaria di Hagel, il quale avrebbe richiesto una politica più muscolare in tutto il Medioriente e, forse, meno incline all’ “appeasement”.

In tal senso è risultata vincente, almeno per una volta, la strategia obamiana, la quale, sfruttando il duro colpo inflitto dal fallimento dei negoziati iraniani ai sempre più disorientati “falchi” americani, è riuscita a squalificare  politicamente il Pentagono, sottraendogli quell’autorità morale e politica che per lunghi anni aveva evidenziato l’inconsistenza di parte delle strategie intraprese dalla Casa Bianca. Ciononostante la decisione di Washington di recedere, almeno temporaneamente, dalla firma di una obliqua, per quanto ancora assolutamente probabile, “entente cordiale” con l’Iran potrebbe essere stata indotta anche da altri fattori. Assai curiosamente, a partire dal giugno 2014, più o meno in concomitanza con l’invasione  dell’Iraq da parte delle milizie dell’ISIS (fatto, almeno in apparenza, senza alcuna correlazione), il prezzo del petrolio ha iniziato a declinare sui mercati internazionali, fatto di per sé positivo per i Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio, ma negativo per gli stati (e le organizzazioni come la stessa ISIS) che traggono dalla vendita degli idrocarburi buona parte delle proprie entrate finanziarie, come la Russia, il Venezuela e, potenzialmente (viste le sanzioni in atto), l’Iran stesso.

In particolare la Federazione Russa, già colpita dalle sanzioni occidentali imposte a causa del suo diretto coinvolgimento nella crisi ucraina, se in un primo momento aveva dimostrato di saper parare il colpo delle restrizioni economico-finanziarie di Unione Europea e Stati Uniti, col tempo ha, al contrario, iniziato ad accusare sempre maggiori difficoltà derivate dalla rapida diminuzione del prezzo del barile, la quale ha cominciato a mettere in seria crisi sia il bilancio moscovita che le conseguenti aspirazioni globali del Cremlino. Non è un caso se lo stesso Putin nel corso dell’autunno abbia iniziato pubblicamente a dichiarare, mettendo da parte il linguaggio della diplomazia, che il prezzo del petrolio, se da un lato risentiva del rallentamento dell’economia mondiale (in particolare presso quei Paesi appartenenti al cosiddetto gruppo dei BRICS), dall’altro stava subendo una manipolazione di tipo politico.

La recente decisione dell’OPEC, organizzazione a guida saudita, di non tagliare la produzione del petrolio per arrestare ed invertire l’andamento del costo dell’oro nero, ha infine inferto il colpo decisivo all’economia russa, fortemente dipendente dalle entrate derivate dalla vendita degli idrocarburi, causando il panico sui mercati e la caduta a rotta di collo del valore del rublo (già in difficoltà a causa della guerra in Ucraina), oltreché iniziando a minare profondamente le fondamenta del potere di Putin e del suo entourage politico, sempre più pressato dagli oligarchi russi, presso i palazzi del potere moscoviti. Il ruolo di Riyad e dei Paesi del Golfo in tale frangente appare indubbiamente in tutta la sua potenza. E’ indubbio, per quanto Sauditi ed alleati lo neghino, che i Paesi arabi abbiano giocato la carta del petrolio per colpire Mosca in quello che è l’attuale scontro sullo scacchiere del Vicino Oriente tra mondo sunnita e mondo sciita, quest’ultimo spalleggiato platealmente dalla Russia di Putin.

Le crescenti e prevaricanti ingerenze iraniane (e russe) in Iraq ed in Siria hanno evidentemente suggerito ai Paesi del Golfo che se si voleva mettere in crisi la strategia iraniana in atto ai danni del mondo sunnita occorreva innanzitutto togliere il terreno sotto i piedi ai protettori principali di Teheran, ovvero i Russi. Così facendo gli Arabi del Golfo, pur ricavando minori introiti dalla vendita del petrolio, hanno posto una spada di Damocle sulla Russia e, di conseguenza, sui suoi alleati mediorientali. Certamente prezzi del petrolio in caduta libera – i Sauditi già si dicono pronti a tollerare addirittura un prezzo di 20$ al barile – danneggiano allo stesso modo il nuovo “fracking” americano che necessita di alti prezzi alla vendita per rimanere conveniente.

Da questo punto di vista il mondo arabo sta compiendo una lotta su due fronti che indubbiamente non è esente da rischi nel medio e lungo periodo. Tuttavia se da un lato Sauditi ed alleati stanno provando a mandare fuori mercato la nuova industria petrolifera statunitense, nonché canadese (sabbie bituminose), dall’altro, nonostante tale livello dei prezzi risulti sfavorevole per i produttori americani, gli USA non stanno ostacolando, almeno per il momento, le politiche ribassiste dei Paesi del Golfo, dato che entrambi gli attori internazionali necessitano di mettere in crisi le “petrocrazie” che hanno aspirato negli ultimi lustri a dettare legge a livello globale, a cominciare dalla Russia di Putin fino ad arrivare al Venezuela neobolivariano (finanziatore del regime cubano, a sua volta burattinaio delle varie derive “neorivoluzionarie” centro e sudamericane dei primi anni dieci del XXI secolo – si veda il caso di ALBA) e all’Iran degli Ayatollah.

Oltre a ciò gli Americani ritengono che se l’attuale costo del “fracking” appare ancora piuttosto alto per risultare conveniente con bassi prezzi alla vendita, nel medio e lungo periodo i costi di estrazione si ridurranno notevolmente, di fatto riportando gli idrocarburi ottenuti tramite tale tecnica innovativa pienamente in seno ad una totale convenienza economica. Non si può ulteriormente escludere che il tentativo saudita di colpire il petrolio americano non funga, fra le altre ragioni in essere, da ricatto nei confronti del governo statunitense in merito allo scarso impegno e alle relative deviazioni della politica “a stelle e a strisce” rispetto le istanze geopolitiche dei Paesi del Golfo.

La Russia è stato il Paese certamente più colpito dalle manovre saudite sui mercati internazionali. Putin dovrà indubbiamente fare i conti con i problemi strutturali di una economia russa fortemente dipendente dalla vendita degli idrocarburi e pertanto particolarmente vulnerabile dall’andamento, naturale o strumentale che sia, dei prezzi di gas e petrolio sui mercati internazionali. Nell’immediato la Banca Centrale Russa sarà costretta, come già avvenuto attraverso mosse finanziarie assunte nottetempo e dettate dalla disperazione, ad intaccare le riserve di valuta estera per sostenere il valore del rublo e supportare il sistema bancario ormai in pieno affanno oltreché le necessità creditizie delle aziende nazionali. E’ in tal senso evidente che è appena iniziata una guerra di logoramento, di nervi e di liquidità nella quale la Russia rischia di giungere al termine di questa sfida completamente prosciugata. Si tratta in definitiva di uno scontro che ovviamente non potrà durare in eterno, visto che i soggetti economici in ballo e gli attori in gioco presto o tardi si troveranno di fronte alla scelta o di subire i danni di questo conflitto fino alle estreme conseguenze o di “cambiare tattica” per porre fine a questa costosissima lotta all’ultimo sangue.

Che cosa farà Putin? Indubbiamente lo stesso presidente russo sta già facendo i conti con il mondo degli oligarchi, un tempo suoi fedeli alleati, i quali di giorno in giorno vedono liquefarsi il proprio potere economico come neve al sole  a causa della perdita di valore delle moneta nazionale, della relativa inflazione, della prossima recessione economica e di un parallelo isolamento internazionale che ha già posto la Federazione Russa, a causa della sfiducia economica indotta dalle sanzioni, in una posizione difficilmente desiderabile per un qualunque uomo d’affari. Da questo punto di vista Putin potrebbe essere indotto a scendere a più miti consigli e cercare un accomodamento sui fronti caldi dell’Ucraina e del Medioriente, una sconfitta onorevole che gli potrebbe addirittura consentire di mantenersi in sella ancora per un bel po’ di tempo. Tuttavia Putin stesso potrebbe tentare di giocare la carta del “tutto per tutto”, eventualmente da un lato continuando a fare buon viso e cattivo gioco come finora accaduto in Ucraina, e dall’altro provando a diversificare l’economia russa, allacciando vitali e faustiani rapporti commerciali con la vicina Cina.

La Cina, dal canto suo, condividendo nemici comuni a quelli dell’ingombrante vicino russo, probabilmente sarebbe a sua volta pronta a lanciare un salvagente al Cremlino, tuttavia il prezzo da pagare a Pechino forse potrebbe risultare fin troppo alto per Mosca per essere tollerato. E’ evidente che la Cina potrebbe fungere da spalla per Putin a patto di strappare contratti di fornitura energetica straordinariamente vantaggiosi per l’ex “Celeste Impero”, di fatto riducendo di molto i margini sia per l’erario russo e per la stessa Gazprom. Parimenti la Cina con ottime probabilità pretenderebbe, in cambio di un suo appoggio nel consesso internazionale, il libero accesso ai mercati centro-asiatici, in particolare quelli energetici, di fatto scalzando via la Russia da quello che Mosca ritiene da secoli essere il proprio giardino di casa nonché la propria riserva energetica strategica privata.

Alla fine Mosca, ridotta a mero gregario del governo di Pechino, rimarrebbe con il classico cerino in mano, avendo pagato molto più del dovuto le proprie ambizioni imperiali, di fatto vanificate da una Cina che pare non abbia ancora dimenticato le conseguenze politiche della storica battaglia del Talas di epoca medievale. I rischi per il presidente Putin sono indubbiamente molteplici e non si può addirittura escludere che Mosca, qualora si adoperasse per mettere convenientemente in quiescenza la guerra in Ucraina, possa contemporaneamente cercare in qualche modo di alimentare un nuovo conflitto o rinfocolarne qualcuno in essere, possibilmente non  direttamente correlabile a manovre geopolitiche russe, per incrementare l’instabilità internazionale e conseguentemente spingere i prezzi del petrolio verso l’alto.

Dal canto loro gli Americani, per quanto possano sicuramente beneficiare dei rovesci finanziari moscoviti, non stanno mietendo particolari successi sul campo di battaglia. A Kobane i guerriglieri curdi, coadiuvati dalle truppe dell’Esercito Libero Siriano (FSA), sono per il momento riusciti a tenere testa ai miliziani dell’ISIS, impedendo la caduta totale della città. Tuttavia la notizia, più che vertere sulla resistenza opposta dai curdi e dalla coalizione internazionale alle bande di Al-Baghdadi, risiede nel fatto che l’ISIS, nonostante i raid della coalizione a guida americana, tutt’ora sia riuscita a mantenere sotto il proprio controllo un’ampia fetta dell’abitato, generando numerosi dubbi sulla concreta efficacia della strategia politico-militare adottata dagli USA in Siria.

Nello stesso Iraq si sono riscontrati scarsi successi sul terreno (la recente avanzata curda nei pressi della regione di Sinjar rappresenta forse la vittoria più importante finora ottenuta) e tutti fondamentalmente conseguiti grazie all’intervento sul campo di battaglia sia delle truppe curde, vere protagoniste della controffensiva anti-ISIS in corso, sia delle milizie filoiraniane sostenute  da Teheran. In tale scenario l’apporto iraniano appare assolutamente determinante sia per la tenuta del governo di Baghdad, sia al fine di  dotare il governo iracheno di una vera e propria forza armata nazionale, scarsamente identificabile, allo stato attuale, dalle cosiddette truppe regolari, già battute e disperse dall’ISIS nel corso dell’invasione di giugno. Gli Americani da questo punto di vista appaiono consapevoli del fatto che occorrerà diverso tempo per ricostituire l’esercito iracheno, nonostante gli USA stessi l’avessero già teoricamente rimesso in piedi nel corso della lunga occupazione statunitense del Paese.

A tal scopo gli USA stanno effettivamente progressivamente incrementando la presenza di soldati americani in Iraq, dell’ordine di alcune migliaia, al fine di accelerare l’addestramento di nuove unità dell’esercito iracheno, dato che secondo la dottrina Obama i soldati americani non devono partecipare direttamente ad azioni di guerra. A loro volta gli stessi peshmerga, il cui eroismo è universalmente riconosciuto, difficilmente potranno giustificare agli occhi del proprio popolo che sta pagando un tributo di sangue altissimo, il proseguimento dell’avanzata laddove le stesse rivendicazioni territoriali curde terminano, di fatto rendendo indispensabile l’utilizzo di un esercito regolare iracheno che veda sia la componente sciita che sunnita parimenti rappresentate. Non a caso la vicinanza sullo scenario iracheno, per quanto informale, tra USA ed Iran (quest’ultimo impegnato sempre più spesso con proprie forze terrestri ed aeree in aree irachene a ridosso del proprio confine, per non parlare di forze speciali e consiglieri militari ampiamente dislocati in area mesopotamica), spiace ai Paesi del Golfo, come poc’anzi detto, e, allo stesso modo, non piace neppure ad Israele, il quale, assai vicino, per motivi di opportunità legati alle ambizioni nucleari iraniane, alle posizioni geopolitiche dell’Arabia Saudita, sta indubbiamente parteggiando per la causa della rivolta siriana, intrattenendo rapporti con gruppi ribelli, anche con quelli che gli Americani considerano alla stregua di nemici, come Al-Nusra, coadiuvando, in un certo qual modo, il loro stazionamento a ridosso del confine con la Siria in funzione anti-Iran ed anti-Hezbollah.

La stessa Turchia, per quanto da un lato, dopo aver preso atto dell’inutilità di conservare il completo isolamento di Kobane a fronte degli aiuti americani paracadutati a favore dei curdi asserragliati in città, abbia concesso il libero transito verso la Siria al “minore dei mali”, ovvero alle milizie curde irachene, con le quali intrattiene da tempo rapporti di relativa ed interessata collaborazione e, più recentemente, di cooperazione in tema di addestramento militare, e dall’altro abbia promesso al governo iracheno un aiuto sostanziale contro l’ISIS, rimane defilata rispetto le azioni della coalizione internazionale a guida americana, nell’attesa di veder soddisfatte le proprie istanze relative al rovesciamento del regime di Assad.

Gli stessi stati europei che bombardano l’ISIS in Iraq tutt’ora non sembrano voler compiere il medesimo passo in Siria, ben sapendo che il territorio siriano rappresenti il punto focale di un vasto scontro fra sfere di influenza globali nel quale importanti Paesi come Francia e Regno Unito stanno giocando un ruolo di primo piano assieme ai Paesi arabi. Di queste e di altre complicanze gli Americani sembrano non preoccuparsi eccessivamente, per quanto la frammentazione che contraddistingue la coalizione internazionale costituita con il fine  di combattere l’ISIS stia minando l’efficacia dell’azione politico-militare nella regione contro un’organizzazione che, da un punto di vista strutturale, assai assomiglia alla mitologica Idra di Lerna.

Una stanchezza, quella americana, che si è resa ben evidente anche sullo scenario ucraino, per quanto in tal caso fossero proprio gli Americani stessi, o, perlomeno, una parte dell’establishment politico ed amministrativo USA, il primo motore dell’opposizione geopolitica alla Russia putiniana emersa in questi ultimi anni, un’opposizione che però necessita del ruolo forte della pressione economica europea (i cui obiettivi non sempre sono coincidenti con quelli di Washington sia in termini economici che geopolitici) per diventare veramente efficace. Ciò appare vieppiù vero nel momento in cui sembra che gli Americani ancora non abbiano deciso, dopo la fin troppo “lunga stagione” degli equipaggiamenti “non letali”, se rifornire o meno di adeguate dotazioni militari l’esercito ucraino, pur avendo acconsentito, a livello parlamentare, a dare il via libera a tale possibilità. Ciò che invece si mostra evidente è come la spesa miliare degli ex-Paesi facenti parte del Patto di Varsavia, ora nella Nato, stia progressivamente lievitando, a tutto vantaggio dell’industria bellica europea ed americana.

Il recente ritorno del presidente Obama “dai giochi forzati nel campo da golf” ha già prodotto due risultati che si sposano perfettamente con il modo di pensare “presidenziale” in tema di politica estera.

Il primo è stato l’annuncio della riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba e della prossima conclusione dell’embargo: un’ottima idea in funzione anti-russa (visti i frequenti approcci economico-militari moscoviti nell’area) ed anti-venezuelana (l’andamento del prezzo del petrolio deve aver preoccupato non poco L’Avana) se non fosse stata prontamente trasformata nell’ennesima trovata pubblicitaria che se, a livello mediatico, ha accarezzato le orecchie di tutti i mezzi di informazione globali, anche grazie alla cassa di risonanza rappresentata dal ruolo di Papa Francesco, a livello pratico si dovrà scontrare con la prossima maggioranza repubblicana al Congresso.

La seconda, e ben più maldestra della prima, mossa ad effetto della Casa Bianca è stato l’utilizzo strumentale del hackeraggio nordcoreano compiuto ai danni della Sony, relativo al controverso film “The Interview”, un episodio fondamentalmente “sospetto” dato che gli Stati Uniti posseggono tutti gli strumenti per escludere la rete internet della Corea del Nord dal resto del mondo (come poi effettivamente messo in atto dagli USA stessi, anche se per poche ore) e per prevenire simili attacchi contro il suolo statunitense. In tal senso sembrerebbe, ad una disincantata analisi della realtà, che prima si sia preferito cercare lo scandalo per mettere il presidente Obama sotto la benigna luce dei riflettori e poi si sia proceduto a “controbattere” al regime nordcoreano attraverso un azione di hackeraggio contro le infrastrutture informatiche del Paese, certamente generando più visibilità per Obama e per le mire elettorali del Partito Democratico, oltreché per la campagna pubblicitaria della Sony Pictures Entertainment, che per il prestigio morale e politico degli Stati Uniti, in particolare dal momento in cui è ben noto che nel caso dell’improbabile remake del celebre film “Red Dawn”, gli USA si siano ben guardati dall’attaccare direttamente il loro reale competitore nell’area del Pacifico, la Cina, Paese detentore di una parte non irrilevante delle fortune economiche americane e finanziatore di un nuovo canale marittimo in Nicaragua, in via di realizzazione ed in diretta competizione con quello di Panama (sempre che il progetto si dimostri concretamente realizzabile…).

Ciò ovviamente non vuole sminuire il grado di minaccia che il regime nordcoreano rappresenta a livello regionale (e non solo), tuttavia la mossa dell’amministrazione americana assomiglia più ad un gesto di piccolo “cabotaggio” che ad una seria azione di stampo politico-strategico volta a dimostrare la propria superiorità al transoceanico vicino cinese.

A dire il vero, in tale prospettiva, i più che ragguardevoli progressi dell’economia americana emersi recentemente all’onore delle cronache, dopo anni di risultati non all’altezza delle aspettative, non stridono in maniera così plateale con una politica estera in parte ridimensionata, dato che, seppur nell’era del divisivo e, a questo punto, sfortunatissimo presidente Obama, il quale ha visto nuovamente (ed incredibilmente) scoppiare tensioni di carattere razziale negli USA, gli Americani devono aver compreso che, come ha insegnato l’era Bush, il ruolo di poliziotto del mondo può essere eccessivamente costoso da sopportare a fronte di “presunti benefici politici” assai dispendiosi da mantenere, soprattutto quando le banche americane sono ancora sommerse da titoli tossici e i redditi reali stentano parimenti a decollare.

La stessa asserzione proveniente dagli Stati Uniti tendente a giustificare la necessità di un proprio disimpegno dal Medioriente per focalizzarsi maggiormente sull’area pacifica, in particolare a fronte del raggiungimento di una sostanziale autosufficienza energetica in Patria (il cui eventuale surplus sta in tutti modi cercando la strada dell’Europa, come la Germania e la Russia sanno bene), in parte collide con le recenti dichiarazioni del governo giapponese il quale paventava la possibile totale assenza di portaerei americane nell’Estremo Oriente, notoriamente permeato da tensioni regionali, nel corso del 2015 per un periodo di circa quattro mesi, una vacanza in parte dovuta a problemi legati ad un bilancio federale che ha recentemente visto la propria coperta finanziaria diventare troppo corta nel settore della Difesa.

A dimostrazione della necessità di un sempre maggior impegno dei partner americani a livello militare, in particolare a fronte di un’America che deve fare i conti con i propri problemi interni, ha recentemente suscitato l’attenzione dei media la notizia che il Regno Unito, dopo quasi cinquant’anni dal proprio “ritiro” ad “Est di Suez”, abbia annunciato la riapertura di una base navale nel Bahrein, il piccolo stato mediorientale nel quale, guarda caso, la politica attendista delle forze americane (ricordiamo che il Bahrein è sede della V flotta USA) nel corso delle manifestazioni occorse in seno alla cosiddetta “Primavera araba” ha spinto l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo, nonché altri alleati internazionali, ad iniziare a prendere in mano le redini della situazione regionale.

La realizzazione della base navale britannica, finalizzata a proteggere gli interessi  e i cittadini di Sua Maestà nel Golfo ed in grado di ospitare le nuove portaerei in dotazione alla Royal Navy, verrà quasi interamente finanziata dalla locale casa regnante sunnita, a lungo pressata dalla turbolenta maggioranza sciita che costituisce la parte preponderante della popolazione di questo piccolo ma ricchissimo regno. Tale mossa non deve essere particolarmente piaciuta all’Iran e ai suoi alleati, dato che l’annuncio della riapertura della base navale inglese ha scatenato tutta una serie di proteste nel Paese inscenate dalla parte più politicizzata dalla componente sciita. Ciò che infatti sottende tale mossa geopolitica, come in parte dichiarato dallo stesso ministro degli esteri britannico Hammond, è che la Gran Bretagna e la Francia intendano assumere un ruolo di maggior rilievo nella sicurezza del Medioriente, nei fatti nel tentativo di incominciare a coprire i vuoti lasciati dagli Stati Uniti che tanto danno hanno causato alla regione.

La stessa Francia, la quale ha recentemente riaffermato la sua supremazia nella cosiddetta Françafrique messa in discussione dalla Cina, già da tempo sta percorrendo in lungo ed in largo il Golfo Persico per cercare di guadagnarsi l’appoggio economico delle ricche monarchie del Golfo e, oltre ad aver già aperto una base militare congiunta negli Emirati Arabi Uniti nel 2009, sta facendo affari d’oro con l’Arabia Saudita in campo militare, ad esempio in scenari quali il Libano (presso il quale lo stesso Regno Unito, posto all’inseguimento di Parigi, ha fornito al governo un sistema di torri di difesa in funzione anti-ISIS da porre sul confine siriano). Da questo punto di vista il Regno Unito ha sicuramente interpretato la mossa francese come una sorta di prevaricazione a cui far seguire una “risposta”, rispetto una regione presso la quale Londra ritiene di avere dei diritti di “primogenitura”, pur sapendo quanto sia necessario scendere a patti con la Francia per gestire il clima di instabilità che permea ormai vaste aree globali, spesso di importanza strategica sia dal punto di vista economico che energetico per entrambi i Paesi europei.

La riapertura della base navale nel Bahrein, oltreché riaffermare il nuovo impegno britannico nella regione (accompagnato da una maggiore presenza militare in Iraq con l’invio di centinaia  di uomini e decine di mezzi in seno al programma di addestramento delle forze irachene), potrebbe costituire una nuova testa di ponte per esperienze analoghe a livello planetario, suggerendo già la possibilità di ripristinare basi permanenti in Paesi quali la Nigeria e l’Egitto (Paese soggetto all’interessamento moscovita presso il quale gli Americani hanno dovuto accettare il nuovo corso voluto dall’Arabia Saudita ed alleati, parzialmente riaprendo il rubinetto degli aiuti militari) e potenziare insediamenti militari tutt’ora esistenti come quello presso il sultanato del Brunei.

In particolare riaffermare una propria presenza stabile nel Pacifico potrebbe rappresentare un fatto di natura vitale per la politica estera e per il commercio britannico, soprattutto in considerazione delle difficoltà incontrate nei rapporti con la Cina che si sono recentemente confermate nei fatti relativi ai disordini di Hong Kong.

Riyad, nuovo baricentro politico del Vicino Oriente?
Nel dicembre 2010 è scoppiata in Tunisia la rivolta contro il regime di Ben Ali che ha sancito l’inizio delle cosiddette “rivoluzioni arabe”. La fiamma della protesta si è propagata velocemente lungo i Paesi del Maghreb e del Medioriente mettendo in discussione il potere di consolidate autocrazie che hanno retto per decenni i destini di quella vasta area del mondo. Per quanto l’argomento necessiti indubbiamente di un’analisi più approfondita, in questa sede possiamo limitarci a rilevare che le cause del malcontento che ha portato centinaia di migliaia di persone a riempire le piazze delle maggiori città del Vicino oriente e della costa mediterranea dell’Africa sono da ascriversi principalmente ad un progressivo aumento del prezzo dei generi alimentari che ha messo via via in ginocchio le già magre finanze di una popolazione che spesso vive presso la soglia della povertà e che è stata storicamente educata dai regimi politici locali a covare un forte risentimento anti-occidentale ed anti-israeliano al fine di nascondere le inefficienze, le mancanze e la corruzione che caratterizzano da sempre i governi impersonati dal “ra’is” mediorientale di turno.

Riyad, nuovo baricentro politico del Vicino Oriente? - Geopolitica.info
Approfittando del diffuso malcontento politico ed economico e delle situazioni sociali più degradate, il fondamentalismo islamico di natura politica, organizzato da esponenti delle classi medio-alte della società, ha acquistato progressivi consensi fra la popolazione e ha per anni pazientemente preparato la sua ascesa al potere attendendo il momento più propizio per mettere in atto i suoi piani di occupazione sistematica di tutte le posizioni chiave dello Stato. Da questo punto di vista è esemplare il caso dell’Egitto che nel gennaio 2011 è stato coinvolto nella rivolta che è dilagata con estrema celerità in Medioriente e che ha visto l’ascesa al potere del partito dei Fratelli Musulmani il quale, messe da parte le deboli forze democratiche e liberali presenti nel Paese che pure avevano partecipato inizialmente alle manifestazioni anti-Mubarak, ha assunto rapidamente il controllo della piazza e con essa del Paese. A questo punto, messo in discussione lo status quo dell’Egitto, alleato storico degli Usa, la mossa successiva che tutti si attendevano verteva su un forte intervento politico degli Stati Uniti al fine di garantire la continuità della politica estera del governo de Il Cairo a fronte dell’importante posizione strategica del Paese e dei conseguenti cospicui finanziamenti che Washington elargisce da decenni a favore delle forze armate e dell’economia del Paese del Nilo.

Oltre a ciò ci si attendeva che gli Americani iniziassero a mettere in atto tutta una serie di contromosse politiche volte a far sì che la propria supremazia nell’area, su cui si erano innestati gli interessi degli alleati degli Usa, non venisse messa in discussione da cambiamenti di regime che non andassero nella direzione più o meno desiderata. Abbiamo assistito al contrario ad una politica di “inazione totale” promossa dall’amministrazione Obama che, mano a mano che la situazione in Medioriente e nel Maghreb seguitava a precipitare, è rimasta ad osservare passiva quanto stava accadendo e a “benedire gratuitamente”, come accaduto in Egitto, qualunque regime tentasse di sorgere dalle ceneri dei precedenti governi rovesciati dalle proteste di piazza. L’assenza americana sullo scenario mediorientale da un lato ha messo in pericolo gli interessi europei nell’area e dall’altro ha lasciato attoniti i Paesi del Golfo che, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, hanno sempre contato sulla presenza politica e militare statunitense al fine di garantire la stabilità nella regione. In particolare la casa reale dei Saud ha iniziato a temere per la propria sopravvivenza politica quando il germe della rivolta è sbarcato sulla penisola arabica ed in particolare nel Bahrein. Nel piccolo regno del Golfo persico regna la dinastia degli Al-Khalifa di fede sunnita mentre la popolazione appartiene in maggioranza alla fede sciita.

La rivolta in Bahrein ha conosciuto subito l’infiltrazione di elementi filoiraniani e, di conseguenza, delle ambizioni regionali di Teheran, la quale ha tentato fin dai primi momenti di sfruttare la confusione in atto per estendere la propria influenza nella regione. Gli scontri di piazza in atto in Bahrein hanno immediatamente preoccupato Riyad che ha organizzato nel marzo 2011, su richiesta del re del Bahrein ed in collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti ed altri paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo, un intervento militare nel piccolo regno mediorientale scosso dalle richieste di riforme di una maggioranza che mal sopporta il governo della casa reale sunnita al potere. La vicina monarchia del Qatar non è rimasta a guardare gli eventi dall’esterno e, animata da un’intraprendente e spregiudicata politica estera promossa dall’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani (a cui è succeduto il figlio nel giugno scorso), ha pensato bene di cavalcare l’onda delle rivolte laddove fossero presenti forti movimenti islamici, da sempre sostenuti politicamente e finanziariamente dall’emirato stesso: in primo luogo Egitto, Libia e Siria oltreché Tunisia. Nel febbraio 2011 sono scoppiate le prime rivolte in Libia che hanno visto la feroce repressione di Gheddafi, azioni che hanno suscitato l’indignazione della comunità internazionale.

In questo contesto si è affacciata la Francia che vanta forti interessi in Africa occidentale e che sta conducendo nell’area un serrato confronto politico-economico con le ambizioni internazionali della Cina. Il petrolio della Libia ed il suo ruolo geopolitico non hanno richiamato l’attenzione esclusivamente di Parigi ma anche di Londra, la quale ha compreso presto quanto fosse meglio “cavalcare la tigre” dei cambiamenti in atto in Medioriente appoggiando la richiesta francese di intervento militare contro il regime di Gheddafi piuttosto che stare a guardare i Francesi intavolare relazioni privilegiate con il mondo arabo, importante partner finanziario della City. Se Francia e Regno Unito hanno assunto subito l’iniziativa politica in Libia (anche in funzione anti-turca, anti-russa nonché anti-cinese), Washington, permeata dall’immobilismo obamiano, inizialmente non si è fatta coinvolgere dagli entusiasmi anglo-francesi per una possibile avventura libica, salvo poi partecipare alla campagna aerea contro Gheddafi grazie ai buoni uffici dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton e al più che probabile interessamento delle compagnie petrolifere americane. Sul fronte opposto al regime di Tripoli si sono aggiunti anche alcuni Paesi del Golfo, tra i quali il Qatar che da allora in poi ha assunto ufficialmente un ruolo chiave nei focolai di crisi più importanti del mondo islamico. Se da un lato Francia, Regno Unito e Paesi del Golfo sono diventati attori attivi in seno ai mutamenti storici in corso nel Vicino Oriente, dall’altro la politica estera obamiana ha mostrato tutta la sua inadeguatezza rispetto al ruolo politico-militare che gli Stati Uniti hanno saputo storicamente plasmare nei decenni successivi alla crisi di Suez del 1956.

Il declinare dell’influenza americana si è reso evidente non solo nella promozione del “non intervento” nelle crisi in atto ma anche nella gestione del travaglio egiziano con l’avallo del governo dei Fratelli Musulmani da parte della Casa Bianca, avallo al contrario negato dal premier britannico Cameron che nel corso di una sua visita a Il Cairo dopo la caduta di Mubarak ha incontrato tutti gli esponenti dell’opposizione al regime eccetto quelli dei Fratelli Musulmani. Da questo punto di vista gli Americani non solo hanno frettolosamente ed improvvidamente scaricato Mubarak lasciandolo al suo destino, in mano ad un esercito disorientato dagli eventi e politicamente abbandonato dai suoi alleati storici, ma hanno addirittura disconosciuto la loro politica estera precedente appoggiando con grande leggerezza un governo di stampo teocratico e di matrice anti-occidentale, quale quello dei Fratelli Musulmani, causando le ire di Israele e di alcuni Paesi arabi quali l’Arabia Saudita, traditi due volte dagli Americani, una prima volta di fronte alla loro inazione sul campo, una seconda volta di fronte all’appoggio offerto ai loro nemici storici o contingenti. Al contrario il Qatar, sostenitore dei Fratelli Musulmani, ha inizialmente tratto beneficio politico dal nuovo corso egiziano, trovandosi in contrasto con Riyad sul governo de Il Cairo ma in alleanza con l’Arabia Saudita in Libia e Siria.

La stessa politica estera americana ha conosciuto un nuovo tracollo di credibilità nel momento in cui l’esercito egiziano, un tempo “confortato” nelle proprie azioni dagli Stati Uniti, si è sentito sufficientemente forte per fare da sponda all’opposizione “laica e liberale” scesa prepotentemente in piazza contro Morsi (questa volta stranamente organizzatissima rispetto alla prima fase della rivolta egiziana quando fu letteralmente scaraventata giù dal palco dai Fratelli Musulmani) e per defenestrare definitivamente il governo dei Fratelli Musulmani, sostenuto politicamente dalla Casa Bianca, riabilitando infine la figura del deposto presidente Mubarak. Tutto ciò ha potuto avere luogo nel momento in cui alcuni Paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, hanno messo a disposizione de Il Cairo, oltreché il proprio appoggio politico, 12 miliardi di dollari come primo viatico per ristabilire l’ordine nel Paese, una cifra di denaro tale da far impallidire l’aiuto economico americano ancora elargito a favore dell’Egitto in cambio dell’accettazione di un nuovo status quo sostenuto da Obama che prevedesse il totale disimpegno della Casa Bianca tutto a vantaggio dei piani della fratellanza musulmana. E’ in quest’ottica che probabilmente va letta la sostanziale estromissione politica (e il suo conseguente “auto-allontanamento”) del mal sopportato El Baradei, “uomo per tutte le stagioni” ma ultimamente vicino a Washington e pertanto mal visto dal nuovo uomo forte d’Egitto, il generale Al-Sisi.

La caduta del regime dei Fratelli Musulmani ha ridimensionato le mire qatariote nel Medioriente mentre ha adombrato la supremazia saudita nell’area. Dopo che in Libia gli Americani avevano tentato, in maniera fallimentare, di mettere il “loro uomo” alla guida del governo del Paese, gli stessi hanno provato a mettere in atto la stessa tattica in Siria. In entrambe le situazioni la pragmatica politica della CIA non era supportata altrettanto fattivamente dalla Casa Bianca e, in mancanza di aiuti materiali e morali da parte di Washington, il candidato americano è stato defenestrato a favore di candidati vicini a chi offriva “contenuti concreti” alle rivoluzioni in corso. In Siria l’azione politica europea ha visto coinvolta in prima linea la Francia, quale ex potenza coloniale mandataria a cui l’opposizione siriana ha chiesto apertamente aiuto, ed il Regno Unito, quale interprete delle preoccupazioni dei Paesi del Golfo, nelle vesti di partner economici di Londra e di “ex colonizzati” di Sua Maestà. Questa volta tuttavia il Qatar e l’Arabia Saudita si sono trovati, come in Libia, dalla stessa parte nel ruolo di principali finanziatori e sostenitori dei gruppi di opposizione, il Qatar maggiormente rivolto ai gruppi islamisti con risvolti per la verità piuttosto ambigui, l’Arabia Saudita interessata alla leadership sul campo prontamente assunta a suon di petroldollari ai danni del politicamente effimero candidato americano.

La Siria, per quanto di maggioranza sunnita, tuttavia ha presentato fin da subito difficoltà politico-militari non di poco conto dato che il regime della minoranza alawita (di matrice “sciita”) di Assad non è politicamente isolato come quello libico o concatenato con l’Occidente come quello egiziano. Assad può godere della protezione della Russia, la quale beneficia dell’utilizzo di una base navale a Tartus fin dai tempi della Guerra Fredda, e dell’Iran (a sua volta legato a Russia e Cina), che necessita dell’appoggio siriano per minacciare i Paesi del Golfo, Israele e porre sotto scacco il Libano e Tel Aviv tramite Hezbollah. Israele, disorientato dalla posizione americana, in questo contesto ha indubbiamente dovuto rivedere le sue priorità nella regione, condannare la caduta del regime di Mubarak e plaudere al ritorno dell’esercito al potere, condividere assieme alla Turchia l’aiuto all’opposizione siriana contro Assad ma sostenere Al-Sisi dalle critiche dell’islamico Erdogan, supportare l’Arabia Saudita, pur temendone l’accresciuta potenza, nell’azione in Siria ed in Egitto ma contrastare i piani qatarioti in Egitto a favore dei Fratelli Musulmani e, di conseguenza, di Hamas.

Oggi l’Arabia Saudita, assieme ai Paesi del Golfo compreso un Qatar che sembra aver intrapreso una strada caratterizzata da più miti consigli rispetto il mondo dell’integralismo islamico, nei fatti rappresenta il più importante attore politico della regione, un perno sul quale gli interessi di singoli stati europei (non dell’Unione Europea in quanto tale, la quale continua a dimostrare la propria ininfluenza politica) hanno posto il loro lubrificante per favorire la stabilizzazione dell’area. Allo stesso modo la politica del presidente Obama, il quale vive fin dalla sua prima elezione alla Casa Bianca quale separato in casa con il Pentagono e con i “falchi” americani, è piuttosto estranea alla tradizionale visione strategica statunitense nella regione. Obama, rinchiusosi a riccio sui problemi della politica interna (con modesto successo per la verità), ha dimostrato di possedere scarso interesse per le crisi internazionali e forse, in cuor suo, simpatizza per quelle rivendicazioni, giuste o sbagliate che siano, che mostrano “corrispondenza di amorosi sensi” con la storia del proprio vissuto personale e familiare. Se da un lato Obama è forse l’interprete di quelle che sono le aspettative e le priorità delle classi sociali medio-basse che fanno sentire una crescente pressione in seno al corpo elettorale americano, dall’altro, così facendo, il ruolo geopolitico degli Stati Uniti nel mondo si avvia verso un inevitabile ridimensionamento.

Se in campo occidentale diminuisce il ruolo degli Usa aumenta quello anglo-francese ed in particolare Parigi sta conducendo con successo, in cooperazione con le forze armate di alcune ex-colonie, un intervento militare in Mali contro le milizie islamiche inizialmente sostenute dal Qatar, accrescendo il proprio prestigio politico-militare in seno a quello che la Francia considera il “proprio giardino di casa” e mettendo in secondo piano una Cina che, per quanto colosso economico, è ancora un attore politico immaturo frenato da una classe dirigente non ancora preparata a compiere il “grande balzo in avanti” nel mondo. E’ altresì difficile valutare se l’obamismo imperante sia una tendenza destinata a durare o meno nel lungo periodo, tuttavia le difficoltà del bilancio federale degli Stati Uniti lasciano presagire che l’obamismo tragga in parte anche ragione da problematiche legate a più comprensibili difficoltà finanziarie e a conseguenti tagli nel comparto della Difesa.
La corsa all’ accaparramento delle terre
In Africa, in Asia e in America latina, da alcuni anni tiene banco il controverso tema dell’accaparramento di terre – in inglese, land grabbing – ovverosia l’acquisizione di larghi appezzamenti, da parte di soggetti stranieri pubblici o privati, per la coltivazione di prodotti destinati al mercato nazionale ed estero.

La corsa all’ accaparramento delle terre - Geopolitica.info
Un fenomeno che ha subito una forte accelerazione dopo la crisi economica del 2008 e che, secondo i dati dell’International Land Coalition, ha registrato negli ultimi dieci anni la vendita di 106 milioni di ettari di terreno nei paesi in via di sviluppo. Per avere un’idea più precisa basti pensare che in questo momento nei paesi più poveri ogni quattro giorni un’area di terra più grande dell’intera città di Roma viene venduta ad investitori stranieri. Questi terreni, se fossero coltivati potrebbero dar da mangiare al miliardo di esseri umani che oggi soffrono la fame. Ma due terzi dei nuovi proprietari prevedono di esportare tutto quello che su queste terre viene e verrà prodotto. Quasi il 60% di questa terra inoltre è destinata a colture utilizzabili per i biocarburanti. Quando invece servirebbero maggiori investimenti a favore dei piccoli agricoltori.

A dare il via all’acquisto di grandi appezzamenti di terreni in Africa e in Sud America è stato re Abdullah dell’Arabia Saudita, che sulla scia della crisi alimentare del 2008, si è accorto che il petrolio portava miliardi di dollari ma che in tutto il suo immenso regno galleggiante su un mare di greggio non c’era un solo angolo di terra che producesse qualcosa di commestibile per i suoi sudditi. Così ha deciso di usare i petrodollari per acquistare migliaia di ettari di terreno in Etiopia e affittare immensi appezzamenti di terra in Zambia e in Tanzania, dove coltivare riso e cereali a buon prezzo per le esigenze del suo regno.

La Cina, sempre in cerca di risorse alimentari e minerarie, ha seguito subito l’esempio del sovrano saudita, dando vita a un vero e proprio rastrellamento di terreni su scala mondiale, come prova l’acquisto di due milioni e 800mila ettari nella Repubblica democratica del Congo, di due milioni di ettari in Zambia, di diecimila in Camerun, di quattromila in Uganda e di tremila in Tanzania. Oltre all’affitto di migliaia di ettari in Algeria, in Mauritania, in Angola e in Botswana. Senza dimenticare che i terreni non vengono solo coltivati, ma forniscono anche immense risorse minerarie che chiaramente Pechino sfrutta a man bassa senza alcun beneficio per le popolazioni locali.

Dopo la Cina a lanciarsi nel land grabbing è stata un’altra potenza emergente: l’India. Usando lo stesso sistema cinese, Nuova Delhi ha iniziato a comprare cinquantamila ettari in Laos, sessantanovemila in Indonesia, diecimila in Paraguay e anche in Uruguay. Ma il grosso degli acquisti gli indiani lo hanno fatto in Argentina dove hanno acquistato 614mila ettari di terreno, poi, in ordine decrescente, in Etiopia (370mila ettari), in Malesia (289mila ettari) e in Madagascar (232mila ettari).

Senza tralasciare il dinamismo della Corea del Sud che, attraverso le multinazionali Daewoo e Hyundai, sta comprando terreni in tutta l’Africa. Poi ci sono anche Qatar, Bahrain, Emirati Arabi Uniti che usano i petrodollari per acquistare centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile in Africa e in Sud America. Mentre, prima della rivolta di febbraio, la Libia aveva barattato un contratto di fornitura di gas all’Ucraina in cambio di 247mila ettari di terreno. Non mancano infine le solite multinazionali del cosiddetto “primo mondo”, in prevalenza industrie alimentari ma anche industrie minerarie.

Numerosi istituti di ricerca e agenzie governative internazionali sostengono che il fenomeno del land grabbing potrebbe rappresentare un’importante occasione di sviluppo e apportare benefici economici non soltanto agli investitori stranieri ma anche ai paesi destinatari degli investimenti. Gli accordi commerciali per l’acquisto della terra permetterebbero ai paesi africani di aumentare la produttività agricola e di liberarsi dalla dipendenza dagli aiuti stranieri. Sono soprattutto le istituzioni finanziarie internazionali a incoraggiare questi accordi tra le grandi multinazionali e i paesi in via di sviluppo.

Negli ultimi mesi, il land grabbing è stato oggetto di studio della Commissione delle Nazioni Unite sulla sicurezza Alimentare Mondiale. Il forum dell’Onu ha adottato un documento che contiene le linee guida per proteggere le popolazioni locali dai danni provocati da questa pratica, in cui vengono stabilite regole di trasparenza rispetto alle procedure di investimento e acquisizione della proprietà dei suoli, rafforzando il ruolo e la partecipazione degli agricoltori locali e delle piccole aziende.

Nello studio viene riconosciuto agli investimenti pubblici e privati il ruolo indispensabile di migliorare la sicurezza alimentare dei paesi più poveri, ma raccomandata la messa in atto di meccanismi di tutela che preservino i diritti di proprietà delle popolazioni locali. Queste linee guida costituiscono un importante punto di riferimento per le autorità nazionali, ma anche per gli investitori e i gruppi della società civile che si occupano delle questioni legate alla difesa dei diritti delle comunità rurali.

Un rapporto di Oxfam, dal titolo “Chi ci prende la terra, ci prende la vita”, evidenzia come errate strategie di investimento possono incidere negativamente sulle capacità di sussistenza delle comunità interessate; la deforestazione, provocata dallo sfruttamento delle terre, può inoltre contribuire alla perdita della biodiversità e delle riserve forestali.

In una migliore ipotesi, diversi sono i benefici che si potrebbero trarre dal business degli investimenti fondiari: l’aumento delle riserve in valuta estera; una maggiore disponibilità di prodotti agricoli per le industrie di trasformazione e, non ultimo, un aumento delle opportunità di impiego e del reddito nazionale, derivante dall’affitto delle terre.

Per massimizzare tali benefici sarebbe necessario attivare un sistema di monitoraggio e supporto per gli investitori (sia nazionali che stranieri), che contribuirebbe a ridurre gli effetti negativi della degradazione delle risorse naturali; intensificare i legami e la partecipazione di tutte le parti interessate dal processo di affitto delle terre, così da accrescere la sostenibilità sociale e da creare mezzi di sussistenza alternativi.

L’International Food Policy Research Institute, ritiene che gli accordi commerciali per le acquisizioni delle terre possono definirsi davvero convenienti per i paesi destinatari degli investimenti, solo se condotti in maniera trasparente, nel rispetto dei diritti di proprietà esistenti e se consentono una ridistribuzione a livello locale dei profitti. Nel frattempo i governi africani guardano con interesse a queste transazioni, soprattutto per l’ingresso di valuta estera e per il carico fiscale da applicare alle aziende straniere, cercando di attrarre nuovi investimenti.

Nella realtà dei fatti i prodotti coltivati su queste terre acquistate da soggetti stranieri sono destinati alle esportazioni e non al mercato locale. Mentre è evidente che questa corsa all’accaparramento delle terre nasconde una forma insidiosa di sfruttamento che rischia di instaurare un nuovo colonialismo in Africa.